S1:E6 “Il Bicighellone nel laboratorio dei veleni”

Pedalando lungo le sponde del Naviglio Grande, intersecando le vie traverse che lo costeggiano, il Bicighellone percorre il filo dei ricordi che forma una consistente matassa. Una matassa che si dipana nella mente trasformandosi in una traccia indelebile. Un altro racconto ellittico di Lorenzo De Francesco, alias il Bicighellone.

La tappa della memoria che costituisce il nucleo di questo racconto è il luogo di lavoro dei genitori di Lorenzo, l’officina di cui era titolare il padre, teatro di un’attività artigiana di indubbio fascino per un bambino che vi trascorreva i pomeriggi dopo la scuola.

Un racconto che richiama la temperie del boom economico italiano, sostenuto dalla miriade di piccole imprese che sono state l’ossatura industriale del nostro Paese, non meno importanti delle grandi industrie del Nord. Una piccola storia nella grande storia, l’icona di una morale del lavoro e della produttività, dell’importanza che ha avuto l’economia reale, l’unica considerata possibile, nelle convinzioni di chi ci ha preceduto.

Lorenzo De Francesco ci restituisce la sua testimonianza, con l’affetto di chi è cresciuto e si è formato in quel tempo fatto di semplici e solide certezze.

Rita Manganello


Tra gli  album illustrati che coloravo da bambino, ce n’era  uno raffigurante i mesi dell’anno, con le classiche   illustrazioni dedicate a ogni stagione.

Ricordo marzo: completavo il disegno con il cielo blu intenso, grasse nuvole bianche, lenzuola stese al vento, rondini  nel cielo, la chiesetta gialla e rossa con campanile d’ordinanza, prato verdissimo con margherite sproporzionate.

È rimasta un’icona che  ritrovo oggi, inforcata la bici per un tuffo nel sole e nell’aria ancora fredda ma che vuole essere attraversata, sulla solita strada su per il Naviglio Grande, il campanile di San Cristoforo stagliato nel blu con i suoi mattoni scuri.

Passando per via Pestalozzi, compare sempre un gancio del tempo che, come l’iceberg del Titanic, si introduce nella mia testa di striscio ed ecco fiotti di ricordi che entrano tumultuosi e inarrestabili tra le paratie della mente. Era una strada di piccoli negozi e officine e così la ricordo, anche se oggi completamente cambiata. All’inizio della via “El Balzarot”, un omone sempre in tuta bisunta che riparava biciclette nel suo antro buio, burbero e scontroso, ove entravo titubante per far riparare le mie gomme bucate. O “i tri baséi”[1], l’osteria-caffè il cui odore di vinaccio sottovento anticipava l’alito e le urla degli ubriachi stanziali, propagandosi fino alla bottega dell’idraulico Brambilla, sempre grasso e sudato nella sua tutona blu con le bretelle. Poi quel che resta della vetrina del laboratorio-officina di  mio padre, che fu il luogo per anni deputato a ospitare i miei pomeriggi, nelle calure estive e nelle gelide nebbie invernali. Non i giochi con i coetanei, quelli erano concessi un’ora prima di cena, quando tornavo con mia madre a casa in via Biella.

Il pomeriggio, dalle 14 alle 18 lo passavo lì, dagli anni delle elementari fino alle medie, e ci lavoravo quasi a tempo pieno nei mesi estivi, fino alla maturità. Oggi a distanza di anni realizzo quale luogo di pericolo e tecnologia frequentavo allora senza le norme sulla sicurezza che sarebbero intervenute in seguito. L’importanza del contesto per giudicare i fatti.

Il laboratorio

Il laboratorio era stato avviato dal nonno paterno prima della guerra e sviluppato a fatica da mia nonna e mio padre dopo la morte precoce del nonno stroncato da un infarto a cinquant’anni, a seguito di una disavventura economica e poi dall’alcool. Come conseguenza mio padre dovette abbandonare gli studi in fretta trovarsi un lavoro di giorno e di sera per aiutare la famiglia.

Ripensando oggi a quel luogo, che riempiva monotono i miei giorni, comprendo quale tesoro di conoscenze e stimoli conteneva, che senza dubbio hanno in parte colmato la mancanza di giochi con i coetanei.

Lì si producevano, artigianalmente, apparecchi scientifici in vetro soffiato e insegne luminose al neon. Gli apparecchi scientifici tutti [2], e in particolare i sofisticati giunti a tenuta e  i rubinetti in vetro smerigliato, erano  la specialità della nonna, donna minuta ma dotata di piglio, energia e forza di volontà impressionanti. Una maestra instancabile nell’arte del vetro soffiato.

Babbo al vuoto insegne

Restavo incantato a vederla, più precisa di un tornio, ritmare regolarmente la rotazione della canna di vetro o pyrex[3] che veniva riscaldato al calor rosso sulla fiamma di gas/aria/ossigeno  e  allo stesso tempo soffiare dentro il tubo per evitare che si afflosciasse in modo irreparabile: operazione difficilissima a farsi senza una particolare manualità e sensibilità. Successivamente il vetro  incandescente veniva plasmato nella forma desiderata insufflandolo e modellandolo con pinze e spatole di ferro, ricoperte di amianto. Ancora oggi ho la sensazione del calore che irradiava il vetro e del dolore quando inavvertitamente si toccava una parte ancora rovente: subito si  bagnava con l’acqua fredda  la pelle  scottata.

Il vetro  veniva lasciato raffreddare naturalmente sui supporti  di amianto che ricoprivano  i banconi, perché altrimenti avrebbe incendiato qualsiasi altro supporto su cui lo appoggiavi. Quindi vivevamo a contatto tutti i giorni con l’amianto, che ricopriva i banchi di lavoro.

La parte tecnologicamente più affascinante, ripensandoci, era la costruzione delle insegne luminose al neon: all’inizio  non c’erano ancora le lampade fluorescenti industriali  impropriamente chiamate “neon”. In realtà il gas neon veniva usato solo per le insegne rosse, in tubo di vetro trasparente; gli altri colori erano realizzati introducendo il gas argon in canne di vetro apparentemente bianche, ma che una volta accese assumevano il colore della polvere interna, naturalmente tossica.

Ero incredulo nel notare che il tubo bianco, una volta percorso dalla corrente, assumeva colori diversi; lo stupore era veder comparire il rosso neon nel tubo trasparente.

Il processo di realizzazione delle insegne era complesso e affascinante: come per gli apparecchi scientifici, il vetro in canna veniva riscaldato e sagomato sul disegno da realizzare: alle estremità venivano saldati gli elettrodi, cilindri di vetro con all’interno un cilindro di metallo e connessione elettrica che serviva per trasmettere l’alta tensione al gas che, così ionizzato, si illuminava. Si predisponeva un beccuccio con ampolla, sempre in vetro, dove si depositava una goccia di mercurio prima di procedere con il vuoto pneumatico. Eh sì: affinché il gas si accenda, ionizzandosi con l’alta tensione, occorre che nel tubo non sia presente la benché minima particella d’aria  e si usa  il  mercurio come catalizzatore; quindi l’insegna viene fisicamente saldata alla pompa: si crea dapprima un vuoto iniziale con una pompa meccanica a pistone, indi il vuoto viene “spinto” con una pompa di Sprengel[4].. Durante il processo, l’insegna viene riscaldata applicando una tensione di parecchie migliaia di Volt agli elettrodi  facendoli diventare incandescenti; alla fine alla stessa viene immessa una quantità precisa di gas (argon o neon) e quindi staccata dalla pompa.

Ezio sagoma il vetro delle insegne

Al termine del procedimento descritto, si lavava il tubo di vetro con una soluzione estremamente tossica di acido fluoridrico, per rimuovere gli annerimenti dovuti al piombo. Ne ricordo ancora l’odore acre e fortissimo e le mille raccomandazioni dei genitori perché  mi tenessi alla larga.

Poteva accadere che il vetro si rompesse durante il lavaggio, allora i canti si trasformavano brutalmente in bestemmie; provavo inquietudine nel vedere gli operai così alterati, ma si riprendeva presto la routine lavorativa.

L’ambiente era di una rumorosità pazzesca, diverse fiamme accese sibilanti con gas e ossigeno, il compressore per l’aria, la taglierina del vetro, la pompa meccanica e noi che cantavamo e fischiavamo.

Tale era il rumore che Il telefono dell’officina non si sentiva, occorreva un lampeggiante ausiliario.

Ripenso oggi alla percentuale di componenti inquinanti  presenti nell’aria, specialmente  in inverno quando il freddo ci costringeva a rimanere rigorosamente sigillati: polvere di vetro, amianto, polveri dei tubi, gas, piombo, mercurio, ozono e diverse bombole di ossigeno alte un paio di metri, come bombe minacciose pronte a esplodere.

Oggi, ad ogni passaggio davanti al laboratorio, ora banale atelier di tatuaggi, ripenso a quell’universo straordinario che rivivrei volentieri e che allora era faticosa normalità per i miei genitori che lì hanno consumato tutta la loro vita.

Passo oltre, corro lungo l’alzaia. I ricordi fuoriescono come scia dalla mente con l’odore della süccia[5] nel naso, misto di muschio, acqua stagnante e alghe in putrefazione. Con l’occhio sbircio il cumulo  di rifiuti e rottami abbandonati che emergono surreali dal fondale;  qualche pesce isolato si dibatte senza speranza.

La süccia

L’acqua come la vita, quando sparisce lascia sul fondo relitti un po’ romantici e un po’ squallidi, comunque tutti vissuti. Schegge di luce saltellano tra le pozze; corro verso un sole che scappa.


[1] Tre gradini

[2] Pipette, distillatori, serpentine, palloni di Kjeldahl, matracci, burette,provette

[3] Pyrex© (marchio registrato PYREX) è un marchio introdotto dalla Corning Incorporated nel 1915 per una linea di vetro borosilicato usato per vetreria da laboratorio e oggetti per cucina” rispetto al vetro normale ha caratteristiche di maggior resistenza, minore fragilità e dilatazione termica, resistenza alla fiamma. La sua lavorazione richiede più alte temperature, raggiunte iniettando ossigeno insieme al gas.

[4] Pompa a vapori di mercurio, cioè  un distillatore ove il mercurio che precipitando estrae anche la più piccola particella d’aria dal tubo.

[5] “Asciutta” Il periodo in cui i Navigli restano asciutti per circa un mese, a marzo e a settembre.




S1:E5 “Il Bicighellone nel paese delle zie”

Il Bicighellone ormai familiare ai lettori di Diatomea, ci porta in questa sua avventura della memoria a pedalare con l’immaginazione nel paese delle zie, che fu per lui, da bambino, un’esperienza rituale appartenente alla sfera materna, tanto diversa dal suo vissuto nella casa patriarcale.

Un affetto per i luoghi come estensione del calore domestico percepito da bambino, a casa delle zie.

Lorenzo De Francesco tratteggia con sensibilità quel mondo non più rurale nei comportamenti e nell’ambiente, ma ancora sul crinale, e che cede gradualmente il testimone alle lusinghe della modernità. Una modernità di fatto mimetica, brutta copia dell’originale cittadino più evoluto e tipizzato.

L’autore sottolinea con precisione i segni della mutazione, trasferendo a noi lettori le sue percezioni e osservazioni velate di rimpianto, un rimpianto che deve lasciare il posto all’adattamento ineluttabile al nuovo mondo globalizzato e disidentificato.

Rita Manganello


Una giornata di febbraio fredda ma non tanto da impedirmi di inforcare la bici per smaltire un po’ di quotidianità e ritornare padrone di un pezzo di passato.

Una strada percorsa con i genitori migliaia di volte in auto, fino alla noia, oggi la ripercorro: un ghiribizzo da Bicighellone che coltivavo da tempo. Pedalare è come pompare ricordi dal pozzo della mente, che diventano linfa per il presente.

La mamma era di Rho, classe 1927, terza di quattro fratelli; raccontavano che sarebbero stati sette senza l’intervento della mortalità infantile.

Infanzia subito segnata dalla morte precoce del padre; la madre costretta a lavorare duramente alla Citterio a insaccare salumi tra pentoloni fumanti, i figli lasciati tutto il giorno nella casa di ringhiera: era una tribù quel caseggiato, che si prendeva più o meno cura di loro, una scuola di vita. Grande affiatamento e complicità coi fratelli compagni di tante avventure e ristrettezze.

Licenza elementare poi subito al lavoro, a Milano in una fabbrica. Lì a vent’anni conobbe mio padre; lui la sposò e lei dovette iniziare la sua vita in un altro mondo: lui figlio unico conviveva con la madre vedova estremamente possessiva. Un mondo difficile. Unica concessione alla routine familiare era, la domenica, fare visita alle sorelle e al fratello.

Evadere e respirare l’aria della corte, della ringhiera, ripercorrere i tempi e aggiornarsi sulle vicende di amici e conoscenti. Io partecipavo obbediente a queste visite  rituali durate per anni, fino all’adolescenza. In realtà qualche volta la mamma riusciva anche durante la settimana a prendere il bus (autolinee Stie – Milano-Legnano) per raggiungere le sorelle e mi portava con sé: ho ancora ben presente il sentore della pelle bisunta dei sedili, delle cromature e  il rumore del diesel puzzolente.

Le due sorelle erano proprietarie di una drogheria in pieno centro a Rho; il fratello, grande e grosso, faceva il prestinaio, poi magazziniere all’Alfa di Arese. Oggi capisco il perché di quelle fughe di mia madre dalla suocera padrona. Osservando l’amore fraterno tra di loro, capivo il mio abisso di solitudine come figlio unico.

Oggi ripercorro la strada che porta a Rho da casa mia, come allora: niente tangenziale, voglio ritrovare le stesse sensazioni.

Sensazione di libertà e dominio del tempo, pedalo lungo la circonvallazione delle filovie 90/91, una delle linee simbolo di Milano. Al centro della strada scorreva l’Olona, ora coperto: ho ancora nel naso l’olezzo che proveniva dal fiume che, nato puro sotto il Sacro Monte di Varese, raccoglieva in quegli anni ogni genere di inquinanti, fino a gettarsi sfiancato  sotto gli scarichi della zona della raffineria Condor diventata Shell, poi Eni, attualmente trasformata in complesso fieristico e alberghiero. L’Olona arrivava a Milano già morto, lasciava scorrere il suo cadavere dall’odore acre che ti prendeva la gola e seccava le labbra, difficile da dimenticare. Le acque di un colore inguardabile, spesso spumeggianti di chimica assortita.

Di questi tempi il percorso è più sicuro, la filovia, una volta incubo del ciclista – quando accostava in fermata, non si curava molto di chi c’era tra sé e il marciapiede –   è  ora ingabbiata nella corsia preferenziale.

Pedalo fino a viale Monte Ceneri e lì imbocco via Gallarate, costeggiando la serie di sfavillanti concessionari d’auto, il cui accattivante richiamo è subito spento dalla severa e triste geometria del Cimitero di Musocco, immutata da allora, con quella serie di finestrelle rettangolari a mo’ di prigione che già ti tolgono il fiato, memento mori visivo e spaziale che incombe su questa fetta di città: tappa delle visite domenicali istituite per salutare i  defunti parenti milanesi.

Pedalo lungo una viabilità  francesizzata: molte rotonde, corsie separate: in passato c’era un’unica carreggiata con una corsia per senso di marcia per cui se ti beccavi il camion  lo dovevi seguire fino a Rho. Si esce da Milano e si arriva a Pero, paese spesso citato dai genitori perché era il loro luogo di ritrovo da fidanzati, a metà strada.

Attraverso il centro di questa frazione periferica della grande Milano e percorro la strada che costeggiava, un tempo, la maleodorante raffineria, ora paesaggio anonimo piantumato di fresco.

Da piccolo ero affascinato dai giganteschi serbatoi, e dal flusso delle autobotti a rimorchio con il marchio della conchiglia; quindi passavo sopra al terribile odore che emanava la zona, fissavo a lungo le torri sbuffanti di esalazioni.  la fiamma della torcia¹ e i suoi bagliori lividi di giorno, sinistri la sera.

Passata la raffineria, dopo un rettilineo entro in Rho, sotto il ponte della ferrovia. al quartiere Pasqué giro a sinistra in via Matteotti, dove abitavano le zie.

Attacco la bici a un palo. Mi guardo intorno stranito, turista del tempo.

Tutto più moderno, pulito, globalizzato, asettico. La drogheria sostituita da un anonimo caffè come tanti: cerco un appiglio. Scarsissime tracce del passato, quasi nulla.

Giungevo qui, da piccolo, calzando i mocassini in vernice, tipico accessorio dell’abbigliamento domenicale, duri e scomodi da indossare: se poi  volevo tirare due calci al pallone nel cortile con la pavimentazione di ciottoli, era un disastro.

Le case di ieri: molte rase al suolo, altre imbellettate di colori e stucchi improbabili come vecchie signore che lottano disperate contro il tempo, altre dignitose nel loro degrado. A volte tra il nuovo qualche scorcio ti fa intuire qualcosa, come quando sul viso invecchiato di una persona riappare un sorriso che evoca la bellezza passata. La tristezza mi assale: mi mancano gli odori di allora, le voci di un dialetto diverso dal milanese, più sguaiato, meno riservato, a volte gridato. Il fumo denso dei bar, gli aliti alcolici, gli occhi venati di sangue e i nasi rubizzi, le urla sulle carte giocate.

Oggi una prigione al contrario: in tutti i portoni grate di ferro e citofoni impediscono l’accesso, una volta lasciato libero. Si poteva entrare in qualsiasi cortile, correre e giocare. C’era la grande leva del pozzo a mano, che faticavo ad azionare, poi improvvisamente l’acqua sgorgava dal becco d’ottone consunto nel lavabo di pietra grezza. Quella leva presente nella foto d’epoca che ritrae insieme i miei genitori fidanzati.

C’era la nebbia che nascondeva  la casa in fondo al cortile.

Mi manca l’odore della drogheria delle zie dove passavo ore dietro al bancone a giocare con mia cugina, fingendo di servire una clientela invisibile ma esigente, tra i  grandi scaffali in legno che contenevano le merci sfuse: caffè, zucchero, farina, blocchi di cioccolato e vasi di marmellata. Le grandi uova di Pasqua luccicanti e le vetrine scintillanti di Natale: erano gli anni del boom, l’entusiasmo trainante del consumismo attecchiva facilmente.

Il cortile dove correvo per giocare un po’ anche al freddo; dentro le zie fumavano e io non respiravo.

Fuori sulla strada i giovani con le moto smarmittate e le auto rombanti celebravano la domenica del  paese, chiassosi, un po’ alticci, fieri dei motori lumando le ragazze con le prime minigonne ², altri  orecchiavano i risultati delle partite appiccicati alle radioline gracchianti, tutto il calcio minuto per minuto.

Le corti di oggi disinfettate, asettiche, innaturali, silenzi che urlano il vuoto.

Riaffiora nella memoria la semplicità povera di un tempo dove dominavano gli odori e non provavi schifo a rimettere in bocca il pezzo di pane caduto a terra, pulito sommariamente, piuttosto che buttarlo.  Quando bevevo a piene mani sporche dalla fontana del pozzo, sudato e affannato dopo le corse: un’acqua buonissima.

Gli zii per uno strano scherzo del destino (ma il destino ha il senso dell’umorismo?), la morte se li è presi in ordine inverso di come li aveva partoriti la vita: dal più giovane alla più anziana.

Rivedo tutta la storia come la sequenza delle tessere di un domino e lo sguardo si ferma all’ultima, quella dove nessuno si può più attaccare.

Riprendo la bici, sono già scese le ombre della sera, freddo fuori e freddo dentro: ripercorro la strada verso la grande Milano, quella stessa che mamma fece un giorno, forse col magone, lasciando il suo mondo paese.


 ¹ La torcia, indicata anche come fiaccola, è un sistema di combustione ad alta quota di gas indesiderati utilizzato negli impianti industriali quali raffinerie di petrolio, impianti chimici o petrolchimici.

² il riferimento al cliché “donne e motori”  è palese, leit motiv dell’epoca.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Lorenzo De Francesco




N.1

Il paese si svuotava di esistenze con la fine dell’estate, mentre chi ci abitava poteva riprendere la propria, quella individuale che, sommata a quella dei tuoi compaesani determina la routine di un paese.
Il Corso – in genere Garibaldi – le piazze e le panchine e la scuola e il municipio e la chiesa e il circolo operaio e il rotary.
È tutto molto ordinato in un paese rispetto a una città.
Ovviamente anche per un luogo esiste la vita della vacanza e quella dell’operosità, se durante l’inverno le due fasi si alternano armoniosamente, in estate i luoghi di vacanze piombano nel caos, in un’assenza di riferimenti temporali che determina una netta frattura tra coloro che lavorano e chi gode del lavoro altrui.
Finalmente il primo temporale di settembre si era portato via dall’isola gli ultimi vacanzieri e le loro soverchie esigenze di vita, non avrebbe mai capito il senso di andare in un’isola lontana da tutti, per poi pretendere quello che trovi ovunque, ma tant’è; quando una comunità vive di quello, deve accettare anche di montare le luminarie cinesi per attirare profitto.
Aveva deciso che alla prossima estate non ci voleva arrivare, né aveva intenzione di delegare a altri il termine della sua esistenza, quello che aveva non le lasciava scampo, sì certo il testamento biologico…
ma davvero bisognava coinvolgere altri nella propria solitudine?
Come si fa a chiedere a chi ti vuole bene: “Fammi morire…” ci si sente egoisti e insensibili, come se non bastasse tutto il resto;
forse a 20 anni lo fai, ma a 70 non ti viene proprio, non sai se tuteli te dagli altri o gli altri da te.
Continuava a guardare il mare, aveva deciso che quella sarebbe stata la via, più che morire un riciclarsi consapevole, si potevano dire apertamente certe cose?
Se lo fai tutti ti guardano sgomenti e anche imbarazzati, quasi stessi svelando loro che alla fine della vita c’è la morte.
Non si sarebbe mai scordata di quel cugino che era venuto a trovarli per un lutto, lei era piccola, mentre sua madre raccontava della lunga malattia che si era portato via il nonno lui impercettibilmente si toccava i genitali, era là per obbligo, non certo per affetto.
Adriano si chiamava, come l’imperatore, di imperiale non aveva mai avuto nulla.
Certi nomi andrebbero riflettuti meglio.
Per quanto fosse lucida, la paura c’era, la morte è l’unica esperienza umana davvero individuale, nessuno può raccontarla e – assistervi – crea sgomento; una parvenza umana che respira sempre più piano, che non ti vede più, ti stringe la mano; per poi diventare altro dal tuo ricordo.
Eeeh la morte andrebbe insegnata meglio, così come la vita.
Invece da piccoli ce la nascondono, a proteggerci da che?
Non è che da bambini non vediamo, non sentiamo; rimaniamo là come tonti e senza spiegazioni, finché non ti costruisci una tua idea sull’argomento; ma ci penserai sempre con quel senso di tabù che ti hanno inoculato silenziosamente.
Da quel settembre il cosiddetto progetto riciclomi iniziò a essere quasi la sua unica occupazione, quale il punto migliore?
Dove la marea e le correnti avrebbero trascinato fuori il corpo?
Certo a riva non ci voleva tornare.
Ricordava il grosso cadavere di cavallo visto da bambina – affogato chissà come – arrivato a riva, va detto i cadaveri a lungo nell’acqua sono davvero impresentabili, il decoro e la dignità estetica le impedivano una tal fine.
Dopo tre mesi era tutto pianificato.
Si sarebbe ubriacata come non mai e poi via verso la nuova meta, a cavalcioni tra il sollievo e la paura.
Mancava un piccolo dettaglio, forse non così piccolo, qualcuno doveva assistervi, non di certo per salvarla, ma per condividere la sbronza, il suicidio con sbronza triste e solitaria non era proprio contemplato.
I fari agli estremi dell’isola colloquiavano con il nulla, decise che ciò che era pianificato da quel punto in poi poteva essere improvvisato, avrebbe atteso al Faro di Cala turca ogni sera, prima o poi qualcuno si sarebbe presentato.
Passavano i mesi, lei ogni sera puntualissima nella sua improvvisazione pianificata andava al Faro e aspettava fino alle 23, pioggia, freddo o caldo erano del tutto irrilevanti.
Finalmente – per lei – in una gelida sera di febbraio mentre attendeva con grappa e sigarette il suo involontario complice arrivò una macchina, si spensero i fari, qualcuno scese; la fiammella dell’accendino.
Lei pensò: “Sono davvero fortunata è qualcuno che fuma”
Ora che fare? Avvicinarsi o aspettare?
Si accese una sigaretta sperando che l’altra persona si accorgesse di ciò, contando sulla necessità umana di essere socievole quando non si è intenti nel darsi contro.
E così fu, capite?
Se a 70 anni sei in grado di prevedere gli accadimenti, è il tuo momento, sei tu che ti devi stupire con un atto finale strepitoso, perché dall’esterno sarà difficile che arrivi qualcosa.
Si avvicinò un’altra donna, più giovane di lei, incuriosita da quella figura rotonda e curva seduta vicino al faro.
“Vuoi un goccetto? Fa freddo stasera”
“Ma sì, anche se fra un po’ non mi servirà a niente…”
“In che senso?”
“Mbè ti dico il mio segreto, tanto sarai l’ultima persona con cui parlerò, sono qua per suicidarmi, è l’ultima cosa che mi resta da perdere”
Oh cazzo! E adesso come avrebbe potuto convincere l’altra a non suicidarsi quando, in linea di massima, la trovi una scelta abbastanza sensata?
Con quale sicurezza e arroganza elencare le magnifiche cose che la vita offre sapendo contemporaneamente che non contano nulla se non ti toccano, se non ti arrivano.
Come dire che il mondo era popolato di altruismo e bontà, o che ne valesse comunque la pena, già che ci fosse la parola pena di mezzo era una bella contraddizione.
Perché arriva il momento in cui per te non vale più la pena, è diverso per tutti, ma pare arrivi.
Continuarono a bere, la grappa scaldava e le lingue si scioglievano, le faceva tenerezza quella donna sulla quarantina così disincantata, le ricordava lei alla sua età, esattamente quando l’ultimo amore in cui aveva creduto si rivelò un inganno, lo raccontò con quella confidenza che l’estraneità a volte rende più semplice, via le inibizioni e le raccontò la sua storia.
La donna più giovane fumava, beveva e ascoltava e alla fine un unico commento: “Come vedi è una questione di scelta, so che non ti interessa che sia giusta o sbagliata; ma è sempre una questione di scelta, oggi hai scelto di parlare. E ora diamoci la mano e torniamo indietro, ci pensiamo domani sera”
“Qualcuno l’ha vista tornare tenendosi per mano.”




21 aprile 1966. Colazione da Tiffany’s, Sip-in al Julius Bar

Con il semplice atto di sedersi al bancone del Julius bar ordinando normalmente da bere, alcuni membri dell’organizzazione Mattachine Society di New York smascherano pubblicamente la pratica discriminatoria e anticostituzionale di non servire clienti omosessuali nei bar.

Dick Leitsch, Craig Rodwell, John Timmins e Randy Wicker – gli avventori del Julius bar –  appartenevano alla nuova generazione della sezione newyorchese della Mattachine Society, tra le prime organizzazioni statunitensi per i diritti della comunità omosessuale. Fondata a Los Angeles nel 1950 da Harry Hay, originariamente la Mattachine Society era organizzata come una società segreta per i gay basata sull’anonimato dei membri, che si riunivano in cellule autonome per discutere le varie forme di discriminazione inflitte loro dalla società ed escogitare eventuali strategie per abbatterle o anche solo per sopravvivere. Fin dagli anni Trenta, con la fine del Proibizionismo, le istituzioni pubbliche avevano messo in atto una serie di pratiche pretestuosamente legittime al fine di imporre una certa idea di moralità che costringeva le persone omosessuali a nascondere la loro identità sessuale, pena lo scrutinio da parte delle forze dell’ordine con conseguente perdita del lavoro e isolamento sociale, determinando di fatto la loro condanna a vivere sempre con una maschera addosso. Fu proprio da questa constatazione che la Mattachine Society prese il nome, ispirandosi al gruppo di artisti girovaghi francesi Matachines che nella Francia rinascimentale inscenavano mascherati le loro satire sociali contro l’oppressione dei potenti.

 

Nel corso degli anni Cinquanta la Mattachine Society aveva visto crescere il numero di sezioni sparse in diverse città degli Stati Uniti, ognuna delle quali portava avanti iniziative autonome che offrivano varie forme di supporto ai membri che subivano discriminazioni, prevalentemente in forma di consulto psicologico e, in maniera sempre crescente, di appoggio legale. Con conferenze e pubblicazioni cercavano di sensibilizzare la cultura contro il pregiudizio verso i gay. Il loro operato fu fondamentale per ricostituire un senso di comunità e appartenenza in un’epoca in cui il tasso di suicidi tra gli omosessuali era altissimo. Ma con l’arrivo degli anni Sessanta e con l’ondata di attivismo per i diritti civili, i membri più giovani delle sezioni indipendenti, specie a Washington e New York,  spingevano per forme di attivismo più radicali, che non si limitasse ad offrire supporto all’interno di uno status quo discriminatorio ma che fosse in grado di svelarne l’ingiustizia e l’illegalità per cambiarlo per sempre.

 

 

Quando Dick Leitsch si trasferì a New York dal nativo Kentucky, nel 1962, non era in nessun modo coinvolto nella causa dei diritti civili per gli omosessuali, voleva solo “essere a New York a fumare sigarette e bere cocktails come Bette Davis”. E anche fare nuovi incontri. Ma bere liberamente cocktails e fare incontri era ancora rischioso per i gay. Per le strade e nei locali, le forze dell’ordine in borghese organizzavano metodicamente imboscate, fingendo interesse sessuale in modo da smascherare l’omosessualità del loro bersaglio, che veniva prontamente fermato con l’accusa di ‘incitazione alla sodomia’. Contemporaneamente la State Liquor Authority, l’ente che aveva il potere di concedere e revocare la licenza per gli alcolici ai locali, aveva reso automatica l’associazione tra la presenza di omosessuali in bar e ristoranti e l’accusa di disturbo della quiete pubblica che metteva a rischio la licenza per i proprietari dei locali. Questa consapevolezza e l’incontro con Craig Rodwell, un giovane membro radicale della Mattachine Society, furono la chiamata alle armi per Dick Leitsch. Di mattina Leitsch lavorava come commesso da Tiffany’s dove vendeva orecchini, ma nelle ore libere prestava servizio alla Mattachine Society di New York, raccogliendo le testimonianze di vittime di discriminazione e invitandole all’azione legale. Nel frattempo, insieme ad altri giovani attivisti come Craig Rodwell e Randy Wicker, studiava forme d’azione che si ispiravano al movimento per i diritti civili e che miravano a colpire e indignare l’opinione pubblica. In barba al suo iniziale disinteresse, nel 1964 Dick Leitsch diventa il nuovo presidente della Mattachine Society di New York.

Colpiti dalla svolta decisiva che i sit-in negli stati del Sud avevano dato alla lotta per i diritti civili dei neri, Leitsch, Rodwell e Wicker insieme a John Timmins si inventano l’azione del sip-in, dal verbo inglese to sip (sorseggiare): identificato un locale dove veniva rifiutato il servizio ai gay, vi si ordina un drink dichiarando la propria omosessualità e insieme l’intenzione di non creare nessun disturbo alla quiete pubblica in modo che il rifiuto venga smascherato di fronte ai media, preventivamente coinvolti nell’azione, come palesemente illegale e intriso di assurdo pregiudizio. La scelta ricadde sull’Ukranian American Village Hall, un ristorante del West Village che aveva all’ingresso un cartello con su scritto “if you’re gay, please go away” (se siete gay, siete pregati di andarvene).  Ma quel pomeriggio del 21 aprile la comitiva dei Mattachine arrivò al ristorante in ritardo, dopo che i giornalisti del New York Times e del Village Voice che seguivano l’azione avevano già allertato il proprietario di quanto sarebbe dovuto succede, col risultato che il ristorante chiuse prima per non trovarsi nell’occhio del ciclone. Leitsch, Rodwell, Wicker e Timmins, stampa al seguito, deviarono allora prima all’Howard Johnson, dove inscenarono la loro richiesta ma vennero comunque serviti, e poi al Waikiki dove poterono degustare il loro cocktail e dove ai giornalisti che obiettavano il servizio a persone omosessuali il proprietario rispose: ‘non stanno facendo niente di apertamente gay, come diavolo potrei sapere se lo sono?’. Inebriati dai cocktail e quasi sconfitti nei loro propositi, gli attivisti stavano per demordere ma i giornalisti li convinsero a fare un ennesimo tentativo. Si diressero allora al Julius bar, uno dei più antichi bar gay di New York, dove si esibivano Fats Waller e Billie Holiday, che era meta abituale di Tennessee Williams e Truman Capote, e dove – nella settimana precedente al sip-in – una retata aveva portato all’incriminazione di un prete, ovviamente incastrato dalla polizia e accusato di sollecitazione omosessuale. Il Julius era quindi nel mirino della New York State Liquor Authority.

Un cartello della polizia appeso sulla porta segnalava: ‘questo locale è soggetto a retate’. Con questa premessa, quando i quattro giovanotti abbigliati a puntino in stile Mad Men sedettero al bancone e ordinarono da bere vennero serviti, ma appena dichiararono: siamo omosessuali, siamo qui per un drink e non vogliamo creare disturbo alla pubblica quiete, la mano del barista corse ai bicchieri per ritirarli, momento esattamente immortalato dallo scatto di Frank McDarrah, il fotografo del Village Voice.

La storia venne pubblicata nel New York Times l’indomani e, nonostante il tono ‘scandalistico’ e discutibile dell’articolo,  l’attenzione dei media e della pubblica opinione era catturata. Ma Dick Leitsch non poteva accontentarsi della copertura mediatica e volle portare il caso in giudizio, offrendo in qualità di presidente della Mattachine Society supporto legale al proprietario del Julius. Chiamata in causa, la State Liquor Authority di New York si vide costretta a rinunciare a qualsiasi azione contro il bar, dal momento che – non essendoci stato nessun disturbo della pubblica quiete – non servire una persona per la sua omosessualità era una pratica palesemente discriminatoria e, soprattutto, illegale.

 

Il sip-in al Julius Bar fu pietra miliare per l’embrionale movimento per i diritti gay, il suo successo galvanizzò la comunità LGBT e creò un importante esempio di attivismo senza il quale è difficile immaginare che tre anni dopo la forza propulsiva di Stonewall sarebbe esplosa con altrettanta potenza.

Video: Fats Waller, I Ain’t Misbehavin’ https://www.youtube.com/watch?v=-FIqTX6SSRY

Tag: JuliusBar, Sip-in, LGBTQ, Greenwich, New York, diritti civili, GayPride, Stonewall, Mattachine Society, Dick Leitsch, Craig Rodwell, Randy Wicker, Harry Hay, John Timmins, Truman Capote, Tennesee Williams, Billie Holiday, Fats Waller, Controcultura, Arc Cagliari

 

RIPRESO da www.bizarrecagliari.com ovvero «Storie della Beat Generation, della Controcultura e altro»: da gennaio racconta OGNI GIORNO vicende, persone, movimenti che il pensiero cloroformizzato e sua cugina pigrizia preferiscono cancellare. Questo testo viene pubblicato in simultanea con La Bottega del Barbieri (www.labottegadelbarbieri.org) 




S1:E4 “Il Bicighellone ai Giardini Pubblici”

Infaticabile Bicighellone pedala con rinnovato vigore percorrendo le tappe di un itinerario segreto che solo lui conosce.

Guidato dalla memoria e dalle percezioni sottili generate dal mormorio dell’anima, Lorenzo si muove agilmente tra gli elementi dell’ambiente che la vista individua e riconosce, restituendo a noi l’immagine speculare delle sue proiezioni interiori.

Frammenti di esperienze passate, umori del momento, la curiosità di ritrovare, nei dettagli del paesaggio, parti di sé che partecipano a una presa di coscienza nota solo a lui.

Le fotografie in bianco e nero esaltano l’interiorità senza cedere al dogma dell’astrazione – lo dico in senso buono – che è una delle caratteristiche principali della fotografia priva di colore.

Un’indagine retrospettiva che spazia dai ricordi d’infanzia al presente, in un’evoluzione costante che è tipica delle persone riflessive.

Penso che ognuno di noi possa ritrovare qualcosa di sé in queste immagini e nella storia dell’autore che aspira a inserirsi nell’ immaginario collettivo di cui tutti facciamo parte.

Rita Manganello


Cosa spinge il Bicighellone a inforcare la bici e avventurarsi senza meta nell’imbolsita domenica invernale milanese, in questi inverni non più inverni, ove nebbia e neve sono eccezione e non regola?

Dove istintivamente si aggira il bicighellone milanese? Dove appare, in questi mesi che verranno ricordati dai sopravissuti come quelli della pandemia, delle mascherine, della pioggia dei decreti matrioska ?

La molla che proietta il bicighellone fuori dal suo habitat è composita: un’inaspettata unghia di sole, una delusione, un’idea da rincorrere, un’illusione di libertà, una discussione, un pasto troppo ricco che ha reso le arterie cerebrali foderate di colesterolo da smaltire.

Dopo aver girovagato tra Naviglio Grande e bastioni deserti, mi dirigo con una pedalata gagliarda lungo la cerchia dei navigli, zona  popolata da sparuti accompagnatori di cani e invadenti cantieri della linea metropolitana 4 – ernie che strozzano la strada – e imbocco corso Venezia con la sua ambiziosa prospettiva.

Come un magnete gravitazionale, al quale nemmeno le astronavi più potenti riescono a sottrarsi e ne sono inesorabilmente attratte, penetro in quei Giardini pubblici milanesi discutibilmente intitolati a un controverso personaggio non milanese.

Li ci sono tre pilastri – milestone per gli snob – della memoria, personale e collettiva dei molti che hanno pascolato come un placido gregge  in questi luoghi, le domeniche della loro infanzia,   vestendo i panni della festa e accompagnati da uno o più genitori analogamente lindi e ben vestiti  e dotati di videocamera: miniature e modelli ben appaiati nella somiglianza.

Quando con la bici passo accanto a questi luoghi, nella mente si accende in automatico  lo schermo della memoria che mi fa entrare nel  flusso del tempo.

Lo zoo, meraviglia dell’incosciente e pura infanzia, orrore dell’adolescenza e oblio dell’oggi: gabbie vuote ove le fiere hanno lasciato il posto ai nostri desideri irrealizzati. Il brivido di paura quando la proboscide bavosa dell’elefante risucchiava le noccioline dalla manina; l’olezzo del pesce che restava sulla mano dopo averlo gettato alle golose foche, l’odore acre degli escrementi animali che attecchiva nelle narici a lungo permanendovi. Oggi prendiamo coscienza che gli ingabbiati siamo noi: consumismo e globalizzazione ci gettano le noccioline che aspiriamo bavosi.

Il museo di storia naturale, col suo enorme triceratopo che stupisce sempre per le sue dimensioni e la teoria di animali imbalsamati che resistono a ogni tentativo di rinnovamento espositivo, improbabili testimoni del mondo, ma tracce dell’incapacità a diventare un museo moderno. L’ho visitato da bambino, ci ho portato i figli e ora i nipoti e quei vitrei occhi sempre gli stessi, immutate sentinelle del tempo. Come uno strano rito iniziatico l’obbligato percorso tra quelle vetrine.

La nostalgia che aleggia nei luoghi è squarciata, come le nebbie marine dal sole, dalla sagoma tonda del Civico Planetario, stargate mio e penso di molti. Una costruzione discreta, quasi mostrasse ritrosia a farsi vedere di fianco al pomposo ottocentesco neogotico museo di storia naturale. Lì ho scoperto l’universo. Il padre lungimirante mi ci accompagnava regolarmente e io, inizialmente inquieto nell’osservare il mostruoso insetto ergersi al centro della sala, con le divertenti sedie girevoli, restavo senza respiro quando al calare delle luci l’immensa grandezza dell’universo era a portata di mano.

Gl occhi si perdevano e le orecchie assorbivano le appassionate lezioni degli astrofili, che iniettavano la voglia di scoprire. Da quello spazio-tempo fantastico nel quale ci si richiudeva per un’ora in un magico cinema cosmico, si usciva ricaricati, rigenerati, con una scala dimensionale impressa nell’occhio che ci dava la misura delle nostre cure rispetto all’universo. Da lì, il passo a comprarsi un telescopio e trascorrere intere notti al freddo a perdersi nelle stelle e nei pianeti, è stato breve.

Oltrepasso questi fari che irradiano onde di memoria, e mentalmente rinvigorito dal formarsi di nuove sinapsi, attraverso il giardino e raccolgo pensieri ed emozioni, evocate da oggetti insignificanti: si tratta di rifiuti che invece parlano, ancora vivi. Un fazzoletto sulla panchina, forse ancora umido di lacrime o di Covid; uno scontrino accartocciato a terra, gesto di un incivile o memoria di un evento, un riflesso in una pozzanghera destinato presto a sparire sotto le mie ruote, che in un attimo mi dice del mio rispecchiarmi nella dicotomia tra reale e immaginario, dove siamo, dove vorremmo essere, alberi vivi o rinsecchiti, dove non saremo mai se non nel desiderio o in una a lungo sognata sua materializzazione. Come il vasto riflesso del museo nella grande pozzanghera con la sua frontiera fangosa tra reale e immaginario.

Quei binari messi lì per il gioco dei bambini e che ci dicono di un percorso apparentemente spensierato tra il verde, percorso che è invece obbligato, dove l’inizio coincide con la fine simulando l’eterno ritorno. Quelle panchine, inalterate sotto ogni clima, più impregnate dei confessionali di storie, di incontri felici o di tristi addii, di ricordi, come nei film che definiremmo prevedibili, se non continuassero inspiegabilmente ad essere proiettati e partecipati. Mamme con i bimbi in carrozzina, signore con un libro, umarel con la Gazzetta dello sport arrotalata nella tasca del cappotto, donne sole con un cane, grappoli di ragazzi abbarbicati agli smartphone da cui attendono messaggi di salvezza o di perdizione, gruppi di fotoamatori con corredi da safari fotografico per immortalare dei piccioni. Alberi che mi dicono della loro storia, angoli di verde-illusione-di bosco in cui appartarsi, in realtà dei traforati violati dagli sguardi dei passanti. Alberi da abbracciare per captare l’energia verde di cui la città ha sete. Un fantastico affresco, sempre diverso e sempre uguale.

Immagini come quelle belle enciclopedie di una volta, acquistate a fascicoli, rilegate con cura, esposte con orgoglio nel salotto buono e ora cimeli ingombranti sparsi tra solai, cantine, seconde case, box: tanto amate e ora tradite con un annuncio di vendita a poco prezzo su Ebay.

Immagini che fanno sbocciare improvvisi i ricordi, come la pioggia sul  deserto di Atacama, tappeti  ancora vivi, colorati, odoranti, conservati nei vasi di vetro della drogheria della memoria, che ho accumulato nel tempo e che mi piace riaprire per riannusare, fin quando avrò le chiavi e saprò leggere le etichette.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Lorenzo De Francesco




Joleeee la bradipa: una storia della foresta tropicale

C’era una volta un bosco.
In effetti non era un bosco, ma una foresta tropicale, una di quelle foreste piena di animali, di uccelli, di alberi altissimi, di rumori e canti di ogni tipo.
In questa foresta vivevano tanti tipi di animali sugli alberi, alcuni volavano, altri saltavano, alcuni altri scendevano e salivano in continuazione.
In questa enorme ed operosa confusione viveva anche una famiglia di bestioline strane, pelose e tranquille, abbarbicate sui rami a testa in giù.
Erano calmi e tranquilli, forse troppo. Una volta un fulmine aveva colpito l’albero che li ospitava e ci avevano messo un mese prima di riuscire a trasferirsi su di un altro.
La famiglia era composta da diversi elementi, c’era il capostipite, Nonno Vecchio Alvaro Gutierrez, c’erano i guerrieri Josè Armando Eugenio Gutierrez e Paco Silva tre zampe (una l’aveva persa in un combattimento con un giaguaro).
Poi c’erano altri maschi giovani, altri maschi pigri e vecchi, le femmine ed i cuccioli.
Tutti molto calmi, era una famiglia dove la parola fretta era sconosciuta. Non si faceva mai nulla senza prima riflettere, valutare, ponderare, concertare, ragionare con tanta tanta calma.
E c’era anche Jole (Joleeeeee) Fernandez de Bahia, una delle componenti più rumorose della famiglia. Infatti se bisognava chiamarla si doveva urlare il suo nome per un bel po’, ecco perché dopo un po’ non la chiamavano più Jole ma Joleeeeee.
Ah, forse ho dimenticato di dirvi che animaletti erano mai quelli di questa famiglia così strana.
Ecco, erano dei bradipi. Bradipi e bradipe come Joleeeeee, ed anche bradipini come tutti i cuccioli della tribù.
La bradipa Joleeeeee da qualche giorno era in pensiero, e non riusciva a fare niente di rumoroso, se ne stava attaccata al suo ramo a testa sotto e rifletteva.
Aveva fatto un sogno. Un sogno strano. Lei era una delle poche bradipe che ancora non avessero messo in giro per la foresta un cucciolo, e le sue parenti più vecchie la guardavano da sotto le frangette pelose e pensavano “ma guarda che pigra…niente cuccioli”.
Nel sogno che aveva fatto la bradipa Joleeeeee cullava un cucciolo bruno, dagli occhietti vispi, e lo allattava e lo accudiva.

La notte dopo però il sogno era ancora più strano: non c’era solo Heriberto, il piccolo bradipo bruno che aveva sognato la notte prima, ma anche un altro cucciolo di bradipo, un po’ più grandicello.
Questo cucciolo era di un colore insolito per i bradipi, infatti era giallo come la buccia delle banane che a Joleeeee piacevano tanto.
Nel sogno il cucciolo nuovo le diceva “mamma, io sono Mustafà”. Passarono tanti giorni e tante notti, tanti soli e tante lune, e due stagioni dopo, quando le palme erano belle piene di banane, ed il sole splendeva forte sulle cime degli alberi alti della foresta, Joleeeeee ebbe un cucciolo, un cucciolo tutto suo.
Le bradipe vecchie dissero in coro” ma guarda…ha fatto un cucciolo” e tornarono ai loro affari di vecchie bradipe, cioè a stare attaccate ai rami a testa in giù a spulciarsi l’una con l’altra.
Joleeeeee allora si ricordò del sogno che aveva fatto tanto tempo prima, e ne parlò a Rosario Edmundo Cristobal Pereira do Rio Grande, il suo compagno, che a dispetto del nome era un bradipetto secco e legnoso, magro magro che stava tutto il giorno a guardare le acque del fiume che scorrevano.
Rosario Edmundo ascoltò il sogno e disse con calma “ va bene, lo chiameremo Heriberto”.
Così Joleeeeee, che nel frattempo non faceva più tanto rumore, passava le sue giornate a cullare ed allattare e spulciare il piccolo bradipetto bruno che le stava sempre attaccato e ronfava tutto il giorno. Gli altri bradipi continuavano a non fare nulla tutto il giorno ed a rimandare saggiamente al domani tutto quello che avrebbero potuto fare oggi…ma non era assolutamente il caso di stancarsi.
Heriberto cresceva, paffuto e placido come un bradipo, sempre attaccato alla sua mamma, che non lo mollava mai, e lo cullava, lo allattava e lo spulciava tutto il giorno. Se ne stavano lì nella foresta, attaccati all’albero a testa sotto, a sgranocchiare le gemme ed i fiori e gli insettini gustosi, e se non c’era troppa fatica da fare, anche qualche banana gialla. Una notte, Joleeeeee ed Heriberto furono svegliati da un rumore fortissimo, e poco dopo cominciò a piovere.
Una pioggia incessante, che bagnava tutte le pelliccette dei bradipi, i quali però non si disturbavano troppo, e continuavano a stare sugli alberi a testa sotto. Però non riuscivano a dormire per il rumore dei tuoni e per il bagliore dei fulmini.
E meno male che non dormivano, perché quando un colpo di vento più forte spezzò la cima dell’albero, Joleeeeee allungò le zampe verso un altro albero vicino, più basso, e riuscì a salvarsi insieme al piccolo Heriberto.

Piovve tutta la notte, ed anche l’indomani, ed i bradipi stavano a testa sotto con le loro pelliccette bagnate, ma non sentivano freddo, per fortuna, perché nella foresta amazzonica non c’è mai freddo. Piovve ancora per qualche giorno, e il sottobosco ormai era coperto dalle acque del fiume che aveva rotto gli argini. Gli alberi erano tante isolette, e su ognuna di queste qualche famiglia di bradipi, di coguari, di scoiattoli, di uccelli del paradiso. Finalmente smise di piovere, e tra le nuvole stanche venne fuori un po’ di sole.
Joleeeeee si spostò piano piano piano verso un ramo più esposto alla luce del sole, e si mise lì ad asciugarsi la pelliccetta sua e quella di Heriberto, che aveva sempre fame e ciucciava in continuazione, anche tutto bagnato.
Da questo ramo poteva vedere anche sotto, ed ogni tanto passavano degli animaletti su pezzi di legno, come naufraghi sulle loro zattere di salvataggio, ed ogni tanto passavano animali grandi che nuotavano preoccupati, ed ogni tanto passavano anche delle palle di pelo che non
nuotavano più.
Mentre se ne stava lì al sole, e la foresta era ancora silenziosa, con poco traffico perché tutte le bestie stavano al sole ad asciugarsi le pelliccette, ed Heriberto se ne stava appiccicato alla pancia della mamma a testa sotto a ciucciare pacifico, Joleeeeee credette di sentire una vocetta. La vocetta si fece sentire di nuovo, ed allora la mamma bradipa stette un attimo ad ascoltare, e diede un colpetto al cucciolo che smise per un attimo di ciucciare.
Adesso la poteva sentire, la vocetta, che veniva dal basso, giù sul tronco dai rami bassi, quelli vicini all’acqua. “aiuto mamma”, diceva la vocetta, ed ora poteva sentirla chiaramente. Joleeeeee si guardò la pancia, ed Heriberto era lì attaccato, “non sei tu che chiami la mamma”, disse lei, e stette ad ascoltare ancora.
I bradipi, si sa, non sono animaletti veloci, così la mamma bradipa cominciò a scendere piano piano ma con decisione giù verso i rami bassi, dai quali veniva la vocetta.
Arrivò ad un giro di rami belli larghi, vicini all’acqua, e la vocetta diceva sempre più stanca “aiuto, mamma, aiuto”.
Guardò bene, strizzando gli occhi dietro la frangetta bruna, e vide una palla di pelo biondo mezza in acqua mezza attaccata all’albero.
Joleeeeee si avvicinò, e vide che la palla di pelo biondo era un cucciolo. Un cucciolo di bradipo biondo. Stese la zampa ed afferrò la zampetta del cucciolo biondo, e lo tirò a sé. Il cucciolo biondo si tirò fuori dall’acqua, la guardò negli occhi e le disse di nuovo “mamma, aiuto”.
Joleeeeee si guardò la pancia dove c’era Heriberto, guardò il cucciolo biondo e guardò l’acqua che scorreva di sotto.
E mentre sto finendo di raccontarvi questa storia di foresta, Joleeeeee è ancora lì che sale verso il ramo più alto con due cuccioli attaccati alla pancia, che succhiano beatamente. “Mamma mi chiamo Mustafà”, disse durante la salita il cucciolo biondo. La mamma bradipa non disse niente, “lo so”, pensò dentro la sua testolina, e guardò ancora verso la sua pancia con due bradipetti attaccati ed abbracciati, uno biondo ed uno bruno, e guardò ancora verso quel ramo dove brillavano tante foglioline fresche verdi verdi.

Per Heriberto e Mustafà, dal medicineman della foresta.
15 ottobre 2001.
Non ricordo il motivo per cui scrissi, ormai vent’anni fa, questa storia.
Però mi piace ancora.

 

 


Foto di copertina © Antonio Musotto




“Concetto spaziale – attesa”, opera di Lucio Fontana

Allora figlia, mi chiedi di spiegarti questo quadro perché non ci capisci niente. Stai tranquilla, non sei l’unica.
L’arte è difficile da capire e da spiegare. A volte anche da accettare. Ma forse il bello è proprio questo continuo chiedersi cosa è, gli infiniti dubbi che ti regala, che sono molti di più delle assolute certezze.
Sì, perché l’unica cosa sicura per noi fruitori… va bene, dopo ti spiego anche cosa significa fruitori. Voglio dire, l’unica risposta che si può dare guardando l’arte è: mi piace/non mi piace. Anzi, meglio ancora: mi emoziona/non mi emoziona. A capirla ci vuole tempo e non sempre è necessario.
Perché l’Arte, quella con la “A maiuscola”, non è fatta solo per essere appesa al muro, ma per lasciare dentro di te “qualcosa”. E quel qualcosa, ascolta bene, non deve essere per forza una sensazione di benessere, perché a volte è esattamente il contrario: rabbia, delusione, disgusto… Lo so, è tutto molto confuso, ma, ti giuro, ci hanno provato in tanti a spiegare l’arte senza riuscirci.
Allora, questo quadro si chiama “Concetto spaziale – attesa” ed è di Lucio Fontana, che era di papà italiano e di mamma argentina. Te lo dico perché qualche volta i genitori degli artisti si sentono importanti. Non è bello? Ho scelto questo quadro perché tu da grande vuoi fare l’astronauta, anzi, come hai detto un giorno, l’esploratrice degli spazi. Bene, qui Fontana ha voluto mostrare che tempo e spazio non esistono, creando, così, la sua visione di infinito. Complicato? Allora, ti ricordi di Peter Pan e dell’isola che non esiste? Il concetto è un po’ quello. Chiaro che adesso ti chiederai: se non esiste come fa ad esserci? E se è infinito come fa a non esistere? Ma la grandezza di un
artista è proprio mostrarci, in una forma del tutto personale, quello che noi non siamo capaci di vedere: una realtà diversa.
Invece di pitturare un paesaggio perfetto, bello come una fotografia, un artista ti mostra quello che lui sente dentro, un sogno, una visione, attraverso un’opera che va oltre un’immagine comune, ti dà una finestra da aprire per respirare altro ossigeno. Difficile da accettare all’inizio, lo so, ma qui torniamo a quello che ti ho già detto: la cosa importante dell’Arte, quella con la A maiuscola, è soprattutto farti emozionare.
Per esempio, pensa alla forza dell’artista, non parlo della mano che taglia la tela, ma alla potenza per arrivare a quel gesto e farlo diventare arte. Una tela, che per le persone normali è un luogo destinato a raffigurare ritratti somiglianti e incantevoli paesaggi, riceve invece un taglio fatto con un coltellino qualsiasi. Sai, una volta ho sentito dire: “Eh, ma un’opera così la possono fare tutti, anche un bambino!”. Forse, ma solo Fontana l’ha pensato e ne ha fatto una cosa unica, preziosa. E il riferimento a un bambino non è sbagliato, sai, perché è importante per un artista essere un po’ bambino, proprio come te: curiosa, indipendente, libera.
E lo so, lo so che quando tu rompi o tagli qualcosa la mamma ti sgrida. Ma lo sai che noi grandi pensiamo in maniera diversa da voi.
Perché? Beh, gli adulti a volte sono troppo rigidi, troppo compressi dalle responsabilità e, se proprio vuoi saperla tutta, a volte facciamo cose che non vorremmo, sembriamo quello che non siamo, ci mascheriamo da persone di successo, dinamiche, ricche, quando invece ci piacerebbe tanto andare al parco a mangiare un gelato e sporcarci anche un po’.
Pensa a quanto sarebbe bello prendere una tela, un pennello, i colori e lasciarsi andare a gesti naturali, istintivi, buttare pittura dove capita. Vuoi saperlo? L’hanno fatto e, indovina, si sono scandalizzati tutti! Si chiedevano: perché il passero, la donna, il sole sono stati disegnati così? Allora te la faccio io una domanda: perché no? Pensa che magia riuscire a fare Arte con un semplice taglio. E immagina che meraviglia emozionarsi soltanto guardando quella spaccatura, sentire smuovere qualcosa dentro lo stomaco, a volte rabbrividire e ricordarsi di quell’opera per tutta la vita.
Lo so, sono concetti strani, ma la vita è più bella quando non è ordinaria, quando l’immaginazione ci trasporta chissà dove, quando qualcosa è dentro di noi, ancora non sappiamo neanche cosa, ma vogliamo tirarla fuori, non importa come. È un po ?come quando tu cominci a mettere insieme i mattoncini del lego: già sai dove andrai a finire? Credo di no, perché la tua fantasia di bambina è illimitata.
Il grande artista è quello che crea una bellezza che altri non riuscirebbero neanche a sognare, un incantesimo magico fuori dagli schemi. E ogni secolo ha avuto uomini e donne che hanno osato, sempre un passo avanti agli altri. Come sarai tu, esploratrice degli spazi.
Va bene, per oggi basta. Cosa vuoi fare? No, non credo che a mamma piacerebbe un taglio sulla tua maglietta. Perché? Lo sai perché, dai. Vuoi davvero provare? Però dopo a mamma glielo spieghi tu cos’è l’Arte, va bene?

 

Attesa, Lucio Fontana

Copertina: Lucio Fontana fotografato da Ugo Mulas




LA SCELTA

Mentre camminava per strada diede un calcio di piatto ad un pacchetto di sigarette per terra. La scatola spiccò il volo allontanandosi di parecchi metri; quel gesto, per un istante, la fece sentire onnipotente.

Stava andando in aeroporto a prendere il suo compagno, volo Parigi – Roma.
L’aria fredda sul viso mentre cercava di raggiungere l’automobile sembrava ridestarla da un torpore esistenziale. Si trovò improvvisamente ad immaginare un blocco dei trasporti aerei, provando un istintivo senso di euforia che censurò quasi subito.
Cosa le stava accadendo?

Quell’uomo era il motivo per il quale aveva intenzione di cambiare progetti di vita. La distanza era stata un peso troppo grande ed il distacco da lui innaturale: si tornava ad un punto di partenza preparandosi ad una nuova attesa, un ritorno, un nuovo ricordo, che si susseguivano incessantemente. Ma se prima questo ciclo sembrava portare nuova vita, ora era diverso.

A passi sempre più veloci raggiunse l’automobile, aprì lo sportello e si sedette rendendosi conto che quel silenzio intorno le apparteneva. 

“Cosa si sceglie veramente?” fu la domanda che le balenò in testa poco prima di mettere in moto. Il legame tra lei ed il suo compagno che dinamiche aveva avuto?
Un legame incuneatosi silenziosamente nelle loro vite di persone estranee, che aveva dato vita ad un film fatto di tanti luoghi comuni. Una frittata semplice, in un momento di particolare appetito, scambiata per una prelibatezza.

Inserì allora la chiave per l’accensione dell’auto, ma esitò nel girarla. Uno, due, tre secondi.
Troppi.
Lui stava sicuramente atterrando, non aveva senso arrivare in ritardo e farlo aspettare. Le venne allora in mente una parola poco familiare che le era mancata per tutto il tempo: ‘ tenerezza’.

Passarono altri istanti. Ad un certo punto riaprì di scatto la portiera, scese dall’auto, richiuse con forza e cominciò a camminare velocemente in direzione di casa. Così, all’improvviso, mentre il rumore dei suoi passi sembrava riprodurre il battito del cuore.
L’aereo, l’appuntamento, il telefono che di lì a poco avrebbe squillato. Tutto cancellato in un attimo.
Le falcate sempre più veloci, il fiato grosso e l’aria fredda che risvegliava altri pensieri.

Si stava allontanando da una vita in corso cercando di convincersi che non era giusto, che non c’era nulla di ragionevole in quella fuga, che avrebbe dovuto affrontare la situazione in maniera diversa. 
Ed invece continuò a camminare verso casa con la sensazione di aver cambiato maldestramente copione, cominciando a recitare una parte che le calzava a pennello.
Finalmente si sentì bene, quasi leggera, e per la seconda volta in quella sera, davvero onnipotente.





S1:E3 “Il Bicighellone. Frontiere urbane”

Il terzo episodio degli Appunti del Bicighellone vede il protagonista aggirarsi nelle aree di frontiera urbana caratterizzate dalla presenza di mutazioni che possiamo individuare nella street art considerata talvolta creatività marginale, opera di graffittari invadenti.
L’esplorazione cittadina compiuta dall’autore non si limita a registrare, all’occorrenza,  le disarmonie di un assetto casuale e caotico degli elementi architettonici e urbanistici, ma diventa occasione di riflessione sul proprio vissuto in un territorio lacerato dall’espansione incondizionata della città, regolata da criteri che poco hanno a che spartire con l’idea di coerenza funzionale ed estetica e rispetto del destinatario: noi.
In fondo il Bicighellone prende atto della difformità di talune progettazioni nel contesto urbano, con pacata rassegnazione. Il concetto di frontiera, di cui parla Lorenzo De Francesco, è sia nostalgia di un passato semplice ed essenziale, sia tentativo di mediazione con una realtà non modificabile.
Siamo noi quello sbaglio di natura capace delle peggiori trasformazioni ambientali, e dobbiamo rassegnarci al degrado che è ormai storia infelice di questo pianeta?

Rita Manganello


Lascio l’auto-utero, ovattata navicella  che per anni mi ha condotto nei tragitti ciclici casa-ufficio-cliente-ufficio-casa-scuola-supermercato-mare-montagna-casa-ufficio… Nel tentativo di alienarmi da quello che stavo attraversando, mi immergevo in un mondo di notizie ossessive, martellanti, di musica di evasione appositamente ricercata o di lunghe telefonate con altri disperati come me su altre navicelle vaganti nel territorio,  inseguendo affannosamente il business.

Inforco l’amata bici, mi sento nudo, non più difeso dal guscio uterino di vetrometalloplastica, schiaffeggiato dai rumori, dai gas, dalle asperità del manto stradale: rotaie, tombini, giunti, che emergono dal nulla e mi fanno sobbalzare ricordandomi come sono fatto dentro, eppure mi sento libero.

Torno dai giretti nella campagna circostante e attraverso la frontiera urbana che separa i campi dalle prime case.

Terre di mezzo la cui cifra distintiva sembra essere una costellazione di piccole discariche estemporanee e abusive, sparse casualmente, riempite per consuetudine e regolarmente svuotate, ma sempre piene: escrementi occasionali  che marcano il territorio, come una città organismo che non ha un cesso, ma che si libera, un po’ per affronto e un po’ per tracotante presenza, infilando i suoi squallidi tentacoli urbani nei campi.

Poi arriva lei, la città: asfalto, marciapiedi, cemento, pali, linee aeree e sento man mano che la terra nuda di prima è ora strato sottile e soffocato dall’alto in basso, wafer trapassato dai cunicoli fognari e infarcito di questi invadenti manufatti che pare crescano in modo disordinato. E così gli umani. Li vedo scorrere compressi, incanalati, pesci boccheggianti nelle navicelle ovattate, che a volte urlano e gesticolano testimoniando l’oppressione.

La città come una pentola a pressione che cuoce tutte le vite accorciando i tempi.

Lo sguardo e la mente si distendono e al solito indugiano bighellonando su luoghi che scopro di frontiera interna, dove il rivestimento di cemento e asfalto non ce la fa a contenere la pressione e qualcosa tracima irresistibile sputando linee e colori, forme assurde viste di primo acchito.

Zone ricche di interventi pittorici sul tessuto urbano, luoghi da un lato ambigui, equivoci, un po’ sinistri; dall’altro intuisco emergenze di pensiero, istanze represse di creatività intensa che trovano spazio e, a tratti, illuminano.

Cangianti, secondo le opportunità, gli spazi e gli umori degli artisti.

Il salto qualitativo dal “marcare il territorio” a “emergenza creativa” che a volte ben sintetizza sogni e/o incubi del nostro quotidiano.

Li sbirciavo distrattamente passando in auto, concentrato su altro, oggi posso percorrerli lentamente, fermarmi per contemplarli e fotografare i particolari.

Allora scopro la contaminazione creativa: come in un film di fantascienza si affacciano creature improbabili eppure fatte di parti singolarmente riconoscibili, come se l’artista si fosse divertito a smontare il mondo animale – uomo compreso – e a rimontarlo a piacere, per definire nuove funzionalità non necessarie alla produttività ma solo alla fantasia.

Un tracimare spumeggiante e incontenibile quasi a scostare con la sua forza il coperchio tombale dei muri, spesso proprio dove passano i treni, quasi a voler afferrare l’essenza di quelle vie di fuga, di transito o di arrivo, comunque di spinta verso qualcosa.

I sensi si collegano spontaneamente al repertorio iconografico memorizzato. L’artista si è lasciato, cosciente o no, contaminare, trasformando segni e forme in nuovi soggetti, il cui significato scaturisce  dalla fantasia del passante.

A volte mostri, a volte figure ammiccanti, personaggi di altri mondi vestiti di cromie suggestive, rovinate spesso dai vandali e dal tempo ma presto riproposte in nuove configurazioni immaginarie.

Inquietanti innesti uomo macchina come gli Alien di Giger o citazioni surrealiste e dadaiste, anti-arte che diventa arte, disgustando l’umarel mediocre dalle cartilagini mentali artrosiche.

Stargate per le menti aperte e ancora vive, verso mondi fantastici che raccontano l’irriducibilità dell’umano anche sotto secoli di cemento, l’urgente e necessaria voglia di comunicare che trasforma luoghi tetri e anonimi  in passaggi tra due mondi incompatibili.

Uno di questi luoghi lo conosco bene, sotto gli archi che emergono lentamente dall’asfalto per innalzare il treno sopra il Naviglio e proiettarlo verso la Lomellina, archi che nelle grigie serate si trasformano in antri bui e inquietanti, a volte mal frequentati.

Lì sotto sgorga misterioso il Lambro meridionale, un canale artificiale che nasce dalla confluenza dell’Olona con uno scaricatore del Naviglio Grande, con le sue acque turbinose.

Archi che sembrano invogliare i treni a saltare fuori dai tunnel della città per sfrecciare liberi nella campagna, per poi tornare alle loro case. Oppure sempre lì i treni sembrano rallentare per essere inghiottiti dalla città quando arrivano nelle nebbiose mattine dense di sonno e di rumore.

In uno di questi antri orcheschi si trovava un grosso e loquace gommista. Aveva l’officina incastonata sotto l’arco, saturando tutto lo spazio disponibile, con l’apertura principale su viale Cassala e la secondaria che dava sul retro, pochi metri prima della riva del canale. Uno che quando ci andavi per una foratura, con varie scuse cercava di farti cambiare tutto il treno di gomme.

Un luogo quasi bucolico, possibile meta di incontri amorosi,  se non fosse per la secolare puzza delle acque e per i rifiuti regolarmente abbandonati sotto l’arco o gettati nel canale, lasciando fetidi resti impigliati nella vegetazione caotica delle rive. Infatti fu chiamato per secoli Lambro merdario per lo scolo dei residui fognari di Milano.

Ricordo il fetore quando portavo l’auto sul ponte sollevatore, nell’ampia parte dell’officina situata tra il cavalcavia e il canale, come se l’antro si espandesse  istantaneamente in un altro mondo, spazioso, sconosciuto, che esercitava su di me un insolito e nauseabondo fascino di luogo accessibile a pochi selezionati avventori.

Ancora oggi lo attraverso furtivo in bici per tagliare il percorso costeggiando il canale e riprovo le stesse sensazioni, sento lo stesso odore.

Mi allietano queste creature che emergono da un universo represso per smuovere la mente e mi accompagnano gioiose per tutta via Malaga, fino a casa, invitandomi a fuggire con loro.

Proprio oggi, in bilico sulla riva del canale qualcuno ha lasciato una carrozzina per invalidi, quasi nuova, che guarda le acque dal bordo ripido. Suggestiva metafora di uno spettatore innamorato del luogo fino alla paralisi, dissoltosi nei mefitici vapori chissà quando.

Esito “profetico” per un Bicighellone ?


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SIAMO RIMASTI SENZA PAROLE !!!

Purtroppo non è una battuta, ma è la pura verità.

Perché è proprio quello che mi è accaduto dopo aver letto su D di Repubblica, di un po’ di tempo fa, la risposta data da Umberto Galimberti che da sempre ha uno spazio per rispondere ai lettori del giornale, ad una persona che gli poneva questo quesito:

“Troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano ad esprimersi oralmente”. Questa è una frase di un documento che 600 Docenti universitari, Accademici della Crusca, Storici, Filosofi, Sociologi ed Economisti, già nel 2017 hanno inviato al Governo ed al Parlamento per denunciare il problema.

“…..Che vergogna sentirsi dire che commettiamo errori appena tollerabili in terza elementare. Facciamo fatica ad esprimerci, non leggiamo, non sappiamo riassumere un testo, e in molti pensano che saper scrivere sia ormai inutile in un mondo in cui a contare non sono più le parole, ma le immagini. Anche se è il linguaggio verbale che ci distingue dagli animali, e ci rende idonei ad elaborare un pensiero complesso e ad esprimerlo a parole”.

Infatti Galimberti risponde che: “nel 1976 il linguista Tullio De Mauro aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale. Il risultato fu circa 1.600 parole.

Lo stesso sondaggio ripetuto 20 anni dopo nel 1996, disse che i ginnasiali ne conoscevano circa 600 / 700 di parole.  Se lo dovessimo ripetere oggi credo che non si andrebbe oltre le 300 parole. È un problema? Galimberti risponde che è un grosso problema.

“Perché come aveva evidenziato Heidegger, noi riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo. Perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare. Quindi la conclusione di Galimberti è che quello che sta avvenendo forse è dovuto al fatto che negli ultimi trent’anni siamo passati ad una fase dove le cose che sappiamo, dalle più elementari alle più complesse, non le dobbiamo necessariamente al fatto di averle lette da qualche parte. Ma le abbiamo solo viste in televisione, al cinema, sullo schermo di un computer, oppure sentite dalla viva voce di qualcuno, dalla radio o da un amplificatore inserito nelle nostre orecchie e collegato ad un walkman.

Ma la cosa, a mio modesto parere, è ancora più grave se si pensa per esempio al mezzo più comunicativo che oggi si usa anche a livello istituzionale perché è diventato in assoluto quello più popolare, più immediato, ma soprattutto più veloce, cioè FACEBOOK.

Quindi è tutta la comunicazione in generale che ha subìto un ridimensionamento imposto dalla velocità con cui deve viaggiare, purtroppo, anche a livello professionale e delle Istituzioni. Un virus, per fortuna non letale come il Covid, ma che ha contagiato quasi tutta la sfera della comunicazione. Basta guardare e soprattutto sentire le conduttrici e/o i conduttori di programmi televisivi, alcuni anche di grande successo. Oramai parlano come fossero delle mitragliatrici e spesso ti accorgi in alcuni passaggi ed in alcuni atteggiamenti che sono molto più preoccupati del tempo impiegato per trattare alcuni argomenti, che del contenuto degli argomenti stessi. Un atteggiamento inaccettabile a mio parere, specialmente quando si tratta di argomenti importanti e/o delicati che non possono essere mortificati da una comunicazione frettolosa e poco comprensibile.

Ma tutto questo naturalmente ha come al solito al centro il denaro e basta. In un programma televisivo più inserti pubblicitari inserisci e più guadagni. Quindi i contenuti del programma devono subire dei ridimensionamenti o addirittura dei tagli, affinché vi siano degli adeguati spazi pubblicitari. E chi se ne frega se poi il programma diventa uno “SPEZZATINO”, per alcuni versi e soprattutto per molti spettatori, poco comprensibile.

Meditiamo gente, meditiamo…

 


Foto copertina: ©MjZ