S1: E1 “Rozeta”

Rozeta, anzi la dottoressa Rozeta, oggi vive ad Asti e quando indossa il suo camice bianco e si cinge il collo con lo stetoscopio, come fosse una collana preziosa, sorride felice. Visita i suoi pazienti nell’ambulatorio, dipinto di bianco e verde acqua, in corso Casale, perché finalmente è anche lei una medica di famiglia. Proprio come quando a 24 anni, appena laureata, lavorava come medica di base per quattro diversi paesini intorno a Shkoder, nel nord dell’Albania ai confini con il Montenegro, in un piccolo centro sanitario con solo sei posti letto riservati ai casi più urgenti. È proprio qui che si è specializzata in microbiologia, lei che fin da piccola si divertiva a guardare una goccia di saliva o l’ala di un insetto con il microscopio giocattolo, regalo di compleanno. Rozeta la medica che poi ha sposato Leonard il bravo violoncellista biondo e ha iniziato, come tante, come tutte, a dividersi tra il lavoro fuori di casa con i pazienti e quello in casa, con lui spesso in giro a fare concerti e lei a badare ai due bambini, a crescerli. Niente che la turbasse e le facesse pensare di mollare tutto per andare via. Poi, correva l’anno 1997, è iniziato il “periodo dell’anarchia albanese”, come scrive anche Wikipedia. Una vera guerra civile, con le persone armate per le strade, la crisi economica che aveva portato il paese alla rovina e spinto tanti albanesi, disperati e terrorizzati, a scappare. Anche per Rozeta e Leonard, e il violoncello e i figli, l’idea è stata quella di andare via, appena possibile, abbandonare tutto per raggiungere quella parte della famiglia che da dieci anni viveva ad Asti e ricominciare. Ovviamente saper suonare uno strumento è qualcosa di riconosciuto, e apprezzato, in tutto il mondo, anche in Italia, e iniziare a dare lezioni di musica o suonare per la banda cittadina per Leonard non è difficile, la musica è una lingua universale, anche quando l’italiano è stentato. Rozeta già sa che una laurea in medicina presa in un altro paese, anche se europeo, in Italia non ha alcun valore legale. Per ottenere il permesso di soggiorno si fa prima se si inizia a fare la sarta o la badante in una residenza per anziani, anzichè  aspettare  tempi e peripezie burocratiche per il riconoscimento del titolo di studio. Senza scoraggiarsi, cercando di cavarsela, studiando una nuova lingua, provando a capire e ad abituarsi a un modo di vivere diverso, sfidando la diffidenza degli sguardi e i pregiudizi. Solo quattro anni per avere una risposta dal ministero della salute: “per quanto riguarda la domanda della sig.ra Rozeta …, di nazionalità albanese, in possesso di Laurea in Medicina e Chirurgia, la Commissione Didattica, esaminata la documentazione allegata, invita la Facoltà ad ammettere la richiedente, senza obbligo di frequenza, direttamente al VI Anno del Corso di Laurea Specialistica a Ciclo Unico in Medicina e Chirurgia, con obbligo di sostenere i seguenti esami di profitto: Emergenze Medico-Chirurgiche, Clinica Medica, Clinica Chirurgica, Pediatria Generale e Specialistica, Ginecologia e Ostetricia, Medicina Legale, Sanità Pubblica e Medicina del Lavoro.”.  Ovviamente la facoltà è quella  dell’università Sapienza di Roma, facilmente raggiungibile da Asti, capoluogo della provincia omonima, in Piemonte. Rozeta studia, ci mette due anni, spostamenti compresi, a superare brillantemente gli esami richiesti e poi, quando la legge lo ha permesso, si è iscritta al corso triennale per diventare una medica di famiglia e oggi è la prima, e per ora unica, straniera medica di famiglia in Italia.

Secondo i dati dell’Associazione Medici Stranieri in Italia, a fine 2019, in Italia ci sono 80mila professionisti della sanità di origine straniera, di cui 19mila medici: il 65% non ha la cittadinanza italiana, o è in attesa di riconoscimento titoli conseguiti all’estero, e per questo l’85% lavora nel privato non potendo accedere ai concorsi pubblici.





Desidero esistere

Carla viveva a Roma ormai da più di 25 anni, era partita dal suo paese per frequentare l’università, Roma rappresentava la libertà attesa dalle scuole medie, il mettersi alla prova, le piazze grandi e tanti cinema.
Carla non si era mai pentita di questa scelta, anzi le piaceva vivere nella Capitale.

Lo vede subito. Immobile con le mani in tasca, sembra anche spaventato, le 4 del mattino; si sta pentendo di essere andata via tanto tardi e pure da sola, ma una serata così piacevole, in terrazza a fine maggio, ballare e chiacchierare, era rimasta fino all’ultimo.

La vede anche lui. Qualche rapido passo e svanisce dietro l’angolo, a metà del sottopassaggio, ‘forse dovrei girare i tacchi e andarmene”, ma no Carla non ci riesce, sa che se lascia vincere la paura potrebbe anche smettere di uscire, dopo tanti anni di libertà non se la sente di rinunciare, poi dovrebbe rinunciare al cinema da sola, al ristorante, alla visita culturale, al chiaro di luna, a tutto quello che ha sempre fatto.

“Stai calma stai calma stai calma. Non è niente non è niente.” quasi a ritmare il passo e il battito del cuore.

Si gira, nessuno. Nessuno dietro, nessuno davanti, eppure accelera il passo, arriva all’angolo, pochi passi e sarà a casa al sicuro.

Un movimento rapido, rosa tra abiti scuri, tra le pareti dello stomaco. Un baluginare di carne che si agita nella mano: è come se stringesse il suo cuore e lo facesse sobbalzare su e giù. Continua a pensare ho 45 anni ed è come se ne avessi 5, non posso fare nulla.

Giovane, giovanissimo, diafano con la pelle butterata, continua a masturbarsi; Carla si vede dall’esterno ormai, quasi fosse la scena di un duello; è costretta, ma spera sia solo un esibizionista di quelli che lo fanno tanto per, certo è orribile, ricorda i discorsi di casa in cui si diceva che un esibizionista violenta la tua anima, ma non il tuo corpo, in certi momenti ci si accontenta davvero di niente.

Noi donne lo sappiamo benissimo cosa non dovremmo mai fare, ma prevale la voglia di esistere, certo che Carla lo sapeva che mai i sottopassaggi, mai da sola tanto tardi, eppure lo faceva uguale; avete mai provato la sensazione di dover limitare la vostra libertà solo perché potrebbe essere troppo pericolosa?

È inaccettabile, considerare “saggio” condizionare le proprie scelte non è possibile, però sin da bambina te lo chiedono, sempre preceduto da un “ma” avversativo, un “avresti anche ragione, ma”. Ma cosa?

Ma sei nata donna.

Il biondo slavato adesso si muove rapidamente, mi butta in ginocchio, sento qualcosa puntato alla tempia, non posso guardare, preme, fa male, mi abbassa la testa e me lo mette in bocca, ho paura vorrei vomitare, non riesco, non posso, se lo faccio magari mi ammazza.

Finisce, si rimette dentro il pezzo di carne, si calca il cappellino in testa e se ne va; Carla rimane stordita e nauseata, pensa “poteva andarmi peggio” e mentre lo pensa lo sa che è un pensiero sbagliato, ma anche inevitabile, lo stupro è una minaccia alla vita; l’ultima cosa che difendiamo.

Sale a casa, chiama un’amica, di corsa si recano in Questura; Carla racconta l’accaduto, continuando a sfregarsi la bocca con la manica, l’agente di turno la squadra, osserva la gonna, poi la guarda negli occhi e le dice: “In questo quartiere contiamo circa una ventina di aggressori sessuali, può sporgere denuncia contro ignoti, faremo del nostro meglio, ma sa come sono questi maniaci, difficile identificarli con sicurezza quando è notte, si ha paura… alla fine possiamo fare poco.”

Carla non sa più che fare, è arrivata già la paura successiva, quella di una malattia; certo non le va di andare a casa, la sua amica la prende sottobraccio e se la porta via, il giorno dopo andranno in ospedale per le analisi, nessuna delle due riesce a parlare, ma si intuisce un pensiero arcaico di vendetta, un qualcosa che ti fa venir voglia di segnarli tutti con una lettera scarlatta, di esibirli, di mostrarli, nelle piazze, che se essere donna è uno stigma allora provalo anche tu cosa significa, che ogni sottopassaggio, androne, vicolo venga illuminato, vorresti infliggergli il supplizio del sole, come a un vampiro, per strapparlo dalle pieghe della vergogna che provi, per far sì che il sole illumini la verità, io mi vergogno del silenzio che ogni giorno mette a tacere tutto questo, mi vergogno per me, mi vergogno di ritirare le analisi, mi vergogno e non posso smettere di vergognarmi anche se vorrei.





LA VITA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Una collettività confusa si sta agitando smarrita nella paura del contagio, responsabile quel germe dannato che invade le vie respiratorie e, nel peggiore dei casi, provoca  polmoniti ingravescenti.

È il Coronavirus, altrimenti detto Covid 19, un microrganismo insidioso che ha avuto la pessima idea di fare il salto di specie, dall’animale all’uomo.

Partito dalla Cina è arrivato in Europa e si sta diffondendo subdolamente e con discreta progressione geometrica in Lombardia. Il caso vuole. I maligni già elaborano fantastiche correlazioni tra l’alto PIL della Regione in rapporto al numero di casi accertati. E perché il sud del Paese al momento risulta indenne dal contagio? Caccia al paziente zero di casa nostra e una lunga sfilata di indicazioni e controindicazioni su cosa è meglio fare o evitare; le iconiche mascherine servono a ostacolare l’ingresso del virus nel nostro corpo, o no? Direi che il delirio si spreca, un vociare infinito.

La comunicazione di massa attraverso i media tradizionali e i social si sta prodigando più della scienza medica nel dare informazione con la massima penetrazione possibile, tra verità e fake news, provocando un fastidioso rimbombo nella mente dei cittadini; i più sensibili e creduloni sono le facili vittime di un fenomeno mediatico sproporzionato. Con perfetto tempismo la televisione trasmette Virus letale, un film di Wolfgang Petersen del 1995, con Dustin Hoffman, Renée Russo, Kevin Spacey, Donald Sutherland e Morgan Freeman.

Come si conviene, truffe e sciacallaggi sono il repeating pattern di un mondo che perde la testa ma non sa inventare niente di nuovo per sorprenderci, anche nell’abuso.

Questa mattina ho visitato un paio di supermercati a Milano, giusto per farmi un’idea di come stanno le cose, e vi riporto le mie osservazioni.

Auchan, fascia medio-alta: buona disponibilità di derrate sugli scaffali, cassiere con guanti e mascherina.

Lidl, fascia medio-bassa, presenta scaffali svuotati, in particolare quelli contenenti cibi in scatola, carrelli strapieni e una battuta colta al volo: – il Rolex per un litro di latte. Italiani, riprendetevi dall’isteria collettiva.

Leggo sul Corriere della Sera di un paio di giorni fa, un contributo dello scrittore Antonio Scurati:

“È finita in crisi la cognizione della finitudine umana. L’avanzare dell’epidemia ci polarizza agli estremi mentre dovremmo ricostruire una coscienza collettiva.”

Così esordisce Scurati, rimarcando la nostra umana fragilità di fronte a un evento imprevedibile e gravido di penose conseguenze, esortandoci a ricostruire una coscienza collettiva di individui che ora mancano di lucidità e si dibattono nell’oscurità di presunti scenari apocalittici, dei quali non possono fare a meno.

Prosegue lo scrittore:

“È questo il modo in cui finisce il mondo. Non con uno schianto ma con un lamento* Ora che è arrivato, ora che lo spaventoso coronavirus è tra noi, tornano in mente i versi del poeta. E se la fine non si manifestasse tramite la deflagrazione roboante di una esplosione micidiale ma si insufflasse in noi, silenziosa, vaporosa e inavvertita come lo è la letale vita infinitesimale dei microrganismi? Se non si annunciasse con un tuono assordante ma con un semplice, distratto colpo di tosse?”  

L’Apocalisse è servita e viene da lontano, dall’Oriente del pericolo giallo, da un semplice serpente o pipistrello che ha ospitato un virus tanto scaltro da essere capace di evolversi. E noi?

*(T.S. Eliot, Gli uomini vuoti, 1925)


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#1

Beatrice coi suoi 30 anni aveva già quell’aria da zitella ringalluzzita che avrebbe dovuto acquisire con il passar del tempo.
Potevi immaginarla, a 45-50 anni, come madre di successo, anche senza figli; con una bella pelle idratata e i capelli lunghissimi, un culo da urlo e una grande competenza in ritocchini.
Cosa la rendesse tale penso fosse quel sottostrato di conformismo e di bisogno di piacere a tutti, insicura fino al parossismo; non rispondeva mai in modo spontaneo, vedevi che si fermava, per carità non è detto che riflettere sia sbagliato, anzi; ma se ti chiedo la vuoi la pasta? mi aspetto risposte semplici, non contorte elaborazioni intellettuali per arrivare a proferire – comunque – un sì o un no.

Nature come quella di Vincenzo erano al tempo stesso attratte e repulse da donne così, ma indubbiamente anche lui era uno di quelli che a retropensiero ci andava pesante, e lei era bella, molto.
Si erano incontrati a una noiosissima “cenetta” tra amici, la noia fu galeotta, essendo gli unici muti della combriccola, inevitabilmente iniziarono a conversare fra di loro.

Partirono parlando dei comuni amici per arrivare a scoprire di aver frequentato la stessa scuola elementare; ecco quando scopri un passato in comune con qualcuno ti rilassi, come se quel passato fosse una garanzia, una sicurezza, qualcosa che non può che averti reso buono e affidabile, almeno quanto me.

Beatrice si fidò di Vincenzo, iniziarono a frequentarsi, si piacevano davvero? Mah, secondo i comuni amici non c’era niente di più distante da Vincenzo di Beatrice e viceversa, eppure avevano la scuola elementare che li univa e questo – loro – non potevano capirlo.
Finché all’improvviso, un déjà vu; quel ragazzino stronzo che la pigliava in giro, più grande di lei, che ripeteva la quinta elementare da due anni; assomigliava moltissimo a Vincenzo, gli anni non corrispondevano, però.
Beatrice iniziò a osservarlo di sguincio, a sospettare, non avevano ancora fatto l’amore, a quel punto un’angoscia incontenibile la assalì e se si fosse ritrovata a letto con lui e scoperto che aveva IL neo a forma di ananas all’interno caviglia? quel neo che ricordava quando lui la buttava a terra nella polvere del cortile, gridandole “cicciona quattr’occhi, tuo padre vende i fiori al cimitero per farti essere così deforme?”

Fu allora che per Beatrice riuscire a vedergli la caviglia divenne un’ossessione, più del culo, dei ritocchini, di tutto; e riprese a mangiare, mangiare, come se la bambina fosse riapparsa dalle nebbie del passato; ma lui pareva non accorgersene, finché un pomeriggio sonnacchioso in cui lui era andato a trovarla – sperando che si arrivasse a concludere qualcosa – lei lo stordì con un caffè ‘corretto’ e, alla prima occasione, gli sollevò il pantalone, il neo era lì; la donna non si scompose e con un coltello asportò il neo in un colpo solo, mentre lui urlava di dolore e lei sussurrava: “Ora sì che siamo tutti e due diversi da quei bambini; io non sono più una cicciona quattr’occhi e tu non sei quello cattivo con il neo a forma di ananas”





Poter tornare.

L’architetto Stefano Boeri ricostruirà la mia Castello. Non sembra vero.

Il 18 dicembre 2019 è stato firmato il protocollo per l’affidamento di incarico dei piani attuativi per la ricostruzione di Castelsantangelo sul Nera, cancellata dal sisma del 2016.

Io non lo so quanto l’importanza di questa giornata  vi sia realmente arrivata. So che per la maggior parte di voi la cosa potrà essere sembrata come l’ennesimo passaggio di consegne, un noioso discutere tra esperti, tra tecnici della ricostruzione, qualcosa che non interesserà le vostre case. Perché il pensiero comune, giustificabile e comprensibile, rimane comunque quello di poter ricostruire la propria abitazione, dove era, con le stesse pietre, gli stessi difetti, i medesimi muri incurvati dal tempo, le travi tarlate, la macchia sulla parete, il quadro storto e, tutto il resto, non ha importanza.
Eppure le cose non stanno così. Chi ancora rimane attaccato a questo pensiero, non fa altro che prolungare un dolore, quello del lutto, senza darsi la possibilità di poter rinascere.
È il momento di elaborare quel lutto, di rendersi conto che abbiamo avuto la sfortuna o la fortuna di essere in un momento storico di cambiamento, perché così va la vita e credere che tutto ciò che ci è arrivato sin qui è ciò che è sempre stato nei secoli, è un’illusione. La storia ce lo insegna, ce lo insegnano le chiese di Castello, i suoi vicoli, che il decorrere dei secoli ha cambiato, spesso a causa dei terremoti del passato, in altri casi per le guerre o gli errori di costruzione.
Le architetture cambiano, cambiano le strade, le case, le piazze intorno a noi, e anche se ( e ne conosco qualcuno a me molto vicino) ci saranno persone che non torneranno più finché le cose non verranno rimesse a posto così come erano prima, con tutto il rispetto per quel dolore, essere realisti è quanto di meglio possiamo augurarci per il futuro di questo territorio tutto e per noi tutti.
Io ho rinunciato a rivedere quella casa dove sono cresciuta da quel giorno di ottobre e mai ho creduto di poterla rivedere così come l’ho vissuta. Ho sofferto più per l’incomprensibile gestione della cosa pubblica che per l’idea di non poter arrivare a compiere l’obiettivo. Da tecnico, nonostante i tanti creativi voli pindarici, ho l’abitudine di non perdere di vista l’obiettivo. Sto imparando che questo, sempre, oltre il mio lavoro, è l’unico modo per salvarsi.
Ho faticato emotivamente e continuerò ad essere stanca – ormai lo so – per i giri in tondo che fanno perdere di vista quell’obiettivo, che deve essere chiaro per tutti, deve essere quello di trovare il modo di ricostruire Castelsantangelo e frazioni in un modo sicuro, certo, privo di fragilità che lo rendono ora, vulnerabile e invivibile.

Ho
un’immagine chiara da tempo ormai ed è quella di avere in mano tanti mattoncini
Lego, accatastati, mescolati: non dobbiamo buttarli via, dobbiamo trovare il
modo di ricostruire in modo che quei mattoncini insieme reggano bene. 

Non so dove ci porterà la giornata di oggi, dopo aver consegnato Castello nelle mani di chi ha probabilmente l’obiettività di poter guardare oltre, dritti all’obiettivo che la burocrazia, l’incompetenza e la superbia, ci stanno facendo perdere di vista.
A me è rimasta questa speranza, non mi interessa più riavere quella casa, voglio poter tornare, lì, oltre quelle quattro vecchie mura.





Fare società intorno al libro

Articolo già edito da www.carmillaonline.com

Ci provano con un cric, non funziona. Ritentano con un frullino. Segano una sbarra, entrano nel locale, portano via computer, denaro, giochi di società, mettono tutto sottosopra. È la notte tra il 29 e il 30 novembre e l’obiettivo è ancora una libreria indipendente romana che porta il nome di Giufà, un personaggio presente nella tradizione orale del mediterraneo, una figura ponte. Avevano già colpito nel 2018 e sono tornati. Sono tempi duri a Roma per chi cerca di sviluppare progetti di prossimità che sottraggano i quartieri alla logica del dormi-lavora-consuma. Non a caso è proprio del 2 dicembre la notizia che la Pecora elettrica, un’altra libreria indipendente di Centocelle, dopo il doppio incendio del 25 aprile e del 5/6 novembre, non riaprirà. Nel frattempo altri locali continuano a prendere fuoco, a essere vittime di furti o semplicemente a chiudere, come la storica Libreria del Viaggiatore in via del Pellegrino. In alcuni casi sono ipotizzabili logiche di controllo criminale del territorio, ma nel complesso non c’è bisogno di un esplicito filo d’Arianna che colleghi tutti i singoli fatti in chiave complottistica per capire che rischiamo un futuro urbano distopico, deprivato dell’elemento sociale e conviviale. Una massa di elettori e di consumatori singolarizzati, senza comunità, senza riti, canzoni, muretti, piazze e contatto diretto, si governa meglio. E ciò che non è governabile lo si lascia alle cure dello psicologo o a quelle del poliziotto, a seconda delle fasce di reddito in questione.

Francesco Mecozzi

«Eravamo un piccolo gruppo di trentenni e venivamo da percorsi universitari diversi», racconta Francesco Mecozzi. «Facendo formazione nelle scuole ci siamo accorti della centralità del libro. Così abbiamo fondato una cooperativa e aperto i battenti nel 2005, quando a San Lorenzo c’era solo un’altra libreria generalista. Era un mondo diverso: in via degli Aurunci c’erano botteghe di fabbri, falegnami, tipografi, ceramisti, e perfino un teatrino per bambini. Adesso invece la gentrificazione avanza perché non c’è protezione per attività come le nostre.»
La zona in effetti ha subito una metamorfosi radicale da quando era il baluardo della contestazione studentesca e popolare negli anni settanta, con le decine di sedi politiche e di centri culturali che si affacciavano sulle vie. Oggi il quartiere è rappresentato dai media come crocevia della movida notturna e del controllo criminale del territorio. «Ciò nonostante San Lorenzo è ancora un quartiere vero, a differenza di altre zone della Capitale devastate dalla ristorazione mordi e fuggi e dall’onda d’urto di Airbnb. Ci sono scuole, asili nido, il mercato, l’università e negozi a conduzione famigliare. San Lorenzo è un monumento consumato dal tempo che la natura sta ripopolando con nuova vegetazione: si tratta in particolare di ex studenti che ci avevano abitato da fuorisede e poi hanno deciso di tornare con la famiglia, oppure persone che scelgono di viverci in maniera mirata, perché questo quartiere ha ancora un posto ben definito nell’immaginario collettivo.»
Nei suoi quindici anni di attività la Libreria Caffè Giufà ha ospitato più di mille e duecento tra presentazioni, dibattiti e reading. Mi ricordo delle prime presentazioni di Zerocalcare con una fila di ragazzi e ragazze che arrivava fino a fuori la porta. Tutti gli chiedevano di personalizzare il libro di fumetti con un disegnino e lui si massaggiava il polso indolenzito. Chiedo a Francesco altri nomi noti. Vengono fuori Claudia Durastanti, Nicola La Gioia, Cristian Raimo, Makkox, gli statunitensi Rick Moody e Charles Burns, lo spagnolo Paco Roca, l’americana di origini messicane Sandra Cisneros e la messicana Valeria Luiselli. Ricordo poi la prima presentazione di 108 Metri dello scrittore working class Alberto Prunetti: si svolse proprio qui, nell’ambito di un talk show organizzato dal Gruppo di Studio Penequo, cui seguirono gli incontri con altri autori di “Carmilla” quali Gioacchino Toni e Sandro Moiso.

 

Ogni volta che entro da Giufà trovo studenti che preparano esami sorseggiando tisane, qualche passeggino parcheggiato tra i tavolini disposti accanto agli scaffali, appassionati di fumetti con il naso dentro un volume a copertina rigida. Poi nel tardo pomeriggio spesso compaiono un paio di microfoni, cominciano a circolare calici di vino e s’inizia a parlar di saggi, romanzi e graphic novel. I passeggini cambiano angolazione e molti dei presenti si fermano a sentire mentre arriva altra gente. Scattano i saluti, gli abbracci di chi non si vede da tempo e ci si guarda intorno per conquistare una sedia.
«Negli Stati Uniti le librerie indipendenti sono in grande ripresa», continua Francesco. «A Roma, negli ultimi anni, da quattrocento si sono ridotte alla metà, però credo che anche qui si possa assistere a una rinascita se saremo capaci di costruire un tessuto sociale e immaginario dove i libri, insieme agli autori e ai lettori, possano contribuire a creare una vita migliore.»

Uscendo noto il bel pavimento a scacchi della libreria. È un indizio chiaro: originariamente il locale era un’officina. Mi immagino quel fabbro o quel ceramista novecentesco che terminato il lavoro andava a bersi un bicchiere di bianco in un’osteria vicino alle mura o lungo la via Tiburtina. Me lo immagino nel 1922 tra il popolo che bloccò l’ingresso degli squadristi durante la marcia su Roma; poi a scavare a mani nude per tirar fuori morti e feriti dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale e infine a sognare un mondo migliore insieme ai partigiani. Esco dal negozio e me lo ritrovo di fronte, baffuto: attraverso la vetrata guarda i libri con le mani sui fianchi e sorride con aria d’approvazione.

 





Roma città Eterna?

È una bella giornata di inverno solare a Roma, è raro che sia così limpido
da vedere i castelli dal mio balconcino, torno da una felice e pensierosa
passeggiata al parco della Caffarella.
Mi piacciono le ville di periferia, sono pezzi di natura che casualmente la
città non ha inghiottito. In mezzo ai palazzoni dell’Appio un tocco di
poesia che commuove ancora di più per il contrasto.
Le ville di periferia non sono eleganti e istruite come le altezzose ville
del centro, gonfie di visitatori che non sanno che non stanno vedendo Roma, ma quello che tutti sanno di questa città.
Non sanno delle panchine occupate sempre dagli stessi occhi, degli uomini
soli che cercano rifugio in donne culturalmente sconosciute, ma una carezza non ha nazione – non trovi? -, non sanno dei bambini sudati e dei genitori che ripetono il vecchio ritornello: “còprite che sei sudato e poi te piji er rafreddddore…”, non sanno dei giovani che sballano in tanti modi, delle coppiette un po’ coatte che ciancicano gomma e si sbaciucchiano e si dicono: “A ci’, t’amo da mori’!”. Non sanno, ma soprattutto non vogliono saperlo perché ce l’hanno anche a casa loro, allora ogni giorno questa città si sveglia e cerca di mantenere intatti i sogni su se stessa.
Nessuno viene qua per vedere la realtà, per essere eterna questa città si
deve inventare uno spazio al di fuori del tempo: i busti severi di villa
Borghese ci fissano e si indignano per le inevitabili mutilazioni, il
Colosseo che essendo un circo non riesce proprio a credere di essere così
interessante, e tante tante chiese che mi chiedo sempre perché sono chiuse
proprio la notte quando l’uomo è più solo e ha freddo, perché sono chiuse
quando ce ne è più bisogno? È la notte che si ha bisogno di Dio.

 





C’era una volta in America

Il 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo, nel tentativo di scoprire una nuova rotta per le Indie, regala al vecchio mondo la convinzione che ci sia un intero continente da scoprire e quindi da conquistare. La sua visione è resa possibile dal finanziamento principale della corona spagnola nelle vesti dell’allora regina Isabella di Castiglia. Ed è proprio da una donna spagnola, o meglio dalla sua “famiglia”, che partiremo per raccontare la storia di colui che ha conquistato l’America riorganizzando il crimine, rendendolo la più grande multinazionale della storia: Salvatore Lucania, passato alla storia come Lucky Charles Luciano.

Toledo, Spagna 1412. Viene creata un’associazione segreta chiamata La Garduña, fondata sui valori comportamentali dell’epica cavalleresca: onore, codice etico e religiosità. Tra gli affiliati vanno annoverati tre fratelli: Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Per anni agirono nella più completa impunità accomodando richieste di giudici, governanti, amministratori e uomini di chiesa. Un giorno, però, la loro sorella venne oltraggiata da un uomo vicino al Re di Spagna, ma ciò nulla valse perché i tre fratelli scelgono di vendicare l’onore della sorella lavando quest’ultima con lo stesso sangue del malcapitato. Riconosciuti colpevoli di omicidio i tre fratelli vengono mandati in prigione nell’isola di Favignana, allora territorio Aragonese, all’interno della fortezza di Santa Caterina. I tre scontano ben trent’anni di carcere, passando il tempo a scrivere codici e formule segrete, regole, riti di iniziazione e di affiliazione, simboli esoterici e interi manuali di regole e comportamenti. Con tanto di segno della croce i tre si votano uno a Gesù, uno a San Michele Arcangelo e l’altro a San Pietro, rispettivamente colui che dal cielo tutto crea e disfa, colui che con la spada e la bilancia in mano decide ciò che è giusto o no e, infine, colui che con le sue chiavi può decidere di aprire o no ogni porta. Accade così che una volta liberi si abbracciano per un’ ultima volta decidendo di partire ognuno per la propria strada per formare adepti per una “società”  che si sarebbe giurata fedeltà sul sacro vincolo della “Famiglia” e della “Fede”. Mastrosso attraversa lo stretto e si stabilisce in Calabria dove fonda la ‘Ndrangheta; Carcagnosso prosegue verso la Campania dove fonda la Camorra e Osso sceglie di rimanere in Sicilia dove fonda la Mafia o meglio Cosa Nostra.

La Mafia risulta essere un’associazione Segreta, ma neanche tanto, perché gli uomini devono sapere a chi rivolgersi quando intendono servirsi di qualche “favore”; clandestina, ma neppure molto perché bisogna sapere dove andare quando è necessario interloquire con qualcuno di loro.

Un magistrato dell’800 la deninisce “il rimedio omeopatico alla Criminalità“. I Mafiosi stessi, pur riconosciuti come criminali, vengono chiamati a mantenere l’ordine nelle aziende come custodia; tra le aziende e il territorio nel subappalto edilizio; nella politica con il controllo dei voti; a controllare settori affaristici importanti che non possono essere regolati secondo il normale sviluppo industriale, come la droga, la prostituzione, il racket e il contrabbando. 

In questo scenario Salvatore Lucania nasce nel 1897 a Lercara Freddi, un piccolo centro in provincia di Palermo, noto per le sue miniere di zolfo dove lo stesso padre, Antonio, lavorava. Il mito del sogno Americano porta la sua famiglia a cercare fortuna oltre oceano e così, all’età di otto anni, insieme al papà e alla mamma Rosalia si imbarcano come molti loro connazionali. Arrivati nel nuovo continente vengono sbarcati ad Ellis Island dove soggiornano per un anno circa prima di trasferirsi a New York.

Giunti nella Grande Mela la famiglia Lucania trova alloggio a Lower East Side, ai margini fra il quartiere ebraico e quello irlandese. Qui, ogni giorno, assiste ai continui scontri tra le gang rivali e, un giorno come tanti, a scuola interviene in quello che a lui sembra l’ennesimo sopruso effettuato su un ragazzo ebreo da parte di un ragazzo irlandese. Salvatore  non si tira indietro e decide di prendere le parti del ragazzo ebreo, ma subito si rende conto che il fanciullo è tutt’altro che indifeso. Tra i due dopo un piccolo litigio nasce una grande amicizia che li legherà per tutta la vita: il giovane in questione si chiama Meyer Lansky ed è a capo di una banda dedita ad ogni forma di illegalità. Salvatore e Lansky si intendono da subito ed entrambi cercano di prendere l’aspetto positivo delle rivalità tra gang nella scuola stessa decidendo di estorcere un penny al giorno ai ragazzi che intendono avere protezione nei confronti dei ragazzi irlandesi. Questa unione apparentemente casuale sarà decisiva per le future idee di Luciano stesso. A dieci anni Salvatore finisce per la prima volta in riformatorio per quattro mesi per taccheggio, ma questa esperienza non cambierà la sua natura. Tornerà in carcere a diciotto anni per spaccio ed uso di eroina e morfina. Di nuovo a piede libero, entra nella banda criminale Five Points Gang con a capo il Gangster Johnny Torrio dove conosce Frank Costello e Al Capone. Stanco delle continue prese in giro sul suo nome italiano che da Salvatore diventava spesso il femminile Sally decide di americanizzare il suo nome in Charles Luciano.

Perfettamente ambientato nel nuovo continente, del quale aveva scelto già da tempo di diventarne cittadino perdendo la cittadinanza italiana,  Charles viene preso alla sprovvista dalla chiamata alle armi nel 1917. Il ragazzo non ha la minima intenzione di andare al fronte (non certo per la sua repulsione verso le armi che ormai maneggia da tempo) così decide di farsi contagiare volutamente da un’infezione di clamidia attraverso rapporti sessuali non protetti avvenuti probabilmente in qualche bordello.

Nel 1920 entra a tempo pieno in una gang ebraica appartenente al gangster Arnold Rothstein insieme all’inseparabile amico Lansky, Costello, Bugsy Siegel ed altri “bravi ragazzi”.

Il 16 gennaio del 1920 il senatore Andrew Volstead, a seguito del Volstead Act e del XVIII emendamento degli Stati Uniti d’America che metteva al bando l’alcol, dava inizio all’era del Proibizionismo con la seguente frase: “I quartieri umili presto apparterranno al passato. Le prigioni e i riformatori resteranno vuoti. Tutti gli uomini cammineranno di nuovo eretti, tutte le donne sorrideranno e tutti i bambini rideranno. Le porte dell’inferno si sono chiuse per sempre”.

Probabilmente a Charles e ai suoi compari devono essere tornati in mente i tre fratelli spagnoli e i voti fatti ai santi, e, così, alle porte dell’inferno contrappongono lo spalancarsi delle porte del loro paradiso.

Alla mezzanotte e tre quarti del 15 gennaio a Chicago una banda armata assalta un treno con un carico di whiskey dando ufficialmente l’avvio al contrabbando. Charles e la sua banda si occupano direttamente di smistare per tutta Manhattan gli ingenti carichi di alcol che riescono a far sbarcare tramite le loro conoscenze portuali. Charles non si accontenta e decide di reinvestire gli enormi introiti in prostituzione e gioco d’azzardo insieme al suo amico Joe Adonis. Un noto pettegolezzo dell’ambiente racconta che gli abbiano attribuito  l’appellativo di “infame” nel mondo dei bordelli le molte prostitute che aveva ridotto in schiavitù dopo averle rese dipendenti dall’eroina.

Le imprese di Charles non passano inosservate e pertanto viene assoldato dall’importante  gangster di New York Joe Masseria detto Joe “the Boss”. Per lui parteciperà all’assassinio del gangster Umberto Valenti, acerrimo nemico del “Boss”. Ma Masseria parla a stento l’inglese e la sua visione è ancorata a quella Sicilia da cui era scappato da bambino. Sa che le sue frequentazioni del mondo ebraico e le sue implicazioni nella prostituzione non sono ben viste dagli emigrati italiani, così, in autonomia, continua a disegnare il suo piano cosmopolita recandosi ad Atlantic City, insieme a Torrio, Adonis e Costello, dove alcuni gangster italiani ed ebrei concordano alcune strategie comuni per la divisione del contrabbando di alcolici. Al ritorno a New York viene aggredito da alcuni uomini mai identificati; accoltellato gli viene tagliata la gola con un punteruolo e viene lasciato in fin di vita sulla spiaggia di Staten Island. Viene trovato da un agente di polizia e portato in ospedale dove riescono a salvargli la vita, vicenda che gli fa avere l’appellativo di “fortunato”, così da diventare per tutti Charles Lucky Luciano. Portato in questura Charles mantiene il codice d’onore rispettando l’omertà. Il 1930 vede scoppiare quella che viene definita la guerra Castellamarese tra Joe Masseria e il boss alla ribalta Salvatore Maranzano. Luciano non ha mai amato i bagni di sangue e ritiene questa guerra dannosa per gli affari, così, in accordo con Maranzano, progetta l’assassinio del suo capo in un ristorante di Coney Island con la complicità di una squadra di killer formata da Bugsy Siegel, Vito Genovese e Joe Adonis. Stabilita la pace con Maranzano, Lucky Luciano eredita il giro d’affari di Masseria ma, contravvenendo ai patti Maranzano, si proclama capo dei capi e, conoscendo la contrarietà di Charles a questa carica, progetta il suo assassinio e quello di Vito Genovese. Invitati nel suo ufficio a Park Avenue, poco prima dell’appuntamento, quattro killer ebrei assoldati da Lanskey travestiti da agenti del fisco irrompono nell’ufficio di Maranzano uccidendolo con la complicità del boss Gaetano Lucchese che, in prima persona, accompagna i killer per eludere la sorveglianza.

Ormai divenuto il principale boss di tutta l’America, Luciano si rifiuta di nominarsi Capo dei Capi e, per evitare altre guerre, decide di creare una Commissione formata dalle cinque famiglie di New York, dalla Chicago Outfit di Al Capone e dalla famiglia di Buffalo di Stefano Maggadino in rappresentanza delle famiglie minori, autorizzando chiunque a collaborare con gangster non siciliani e non italiani, dando vita  al poi ribattezzato “sindacato nazionale del crimine”, che avrebbe controllato, in cooperazione, l’intero contrabbando di alcolici, traffico di stupefacenti, della prostituzione, del gioco d’azzardo e i sindacati del porto di New York.  Ormai all’apice del potere Luciano vive nella suite del lussuoso Waldford-Astoria-Hotel, frequenta i più lussuosi nigth club , veste altissima moda e frequenta personaggi dello spettacolo del calibro di Frank Sinatra. Ormai convinto di aver conquistato l’America a capo della più grande multinazionale mai concepita, Luciano inizia a fare i conti con un altro uomo che intende inseguire il sogno Americano della celebrità ma per sua sfortuna dalla parte opposta della barricata: Thomas E. Dewey, che, nel 1935, viene nominato procuratore speciale per indagare sul gangsterismo. Dewey capisce che l’unico modo per incastrare Luciano è attraverso il racket della prostituzione; così, fa arrestare decine e decine di ragazze che lavorano nei suoi bordelli. Si accanisce sulle tossicodipendenti tenendole in astinenza per giorni fino a quando, ormai logorate, decidono di parlare in cambio di una dose. Luciano prova a rifugiarsi in Arkansas ma il primo aprile del 1936 viene arrestato, processato e condannato a oltre trent’anni di prigionia e spedito in un carcere di massima sicurezza al confine con il Canada dove i suoi contatti sono pressoché assenti. Nel 1942, in pieno conflitto mondiale, torna ad accendersi la “L” di Lucky. Il sabotaggio di alcune navi nel porto di Manhattan tra cui la SS Normandie, che prese fuoco e affondò nelle acque dello Hudson, fanno tremare la sicurezza degli Stati Uniti che credono in infiltrazioni di spie tedesche o di simpatizzanti fascisti tra le file dei molti italiani sul suolo Americano. La Marina, su suggerimento del capo dei sindacati portuali, decide di andare a parlare con Luciano, chiedendo la sua collaborazione per la protezione dei porti in cambio di un trasferimento ad un penitenziario vicino New York ribattezzato “l’hotel a cinque stelle”. Luciano accetta e per molti la sua collaborazione finisce qui. Ma per altri non è stato proprio così, infatti sembra certa la sua mano nello sbarco in Sicilia degli alleati nel luglio del 1943, dove si narra che sulla spiaggia venne fatta trovare una bandiera gialla con le iniziali “LL” , come a suggellare che la richiesta di collaborazione era stata avallata dal Boss dei Boss. Il tutto troverebbe credibilità soprattutto dal fatto che Vito Genovese in persona  ha fatto  da interprete a Napoli per le truppe Americane. Va detto che molti mafiosi, per qualcuno scritti su una lista consegnata da Luciano stesso agli apparati militari americani, vengono liberati, altri  messi a capo di istituzioni;  tra i più noti Don Calogero Vizzini, sindaco di Villalba. Nel febbraio del 1946 Thomas Dewey, diventato da giudice ormai governatore dello stato di New York, decide di liberare Luciano per i servigi resi all’America condannandolo però all’esilio. Dopo vari soggiorni in Brasile, Colombia, Venezuela, Luciano si trasferisce a Cuba dove investe, insieme a Lansky e in accordo con il Presidente Batista, nell’Hotel Nacional e in alcuni casinò Cubani. Qui riceve gli esponenti delle maggiori famiglie americane con cui continua a disegnare il traffico di stupefacenti. Sotto pressione del governo americano viene espulso da Cuba e portato in Italia per essere incarcerato. Ma Lucky sembra scampare ad ogni processo per mancanza di prove. Continua ad occuparsi di traffico di stupefacenti, addirittura creando una fabbrica di confetti dal ripieno “stupefacente” che esportava in tutta Europa. Ormai stabilito  in Italia tra Sicilia, Campania, passando per la Calabria, sembra più che mai devoto a seguire le gesta dei tre cavalieri spagnoli, sicuramente contribuendo all’ammodernamento delle strutture criminali italiane sul suo modello americano. Nel 1960 Ian Fleming, ideatore di James Bond, lo intervistò a Napoli. Nel 1962 un produttore cinematografico lo contatta per girare un film sulla sua vita. L’appuntamento all’aeroporto di Napoli è un buco nell’acqua perché sulla strada per Capodichino, la fortuna lo abbandona così come il suo cuore, che smette di battere. Il suo corpo oggi si trova al Saint John’s Cemetery nel distretto del Queens. Dimenticavo, la versione ufficiale della morte è “arresto”cardiaco, quasi una beffa per chi agli arresti riuscì sempre a farla franca.

 





Il cane scappato

A un certo punto, mancavano pochi chilometri al raccordo anulare, mentre la radio suonava i Creedence Clearwater Revival, ho visto che il traffico sull’autostrada era fermo.

Le automobili che prima mi avevano sorpassato ora erano con i lampeggianti di emergenza accesi, e qualcuno era pure sceso dall’auto.

Ho rallentato fino a fermarmi a un paio di metri dalle ultime auto, ho acceso anch’io le quattro frecce, e siccome nello specchietto non vedevo altre macchine sopravvenire, ho aperto lo sportello e sono sceso, andandomi ad appoggiare sul guard-rail della piazzola per la sosta di emergenza.

Che se arrivava il solito Nicky Lauda e mi tamponava, almeno ero in luogo sicuro, forse: certo che se invece ci piombava addosso una autocisterna carica di gas, ma ho scacciato il pensiero fastidioso, uno con la cravatta e la camicia macchiate di sugo si era avvicinato e mi aveva domandato cosa fosse successo, perché eravamo fermi.

“non lo so, ora ci informiamo”, gli ho risposto.

“andiamo” ha ribadito quello macchiato di sugo, curioso di scoprire la causa del campeggio di lamiera improvvisato sulla A1.

Ho fatto scattare la chiusura centralizzata della utilitaria, il cicalino ha fatto bip, e abbiamo risalito la corrente congelata di carrozzerie, qualcuno era rimasto in auto a sbraitare nel vivavoce, che i cazzi suoi si sentivano a chilometri di distanza, qualcun’altro leggeva il giornale, altri scorrevano le notifiche dei social network.

Più o meno una sessantina di esseri umani assortiti intrappolati in duecento metri di autostrada, poco prima dello svincolo per un autogrill.

“potevano entrare e parcare lì dentro” disse il mio accompagnatore occasionale, con un accento inequivocabilmente romagnolo “evidentemente non ci hanno pensato” ho ribadito senza troppa convinzione.

Poi abbiamo sentito bambini che piangevano, un uomo che chiamava “Birillo, Birillo” e quindi abbiamo notato una truccatissima che fumava seduta sul cofano del suv con la stella, e che imprecava “col cazzo che Birillo torna”.

Siccome lavoro nella comunicazione scientifica mi sono sentito in diritto di chiedere alla truccatissima cosa fosse successo “è scappato Birillo” ha sibilato quella, buttando il fumo di lato.

“Un bambino che scappa in autostrada?” ha allora ribadito il mio accompagnatore occasionale.

“ma no, si figuri” ha esalato quella che non si era mossa dal cofano, con la mano destra a reggere la sigaretta in posa plastica, polso piegato a novanta gradi “Birillo è il cane”.

Praticamente si erano fermati per fare pisciare il cane, una specie di meticcio multicolor che stava abbaiando nella scarpata, e quello si era fiondato fuori dall’auto lanciandosi verso l’autostrada, poi era stato scansato da un furgone e si era più prudentemente spostato verso la cunetta, dove il compagno di quella che fumava era sceso per cercare di riprendere Birillo e riportarlo ai bambini che piangevano.

Ma per fare questo aveva convinto un paio di camionisti a fermare il traffico, per evitare che gli ammazzassero il cane.

Nel frattempo uno con la faccia da politico aveva preso lo smartphone e aveva detto “ora chiamo la stradale e mettiamo fine a questo scandalo, qui c’è gente che deve andare a lavorare” anche se non era per niente credibile.

Il tizio con la cravatta sporca aveva attaccato bottone con la truccatissima chiedendole una sigaretta, e siccome io non fumo mi sono spostato di qualche metro, indeciso se tifare per Birillo, che fiutava tutti i cespugli e schizzava piscio random, o per il marito di quella seduta sul cofano del suv, che si era anche inzaccherato le stringate di fango, e un po’ chiamava il cane, un po’ bestemmiava in aramaico antico.

Ho cominciato a guardare anch’io le notifiche sui social, i miei amici elettronici sfigati mandavano messaggi prenatalizi, con immagini di santi, alberi di natale, pacchi dono e altra paccottiglia del genere. Nel frattempo pensavo a Sante, un amico virtuale, lontano cugino nella realtà, che passava almeno venticinque ore al giorno seduto davanti al PC, certificando la propria esistenza in vita a se stesso e ai suoi contatti con qualche selfie  qualche idiozia linkata in giro.

Che glielo volevo dire a Sante: “Sante,  poi ti accorgi che la tua vita sta andando a fondo, stringendo in un balletto mortale anche quella delle persone che ti stanno accanto. Ma non anneghi, no: è come se avessi le branchie oppure una dose inesauribile di ossigeno nei polmoni, e continui ad affondare, con l’acqua che diventa più scura ma a poco a poco, lentamente. E le bollicine intorno. E tu invece stai davanti al computer a fare cosa”

Ho smesso di pensare perché il cane era uscito dal fosso e si era avvicinato a me, forse ha capito che non odio i cani. L’ho arpionato dal collare e siccome era anche arrivato il suo autista, con le scarpe sporche e la camicia sudata, gliel’ho riconsegnato.

Quello aveva iniziato a spiegare il perché e il percome ma io avevo fretta e me ne sono andato.

Le persone che erano scese dalle auto si sono affrettate a risalire, in pochissimo tempo avevamo il motore acceso, io ho guardato sul sedile posteriore il regalo incartato, ho ingranato la prima e sono ripartito “stasera è Natale, questo regalo deve essere consegnato”

 


Foto copertina: © Antonio Musotto.




AAA – Amore Ricercasi

 

Se in giro c’è un contatore state pur certi che lo azzererò, non posso non farlo.

Osservo le sue mani, eleganti e affusolate, si contrappongono alle mie, un po’ tozze e rotonde, con le fossette, anonime; e dico anonime perché adesso mi voglio bene, un tempo avrei detto brutte mani.

Io lo so che quelle mani furono la calamita per quell’amore.

Non ho idea di quanti amori “importanti” si possano avere nella vita, ma non credo che ci sia un numero prestabilito, più che altro è la nostra disponibilità; ho amiche che si innamorano di continuo e vivono tutto questo come un “continuum”: il continuum in matematica è un insieme totalmente ordinato, anzi “densamente ordinato”; credo mi manchi l’ordine.

Ho 57 anni, mi giro, direi che sono stati non più di tre gli amori miei; direi anche che ho il sentore di aver esaurito con essi tutta la passione per gli umani che avevo a disposizione.

Me lo hai chiesto, ti ospito.

Sei lento, sei sempre stato troppo lento per me o io troppo veloce per te, mentre tu elaboravi un pensiero cercando le parole, ero sempre già andata via; avanti di almeno tre pensieri, quando mi dicevi il tuo, ormai era già così finito che non ci capivamo.

Già, le teste non hanno tutte la stessa velocità: dalla nostra storia questo ho capito, cerca qualcuno che abbia il tuo ritmo, altrimenti lo sfasamento sarà costante e negli anni, a causa di una somma di distanze, diventerà impazienza.

L’impazienza allontana moltissimo.

Occhi scurissimi, sgranati e iperbolici come il grande naso aquilino al centro di una faccia irregolare, mantenuta a un grado zero di espressività; lo guardo, so per certo di averlo amato, nostro figlio è in mezzo a noi; ma nulla mi sovviene, non un ricordo, non una sensazione: solo le mani continuano a piacermi; ogni mia storia ha preso il via da un dettaglio.

Deve essere questa superficialità attenta alle minuzie che aveva in sé la fine; quanto tempo puoi amare delle mani?

Non saprei, allora ho pensato: “Anche tutta la vita”, ma a 23 anni tutta la vita saranno sì e no 10 anni; e non potevo vivere una vita sola.

Niente non ricordo nulla, quella di quella vita là deve essere morta allora, per fare spazio alla successiva, fino ad arrivare a questa: una vita un po’ accigliata, equidistante da tutto, che ha quasi azzerato ogni bisogno, spontaneamente.

Spero che i figli non chiedano mai, sarebbe imbarazzante dir loro: “Sì, rammento tuo padre, è senz’altro lui, ma ho smarrito ogni spiegazione; non c’è traccia. Allora prova a leggere questa lettera, me la scrisse lui, forse qua un motivo lo ritrovi…”

Ecco la certezza del passato è nelle cose, non nel ricordo.