Ritorno a Roma.

Ritorno a Roma: esempio di come in questa città si sia perso ogni senso di Umanità.
Sveglia presto. Molto presto.
L’autobus in perfetto orario (per ora) apre le porte davanti al mio Corpo guidato dalla mia Mente.
Le solite facce lunghe, a cui ho dato dei soprannomi.
L’Abissina scontrosa, l’Efebo filippino, la Comitiva dei Puzzafiato Romeni, la Vampira, il Collettivo delle Colf del Pollame cerebrale, l’Africano pregante, il Consumato, er Fracico, il Sordo paraculo, la vecchia traballante (e altri personnages).

Trasbordo bus/metro. Altre facce oblunghe.
Il mio Corpo si siede.
Termini, dove tutto termina, vite alcoliche, tassisti, edicolanti, ferrovieri, binari, morti anche loro.
Entro in uno di quei luoghi che definisco “punitivi” per antonomasia, caserma, scuola, manicomio, carcere.
Per me è caserma. Per ora.
Rivedo persone a me care, stringo mani, abbraccio persone. Altre non le cago (cinico,sì!)
Battute, quei “sì, eh?!” “maddài” che tanto vanno di moda ora.
Nanni Moretti ne farebbe un altro Ecce Bombo.
Maschere. Diffido.
Mi limito ad allungare la prossemica.
La giornata lavorativa è dinamica, mi incazzo puntualmente per l’imperizia dei fornitori.
In fondo molto spesso mi dicono che ho una mente “nazista”. Cazzi loro, pensino ciò che vogliono, Io sono nato così.
I miei colleghi sono intenti a spostare materiale nel pessimismo e fastidio.
Neanche Sisifo sbuffava così tanto, Ercole faticava e non rompeva i coglioni a nessuno.
Finisce la giornata lavorativa.
Firmo ed esco; è appena partito il treno per Ancona sul binario 1.
Metro A.
Riprendo il “rapido” (si fa per dire) 904.
Mi siedo. Dopo due fermate sale una donna con aspetto claudicante, all’apparenza.
Poi sale una ragazza incinta, a giudicare dalla “panza” credo sia al 5/6 mese.
L’apparente claudicante sbuffa e lancia strane occhiate.
Penso: se vuole può chiedere, ma non mi fido. Più che altro non sono sicuro che abbia questo handicap.
Chiamo la ragazza “panzuta”, la invito a sedersi.
Ne nasce una assurda diatriba tra le due su chi abbia la “precedenza”.
Mi sento chiamato in causa, in quanto il posto lo sto cedendo io.
Scelgo a chi darlo. la “panzuta” per me ha priorità, in fondo faccio sedere due persone insieme.
Dopo qualche fermata la ragazza mi chiama dicendomi di rimettermi a sedere.
Grazie. Ora tocca alla “zoppa”.
Tutti seduti.
Tutti felici.
Ringrazio di Essere in buona Salute, Mente e Corpo.
Andrò ovunque mi porteranno i miei piedi, peraltro molto grandi.
Ramingo è sempre in piedi.

Grazie, Ramingo.

(R)

 





La panchina.

 

Si iniziò a preoccupare moltissimo, quando vide che mi portai la panchina in camera.
Ma fuori, all’aperto, non potevo proprio stare e avevo comunque bisogno di una normalità.
Piazzai la panchina davanti alla finestra.
Sì, è vero le panchine stanno fuori in genere, ma fuori, ormai, combinavo dei gran casini.
Come quel giorno in cui sulla mia panchina si sedette – proprio attaccata a me – una donna.
Sai quanto è lunga una panchina, donna?
Ricordava davvero mia madre, quella donna.
Te lo dico io, quanto è lunga una panchina.
Esattamente 192 centimetri, dovresti avere un sedere di 95 cm per sederti così attaccata me.
Non lo hai così grosso, potremmo semplicemente sedere; con la distanza concessa.
Perché questo bisogno umano di toglierti l’aria?
Perché al mare su 30 mt di spiaggia libera il tuo ombrellone appiccicato al mio?
Vorrei leggere.
Tu telefoni.
Cosa leggo?
Non lo so bene, non riesco a concentrarmi.
Va bene, giorno dopo giorno divento sempre più forastica, è vero.
Ma da quando ho portato la panchina in camera è tutta un’altra cosa, sono amabile e poi osservare quello spazio vuoto lasciato dalla panchina mi placa.
Smettila di preoccuparti, dài non fare quella faccia strana; in fondo ho scelto che il mio fuori sia qua: tra queste mura; poi guardo la gente passare e vivere e ridere e comprare, visti da qua non fanno tanta paura.
Ecco, prova, siediti; guarda io mi metto dietro a te e osservo il tuo punto di vista; ma vedi che non ti do fastidio?
Ti sono accanto, ma non mi accosto, pur guardando nella stessa direzione.
Ho bisogno di vuoto e in questo vuoto ti ritrovo, facilmente.
Sono dietro di te.

 


Foto copertina © Silvia Cazzandra Fiorini.




La vergogna e il coraggio.

No Obelix. La pozione magica tu non la puoi prendere, ci sei caduto dentro da piccolo.

Un Corpo che cambia, la forza e la sensazione di onnipotenza. Facile cadere nella tentazione di acquistare un aiutino, magari assumendolo con diagrammi studiati a tavolino, al fine di non farsi troppo male e non sovraccaricare gli organi interni. Facile certo. Ma la tentazione quando dopo vari ammiccamenti e richieste al banco della reception, si trasforma in possesso di fiale e pastiglie allora esce fuori quell’euforia della prestazione aumentata.

A quell’epoca ci facevamo di tutto.
Deca Durabolin, Dianabol, Testoviron, TestoDepot, Sustanon, Testosterone decanoato, undecanoato, dodecanoato, beta bloccanti, pastiglie per l’asma, Clenil, Clenasma, clenbuterolo, efedrina, gonadotropina corionica umana, antidolorifici, morfinosimili, corticosteroidi, creatina, aminoacidi ramificati, proteine del latte, uovo, soia.
Abbiamo mangiato e non mangiato, dieta iperlipidica, iperproteica, ipoglicemica.
Per i più ricchi si reperiva l’ormone della crescita.

Farmacisti compiacenti, prodotti provenienti per corrispondenza da Canada, USA, Germania. E dulcis in fundo, tutti i prodotti ormonali di sintesi fabbricati in Olanda.

Cosa ci spingeva a fare tutto questo?
Partiamo dalla base. Il culturismo non è uno sport. Il fitness non è uno sport. Ma all’interno di queste diciture di massa, che muovono un business mondiale, vi è insita la competizione.
Prima di tutto la competizione è con se stessi. È la causa psicologica che rimane sottomessa, ma mascherata dall’assunzione di sostanze, che all’apparenza non danno assuefazione, ma un senso di superamento dei naturali limiti che un Corpo, ed una Mente, possiedono nella natura fisiologica dei ritmi veglia-sonno-allenamento-riposo-alimentazione.
Il Corpo Umano è un grande laboratorio chimico, il fegato sintetizza la maggior parte delle molecole introdotte, l’alcool soprattutto, con grande lavoro assieme ai reni.
Le palestre di fitness, grande moda scoppiata negli anni, complici film americani di successo, hanno degli ambienti pressoché uguali. Spesso cambiano gli attrezzi automatici, ma la base che deriva dal Sollevamento pesi che è una disciplina olimpica, rimane quella. Fatta di manubri e bilancieri.
Ora. Cosa spinge uno pseudoatleta a fare uso di sostanze chimiche che incrementano la sintesi proteica, di conseguenza la massa muscolare?
Un bluff.

Vedersi. Con quegli specchi che si ergono a giudici, col martello battente fino a dare una sentenza, tra gli sguardi ammirati di chi vorrebbe osare ma non ne ha il coraggio, e chi usa ma non è mai contento di sé. A perseguire una perfezione che non esiste, fino a portarsi alla morte. Malformazioni cardiache, impotenza, insufficienza renale, ipertensione, prostatite, aggressività, turbe psichiche, crescita neoplastica, infiammazioni articolari, tendinee e muscolari. I rischi dell’abuso di pozioni magiche sono molteplici. Ma la differenza tra l’uso e l’abuso c’è. In fondo anche un abuso di aspirina porta ulcera o difficoltà di coagulazione.

Pharmacos. In greco significa veleno. Ogni molecola estratta ed isolata può essere medicina o veleno.

Per quanto un maratoneta possa essere veloce, un arciere preciso, un ciclista resistente, fare un raffronto diretto della sua prestazione rispetto a quella di un sedentario, di se stessi, o di uno sportivo medio è assai complesso per chi non ha competenze specifiche o non è appassionato. Quando invece si guarda un bodybuilder, magari un professionista, la sua mole fisica non può passare inosservata, né può lasciare dubbi su come sia stata costruita. Non si trovano simili volumi muscolari in nessuna altra categoria di sportivi. La differenza salta subito agli occhi, del resto così come una mela in natura non arriverebbe mai ad avere le dimensioni di un’anguria, anche un essere umano, per quanto si dedichi con assiduità all’allenamento e all’alimentazione, non potrebbe mai raggiungere le dimensioni di un bodybuilder professionista senza l’uso di anabolizzanti. Chi afferma il contrario o è in malafede o non ha ben chiaro il ruolo funzionale dei muscoli. Generalmente è in malafede.

Oppure si vergogna. Un tossicodipendente, qualunque essa sia la sostanza, è un tossicodipendente. Alcool e fumo compresi, dichiaratamente legali per lo Stato. Di cui detiene il monopolio quantomeno fiscale.

Quando purtroppo a causa del doping si muore, sia vittima degli anabolizzanti un calciatore, un ciclista, un maratoneta o un bodybuilder, si scatena l’ira e l’indignazione dei “colleghi”, soprattutto dei colleghi dopati, o ex dopati, o che fanno affari col doping sulla pelle degli altri e fomentano gli ingenui per farli salire sul loro carro. Obiettivo di tutto questo è negare l’evidenza.

Nessuno ha il coraggio di ammettere l’uso, se non l’abuso, di molecole esogene.
Un Corpo Umano generalmente acquista circa due chili di massa magra al mese. Finito il tempo fisiologico di memoria muscolare, la naturale fisiologia ha quei limiti. E non si va oltre.
Farsi dei danni, permanenti o transitori, o peggio morire di doping forse è un’infamia, ma è un’infamia solo perché si sa d’aver sbagliato e non si vuole avere il peso del giudizio degli altri, ci si sente colpevoli dentro, e non potendo rimuovere la voce della coscienza, si aggredisce l’interlocutore, se si ha un nemico contro cui scagliarsi allora per un po’ si può smettere di pensare.

Il dilemma è psicologico. Basta poco per indossare un mantello rosso con la S e sentirsi invulnerabili. Bastano i canali giusti e un po’ di audacia. Ma la vergogna rimane. Il coraggio no. Almeno di ammettere di averne fatto uso. E soprattutto ai non addetti ai lavori viene subito lo sghiribizzo di moralizzare, condannare e giudicare. Chi sono costoro? Fumatori, consumatori di farmaci, sedentari da automobile, o da salotto.

La Scienza. Il primo giugno 1889 l’eminente tisiologo francese Charles Edouard Brown-Séquard annunciò alla Société de Biologie di Parigi di aver scoperto una terapia per il ringiovanimento del corpo e della mente. Il settantaduenne professore riferì di avere drasticamente contrastato il proprio declino inoculandosi un estratto ottenuto dai testicoli di cani e cavie. Queste iniezioni, spiegò al pubblico, avevano incrementato la sua forza fisica e il suo vigore intellettuale.
Per molti secoli, fin dall’antichità, i medici avevano prescritto l’ingestione di tessuto cardiaco umano o animale per stimolare il coraggio, di materia cerebrale per curare l’idiozia.
Gli organi sessuali e le loro secrezioni avevano un posto d’onore in questa pratica terapeutica. Gli antichi egizi attribuivano poteri medicinali ai testicoli. Io stesso, figlio di macellaio, ho assunto carne equina dalla prima pappa ingerita in tenera età. Come fosse doping. Certo, siamo quello che mangiamo, e se l’equazione ”mangio bianco e morbido, sono bianco e morbido, mangio rosso e duro sono rosso e duro” probabilmente un Corpo Umano risente di carenze o surplus di alimenti base. Che possono scatenare la gotta o il diabete, malattia sociale insita nel consumismo.
Si è passati dalle malattie da carenza alimentare alle malattie da eccessi alimentari.

Allora. Perché indignarsi se qualcuno fa suo l’uso di sostanze chimiche solo per edonismo? Perché l’edonismo è l’espressione dell’immagine. Quella propinata dai media, dai selfie, dal riscontro sociale o magari da una voglia di rivincita su qualcuno o qualcosa. Una sorta di rivalsa. Alla base vi è un dismorfismo da riflesso.

Mens sana.

Nel 1911 A. Pézard scopri che la cresta di un cappone cresceva in misura proporzionale alla quantità di estratti testicolari animali che gli venivano inoculati. Questo la dice lunga sull’immagine…
Negli ultimi trent’anni l’impiego degli steroidi anabolizzanti si è esteso ad altri sport olimpici, fra cui l’hockey su ghiaccio, il nuoto, il ciclismo, lo sci, la pallavolo, la lotta, la pallamano, il bob e il calcio.
L’uso di steroidi è ben documentato tra gli atleti dilettanti o semidilettanti. Del milione di consumatori di steroidi stimato negli Stati Uniti, molti assumono queste sostanze per il body building.

Tutto per soldi. Le società sportive hanno fiutato il business delle grandi vincite, spesso quelle quotate in borsa hanno spinto i loro atleti ad assumere fiale, pastiglie e compresse a loro totale inconsapevolezza di ciò che loro veniva inoculato. Ed ancora funziona così. I programmi antidoping destinati a reprimere l’uso di steroidi nello sport si sono dimostrati altamente inefficaci fin da quando furono introdotti negli anni settanta. Le analisi spesso non sono abbastanza sensibili per cogliere in fallo i consumatori e molti atleti di primo piano e funzionari sportivi corrotti hanno imparato a eludere i controlli.

Non solo body building.
Molti ciclisti professionisti si servono di farmaci antiasmatici che contengono steroidi di sintesi, anche se l’asma non sembra di certo una patologia comune in questa categoria di sportivi.

La terapia.

Fin dagli anni quaranta gli androgeni sono stati utilizzati per curare stati di grave defedazione associati a malattie croniche debilitanti (come per esempio quelle sofferte dalle vittime dei campi di concentramento nazisti) e traumi (comprese le ferite subìte in guerra), ustioni, interventi chirurgici e radioterapia.
Dal momento che gli steroidi anabolizzanti accelerano l’eritropoiesi, sono stati impiegati come terapia di elezione per diverse forme di anemia, prima che si diffondessero il trapianto di midollo e i trattamenti con eritropoietina sintetica. La scoperta di queste sostanze ha avuto anche una sorta di salvavita. Più di recente alcuni medici hanno cominciato a sperimentare gli steroidi anabolizzanti come terapia per la debolezza e la perdita di tono muscolare che si manifesta durante la progressione dell’infezione da HIV.

Cosa divide allora tutto l’uso e l’abuso… la vergogna di averli usati, viene soppressa dal coraggio di ammetterlo. Fino a quando il limite non ha danneggiato Mens e Corpore.
L’unico limite rimane accettare i propri limiti e averne paura.

Solo la paura salva.

Anche Obelix…





Ragazzo spazzola. Una storia vera. Parte seconda

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… continua

Poi le due se ne vanno chiudendosi dietro la porta della stanza, e Nicola rimane col signor Alfonso che dorme beato in pigiama a righe bianco e celesti, col viso avvolto nell’asciugamano fumante di vapore. “Eccellenza Vostra, buon giorno, Nicola, suo barbiere di fiducia per servirla, …dorme?” fa timidamente Nicola, senza ricevere risposta. “Non si deve preoccupare di nulla, signor Alfonso carissimo, ho una mano delicatissima e farò presto” continua il bambino, tuttavia, senza ottenere in cambio manco un’alzata di sopracciglio. Ma il bambino non gli dà peso. Il padrone dorme profondamente e Nicola pensa che comunque non dovrà svegliarlo. Anzi, sicuramente il signor Alfonso gli sarà grato quanto più lui riuscirà a dormire senza fastidi, infine risvegliandosi gradevolmente sbarbato. E Nicola è vispo e operoso. Dopo tutto, lui è qui per far la barba a don Alfonso e, dunque, la barba comincia a fare.

Così, preso un cucchiaio di crema da barba ed impregnato il pennello nell’acqua calda lasciatagli dalle due donne sul comodino in una ciotola di rame, il giovane barbiere comincia e ruotarlo all’interno della sua tazza fino ad ottenere una schiuma bella densa. Poi toglie con cura l’asciugamani dal viso del signor Alfonso e, come gli ha insegnato il maestro Nino, gli applica la schiuma sul viso maneggiando dolcemente il pennello con movimenti rotatori, fino quasi a coprirne la faccia.

Prim’ancora però ne osserva il viso: un viso lungo e cavallino, occhi forse grandi, una barba di tre, quattro giorni, una fossetta sul mento e, infine, la bocca che potrebbe celare un gran sorriso ma sembra serrata. A compendio, un’espressione di infinita pace. Ma, ci siamo. Nicola inizia delicatamente a radere Don Alfonso ed usa la minor pressione possibile. Se preme, rischia di sfregiare la faccia al suo illustre primo cliente e questo non deve avvenire. Il bambino è abile ed inclina la lama il più lontano possibile dalla faccia del signor Alfonso. Per evitare pressioni accidentali, con destrezza rara per un bambino, il piccolo barbiere mantiene nella mano il rasoio dalla punta del manico, gestendo la parte più difficile da gestire: l’angolazione del rasoio. Il manico dello strumento è perfettamente parallelo al pavimento. Nicola abbassa lentamente l’impugnatura fino a quando la lama potrà tagliare la barba di Don Alfonso. E Nicola va. Assai abilmente taglia e rade la parte destra del viso del Signor Alfonso, quella più difficile perché inclinata verso il cuscino, senza però che questi accenni minimamente ad infastidirsi o peggio, a svegliarsi. Nicola gli alza e gli tira distendendola di volta in volta la parte di pelle interessata al suo lavoro.

Friniscono le cicale su questo caldo pomeriggio salentino e tutto sembra filare liscio, il lavoro appare pulito pulito. La guancia destra del cliente, senza nemmeno il contropelo, è rasata alla perfezione, dalla basetta alla parte del collo-gozzo. Non rimane che concludere proseguendo con l’agile destrezza finora dimostrata. E allora Nicola dolcemente accompagna il viso del signor Alfonso a poggiarsi dall’altra parte. Il cliente ne segue placido i movimenti. Il bimbo si alza giusto il tempo di asciugarsi il sudore per poi di seguito svelto ripartire. Però Il viso del signor Alfonso è tornato a stare come prima, ed impunito e candido espone la parte rasata invece di quella ancora da lavorare. Così Nicola il barbiere si riarma di pazienza e con nuovo, piumato tocco riporta il viso del Signor Alfonso nella posizione utile ad una completa rasatura. Ma no, al signor Alfonso piace stare nella posizione di partenza e la sua testa si gira ancora una volta. Però a Nicola non manca la pazienza e ritenta la manovra fino a quando il signor Alfonso pare accontentarlo ed accomoda placidamente la barbuta guancia a favore di rasoio. E invece no, ancora no. Don Alfonso reclina nuovamente il viso dall’altra parte e questa volta lo fa aprendo i grandi occhi azzurri. “Cazzo, l’ho svegliato! Ora mi rimprovera di sicuro” pensa subito Nicola. “Mi scusasse, Eccellentissimo, avevo bisogno che mi favorisse la guancia, sarò stato indelicato… mi perdoni, faccio mille scuse, non succederà più” fa Nicola, come sempre d’anticipo sulla reazione dell’interlocutore.

Ma il signor Alfonso non risponde. No, lui non risponde più ed ha uno sguardo fisso, troppo fisso anche per un cliente incazzato. E allora, d’improvviso come per colpa di una stilettata, forsanche per un colpo di rasoio vibrato a tradimento sulla sua ingenuità, Nicola capisce tutto e di scatto si fa indietro. Vola il rasoio sul letto, per terra invece la tazza e il pennello. Terrorizzato, Nicola molla tutto e con un balzo ferino fa per scappare verso l’uscita.

Ma la porta è chiusa, l’avevan chiusa quelle signore e lui l’ha dimenticato. Si, la porta è chiusa ed è dura, inscalfibile anche al terrore di un fuggiasco. Lui l’ha dimenticato. Passano due ore e Nicola è ancora là, si risveglia con la faccia gonfia e la testa livida di un enorme bernoccolo. Meglio: passano due ore e Nicola si risveglia con la faccia gonfia e la testa livida di un enorme bernoccolo, sul letto. Anzi, meglio ancora: passano due ore e Nicola si risveglia con la faccia gonfia e la testa livida di un enorme bernoccolo sul letto, accanto al morto. Ma prima di ritentare la fuga, Nicola sente stringere la sua mano. È la signora Luisa che gli sorride e lo accarezza. E il bambino si rassicura. “Nicola, come posso farmi perdonare? Vuoi un po’ d’acqua, una gazzosa, del miele?” materna gli chiede la donna. “No no, quando ho la febbre il medico mi consiglia un bicchiere di vino rosso” risponde il bambino con un filo di voce. “Ok, ma poi mi prometti che finisci il tuo lavoro? …” Nicola beve il suo bicchiere di vino e finisce la barba, deve. Poi vola verso casa, da qualche parte in quel tramonto salentino. Perché Nicola vuol fare il barbiere ed ogni lasciata è persa.

 

P.s. Nicola (nome di fantasia) ora è rinomato barbiere pugliese sulla Casilina che ormai da più di 50 anni taglia i capelli ai vivi, compreso me. Ma, certo, lui però cominciò col morto.

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Ragazzo spazzola. Una storia vera. Parte prima

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Italia 1945. Quadro salentino. Provo a immaginare.

Una guerra finita da poco e tanto da fare o rifare. Dai suoi occhi verdi di bambino, Nicola si riempie lo sguardo da parte a parte nell’orizzonte. È un balcone a scivolo la sua fantasia dove tutto è possibile. Nicola sente il profumo della vita che sboccia e vola irraggiungibile sulla sua bici tra lecceti e muri a secco. Nel sole della campagna pugliese i sogni di un bambino crescono limpidi e beati.

Certo, però, Nicola ha già le idee chiare: a 11 anni lui vuole fare il barbiere. Quinto di sette figli, Nicola vuole fare proprio questo, perché è la barberia da Nino il posto del paese dove si viaggia e, se vogliamo, si sogna di più. Le storie che si raccontano lì lui non le aveva mai sentite da nessuna altra parte ed è proprio lì che lui vuole stare. Si, il barbiere, che però non basta. Nino il titolare, arriva a bottega sempre tardi. Le prime ore del mattino le trascorre a bordo della sua bicicletta coi freni a bacchetta, di casa in casa a prendere le pagnotte lievitate ma ancora da cuocere per portarle poi al forno comunale. Nino carica il pane su una lunga palanca di legno, quindi sulla testa, e poi, come un equilibrista, via sul pedale.

Nicola lo ammira, arriva prima a bottega e la tiene in ordine come ogni buon ‘ragazzo-spazzola’ avrebbe detto qualcuno. Nicola guarda, ascolta e impara. Bambino vispo con ancora la guerra negli occhi, lui ha la mano delicata e aspetta la sua occasione che, come ogni occasione, un giorno finalmente arriva. C’è da andare a casa del signor Alfonso a fargli la barba. Un tempo, in certi posti, chi se lo poteva permettere non si spostava da casa manco per farsi la barba. Nino il titolare è in ritardo e la signora Luisa attende davanti alla bottega già da un po’. La donna ha e mette fretta.

E allora: “dì un po’, Nicó, Tu la sai fare la barba?” fa con aria risoluta la donna al bambino. Nicola ha un attimo di incertezza. A pensarci bene, lo sa anche un moccioso, radersi non è una cosa banale. Peggio ancora farsi radere. In un certo senso, quando ci si fa radere, si mette la propria vita nelle mani di un’altra persona. È un atto di fiducia estremo. E chi è mai quell’uomo che affiderebbe la propria incolumità alle malferme mani di un bambino? Nicola ci pensa ma non esita. Decide che è giunta l’ora di fare il salto, e accetta.

Così, presi gli arnesi del mestiere, inforca la bici e parte alla volta di Casa Leone, la dimora di Alfonso Leone, un ricco notabile del posto. Strada sterrata, qualche chilometro tra i campi di grano e gli ulivi, poi finalmente il vialone tra i muriccioli a secco dell’enorme bianchissima masseria. Nicola appoggia la bici subito prima dell’entrata, un grande arco in pietra sempre aperto, e si presenta: “buon giorno, Nicola sono, per la barba del signor Alfonso…” La signora Luisa è già lì, arrivata poco prima a bordo del suo veloce calesse. Alla vista del luogo, Nicola resta impalato per qualche istante. Per lui è la prima volta. Un accecante bianco che balugina nei suoi occhi scuri socchiudendogliene uno. Quell’eterna, spietata battaglia tra luce e ombra, che trova pace solo nei finestroni di legno color verde bottiglia infissi negli stipiti di pietra viva di questa enorme casa bianca.

La signora Luisa gli si fa incontro. Lei è la giovane moglie di Don Leone, la moglie di seconde nozze. È qui da qualche anno, viene da Reggio Calabria. Raramente si vede in paese, qui lei è straniera. Ma è bella: fisico filiforme, incarnato moro, sottili capelli lisci e castani sulle spalle, occhi scuri e profondi, viso dolce da Madonna, gesto elegante. Oggi ha un abito fiorato chiaro che guarnisce con scialle di lino bianco dal delicato panneggio. “Vieni Nicó, ti accompagno da don Alfonso” fa al bambino seriosa la giovane signora prendendolo per mano. La donna lo conduce in un largo atrio senza tettoia con al centro un tavolino accompagnato da due sedie non uguali, in un bianco senza fine. Il luogo è aperto ma curato dall’ombra di ristoro di un grande, gigantesco albero di fico. La masseria sembra essergli stata costruita attorno. Infine, delle larghe scale che costeggiano parte delle pareti e portano verso le stanze alte, quelle private.

Ma la signora si ferma all’inizio delle scale: “va’ Nicó, su troverai delle altre signore ed il signor Alfonso che ti aspetta” fa la donna accarezzandolo teneramente. Nicola le sorride e fa come lei dice. Poi, con due balzi sale verso la sommità e d’un baleno è già sulla porta appena abboccata. L’apre, si infila e trova un lungo, fresco corridoio. Un pavimento a quadri bianchi e neri, lucidissimo. Nicola avanza con cautela. Si sentono delle persone parlare, una signora fa capolino dalla porta di una delle grandi stanze che su quel corridoio si affacciano. Poi lei si accorge della presenza del bambino. “Sono qui per la barba al signor Alfonso, Nicóla sono, il barbiere” l’anticipa lui. “Sì, vieni vieni, Don Alfonso è qui” fa la signora più anziana uscendo dalla stanza in compagnia di un’altra giovanissima, una ragazza. “Tu fai, e quando è tutto a posto ci chiami che continuiamo a vestirlo… Intanto lui ha già l’asciugamano caldo sulla faccia. Sapevamo che eri a minuti…” conclude la signora anziana.

La donna gli parla impalata insieme alla ragazza davanti la porta della stanza, velando sul resto lo sguardo curioso del bambino. Nicola riesce solo ad intravvedere che sul letto c’è sdraiato un uomo in pigiama. Ma non capisce. Le donne gli parlano mentre escono e Nicola rispettoso le ascolta e le segue con gli occhi mentre lui entra nella stanza voltando però le spalle a Don Alfonso.

Un curioso balletto.

…continua





Ahmed.

L’aveva sognata. Se ne ricordò mentre preparava l’ennesima pizza nel suo locale, uno dei più frequentati nella zona universitaria.

È strano come funzionino le associazioni di idee – l’impasto ricoperto di farina e la salsa di pomodoro, il contrasto tra bianco e rosso, un’immagine abituale che in quel momento gli fece venire in mente il sogno. L’aveva sognata invasa dal bianco accecante della luce africana e dal rosso, quello del sangue proveniente dal mattatoio vicino al porto, che colava nel mare facendo accorrere a decine gli squali: Massaua, l’Eritrea, erano offuscate nella memoria ma certi particolari tornarono nitidi. Quel sogno era stato come un viaggio nel tempo. Si era rivisto bambino, seduto fuori dalla soglia di casa. Aveva risentito i vagiti provenire da una delle finestre e poco dopo era arrivato il suono gioioso della zaghrouta fatto dalle donne, che annunciava la nascita di un altro fratello. Nel sogno ricordò poi di aver sbattuto improvvisamente i piedi per terra e come per magia di essersi ritrovato a volare sopra il porto della città: dall’alto aveva visto le sagome degli squali che procedevano isterici in direzione del mattatoio, attratti dal sangue in acqua. All’improvviso la sensazione di cadere nel mare ed il risveglio di colpo che ne era seguito. Era stato un sogno di ritorno a luoghi d’infanzia e a paure con le quali si era abituato a convivere.

Fuggito dall’Eritrea, Ahmed era approdato in quella pizzeria che era ormai un luogo di incontro di tanti studenti universitari.

Mentre il ricordo del sogno era quasi svanito entrò nel locale Giacomo, studente fuori sede e presenza abituale. Quella sera l’atmosfera era particolarmente rilassata, non passavano molti clienti e questo ad Ahmed non dispiaceva; quel sogno lo aveva risucchiato in una spirale di malinconia, rallentandone i gesti. 

“Ciao Giacomo, il solito?”

“Si Ahmed grazie. Ti vedo stanco stasera.”

“Si un po’. Anche tu mi pare non abbia una bella cera.”

“Infatti. Sto preparando l’esame di storia delle dottrine politiche, da Socrate a Marx, non so se mi spiego.”

“Roba pesante” fece Ahmed.

“Eccome! e tra qualche anno probabilmente non ricorderò quasi più niente.”

“Vero. Si dimentica tanto ma per fortuna qualcosa resta. Proprio poco fa ho avuto dei ricordi di  Massaua, il posto in cui sono nato. L’ho sognata la scorsa notte.”

“Un bel sogno allora” disse Giacomo.

“È stato un sogno strano.”

“Ma pensi mai di poter tornare a casa un giorno?” ribatté Giacomo.

“Quando scoprirò dov’è” rispose Ahmed.

“Credevo fosse l’Eritrea la tua casa.”

“No. Ha smesso di esserlo tanti anni fa, e anche se adesso vivo qui, ciò che mi circonda non mi somiglia e non mi appartiene.”

“Sai Ahmed, anche io non mi sento molto a casa in questa città, ma allo stesso tempo ho investito nella laurea e spero di trovare un lavoro qui quando finirò di studiare.”

“Ti capisco Giacomo. Sei ancora giovane, la troverai una strada e una casa prima o poi.”

A quel punto lo sguardo di Ahmed oltrepassò il bancone della pizza e si diresse fuori in direzione del marciapiede e poi in alto, verso il cielo già scuro.

Giacomo istintivamente seguì con lo sguardo il punto in cui gli occhi di Ahmed si erano fermati.

“Cosa c’è Ahmed?”

“Guarda che bella luna” gli  rispose Ahmed.  

“Non me ne ero accorto” disse Giacomo, “Pensa, l’avevo scambiata per la luce del lampione.”

Allora entrambi guardarono di nuovo verso l’alto per qualche istante.

La pizza che Giacomo aveva ordinato era ormai pronta. Il ragazzo pagò e prima di andare via fece un cenno di saluto con la testa.

Ahmed aveva avuto modo di incontrare tanti studenti negli anni: di alcuni aveva mantenuto traccia, molti erano andati via a cercare lavoro, altri erano rimasti , altri ancora passati come comparse e poi spariti  nel nulla.    

Quella sera chiuse il locale in anticipo, aveva voglia di fare due passi prima di tornare a casa. Il viale dell’università era insolitamente deserto e silenzioso. Cominciò a camminare accompagnato dal suono di tante immagini di luce –  Massaua era distante da tutto, ma la luna era la stessa di un tempo e ritesseva un filo di ricordi. Sembrava dare respiro ad altri giorni che sarebbero arrivati, prima o poi. Perché Ahmed questo lo sentiva. Sentiva che era ancora intenso in lui il richiamo di una vita nuova.

Arrivato a casa, salì le scale del palazzo, inserì la chiave nella porta, la aprì silenziosamente e vide solo la luce della spia della caldaia brillare nel buio. Carla era già addormentata.  Ahmed fece i soliti gesti prima di coricarsi accanto a lei e percepirne il calore del corpo. Avrebbe voluto raccontarle in quel preciso istante il sogno di Massaua e le sensazioni di fine serata, con la speranza che lei potesse capire. Pensò poi al fatto che nel sogno lui era volato via, forse per sfuggire a tutto quello che era venuto dopo: la guerra e quel senso di paura ed estraneità che comporta, quel non sentirsi più a casa da nessuna parte. Strinse allora forte Carla, quasi a volerla svegliare, ma lei non si mosse. Avrebbe avuto bisogno anche solo di una parola, un gesto di lei, per sentirsi nel presente. Le diede solo un bacio sui capelli e si voltò dall’altro lato, chiudendo gli occhi.

Immaginò di essere ancora una volta il bambino del sogno, seduto sull’uscio, ma stavolta non sarebbe volato via. Semplicemente sarebbe corso dentro casa a sbirciare quel fratello appena nato tra le braccia della madre, circondato da visi familiari. Magari poi sarebbe andato verso il porto a guardare la luce riflessa sul mare, sperando un giorno di non dover scappare da là, ma soltanto di poter partire per poi ritornare. Avrebbe cancellato le macchie di sangue del mattatoio e avrebbe fatto sì che al posto degli squali ci fossero tanti pesci colorati con i quali nuotare senza paura. Sarebbe stato bello rivivere quel sogno ritrovando tutto quello che aveva perso. La sola illusione che ciò fosse possibile lo fece sentire meglio. Immerso in quei pensieri si addormentò poi piano piano, grato di quel corpo amato sdraiato accanto al suo, mentre il ricordo della luce africana lo accompagnò nel sonno.           





In cerca degli Angeli.

I binari finiscono contro il muro. Die Mauer. Da una parte il brusìo del traffico, le luci al neon, le grandi marche automobilistiche col logo sopra al grattacielo, i turchi, i parchi silenziosi e deserti.
Dall’altra, ad Est, i palazzi della nomenklatura, quelli ben tenuti ma disabitati perché vicini alla terra di nessuno. Sul confine. Segnato dal Muro [lo indicherò sempre in maiuscolo, poiché aveva il suo nome proprio], e dalla Spree, il fiume. Nella terra di nessuno, dove le camionette col motore tricilindrico a due tempi erano parcheggiate, vi erano vaganti dei conigli. Li chiamavo i conigli di nessuno, né dell’Est né dell’Ovest. Né grassi, né magri. Conigli tedeschi. I Vopos [la polizia militare della DDR] camminavano su e giù per ingannare il tempo, quello sospeso, tra Est e Ovest.
 
La mia Berlino, quella che ho vissuto in un lasso di tempo tra il Millenovecentoottantanove ed il Millenovecentonovanta, era un’isola divisa a metà, nel mare del blocco socialista. Un paese controverso, per metà portava sulle spalle la responsabilità del nazionalsocialismo, che mise a ferro e fuoco l’Europa. Con il suo Staat improntato sulla polizia segreta, articolata dalla paranoia dello spionaggio, come ad essere la specularità della caccia alle streghe del Maccartismo più feroce. Ma, Berlino, era il fulcro, il centro del contatto tra i due blocchi, il contrasto vivente tra i due sogni, quello socialista e quello occidentale. No, non mi sento di chiamarlo capitalista; un sistema economico ha bisogno di gestione dei capitali. Semmai la distribuzione equa di questi è la causa di molti conflitti. Tornando ai grandi marchi teutonici, molto dell’industria pesante, aeronautica e bellica in generale, fu sapientemente riconvertita nel dopoguerra. E chi fabbricava aerei, poi frigoriferi. Carri armati, poi automobili. Spolette per bombe, poi ascensori. Cannoni, poi acciaio per usi civili e navali.
La DDR era un paese speculare alla RFT, ovvio, erano tutti tedeschi. Per carattere, mentalità, struttura, fattura. Geni.
Vivevo in Oranienstrasse. Quartiere Kreuzberg. Le case occupate erano tenute molto bene, ci abitavano tutti, punks, femministe, bambini. Tutto era germanicamente perfetto. Difficile pensare che si fosse in un palazzo occupato. La cucina in comune, il bagno [dove le finestre davano sul corridoio. Senza tendine.], le stanze. Tutto era magnificamente pulito, organizzato, germanico. Turni per le pulizie per tutto il palazzo, colazione tutti insieme dalle sette, cena tutti insieme alle ore diciassette. Sembrava una caserma. Le riunioni per organizzare, discutere e civilmente incazzarsi. Fermamente. Le lunghe discussioni politiche facevano parte della vita del palazzo. E tutto questo senza alcuna retorica. I concerti con i gruppi prezzolati ed un gran movimento di musica in ogni dove. La mia Berlino con la U-Bahn e la S-Bahn coi treni gialli e l’orso rampante nello scudo bianco, simbolo della città. 
In quell’anno, Wim Wenders, anzi un anno prima, girò quel famoso film… quello di un paio di remake… ma il suo, nonostante un seguito, fu seminale. In fondo cosa espressamente cercavo, vivendomi e perdendomi a Berlino…
 … Angeli …
Siegessäule …
La città degli angeli, così viene a volte ricordata Berlino e non ne comprendi appieno il significato finché non vedi brillare nel cielo alcune delle sue più belle statue.
Da Friedrichschain andando verso Ovest e passando per AlexanderPlatz c’è una lunga strada che attraversa il Tiergarten. Un parco fitto, dove in una piazza si trova la prima grande colonna che sorregge un angelo. Questa si trova sopra la Colonna della Vittoria.
Dalle fabbriche incatramate della Berlino industriale, dove a milioni soffocavano uccisi dal sogno della fortuna. Altri già volavano, su prototipi di vanagloria e Zeppelin suicidi. Dalle balere fumose e dalle prigioni ghiacciate, da dietro confini invalicabili e fumi di droghe, dal retrobottega dei negozi blindati.
Angeli tutti, con occhi spenti e visionari, angeli di luce e messaggeri di distruzione.
Damiel e Cassiel.
Le ali di Berlino celeberrime e grandiose, tutte d’oro e rame e foriere d’avventura. Irene, la prima celebre alata prussiana. La Pace o Vittoria troneggia sopra la nuova entrata regale, la Porta di Brandeburgo con il suo neoclassico ottimismo. Le ali del bene, la nazione compiaciuta promette Vittoria o Pace alla sua gente. Utopia bipolare elevata venti metri sopra il popolo, Irene cede all’altra sponda e diventa una Vittoria, Ferro scaccia l’Alloro di pace…
Partorisce poi altre ali, più grandi e maestose, d’oro come la gloria pregustata. È Vittoria questa volta, nessun battesimo sbagliato. S’erge imponente e maestosa a guardare l’avversario, dall’alto in basso e da una distanza che già si immagina annullata, conquistata.
… Angelo Azzurro…
Angelo azzurro di perdizione. Ali sensuali e depravate irretiscono la vittoria consegnata alla storia, stravolgono il valore della Prussia razionale. Marlene Dietrich, spregiudicata, è un angelo di corruttore edonismo, mette ali di piacere sulle spalle dei suoi concittadini, incatenati. Lapidata in fretta è la libertà dell’amore, il piacere è criminale e la realtà deve far male. Le prossime ali sono quelle metalliche di bombardieri dentro al cielo di Berlino. Roboante distruzione, che arriva alata a sventrare case, ad alzare la polvere del Brandeburgo in faccia alle persone. Angeli morti, e quelli vivi che non possono che piangere. Lutto perpetuo della sabbia insanguinata.
Quello sopra Berlino, s’intende, alato anch’esso di piume invisibili, a volte di pace e altre di sangue.
Da ovest ad est percorrendo questo viale, fino alla porta di Brandenburgo, a destra i quartieri di Wilmersdorf Schoneberg e Kreuzberg, a sinistra, Charlottenburg, Moabit e Mitte.
“A ogni passo, a ogni colpo di vento, vorrei poter dire Ora Ora e Ora e non più Da sempre, In eterno”.
Potsdamer Platz oggi è scintillante. Il palazzo della Sony tra acciaio e vetro, i turisti come formiche tra un bock wurst ed un curry wurst. Vicino, la Staatsbibliothek in Potsdamerstrasse, la casa ove dimorano gli angeli.
 
La piazza la ricordo come un luogo desolato, silenzioso, avente il suo bellico silenzio. Con il rimasuglio di una monorotaia sperimentale.  
Poco lontano, il Checkpoint Charlie. Vous sortez du secteur americain, you leave american sector… le truppe NATO di stanza a Berlino erano in perenne addestramento; tanto che se eri in riva al lago di Wannsee potevi vederli uscire dai cespugli col face camouflage ed i mitragliatori in posizione di ingaggio. Mentre all’est, girando così per caso, all’entrata di un palazzo era apposta una targa che palesemente diceva che quelli erano gli uffici del KGB.
 
… il muro. Ovunque.
…per chi non è mai stato a Berlino durante la presenza del Muro, immagina una linea quasi retta che divideva la città. Il Muro era ovunque. Non potevi evitarlo, ad ogni cambio di direzione, in bicicletta, a piedi o in metropolitana, lo trovavi sempre davanti. Potevi ammirare la Porta di Brandeburgo, da dietro di esso. Potevi vedere ancora gli edifici fantasma, con i buchi dei proiettili di qualsiasi calibro. Proiettili russi per la maggior parte. E il silenzio… di quel cielo sopra…
 
”Come fui sul monte e arrivai al sole dalla nebbia della valle
il fuoco ai bordi del pascolo
le patate nella cenere
il capannone delle barche sul lago
la croce del sud
l’oriente lontano
il grande nord
l’ovest selvaggio 
il grande lago dell’orso”
 
Peter Handke recitava i suoi versi. Mentre ad un motociclista, seduto sul ponte della Stresowstrasse, esce sangue dalle orecchie. Andando verso Spandau…
Molti i nomi evocativi in questa città. Spandau. Il carcere.  Fu costruito nel 1876 e demolito nel 1987 dopo la morte del suo ultimo recluso, Rudolf Hess, per impedire che divenisse un “santuario” dei movimenti neo-nazisti. I tedeschi hanno fatto i conti con il loro passato. Hanno avuto il coraggio di distruggere e relegare nell’oblìo del nulla la loro vergogna. 
Da Rudow a Wittenau…la linea del muro racchiudeva il centro geografico della città.
«Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia?» (Marion)
Tornai a Berlino dopo quindici anni. La capitale era cambiata, tornata, anzi mai andata via. Il Reichstag con la sua cupola scintillante, il traffico ordinato, i pullman dei turisti, i cimeli sovietici, i monumenti commemorativi, le visite guidate. 
Oltre al ricordo, anche per me quasi svanito, conservo un piccolo pezzo di Muro in casa. Un elmetto che è andato in cantina. 
“Credo profondamente all’esistenza di esseri ultraterreni”.
Rainer Werner Fassbinder così definì l’idea di una Berlino a degli studenti nel 1979.
E tra gli eventi della Vita trascorsa, queste presenze hanno avuto il modo di manifestarsi, anche se sommessi, invisibili … silenti. 
… le isole tristan da cunha
il delta del mississippi
stromboli
le vecchie case di charlottenburg
albert camus
la luce del mattino
lo sguardo del bambino
andare ad abbeverarsi alla cascata
le macchie delle prime gocce di pioggia
il sole
il pane e il vino
il saltello
pasqua
le venature dei fogli di carta
l’erba che si muove
i colori delle pietre
i ciottoli sul letto del ruscello
la tovaglia bianca all’aria aperta
il sogno della casa nella casa
il vicino che dorme nell’appartamento accanto
la quiete della domenica
l’orizzonte
la luce della stanza nel giardino
volare di notte
andare in bici senza mani
la bella sconosciuta
mio padre
mia madre
mia moglie
mio figlio…
 
Così…tornai a Roma. Attraverso mezza Europa, ancora divisa. Ancora divisa. Oggi.




La signorina.

Io la vedo quasi tutti i giorni la Signorina.

Arriva la mattina presto, nel momento in
cui comincio a spolverare l’ufficio del direttore. Mi piace
ascoltarne i passi che fanno eco lungo il corridoio del piano e
che la portano in una delle tante stanze, piena di faldoni. Una volta li
ho pure contati quei passi; mi sono concentrata sul rumore e mentalmente ho
cominciato a calcolare: quattordici. Dall’ascensore fino alla porta della sua
stanza sono quattordici, lo dico con certezza. Quattordici rintocchi
familiari che ogni mattina mi fanno compagnia mentre pulisco l’ufficio più
importante di tutto il palazzo. 

Lei non lo sa, ma ormai conosco a memoria le sue
mosse non appena varca la soglia della sua  stanza. Per prima cosa toglie la giacca,
appoggia la borsa su un mobile di legno, accende il computer che
comincia a fare strani suoni, poi controlla tutte le carte sulla scrivania che
ha di fronte: è precisa la Signorina,
me ne sono accorta.

Quando entro nella sua stanza per fare le
pulizie e lei ancora non c’è, mi diverto a guardare gli appunti
che lascia in giro. Una volta ho trovato sul suo tavolo una lettera d’amore:
sono rimasta sorpresa, l’aveva stampata dal computer come un documento qualsiasi
e dimenticata là. Quanto era bella quella lettera, per un attimo volevo
prenderla, ma poi ho avuto paura che entrasse qualcuno e mi vedesse e non ho
voluto rischiare.

Un’altra mattina, invece, avevo finito il turno e
me ne stavo andando; sono passata davanti alla porta della sua stanza
e ho sbirciato dentro, come faccio sempre per essere sicura che tutto sia
stato pulito:  la Signorina era lì da sola, in piedi con il viso rivolto
alla finestra e guardava fuori. Mi è sembrata triste, un pò come me quando
penso a Tonino mio che sta lontano. Mi ha fatto tenerezza vederla in quel
modo, ma non ho avuto il coraggio di dirle nulla perché mi sentivo in colpa per
averla guardata senza che lei se ne accorgesse; sono discreta, è
necessario per il mio lavoro, e poi certe cose io le capisco.

Da quel giorno è successo altre volte: la Signorina, immobile davanti alla
finestra con gli occhi persi chissà dove, che sembrano chiedere aiuto a
qualcuno là fuori. Una volta ho provato pure a guardare da un’altra finestra se
magari ci fosse una persona affacciata nel palazzo di fronte, per capire cosa
stesse realmente osservando: niente di niente, nessuno.

Non so perché, ma ho cominciato ad
affezionarmi alla Signorina e
penso che anche lei si sia affezionata un po’a me. Mi saluta sempre con un
sorriso quando mi vede, e questa cosa mi fa sentire bene.  

E così, ogni mattina, ho un compito speciale da
svolgere appena arrivo al lavoro: lucido lo specchio che è attaccato ad un
parete della sua stanza, quasi nascosto. Lo faccio per lei, perché so che di lì
a poco, in quell’angolo e davanti a quello specchio, la Signorina stenderà un po’ di trucco
sul viso,  prima che arrivino gli altri colleghi.

Un trucco leggero, come un utile
velo, per nascondere chissà quante cose.

Credo che in tutti questi anni solo a me sia stato concesso di vederla veramente senza quel velo, quasi bambina. Di questo le sono grata.   





Yokai, Oni, Yurei: suggestione, superstizione o religione?

Immagine tratta da dirittodotme.files.wordpress.com

Spesso, guardando al paese del Sol Levante, non possiamo fare a meno di riconoscere quanta originalità (e a volte stravaganza) ci sia in molte sfaccettature della cultura nipponica.

Manga, letteratura, riferimenti cinematografici più o meno
palesi e facilmente individuabili, citazioni di divinità che ai nostri occhi
paiono assurde ed anacronistiche.

Già, perché dovete sapere che il Giappone viene definito come “il Paese con otto milioni di divinità”, divinità che risiedono un po’ ovunque e che agli occhi di noi Occidentali appaiono ben poco divine.

Centinaia sono gli esempi che potrei fare per dimostrarvi quanto spesso, davanti ai miei occhi di appassionato (e vi garantisco che ora che ve ne parlerò vi accorgerete di quanto spesso sono passati anche davanti a voi!) , ho visto passare rimandi e citazioni a questa che è un’ altra particolarità della cultura nipponica, che spesso mi ha “costretto” ad andare a ricercare la genesi di questa o quella citazione.

Immagine tratta da medias.spotern.com

Non dimenticherò mai quando, durante la visione de “La principessa Mononoke”, del Maestro Hayao Miyazaki, vidi per la prima volta sullo schermo i divertentissimi kodama, rappresentazione degli spiriti della foresta. Ne rimasi così affascinato che, una volta tornato a casa, corsi a sfogliare un bellissimo libro illustrato, “L’enciclopedia dei mostri giapponesi” di Shigeru Mizuki, per saperne di più!! Da quel giorno, ogni volta che mi capita di cogliere quello che credo essere un rimando a qualche spirito o divinità, in qualche film o fumetto, corro a cercare conferme, e spesso le trovo con facilità!!

Vi ricordate Samara, l’inquietante bambina di “The ring”? E se vi dicessi che il suo aspetto è stato deciso citando i tratti distintivi degli “yurei” giapponesi? Non mi credete?!

Ok, andiamo con ordine, magari vi farò cambiare idea… 

La parola giapponese che viene usata, sopratutto nello shintoismo per indicare qualsiasi entità dotata di una particolare forza è kami. Ad esempio in quasi tutti i templi shintoisti si possono trovare un albero maestoso o una roccia dalle forme inusuali adornati con gli shimegawa, corde che delimitano la zona sacra in cui abita il kami. Possiamo ben dire che in Giappone, ogni cosa è un kami, viva e dotata di energia spirituale; gli uomini non sono i padroni incontrastati della Terra: la dividono con altre entità, con cui è necessario che mantengano rapporti di equilibrata convivenza.

In un Paese come il Giappone, tormentato da terremoti e dagli incendi, gli uomini hanno imparato a celebrare riti per chiedere scusa alla Terra, e a pacificare gli spiriti della stessa prima di gettare le fondamenta di una nuova costruzione. L’universo delle entità e delle creature mistiche (mutuate dalle filosofie buddista e shintoista) che popola l’immaginario collettivo nipponico è assai popolato e variopinto. Queste entità possono essere suddivise principalmente in quattro categorie: yokai, bakemono, oni e yurei.

Immagine tratta da kotodamaandteatime.files.wordpress.com

Sono definite yokai tutte quelle creature che vanno al di là della comprensione umana; creature inquietanti, apparizioni, che però non sono necessariamente malevole anzi, esistono yokai pacifici che scelgono di non interagire con la sfera umana.

Gli yokai sono mostri dotati di poteri straordinari, divini, generalmente con una fisionomia umanoide, anche se non è raro individuare yokai con fattezze di animali, o di oggetti, o addirittura dotati di forme astratte indescrivibili; spesso possiedono la dote di mutare il proprio aspetto a loro piacimento: in questo caso gli yokai prendono il nome di bakemono (obake, una forma più rispettosa per definire la stessa entità).

Il bakemono è qualcosa che ha cambiato il proprio stato, la propria natura; per i giapponesi è fondamentale mantenere l’ordine prestabilito delle cose e così vedono come una calamità ogni anomalia rispetto alla consuetudine. Credenza diffusa è quella secondo cui ogni animale che raggiunga una innaturale anzianità acquisti poteri magici sovrannaturali: quello di mutare la propria forma, appunto, e quello di ingannare gli uomini con visioni. Gli obake presentano alcuni tratti distintivi: un particolare colore della pelliccia, la dimensione eccezionale, e la presenza di più code (spesso nei gatti e nelle volpi).

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Esistono numerosissimi tipi di yokai; tra i più conosciuti troviamo i kappa, considerati divinità acquatiche minori, simili a tartarughe semi umane fornite di becco, nati anticamente per spaventare i bambini così che non si avvicinassero a luoghi vicini ad acque profonde, narrando che i kappa fossero in grado di trascinare chiunque a fondo verso morte certa.

Vengono chiamati tengu le creature umanoidi con il naso lungo, il volto cremisi e le ali da uccello; si narra che fossero oppositori sovrannaturali del buddismo, e che uccidessero i monaci afferrandoli con le zampe artigliate e lasciandoli cadere nel vuoto. Oggi possono essere considerati sia amici che nemici dell’uomo; nel primo caso sono protettori dei monti e delle foreste, mentre quelli malvagi si dice che siano il prodotto della reincarnazione delle anime di chi ha vissuto la propria vita con arroganza.

Tra gli yokai che hanno forma animale, troviamo i kitsune, bakemono dall’aspetto di volpe in grado di assumere l’aspetto di donne dalla bellezza stupefacente. In passato erano ritenute creature ingannatrici, mentre oggi sono ritenute creature sagge e formidabili guardiani.

Così come per ogni essere umano, le credenze shintoiste attribuiscono un’identità a tutti gli oggetti. Quando questi oggetti raggiungono il centesimo anno di età, si crede che questi oggetti acquisiscano un’anima, diventando vivi e coscienti; questi oggetti prendono il nome di tsukumogami, e il loro nome vuol dire proprio oggetto divino.

Gli oni sono ciò che più si avvicina alla concezione occidentale dei demoni: antropomorfi, grandi, muscolosi e dotati di corna. Le loro mani spesso hanno solo tre dita, artigliate, e hanno una bocca smisuratamente ampia e dotata di denti aguzzi; alcuni risiedono nell’Inferno buddista e tormentano i dannati nei modi più atroci. Le origini degli oni sono state a lungo dibattute da antropologi e studiosi delle religioni, da cui sono scaturite teorie differenti: sia che abbiano radici nella dottrina dello yin e dello yang, sia che si possano riconoscere nelle semidivinità infernali shintoiste, agli oni sono ascrivibili caratteristiche ben precise: antropofagia, potere di trasformarsi, la capacità di emettere luce e, nonostante sembri in completa antitesi con quanto detto fin ora, la capacità di portare fortuna.

Immagine tratta da oubliettemagazine.com

Anche se spesso vengono associati agli obake, si parla invece di  yurei quando si vogliono indicare gli spettri dei defunti incapaci, per qualche ragione, di raggiungere l’aldilà.

La classica rappresentazione degli  yurei giapponesi si presenta con lunghi capelli neri,scompigliati, una veste bianca da cui non spuntano gambe, un triangolo di carta sulla fronte, e in perenne compagnia di due fuochi fatui (hitodama).

La genesi degli  yurei è riconoscita dallo shintoismo nel reikon: ogni essere umano, nella cultura giapponese, possiede uno spirito, un anima (chiamata reikon, appunto).

Al momento della morte, il reikon lascia il corpo e
resta in attesa del funerale prima di potersi riunire ai propri antenati
nell’aldilà.

Se le cerimonie vengono svolte nel modo appropriato, il reikon del defunto diviene protettore della famiglia, e torna a farle visita durante la festa obon,ogni anno ad agosto, quando i vivi porgono ai defunti i propri ringraziamenti.

In caso invece di morti improvvise, o violente, o in caso di riti funebri non celebrati nel modo corretto (o anche in caso di spiriti trattenuti nel modo dei vivi da emozioni troppo forti), il reikon diviene uno yurei e riesce ad entrare in contatto con il mondo fisico.

Lo yurei può in alcuni casi infestare un oggetto, un luogo, una persona, e l’unico modo per scacciarlo e rimandarlo nel luogo che gli è consono è celebrare i riti funebri o risolvere i conflitti emotivi che lo tengono legato al mondo fisico, anche se esistono forme di esorcismo in grado di ottemperare a tale compito.

Immagine tratta da i.ebayimg.com

Approfondire fin nel dettaglio questo mondo ancestrale, che spesso viene preso in prestito da manga, cinema, letteratura, videogiochi (possiamo citare i famosi Pokemon, piuttosto che le creature create ad arte dal maestro Hayao Miyazaki, il gigantesco Godzilla, o i giganti antropofagi di Attack on Titans, ad esempio) è compito arduo, se non addirittura impossibile. Se però quanto fin qui esposto ha catturato la vostra attenzione, consiglio vivissimo è quello di tentare la lettura di un testo, “La paura in Giappone” di Marta Berzieri, che ha studiato il fenomeno dei mostri nella loro terra d’origine, tramite interviste e ricerche. Un viaggio condotto in modo magistrale e degno di nota, attraverso le creature e le entità che costellano le credenze religiose nipponiche, il teatro kabuki, cercando di svelare retroscena di una cultura secolare che nasconde ben più di semplici mostri inventati per spaventare i bambini. 




Le lettere.

Questa casa. Questa casa ha un unico pregio, quello di essere
veramente vicina all’Ospedale dove lavoro: sono una Farmacista Ospedaliera, mi
toccano le reperibilità e anche i turni festivi, meglio abitare vicino
all’Ospedale.

Questa casa. Questa casa era di mia madre, ci venne a vivere
dopo essere rimasta vedova: è ancora piena di cose sue.

Di suo marito, cioè di mio padre, solo poche tracce.

Una fotografia in camera da letto, il giorno delle nozze:
sorridono, chissà se erano veramente felici.

I libri, quelli ce ne sono tanti, gli scaffali del corridoio, questo
corridoio così lungo che potrebbe ospitare una stazione ferroviaria, ne sono
invasi.

Non ci sono spazi liberi.

I libri. Sono libri che non ho acquistato io, sui quali non ho
studiato, mi sono estranei.

In forma neutrale. Non li sento nemici ma nemmeno provo per loro
qualche forma di affetto, che potrebbe farmi dire che questi libri sono
importanti per me.

Forse lo erano per mia madre, forse lo furono per mio padre, ma ormai
non ho più la possibilità di chiederglielo.

Ma. Ma tra qualche giorno dovrò prendere una decisione, decidere
cosa tenere per me e cosa invece buttare, del contenuto stratificato nel tempo
di questa casa.

La venderò, ne ho già vista un’altra che mi piace, e che è più
adatta al desiderio di spazio confortevole, ridotto, sufficiente per le
esigenze di una ragazza che vive da sola.

E che probabilmente continuerà a vivere da sola: questa città mi
accoglie con diffidenza, dopo gli anni trascorsi in una metropoli a studiare, e
poi a lavorare in un altro Ospedale.

Mi sono definita ragazza. Mi sento una ragazza. Con tanto tempo
per pensare e sognare e fantasticare, non d’amore o altre frivolezze del
genere: sono una farmacista, sono abituata alle dosi, alle reazioni e a capire
se qualcosa non funziona più, ha perso d’efficacia.

Lui. Lui vive lontano da me, dice che in fondo non è una cattiva
cosa. Così assorbito dal lavoro, e dai pensieri e dalle responsabilità.

Ci vediamo. Ci vediamo ogni due o tre settimane. Lui viene qui,
ha un piccolo trolley blu, semivuoto quando arriva e semivuoto quando parte.
Non riesce a portare via con sé niente di me, non riesce, forse non vuole. O
forse non fa parte del suo modo di vivere, lui è un ingegnere, vive per
algoritmi, lui funziona, con i sentimenti in background.

Sembra una di quelle storie che devono finire ma non trovano neanche la forza di finire: sarà una
questione di energia cinetica residua, prima o poi salterà un viaggio, poi
l’altro e quindi non ci telefoneremo neanche più, solo qualche messaggio
cordiale e poi basta.

Dissipati; una storia finita in frammenti atomici a basso
livello di reattività, per i quali non esiste colla adatta a ricomporre il
tutto.

Forse passerà qualche settimana, forse alcuni mesi: potrebbe
capitare di reincontrarci nella nostra città, al Sud: penso che lo eviterò, non
voglio più sciupare affetto.

Forse è già finita, Non serve che io faccia nulla, è già finita,
smetteremo di vederci e amen.

Oggi ho preso un libro dallo scaffale in basso. È stato un incidente, frutto di una distrazione.

Cioè non è che lo avessi preso per leggerlo, mi era scivolato un
orecchino a terra, mentre tentavo di infilarlo camminando verso l’uscio.

Così mi sono inginocchiata e ho guardato lo scaffale.

La luce che entrava nel corridoio creava una barriera tra me e
l’orecchino, una barriera di fotoni e pulviscolo atmosferico, così ho dovuto
abbassarmi ancora un po’ per guardare meglio.

Le orecchie mi ronzavano per il silenzio assurdo che c’era in
casa, ho visto l’orecchino e anche il libro accanto al quale era caduto. Ho
esitato un attimo, il ronzio si è stabilizzato e ho potuto decidere di
allungare la mano e prendere quel libro.

Perché. Perché si vedeva una busta spuntare dal centro del
libro, una busta bianca da lettera.

Poi, senza motivo ho allungato la mano causando agitazione nel pulviscolo
luminoso, e ho tolto il volume dalla sua sepoltura, l’ho aperto e ho sfilato la
busta. La busta aveva un francobollo nuovo, era chiusa e senza indirizzo.

Sono rimasta senza fiato: sulla busta c’era il mio nome.
Alberta.

Qualcuno che aveva vissuto in quella casa aveva pensato di
scrivermi una lettera senza poi spedirmela.

Ho guardato meglio il francobollo, esponendo la busta alla lama
di luce, e causando un vorticoso movimento del pulviscolo illuminato, era una
edizione commemorativa dei campionati mondiali di calcio, Spagna 1982.

L’anno della mia nascita.

L’anno in cui moriva mio padre.

Ho aperto la busta, mi tremavano le mani e le gambe, mi sono
lasciata scivolare e ho appoggiato le spalle alla libreria.

Ho iniziato a leggere.

Bolzano, 25 settembre 1982

Ad Alberta                    

Ti piacciono i Genesis?

Perché c’è una premessa, una prefazione a quello che ti dirò
dopo.

Dopo aver pranzato in facoltà ho un po’ di tempo libero prima
della prossima lezione, ho preso il walkman e ho riascoltato Selling England by
the pound, meravigliandomi del miracolo compositivo che ha caratterizzato la
musica dei Genesis, che non è rock ma barock, nel senso di rock barocco.

Ma in senso positivo, perché anche tu lo sai (forse non lo sai
ancora, ma lo scoprirai, voglio insegnartelo) che quella forma d’arte
denominata barocca può avere delle punte di bellezza assoluta.

Cosa scrivere ad una figlia che ancora non parla, e non sa leggere?
Posso raccontarti qualcuno dei miei punti di vista sulla vita.

Cambio argomento (ma i Genesis torneranno), e ti spiego quella
che è a mio parere la stechiometria del rapporto di coppia: una reazione
complessa, in diverse fasi, che prevede metamorfosi e trasformazioni,
sedimentazioni e reazioni.

Prendere due corpi umani, possibilmente dotati di cervello, io
preferisco che siano un maschio e una femmina ma “de gustibus non disputandum est”, metterli in condizione di potersi
osservare, ascoltare, annusare. Se esiste affinità molecolare e sensoriale avviene
la prima reazione: l’attrazione fisica.

Se uno dei due elementi non si sente attratto dall’altro si avrà
un no contest, nessuna reazione e quindi nessun salto al livello superiore.

Immaginiamo invece che la reazione sia possibile: a questo punto
due individui normali -riscaldati ed eccitati dalla attrazione di cui sopra – saltano
al livello superiore, l’innamoramento.

Questa è una fase ad altissimo dispendio energetico, transitoria
e di breve durata: non si resta innamorati a vita, la molecola che si forma
dopo che l’amore ha dissipato la sua forza esplosiva non ha un nome preciso, ma
possiamo chiamarla affezione.

Quindi appare evidente che chiedere di continuo al partner “mi ami, mi ami ancora?” è fuorviante e
anche provocatorio. Voglio vivere per sempre (si spera) con te, ma non
chiedermelo ancora se ti amo: potrei deluderti dicendoti che ti ho amato per il
tempo che ci vuole a due atomi di idrogeno a scegliersene uno di ossigeno e
formare una molecola di acqua. Si spera che il partner o la partner non prenda
l’affermazione alla lettera! 

Parlo alla collega farmacista, lo so che tu diventerai
farmacista (come tuo padre): l’amore ha dose e forma, durata di effetto,
efficacia, tollerabilità e effetti collaterali diversi a seconda della cavia,
in qualche caso è letale o inefficace.

Ma. Ma ci vogliono i catalizzatori, e questi sono gli interessi
comuni, a te piacciono i Genesis (hai visto che sono tornati?) e piacciono pure
a me, a te piace lo Chardonnay e a me pure, a te piace andare in moto come
piace a me: più catalizzatori aggiungiamo migliore e più duratura sarà la
stabilità del sistema coppia. Te e me sono i due atomi che formano la
molecola coppia, non mi riferisco a te, Alberta.

Ma i catalizzatori non bastano, ci vogliono i conservanti. E non
sto parlando di benzoato di sodio o di metabisolfito, sto parlando di quello
che farà durare più a lungo la coppia.

Mettere al mondo dei figli. Sbagliato. O meglio incompleto. Il
conservante principale della coppia è la progettualità: avere uno o più
progetti farà sì che – questi progetti ovviamente devono essere ragionevolmente
ambiziosi e raggiungibili – la relazione tra quel maschio e quella femmina
coinvolti durerà a lungo, “finché morte non ci separi”. 

Cosa intendo per progetto? Fare un paio di marmocchi può essere
una base di progetto, ma il costrutto completo è “avere dei figli, educarli nel
modo più creativo e libero possibile, far sì che con l’impegno delle energie
della coppia possano essere lanciati verso una professione realizzante, imitino
i loro genitori, facciano coppie anche loro e producano un certo numero di
nipotini, lanciando così il DNA degli avi nel futuro”. 

Ma anche “quando smetteremo di lavorare, compriamo una barca a
vela e un cane Labrador e facciamo il giro del mondo” oppure “leggiamo insieme
tutti gli autori giapponesi” o fare un viaggio in Transiberiana con la propria
figlia. Quando compirai diciott’anni voglio regalarti questo viaggio. Mi piacerebbe
avere tutto quel tempo a disposizione per raccontarsi, o nutrirsi di panorama e
del rumoroso ritmico silenzio del treno che va, che aiuta a scavare dentro se
stessi, con una consapevolezza che il viaggio può dare. Mi piacerebbe, mi piace
pensarlo.

Bisognerebbe essere consapevoli di queste cose, invece la
maggior parte delle persone non ha cognizione e conoscenza necessaria, e poi si
lasciano, si odiano, si schifano, si ignorano, si ammazzano anche.

Forse ho divagato, e non sono arrivato al punto.

Prometto che ci sarà un seguito.

Per il momento, buona notte e lasciaci dormire, figlia mia.

Papà.

Tengo il foglio di carta da lettera tra le mani, una bella
scrittura, con la penna blu.

Non ho fatto in tempo a sentire la tua voce tanto da poterla
riconoscere, a parte qualche indizio in questa casa di te non so altro.

Però hai indovinato, sono diventata una farmacista, non sono
rimasta all’università come te.

Ma in questa lettera non la trovo la formula per risolvere il
mistero e la domanda che mi aveva perseguitato per anni, ritorna; perché?

E il seguito? Non ho tempo adesso di mettermi a cercarlo: se
un’altra lettera è tumulata in questa casa, in questa libreria, la cercherò
quando smonterò tutto. Forse.

Adesso devo uscire.


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