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Sensazionale! Scoperta la verità sulla morte di John Fitzgerald Kennedy.

Sensazionale! Scoperta la verità sulla morte di John Fitzgerald Kennedy.

Interessante ipotesi di una nota psichiatra che a cinquant’anni dalla morte di John Fitzgerald Kennedy rivela al mondo le confidenze che lo stesso Presidente le fece in sede di analisi. 
La dottoressa ebbe una relazione professionale ed erotica col presidente pochi anni prima della sua morte, e oggi rivela a “Di tutto e di più” gli sconcertanti retroscena che  sono emersi con quello che è considerato l’assassinio del secolo scorso.

“Conobbi Kennedy a un party, ero molto giovane, molto entusiasta del mio lavoro di analista psicosomatista e, grazie ad alcune pubblicazioni internazionali, piuttosto conosciuta negli ambiti universitari  di tutto il mondo”.

Così inizia l’intervista con la dottoressa Lucy Mc Milan che vive in Italia dalla morte del presidente, probabilmente per motivi di sicurezza.

“Scoprimmo di essere nati entrambi il 29 maggio e questo creò immediatamente una sorta di complicità. Parlammo tutta la sera di mille cose e, prima di lasciarci, mi chiese di potere entrare in analisi da me per un problema molto serio di colite ulcerosa.
Presi tempo per decidere: è vero che per me era un paziente sconosciuto, ma pur sempre il presidente degli Stati Uniti.
Dopo un mese gli fissai un appuntamento nel mio studio a Philadelphia.
Era un caso veramente grave. Suo padre lo odiava e amava in modo patologico il primogenito Joe , morto in guerra, non perdonando a  John l’affronto di essere vivo.
Fino da piccoli era solito ripetergli “ricordati Jack, qualunque cosa tu faccia, Joe la farà meglio di te”

John odiava suo padre di rimando, ma essendo un mite sfogava la sua rabbia attraverso il teatro del suo corpo. Aveva orribili dolori addominali  con scariche di muco, sangue e lacrime.
Non aveva il coraggio di dirlo a nessuno. Suo padre ne sarebbe stato contrariato e sua madre non vi avrebbe posto attenzione.
Il problema si cronicizzò e venne alla luce dopo la morte in guerra di Joe.
Il vecchio Joseph non riusciva a darsi pace di aver perso il figlio prediletto, il figlio che avrebbe dovuto diventare il presidente degli Stati Uniti.
Non riusciva ad accettare che una stupida guerra lo avesse privato di colui che era candidato a rappresentare il trionfo della sua famiglia.
A questo punto decise di puntare su John, pur non stimandolo, pur considerandolo uno sciocco poeta che badava più alle femmine che alla famiglia. Lo convocò e lo informò che l’onore del casato si trasferiva nelle sue mani.

Fu a questo punto che John gli confessò di essere malato, di avere delle terribili somatizzazioni a livello intestinale.

“Sciocchezze” sentenziò il vecchio “Non c’è nulla che il denaro non possa risolvere, nulla tranne la morte dell’unico figlio che mi somigliava”

“Sarò degno di lui signore”

“Non lo sarai mai! ma domani ti farò visitare dai migliori medici dello Stato. Sarai un presidente sano, anche se incapace”.

Iniziò così il calvario di John. Disponendo di un buon patrimonio, fu visitato dai migliori luminari degli States, che lo usarono come cavia per sperimentare il cortisone.
La colite ulcerosa migliorò, ma le dosi massive del farmaco provocarono disastrosi effetti collaterali.
L’osteoporosi lo dilaniava, ebbe dolorosissimi crolli vertebrali, venduti alla stampa come “esiti delle ferite di guerra” in realtà mai avute, ma che avevano un fantastico effetto mediatico.

Il padre continuava a disprezzare questo figlio anche una volta eletto Presidente degli Stati Uniti d’America e gli riservò un sorriso beffardo.
John fu il presidente che tutti conosciamo e rimpiangiamo, ma ancora il vecchio Joseph non lo considerava degno del fratello.
Il cortisone dal canto suo continuava i suoi deleteri effetti collaterali.
Una ingravescente insufficienza surrenalica conferiva al presidente un aspetto perennemente abbronzato. La stampa di allora affermava che il presidente era un uomo molto sportivo e il suo colorito lo confermava. In realtà si trattava del Morbo di Addison che colpisce chi soffre di grave insufficienza surrenalica.
Il verdetto medico fu chiaro e spietato: “Signor Presidente, le restano pochi anni di vita, non arriverà a compiere 50 anni”.

Fu allora che John maturò l’idea di passare alla storia. Finalmente suo padre sarebbe stato fiero di lui; finalmente i Kennedy sarebbero passati alla storia grazie lui.
Aiutato dalla CIA individuò un disgraziato, un tale Lee H. Oswald. Si incontrarono segretamente e strinsero un accordo.
Il Presidente degli Stati Uniti d’America si impegnava a fornirgli un passaporto nuovo,  un’ingente somma di denaro a patto che lui, Lee H. Oswald lo uccidesse durante la campagna elettorale, quando e dove avesse voluto.
Oswald, troppo disperato per fare domande, accettò.
Quella sera JFK tornò a casa soddisfatto. Sapeva che nessun personaggio entra nella storia a causa della morte provocata dal Morbo di Addison, nemmeno il presidente degli Stati Uniti.
Ma lui John Fitzgerald Kennedy sarebbe stato celebrato come un fulgido astro, un mito nei secoli dei secoli, perché lo status di presidente assassinato lo avrebbe reso più grande agli occhi di suo padre e di suo fratello Joe.


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12 dicembre 1969 in piazza Fontana a Milano

La strage in piazza Fontana a Milano

1969, quell’anno del secolo breve che vede l’uomo camminare sulla luna mentre solo due anni prima, il 3 dicembre 1967, il cardiochirurgo Christian Barnard eseguiva il primo trapianto di cuore sull’uomo. In alcuni strati della società serpeggia un ottimismo pionieristico che spinge a sognare un avvenire carico di promesse.

Un freddo pomeriggio di dicembre nell’attivissima Milano sotto l’effetto del Natale alle porte. In pieno centro cittadino le signore bene di una florida società dei consumi, ancora benedetta dai rosei cascami del boom economico, si aggirano per le vie che costeggiano il Duomo, prese dalla frenesia degli acquisti natalizi; a completare la scena gli studenti della vicina Università Statale e la gente che lavora nei palazzi adiacenti.

Un ordinario e rituale spaccato di vita quotidiana. Fino al momento dell’esplosione. Nel pavimento della sede centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, immediatamente alle spalle del Duomo, si apre uno squarcio causato da una forte esplosione. Nessuna fuga di gas, si tratta di una bomba che ferma la vita di 17 persone, morte nello scoppio, più 88 feriti anche gravi. La banca era frequentata da imprenditori agricoli, contadini, affaristi del settore e chi, avendovi aperto un conto, ebbe la disgrazia di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

Un’altra bomba collocata nella sede della Banca Commerciale in piazza della Scala e rimasta inesplosa, fu fatta brillare dagli artificieri ostacolando il compimento di indagini che potevano evidenziare elementi utili all’inchiesta. Un terzo ordigno esplose a Roma in un sotterraneo collegato con la Banca Nazionale del Lavoro, tra via Veneto e via San Basilio. La cronaca parla anche di altre due bombe all’Altare della Patria, per concludere la nefasta triangolazione che lasciò alcune vittime sul campo.

Corriere della Sera, 13 dicembre 1969

Una concertazione da manuale, si potrebbe definire, per alimentare la tesi della necessità di misure d’emergenza a tutela della sicurezza dei cittadini terrorizzati dagli attentati.
L’evento di piazza Fontana, definito dai commentatori “la madre di tutte le stragi” segnò l’inizio della cosiddetta strategia della tensione.
All’epoca ero una giovanissima studentessa di liceo, figlia di quella solida borghesia imprenditoriale attiva da alcuni decenni. Nel bozzolo confortevole che mi avvolgeva, al riparo dalle brutture della vita, ma già esposta ad alcuni traumi dell’esistenza, sentivo confusamente che c’erano delle stonature nel consorzio civile e politico, che allora non ero in grado di decifrare.

Ma facciamo un passo indietro.

Giusto un cenno per meglio inquadrare lo scenario politico del momento e lo faccio introducendo un rapido rimando tratto da un libro di Giorgio Bocca: Il terrorismo italiano 1970/1978, Rizzoli Editore:

“Si è detto dei vari filoni del terrorismo; aggiungiamo che la causa scatenante va ravvisata nella disperazione da immobilismo che coglie non pochi italiani dopo il riflusso del ’68 e dopo piazza Fontana dove una bomba esplode nella Banca dell’Agricoltura facendo strage: disperazione da immobilismo causata da ignavia politica del partito di governo, la Democrazia Cristiana, e dal mancato funzionamento dell’opposizione.”

Italiani sfiancati dalla politica della provvidenzialità democristiana di cui fu noto teorico Aldo Moro.

Alla pista anarchica che coinvolse Giuseppe Pinelli, morto “suicida” dopo un volo da una finestra della Questura di Milano in via Fatebenefratelli, la notte fra il 15 e 16 dicembre, fanno seguito anni di indagini, inchieste e processi frammentari, alcuni risoltisi nella prescrizione o nell’assoluzione degli imputati per giungere, infine, alla matrice neofascista di Ordine Nuovo e, verosimilmente, ai servizi segreti deviati. Una continua narrazione sconvolgente fatta di depistaggi e intrighi volti a intorbidire le acque.

Pier Paolo Pasolini, un anno dopo la morte di Pinelli in circostanze misteriose, si recò a casa della famiglia dell’anarchico e intervistò la moglie Licia: uno scomodo intellettuale sempre alla ricerca della verità; una verità arenatasi in una serie di archiviazioni e nessun processo. Pasolini fu anche autore del documentario “12 dicembre”, nel quale sosteneva la tesi della strage di Stato.

Scopo di questo articolo non è riassumere un’orrenda catena di azioni criminali che hanno coinvolto  innocenti cittadini colpiti da una casualità brutale e gratuita; molti articoli e libri sono stati scritti sull’argomento, nel tentativo di chiarire vicende volutamente rese opache al fine di impedire l’individuazione dei mandanti. Scopo di questo articolo è rinfrescare la memoria o informare i più giovani i quali, per loro fortuna, quei tempi oscuri non li hanno vissuti.

Gli anni di piombo che hanno marcato il decennio successivo, la lotta armata contro i simboli del potere politico, istituzionale e finanziario,  non sono altro che la risposta dirompente di militanti politici chiusi in una clandestinità succedanea alla frustrazione provocata dagli esiti della contestazione studentesca, il ’68, partita con la necessaria ribellione all’autoritarismo patriarcale, dissoltasi poi in fantasie di cambiamento che non hanno fatto presa sulla realtà.

Dunque terrorismo di sinistra, di destra e la colpevole “distrazione” degli apparati di Stato, hanno di fatto alzato i toni ad uso di una platea di cittadini attoniti e disorientati.

In un susseguirsi di governi immobilisti incapaci di intercettare il disagio sociale e politico che gradualmente amplia la sua base di generale discontento, il terrorismo delle brigate rosse (più altri gruppi sovversivi che ne riprendono le mosse) e le trame nere, si mescolano senza soluzione di continuità, dando luogo alle manipolazioni eversive di uno stragismo di cui molto si è parlato.

La sinistra istituzionale, naturalmente ferma nella condanna, viveva le sue ansie: nella fattispecie il bisogno di legittimazione da parte non solo politica ma anche dell’opinione pubblica era molto sentito e la Primavera di Praga un ricordo ancora vicino. Il socialismo dal volto umano: un percorso accidentato per il Partito Comunista Italiano, per ragioni sulle quali non mi soffermerò e che merita una trattazione a parte.

“È il 15 dicembre 1969, davanti alle bare allineate stanno i ministri democristiani, al centro il presidente del consiglio Mariano Rumor, con quei volti un po’ lucidi sotto le luci dei riflettori. Prima della benedizione  il cardinale Colombo con la sua voce da gran prete lombardo incomincia a dire: “Avanti così non si può andare”, e vedi i ministri immobili, il volto di Rumor impassibile, senti che quella frase ambigua passa sopra le teste dei ministri, sopra coloro – magistrati, poliziotti, politici – che da anni conducono la danza feroce delle trame nere, dei fascisti mercenari mandati avanti sulle piazze, sempre protetti dalla polizia. E ognuno di noi capisce che domani tutto riprenderà come prima, con un ministro democristiano al posto di un ministro democristiano”.

Giorgio Bocca, Il terrorismo italiano 1970-1978, Rizzoli Editore.

Il 5 maggio 2009, giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, l’allora Presidente Giorgio Napolitano riabilita Giuseppe Pinelli nominandolo diciottesima vittima dell’attentanto alla Banca Nazionale dell’Agricoltura.


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Le illusioni della guerra

“Equo ne credite, Teucri. Quidquid id est, timeo Danaos et dona ferentes”.

Con questa frase il poeta Virgilio racconta la storia di Laocoonte, nel secondo libro dell’Eneide. Siamo ad Ilio. Gli Achei, ridotti alla fame e scoraggiati da dieci anni di assedio, salpano dalle coste troiane lasciando un grosso cavallo di legno sulla spiaggia. Mentre i Troiani gridano alla vittoria, un sacerdote, devoto a Nettuno, scaglia una freccia sul ventre del cavallo, mentre il rimbombo e alcuni gemiti provenienti dall’interno sembrano convincere i troiani della veggenza di Laocoonte; due soldati troiani portano al cospetto di tutti il prigioniero Silone, che, scampato alla morte dopo essersi inimicato Ulisse, viene a svelare il “vero” significato del dono. Un omaggio a Minerva, che, se condotto nelle mura, avrebbe reso Ilio inespugnabile. Verità o menzogna, realtà od illusione strisciano nelle menti dei Troiani, come serpenti, quelli che Poseidone manda ad uccidere i figli del sacerdote, che muore nel tentativo di salvarli. Punizione divina ed il cavallo entra nella città.

A raccontarci tutto questo è Enea, scampato alla fine della sua città, in viaggio verso l’Italia, approdato alla corte di Didone. Siamo in Africa, dove la bella regina, con uno stratagemma legato alla pelle di una vacca, acquista, dal principe indigeno Iarba, un terreno dove fonderà Cartagine. Sono tutti intorno ad Enea, a bocca aperta, rapiti dalle sue storie, affascinati da questa guerra di inganni, di occultamenti, da questa linea sottile che divide le passioni degli uomini e degli  dèi, cosi diverse e così uguali.

Didone si suiciderà, perché non regge all’illusione dell’Amore, sedotta e abbandonata dal suo Eroe, che, salpato per le coste Italiche, sposerà un’altra donna, Lavinia, figlia del re dei Latini, e che, dopo aver sconfitto il suo promesso sposo Turno, dà inizio alla stirpe della discendenza di Roma, o almeno così vuole farci credere Timeo, storico greco, così convincente che Virgilio ne ricaverà il suo Eroe. Verità o finzione, storia o epica, Cartago delenda est, povera Didone!

Alla caduta dell’Impero, una nuova leggenda attraverserà la manica, Romolo Augusto. Scampato alla caduta di Roma, viene tratto in salvo nella Britannia dove ancora la IX legione ne possiede il comando. Ha con sé la Spada di Caesar, colui che per primo ne aveva tentato la conquista; l’esercito a lui fedele sconfigge i Sassoni, da tempo incaricati di uccidere l’ultimo Cesare. Vinta la battaglia grazie all’aiuto del suo precettore Merlinus, sposerà una ragazza locale, dalla quale avrà un figlio: Artorius, o Artù.

Ora proviamo a fare un viaggio a ritroso e che l’illusione abbia inizio … o meglio: non abbia mai fine!

Il mito di Merlino si fonde alla tradizione dei Druidi e in Inghilterra darà vita ad una lunga stirpe di maghi fino alla modernità. Dall’impero austro-ungarico nasce colui che per sempre renderà l’illusionismo e l’escapologia (capacità di un prestigiatore di liberarsi in situazioni estreme) famose nel mondo contemporaneo. Trasferitosi all’età di quattro anni in America Ehrich Weisz poi Erik Weiss, divenne illusionista nel 1891; da mago delle carte si trasforma, raggiungendo il successo, nel più grande escapologo di tutti i tempi, con il nome di Harry Houdini, tributando il famoso mago francese Jean Eugène Robert- Houdin. La fama è talmente grande che riattraversa l’oceano, dove un’altra famiglia di illusionisti calca il palcoscenico: John Nevil, Nevil e Jasper, per la precisione Nonno, Padre e Figlio.

Immagine tratta da: http://www.magoleo.com/jasper-maskelyne-il-mago-della-guerra/

Jasper Maskelyne, famosissimo negli anni trenta, vede nello scoppio della seconda guerra mondiale la fine del suo successo. Il bombardamento del 1940, lascia poco spazio alle illusioni e getta nella dura realtà l’intera popolazione della Gran Bretagna che, dai tempi dei Romani, per la prima volta, torna ad essere attaccata sul suo territorio. Jasper raccoglie le preghiere di Winston Churchill e, come cittadino Inglese, vuole dare il suo contributo. Chiede di essere arruolato ma non sa sparare e non intende iniziare a farlo. Cosa se ne può fare l’esercito della Corona di un Mago? Lo inizieranno a capire quando con un gioco di luci e specchi costruirà il suo cavallo di Troia, facendo apparire una nave tedesca sul Tamigi. Lo spettacolo, dopo la paura iniziale, apre le porte al consenso intorno alla sua figura così che viene incaricato di mimetizzare un bunker. La leggenda narra che Montgomery in persona, all’interno di un campo militare inglese, arrabbiato per non trovare nulla del lavoro richiesto, andò su tutte le furie, fino ad inciampare su un manico di scopa; fu allora che Jasper gli disse che il lavoro era stato fatto e che in realtà stava camminando proprio sopra il bunker.

Jasper così inizia il nostro viaggio a ritroso, e, dall’Inghilterra, viene spedito in Africa. Qui gli viene affidato il comando della Magic Gang, la squadra Magica, composta da quattordici persone tra cui scenografi teatrali, restauratori, ingegneri, chimici, architetti, falegnami e pittori.

Hanno la capacità di far sparire il porto di Alessandria, ricostruendone uno identico a circa dodici chilometri più a sud, creando un black-out su quello vero, lasciano illuminato quello finto, creando con il cartone e la cartapesta navi ed equipaggi. Minano il tutto e fanno saltare per primi loro alcune strutture; questo viene scambiato per la Luftwaffe, come il segnale lanciato dal capo-squadriglia, e così, per ore, viene bombardato il nulla. Poco tempo dopo vengono incaricati di salvare il canale di Suez, obiettivo principale dell’aviazione tedesca, per costringere i rifornimenti per gli alleati ad un’improbabile circumnavigazione dell’Africa. La Magic Gang progetta una folta fila di mulini sugli argini del canale montando, sulle pale, enormi specchi. Allo scoccare delle sirene, i mulini vengono azionati e luce in abbondanza viene sparata su di essi. L’effetto “strobo” non solo impedisce agli aerei di centrare l’obiettivo ma addirittura molti aerei si scontrano in volo. Nel 1942, prima della battaglia di El Alamein, inganna il generale tedesco Rommel, facendo supporre che l’attacco inglese sarebbe venuto da sud anziché da Nord. Camuffano mille carri armati in camion e, viceversa, costruiscono una linea ferroviaria finta, inviano false comunicazioni su trasmissioni radio, fanno accompagnare i finti carri da effetti sonori, mentre al nord camuffati da esuli e mezzi di rifornimento si muove il grosso dell’esercito britannico. Sembra vero anche il suo coinvolgimento in uno degli inganni del D-Day e sembra che, sempre grazie alla costruzione di falsi mezzi alleati, i tedeschi abbiano scelto di spostare oltre quattrocentomila uomini sulle coste norvegesi convinti che sarebbe avvenuto tra i fiordi l’arrivo degli alleati tramite mare. Finita la guerra, della Magic Gang trapela poco se non da filmati dell’epoca che riprendono i lavori dei vari camuffamenti; i suoi studi ed i suoi progetti vengono secretati dall’MI6, fino al 2021. In seguito molti cercheranno di sminuire l’importanza di Jasper nei fatti narrati, ma un libro frutto di una sua intervista ne racconta in modo dettagliato gli avvenimenti: “Il mago della guerra” di Fisher.

Dopo aver fatto il giro del tempo e dello spazio, la nostra storia finisce in Africa, a Nairobi, Kenya, dove Jasper ha aperto senza troppa fortuna una scuola guida. Siamo nel 1973 dove, morendo, compie l’ultima magia, lasciando solo sul palcoscenico una bottiglia di alcool vuota,  portandosi con sé il suo mistero.

Come Ulisse, paga il suo ingegno, scomodo per chi dalla guerra cercava eroi con un fucile in mano o grandi strateghi militari; forse ha inventato tutto, forse fu mandato in Africa a tirare su il morale ai soldati con qualche gioco di carte, forse è tutto vero, forse è stato un agente segreto al servizio di sua maestà, forse…

“gli eventi descritti in quest’opera sono reali”… così fa cominciare David Fisher il suo libro.

Verità od ennesima illusione? … forse lo scopriremo nel 2021 …


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Sushi, non chiamatelo solo un piatto!

Quanti di noi, quando sentono la parola sushi, pensano al piatto tipico della cultura giapponese? Ebbene, quanto sto per “rivelarvi” sarà di certo una sorpresa!

Il sushi non è nato in Giappone, per quanto una volta giunto lì gli eventi storici abbiano generato modifiche importanti a questo “piatto”, adeguandolo sempre di più ai gusti di chi lo consumava e portandolo ad essere come oggi lo conosciamo.

Altro mito da sfatare è quello che riguarda il suo nome: sushi, in realtà, non significa affatto pesce crudo, come molti credono in modo erroneo (quello è il “sashimi”), bensì “dal sapore acido”! Il motivo risiede nelle origini di quello che, nel IV secolo, venne importato in Giappone dalla Cina e dalla Corea come metodo di conservazione: il pesce, eviscerato e salato, veniva posto nel riso cotto e pressato. La fermentazione del riso creava così un ambiente acido (da cui appunto deriva il nome sushi) in cui il pesce poteva essere conservato per mesi, stoccato e trasportato con facilità; al momento della consumazione del pesce, il riso veniva originariamente eliminato; fu proprio relativa al riso la prima modifica apportata dai giapponesi alla tecnica originale giunta da Cina e Corea: i giapponesi preferivano consumare il pesce con il riso, e, così, nel periodo Muromachi (1336-1573) si giunse al namanare. Ebbe così inizio un processo di mutamento di quello che era nato come un semplice metodo di conservazione del pesce ma che stava invece diventando un piatto sempre più apprezzato nel paese del Sol Levante. Il sapore acidulo del riso, consumato assieme al pesce, divenne sempre più gradito, tanto che i giapponesi iniziarono ad abbreviare i tempi di attesa sostituendo la fermentazione del riso con l’aggiunta di aceto dopo la bollitura.

Immagine tratta da http://www.sushiloversclub.it/wp-content/uploads/2016/03/famous-places-in-edo-e1458075316633.jpg

Nacque così nel periodo Edo (1603-1867) l’haya-zushi (non si tratta di un refuso: quando viene usato come sostantivo, la parola sushi diventa zushi) , letteralmente “sushi veloce” nel quale al riso e al pesce venivano aggiunte verdure e uova.

Per giungere a quello che è paragonabile al sushi moderno bisognerà attendere il 1800, quando il sushi iniziò ad essere venduto sulle bancarelle di Tokyo, con l’aggiunta del celeberrimo wasabi (altra nota di colore: il wasabi veniva generalmente usato non come condimento, ma per coprire il sapore non proprio piacevole del pesce poco fresco!). In assenza dei moderni metodi di promozione dei ristoranti, unico indice di qualità e bontà del sushi servito sui banchi era, udite udite, il grado di pulizia della tenda bianca della bancarella stessa; il motivo? Una tenda più “sporca” indicava il passaggio di un maggior numero di avventori, e quindi un prodotto di migliore qualità!

Immagine tratta da https://us.jnto.go.jp/blog/wp-content/uploads/2012/10/news04.jpg

Fu solo dopo la seconda guerra mondiale che il sushi iniziò a lasciare le bancarelle divenendo dapprima un piatto di lusso, per poi tornare, grazie all’invenzione del kaiten-zushi da parte di Shiraishi (sistema “rubato” da lui stesso durante una visita al birrificio Asahi) ad essere un piatto accessibile a tutti: si tratta del famoso nastro girevole intorno al quale siedono gli avventori, liberi di prendere le proprie consumazioni da soli; in questo modo vennero ridotti i costi per gli addetti al servizio, e, di conseguenza, i prezzi del sushi stesso per i consumatori!

È poi negli anni ’80, con il boom economico e l’inizio della diffusione della cultura giapponese in Occidente, che il sushi viene conosciuto a livello mondiale, grazie ai sushi bar e ai ristoranti negli Stati Uniti, in Europa e nel resto del mondo.

Quella del sushi è una vera e propria arte in cui ogni dettaglio è studiato per esaltare sapori, ingredienti, combinazioni, al massimo delle possibilità. È un’arte studiata per essere gustata prima con gli occhi, e poi con il gusto, e, come tale, porta con sé delle regole. Anzi, un vero e proprio galateo per gustare il sushi. Ad esempio il galateo del sushi prevede che vengano utilizzate le bacchette per prendere il boccone intero, senza dividerlo o infilzarlo; in caso di difficoltà nell’uso delle bacchette è ampiamente concesso l’uso delle mani per mangiare.

Immagine tratta da https://media-cdn.tripadvisor.com/media/photo-s/09/ba/d6/94/85-fazio.jpg

Mettendo un po’ di voglia a chi sta leggendo di assaggiare (o provare per la prima volta) un po’ di sushi, illustriamo qualche tipo di preparazione: una di queste è il nigiri-zushi, cioè la preparazione fatta con il riso pressato, il wasabi e una fettina di pesce crudo, che può prevedere tonno (maguro), gamberi (ebi), capasanta (motategai) ed altri tipi di pesce; altra preparazione è quella chiamata maki-zushi o nori maki-zushi in cui il rotolo di riso è avvolto in un pezzo di alga con l’aggiunta di uno (hosomaki) o più ingredienti (futomaki). L’alga può essere inserita all’interno del rotolo (uromaki), lasciando il riso all’esterno; inoltre l’alga può contenere, al suo interno, riso ed altri ingredienti formando un cono da mangiare a morsi (temaki).

Immagine tratta da http://www.passionegourmet.it/wp-content/uploads/2013/10/JIR32ROB.jpg

Esempio vivente di come l’arte millenaria del sushi sia molto più che una semplice preparazione gastronomica, è rappresentata da Jiro Ono, anziano shokunin giapponese specializzato nel sushi. Ha ricevuto nel 2008 3 stelle Michelin, divenendo il cuoco più anziano insignito di tale onorificenza.

Se questo articolo ha catturato la vostra attenzione il mio invito più grande è quello di andare ad approfondire la storia di Jiro e del suo Sukiyabashi nel tentativo di comprendere quello che è da sempre il suo personalissimo mantra, che lo ha portato, e potrebbe verosimilmente farlo con ognuno di noi, a vette e traguardi altissimi:

“Dovete innamorarvi del vostro lavoro”.

Al prossimo articolo!

Konnichiwa!!


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La bomba.

© Desirèe Esposito

Da sempre, quando ho paura, penso che passerà. Mi concentro sul giorno futuro in cui tutto sarà un ricordo agrodolce. In cui si penserà a quel momento per darsi forza. Era a quello a cui pensavo, la testa appoggiata al freddo vetro. Oltre le sbarre, le tapparelle socchiuse. Cercavo di fissare oltre quelle righe scure, immaginando di aprirle, di fare entrare una luce che non c’era. Mesi prima, avrei desiderato soltanto buttarmici da quella finestra. Da più in alto possibile. Immaginavo di fluttuare nell’aria, con gli occhi chiusi, prima di cadere. Ma nessuna poesia in quel pensiero, solo un dolore sordo e senza speranza. La chiamano depressione post partum. Ma è un nome freddo. Se pensi a una mela, riesci ad immaginarne il profumo, la croccantezza della buccia sotto i denti. Anche se poi magari la mela non ti piace. Invece quella parola non evoca nulla. Non racconta delle notti insonni, dell’ansia che ti divora, del male che ti schiaccia. Non parla della desolazione, del non capirne il perché, perché proprio a te. Del non vedere nulla intorno, e che dell’intorno improvvisamente non ti importa più nulla. Al corso preparto, nessuno te lo dice. Non scatta il grande amore quando hai in braccio tuo figlio. O almeno, io non ho fatto in tempo a provare nulla. Un attimo ed ero da sola, mai come prima. A scoprirmi una sopravvissuta, senza nemmeno essermi resa conto di essere stata in pericolo. Tutto poi è stato un vortice, e mi son ritrovata sul fondo. Troppo buio per ricordarsi che una volta esisteva la luce. Anzi, essere convinti che non c’era mai stata. Il resto è la mente che lo rimuove. Fino ad arrivare alla fredda finestra del reparto psichiatria. Il resto è la forza nel voler aprire a tutti i costi quelle tapparelle. E i giorni che passano, uno dietro l’altro, come rifare i primi passi. Prima al buio, non si vedono nemmeno i piedi. Li si fa perché ti fidi di chi ti tiene la mano e ti indica gli ostacoli. Poi piano piano sempre più sicuri, più felici. Più veloci. Come quando si corre a perdifiato in un prato e si cade, e ridendo ci si rotola per terra. Mi piace immaginare che quelle tapparelle siano saltate in aria, esplose come se colpite da una bomba. E che io, ora, sono una bomba.


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La Festa dei Morti.

©Roberto Fuzio

In Sicilia tutti gli anni, il 2 novembre, è la “Festa dei morti”.

Le origini sono molto antiche, certamente legate a riti pagani. Nella tradizione celtica il 31 ottobre era l’ultimo giorno dell’anno che corrispondeva anche al primo giorno dell’inverno. In quella che era considerata la notte più lunga dell’anno gli spiriti vagavano in cerca del passaggio verso una nuova dimensione.
Come è accaduto più volte nella storia, a un certo punto intervenne la Chiesa e, nell’ 835 d.c., Papa Gregorio II decise di spostare la ricorrenza di Tutti i Santi dal 13 maggio al 1 novembre. In seguito, nel X secolo, venne introdotta anche la commemorazione dei defunti il 2 novembre.
Il risultato fu un miscuglio inevitabile di fede e riti pagani.
I bambini, in Sicilia, non aspettano la Befana, aspettano “i morti”. I genitori, ma ancor di più i nonni, non fanno mancare doni ai più piccoli. Al primo posto dolci e giocattoli. Anticamente, la sera prima, si era soliti recitare una filastrocca:

“Armi santi armi santi, ju sugnu unu e vui siti tanti.
Mentri sugnu ‘nda stu munnu di guai, cosi di 
morti mittiminni assai”(Anime sante anime sante, io sono uno e voi siete tanti,
mentre sono in 
questo mondo di guai, regali dei morti mettetemene tanti)

Nella notte tra l’1 e il 2 novembre, mentre i bambini dormono, i regali vengono nascosti in giro per casa e toccherà ai piccoli andarli a cercare al mattino. Naturalmente, quando li avranno trovati si dirà che sono i regali delle anime dei defunti. Per ringraziarli si andrà tutti al cimitero. Quello è un aspetto incredibile di questa storia.
I catanesi passano l’intera giornata del 2 novembre al cimitero e lì è la vera festa. Moltissimi (come in gita) portano il pranzo a sacco e si mangia insieme sulle tombe. Sembra incredibile ma qui è una cosa normalissima. I regali variano da zona a zona. Nel catanese si regalano anche scarpe e, soprattutto, un dolce tipico chiamato “ossa i mortu”. Una specie di grande biscotto con sopra una forma di zucchero che ricorda proprio le ossa.
Per alcuni è una cosa macabra, io la trovo straordinaria. Anzi, tutto questo ha addirittura un valore educativo. I bambini imparano a non aver paura dei morti e considerare la ricorrenza una vera e propria festa.
Questo viene spiegato molto bene dalle parole di Leonardo Sciascia:
“Cosa è una festa religiosa in Sicilia? Sarebbe facile rispondere che è tutto, tranne che una festa religiosa. È innanzitutto una esplosione esistenziale; l’esplosione dell’Es collettivo, in un paese dove la collettività esiste soltanto a livello dell’Es. Poiché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo, che è poi la condizione del suo vigile e doloroso Super Io, per ritrovarsi parte di un ceto, di una classe, di una città.”

©Roberto Fuzio


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Senza radici.

Come questo telo verde, mangiato dal tempo, tenta ancora di riparare ciò che non esiste più, così ci si sente oggi, nella lotta disperata a voler proteggere ciò che è sepolto sotto uno strato di macerie consolidato da un anno.
Due anni di lacrime, abbracci, urla, discussioni, tentativi di spiegare, solidarietà, disincanto, amori nati, amori spenti. Due anni di fatica, con il ritmo del cuore sempre accelerato, con sulle spalle il peso di sentirsi protagonisti di un’epoca che ha il compito di ricostruire ciò che molti non potranno rivedere. Un compito che spetterebbe a chi oggi ha ancora la voglia di calare teli verdi intatti, ma che di fatto non desta interesse potendo scegliere tra il rimanere a guardare il proprio orticello o arrabattarsi a coprire con i brandelli di ciò che si ha a disposizione, le ferite sanguinanti di una terra messa da parte.
Siamo noi uomini che distruggiamo, con il nostro pensiero per niente costruttivo. Con i nostri interessi calati nel bisogno di riempire quei vuoti che il terremoto ha scoperchiato. Tutti arroccati nelle nostre posizioni, visibilmente infastiditi da questi fari puntati da chi non si arrende e non vuole spegnere la luce. -“Sarebbe quasi meglio essere dimenticati”- sembra essere il pensiero tra le righe, che a guardare bene, l’inizio della neve forse, calerà quel silenzio che attendevamo.
Un silenzio pilotato, cercato. Quel silenzio che porta alla morte di una terra agonizzante. Ciò che ci si aspettava e che gli anziani avevano già da tempo verbalizzato, forse privi di disincanto, calati nella realtà di quella che è questa generazione, arresa, spenta, proiettata al presente e mai al futuro, diligentemente incasellata in un buchetto stretto, in attesa che siano altri ad allargarlo, a costruire intorno, ma mai se stessi. Che è più facile forse stare a guardare, arresi, alla disfatta di ciò che era, mentre i ricordi svaniscono e si disintegrano, come questo telo verde dopo due anni di illusioni.

Ogni giorno, dal 30 ottobre 2016, mi sveglio nel cuore della notte e guardo passare davanti a me immagini di persone che non ci sono più camminare lungo le vie del paese. Quel paese, il mio, che ora non c’è più.
Le vedo adesso, camminare lì, nel mio paese senza vita, camminare sulle macerie, poggiare le mani sui muri sgretolati, alzare lo sguardo sul campanile la cui campana non suona più.

Ora il mio paese è il loro. Anime che viaggiano in non-luoghi. Siamo andati via noi vivi e sono tornati loro per non abbandonare il paese morto.

Vedo mio nonno appoggiato al bastone leggere il giornale seduto sulle scalette fuori della porta.

Vedo mia nonna nell’angolo tra il campanile e l’abside della chiesa. Quello è il suo punto preferito. Il posto migliore di tutto il paese, all’ombra, con le spalle protette dal muro.

Vedo mia suocera, seduta nel giardino sotto il grande pino, che fa l’uncinetto e osserva le persone passare. Mi guarda e mi sorride e mi porge il caffè.

Vedo Benedetto, in cima alla salita, prendere il sole a dorso nudo e cacciare noi bambini con fare brusco.

Mi giro e c’è AnnaRosa vestita di nero, con il fazzoletto in testa, seduta sul muretto, lo sguardo furbo e limpido . Vedo sua nuora Renata, sbracciarsi per il caldo, nonostante la neve, ha sempre caldo lei.

Lungo la strada sterrata, non so perché la vedo come prima che la asfaltassero, incontro Pio il pastore, con il cappello calato sugli occhi e la faccia che ride. Incontro gli occhi dolci di Mariano, quelli buoni di Peppe e Silvana.

Arrivo davanti la mia casa, e vedo quel giorno di agosto del ’98 quando incontrai mio marito, quell’istante  in cui mi innamorai per sempre di lui, davanti la mia casa, che ora, non esiste più.

Entro in casa. Si percorre un corridoio rosa su cui si affacciano due camere da letto, dove dormivamo noi bambini. Il portone d’ingresso è verde con un sopra luce di vetro ad arco. Sopra ci appoggio la chiave per entrare, una lunga chiave di ferro. Ci sono due nicchie sul muro coperte con tendine a fiori, dietro ci sono delle bottiglie. Le camere da letto sono una azzurra e una rosa. Hanno una finestra per uno con appese delle tendine di merletto fatte da mia nonna paterna, che io non ho mai conosciuto. Il soffitto è di legno e i travetti sono stati colorati come le pareti. C’è odore di polvere e di casa chiusa e a terra ci sono degli insetti morti non sopravvissuti all’inverno.

Mi lascio il corridoio alle spalle e arrivo in soggiorno.

C’è un camino all’angolo, sulla cappa è stato dipinto un paesaggio con il carboncino da un pittore amico dei miei zii. A destra una credenza celeste. Dentro ci sono le tazze per la colazione. Una rossa e una blu, a pois. Ogni mattina quelle tazze sono riempite di latte appena munto, non pastorizzato, con un forte odore, e a me viene da vomitare. Ogni mattina.

C’è un tavolo verde lungo in mezzo alla stanza: intorno al tavolo mangiano tutti i miei zii andati via, Silvio, Aldo, Gigi, Santina. Mi guardano, smettono di mangiare e sorridono.

Io mi siedo sul divano marrone di finta pelle. Ci passo l’estate a leggere Topolino. A sinistra c’è un mobile da pranzo con la vetrina scorrevole, dentro ci sono delle tazzine con il piattino e il filo d’oro. Sotto, nella credenza senza i vetri, ci sono i biscotti grandi da inzuppare nel latte, il pane senza sale fresco, la Nutella per la merenda e il ciauscolo per la cena. Apro gli sportelli spesso, perché dentro c’è un forte odore di buono. Lo sento, ora, perfettamente. È buono. Mi rassicura.

Questa casa non c’è più dal 30 ottobre.

 

Questa terra è morta e con lei, una parte di me.

 

Sono una pianta a cui hanno tagliato le radici.

 

I nostri bambini non hanno potuto correre lungo queste vie, guardando le montagne e scottandosi con il sole. Non hanno giocato fuori della porta verde, sui due grandi massi bianchi di calcare, dove per intero pomeriggi si inventavano giochi lunghi e pieni di fantasia.

Non hanno immerso le manine nell’acqua gelata della fontana. Non c’è più acqua ora. Le sorgenti si sono prosciugate , il fiume ha cambiato il cammino.

Viviamo un presente senza radici.

Mi sveglio nel cuore della notte sentendo il letto tremare, immaginando nuove scosse, inesistenti in realtà.

Poi chiudo gli occhi e ripercorro le vie del mio paese che non é più.

 

“Il terremoto è un naufragio in terra. Le case diventano imbarcazioni scosse tra le onde e sbattute sugli scogli. Si perde tutto, si conserva la vita, lacera, attonita che conta gli scomparsi sul fondo delle macerie.

Si abita un suolo chiamato per errore terraferma. È terra scossa da singhiozzi abissali. Questi di stanotte sono partiti da oltre quattromila metri di profondità. Qualche giorno fa stavo agli antipodi, oltre quattromila metri sopra il mare. Quel monte delle Alpi non è un meteorite piovuto dal cielo, ma il risultato di spinte e sollevamenti scatenati dal fondo del Mediterraneo. Forze gigantesche hanno modellato il nostro suolo con sconvolgimenti.
Si abita una terra precaria, ogni generazione cresce ascoltando storie di terremoti. Così, con le narrazioni, i vivi smaltiscono le perdite. Le macerie si spostano, si abita di nuovo lentamente, ma al loro posto restano le voci, le parole degli scaraventati all’aperto, a tetti scoperchiati. Ricordano, ammoniscono a non insuperbirsi di nessun possesso.
Arriva cieco di notte il terremoto e sconvolge i piccoli paesi. Ma i mezzi di soccorso sono di stanza nei grandi centri. Fosse un’invasione, quale generale accentrerebbe le sue forze lontano dai confini? Per il protettor civile questo ragionamento non vale. Ogni volta deve spostare le sue truppe con lento riflesso di reazione. Ai naufraghi nelle prime ore serve il conforto al cuore di un qualunque segnale di pubblica prontezza. Invece arriva prima un parente, un volontario, un giornalista. Il terremoto è anche un’invasione, contro la quale avere riserve piccole e pronte sparpagliate ovunque.
Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie. La frase di guerra di cent’anni fa del soldato Ungaretti Giuseppe racconta il sentimento di stare attaccati all’ albero della vita con un solo piccolo punto di congiunzione”.

Erri De Luca

26-30 ottobre 2016
26-30 ottobre 2018


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Eppure… avevano!

In collaborazione con Artevitae, Diatomea è lieta di ospitare oggi Daniela Luisa Bonalume con il suo racconto breve “ Eppure… avevano! ”, tratto dalla raccolta Suggestive Evasioni… Buona lettura!

ArteVitae è una rivista online che, come Diatomea, ha lo scopo di divulgare e promuovere l’arte in ogni sua forma e contenuto. L’idea della collaborazione nasce dalla volontà di offrire ai nostri lettori un’assortita selezione di argomenti e contenuti, attraverso la pubblicazione di articoli scelti dalla nostra redazione tra quelli già pubblicati o in via di pubblicazione su ArteVitae, con lo scopo di ampliare e variegare la già ricca proposta editoriale del Blog #diatomea, contaminandola attraverso una forte sinergia tra le due redazioni.

“Eppure… avevano!” è il nuovo racconto breve scritto da Daniela Bonalume per la raccolta “Suggestive Evasioni”. Una lettura veloce, intensa e dal finale bruciante, quello che non ti aspetti e ti sorprende sempre. Una storia bonsai che concentra la trama in pochi, avvincenti paragrafi. Da leggere in un respiro.


Autunno – Viktorya Bubnova, 2006

Quando Giorgio la intravide non fece una piega. Non una goccia di adrenalina ne modificò il battito cardiaco. Eppure avevano passato insieme gli anni più belli. Quegli anni in cui ti sono già stati regalati i dolori ancestrali e quelli sentimentali. Quegli anni in cui non hai più voglia di impegnarti per ricostruire la tua vita.

Quando Giorgio la intravide rimase colpito dalla propria indifferenza. Eppure avevano passato insieme gli anni più belli. Quegli anni in cui, liberati dagli amorevoli obblighi di accudimento della generazione genitrice, si è liberi di vivere la propria vita di adulti. Quegli anni in cui non ti vuoi rimettere in gioco perché non hai più voglia di giocare e di soffrire. Proprio quegli anni in cui non cerchi e non vuoi nulla se non essere colpito allo stomaco da un pugno, quando incontri lo sguardo giusto.

E lei lo aveva, lo sguardo giusto.

Mentre lei percorreva lentamente la passerella lungo il binario, gli venne da riflettere sulle stranezze dell’amore. Si chiedeva come fosse possibile aver amato così intensamente quella donna che, forse a causa della lontananza, lo lasciava ora in questo stato di apatia totale. Non si vedevano da oltre cinque anni.

Da quando lei lo aveva lasciato solo, lui viveva in  un delizioso appartamento con un terrazzo magnifico che lo assorbiva alquanto. Viveva solo e stava bene. Curava le sue piante e godeva appieno degli spazi della casa, senza dover condividere nulla con nessuno. Sì, stava bene. Ogni tanto, alla bisogna, si divagava in corteggiamenti di donne interessanti ed interessate a passare qualche ora in piacevole compagnia. E questa, lui la riteneva la condizione ideale.

Giorgio stava impalato sotto il cartello in testa al binario, intenzionato a non fare un passo in avanti. Si erano amati molto intensamente ma lui, dopo svariati anni, aveva preso una cotta per una donna più giovane di lei ed anche un po’ più “esplicita”. Lei lo aveva scoperto e gli aveva posto un ultimatum.

Lui non scelse, quindi lo fece lei.

L’ultima volta che si videro si maledirono vicendevolmente. Lei gli tirò un paio di stivali, quelli alti, quelli pesanti. Gli tirò quegli stivali che hanno gli speroni tra il tacco e la tomaia. Per fortuna lo mancò.

Da allora, a Giorgio, non gli era mai venuta la curiosità di sapere che fine avesse fatto. Non era per nulla interessato a sapere come se la passasse. Non ne aveva voluto più sentire neppure la voce.

Man mano che lei si avvicinava, lui notava la figura ancora snella. La camminata precaria non la aveva abbandonata. Marilena, si chiamava così la donna, si muoveva in modo personale. Sembrava che dovesse cadere da un momento all’altro, ma era sempre in piedi. Trascinava un trolley e con un movimento della testa buttò i capelli indietro.

Giorgio la guardava. I capelli erano sempre belli, rossi, lunghi, appena ondulati. Quei capelli lo facevano impazzire, una volta! Nei momenti di intimità lei muoveva la testa e le mani con un gesto repentino, e li raccoglieva lasciando libere le spalle. Sì. Nonostante avesse superato i 55 anni, Marilena faceva voltare uomini e donne, non per la sua avvenenza ma per la sua classe.

Sì, aveva ancora classe da vendere. La maggioranza delle altre donne, anche se più belle o più giovani, venivano affossate dalla sua solarità e dal suo charme. Marilena era naturalmente seducente senza esercitare nessuna arte seduttiva.

Lei era tornata in città per il matrimonio della figlia di lui, Annalisa. Le era restata molto affezionata e non si erano perse affatto di vista. La ragazza aveva chiesto al padre, come regalo di nozze, la partecipazione della donna al proprio matrimonio. A maggior ragione, non era stata sostituita e nessuno si sarebbe offeso. Chiarendogli, inoltre, che non gli sarebbe stato chiesto di intrattenerla durante il ricevimento, ma di aver già incaricato alcuni amici ben felici di provvedere.

Mentre lei gli era ormai a qualche metro di distanza, Giorgio pensò che non aveva alcuna voglia di invitarla a casa propria. Non voleva assolutamente rimettere in moto nessuno di quei meccanismi destabilizzanti che si collocano tra il ricordo ed il rimpianto.

Le avrebbe offerto una camera nell’albergo vicino a casa, all’insegna della libertà di entrambi. Giorgio indossò la solita espressione, nota a tutti quelli che lo conoscevano, con l’angolo sinistro della bocca un po’ più alto del destro, e lo sguardo fisso. Una smorfia tra l’arrogante ed il deficiente. In realtà era molto seccato, e questo giustificava il suo atteggiamento.

Marilena gli si fermò davanti. Il solito sorriso coinvolgente, come se il tempo non fosse passato. Gli occhi lucenti come sempre. Abbandonò il trolley per un attimo. Giusto il tempo di salutarlo con un abbraccio sfiorandogli la guancia con le labbra. Proprio come si fa nei saluti tra parenti.

Lui non mosse un pelo. Aveva la testa vuota con una palla da bowling all’interno, che sbatteva contro le pareti. E ad ogni botta diceva: “Giorgio che coglione che sei: hai perso la donna della tua vita ed ancora non riesci ad ammetterlo” . Sbbeeeeng! “Giorgio che coglione che sei, ecc. ecc.”. Sbbbeeengg! “Giorgio ….”

Giorgio si fece prendere sottobraccio e si fece guidare al bar della stazione per un caffè. Lo pagò Marilena. Lui non riusciva neppure a trovare il portafogli, neppure avessero passato insieme gli anni più belli …

Eppure lui …davanti a lei…

“Stava

Come d’autunno

Sugli alberi

Le foglie ”


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QUANDO BATTE FORTE IL CUORE

Visso (MC)© MjZ

Ormai è il mio cuore che comanda. Dopo un bel po’ di anni di dibattimenti interiori in cui pancia e testa hanno spadroneggiato, è il suo turno.

Arriva prima di me, con quella manciata di secondi di anticipo che mi costringe a fermarmi e ad ascoltare.

Mi hanno lasciata eccezionalmente da sola.

Da che vedo peggio, gli amici attenti mi tengono d’occhio e non vogliono che mi allontani, sanno che rischio.

La mia amica è dovuta andare a parlare con un tecnico del Comune per delle carte che riguardano la sua casa demolita.

In piedi, davanti alla vecchia piscina che è diventata sede degli uffici comunali, mi accerto che non ci siano ostacoli particolari e inizio a camminare.

Voglio raggiungere le SAE.

Ora che sono state quasi tutte consegnate, devo fotografarle, per sostituire, come promesso, l’immagine delle roulotte degli “Irriducibili” che, da novembre 2016, sta sulla copertina del mio profilo Facebook.

Immagine tratta dal profilo Fb di Gloria Franco

La giornata è luminosa, perfino troppo. Misuro ogni passo, nella borsa ho il bastone, ma non lo voglio usare, mi piace la sensazione di libertà che mi dà il camminare, sia pur con prudenza, in un posto che conosco tanto bene.

Vado avanti, ed è allora che lo sento: batte forte, in modo scomposto, palpita, mi accorcia il respiro……d’accordo, ascolto.

Mi raggiunge subito la voce del fiume, vicinissimo e qualcosa si scioglie dentro di me al punto da inumidirmi gli occhi.

Mi chiedo se sia sempre stata così forte…ma come no!

Non c’è un posto nel paese, e per chilometri tutto intorno, in cui non si senta l’acqua scorrere e anche se non si sente, si sa che c’è.

Incrocio un uomo anziano, non lo riconosco, ma gli sorrido, penso che lui c’è nato con la voce del fiume nelle orecchie, chissà se si è accorto che a un certo punto è cessata, chissà se l’ha sentita forte come la sento io, quando è tornato a riascoltarla dopo più di un anno.

Io, incredibilmente, scopro solo ora quanto questa voce faccia parte della mia vita e soprattutto quanto mi manchi.

Visso (MC) © MjZ

Le SAE, un po’ inerpicate su un terrapieno ai piedi della montagna, s’impongono alla vista, perfino alla mia. Casette tutte uguali, schierate ordinatamente, con timidi sforzi di personalizzazione: vasi di fiori, qualche aiuola, una tendina, nel corridoio centrale una bicicletta da bimbo, un camioncino, ma non c’è nessuno. Sono le 11 di un sabato della stagione più bella dell’anno e non c’è nessuno.

Ci cammino a fianco finché non finiscono, poi, in cima alla salita, mi fermo e mi giro.

In mezzo al verde prepotente e ignaro, in lontananza, riesco a vedere il campanile della Collegiata e le fedelissime torri, in piedi.

Tutto sembra come sempre, al mio sguardo parziale.

Mi raggiunge una delicata brezza che mi invita a respirare più a fondo e, con l’aria leggera che fa spazio al mio cuore, arriva il profumo dei tigli in fiore, quel profumo famigliare e atteso che da bambina mi dava il benvenuto ai primi di giugno, finite le scuole, in questo luogo tanto amato, carico di promesse.

Ferma, a fianco alle SAE, respiro.

Respiro il verde della vegetazione, i profili delle montagne, il campanile, le torri, la voce del fiume, gli uccelli che cantano, il profumo dei tigli e della mortella, l’umido della terra lambita dall’acqua…

Respiro come se bevessi, con l’intenzione di nutrirmi, e mi sciolgo in lacrime.

Piango e ascolto.

Il mio cuore ora batte regolarmente, nella gabbia toracica, allargata dal respiro, possono circolare liberamente la nostalgia, il dolore, la gioia, i ricordi, le speranze e perfino la paura e la rabbia.

Visso (MC) © MjZ

Anche questa volta non vedrò la mia casa, ferita, tenuta insieme da pesanti impalcature con la speranza di poterla curare, un giorno, forse.

Torno dalla mia amica, spero che abbia avuto fortuna con le carte che le servono.

E continuo a respirare senza mai smettere di ascoltare.

Non conosco altra cura per questo dolore, profondissimo e indicibile, che accoglierlo e viverlo.

Tra poco incontrerò gli amici di una vita, ci siamo dati appuntamento oggi, tutti insieme, per ritrovarci. Tra noi c’è qualcuno che, dopo la botta grossa di ottobre di due anni fa, non ha ancora avuto il coraggio di venire a guardare, così da vicino, la devastazione e il dolore.

Insieme saluteremo la gente di sempre, le persone che da due anni lottano per restare e per tornare ad una vita possibile.

Ci abbracceremo, ci sorrideremo, cercheremo, come al solito senza grandi risultati, le parole per dire quanto è incredibile ciò che sta accadendo; qualcuno racconterà per l’ennesima volta quella notte; sentiremo parole di rassegnazione, di rabbia, o nessuna parola e tutti ci guarderemo con quello sguardo nuovo, a volte profondo, a volte fugace, che il terremoto ci ha dato.

Uno sguardo che dice: “lo so che stai soffrendo, anche se non posso capire il tuo dolore così come tu non puoi capire il mio.”

E’ incredibile quanto ci si possa sentire soli quando si è in così tanti a soffrire di dolori comuni e allo stesso tempo personalissimi e indicibili.

Soli, ma accomunati dalla stessa condizione di esseri umani.


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Il Sorpasso

Immagine tratta da  https://www.planetizen.com/node/91276/mapped-ghost-bikes-chicago

Dino Risi ne fece anche un film.

Il simbolo di quel periodo italiano definito “boom economico” era quell’Automobile Lancia. Un modello nato male, non frenava, ed è stato causa di incidenti anche mortali, come si vede anche nel film. Uno sbruffone personificato da Vittorio Gassman che percorre la via Aurelia , dando sfogo a quell’italiano modo di fare dove ognuno deve essere al di sopra di qualcun altro. Con furbizia, disonestà e sopraffazione.

Oggi.

La “cultura del sorpasso” non è mai cambiata. In ogni modo o tempo, nel luogo di lavoro, nella famiglia, ci deve essere chi deve eccellere a tutti i costi, anche ignobilmente. A questo, la guida in strada dà modo di “esprimersi” nel più sporco istinto.

In ogni dove si vedono le ghost bike, quelle biciclette dipinte tutte di bianco ai lati della strada. A commemorare chi ha perduto la Vita per pedalare. Per sport o mobilità diversa.

Dicevo.

La “cultura del sorpasso” nel settimo paese più industrializzato al mondo risiede nelle menti, retaggio di quel periodo in cui si compravano lavatrici, televisori… il volano di un consumismo che si è radicato come forma di economia con base “oltrecapitalistica”.

I bisogni indotti, la svendita del tempo, le mancanze indotte. I fallimenti indotti.

Su questo un ciclista, che viene affiancato prima dalla rombante decappottabile, a cui viene chiesto se si vuole attaccare, come a proporre una diversità di fondo.

Lui pedala per sé e non ne vuole saperne di barare.

Più avanti… Il gruppone…

“Daje la bomba che sso’ moooortiiii!!!” Altro gesto di dinonestà di fondo. Le scorciatoie, i sorpassi , tutto per arrivare prima. Ma dove?! Anche a scapito della Vita altrui.

La maggior parte delle morti in strada avvengono per distrazione ed eccessiva velocità.

I ghost bikers tra l’altro anche motociclisti, sono ai lati delle strade.

Evanescenti, come a salutare chi passa loro davanti. Sono “presenze” di quelle Anime strappate dal sorpasso, dall’affrettarsi a voler comprimere il tempo, quando non c’è spazio.

Personalmente ho provato ad avere una mobilità diversa girando qualche volta con la bicicletta a Roma.

La penalizzazione grande è che i suoi colli, non sette, ma molti di più, non rendono vita facile ad un ciclista. Un paio di volte ho rischiato di farmi veramente male: Roma è caotica. I suoi abitanti fremono dietro a chi ha un’andatura civile ed “a codice”. Almeno per me muovermi per andare a lavoro sarebbe impossibile. Non ci può essere una mobilità sostenibile in una città poco sostenibile per ritmi di lavoro, vita quotidiana. Un operaio si stanca, un impiegato meno.

Pedalare in una città meravigliosa sarebbe il massimo, ma vivere un pendolarismo quotidiano dalla periferia sarebbe aggiungere stress a chi deve muoversi in una vera giungla dell’Urbe.