L’AFFLATO DEL MONDO

Fa molto freddo ad Aktau stamattina. Non va bene così, il freddo mi mal dispone, mi innervosisce. Il consueto, strisciante stato ansioso che mi tormenta sempre all’arrivo ed in partenza da un luogo sconosciuto, si amplifica. Sebbene circondato dai miei compagni di ventura, dai rappresentanti in Kazakistan dell’agenzia che ha organizzato il viaggio, dai due driver e dalla giovane guida kazaka dalla perfetta parlata inglese, mi sento solo in mezzo al nulla. Il meccanismo si deve mettere in moto, lo so. Troverò lentamente conforto nel concretizzarsi delle aspettative, nel rivelarsi di tutte le meraviglie, nel mantenimento delle promesse. Per ora, comunque, sto seduto sul sedile posteriore di questo enorme 4X4 a guardare, muto, una sconfinata distesa di tubi gialli e neri che traportano il gas e l’acqua. Nessun essere umano in vista. Cavalli e cammelli si aggirano tra piccoli agglomerati di edifici diroccati o in via di costruzione. Facile per me pensare ancora una volta a Bruce Chatwin  quando si chiedeva: che ci faccio qui? Questo sarà un tour fotografico selvaggio, ricordo a me stesso. Campeggio estremo per cinque giorni direttamente nei luoghi di shooting. Solo così sarà possibile cogliere le meraviglie paesaggistiche dell’immensa distesa di roccia calcarea e sale che risponde al nome di Mangystau.

Photo ©Alberto Manno

Il contatto diretto con la natura dunque, senza mediazioni, senza il confortante retropensiero che sia una cosa solo temporanea, che a breve, dopo lo shooting,  si rientrerà a casa o in albergo e che si verrà riaccolti presto nel consesso umano.  Stavolta non c’è tregua. Stavolta mi metto davvero alla prova.

In realtà è previsto un approccio graduale alla formula into the wild, attraverso una fermata di un giorno presso un campo di iurte, le grandi tende rivestite di tappeti di lana spessa, a forma di zuccotto  (la mia passione per i dolci riaffiora in maniera incontenibile…), temporaneo rifugio stanziale nel moto perenne di molti popoli nomadi orientali. Dovrei sfruttare questo momento, penso, cogliendo al volo l’unica occasione che avremo di conoscere un po’ più a fondo queste genti, prima di immergerci nel meraviglioso nulla. È solo un pensiero fugace, però. Lo scarso tempo a disposizione, una barriera linguistica insormontabile e la mia abituale ritrosia nei confronti del contatto umano estemporaneo, mi impediranno di affrontare qualunque indagine sociologica, anche la più superficiale. D’altronde, quando si parte per un viaggio bisogna avere le idee chiare, sapere cosa si vuole vedere, quali esperienze si vogliono vivere, con chi o cosa ci si vuole confrontare, e io ho già deciso: il mio nume tutelare durante questi cinque giorni di avventura sarà Ansel Adams e non Claude Lévi-Strauss. Ora dunque, le mie priorità sono altre, una buona dormita, innanzitutto, prima dell’inizio dell’avventura al chiarore dell’alba di domani.

Ma in questo inizio di domani no c’è alcun chiarore. Il cielo resta buio a lungo perché carico di nuvole. Montiamo comunque in macchina ancora assonnati e scettici sulla possibilità di una buona riuscita dello shooting. Temiamo l’unico vero nemico del fotografo paesaggista: la pioggia. E la pioggia arriva, inesorabile, appena abbiamo raggiunto la posizione. Neanche il tempo di aprire il cavalletto e di montarvi sopra la fotocamera. È dunque tutto subito chiaro:  l’immagine del primo landmark di questi luoghi, l’Airakty Valley (Valle dei Castelli), che evoca il profilo di torri, bastioni, mura di cinta e colonnati, rimarrà solo nel nostro sguardo e nella nostra mente, a gratificare certamente il turista, ma non il fotografo che è in noi.

Certo, sono deluso come lo sono gli altri, ma quel paesaggio, anche se avessi potuto ritrarlo al meglio, non sarebbe stato veramente mio. Tra tutte le mete che ci attendono, la mia è quella di domani. Lo so da quando ho ricevuto il depliant di Riccardo che illustrava il tour, anche senza vedere alcuna immagine sul web e senza ascoltarne alcuna descrizione da qualcuno che ci è già stato. Il semplice suono delle parole che lo descrivono è bastato per ammaliarmi ed attirarmi ad esso, come le Sirene per Ulisse: il Lago Salato di Tuzbair.

Photo ©Alberto Manno

Tra quel luogo ed il fotografo che è in me ci sarà un rapporto intenso. Io lo lusingherò ritraendolo inginocchiato, accartocciato o sdraiato sulla sua superficie bianca e polverosa, come pure dalle alture circostanti con il potentissimo 800 ml catadriottico prestatomi dal mio amico Francesco, che autore fotografico lo è veramente; il lago mi ricompenserà regalandomi le fotografie che voglio fare, le mie fotografie, per le quali si potrà dire vedendole, brutte o belle che siano,  queste foto le ha fatte Alberto. La riconoscibilità autoriale di una produzione del cuore  e della mente. Il premio più ambito per la paziente fatica dell’artista, vero o presunto tale che sia. Quando, all’alba del mattino del secondo giorno di viaggio, mi ritrovo con i compagni di ventura sull’altura che domina il lago, sono emozionato e carico di aspettative. Con l’occhio nel mirino della fotocamera ammiro e ritraggo il multiforme spettacolo: il miraggio delle montagne blu all’orizzonte che si riflettono sulla superficie del lago resa iridescente da un sottile strato di acqua piovana residua;

Photo ©Alberto Manno

il rincorrersi di onde di luce e lame di terra che intersecano le concrezioni saline;

l’andirivieni della spuma che adagia le frange di un tappeto di seta bianco sulla sabbia dorata.

Photo ©Alberto Manno

Non so se questo è ciò che realmente ho di fronte a me, ma poco mi interessa. Questo è il mio paesaggio, come rimarrà impresso sul sensore della fotocamera dopo che l’immagine avrà compiuto il suo fulmineo viaggio dagli occhi al cuore, passando per  il cervello. Il frutto di un processo di astrazione, che trasfigura in un attimo la realtà oggettiva per renderla invece, spero, più vera del reale. Al tramonto, vado via da questo luogo portandolo con me. Sgancio la fotocamera dal cavalletto, la metto nello zaino e mi avvolgo lo smisurato manto bianco scintillante intorno alle spalle. D’ora in poi sarà la mia coperta di Linus e nessuno potrà mai portarmela via.

Al ritorno al campo non faccio che aggirarmi con sempre maggiore curiosità e sconcerto intorno alla mia tenda igloo. Come si possa dormire in questi strani loculi di tela era, è e resterà per me un mistero. Un mistero doloroso. Si, dalle 23 alla 5 del mattino successivo ho recitato un silenzioso rosario di imprecazioni e maledizioni mentre mi avvoltolavo in un groviglio di materassini, cuscini gonfiabili, zaini, valige, sacchi a pelo, sacchi-lenzuolo  vestiti sporchi, vestiti puliti, bottiglie d’acqua e oggetti vari, circondato dagli ululati di un vento impetuoso che mi sbatteva il telo della tenda contro il viso e cercando di ignorare le proteste della mia colonna vertebrale seviziata dalla micidiale accoppiata materassino-cuscino gonfiabile, che si rivelerà sempre più un perverso strumento di tortura. All’alba, esco a fatica dalla tenda in una nebulosa di incertezza, precarietà e dolore. L’imponente figura di Andrea si avvicina. Nella mano nasconde un piccolo, morbido cuscino imbottito, la soluzione per i miei dolori di schiena. Non l’ho sentito dire “òhi òhi” e la punta del suo indice non si è illuminata come una lampadina, ma improvvisamente e magicamente  mi sento confortato, rasserenato e pronto a ricominciare l’avventura, come un bambino che ha conosciuto un nuovo amico.

Mentre ci dirigiamo verso la prossima meta, il Maestro Riccardo non sta più nella pelle. Ci stiamo avvicinando al paesaggio che ha suscitato la sua meraviglia quando è venuto qui la prima volta l’anno scorso. Quando ci arriviamo, il nostro autista Igor fa un ampio gesto con il braccio guardandosi intorno e dice compiaciuto: “Bozhira!”.

Photo ©Alberto Manno

Condividiamo tutti lo stupore e la felicità di Riccardo nell’ammirare lo spettacolo che si apre davanti a noi. Lunghi silenzi intervallano le poche parole che ci scambiamo mentre ci muoviamo lentamente per individuare il nostro punto di ripresa ideale. Ognuno di noi è chiuso in una bolla di sottile inquietudine e vertigine inebriante, nella consapevolezza che fotografare questo luogo ci farà intraprendere un fulmineo viaggio dell’anima, dalla notte dei tempi al XXI secolo. Mentre inquadro il massiccio roccioso che domina la valle, il mio personale cortocircuito spazio-temporale mi proietta improvvisamente nella struttura d’acciaio di un hangar alla periferia di Milano. Sto contemplando I Sette Palazzi Celesti di Kiefer, la più potente rappresentazione artistica contemporanea dell’anelito dell’uomo al divino che abbia mai potuto ammirare.

Photo ©Alberto Manno

Un battito di ciglia, e la macchina del tempo su cui sto viaggiando mi riporta a Bozhira, e attraverso il mio 300 mm rivedo le enormi ed ardite torri di cemento e piombo dell’artista tedesco: esistevano già, dunque, migliaia di anni prima che lui le concepisse e realizzasse; sono antiche, millenarie, fatte di calcare e sale e ora sono di fronte a me. Scorrono sullo schermo LCD della mia fotocamera le immagini con cui ho tentato di descrivere l’inizio e la fine del vertiginoso viaggio nel tempo. Quello che balza agli occhi non è tanto la solidità rocciosa di un passato che è diventato presente senza alcuna mutazione, ma l’assenza dell’uomo, inteso come figura umana e parte integrante del paesaggio.

Photo ©Alberto Manno

Non è una novità, questa. Nelle mie foto le persone non ci sono mai, se non per caso o per distrazione, perché non so ritrarre emozioni e sentimenti attraverso l’immagine e l’espressione di un volto. Ma qui, a Bozhirà, sarebbe stato superfluo. Qui, solo apparentemente non c’è nessuno tranne noi sette. In realtà, è come se tutti gli esseri umani, passati, presenti e futuri, fossero seduti sul ciglio di quest’altura, mano nella mano, protagonisti e spettatori della storia del mondo. Far parte di questa enorme folla, di questa lunga storia, mi conforta: si, voglio più bene al mondo, dopo Bozhirà.


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I sette pilastri della saggezza reloaded.

Aeroporto Internazionale Queen Alia di Amman, Giordania. Sono arrivato ma non sono ancora giunto. È un avvicinamento a tappe, lo so. Sognare ma anche soffrire per raggiungere la meta agognata. Come al solito, però, non riesco a gestire l’ansia. Non sopporto il prologo allo spettacolo, lo scorrere dei titoli di testa. Ora in aeroporto e in un batter di ciglia su un dromedario bianco a scorrazzare sulle orme del colonnello Lawrence: no, questo è solo sognare, rassegniamoci, dunque, a soffrire. Prima tappa del percorso di avvicinamento un bruttissimo albergone alla periferia della città dove trionfa il kitsch e l’innegabile cortesia del personale tenta di supplire a piccole ma evidenti défaillances di professionalità, che contribuiscono al consolidarsi di una serpeggiante e disturbante atmosfera di incompiuto, approssimativo, sfavillante solo in superficie: sono ancora molto lontano da dove voglio essere. La mattina dopo continua la tortura. Mi sembra addirittura di allontanarmi ancora di più dal sogno, trovandomi in mezzo ad una caotica cittadina in cui la chiesa greco-ortodossa intitolata a San Giorgio custodisce i resti di un pavimento a mosaico di epoca bizantina che rappresenta in modo mirabile la prima mappa geografica del medio oriente. Non posso non subire il fascino di un rimando così potente alle origini della nostra storia e delle religioni ebraica, cristiana e musulmana, ma l’impressione è che tanto valore storico non sia associato ad un eguale valore artistico. A me questi mosaici non piacciono granché, ed il pensiero corre subito a quelli di Piazza Armerina, una delle tante meraviglie del nostro passato di incomparabile bellezza, stile ed eleganza ignorate dai più nel nostro paese, che ricordo molto più raffinati, meglio conservati ed enormi, se paragonati alle poche tessere che costituiscono il mosaico che sto ammirando sotto, o meglio, davanti ai miei piedi. Ma questa è tutt’altra storia e pensarci non fa che acuire il mio sotterraneo disappunto, la strisciante sensazione di star perdendo tempo, l’angoscia che monta dentro di me per non aver raggiunto ancora la meta e non saper come fare per abbreviare l’attesa. E l’attesa non si abbrevia, si prolunga. Ecco il colpo di grazia definitivo. La meta religioso-turistica per eccellenza. Il pellegrinaggio mordi e fuggi al Monte Nebo, dove Mosè ebbe la visione della Terra Promessa, morì e fu sepolto in un luogo sconosciuto nei dintorni. Al contrario di Mosè io qui la mia terra promessa non la vedo ma sono sicuro di spegnermi definitivamente come lui, qui ed adesso, seppellito dal peso di questo struggimento. Mentre seguo passivamente il gruppo scattando brutte foto dell’ennesima spianata di mosaici all’interno della basilica, come un Bruce Chatwin senza moleskine e senza fascino anglosassone mi domando: che ci faccio qui? Va bene, ora basta. Risalgo in minivan con gli altri e mi impongo serenità, certo che non ci saranno più ostacoli. E il minivan finalmente va, procede tra terre asfaltate e sterrate e al calar del sole la meta è raggiunta. Tutto diventa vero. Mi crogiolo al calore intimo che un misto di soddisfazione e serenità mi regala, calore che supera di gran lunga la calura esterna: si apre davanti a me il Wadi Rum.

Il primo appuntamento come al solito è all’alba. Io sono un fotografo, non un turista. Certo, apprendista fotografo, ma senz’altro non un semplice backpacker. Io qui, ancora una volta sotto la guida del prode e valente Riccardo, ideatore e tour-leader degli ScenicLandscapePhotoWorkshop, sono venuto per imparare a fotografare “l’infinito”, come dice lui. E io di lui mi fido. Franco Fontana, il più grande di tutti per me, non ha mai fatto mistero della sua scarsa propensione a fotografare alla pur splendida luce dell’alba. Vista la difficoltà con cui mi sono svegliato alle 4 del mattino, mi sento sempre più vicino al grande maestro, ma comunque tonico, concentrato e certo che proverò grandi emozioni. Le mie certezze non crollano nonostante il freddo pungente della notte desertica e la sofferenza del mio fondoschiena, continuamente sollecitato dagli sbalzi sulle panche esterne del pick up che si fa largo tra la sabbia e le rocce del Wadi Rum, che per il momento scorgo appena. Eh già, perché il pick up è il dromedario dell’epoca moderna. Il deserto del Wadi Rum, nel 2018, non è più la terra dei Beduini, affascinante popolo nomade che dal deserto ha saputo trarre la propria fonte di sussistenza attraversandolo in lungo e in largo a dorso di dromedario. O meglio, i Beduini ci sono ancora, ma sono perfettamente integrati nella macchina acchiappaturisti, come oggi è ridotto questo deserto millenario, e animano le tante attività ricreative ammantate di uno sbiadito alone di “autenticità” che si offrono al turista estasiato: tour sulle orme di Lawrence, concerti di esasperante musica araba, cerimonie del tè nel deserto, ecc. Quindi, pick up, jeep e SUV tanti, dromedari pochi e spelacchiati, tanto da sembrarmi loro fuori contesto, una reminiscenza posticcia di una realtà che non esiste più. Al sorgere del sole comincia lo spettacolo, anche se la luce non è eccezionale. Una velatura di nubi stratificate rende l’orizzonte lattiginoso, polveroso, piatto. Non mi scoraggio. Mi dedico soprattutto ad osservare, capire, interpretare. Questo è il valore aggiunto di questi workshops fotografici. Il fotografo paesaggista professionista cerca di farti vivere la meraviglia del suo mestiere. Ti spinge innanzitutto a conoscere il paesaggio che vuoi ritrarre, camminandoci dentro, girando lo sguardo a 360° gradi, inquadrando prima con gli occhi e poi con la fotocamera. E tu capisci che una buona shooting session può nascere solo dopo questo processo di immersione nella realtà che ti circonda e ti affascina. Nella luce lattiginosa di questa prima alba nel Wadi Rum, mi incammino dunque lentamente, zaino in spalla e cavalletto in mano. In questo luogo maestoso, solido di rocce così imponenti da formare, susseguendosi le une alle altre, piccole catene montuose, vivo l’estraniante sensazione di essere contemporaneamente al centro della terra e su un altro pianeta, radicato nel presente, immerso nel passato e proiettato nel futuro. Sì, la caratteristica più sconvolgente di questo luogo è l’immutabilità. Ne sono convinto anche quando lo sguardo mi cade sugli emblemi della modernità che rendono oggi facile a chiunque, anche agli apprendisti fotografi, violentare con la propria presenza futile e passeggera questo immenso regno dell’eterno, dove tutto è cominciato e, forse, tutto finirà. Le automobili, al posto dei dromedari, i campi tendati con aria condizionata al posto dei ripari di fortuna dei Bedu e le bottiglie di plastica a mischiarsi con i sassi e ad insozzare la sabbia millenaria, non riescono minimamente ad indebolire la confortante serenità che l’immensa distesa di rocce e sabbia genera nel mio animo. Con l’irrompere della luce del sole, ora un po’ più vicino allo zenit, si squarcia la velatura caliginosa che ne aveva accompagnato il manifestarsi. Le rocce diventano color dell’oro, la sabbia si tinge delle mille sfumature del rosa, del bianco e del grigio.

Ogni cosa è illuminata. Jonathan Safran Foer è venuto nel deserto del Wadi Rum per ispirarsi? Non credo, ma sarebbe stato felice, penso, di constatare qui, come in nessun altro luogo, la manifestazione inequivocabile, fisica, tangibile della sua intuizione: il presente delle nostre vite è illuminato dalla luce del passato. E cosa c’è di più fisico, di più tangibile, concreto e, allo stesso tempo, evocativo dei Sette Pilastri della Saggezza? Sì, esistono davvero. Non sono solo il titolo di un romanzo o di un film. Non sono stati creati in cartapesta dalla maestranze di Hollywood. Eccoli di fronte a me in tutta la loro maestosità e precisione architettonica. Sembrano infatti costruiti. Sette guglie di una cattedrale neolitica. Il santuario, il luogo sacro dove è custodito lo spirito del Wadi Rum.

È tutto qui, in questo momento: passato-presente-futuro con me stesso nel mezzo, anch’io parte di questo paesaggio millenario insieme a rocce grandi, piccole e minuscole, vortici di sabbia, e sparuti cespugli.

La figura grande circondata da mille piccoli oggetti come in un disegno di Pericoli, cartone animato con la potenza descrittiva del più crudo dei reportage, incrocio tra sogno e realtà.

E mentre guardo, fotografo. Con calma, con accuratezza, cercando di includere il mondo in un mirino. E magicamente, con l’ultimo scatto, nel mio mondo entra una mongolfiera, che sorvola indolente le rocce e la sabbia e mi aiuta a salutare con un sorriso l’alba che se ne va.

Ma non c’è tregua per il fotografo professionista. E nemmeno per chi aspira ad esserlo. Alba-Tramonto: questo è il binomio che scandisce il tempo. Si può scattare solo all’alba ed al tramonto. Si cerca la luce dell’alba e del tramonto. Tutto quello che conta succede all’alba ed al tramonto. Si riesce a sognare solo all’alba ed al tramonto. E se il Wadi Rum all’alba è lo spettacolo della luce che colora il mondo, al tramonto è il regno della solitudine e del silenzio assoluti. Me ne accorgo all’improvviso. Circondato da tanta maestosità, sono solo. Mi sono distaccato lentamente ma inesorabilmente dagli altri. È una solitudine che non rattrista, che appaga, che permette di concentrarsi sul sé per entrare ancora più in contatto con gli altri. Tutto intorno a me è molto più solido e compatto rispetto a stamattina. Metri e metri di sabbia uniformemente arancioni. Grossi massi simili a dolmen che sembrano piovuti lì dal passato più remoto e non siano più stati spostati, e probabilmente e così.

Non c’è un alito di vento. L’aria si rinfresca mentre il sole cala lentamente e le ombre delle rocce si allungano sulla sabbia, che ormai è ocra. Vorrei rimanere qui fermo, seduto, per sempre. Per un attimo mi immagino ad una piccola scrivania, uno scratch book sul piano di legno ed un tronchetto di grafite in mano, a disegnare un paesaggio che mi include mentre disegno, come negli immaginifici gorghi surrealisti di Magritte. Ma l’arancione quasi marziano della sabbia e delle rocce mi suggerisce di stare all’erta per non essere investito dai mostruosi insetti-elefanti di Dalì o da Matt Damon, che si dirige lentamente alla guida del suo router verso il Cratere Schiapparelli, da dove lascerà Marte per ricongiungersi ai suoi compagni di missione.

E penso, solo per un attimo, che qui vorrei sempre ritornare, come ha scritto Sven Lindqvist, a proposito del deserto del Sahara, da lui attraversato sulle tracce dei grandi esploratori del passato. Qui vivrei, lui scrive, senza essere disturbato dalle complicazioni umane, senza amore ma anche senza dolore. Il pensiero è fugace. Il delirio onirico presto si estingue, risolto dall’ineffabile guida bedu che richiama la mia attenzione sulla possibile presenza di serpenti in quella zona del deserto, e mi invita a riavvicinarmi al pick up per sorbire il profumatissimo tè che ha avuto l’onore ed il piacere di preparare per il manipolo di intrepidi apprendisti fotografi. Con malcelata ansia, ritorno velocemente sui miei passi e raggiungo il focolare su cui l’acqua per il tè bolle in un maxi-teiera, che sicuramente sarà stata maneggiata anche da Lawrence d’Arabia in una pausa delle sue scorribande nel Wadi Rum a dorso di dromedario per sostenere la causa della rivolta araba. Ed ora, nella calma del tramonto inoltrato, il silenzio interrotto solo dalle chiacchiere divertite e sommesse del gruppo davanti alla teiera fumante, mi sento improvvisamene vicino al grande condottiero: anch’io, come lui,  ho compiuto un’impresa e ho vinto una sfida, non contro l’oppressore ottomano ma contro me stesso. E chissà se anche lui, seduto al focolare a prendere il tè con il principe Faysal dopo la conquista di Aqaba, sarà stato felice come me.


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