LA VITA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS
Una collettività confusa si sta agitando smarrita nella paura del contagio, responsabile quel germe dannato che invade le vie respiratorie e, nel peggiore dei casi, provoca polmoniti ingravescenti.
È il Coronavirus, altrimenti detto Covid 19, un microrganismo insidioso che ha avuto la pessima idea di fare il salto di specie, dall’animale all’uomo.
Partito dalla Cina è arrivato in Europa e si sta diffondendo subdolamente e con discreta progressione geometrica in Lombardia. Il caso vuole. I maligni già elaborano fantastiche correlazioni tra l’alto PIL della Regione in rapporto al numero di casi accertati. E perché il sud del Paese al momento risulta indenne dal contagio? Caccia al paziente zero di casa nostra e una lunga sfilata di indicazioni e controindicazioni su cosa è meglio fare o evitare; le iconiche mascherine servono a ostacolare l’ingresso del virus nel nostro corpo, o no? Direi che il delirio si spreca, un vociare infinito.
La comunicazione di massa attraverso i media tradizionali e i social si sta prodigando più della scienza medica nel dare informazione con la massima penetrazione possibile, tra verità e fake news, provocando un fastidioso rimbombo nella mente dei cittadini; i più sensibili e creduloni sono le facili vittime di un fenomeno mediatico sproporzionato. Con perfetto tempismo la televisione trasmette Virus letale, un film di Wolfgang Petersen del 1995, con Dustin Hoffman, Renée Russo, Kevin Spacey, Donald Sutherland e Morgan Freeman.
Come si conviene, truffe e sciacallaggi sono il repeating pattern di un mondo che perde la testa ma non sa inventare niente di nuovo per sorprenderci, anche nell’abuso.
Questa mattina ho visitato un paio di supermercati a Milano, giusto per farmi un’idea di come stanno le cose, e vi riporto le mie osservazioni.
Auchan, fascia medio-alta: buona disponibilità di derrate sugli scaffali, cassiere con guanti e mascherina.
Lidl, fascia medio-bassa, presenta scaffali svuotati, in particolare quelli contenenti cibi in scatola, carrelli strapieni e una battuta colta al volo: – il Rolex per un litro di latte. Italiani, riprendetevi dall’isteria collettiva.
Leggo sul Corriere della Sera di un paio di giorni fa, un contributo dello scrittore Antonio Scurati:
“È finita in crisi la cognizione della finitudine umana. L’avanzare dell’epidemia ci polarizza agli estremi mentre dovremmo ricostruire una coscienza collettiva.”
Così esordisce Scurati, rimarcando la nostra umana fragilità di fronte a un evento imprevedibile e gravido di penose conseguenze, esortandoci a ricostruire una coscienza collettiva di individui che ora mancano di lucidità e si dibattono nell’oscurità di presunti scenari apocalittici, dei quali non possono fare a meno.
Prosegue lo scrittore:
“È questo il modo in cui finisce il mondo. Non con uno schianto ma con un lamento* Ora che è arrivato, ora che lo spaventoso coronavirus è tra noi, tornano in mente i versi del poeta. E se la fine non si manifestasse tramite la deflagrazione roboante di una esplosione micidiale ma si insufflasse in noi, silenziosa, vaporosa e inavvertita come lo è la letale vita infinitesimale dei microrganismi? Se non si annunciasse con un tuono assordante ma con un semplice, distratto colpo di tosse?”
L’Apocalisse è servita e viene da lontano, dall’Oriente del pericolo giallo, da un semplice serpente o pipistrello che ha ospitato un virus tanto scaltro da essere capace di evolversi. E noi?
*(T.S. Eliot, Gli uomini vuoti, 1925)
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