La panchina.

 

Si iniziò a preoccupare moltissimo, quando vide che mi portai la panchina in camera.
Ma fuori, all’aperto, non potevo proprio stare e avevo comunque bisogno di una normalità.
Piazzai la panchina davanti alla finestra.
Sì, è vero le panchine stanno fuori in genere, ma fuori, ormai, combinavo dei gran casini.
Come quel giorno in cui sulla mia panchina si sedette – proprio attaccata a me – una donna.
Sai quanto è lunga una panchina, donna?
Ricordava davvero mia madre, quella donna.
Te lo dico io, quanto è lunga una panchina.
Esattamente 192 centimetri, dovresti avere un sedere di 95 cm per sederti così attaccata me.
Non lo hai così grosso, potremmo semplicemente sedere; con la distanza concessa.
Perché questo bisogno umano di toglierti l’aria?
Perché al mare su 30 mt di spiaggia libera il tuo ombrellone appiccicato al mio?
Vorrei leggere.
Tu telefoni.
Cosa leggo?
Non lo so bene, non riesco a concentrarmi.
Va bene, giorno dopo giorno divento sempre più forastica, è vero.
Ma da quando ho portato la panchina in camera è tutta un’altra cosa, sono amabile e poi osservare quello spazio vuoto lasciato dalla panchina mi placa.
Smettila di preoccuparti, dài non fare quella faccia strana; in fondo ho scelto che il mio fuori sia qua: tra queste mura; poi guardo la gente passare e vivere e ridere e comprare, visti da qua non fanno tanta paura.
Ecco, prova, siediti; guarda io mi metto dietro a te e osservo il tuo punto di vista; ma vedi che non ti do fastidio?
Ti sono accanto, ma non mi accosto, pur guardando nella stessa direzione.
Ho bisogno di vuoto e in questo vuoto ti ritrovo, facilmente.
Sono dietro di te.

 


Foto copertina © Silvia Cazzandra Fiorini.