La palestra non è “un locale”

Secondo il concetto classico, ripreso poi dall’Umanesimo e oggi predominante, la cultura fisica è parte integrante dell’educazione generale. Essa non “si aggrega” a quella dello spirito ma va invece considerata come una vera e propria formazione morale, in quanto è una componente essenziale della civiltà dei popoli e ha sempre rivestito un ruolo determinante nell’evoluzione dell’uomo.

Mi chiedo come si possa spiegare o far comprendere Omero, la nascita degli Eroi, senza toccare l’argomento Olimpiadi. Come spiegare l’astio tra Atene e Sparta senza menzionare il diverso modo di intendere l’educazione, ovviamente motoria, in primis? Come spiegare il modo in cui il crescere del “professionismo” tra i vari pro e contro, spinse gli antichi a studiare la medicina, la traumatologia, la dietistica? O il modo in cui il Sofismo, che criticò aspramente la pratica fisica per quella intellettuale, storicamente coincida con la fine della potenza greca, prima per mano di Alessandro il Grande e in seguito per la dominazione Romana?

Eppure furono i Greci a creare il “Ginnasio”, che non era esattamente il biennio dell’odierno Liceo Classico, bensì il luogo ove gli studenti potevano esercitarsi nella pratica motoria,  da “gymnos”, nudo, così come lo studente si esercitava, accanto ai “perìpatos”, le passeggiate coperte, da cui prese il nome la scuola “peripatetica” di Aristotele.

Nel 2020 siamo in pieno dibattito se sia il caso o no di utilizzare le palestre scolastiche per creare delle classi.  Quindi fondamentalmente stiamo qui a dire che ci dispiace, ma che le Scienze Motorie possono essere sacrificate a fronte di una didattica di serie A, (il termine calcistico è volutamente usato), o meglio per mancanza di locali adatti a svolgere la didattica di serie A, perché questo è oggi considerata la Palestra: un locale. Quindi le Scienze Motorie cosa sono? O meglio, l’Educazione Fisica cos’è?

Siamo al paradosso, tanto per citare la scuola Eleatica e a chiederci se Achille abbia mai raggiunto o no la tartaruga. 

Chiedetelo agli Etruschi, ove la donna conobbe l’unico momento di parità di diritti. Non solo potevano assistere alle manifestazioni sportive, al contrario della democratica Grecia,  ma potevano loro stesse praticarle, ottime danzatrici. Superfluo citare i molteplici reperti che ci narrano di un popolo dedito ad ogni disciplina sportiva. I Romani, nella loro apparente contrapposizione alla Grecia, concepirono le manifestazioni sportive come mero divertimento, dagli etruschi capirono l’importanza della donna nella vita sociale ma fondamentalmente furono sempre “spettatori”. Anche se la grande pratica militare impose a Roma uno studio approfondito della ginnastica e della “tattica”, creando un attaccamento e un senso dello Stato che la portò leggermente ad influenzare il mondo per qualche secolo. Fu proprio la perdita di questo senso di appartenenza e dei suoi valori  una delle cause della sua caduta.

Nel Medioevo, l’avvento del Cristianesimo porta una scissione forte tra Anima e Corpo a vantaggio della prima e anche l’attività fisica ne risente. Ma presto l’importanza data al corpo sia per fini militari sia salutistici obbliga filosofi e intellettuali dell’epoca ad un brusco dietro-fronte

Fu in primis Carlo Magno a capirne l’importanza, non solo per motivi bellici, ma come mezzo di aggregazione e attaccamento della popolazione locale al proprio feudo. I Normanni tolsero ogni dubbio, risultando oltre che abili costruttori di navi, guerrieri formidabili, fisicamente difficili da contrastare. L’epica cavalleresca come quella di Omero, vede nei Cavalieri introdurre quello che oggi chiameremmo fair-play. Nascono i tornei, i percorsi di abilità dove i nobili dovevano cimentarsi per dimostrarsi pronti a guidare il proprio popolo diventandone beniamini. La loro educazione motoria e intellettuale andava di pari passo.

Con l’umanesimo e poi il Rinascimento l’educazione motoria diventa oggetto di grande interesse.

Oggi si sente molto parlare di individualizzazione dell’insegnamento. Ottimo, il primo a parlarne fu Francesco Filelfo, che intorno al 1420 fu chiamato ad insegnare dal Doge di Venezia, nelle cui opere non fa mistero della sua dottrina e oltre a credere in un insegnamento individualizzato nel rispetto della personalità del discente che non deve essere mai traumatizzato o impaurito dal proprio docente, sottolinea come la pratica fisica debba andare di pari passo con quella spirituale. L’educazione del giovane deve essere unitaria.  Vittorino da Feltre andò ben oltre. Ospite dei Gonzaga a Mantova, trasformò la sua splendida villa in una scuola, chiamata “La Casa Giocosa”. Fu il primo a tentare un’istruzione di massa, permettendo a studenti non abbienti di frequentare grazie alle quote pagate dai figli dei Signori. Promosse lo spontaneo sviluppo delle personalità dei suoi allievi, attraverso i giochi e gli esercizi fisici. Preoccupandosi di intravedere le attitudini dei propri giovani per indirizzarli alle professioni ove risultavano più portati. Considerava, per la salute,  fondamentale la pratica di esercizi fisici tutti i giorni, all’aperto, in qualsiasi condizione climatica, come conditio sine qua non per le attività mentali. Aveva intuito, nel 1423, che una buona predisposizione fisica avrebbe favorito l’apprendimento delle lettere e dei classici, come della musica e delle Arti. Leonardo da Vinci, oltre che nei suoi studi di anatomia, recitava che l’aspetto fisico e quello spirituale andavano educati di pari passo, fino ad affermare che il corpo umano è lo specchio del mondo: microcosmo-macrocosmo. Superfluo citare Machiavelli o Castiglione che nei loro trattati, davanti all’importanza della guerra, credono fortemente nell’esercizio fisico e militare, come quasi attività principale del “Principe” o del “Cortegiano”.

Intorno al 1500, la Rivoluzione non risparmia il mondo ecclesiastico. Erasmo da Rotterdam vede nell’educazione un dovere delle famiglie verso la società, il corpo è lo strumento della mente, che risulta essere uno strumento indispensabile per l’anima, ergo, la sua cura era imprescindibile. La Francia risponde qualche anno più tardi con Francois Rabelais che, nel suo Gargantua, arriva a descrivere con minuziosa capacità gli esercizi fisici giornalieri alternati alle discipline umanistiche, spiegando la sua dottrina educativa a stampo naturalistico che doveva riguardare il copro, la mente e la volontà del suo allievo. L’Inghilterra con Mulcaster e la sua ginnastica come disciplina sperimentale,  rincara la dose affermando che l’assenza di salute dinamica impedisce a molti uomini di sviluppare pienamente la propria personalità, che quindi doveva essere praticata da tutti, soprattutto da quelli dediti a una vita sedentaria. Ai già citati vanno aggiunti pedagoghi del calibro di Montaigne e Botero; quest’ultimo influenzerà l’educazione e la scuola Gesuita. Per Martin Lutero, frate agostiniano, l’educazione non poteva essere solo un problema familiare, ma doveva  occuparsene sia lo Stato sia la Chiesa; l’educazione andava portata ad ogni ceto sociale e anche alle donne. Nella sua visione contro la chiesa cattolica, il corpo non poteva più essere trascurato, anzi, doveva essere necessariamente valorizzato. Filippo Neri, gesuita, capisce l’importanza dello svago, delle ricreazioni, dei giochi e degli esercizi fisici, formando le prime scuole del popolo e i primi oratori. Nel 1600 è Tommaso Campanella e la sua Città del Sole a condannare l’ozio, e vede nel gioco e negli esercizi fisici un modo per preparare i bambini alla vita da adulti. Seguirono Antonio de Ferraris con “l’educazione degli Italiani” e Girolamo Mercuriale che, nel 1569, pubblicò il “De arte gymnastica”.

In questo periodo nascono soprattutto a corte, ma non solo, i primi giochi “sportivi” che daranno poi vita a quelli conosciuti ai giorni nostri, ma soprattutto nasce l’acrobatica con Gianni Tuccaro, e la Danza classica alla corte del Re Sole.

Nel ‘600 ad esprimersi sono personaggi di spicco come Bacone, che nella sua Città Ideale vedeva l’attività fisica come mezzo per correggere qualsiasi tendenza al male e all’indebolimento e proponeva tutti gli esercizi che giovavano alla conservazione della salute. Galileo Galilei studiò il corpo dal punto di vista biomeccanico e recepì l’importanza della cura del corpo attraverso il movimento. Comenio, autore della “scuola materna”, sottolineò l’importanza dell’attività motoria non solo per i “normodotati” ma soprattutto per i “minorati”, dando molta importanza, soprattutto per questi, a quanto le esperienze concrete potessero giovare sia sotto l’aspetto fisico sia psicologico. Milton, autore del Paradiso Perduto, raccomandò di praticare esercizi fisici perché atti a preparare un cittadino “utile” alla società. Locke, padre dell’empirismo inglese, vede nel gioco dei bambini qualcosa di utile e di affine al futuro lavoro, ed evidenzia  come un corpo debba conoscere le proprie capacità, e quindi in caso contrario apprenderle attraverso l’esercizio.

L’illuminismo, padre del pensiero moderno, sia con Rousseau e  poi con Helvetius tracciano l’idea di  un’educazione fisica, morale ed intellettuale  concatenate tra loro. Diderot studierà la possibilità di inserire l’educazione fisica nei programmi scolastici e sosterrà la necessità dell’istruzione elementare obbligatoria e gratuita per tutti. Con Basedow, padre del filantropismo tedesco, verrà dato ampio spazio all’attività fisica, formando docenti con una specifica preparazione. L’insegnamento dell’educazione fisica trova il suo compimento in Pestalozzi; anche per lui l’insegnamento fisico va impartito parallelamente a quello intellettuale da docenti specializzati non solo dal punto di vista fisico ma soprattutto pedagogico e psicologico.

In questo periodo si creano due scuole di pensiero differenti, quella sportiva militare soprattutto di stampo tedesco e quella correttiva salutista di stampo svedese, di cui molti probabilmente ricordano il famigerato “quadro”, per non dire le spalliere e la trave, elementi onnipresenti in ogni palestra scolastica. A questa lunga, ma pur sempre superficiale ricostruzione, mi piace aggiungere che la sconfitta con la Prussia della Francia nell’omonima guerra portò a riflettere un pedagogo francese sull’importanza della preparazione fisica dei soldati. Costui era un certo Barone di De Coubertin, che volò in Inghilterra, studiò i più famosi college Inglesi e tornò in patria riformulando l’intera struttura della scuola francese dando uno spazio considerevole alle attività motorie, ritenute essenziali alla formazione delle generazioni a venire. Sulla spinte delle scoperte archeologiche e al ritrovamento delle rovine di Olimpia, pensò di ricreare le Olimpiadi cercando, come allora, di trovare modi diversi per combattersi tra nazioni, auspicando  quella “pace” cara già nell’ VIII secolo a.C., quella pace che come tutti sanno terminò nel 1914.

Lo sport e l’educazione fisica da quel momento sono sopravvissuti a tutto. Alle Rivoluzioni, alle Dittature, alla Guerra fredda, al terrorismo, agli attentati, alle crisi finanziarie e alle guerre civili, regalandoci, malgrado tutto, momenti indimenticabili che non possono essere scissi dalla storia. Pensiamo al 1920 e alle donne ammesse ufficialmente ai giochi Olimpici, dopo che nel 1912 a Stoccolma l’Australiana Fanny Durak in una gara non riconosciuta aveva eguagliato  il tempo dei 100 metri maschili del 1896, dimostrando che il “gentil sesso” non era secondo a nessuno. Pensiamo a Jesse Owens nel 1936 a Berlino; pensiamo alle battaglie dei “neri”, ai film come “Glory Road”, il “sapore della Vittoria”, pensiamo alle Olimpiadi di Messico ’68 e ai pugni al cielo. Pensiamo al Pugilato di Mohammed Alì, pensiamo al film “Coach Carter” – lo sport contro l’emarginazione sociale in parallelo con lo studio. Pensiamo alle mille storie di campioni nati nella fame e arrivati sul tetto del mondo, pensiamo alle due Coree a braccetto insieme durante la sfilata olimpica, pensiamo ad una partita di calcio Iran – Usa; pensiamo a Nelson Mandela e a “invictus”; pensiamo ai tanti atleti para-olimpici e a cosa abbia significato lo sport nella loro vita. Pensiamo ai tanti ragazzi e ragazze che nelle nostre palestre comprendono il senso di appartenenza, di sacrifico, di amicizia, a quanti di loro trovano nelle varie discipline uno sfogo alla loro passione e che, in un mondo che ormai ci rende spettatori in tutto, trovano il modo di essere protagonisti, di crescere e di diventare uomini e donne seguendo regole e valori unici, sperando di vincere e partecipare alle “loro”olimpiadi. Pensiamo ai nostri alunni gareggiare con la maglia della loro scuola, rappresentare con orgoglio i loro istituti. Pensiamo a chi non può permettersi uno sport e trova nella scuola un modo di farlo. Pensiamo a tutti coloro citati, e non, che si sono espressi sul valore dell’educazione fisica e pensiamo ad oggi.

Per chi come noi, insegna lo “sport” e “l’educazione fisica” sotto ogni forma, questi non saranno mai  un locale, ma sempre e soltanto una PALESTRA di vita.