“A Night Like This”

Finito il turno di lavoro si rese conto che non aveva voglia di rientrare subito a casa.
Salì allora in auto ed imboccò ad un certo punto la tangenziale provando un leggero senso di euforia nel sapere di non avere una meta precisa.
Dopo pochi chilometri di strada si immise nella piazzola di un autogrill e si fermò davanti al distributore di benzina per fare rifornimento.
‘Quaranta grazie’ disse a voce alta porgendo le chiavi del serbatoio al benzinaio.
Rimase in attesa nell’abitacolo, fissando un punto indefinito davanti a sé, mentre le luci delle auto lungo le corsie stradali passavano veloci. Carlo non capiva ancora bene cosa stesse facendo là in quel momento, ma gli sembrava giusto così. I ritorni a casa, in fondo, hanno senso quando sai che qualcuno ti aspetta. Voleva un cambiamento nel suo flusso di vita quella sera, fosse stato anche solo per un’ora.
Nel frattempo, all’esterno del bar dell’autogrill una donna parlava al telefono in maniera agitata camminando avanti e indietro; una presenza vivace che stonava con quell’area di sosta semivuota.
Finito il rifornimento, Carlo pagò il benzinaio e ripartì piano. La donna in quel momento concluse la telefonata, mise nervosamente il cellulare in borsa e cominciò ad incamminarsi in direzione dell’auto di Carlo. Con un gesto della mano gli fece segno di fermarsi e lui la assecondò.
Arrivò trafelata all’altezza della portiera dell’auto, lui abbassò un po’ il finestrino e lei disse:
“Mi scusi, ho bisogno di un passaggio”.
Carlo rimase interdetto, la donna se ne accorse ed insistette: “La prego”.
“Dove deve andare?” le chiese.
“Lei dove è diretto?”
“Non ho una meta precisa al momento”.
Lei allora disse “Non importa, va bene lo stesso”.
Sorpreso dalla situazione, Carlo le fece segno di salire e reclinò il corpo verso lo sportello del passeggero per aprirlo. Lei entrò richiudendolo con forza, accompagnata da un profumo fruttato misto ad un leggero odore di canfora. Da seduta lo guardò di nuovo, quasi ad assicurarsi che fosse al sicuro, e così ripartirono.
“Senta” disse lui “in genere non faccio salire persone estranee in macchina, ma mi rendo conto che questo non è un bel posto per una donna sola”.
“Capisco” rispose lei ” Non porto guai, non si preoccupi”.
Carlo era nervoso. Non capiva cosa le fosse successo e da tempo non si trovava in compagnia di una donna. Non sapeva se avesse fatto bene a farla salire e non sapeva se intavolare un discorso o rimanere zitto in attesa che fosse lei a farlo. Prese poi coraggio e disse:
“Mi chiamo Carlo”.
Lei rispose “Io sono Eva”.
“Eva.” ripeté lui, poi continuò: “Sto per lasciare la tangenziale, da che parte deve  andare?”
“Verso il centro” rispose lei, poi aggiunse “Sa, non chiedo mai passaggi in macchina, ma avevo bisogno di andare via di là”.
“Stia tranquilla” le rispose Carlo e non chiese spiegazioni sorprendendosi di se stesso.
Imboccarono così la strada verso il centro. Lui alzò il volume dell’autoradio, riconoscendo immediatamente la canzone che passava in quel momento:
“Say hello on a day like today / say it every time you move / the way that you look at me / makes me wish I was you”. Gli venne in mente una sera di tanti anni prima e si chiese se anche Eva ricordasse quella musica.
“Musica degli anni ’80” disse lui “anni spensierati quelli…”
Lei non disse nulla, come fosse altrove, poi all’improvviso gli chiese “come mai sei senza meta?”
Lui esitò un attimo “Mi succede ogni tanto, mi fa sentire libero”.
Lei ascoltò quella risposta continuando a divorare con gli occhi i frammenti di città che scorrevano lungo il finestrino laterale. Senza distogliere lo sguardo da fuori, ad un certo punto disse “Ho litigato al telefono con mio marito poco fa. Viene a prendermi la sera dopo il mio turno al bar dell’autogrill” poi fece una breve pausa e aggiunse “Mi ha tradita”.
Pochi secondi di silenzio poi Carlo fece sottovoce “Mi dispiace Eva…”
Si sentì a disagio in quel momento, quasi inadeguato. Era una situazione imprevista e troppo intima per due persone che si erano incontrate da poco. Continuò a fissare la strada capendo perfettamente come lei si sentisse. Certe confessioni sono parole lanciate nel vuoto e a volte non richiedono una risposta. Nei minuti che ne seguirono, solo la musica fece da sottofondo a quel pezzo di vita quotidiana.
Ad un certo punto si avvicinarono ad una fermata dell’autobus.
“Ecco, mi lasci pure là” fece lei indicando con la mano.
“Se vuole posso accompagnarla fino a dove deve andare”
“È gentile, ma meglio di no…” disse Eva “accosti pure”. Lui annuì ed accostò velocemente per farla scendere, mentre l’autobus si stava avvicinando. Lei lo salutò con un “Ciao” e poi disse “Grazie”. Lui rispose “Di nulla” e la seguì con lo sguardo mentre saliva sul bus.
La vide sedersi, uscendo definitivamente dal campo visivo, quasi inghiottita da quel tunnel di metallo.
Carlo ripartì e rimase accodato all’autobus per un breve tratto, poi con un sorpasso si congedò definitivamente dall’incontro con quella donna. 
Mentre guidava pensò all’imprevedibilità di certi momenti ed alla sensazione del distacco, seppur da una persona estranea che per poco tempo era stata parte della sua giornata. Da dentro l’abitacolo era come se vedesse la strada animata da sogni che sembravano lambire l’auto durante la corsa e che ogni tanto si materializzavano davanti ai suoi occhi. Ad un certo punto ebbe come la certezza che durante quel breve viaggio avesse vissuto di sfuggita uno di quei sogni, fino a riconsegnarlo, intatto, tra le braccia della notte. 

 





Anche Roma ha una Stalingrado

In estate ti sembra di “sentire” la città in un modo differente.

Il perenne rumore di fondo, al quale ci si crede abituati al punto di ritenere che faccia parte della stessa natura intorno a te come quello di una cascata africana in lontananza, quasi scompare. Ancor più evidente, nel silenzio generale, arriva la solita moto che scorrazza disturbante e indisturbata su e giù anche in piena notte con la sua marmitta insolente. A parte queste interruzioni che però quasi confortano ricordandoti che la vita umana, pur nelle forme più fastidiose, non è andata via, ti accorgi che la rarefazione dei suoni crea un diverso stato d’animo. Uno svuotamento della mente che ti costringe a guardarti intorno con un atteggiamento diverso dal solito, come se fosse cambiato qualcosa, come a cercare di sostituire i rumori con qualcos’altro. Le voci degli “umani” non più sovrastate dal frastuono del traffico escono dai cortili dei palazzi popolari per riportare nella giusta lunghezza d’onda i rapporti con i tuoi simili e fra di loro.

Nella “fortezza proletaria di Stalingrado”1 gli abitanti protetti dalle loro case utilizzano i cortili e i giardini come se fossero a Villa Borghese, cercando un po’ di frescura al caldo agosto romano. Un enorme condominio su via di Valle Melaina, che occupa un’area consistente del quartiere che da sempre mi ha affascinato e che più volte, anche se con molta fretta, avevo attraversato. La definizione di fortezza proletaria di Stalingrado non fu data a caso. Sin da quando fu edificata qui, come in tutto il quartiere del resto, il regime fascista ebbe filo da torcere. Fu rifugio di ricercati politici e di fuggiaschi e luogo di lotta e di sedizione tra i più irriducibili e valorosi. Nel dopoguerra rimase un quartiere “difficile” e non sembra aver perso questa connotazione poco “conciliante”. Proprio all’angolo tra Via Scarpanto e Via Gran Paradiso c’era, fino a poco tempo fa, un circolo politico intitolato a Teresa Gullace, la martire del fascismo cui si ispirò Rossellini per il personaggio femminile di Roma Città Aperta interpretato da Anna Magnani.

Nato tra il 1930/’32 con il sostegno dell’Ifacp (Istituto Fascista Autonomo Case Popolari), allora diretto da Calza Bini e Costantini conta circa 534 appartamenti con 14 scale, individuate dalle torri che emergono dall’edificio, per un’altezza di 7 piani. A questo complesso di case popolari alla fine degli anni quaranta ne furono aggiunte altre a fianco ma di diversa tipologia.

In questi edifici ci sono frammenti di storia nelle lapidi sparpagliate all’interno e all’esterno: nel 1933 le suore Orsoline di S. Girolamo di Somasca iniziarono la loro opera educativa inserendo anche un asilo all’interno del comprensorio, un’altra lapide posta in su uno dei muri perimetrali in Via Scarpanto ricorda i quattro antifascisti Riziero Fantini, Filippo Rocchi, Antonio Pistonesi, Renzo Piasco catturati dopo i rastrellamenti del 1943 e condannati a morte, nel 1948 in via del Gran Paradiso vennero girate alcune scene del film di Ladri di biciclette di Vittorio De Sica (https://www.youtube.com/watch?v=SmI1kAdZzAY) fino ad arrivare al 1968 Il medico della mutua di Luigi Zampa, 1968, con Alberto Sordi.

Insomma un bagno di storia, di umanità e di architettura in una Karl Marx Hofe capitolina in un afoso pomeriggio d’estate tra un racconto e l’altro strappato agli abitanti che si godono il fresco nei cortili e che ti accolgono con la frase: “Qui c’è Storia! È una giornalista”? Nel sentire che sono un’architetta restano un po’ interdetti. Forse volevano parlare dell’eroica difesa di Stalingrado fatta dai genitori o dai nonni ma qualche utile notizia la danno volentieri e ti salutano con semplicità. Buona passeggiata!

1.Le Borgate del fascismo. Storia urbana, politica e sociale della periferia romana

Luciano Villani (https://books.openedition.org/ledizioni/108)

 





Lo senti lo sparo del ricordo?

Lo senti lo sparo del ricordo?

Lo sento, lo sento benissimo. Non si può ignorarne la deflagrazione che apre le vescicole sinaptiche, mette in moto la chimica neuronale, aziona la maniglia della cassaforte dei ricordi, quelli più antichi, inviolabili, che resistono anche all’Alzheimer.

Pare che succeda perchè questi ricordi vecchi sono incisi sulle partizioni più inviolabili dell’hard-disk cerebrale, e si conservano nel tempo. Magari si perde qualche dettaglio, ma resistono.

Te lo ricordi il Cinemascope? Se come me sei nato tra il cinquanta e il sessanta dello scorso millennio (sì, siamo nati sul lato giovane dell’antropocene), il Cinemascope te lo ricordi, era caratteristica di quei cinematografi che avevano uno schermo bello grande, dove il 35mm poteva scatenare la sua potenza immaginifica.

Qui c’era un’arena, un cinema all’aperto, di terza visione, mi pare si chiamasse Arena Tukory, dove – ne sono certo – oltre cinquant’anni fa – lo zio giovane, quello che aveva sempre le macchine sportive in voga, mi portò a vedere un film di 007.

Doveva essere Thunderball, nel quale c’era una scena subacquea (veniva rubato un ordigno atomico ad un jet precipitato in acque cristalline) che a rivederla ora fa sorridere, quanto è banale, ma nel 1966 mi fece un effetto tale che ancora oggi ci penso.

L’arena non c’è più, lo zio giovane se ne è andato troppo presto: qualcuno ha pensato di riportare colori e volti (si riconoscono alcuni attori) sullo schermo dell’arena che non c’è più.


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La domenica spara pensieri.

La domenica è la giornata in cui mi metto il cappotto sopra la camicia da notte e prendo il caffè nel terrazzino della cucina, sì anche se piove, a meno che non diluvi.
Il terrazzino della cucina è interno, ma sugli altri terrazzini non c’è mai nessuno; sì certo ci mettono le piante, stendono i panni, ci tengono la frutta, le patate; ma mai nessuno che ci passi del tempo inutile.
I cortili interni di Roma sono diventati silenziosi, da piccola erano sempre pieni di bambini vocianti, della signora che ti sgridava per qualsiasi gioco tu facessi, del nonno che era rimasto in casa con la figlia, dei panni stesi e anche di qualche roba vecchia “che ora la sto per buttare…”
Avete fatto finire i bambini.
Si sono trasformati e non assomigliano affatto a bambini, saccenti oltre modo, è diventato difficile giocarci; ci vuole di più a ricordargli come si fa.
Mi affaccio, anche gatto Otello si affaccia con me, ci guardiamo e poi – come vecchi sulla panchina – riprendiamo a osservare nella stessa direzione; in attesa ogni domenica mattina di un cambiamento in questa chiostrina dove si sente il fischio del treno che parte o che arriva, dove planano gabbiani giganti che attaccano tutto quello che possono attaccare; belli, eleganti, grande apertura alare, minacciosi pure.
Il famoso Jonathan Livingston, di professione gabbiano letterario, cosa penserebbe di questa specie predatrice, non erano loro quelli che volavano ovunque simbolo di libertà?
Anche il gabbiano è rimasto vittima del liberismo del cazzo, scusate, ma è proprio una pratica del cazzo il liberismo.
E mentre quintali di persone si riversano in questa città a cinque minuti da me, e mentre quintali di persone partono da questa città a cinque minuti da me; noi, che viviamo alla stazione, stazioniamo, sapendo che basterebbero cinque minuti cinque per fare un biglietto e andarsene.
Ecco, per questo mi piace stare qua, perché stazionando la precarietà è comunque evidente e quel biglietto prima o poi si farà.
A cinque minuti da me.

(a volte il dubbio se vada una virgola o un punto e virgola o un punto mi blocca, la punteggiatura non me l’hanno insegnata e allora la metto in base al mio respiro, si respira sempre diversamente)

 

 





Nessun rimorso.

Contravvenendo alla mia indole, nel non seguire argomenti osannati o pompati dalla massa, mi ritrovo, su proposta, a recensire un film appena visto. Per curiosità, e senza alcuna velleità di critico cinematografico, cercherò di esprimere impressioni e sensazioni che la visione di ”Joker” mi ha trasmesso.

È  d’obbligo da parte mia fare alcune premesse riguardanti la mia passione per i fumetti, nata dalla raccolta della carta che mio Fratello faceva nel suo associativismo scoutistico in quel di Primavalle. Spesso mi trovavo tra le mani numeri sparsi della Marvel, quasi niente della DC comics, sovente fumetti erotici. Sovente…

Avrò avuto quasi una decina di anni. E l’Uomo ragno, Hulk, Fantastici Quattro e Supergulp accompagnavano i miei mondi Stendhaliani…

Ho sempre avuto una certa simpatia negli antieroi, o gli antagonisti degli eroi. A parte saghe fumettistiche come Sin City o Watchmen che a mio avviso sono ”roba per pochi”.

Spesso, negli USA, una denuncia sociale, a mezzo stampa o cinema, viene trasmessa attraverso versioni celate o poco esplicite. Saranno gli strascichi del Maccartismo, che doveva individuare pericolosi messaggi di ”radicali” o bolscevichi in ogni dove. E a contraltare di quello che fu l’URSS,la spia o il sovversivo erano dovunque.

Scritti come ”“Il seme del male” di Joanne Harris o ”IT” di Stephen King sono stati letti e visti come semplici horror. Ma l’intrinseco è recepito da pochi, e va oltre la paura che viene instillata attraverso la faccia, o facciata che viene recepita in superficie.

Quindi, come far passare un messaggio riflessivo, analitico, senza incorrere in mattoni semiseri, o esplicite emanazioni minanti l’ordine costituito, reggente sui giuramenti con la Bibbia nella mano? Attraverso la creazione di personaggi.

Ed entrerei nel profilo univoco e personale, del singolo, potenziale, criminale che è insito in ognuno. Sintesi antropologica ed arcaica.

Lo studio criminologico della personalità riceve e individua quattro tratti principali determinanti il nucleo centrale della personalità criminale che sottendono il passaggio all’atto e sono presenti in ciascuno di noi ( “In ogni persona sonnecchia un delinquente”).

I tratti sono caratterizzati dall’egocentrismo, che permette di ignorare i giudizi; labilità, che consente di non tenere conto delle conseguenze dell’atto criminale; aggressività, che porta ad effettuare alcune azioni criminali senza badare agli ostacoli per compierle; indifferenza affettiva, che fa ignorare le sofferenze della vittima.

Tali ipotesi sembrerebbero aver ricevuto conferme da studi di verifica effettuati  su campioni di delinquenti. Ricerche successive non sono state però in grado di chiarire se esistano dei tratti tipici di personalità nei soggetti criminali o se questi prestino una particolare intensità di tratti diffusi in tutti gli individui e se tali caratteristiche siano la causa o l’effetto di una vita da criminale.

Ripercorrendo la storia di tale ambito di ricerca, si è individuata una “sindrome della personalità criminale”, caratterizzata da una specifica struttura psicopatologica, che favorisce l’acting-out ed è caratterizzata da tre tratti fondamentali: l’iperattività delittuosa, l’antisocialità ed un notevole egocentrismo.

I grandi dittatori, ad esempio, soffrivano della mancata accettazione da parte di gruppi o persone. Nella loro apoteosi, hanno messo in atto personali vendette ai danni di rivali o particolari antipatie sviluppate nell’età formativa. E l’abilità nel trasformare ciò in odio, derivante da rabbia, ha dato loro l’opportunità di perpetrare crimini di massa. Come semplice e unica vendetta. Mussolini ce l’aveva con la Massoneria, Hitler con gli ebrei, Pol Pot con gli intellettuali, Stalin era un edipico, Franco e Salazar avevano una formazione assurdamente cattolica. Lasciamo stare i nobili, che come dice il prof. Alessandro Barbero ”i nobili non servono a niente”, con i loro imperi…

In questo mio scritto mi concedo un pizzico di personalismo, avendo tatuato sull’avambraccio sinistro un Joker con pergamena che recita ”Nessun rimorso”, tanto per manifestare il criminale insito in ognuno.

Gotham City.

Una oscura metropoli decadente, vogliosa dell’uomo forte, reazionario, come tutti i personaggi di quella casa editrice. Il contrasto con l’altra, la Marvel, è sempre stato vivo.

Chiariamo subito una cosa: a nascere è stata prima la DC Comics. La Marvel – con gli Avengers, gli X-Men e i Fantastici Quattro – è arrivata circa un paio d’anni dopo. In ogni caso entrambe sono state fondate nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, quando le persone avevano bisogno di leggere qualche cosa di semplice e rassicurante come il bene che vince sul male. I primi supereroi rispecchiavano anche il modello di personaggio dominante americano: prima dell’introduzione di Wonder Woman quindi, erano tutti bianchi, eterosessuali, con un buon lavoro e anche abbastanza giovani. Solo qualche anno dopo hanno iniziato ad assumere forme più complesse.

La prima cosa che si dice quando si parla di differenze tra i supereroi Marvel e quelli della DC, è che i primi sono molto più complessi dei secondi. I disegnatori della Marvel avevano realizzato personaggi dalle mille sfaccettature psicologiche, con paturnie e problemi d’amore come tutte le persone normali ed estremamente combattuti nelle loro azioni. I supereroi DC erano molto più semplici: ad animarli era o la vendetta o la sete di giustizia. Negli anni ’80, con “Watchmen”, Alan Moore ha mostrato a tutti l’altra faccia della medaglia dell’essere un supereroe e non ha avuto paura di farlo. Così si è visto che i vigilanti potevano anche essere in realtà delle persone orribili e non per forza i buoni di cui prendere le parti.

Ecco l’antieroe.

«Io credo semplicemente che quello che non ti uccide, ti rende… più strano.»

Joker. In fondo, vedendo il film, traspare subito un vero e profondo disagio sociale, che mi riporta al disagio di Adolf Hitler quando dormiva per strada, vendeva acquerelli e fu rifiutato dall’Accademia di belle arti di Vienna. Il personaggio ha avuto nel tempo diverse interpretazioni venendo caratterizzato da alcuni autori come un personaggio sadico, burlone, psicopatico, perfido, crudele, ambizioso, eccentrico, carismatico, estremamente brillante, astuto, pittoresco, vanitoso, egocentrico, intrattabile, loquace e imprevedibile e, in altre interpretazioni – a seconda dei casi – un innocuo ladro o un grottesco folle. La sua follia lo rende uno dei più terribili criminali della città di Batman, Gotham City, nonché uno dei personaggi col più alto numero di omicidi a carico.  Nella graphic novel Arkham Asylum: Una folle dimora in un folle mondo, l’autore – Grant Morrison – suggerisce che non si tratti di follia, ma di un caso di “super-normalità”, una sorta di percezione sensoriale estrema. Inoltre non sembra qui essere dotato di una vera e propria personalità: in base al momento e alla convenienza può scegliere di essere un amabile comico o uno spietato assassino e gli autori presentano un personaggio la cui follia viene anche accompagnata da latenti comportamenti omosessuali.

lo interpreta Joaquin Phoenix, il fratello di River, morto in seguito ad un’overdose di eroina e cocaina, sotto forma di speedball. Personalmente lo ricordo come Commodo nel film ”Il gladiatore”, come Johnny Cash o in  The Village di M. Night Shyamalan. Visibilmente dimagrito come si addice ad un attore veramente calato nella parte. Fuma in una maniera disgustosa. E ho trovato molto strano che in un film USA, dove la guerra al tabacco è in ogni dove, vi sia questo smodato eccesso di nicotina. Joaquin è stato fidanzato con l’attrice Liv Tyler.  Nel 2012 ha avuto una relazione, durata circa un anno, con la modella Heather Christie. A seguito, è stato fidanzato con la disc jockey, modella e fashion designer Allie Teilz dal 2013 al 2015. Dal 2016 frequenta l’attrice Rooney Mara. Nell’aprile del 2005, Joaquin si fece ricoverare per alcolismo presso una clinica di riabilitazione. E fu protagonista anche d’un singolare episodio: il 26 gennaio del 2006, mentre percorreva una strada di montagna poco fuori la zona di Hollywood, perse il controllo della propria auto, finendo fuori strada e ribaltando rovinosamente la propria vettura. Scosso e frastornato per l’incidente, sentì d’un tratto qualcuno che bussava al suo finestrino, che, dopo aver sfondato il vetro del bagagliaio, lo aiutò ad uscire dalle lamiere della sua vettura; si trattava del regista tedesco Werner Herzog, che, una volta sopraggiunti i soccorsi, se ne andò prima che potesse ringraziarlo.  Joaquin è vegano dall’età di tre anni ed è un attivista sociale, oltre che per i diritti degli animali e per l’ambiente. Ha, infatti, supportato diverse organizzazioni ed associazioni umanitarie nel corso degli anni, come Amnesty International.

Torno al personaggio, oltrepassando la doverosa descrizione da catalogo dell’attore. Personalmente il primo Joker che ricordo sullo schermo fu quello interpretato da Cesar Romero in Batman, la serie degli anni Sessanta. Inquietante, grottesco, in fondo, la Nemesi di Batman. Jack Nicholson e Heath Ledger li porrei ex aequo per interpretazione, quantomeno per la prosecuzione psichiatrica. Questo è il fondamentale filo ”logico” che lega la scelta di singoli attori pro tempore. Jared Leto oltre che starmi antipatico lo passo, probabilmente un riflesso della mia insopportabilità dei suoi Tirthy Seconds to Mars…

Mark Hamill e Zach Galifianakis altri interpreti….ma nemmeno so chi siano.

Gotham City.

A parte un bel disco live dei Bauhaus, la città è una sorta di decadente metropoli alla ricerca della difesa reazionaria, di un politico, Thomas Wayne, padre di Bruce Thomas Patrick Wayne, ricchissimo uomo d’affari che, dopo aver assistito da bambino all’assassinio dei propri genitori da parte di un ladro, decide di intraprendere una personale guerra contro il crimine indossando un costume da pipistrello. Ma questo film, essendo una monografia di Joker, la nemesi, non lo nomina affatto. Solo per riconducibilità di chi sa come funziona il panorama Batman. Che è corredato di altri criminali, tronfi di anarchia [termine usato in maniera impropria, per indicare caos ed assenza di Regole. Altresì l’Ordine assoluto, proprio perché privo di regole imposte] e antitesi dell’élite ricca e potente. In fondo Batman è l’amante di Robin, ma questo non si deve sapere. Come descritto nel libro” Tecniche di masturbazione fra Batman e Robin” di Efraim Medina Reyes:

 “Mai per nessuna ragione devi essere te stesso, se ti fosse servito a qualcosa essere te stesso non staresti leggendo questo manuale. In un mondo più giusto, tutti avremmo l’aspetto fisico di un divo della televisione, l’intelligenza di una vecchia volpe e l’aggressività di un guerriero celtico, ma sai per dolorosa esperienza che questo mondo non è giusto, che la maggior parte di noi ha l’aspetto fisico di una vecchia volpe, l’intelligenza di un divo della televisione e l’aggressività di una torta di compleanno. Ti consigliamo di imitare qualcuno, chiunque sia meglio di te, non ti sarà difficile trovarlo. Una volta che avrai cessato di essere te stesso ti sentirai subito più sicuro e predisposto, che rischio può correre qualcuno che non è neppure se stesso?”

Il film si sviluppa sulla reazione di una mente offesa, mentita, drogata da farmaci che cerca la sua rivincita nella sofferenza dei soprusi, e che alla fine sfocia in una completa assenza di limiti morali o etici, che possano fermare una mano, a commettere un omicidio.

Il crescendo della mitizzazione di un personaggio, attraverso la maschera, come fu anche con ”V per vendetta”, passa per l’eguaglianza di piazza di quel radicalismo che tanto fa paura da anni negli USA. E che ha mandato a morte innocenti come Sacco e Vanzetti. Un ribelle è automaticamente considerato un criminale. O malato psichiatrico da internare.

Nel film, come nel fumetto, sono presenti i cardini principali dell’istituzionalizzazione coatta delle persone ”che funzionano male”, ospedale, manicomio, scuola, lavoro, carcere. Dove la strada e la ribellione passano per una società fortemente decadente, menzognera, celante vergogne e sporche verità. Puramente, la descrizione di una classe borghese. Corrotta in ogni senso.

Il singolo, si trasforma in molti. Manifestanti senza identità. Ma con un personaggio inversamente pirandelliano.

Torno per un attimo al mio Joker tatuato, un pò per nutrire l’Io o forse vabbè anche l’Ego. Il mio Joker esce fuori dalla carne dell’avambraccio, ghignante, con un dito puntato verso chi guarda. Non per giudicare, forse per indicare un punto. Con un asso di picche sul petto, ed un asso di cuori in mano.

Nessun Rimorso.

[R]


Foto copertina © MjZ




Love is in the hair.

Ormai non ho più dubbi, dopo tanti anni che mi frequento ne ho certezza, un QI medio-alto non esclude assolutamente la deficienza, anzi spesso c’è e non la vede, troppo preso ad ignorare l’ovvio per vocazione.
Sto parlando della mia deficienza, ovviamente.
Come si sa i parrucchieri sono ladri, con affetto, ma lo penso; immorale 150/200 euro per una tinta su capelli lunghi al massimo 5 cm, eppure questo chiedono, lo chiedono senza ricevuta, aspettandosi la tua gratitudine eterna perché “bellamia, non era mica facile sistemarti, oh vieni dal parrucchiere ogni tre mesi, se ti pare normale.”
Già, so che c’è chi ci va ogni settimana; ancor prima dei soldi: “Minchia, che palle sorella, ma non ti annoi?”.
Tre ore inchiodata su una poltrona con uno specchio a 20 cm da te che, inesorabile ti riflette tutta, ma proprio tuttissima, con riviste di gusto pessimo, di estetica o pseudomedicoscientifichepiccolopuntoedintorni.
Non sia mai entri nel tunnel dei colpi di luce, delle mèches, dei colpi di luna e del colpo che te pija quando paghi, le ore si triplicano.
Anche perché tutti questi colpi che ti applicano in testa, poi richiedono – ehm qual è il plurale di shampoo? Ecco, quelli – ultraspecifici a base di caviale, di unghie tritate di dodi estoni, di foglie di putrescilla evanescens; che lo capite da voi costano, sono così rari, questi prodotti costano, cavolo! Non capisci la ricerca che c’è dietro…
La ricerca, ma ora io dico ma chi si alza al mattino e va a tritare unghie per lo shampoo e si fa inviare il caviale per i capelli anziché mangiarlo? 
Il sospetto che sia una roba di fuffa ben confezionata è inevitabile.

E il balsamo? Che fai non ce lo metti il balsamo dopo la tinta?
Ho provato a dire: “No, il balsamo no, grazie. Mi spiaccica i capelli sulla capoccia, che sembrano quelli di Pinocchio dipinti”
Indignazione grande della sciampista: “Ma come il balsamo no? allora una crema… non lo sa che i capelli vanno nutriti?”
Ecco, no, in effetti non lo avevo mai considerato di avere dei capelli biafrani sulla testolina, m’erano sembrati sazi; sono io che sono una rozza, è evidente.
Ma il parrucchiere è là, tu sei evidentemente il soggetto debole, ti guarda con occhio complice e ti dice: “Costa un po’, ma vedrai la differenza” che tu torni a casa e già  ti senti diversa, una donna migliore, una donna a cui hanno detto “puoi migliorare”.
Giuro che io dal parrucchiere ci vorrei andare accompagnata dal mio avvocato, è evidente che tutto quello che ti dicono, ti offrono, ti impongono corrisponde alla circonvenzione di incapace.

La menata in questione, oltre a sottolineare l’aggravamento della mia graforrea sull’inutile e dintorni, mi porta dritta alla scelta di tornare a farmi l’henné; sì lo so si potrebbe aprire un lungo dibattito sul perché il colore che abbiamo in testa non ci piace mai, ma non credo che si arriverà mai ad una conclusione concreta, ad un logaritmo che spieghi l’insoddisfazione congenita, quindi andrei oltre.
Certo potrei tenerli del loro colorechenonmipiace… magari ci arriverò.
Henné, l’ho fatto per anni, e che ci vuole?
Basta una mezza giornata e la speranza che la polvere in questione non ti accenda di un bel rosso menopausa, che sai quanti se ne vedono?
A volte sono menopausate sulla testa e sulle sopracciglia no, ma quello che conta è la disinvoltura.
Dicevo mezza giornata che trascorre – nel mio caso – con la capoccia avvolta nella carta stagnola e con abbondanti e voluttuose sciarpe di carta igienica intorno al collo, da cambiar sovente che si impregnano di quella mota verde cacca di gallina in punto di morte che ti cola giù; il tutto accompagnato da un delizioso odore di insalata mista, grazie all’aceto che fissa.
Cosa?
Non lo so, ma fissa e quindi lo aggiungo per non esser da meno, forse fissa le capre come me che lo utilizzano.
Per curiosità e spirito pionieristico – e qui si arriva alla deficienza poente – digito henné su google… 
Adesso sono qua, che vi scrivo, paralizzata dalle infinite possibilità che mi si sono aperte davanti.
Del tipo, lo faccio ossidare per 5 o 8 ore?

È meglio l’ossidazione sulla testa o nella ciotola?
La ciotola di legno o di plastica o di coccio?
Ci aggiungo il limone, lo yogurt, la monetina di rame o tutti e tre?
E quando ce li aggiungo, prima, dopo o durante l’ossidazione?
E poi quanto lo faccio stare?
Un universo parallelo mi si è svelato, ci sono donne che ci vanno a letto con l’impiastro sulla testa, altre che invece si ficcano sotto un casco a temperature vulcaniche, altre che a metà del cammin tinto ci aggiungono gli olii essenziali (quelli invisibili al piccolo principe).
E devo usare la cucchiara di legno o un normale cucchiaio da minestra?
Ci si sono ammazzate in un forum su questa ultima questione, che a me pare irrilevante, ma perché, diciamolo, la mia femminilità non è venuta proprio bene bene, mi sa…

È così che ho scoperto che esiste capellidifata.it, che ci sono donne che si filmano anche quando si fanno l’henné, si fanno la foto prima, dopo e durante.
Sì, sì, sono anche giovani, non come me che ci ho una certa, che divento ogni giorno sempre più scontrosa, ma con amabilità.
E adesso dovrei farmi l’henné, ma sono piena di dubbi, solo una cosa so per certo che il Dio dei Capelli non ci ha mai capito molto su quale capello sta bene a noi, un incompetente, per questo ha creato i parrucchieri, che evidentemente sono degli Dei scesi in terra e per questo si fanno pagare tanto, anzi sarà il caso di ringraziarli che non ci chiedano sacrifici umani per una nuance perfetta.
E ora parliamone, come me lo devo fa’ st’henné?
Mi tengo in testa il colore topo evaso da Alcatraz, oppure no?
Certi fine settimana son tutti in salita.

 





Greta Thunberg e il destino del mondo.

Su Greta Thunberg è stato detto di tutto, dalla critica all’ingenuo pensiero di ambientalista acerba e ignara della complessità del problema, agli attacchi aggressivi circa il suo aspetto fisico, il cosiddetto body shaming che va bene per tutti i casi, senza contare il consueto complottismo che la vuole manipolata da lobby finanziarie aventi loschi scopi.

Mi pare che il fenomeno mediatico di cui molti si riempiono la bocca, l’abbiano creato proprio gli opinionisti saccenti e titolati e coloro che sfogano le proprie frustrazioni conducendo l’unica operazione ecologica di cui sono capaci, ossia scaccolarsi il naso.

Credo che quello che sfugge nel contesto caotico del parlarsi addosso sia il punto della questione, a mio modesto parere, cioè il vigore della protesta con la quale Greta ha contagiato i coetanei e non solo; quanti adulti sensibili alla questione ambientale erano presenti nei cortei transitati per molte strade e non solo le nostre ?

Tanti, ve lo assicuro. La protesta è il fermento del cuore giovane e ancora puro, laddove il sentimento – e qui mi duole contrariare un illustre intellettuale e filosofo – è trigger motivazionale, spinta propulsiva verso il cambiamento.

Alcune persone della mia generazione lo sanno benissimo e, nonostante le contraddizioni, continuano a conservare lucida e sentita memoria di quando si scendeva in piazza a frotte per difendere i diritti.

Certamente il sentimento non basta a risolvere le cose e la scienza, va da sé, deve proporre soluzioni che la politica è tenuta ad attuare, nel mondo.

Cari intellettuali, commentatori, detrattori, sappiate che preferisco una Greta che alza la voce spiazzando i benpensanti, a un Bolsonaro che considera l’Amazzonia una sua proprietà.

Le coscienze critiche si formano lentamente, faticosamente, con la formazione, andando a scuola,  sostiene l’illustre professore. E chi lo nega? Che io sappia i cortei erano formati in gran parte da studenti, coloro che studiano; diamo loro il tempo di crescere e formarsi o maturare una coscienza critica senza biasimarli per la voglia di essere non solo testimoni del cambiamento ma anche parte attiva.

Un’ultima chiosa, se posso. Lo sviluppo cognitivo dei ragazzi di oggi, se ben impostato, viaggia a una velocità superiore di quello dei ragazzi di ieri…

 


Immagine copertina tratta da: https://www.independent.co.uk




La carota.

Quando si trattava di protestare, chiacchierare, far casino non avevo rivali.
Del resto io sono bassa, figlia di una bassa, a sua volta figlia di una donna bassa; noi basse, si sa, dobbiamo sempre guardare verso l’alto, i pensili sono irraggiungibili, da subito ci sentiamo dire “altezza mezza bellezza” e co’ ‘sta frase sin da bambine non solo capiamo che ci servirà sempre una scaletta, ma anche che mezza bellezza già ci manca e in qualche modo ci dicono: “prova coi tacchi”.
Sono un’insofferente, i tacchi solo rarissimamente, preferisco i piedi che non mi fanno male a un’altezza posticcia, poi ricordavo quei piedi deformati dalle scarpe a punta taccospillate della nonna e delle zie, le cipolle orribili accanto all’alluce, per cosa poi? Per un inganno?
Naaa, scelgo di non essere sexy, se per essere sexy vi aspettate che indossi i tacchi.
Ma più volte, sempre da donne, mi è stato detto con occhio calato dall’alto: “Ma tu i tacchi non li metti mai?”
Continuo a dire che nascere nel 1962 mi ha salvato la vita da un malumore costante, non eravamo una gioventù fashion, oh chiariamo qua non si sta facendo l’elogio de “la mia gioventù era meglio” affatto, erano solo diverse le esigenze e non credo che scegliessimo tutto noi neanche allora, il “bullismo” già c’era, ma non si chiamava così.
Se le parole sono la forma che determina la sostanza, questo termine non mi è piaciuto mai, perché se devo pensare al ragazzino che si comporta male verso l’altro, mi rendo conto che con “bullo” gli do quasi un’aura fichetta per i suoi anni da cretinetti, mentre noi li chiamavamo teste di cazzo, che non è politicamente corretto, ma nessuno vuole essere “testa di cazzo”.
E mentre la mia personalità di bassa si sviluppava quanto più poteva verticalmente, osservavo il mondo dal mio punto di vista assolutamente imo, per questo da bambina andavo in giro con uno specchio in mano per guardare cosa succedeva sopra di me.
Quello che appresi, è che è un attimo a essere bullizzati, qualcosa di te sarà sempre oggetto di presa per il culo, quindi ho imparato a fare a botte, perché probabilmente anche io sono stata un po’ bulla o testa di cazzo; fare a botte mi piaceva e, se avessi le forze, credo mi piacerebbe ancora, ma dopo i 14 anni iniziai a prendercele, quindi puntai tutto su una lingua agile e impietosa e molto, molto alta, molto più di me.
Con la tigna, che mai mi ha mollata mi feci eleggere per tre anni (forse due non ricordo) al consiglio di istituto, talmente indisponente in assemblea, che un “fascista” alla fine mi dette uno schiaffo, risposi da bassa: calcio nel basso ventre, pensate che lui ora è un attore, ma col cavolo che fu eletto.
Quindi sì, Greta ha solo sedici anni, ma in fondo verso i diciassette anni procuravo aborti clandestini a via del Governo Vecchio e occupavo case, non ero sola, anzi.
Forse non siamo più abituati a una gioventù che si fa sentire, che dica la sua; mi piace pensare ingenuo in questo caso, mi piace pensare che un po’ di quello spirito sia stato trasmesso, coi miei ragazzi ci ho provato, non sappiamo se si otterrà qualcosa oppure no; se è troppo tardi, sicuramente otterremo meno di quello che abbiamo in mente, ma l’alternativa è non provarci proprio.
Ah, e a chi dice che anche Greta inquina prendendo l’aereo, sì certo è vero, ma mica dice di abbattere gli aerei, dice di iniziare a pensare a alternative energetiche permanenti; non credo che Greta ambisca a riportarci nelle caverne, ma solo ricordarci che siamo parte dell’universo, che non dovremmo contrapporci a esso.
Smettetela di fare i post bulli contro Greta.
Non c’è nessuna carota alla fine di questa vita, ne sono quasi del tutto certa, possiamo solo agire qui e adesso, cercando di evitare il più possibile bastone.

 





La botta grossa.

...qualche anno fa…
 
Montavo la tenda in un angolo di un campeggio tra montagna e lago. Il materassino gonfiato, la coperta di soccorso, il sacco a pelo, le masserizie, la motocicletta accanto alla “casa” provvisoria…
Una birra trangugiata in fretta dopo una doccia veloce e la spesa nella scatola di cartone legata come passeggero. Un cavolo, delle carote, uova, tonno, un vaso di yogurt, una pagnotta, legumi in scatola.
Di notte, nel silenzio assoluto, la dimensione si sente con meno sfaccettature e colori. A volte, nel cambio dei suoi odori in base  all’ora, neanche la fauna circostante ha il permesso di far rumore. Il lago artificiale non ha moto ondoso. Il vento non è molto impetuoso. A parte quando si sale al Pian del Ragnolo o si scende nel vallone scavato dal fiume Fiastrone. Tra gole e monasteri demoliti dal Tempo. Dormo senza alcuna paura. Qualche voce di bambino dalle tende circostanti tiene compagnia…
 
Dove sono. Praticamente sotto al Monte Bove, alle spalle dell’antro della Sibilla. In una gola scavata dalle ere geologiche. La mattina mi sveglio presto per fare un bagno nel lago. Mi piace essere avvolto da acqua gelida e nebbia che si condensa al sorgere del Sole dietro il paese di Podalla. Rocce bianche che degradano nelle acque. Qualche ginestra gialla e quercette in riva.
Passato ferragosto il campeggio si è svuotato. Rimangono gli “stanziali”, cioè chi va da 30 anni sempre in quel luogo.
I primi due giorni li passo tra un piatto di pasta e qualche giro in moto nei bei paesetti deserti intorno. Scoprendo scorci nascosti, tra i fiumi Metauro e Potenza. Abbazie. E paesi fantasma, dove mi sento nel mio completo habitat. I morti…i fantasmi…le ossa…non hanno mai fatto male a nessuno.
 
Terza notte.
 
La tenda è posata su una delle faglie appenniniche. Dove dal 1997 l’attività sismica è quiescente. Sulla s.s. 77 si attraversano paesi lasciati al loro tempo, semidistrutti, dove si vedono ancora mobili e suppellettili lasciate lì … uno specchio riflette la luce del faro al mio passaggio. Un altro ritorno da un giro in motocicletta … una birra gelata per stordirmi dai pensieri che ho lasciato sulla Strada.
Una frittata per cena e due pomodori. Due fugaci chiacchiere con i campeggiatori adiacenti e a nanna. Da buon Ramingo.
Crollo coccolato da me stesso e dal materasso morbido avvolto dal buio totale. Inutile tenere l’orecchio a captare rumori che non ci sono. Creo il vuoto e sono nel nulla. Come mi è stato insegnato.
Nei miei sogni, come ricordo, mi sono apparse persone che nella loro Vita ultraterrena hanno sempre messo la mano protettrice in ogni viaggio che ho fatto. Addirittura come spesso mi capita, sento la mano calda di mio Padre appoggiarsi sulla spalla. Una sensazione benevola e rassicurante. Capita spesso.
 
Non sono in una casa. Il mio Corpo ed il mio sonno sono poggiati sul terreno, dove posso percepire in una sorta di “collegamento” elettrico con ciò che ho sotto di me.
 
 
La botta grossa.
 
Non ho avuto paura nel sentire il tintinnìo delle posate nelle pentole, o lo scricchiolìo della motocicletta sul cavalletto o sentire gli argini del lago franare nelle acque.
Gea è viva…per questo si muove.
L’umano non può mettersi contro ad una energia incontrollabile se costruisce case non rispettose della connessione naturale. Se non rispetta. In Giappone lo sanno. 
 
Mi sveglio. 
 
I bambini non sono impauriti, quanto meravigliati. Non siamo in una casa. Siamo direttamente poggiati sul Pianeta.
 
La responsabilità è solo dell’umano.
Solo sua.
 



Cuore.

Dicono che si debba ascoltare il cuore.

Ascoltarne attentamente le parole. E che il cuore trovi sempre un modo, per parlare.

Dicono che la sua voce si confonda spesso tra quelle della folla. La folla di dentro intendo, il miscuglio di raziocinio e paura e convenienza e compromesso col futuro.

E che per questo bisogna che si presti molto orecchio. Che si debba avere orecchio, insomma, prima di tutto per i discorsi del cuore.

Hanno detto di tutto, sul cuore.

Va dove ti porta il cuore.

Il cuore è un giocattolo.

Il cuore con le ali.

Segui il tuo cuore.

Il cuore è uno zingaro.

Lo hanno mutato in una guida turistica, una Barbie, un assorbente, un ladro da stanare.

Io dico che ciò che conta è badare al rumore del cuore quando si spezza. Non tanto a ciò che dice ma proprio a quel suono che racconta quando cede.

Un rumore secco, deciso, che non ammette sconti e fa strage di tutto: la voglia per alzarsi al mattino, il gioco, le attese del futuro, il desiderio. La convinzione di poter essere felici, specialmente.

Il cuore si rompe con una sola crepa per tutta la lunghezza, come la terra quando una faglia vince sopra un’altra. E resta esattamente così; con due parti coincidenti ma separate da un eterno dislivello. In quello spazio, che lo rende non più unito, non più uno, non più cuore, si piazza il ricordo.

S’insinua nell’antro della frattura come un residuo di nocciola nello spazio tra i denti, che la lingua non lo leva mica.

E ti frega.

Seminando batteri e infezioni e dolori.

Sarebbe molto meglio se il cuore si rompesse, come si legge nei romanzi d’amore, in mille pezzi, in piccole schegge, in tanti frammenti.

Cosicché si potrebbe decidere se passare il resto della vita a raccoglierli oppure a vivere senza un cuore. Due sole alternative senza mezze misure.

E invece no. Il cuore si rompe dal di dentro con diabolica precisione. Se ne resta al suo posto, diviso in due fazioni non più conciliabili, separate da un orrendo spazio in altezza, in cui precipita facendo danni su danni la memoria.

Lo fa in fretta e senza sussurri.

Non geme, non grida. Non si dispera.

A stento ti avvisa, prima di fare “crac”.


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