Starbucks apre le porte a Milano.

Starbucks sbarca in Italia e apre il più grande caffè d’Europa a Milano negli eleganti locali di Palazzo Broggi nella centralissima Piazza Cordusio.

In collaborazione con Artevitae, Diatomea è lieta di ospitare oggi Rita Manganello con il suo articolo “Starbucks apre le porte a Milano”. Buona lettura!

ArteVitae è una rivista online che, come Diatomea, ha lo scopo di divulgare e promuovere l’arte in ogni sua forma e contenuto. L’idea della collaborazione nasce dalla volontà di offrire ai nostri lettori un’assortita selezione di argomenti e contenuti, attraverso la pubblicazione di articoli scelti dalla nostra redazione tra quelli già pubblicati o in via di pubblicazione su ArteVitae, con lo scopo di ampliare e variegare la già ricca proposta editoriale del Blog #diatomea, contaminandola attraverso una forte sinergia tra le due redazioni.

Starbucks Milano – Foto di Elle Decor

Il caffè: bevanda esotica naturalizzata italiana. La parola caffè rivitalizza la memoria e mi riporta indietro nel tempo quando, da bambina, osservavo incuriosita le illustrazioni e i testi contenuti nell’enciclopedia per ragazzi “Vita Meravigliosa”, riguardanti le piantagioni, la fazenda, i cicli di lavorazione del frutto fino alla torrefazione:

“La torrefazione viene compiuta sui mercati di consumo: è durante questa operazione che si sviluppano e si fissano quelle sostanze aromatiche che rendono tanto gradito l’infuso”. 

Vita Meravigliosa, vol. 1, Confalonieri.

La torrefazione, appunto. A quel tempo accompagnavo la mamma ad acquistare il caffè alla vicina torrefazione, un locale elegante, arredi in noce scuro che spiccavano sul mosaico dorato delle pareti. Ero molto interessata alla macinazione dei chicchi della miscela prescelta, all’interno di un imbuto di vetro che li faceva saltellare triturandoli finemente, fino a ottenere la polvere bruna, pronta per la preparazione di un buon caffè casalingo. Ricordo con affetto alcune coffee experience vissute nel corso del tempo: il caffè garbatamente dolce e cremoso gustato in un bar di Roma dalle parti di via Veneto, e quello denso e sabbioso della botteguccia imbiancata di Atene, nei pressi del Museo nazionale.
E poi il caffè americano, ma di questo parlerò più avanti.

È venuto il momento di condividere, con i lettori di ArteVitae, le mie impressioni sul nuovo locale milanese del rinomato brand Starbucks – The best coffee and espresso drinks – la multinazionale americana di caffetterie, fondata il 30 marzo 1971 a Seattle da Howard Schultz.

I fondamentalisti del caffè espresso, tutto italiano, gli integralisti della tazzina declinata in svariati modi: “me lo faccia lungo, ristretto, deca, macchiato caldo o freddo” e giù di fantasia, probabilmente alzeranno il sopracciglio. Non mi è dato saperlo con certezza al momento, tuttavia suppongo che la globalizzazione dei gusti sarà addomesticata in omaggio alla tradizione italiana.

Trovo in rete questa enfatica introduzione all’avvento del brand:

“Starbucks a Milano: una delle caffetterie più belle del mondo. 

Il colosso americano apre nel cuore del capoluogo lombardo col nuovo e sorprendente format Reserve Roastery, sperimentato fino ad oggi a Seattle e a Shanghai. 

Italia protagonista nella sperimentazione di una nuova esperienza di retail”. 

Manageritalia

La sede è nientemeno che Palazzo Broggi, che in passato ospitò la Borsa ed ex palazzo delle poste nella centralissima piazza Cordusio, a due passi dalla City milanese e prospiciente la storica via Dante, strada a vocazione commerciale, sul fondo della quale si affaccia il Castello Sforzesco. Gli americani fanno le cose in grande, si sa. L’articolo prosegue trionfante:

“Starbucks ha recentemente lanciato un nuovo brand, Reserve Roastery,
con un look e un’esperienza totalmente unici nel panorama mondiale del food & beverage,
e il megastore di Milano sarà solo il terzo a livello globale, dopo l’apertura del primo a casa di Starbucks, a Seattle, nel 2014 e il secondo a Shangai lo scorso dicembre.

In primo luogo la Roastery è una vera e propria torrefazione, dove vengono tostati
diversi caffè rari. Mentre ci si trova in negozio un pannello un po’ in stile aeroporto
comunica in tempo reale i caffè che stanno venendo torrefatti e si assiste al trasporto
dei chicchi di caffè attraverso tubi pneumatici. 

La torrefazione è in diretta, con tutti i sensi che vengono stimolati: olfatto, vista, udito”. 

Manageritalia

Quindi non aspettiamoci la caffetteria standard coi bicchieri di plastica per il caffè da passeggio, ma qualcosa di più sofisticato a cui si aggiunge la pasticceria e altri prodotti da forno del nostrano Princi.

C’è di che rimanere impressionati da tale turboimprenditorialità. Pare che il signor Howard Schultz, Chairman of the board della società statunitense, abbia deciso di avviare l’avventura italiana di Starbucks perché affascinato dai nostri rituali di preparazione del caffè, considerati romantici. Saper coniugare romanticismo e imprenditoria è sicuramente una dote che può accompagnare l’impresa verso il successo. Intanto procedono i preparativi per la presentazione dell’esclusivo evento di apertura al pubblico del megagalattico locale: 2300 metri quadri e pavimentazione in marmo di candoglia, omaggio alla cattedrale retrostante. Il giorno prima dell’inaugurazione piazza Cordusio è transennata e chiusa al traffico, i tram deviati dal loro percorso per lasciare spazio ai ballerini dell’Accademia della Scala che si esibiranno per l’occasione, mentre i milanesi in assetto lavorativo si dimostrano infastiditi dal disagio provocato dall’invadente manifestazione: Starbucks o no, devono correre a fatturare, e inviano le loro lamentele al Comune di Milano.

Piante ornamentali e gazebo esteticamente arredati posti all’esterno del locale, introducono il consumatore in uno spazio dilatato dove domina al centro la macchina tostatrice, un bancone lungo una decina di metri anch’esso in marmo di Candoglia e i consueti tavolini per le consumazioni. Qualcosa che mi ricorda più che altro un’area ristoro aeroportuale, molto distante dalla nostalgica bottega del caffè; il tutto molto glam, naturalmente; un luogo nel quale si passa inosservati: potrei uscire senza pagare e non se ne accorgerebbe nessuno. Il primo piano è adibito a bar denominato “Arriviamo”, destinato al bere alcolico e analcolico. Direi che non manca niente.

A poche ore dall’apertura Codacons insorge con un esposto presentato all’Antitrust circa il prezzo elevato della tazzina di caffè, 1,80 euro, cappuccino 4,50 e caffè americano 3,50 euro. Prezzi troppo elevati, a danno degli utenti italiani che vogliono provare l’ebbrezza di una consumazione fornita dal colosso mondiale della caffetteria.

Altri negozi seguiranno, ma di profilo più basso, i quali dispenseranno il tradizionale caffè americano servito nei bicchieroni d’asporto, classico beverone dei detective delle serie TV, trangugiato durante gli appostamenti in auto.

Chiudo con la citazione di un illustre autore:

“Il caffè americano può essere un intruglio servito a cento gradi in bicchieri di plastica 

con effetto thermos, imposto di solito nelle stazioni a fini di genocidio, 

ma il caffè fatto con il percolator, come lo si può trovare in certe case private o 

in modeste luncheonette, servito con le uova al bacon, 

è delizioso, fragrante, si beve come acqua, e poi vi vengono le palpitazioni, 

perché una tazza contiene più caffeina di quattro espressi”. 

????????????Umberto Eco, Come viaggiare con un salmone, La Nave di Teseo.

Sia resa giustizia alla vera icona di Starbucks, altro che Reserve Roastery!


ArteVitae – Quotidiano di Fotografia, Architettura, Design, Arte e Cultura

ArteVitae è il blog collegato al gruppo di fotografia ArchiMinimal Photography e dedicato al variegato panorama artistico. I temi trattati spaziano dalla fotografia alla pittura, dall’architettura al design, dal teatro al cinema, dalla TV alla musica. Ogni giorno è live con notizie di arte, cultura, storia e lifestyle, novità e recensioni, attinte dalla quotidianità ma anche dal passato. Offre spunti di lettura ai suoi 7000 lettori ogni mese, attraverso l’approfondimento di argomenti impegnativi, trattati con la leggerezza e la semplicità che avvicinano e coinvolgono. Un ambiente sofisticato ed elegante aperto a tutti, agli addetti ai lavori come ai semplici amatori. http://artevitae.it/


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore.




SENTI…E TREMA

Lago di Fiastra ©(R)amingo

In attesa … mi avvicino all’edicola antistante l’ospedale S. Filippo Neri e trovo, nella vetrina “dimenticatoio” , un numero di Meridiani Montagne del 2012. L’attrazione principale è stata soprattutto la cartina allegata in scala 1:50.000.  Fra mappe e zainetti sono un morboso collezionista. Come se fossi sempre pronto alla fuga…

Inizio a sfogliare la rivista, edita negli anni in cui ho conosciuto i Sibillini. Oltre alla tristezza, particolarmente legata all’emotività per aver vissuto la terra tremante, inizio a notare molte foto che per me sono un vero colpo al cuore.

Guardo le immagini, belle foto di quei paesi soleggiati in cui mi sono spesso rifugiato nelle mie “ramingitudini”, le mie fughe misantropiche: Norcia, Visso, Castelluccio, Castelsantangelo sul Nera, Macereto, Sarnano, Amandola.

L’altro versante dell’Appennino. Ogni volta che oltrepasso la cresta, quella della sua sommità, mi succede come le balene quando perdono l’orientamento. Appunto ad Oriente, essendo io un italico occidentale. Col mare a sinistra e il nord magnetico… non riesco a concepire che, guardando verso quel punto cardinale che per il Feng Shui è la direzione in cui tutto va come base per posizionarsi (corpo, casa e suppellettili)  il mare sia a destra, ad Oriente…

Torno all’emozione.

I paesi delle foto, quelle belle foto colorate, oggi sono un cumulo di macerie, chi più, chi molto meno, per fortuna, o per impegno dei volontari e di quelle minime, molto discusse garanzie statali.

L’Italia è il mio paese, che amo, di cui però amo molto meno il suo popolo per molti, certi verso. Avrebbe delle potenzialità enormi, soprattutto per il turismo enogastronomico, ma anche solo per quel semplice panino mangiato in viaggio, magari appoggiato su un muretto o sulla sella della motocicletta.

Leggo di Lupi, della Sibilla, dell’Infernaccio, del Lago di Pilato, di quella pietra calcarea dove arrampicarsi e “sentirsi nulla nel Nulla, o tutto nel Tutto”, in quel silenzio in cui si crea il vuoto, privo di pensieri, di convenzioni numeriche legate al Tempo, alla civiltà irrispettosa dello scandire fluente vitale della Natura. Giro pagina. Altro colpo al cuore. Leggo “Corpo Forestale dello Stato”, quello Stato che ha ricollocato 7000 unità dei Carabinieri ambientali. Che ne ha soppresso il servizio antincendio affidandolo ad aeromobili privati. Con costi superiori. Molto.

Il Pian di Ragnolo. Una distesa di erba in altitudine con quel Rifugio dei Fratelli Cioci, un rifugio in tutti i “sensi”… ombre e luci… di quel tramonto sui tornanti con solo il borbottìo sommesso di un mezzo meccanico, un po’ timido nel rompere quella pace… Tutto con rispetto…

Due anni fa per una fase meditativa presi la motocicletta e seguii la strada che portava al lago di Fiastra. 2016. L’anno della botta grossa.

Dormivo nella mia minuscola tenda, una delle mie compagne di viaggio, al lato fuori sul cavalletto.

Il silenzio della notte in montagna, neanche un piccolo, sottile rumore.

Stentavo un po’ ad addormentarmi, ma quella piccola tenda era accogliente, protettiva.

Cominciò a muoversi. Un’onda proveniente da sud verso nord. La sentii nettamente. Ma quello che mi svegliò fu il tintinnìo delle posate delle masserizie appoggiate sulla motocicletta. Poi gli argini del lago… dove le rocce superficiali crollarono dentro l’acqua, producendo un rumore simile ad uno scarico di calcinacci.

Buio. Tutto buio e solo quelle stelle a fare da riferimento. Non impaurii fino a quando due ore dopo un’altra scossa… Pensai che da qualche altra parte avesse fatto danni…

2017. Sono tornato un anno dopo. Ho girovagato con la motocicletta nei dintorni. San Ginesio…Tolentino… Camerino… Pioraco… Amandola…Sarnano…Sant’Eutizio…

La visione di quei luoghi, la semplice chiacchierata al bar con quegli abitanti che hanno dovuto rivoluzionare la loro vita da sopravvissuti… tutto questo mi ha arricchito. Da viandante solitario…

2018. Ora ho quella mappa. Davanti ai miei occhi…. Un po’ perdersi… un po’ tornare.

Ma soprattutto dimenticare e non dimenticare.

Questa volta saremo in due.

(R)


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore, tutte le altre sono coperte dal diritto d’autore ©(R)amingo




SHODO

Con l’avvento dei moderni mezzi di comunicazione, una pratica come quella della scrittura manuale ha perso sempre di più la sua importanza, ad appannaggio di metodi più comodi e meno “obsoleti”.

E’ straordinario, invece, il significato intrinseco che la pratica della scrittura assume in oriente, in particolar modo in Giappone, dove la stessa prende il nome di “shod?”, letteralmente “la via della scrittura”

Immagine tratta da  http://www.taoalchemy.net/taoismo/ 

Il termine “shod?” infatti è composto dai termini “sho” che significa scrittura, e “d?”, termine che indica la pratica di un’arte, un impegno costante che può condurre, tramite un perfezionamento tecnico, ad un vero e proprio affinamento interiore dell’individuo che “percorre la via”.

Importante notare che il carattere “d?” viene utilizzato anche per indicare il “tao”, cioè il processo di mutamento proprio della filosofia taoista; inoltre lo stesso venne applicato, a partire dal XIX secolo, a numerose arti tradizionali in conseguenza degli influssi che ebbe in particolare il buddismo sulla loro pratica, intesa sempre come percorso di crescita interiore (jud?, kend?, kyud?).

Tornando allo “shod?”, bisogna, in via preliminare, chiarire la convinzione di chi pratica tale arte, che la stessa sia in grado di permettere e favorire l’espressione degli stati d’animo, l’affinamento della sensibilità, nonché il perfezionamento di se stessi.

Ma come è possibile questo?

I segni che il calligrafo appone su carta con il proprio pennello possono essere decisi o incerti, veloci o lenti, sottili o spessi, ma in tutti sarà sempre presente la forza che viene chiamata “ki”, l’energia vitale. Quando si scrive un carattere si tende a trasmettere la relazione che si instaura tra il “ki” del calligrafo e il “ki” che il carattere possiede; è come dire quindi, che l’istantaneità della calligrafia permette di registrare un ritratto del “cuore” del calligrafo.

La pratica dello “shod?” richiede, come è ovvio che sia trovandosi davanti a una vera e propria “arte”, il rispetto di precisi schemi e dettami, che partono, ad esempio, dalla posizione assunta dal calligrafo arrivando fino alla scelta del testo da scrivere.

Durante la scrittura la posizione del corpo assume un importanza fondamentale, dato che da questa dipende la completa partecipazione del corpo all’esecuzione della stessa; ad esempio nella posizione seduta di scrittura, il foglio deve essere posizionato ad una altezza ben precisa, corrispondente a un punto di poco al di sotto dell’ombelico, in modo da evitare al calligrafo di dover sollevare eccessivamente il braccio che non deve appoggiare al piano di scrittura; inoltre il busto deve essere in posizione eretta, senza però essere rigido, in modo da favorire durante tutta la scrittura, una regolare respirazione.

L’esecuzione delle varie parti di un carattere devono seguire un preciso ordine compositivo, che è in buona parte determinato da motivi pratici legati al percorso che deve seguire il pennello durante l’esecuzione.

È quindi chiaro come uno dei segreti fondamentali per l’apprendimento della calligrafia sia l’arte di maneggiare il pennello con dimestichezza e maestria: questo è infatti parte del sapere che si eredita dai propri maestri, e che verrà poi, a propria volta, tramandato ai propri allievi.

Ovvio immaginare che l’apprendimento di tale arte non sia mera conoscenza intellettuale, ma che sia frutto di una attenta e laboriosa pratica, costituita da gesti e movimenti precisi.

Il primo ed essenziale esercizio con cui un principiante si confronta è la copiatura, necessaria per apprendere la tecnica e prendere coscienza delle proprie caratteristiche, oltre che per riuscire a entrare nel ritmo esecutivo del modello, per coglierne lo spirito e riprodurlo senza perdersi nell’imitazione dell’originale. L’esercizio di copiatura (“rinsho”) si differenzia in livelli progressivi di apprendimento, (“keirin” – copia esatta di tratti e spazi; “hairin” – copia a memoria, cercando d rispettare la forma esteriore del carattere; “irin” – copia che tende a rispettare più le caratteristiche stilistiche che la forma esteriore), a cui fa seguito uno stadio più avanzato, “h?sh?”, il quale prevede l’applicazione di uno stile con caratteri diversi da quelli del modello proposto al principiante.

Ma cosa si scrive in calligrafia? Come si sceglie il “soggetto” da eseguire su carta?

Generalmente si sceglie una singola parola, un aforisma, una preghiera; la cosa che conta maggiormente è la trasmissione dell’emozione del calligrafo, l’interpretazione che egli stesso dà a ciò che sta riportando e riproducendo su carta, traducendo formalmente il senso più profondo del testo scelto.

Il calligrafo, per la propria opera, ha a disposizione quelli che vengono comunemente indicati come i “quattro tesori” del calligrafo, dato che il loro impiego è indispensabile.

Come già accennato il primo dei quattro tesori non può che essere il pennello (“bi”); ne esistono invero numerose varietà, che vanno a rispondere alle numerose esigenze diverse che il calligrafo può incontrare (dalla forma di scrittura prescelta, alle dimensioni del carattere da eseguire, etc). Le caratteristiche di questo strumento variano in base alla forma dello stesso, ai materiali di cui è composto e alle sue dimensioni; una importanza particolare è attribuita alle setole di cui sono composti i pennelli, riassumibili in setole rigide (“k?g?”), setole morbide (“nang?”) e setole miste (“keng?”).

La caratteristica che differenzia maggiormente i pennelli utilizzati nello “shod?” da quelli utilizzati in occidente, è il modo in cui le setole vengono disposte a formare la punta del pennello: le stesse sono organizzate in cerchi concentrici di peli di lunghezza differente, disposti attorno a un nucleo centrale che funge da serbatoio d’inchiostro; in questo modo il calligrafo ha la possibilità di scrivere più caratteri senza dover ricorrere continuamente all’assorbimento di nuovo inchiostro.

Immagine tratta da https://www.japan-experience.com/to-know/understanding-japan/japanese-calligraphy

L’inchiostro (“mo” o “sumi”) si presenta in forma solida, pressato in barrette, ed è quasi esclusivamente nero, nonostante la colorazione possa presentare diverse tonalità e riflessi in base alla purezza e alla raffinazione della materia prima colorante. La sua preparazione per l’applicazione avviene sciogliendolo tramite lo strofinamento nell’acqua che viene versata nel calamaio (“yan” o “suzuri”); i più antichi calamai consistevano in piatti di bronzo, spesso sostenuti da tre piedini e dotati di un coperchio.

In seguito, venne utilizzato il bronzo come materiale per la creazione dei calamai, fino a giungere all’uso della pietra, come materia prima più adatta allo scopo. La forma generalmente è caratterizzata da una parte del piatto incavata in modo più marcato che funge da serbatoio, e da una più rialzata che serve per strofinare la barretta d’inchiostro.

Menzione fondamentale è quella dovuta alla carta (“kami”), la quale viene considerata non un supporto amorfo su cui il calligrafo stende l’inchiostro, ma un elemento importante con cui egli deve imparare a “dialogare”; è una materia che si potrebbe quasi definire viva, dotata di caratteristiche peculiari dalla quale dipende la scelta dell’inchiostro più adatto per conseguire il risultato desiderato; nella filosofia della contrapposizione tra lo “Yin” e lo “Yang”, del vuoto e del pieno, occorre tener presente che la carta costituisce tutto lo spazio non occupato dall’inchiostro, formando con esso l’unicità di ciò che si sta creando.

Anche se in calligrafia viene generalmente utilizzata carta “bianca”, ne esistono tipologie colorate con tinte naturali, o anche che vedono nella loro “trama” l’inclusione di elementi vegetali come foglie e fiori secchi, o addirittura minerali (come l’oro), che vengono utilizzate in occasioni particolari. Le tecniche di produzione di questi particolari tipi di carta vengono gelosamente custodite dagli artigiani che le eseguono, e i loro prezzi raggiungono a volte cifre molto considerevoli.

Al giorno d’oggi, la “washi” viene prodotta utilizzando le fibre di corteccia di diversi alberi, come ad esempio il gelso k?zo, il ganpi, il mayumi, il mitsumata, oppure con fibre di canapa asa o fibre di riso;ovviamente la carta utilizzata per gli esercizio di calligrafia è quella di fattura industriale, prodotta con legno di importazione proveniente da Canada e Siberia, questo perché il suo prezzo è ovviamente molto inferiore a quello della “washi” artigianale, così come la sua qualità.

Immagine tratta da http://www.giapponedaisukidesu.com/2011/07/tokonoma.html


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore, tutte le altre sono coperte dal diritto d’autore ©MjZ




ER 19

(R)amingo © (R)amingo

Per intrecci amorosi mi ritrovo a frequentare una parte di Roma che non ho mai visto, se non di sfuggita: l’Oltre-tevere o la riva destra, quella linea di demarcazione che un tempo separava i Latini e gli Etruschi dai Sabini, la via Praeneste che si snoda verso sudest, finendo a Palestrina; da Porta Maggiore la divisione fuori le Mura insieme alla Casilina, le pietre miliari delle due strade iniziano proprio da questo varco.

Dicevo. Il 19

Linea del tram 19 ©(R)amingo

Il tram 19 lo vedevo solo scritto sulle locandine dei concerti al Forte Prenestino.

Quando ci sono sopra posso sentire la coppia disponibile del motore elettrico, lo sferragliare sui binari che si intersecano sotto gli archi, permettendo, così, tra sincronismi semaforici, di far trafficare diverse linee di trasporto pubblico.

Andando avanti, il 19 prende velocità, la sua strada ferrata è, a tratti, non perfettamente rettilinea.

Scendo.

La zona intorno, dell’Acqua Bullicante, sembra strappata all’Agro Romano dai suoi palazzoni alti.

Per chi è come me, nato in quel di Roma Nord-ovest, tra zone ancora rurali, non avere l’orizzonte a portata di occhio suscita un po’ di stranezza, ma ci si abitua subito, più che altro si entra in amalgama con le presenze degli utenti della linea. Oltre a numerosi immigrati dai più vari profumi e colori, vedo una miriade di giovani , studenti universitari , ragazzi “alternativi “ e abiti che osano…

Indubbiamente, questa zona dell’Urbe è molto più mitteleuropea di altre. Come ad esempio la mia, ancora legata a equilibri rurali, al confine con la Etruria Meridionale, ma Etruschi e Latini hanno sempre intrecciato buoni rapporti; l’impero ha lasciato, qua e là, i suoi resti su questa Strada e, ai suoi lati, le sostruzioni di stampo militare, perfettamente visibili dai finestrini del tram.

Scendo, e mi inerpico in un palazzo di otto piani, dove al suo interno, nel cortile, si odono musiche sparse, si intravedono finestre illuminate, e si può ascoltare anche qualche litigio mattutino…

Sicuramente una certa rimembranza alla Hitchcock…O forse, anche, il ricordo del mio “vissuto” berlinese, in tempi di quasi trent’anni fa. Ma certo, in Italia tutto arriva in ritardo.

E forse i luoghi di pasoliniana memoria potrebbero anche essere un Einstürzende Neubauten … il rumore dei palazzi che crollano.

A Berlino va bene, cantava Garbo qualche anno fa.

Molti furono attratti da quella città divisa dal Muro, dove i binari del tram gli finivano addosso e dove io passeggiavo tra quei silenziosissimi viali alberati. Ci ho “vissuto” intensamente, in quella casa con il cortile interno, da cui si intravedeva quel cielo. La fermata della Bahnhof sopraelevata era Kottbusser Tor ed il treno giallo attraversava un bel pezzo di quartieri…Mitte… Schöneberg …

Binari … rette parallele della vita … da Garbo a Claudio Villa il passo è breve.

Oggi Berlino è un museo a cielo aperto. I tanti turisti la osservano come la capitale di una Germania riunificata, vanno ad Alexanderplatz piena di palazzi di vetro e acciaio.

Ma la mia Berlino rimane quella. La città degli Angeli.

E dei tram che sferragliano… e dei palazzi che ancora sono in piedi.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore, tutte le altre sono coperte dal diritto d’autore ©MjZ




IL FIORE DI CILIEGIO – SAKURA

Immagine tratta da http://blog.logomyway.com/15-spring-photography-love/

Fin dai due secoli antecedenti l’anno Mille in Giappone viene celebrata una ricorrenza che ha come unico protagonista il fiore di ciliegio o Sakura; stiamo parlando della festa chiamata “Hanami”, che tradotto letteralmente dal giapponese significa “osservare i fiori”, ricorrenza che viene festeggiata, a seconda della fioritura dei ciliegi in base alle zone del paese, intorno al mese di Aprile; ancora oggi l’Hanami è una tale passione che il servizio meteo giapponese si impegna ogni anno per prevedere con accuratezza quando avverrà la fioritura, permettendo alla popolazione di prepararsi ai festeggiamenti.

In realtà, il senso intrinseco di questa ricorrenza è molto più profondo, e affonda le sue radici in uno spiritualismo che è proprio della cultura giapponese: l’Hanami è infatti celebrata come la rinascita della natura espressa al meglio dai fiori di ciliegio, ma anche della presa di coscienza della loro caducità; il fiore di ciliegio infatti fiorisce in breve tempo e altrettanto velocemente lascia l’albero per riconciliarsi al suolo, spingendo i giapponesi a riflettere sul valore effimero della vita.

Il Sakura, nella lingua giapponese, richiama nella sua simbologia l’intera filosofia giapponese legata alla cultura della pazienza, del rispetto della natura e della pace interiore.

L’Hanami non è però una celebrazione dai toni tristi (vista appunto l’osservazione della caduta dei fiori) ma un momento di grande festa per i giapponesi.

Questi ne approfittano infatti per fare dei pic nic con amici e parenti sedendosi sotto gli alberi di ciliegio e stendendo sotto di essi una coperta di plastica azzurra volta a raccogliere i fiori caduti.

La natura dei festeggiamenti è presto spiegata.

Aprile, è infatti un momento molto importante soprattutto per i giovani, perché la fine della scuola simboleggia per molti l’entrata nel mondo adulto quindi l’inizio di una nuova vita.

Il fiore di ciliegio è inoltre segno di ricchezza e buon auspicio: nell’antica tradizione giapponese rappresentava infatti l’abbondante raccolto del riso nei mesi a seguire la primavera. Le feste per l’Hanami più suggestive sono quelle notturne che prendono il nome di Yozakura (“ciliegio di notte”),dove i ciliegi sono adornati con le caratteristiche lanterne di carta che creano uno spettacolo ancora più indimenticabile per chi si ferma ad osservarlo.

Immagine tratta da http://www.nationalgeographic.it/wallpaper/2016/03/15/foto/ciliegi_in_fiore-3014459/4/

Numerosissime sono le varietà di fiori di ciliegio presenti su tutto il territorio giapponese, i quali variano per numero di petali oltre che per colore; la varietà più conosciuta, chiamata Somei Yoshino, si distingue per i 5 petali caratteristici dei più comuni fiori di ciliegio.
In Giappone così come in molti altri paesi dell’estremo Oriente è possibile trovare alcune varietà con un numero molto alto di petali, si può arrivare infatti anche a venti o più. Le varietà di fiori di ciliegio offrono infatti una morfologia spesso differente rispetto alle tipologie più comuni.

Questo è sicuramente stato un fattore di interesse per le varie religioni orientali, tanto che la bellezza caratteristica del fiore in questione ha reso possibile il riconoscimento di varie teorie spirituali legate al Sakura. Il fiore a 5 petali richiama con molta probabilità il Buddihismo e la divisione dei cinque orienti, o punti cardinali se si vogliono chiamare con una dicitura più occidentale. Secondo questa attribuzione, i quattro punti cardinali e il centro costituirebbero i cinque spazi vitali o punti di riferimento nella cultura buddhista giapponese. Cinque sono anche gli elementi sacri ossia vuoto, aria, terra, fuoco e acqua.

Mitologia, religione e spiritualità si uniscono in un unico simbolo rappresentato dai petali del Sakura. Questo sembra infatti convogliare in esso e nella sua perfezione l’intera filosofia e la storia di una delle popolazioni più antiche del pianeta. Per questo motivo il Sakura è un fiore nazionale di estremo pregio, pur non essendo riconosciuto il fiore ufficiale del Giappone.

Il Sakura però riveste un ruolo importante anche in quella che è la simbologia legata al mondo della guerra: la tradizione militare giapponese vanta una lunghissima storia che va ricercata nell’antico mito dei samurai, e proprio nella cultura dei samurai, il Sakura è elemento presente e ricorrente. Il Sakura, nella sua perfezione e tenacia non può che venire associato anche all’ambito guerriero giapponese. Il perfetto cavaliere ligio al Bushid? (letteralmente “la via del guerriero”), deve possedere tutte le caratteristiche che il Sakura esalta nella sua estrema armonia. Questo deve infatti mostrare estrema lealtà mantenendo tuttavia uno spirito puro come i fiori di ciliegio.

Deve inoltre essere onesto e coraggioso, mostrando lo stesso coraggio che il Sakura manifesta al momento in cui è tempo di abbandonare l’albero per lasciarsi trasportare dal vento fino al suolo. Il samurai deve infatti avere piena consapevolezza delle proprie capacità e del suo destino, tanto da sacrificare la propria vita quando è necessario, al fine di proteggere il suo popolo e l’ideale per cui ha combattuto con coraggio.

La perfezione dei cinque petali del Sakura deve essere vista dal samurai come un modello a cui tendere, un esempio a cui aspirare nei momenti difficili del suo cammino. Il distacco dall’albero, visto come il distacco dalla materialità della vita, deve considerarsi come atto sacro di dedizione al principio che ha determinato i propri voti.

Immagine tratta da https://www.pinterest.fr/pin/333125703662569562/?autologin=true

Questa simbologia non è da considerare solo in relazione all’antica tradizione guerriera, ma ritroviamo la riproduzione del fiore di ciliegio anche sulle bombe ohka usate dai giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale durante l’attacco alle navi americane. I Kamikaze stessi usavano il fiore di ciliegio come simbolo per rappresentare il proprio destino durante le varie battaglie. La loro missione suicida è infatti consacrata dal Sakura come gesto di grandezza morale e sacrificio estremo. La morte in questo caso non rappresenta la fine della propria esistenza ma l’inizio della propria consacrazione spirituale verso un cammino di rinascita ed elevazione interiore, che è impossibile raggiungere conducendo la sola vita terrena.

Numerosi templi giapponesi contengono infatti fiori di ciliegio. Molti di essi vengono posti nei luoghi sacri dedicati a commemorare le vittime di guerre o i combattenti stessi di importanti battaglie nazionali. In questo caso il Sakura è sia segno di omaggio nei confronti della loro lealtà e del loro coraggio ed elemento di buon auspicio in vista della loro vita al di là della morte.

Ma l’Hanami non è più una prerogativa solamente giapponese. È infatti diventata un’usanza anche in molti altri Paesi lontani dalla culla orientale di questa celebrazione. D’altra parte il ciliegio è un albero estremamente versatile, e le persone si radunano in occasione della sua fioritura anche inItalia (Roma, Lago dell’Eur), in Finlandia (Helsinki, Roihuvuori Cherry Tree Park), in Danimarca (Copenaghen, giardino botanico), in Spagna (Valle del Jerte in Estremadura) e in diversi Stati degli USA, soprattutto a Brooklyn (giardino botanico) e Washington D.C. (lago Tidal Basin), oltre a molte località del Sud-Est asiatico; nello specifico i ciliegi dell’Eur di Roma e quelli di Washington DC sono stati in gran parte donati dal Giappone all’Italia e agli Stati Uniti durante il secolo scorso, come segno di pace fra nazioni.

Il Sakura è anche usato come sfondo di indimenticabili scene in molti film, come Cherry Blossoms, Mulan, film di animazione della Disney e 5 cm per Second, film di animazione giapponese.
Se ne parla anche in diversi manga e libri, uno fra tutti Autostop con Buddha.

E per finire, una nota poetica.

Pablo Neruda conosceva bene l’incanto della fioritura dei Sakura e in uno dei suoi versi dice:

“Voglio fare con te quello che la primavera fa ai ciliegi”.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore, tutte le altre sono coperte dal diritto d’autore ©MjZ



RAVERS A ROMA

Un Rave è un Rave. E “to rave” si traduce in devastare….ma ironia della sorte un rave era tutto il contrario, ovvero recuperare, seppur per una notte, quello che avevano devastato altri….dargli valore, ricordare e riscostruire, passando e dimenticando poi. E la presenza non rimaneva mai, non lasciava nulla del suo passaggio. A parte i Watt del suono, il formichìo delle persone che arrivavano solo dopo aver inteso il segnale della presenza del rave in qualche posto…

Era come se tutti sapessero che in ogni modo, il sabato, c’era sempre in qualche posto. Si sentiva……

Le orecchie attaccate alla radio, la trasmissione di Hard Raptus Project, nata da una costola di Prove Tecniche di Trasmissione. Radio Onda Rossa, a Roma “LA radio”, perché era nostra, e solo nostra!

Si, indubbiamente si faceva un po’ la concorrenza a quella che era il Virus.

Ma l’impronta politicizzata ne faceva una forza, anche se a molti non fregava niente e ci tenevano solo a quella botta di adrenalina del “andare e perdersi”. Fino a mattina.

Cultura…sottocultura…probabile che in quel periodo era la novità, della metà degli anni 90, un po’ un esistenza in un deserto di orfani…..

Ci venivano tutti: punk, skin, dark, cyberpunk, writers……era una sorta di unione di intenti.

…..dicevo…..

Avevo le trance in mano….

I camion erano già carichi…..acqua….birre….le casse…i tavoli….i generatori…..

Il luogo era l’ex SNIA Viscosa, un fallito tentativo di industrializzazione nel cuore della città. I rifuti tossici all’interno, e sulla sinistra quel capannone, dove al primo sopralluogo trovammo sporcizia e medicinali sparsi, quintali di farmaci buttati…

….dicevo…..

Due settimane prima il sopralluogo, la pulizia, la crew dei writers fece un “pezzo” gigantesco dove campeggiava un enorme Goldrake in giallo e bianco con la scritta HRP.

L’Identità tramite il logo, e ad ognuno un compito assegnato. Quasi una organizzazione militare senza gerarchia. E per la prima volta sentii la parola Empatia, pronunciata da un caro Amico poi “spostarsi a Berlino”, quando ormai tutto questo era esaurito qui da noi…..

Riprendersi la città…..con le sue strade nel nulla.

Ricordo sempre con piacere quando albeggiava, e se era sereno i toni di blu dal più scuro, sfumavano verso l’arancione, con tutte quelle stelle….

Spesso ero dietro alla console dalle 1 ale 3. Quelle erano le mie due ore dove “non esistevo”. La cuffia su un orecchio solo, le mani sui dischi, i dischi sui “1200”…..ferma, stacca, metti in battuta, prendi il disco sulla base, inserisci l’altro sul suono, blocca, preascolta, rallenta, switcha, regola, togli gli alti, potenzia i bassi sull’altro piatto….

Quei vinili erano spesso incisi solo su un lato…uno di quelli che mi è rimasto impresso nei ricordi e che ancora ho in cantina era della Underground Resistance, poi Plastikman e tutti i vari Autori romani. Uno su tutti il metallaro della techno. Lory D. E PCB, Frankfurter, Drop Bass Network……

All’entrata avevamo organizzato un banchetto dove si divulgavano opuscoli sull’uso e manutenzione delle “sostanze che giravano”, ed è inutile negarlo, non per vergogna, nè per sentirsi illegali….ma giravano.

A volte era presente anche qualche medico o infermiere…..

Alle 22, quando finiva la trasmissione, l’annuncio per radio, dove si indicava il luogo. E vedevi arrivare appunto il formicaio nel giro di un paio d’ore. Sembrava come se l’invasione fosse scaturita dal silenzio prima, e dalla parola d’ordine poi, come in un sottomarino….

Questa era Roma in quegli anni.

Mi tirai indietro al momento giusto, dopo tre anni di attività intensa, tra il ’92 e il ’95, mattinate a riprendersi il sonno….a riportare tutto il necessario nei depositi.

E già a pensare al prossimo luogo, da invadere e fare tornare al suo abbandono.

Temporaneamente Autonomi……..per sempre Autonomi.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore, tutte le altre sono coperte dal diritto d’autore ©MjZ