Il caffè di Mimma

Questo racconto è stato pubblicato nel volume con altri 10 finalisti del concorso Moak XVI edizione del 2017, inedito su volumi di Antonio Musotto.

Mimma era una bella figliola. Alta, sciacquata, Rossa di capelli, due occhi da furetto che scavavano dentro quando ti taliavano.

Eppoi aveva il bar. Di fronte al Municipio, allato alla caserma dei Carabinieri. Cafe! Un cafè, due cafè!Mimma! Tre cafè!.

Queste erano le voci che si sentivano la mattina, quando la porta del bar era aperta, e Pino aveva uscito i tavolini di metallo sul marciapiedi.

Poi, Pino pigliava la catasta di sedie e la metteva fuori. Chi si voleva assittare acchiappava una seggia e la metteva a terra, vicino al tavolo.

Magari arrivava un altro e ci diceva a quello che era seduto “Nnà facemu una partita a scopa?”

“Chi perde paga i cafè”.

I cafè potevano diventare quattro, o cinque, o chiàssai, se altri si andavano ad assittare per taliare i giocatori.

E Mimma rideva, e faceva cafè. Pino metteva le tazze calde nel tabarè rotondo, quello con la stella della marca della birra, e li portava fuori.

La tenda faceva scruscio, le mosche volavano via, il cane acciambellato all’angolo della piazza alzava un orecchio e apriva l’unico occhio buono, poi ripigliava a dormire. Vita di canivecchiu, dormire e mangiare quello che gli altri ci portavano. Le monete erano sempre pronte, Pino se le metteva nella tasca del grembiule, poi rientrando, le lasciava a Mimma.

Mimma rideva, e le faceva suonare quando cadevano nel
cassetto sotto al bancone.

La mattinata andava avanti così, magari passava il sindaco, oppure una coppia di carabinieri veniva a prendere le tazze calde per il Maresciallo.

All’una, Mimma e Pino chiudevano la porta, e se ne andavano a casa a mangiare.
Mimma si attaccava al braccio di Pino, e traversavano la piazza in diagonale, con un’andatura sbilenca. Sembravano un peschereccio con la lancia a rimorchio, col mare grosso.

Era sciancata da quando era nùtrica.

Quando la picciridda era nata si era capito subito che qualcosa, nelle gambette, era sbagliato; la madre l’aveva portata dallo specialista, a Palermo.

Il Professore allora taliò Mimma per dieci minuti, la girò, la piegò, ci torciu le ginocchia e le coscette, Mimma prima rideva poi si misi a chianciri,
angustiata, col risucchio.

Mentre sua madre la annacava per farla quietare, e il singulto scuoteva la picciridda, il professore si levò l’occhiali e parlò.

Se ne tornarono al paese con la corriera, Mimma e sò matri.

“La carusa ti vinni sciancata perché l’hai fatta fuori dal matrimonio, fuori dalla grazia di Dio…”. Non lo fece finire di parlare, al parrino che sibilava dietro la grata del confessionale, se ne uscì dalla chiesa, e non ci sarebbe più rientrata.

La picciridda sucava latte attaccata alla minna, cullata dallo scuotimento del vecchio autobus. La madre si teneva abbracciata la busta gialla con i raggi X, lussazione congenita dell’anca, aveva scritto il Professore che poi si era messo in sacchetta le cinquemila lire che la madre di Mimma aveva messo sul piano di cristallo della
scrivania.

Quando Mimma aveva ventuno anni, la madre morì. La trovò la mattina nel letto, con il rosario sul petto, e un foglio di carta nel cassetto del comodino diceva che restava tutto a sua figlia Mimma. Al funerale si presentarono i parenti venuti da Lascari, lo zio Franco, la cani rognosa di sua zia Michelina, i cugini, figli di cane.

Ci restarono male quando scoprirono che la casa e la vigna, che erano stati della loro famiglia, se li pigliava Mimma. Erede universale, aveva detto il farmacista, il dottore Antonio Quattrocchi, fratello del Notaio Augusto Quattrocchi che aveva il brutto vizio di sentenziare in latino mentre masticava tabacco, mettendosi sul naso i
pince-nez dorati.

Quando tutti se ne furono andati, il farmacista ci disse che da tempo avrebbe voluto chiedere a sua madre se la mandava ad aiutarlo in farmacia, però ora che era rimasta sola, si sarebbe dovuta occupare del bar. Non si poteva lasciare il bar al garzone, “Lo capisci, Mimma? E’ l’occhio del padrone che ingrassa il cavallo”. Mimma abbassò gli occhi, e fece sì con la testa. “Mimma, se qualcuno ti viene a dire sposiamoci, dicci di sì, lo sai che hai bisogno d’aiuto”.

La ragazza si mise a piangere, “Dutturi, lo sapete che nessuno mi piglierà, sono sciancata, chi la vuole una moglie sciancata? La domenica, al belvedere, le altre ragazze camminano diritte attaccate al braccio dei loro mariti, e io sempre sola.”

Il farmacista prese dalla tasca della giacca un fazzoletto bianco di lino, e lo diede a Mimma, “Amunì, asciugati le lacrime, vedrai che anche tu avrai un marito, sei bella, e forte, e quando ridi…”.

Si morse la lingua, il farmacista; ormai era anziano, altrimenti se la sarebbe sposata lui, a Mimma dai capelli rossi, a Mimma che rideva sempre.

Strinse il fazzoletto umido e se lo rimise nel taschino,
reprimendo a malapena un sospiro.

Il massaro del farmacista aveva tre figli, due erano forti come cavalli da tiro, il terzo, il più piccolo, gli era venuto così così, né forte né debole, né cretino né intelligente. Negato per il lavoro della campagna, si era ostinato ad andare a scuola ma lo avevano bocciato alla licenza media. Questo ragazzo, Pino si chiamava, aiutava il farmacista, senza fare troppi danni. Posso anche rinunciare ad un impiegato, si disse il dottore Antonio, e un giorno portò Pino al bar, e lo presentò a Mimma.

“Chiudi la porta, che vi devo parlare”.

Dopo tre mesi, Mimma e Pino si sposarono, al Municipio, che di entrare in chiesa Mimma non ne voleva sapere.

Il paese mormorò, poi tutti tornarono a farsi i fatti loro.

Tutti i giorni all’una, Mimma e Pino chiudevano la porta del bar, e se ne andavano a casa a mangiare.

Mimma si attaccava al braccio di Pino, e traversavano la piazza in diagonale, con un’andatura sbilenca. Sembravano un peschereccio con la lancia a rimorchio, col mare grosso.

Passando davanti alla farmacia, Mimma salutava il dottore Antonio che stava chiudendo la porta pure lui, e rideva.

Il farmacista stava diventando vecchio, e fare le cose gli veniva difficile. Su consiglio del fratello notaio, si fece venire a casa una fimmina, una
donna che veniva dall’Est.

“Vedrai, ti terrà tutto a posto, e poi sanno lavorare duro, senza protestare, e soprattutto, non scassano la minchia, perché al loro paese hanno fame, quindi…” aveva detto sogghignando il Notaio Quattrocchi, mentre bevendo un caffè organizzava telefonicamente l’arrivo di una badante ucraina a casa del farmacista.

La badante si appresentò con una figlia giovane, una ragazza secca e alta, bionda lavatizza, che non parlava, non rideva, stava sempre allato alla madre. Il farmacista decise che questa ragazza, Svetlana si chiamava, avrebbe fatto comodo al bar, avrebbe aiutato Mimma, magari solo a lavare le tazze, a passare la scopa e lo straccio, a fare quelle cose pesanti che Mimma faceva con amore ma con sofferta fatica.

I paesani ridevano quando ci dicevano cose a Svetlana. Prima ci cambiarono il nome. “Stella, viene più facile”, disse il maresciallo dei Carabinieri. Quella pareva che faceva finta di non capire, e rideva pure lei.

Alla stagione calda, Stella si cambiò i pantaloni neri che aveva indossato per tutto l’inverno, e si mise una minigonna a pieghe color melanzana. Con la camicetta bianca e il grembiule, faceva la sua figura, non pareva più tanto pallida e moscia.

Ora i paesani ci ridevano più forte, e mentre faceva avanti e indietro per portare i cafè al tavolino, da qualche parte si sentiva “minchia che cosce!”.

Mimma non si preoccupava, in fondo lei era la padrona, aveva un marito, e anche se bambini non ne arrivavano, era felice lo stesso.

Non si preoccupava Mimma, però quella era sempre con le cosce in bella vista, e rideva, e si guardava in giro, e i giocatori di tressette la chiamavano di continuo “Stella due birre, Stella, duci, porta tre cafè” e subito dopo dicevano guardandola in faccia che tanto erano sicuri che lei non capisse niente “Stella, bedda, ah chi ti facissi”.

Pure Pino, pareva che quella c’avesse il miele sul culo, era sempre girato a taliarisilla. E guardava, eccome se guardava.

A metà di luglio finalmente Mimma capì che si doveva
preoccupare.

Stella era scesa nel seminterrato a pigliare un cartone di bottigliette di gazzosa, e Pino c’aveva detto “aspetta ca t’aiuto”.

Era sceso pure lui. Mimma cominciò a contare mentalmente i secondi che passavano, e sentiva la pressione che le saliva, e la fronte e la pettorina diventare rosse, non solo per la caloria di luglio, ma pure perché nella testa ci giravano
idee che facevano sudare.

Dopo che ebbe contato fino a trecento, Mimma mollò l’ormeggio del bancone del bar, zuppichiò fino alla scala del seminterrato, cominciò a scendere i gradini ad uno ad uno, stando attenta a non fare scruscio con i sandali e
soprattutto a non arruzzolarsi per le scale.

Arrivò al ballatoio, si appoggiò alla graticella impolverata da cui entrava la poca luce che illuminava il seminterrato e vide quello che non voleva vedere. Quasi ci pigliò una sincope quando vide quella finta gatta morta di Stella che, appoggiata al tavolinetto a gambe larghe si pigliava tutto il bendiddio di suo marito che aveva i pantaloni calati a metà, e rantolava sotto i colpi di quel porco.

Risalì di nuovo gli scalini ad uno ad uno, piano, che oltretutto ci girava la testa, avendo negli occhi il movimento di biscie in calore di quei due lassotto.

Si appoggiò al bancone, il piano di metallo freddo l’aiutò a fare sbollire il sangue, aprì il rubinetto e si lavò la faccia.

“Questa me la pagate, tutti e due” si disse a bassa voce mentre si asciugava il viso nello strofinaccio pulito.

Nei giorni seguenti Mimma ci fece caso, che quando Stella scendeva nel seminterrato aveva gli occhi spiritati e il respiro pesante, subito dopo suo marito scendeva pure lui “l’aiuto, le cassette di birra pesanti sono” e poi risalivano rossi, accaldati, e quella la taliava con uno sguardo di sfida.

Mimma si battè la mano sulla gamba offesa “sciancata sì,
minchiona no”.

Si era portata da casa un panierino, ad un certo punto ci disse al marito di andare in campagna a raccogliere i gelsi neri vicino al pozzo, che voleva fare la granita. Come lui si fu allontanato, chiamò la ragazza.

Quella entrò dentro al bar, e la tenda di catenelle tintinnò fresca, mescolandosi alla risata di Stella.

“Stella, fammi un favore” disse Mimma “ scendi giù, il posto lo sai, e mi pigli quel pacco grande di caffè che c’è sul tavolo”.

La ragazza si guardò in giro, come a cercare Pino, poi si affacciò alla scala, e fece per scendere il primo gradino.

I venti scalini se li fece a ruzzolare, sbattendo come un sacco vecchio, finché non si fermò, faccia a terra, nel ballatoio.

Sentì il passo zoppo di Mimma scendere per le scale,
“cadisti, ti facisti male? Chi ti facisti?”

La picciotta piangeva piano, e si toccava la gamba. Tentò di rimettersi in piedi ma ricadde come una bambola di pezza, gridando dal dolore.

Mimma si accorse che quella aveva una gamba rotta, si avvicinò all’orecchio di Stella, che gridava e imprecava nella sua lingua “ora t’aiuto, ora t’aiuto io” le disse, si abbassò e le torse l’arto fratturato, Stella buttò un grido più forte, poi
svenne.

“Ora a finisti di fare la buttana con mio marito” disse Mimma “ e se ti vuole ancora ti troverà sciancata, comammìa”.

Dopo alcuni mesi di cure, Stella riprese a lavorare al bar. A scendere nel seminterrato non ce la faceva più. Ricominciò ad usare i pantaloni neri di panno sotto al grembiule. Portava i vassoi con i caffè ai tavolini nella piazza, ma i paesani non la taliavano più con lo sguardo rapace.

Ancora oggi, Mimma e Pino all’una chiudono la porta del bar, e se ne vanno a casa a mangiare, con i vestiti impregnati dal profumo dei mille caffè fatti nella mattinata. Mimma si attacca al braccio di Pino, e traversano la piazza in
diagonale, con un’andatura sbilenca.

Sembrano un peschereccio con la lancia a rimorchio, col mare grosso. A due passi li segue Stella vestita di nero, che zuppichia ancora come un albatro
tisico.

Passando davanti alla farmacia, Mimma si volta verso la saracinesca, chiusa da anni, abbassa gli occhi e non ha più voglia di ridere.

(Antonio Musotto ci tiene a dire che tradurrà le parole ignote su richiesta dei lettori nei commenti).


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina di Antonio Musotto.




Ad ERNESTA, perché sappia.

Ernesta ha 91 anni, la conosco da quando ne aveva 45.

Lei aveva 45 anni ed io 19.

È stata una sua  richiesta a metterci in contatto:

– Signora Fortinelli conosce qualcuno da indirizzarci per una
sostituzione, una persona in gamba che saprebbe occuparsi di quel gruppo
impegnativo di bambini?

Il filo della mia vita ha iniziato ad intrecciarsi con quello di
Ernesta, a partire da una telefonata che ho ricevuto dopo quella richiesta.

A 19 anni ero tutta occhi e cuore, nessuna esperienza di lavoro,
solo una notevole capacità di guardare e di attribuire significati e una
curiosità appassionata per i processi di crescita, quelli che fanno di un
essere vivente una persona.

Ernesta mi osservava ed io ero molto preoccupata di non essere
all’altezza del compito che mi era stato affidato, mi sembrava che lei potesse
riconoscere ogni mia mancanza, scoprire tutte le lacune, nonostante la mia
attenzione a non farmi cogliere in fallo.

Di certo vedeva la ragazza capace d’intrattenere, si accorgeva di quanto piacessi ai bambini con i miei capelli lunghi e la chitarra spesso con me, doveva aver intuito anche la mia tendenza ad utilizzare un pensiero divergente che mi portava ad agire in modo non sempre comprensibile, ma sono sicura che s’interrogasse, senza darsi una risposta, anche su quanto sarei riuscita a trasmettere conoscenze e a promuovere lo sviluppo di abilità.

Conoscenze, abilità sono parole che posso usare  oggi con la piena competenza che ho raggiunto
nel mio percorso lavorativo, allora sapevo solo di non sapere tante cose e
avevo paura della mia ignoranza, soprattutto avevo paura di sbagliare e di
essere giudicata non all’altezza.

Nella valutazione che decretava il mio passaggio in ruolo,
Ernesta aveva scritto un “discreto” riferito non so più a cosa, forse
alla cultura generale, che mi è bruciato per tanti anni ed ha oscurato ogni
altro aspetto giudicato eccellente, ma è anche stato lo stimolo per continuare
a studiare.

Ho iniziato a lavorare, con un contratto a tempo indeterminato,
che avevo appena concluso il primo anno di università. Avrei potuto
interrompere gli studi, come qualcuno si auspicava, convinto che studiare
avrebbe potuto danneggiare la mia vista, ma io volevo imparare a fare meglio il
mio mestiere e così, piuttosto che interrompere, ho integrato gli studi di
Filosofia con la Pedagogia.

Ernesta, nel tempo ha sempre favorito i miei studi, quelli
universitari ed altri di specializzazione, non direttamente attinenti
all’insegnamento, concedendomi permessi, all’epoca non dovuti,
“spacciandoli”, così sembrava nella prospettiva istituzionale  di allora, per aggiornamento.

In realtà nessuna mistificazione, nessun favoritismo, Ernesta
sapeva esattamente quanto l’Istituzione avrebbe guadagnato dalla mia
formazione.

Semplicemente si comportava come un capo lungimirante che
investe sul suo personale; l’ho capito anni dopo. 

Ernesta osservava, anche quando per me il tempo del lavoro si è
intrecciato con quello dell’amore: testimone involontaria e discreta di un
altro incontro determinante per la mia vita.

Tenere distinti il pubblico ed il privato, frequentando gli
stessi spazi e con gli stessi tempi, sotto gli occhi di qualche decina di
creature attentissime e sensibilissime alle emozioni, è stato il mio primo
esercizio “di confine”, sostenuto sempre dal bisogno di essere
corretta e professionale, di fronte a tutti, ma soprattutto alla nostra
Dirigente.

C’è un giorno in cui lo sguardo di Ernesta mi ha raggiunta con
un carico di stima e forse di affetto che ha cambiato il nostro rapporto, di
certo ha cambiato la mia percezione del valore che lei mi attribuiva e della
funzione che lei aveva nei miei confronti.

In una cappella di un ospedale.

Io seduta in un banco con un gruppetto di bimbi di 7 anni, tutta
tesa  a rendere comprensibile  per loro qualcosa d’incomprensibile e
d’inaccettabile per chiunque, come la morte di un bambino; Ernesta,  due, tre banchi dietro di noi si accorgeva di
ciò che stavo facendo e poteva immaginare a quale prezzo personale. Forse la
sola, in quella cappella colma di gente turbata.

Avevo 26 anni, la vita mi presentava la morte e lo sguardo di
Ernesta ratificava il mio ingresso nel mondo degli adulti: non ero più la
ragazzina volenterosa ed appassionata, ero una maestra, una brava maestra ed
Ernesta, da temuto capo giudicante, diventava uno  stimato riferimento per il mio viaggio. Un
modello.

Da allora vita e professione si sono intrecciate.

Ogni esperienza vissuta mi ha costruita come persona e come
maestra ed Ernesta, dalla sua posizione di Dirigente  dell’istituzione di cui facevo parte,  ha accompagnato, sempre con attenzione e
rispetto, questo mio costituirmi.

Tra le carte che conservo con la sua firma ci sono dei riconoscimenti professionali, le condoglianze per la morte precoce ed improvvisa di mio padre,  le congratulazioni per il conseguimento della laurea, una riflessione, in qualità di “testimone involontaria”, in occasione  del mio matrimonio.

Documenti tutti scritti su carta intestata e con uno stile
rigorosamente attento alla forma.

Devo ad Ernesta se ho imparato 
a riconoscere la sostanza anche attraverso la forma.

E così, strada facendo, è arrivato il tempo in cui il mio
sguardo su di lei è diventato più importante di quello suo su di me.

La osservavo nel suo modo di porsi, di gestire la comunicazione, di strutturare gli incontri, di organizzare , di tenere insieme struttura e contenuti, di dare valore, di promuovere… insomma la osservavo dirigere ed imparavo.

Ciò che ho studiato in seguito sulla comunicazione e sulla
gestione delle organizzazioni mi ha trovato pronta ad apprendere, come è
possibile fare solo quando si ha esperienza di ciò che si studia.

Dieci anni dopo il nostro primo incontro, Ernesta ha deciso di
lasciare la scuola.

 Il suo pensionamento
avrebbe potuto segnare la giusta conclusione del nostro rapporto, lei lasciava
un’istituzione cresciuta ed io avevo imparato abbastanza per continuare il mio
cammino senza di lei, senza modelli.

Ma non è andata così.

Di nuovo, come dieci anni prima, una telefonata, questa volta
senza intermediari, ha spalancato quella porta, che tutto faceva pensare si
sarebbe chiusa:

– Gloria ho deciso d’iscrivermi a Psicologia …

Paga della sua esperienza da Dirigente, Ernesta decideva di
misurarsi con nuovi apprendimenti e con nuovi percorsi lavorativi, era
interessata alla scuola di specializzazione che, a suo tempo, lei stessa mi
aveva permesso di frequentare, mi chiedeva suggerimenti e mi proponeva una
collaborazione.

L’appartamento vuoto, della famiglia di Ernesta, affacciato sui giardini
della Mole Adriana, è diventato il luogo dei nostri incontri e delle nostre
attività.

Il blu delle pareti dell’immenso salone, dalle cui finestre si
inquadrava distintamente  San Michele
arcangelo nell’atto di riporre la spada dopo aver sconfitto la peste, è stato
lo sfondo del  nostro procedere insieme,
fianco a fianco, da pari.

Due donne.

Ed è stato il tempo delle prime confidenze, dei progetti, della
co-conduzione dei gruppi, degli interventi di formazione, dello scambio sui
pazienti, dei confronti sulle tante esperienze che vivevamo, insieme e
separatamente.

Un tempo fecondissimo.

Eravamo capaci, Ernesta ed io, di parlare per ore, senza mai
stancarci, con il piacere di chi capisce e si sente capito, con la
soddisfazione di chi si accorge di costruire un pensiero condiviso che non è la
somma dei pensieri di ciascuno, ma ciò che 
nasce dall’incontro dei due.

Un’affinità intellettiva, la nostra, davvero rara.

Ci siamo frequentate assiduamente, fino a quando tempi e
distanze non sono diventati un limite.

Ernesta, adeguandosi al suo tempo e rispettando le esigenze
della sua famiglia ha organizzato lo studio vicino a casa, permettendo a me di
rimanere, da sola, a lavorare tra le pareti blu dell’appartamento a piazza
Adriana.

I nostri incontri, meno frequenti, non hanno mai smesso di
nutrirci.

Man mano che si andavano alleggerendo dalle esigenze lavorative,
sono diventati occasione di confronti esistenziali, di confidenze  profonde, d’intimità insolite.

Il parlarsi ha lasciato sempre più il posto alla condivisione silenziosa, facendoci scoprire una vicinanza nuova, resa possibile anche dall’esserci ritrovate, come trent’anni prima, a condividere, questa volta complici, la perdita di una creatura giovane ed amata.

E così, molto lentamente, con le nostre andature diventate diverse per via dell’età, Ernesta ed io siamo approdate al tempo in cui, io ho potuto posare il mio sguardo di donna ancora forte su di lei, donna resa fragile dall’età, e sentirmi piena di tenerezza e di gratitudine.

È con questi sentimenti che la guardo stamattina, mentre ordina,
con la sua solita eleganza,  un riso alla
crema di scampi, perché nella casa dove ha voluto trasferirsi dopo la sua
caduta non lo servono mai.

Non è stato facile organizzare la visita ad Ernesta, siamo tre
amiche, tre colleghe, tre donne grandi che vogliono fare qualcosa di
gradito  alla loro stimata Dirigente di
un tempo.

È una luminosa giornata di primavera, la brezza marina e il
calore del sole accarezzano il nostro ritrovarci insieme, fatto di ricordi, di
chiacchiere allegre, di battute e di considerazioni serie.

Il tempo scorre fluido, senza imbarazzi, senza incertezze, in
una confidenza per niente scontata.

Dimentichiamo in fretta che Ernesta ha 91 anni, siamo solo
quattro donne che hanno tanto da dirsi.

Mentre la riaccompagniamo alla casa, Ernesta ci ringrazia, lo fa
in macchina, guardando davanti a sé, dopo una pausa in cui deve aver sentito
affiorare il piacere di quello che era successo nelle ore prima, lo fa con la
sua nuova voce incerta:

 – Voi non potete
immaginare cosa avete fatto per me oggi, che gioia mi avete dato nel
permettermi degli scambi così stimolanti e belli!

Sembra commossa, noi lo siamo.

Tenerezza e gratitudine.





Migliaia di cuffiette bianche….

Poco si parla fuori dalla Tasmania, e perfino in Australia, delle migliaia di donne che furono trasportate dalle prigioni inglesi nella Terra di Van Diemen, così era chiamata allora la Tasmania, per scontare la loro condanna nei penitenziari locali, soprattutto in quello di Hobart, eufemisticamente chiamato The Cascades Female Factory, l’officina delle donne a Cascades, un piccolo stanziamento non lontano da quella che allora era chiamata Hobart Town e che ora è un sobborgo molto pittoresco dell’area metropolitana.

È infatti abbastanza recente l’interesse della ricerca e del pubblico verso questa fase significativa della storia della Tasmania e il contributo che queste donne, spesso vittime della povertà più abietta e del degrado sociale che avevano accompagnato la rivoluzione industriale in Inghilterra dalla fine del ‘700 in avanti, hanno fornito allo sviluppo della nuova colonia e del suo futuro.

Le ragioni che resero necessaria l’istituzione del carcere femminile a Cascades furono diverse. Innanzi tutto doveva essere un luogo di punizione, ma anche un contesto relativamente ben gestito in cui le donne potevano lavorare e imparare a leggere e scrivere, e quindi contribuire all’economia della nascente comunità esterna. Per questo motivo si allineava ai precetti di riabilitazione tramite il lavoro, l’istruzione e la preghiera che stavano prendendo piede in Gran Bretagna a quei tempi.

Le colpe per cui queste donne erano state condannate erano la risposta al bisogno di sopravvivere in una società dove il divario tra ricchi e poveri, tra potenti e miserabili, a suo tempo descritto senza mezze misure e con profonda coscienza sociale da Charles Dickens, e dove la vita dei più poveri non contava niente se non come braccia e gambe da sfruttare nelle fabbriche e nei campi, erano diventati una fonte di disagi sociali insormontabili.

Il tasso di criminalità in quei tempi era per questo molto alto, e non solo tra gli uomini, tant’è che i carceri comuni erano talmente pieni di detenuti di ambo i sessi che si era dovuto allestire un carcere solo femminile a Newdigate, vicino a Londra, chiamato già allora “il prototipo dell’inferno” per la sua durezza. I loro reati? Furto di pane, di un taglio di stoffa, di qualche frutto, di un paio di guanti o di calze, bracconaggio, ubriachezza. Reati minori, ma non così per la legge di allora, e tutti punibili con la pena di morte.

Alla fine, però, il “Transportation Act” del 1717 aveva offerto l’alternativa più umana del trasporto dei colpevoli nelle colonie, a cominciare da quella americana, per sbarazzarsi di un fardello sociale poco raccomandabile e costoso da mantenere e per fornire alle giovani colonie una mano d’opera a buon mercato e sempre facilmente rimpiazzabile.

Tra il 1788 e il 1868, in Australia furono trasportati 164.000 galeotti, di cui 25.000 donne. Di queste circa la metà furono incarcerate sul continente, soprattutto nel Nuovo Galles del Sud, e l’altra metà in Tasmania. Qui, solo un numero molto esiguo di loro, meno del 2%, fu costituito da donne violente e pericolose. La condanna consisteva in genere di 6 mesi a Newdigate, 6 mesi di viaggio in mare, dai 7 ai 10 anni di lavoro forzato e infine l’esilio a vita.

Chi sopravviveva al viaggio aveva una buona probabilità di sopravvivere una volta arrivata. Infatti, durante la traversata, le donne erano stipate nella zona più bassa dello scafo, ancora più in basso rispetto alle stalle dove viaggiavano gli animali che avrebbero nutrito l’equipaggio e, una volta in Australia, la popolazione. Il mal di mare, la mancanza di aria, di igiene e di sostentamento adeguato, le malattie, la violenza e gli incidenti causati dal movimenti stesso della nave mietevano regolarmente vittime che venivano gettate in mare per sbarazzarsene.

La prigione di Cascades fu costruita tra il 1826 e il 1828 per ovviare al numero sempre crescente delle detenute trasportate e al sovraffollamento di altri carceri. Oltre ad essere un luogo di punizione, era un posto di lavoro. Dopo un periodo iniziale obbligatorio di incarcerazione, un datore di lavoro poteva però presentare una richiesta di scarcerazione vigilata per ottenere i servizi di una delle prigioniere come domestica o per il lavoro in campagna.

The Cascades Female Factory (foto d’epoca – dal web)

Siccome poi il numero dei maschi liberi superava di molto quello delle donne, una volta ottenuto il “ticket of leave”, l’autorizzazione alla emancipazione, molte di loro furono anche chieste in matrimonio da coloni e da ex-galeotti che avevano ottenuto il permesso di residenza per sistemarsi e rifarsi una vita nel nuovo mondo. Presto, la presenza delle donne venne ad essere considerata di utilità sociale perché poteva fornire uno sfogo all’esuberanza mal repressa degli uomini e contribuire all’aumento della popolazione e quindi allo sviluppo di una vera e propria colonia invece di relegare sia l’Australia in generale che la Tasmania in particolare al mero ruolo di bagno penale.

In prigione, nei primi mesi della condanna, alle donne era vietato ogni contatto con l’esterno, anche se solo verbale. Eppure nella loro intraprendenza riuscivano a comunicare lo stesso con gli uomini,  infilando messaggi nella cavità dei polli che allevavano per poi venderli al pubblico grazie a sovraintendenti che ogni tanto si lasciavano corrompere. E ci furono anche quelle che tentarono la fuga, arrampicandosi sul tetto della prigione e lasciandosi cadere al di là del muro di recinsione. Alcune furono riacchiappate molto in fretta per via delle fratture riportate ma altre presero felicemente la via dell’avventura ristabilendosi in località remote, sotto un nome fittizio, per cominciare a costruirsi un’esistenza libera e produttiva.

The Cascades Female Factory – cortile interno (foto d’epoca dal web)

Di conseguenza, per molte di quelle donne il trasporto fuori dalla vita di stenti e di violenza che le aveva marchiate in Gran Bretagna si rivelò una promessa di un’altra vita e di una possibilità di rivalsa e di liberazione. Nella tragedia furono donne che trovarono il coraggio di diventare straordinarie perché non avevano altra scelta, trionfando sulla disperazione e le ingiustizie per crearsi un nuovo inizio.

E fu questa impressione nel 2003 a ispirare la Dott.ssa Christina Henri durante una visita ai resti della prigione a Cascades. L’esperienza ebbe infatti un tale effetto su di lei, che alcuni anni dopo diventò artista in sede presso il museo creato all’interno delle rovine. Da questo è nata successivamente la sua iniziativa di raccogliere cuffiette bianche, simili a quelle indossate dalle donne con la divisa del carcere, confezionate da persone di tutto il mondo per celebrare queste donne di cui, per la maggior parte, non si ha nessuna informazione, per conferire loro un’identità e la dignità di un ruolo storico incommensurabile nella formazione della società australiana e tasmaniana.

La collezione di cuffiette ha già superato i 24.000 esemplari.





Piladina

Quando mia madre si accorse di essere incinta le venne un gran mal di pancia e nacqui improvvisa e inattesa, nel 1951, con le macerie della guerra ancora accantonate agli angoli delle strade. Mio padre Pilade stava giocando al pallone e fece gol. Per premio mi chiamarono come lui, Piladina. E da lì cominciò il mio calvario.

Nessuno
voleva chiamarmi per nome per paura di dire una parolaccia. Mi chiamavano con
un fischio o con battito di mani, innescando in me una totale disorganizzazione
mentale. NON SAPEVO CHI ERO.

Passai
i primi 6 anni della mia tenera esistenza a domandarmi e a domandare “CHI
SONO, CHI SONO
”? Ma nessuno sapeva dirmi altro che Piladina, ma non mi  bastava.

A sei
anni andai a scuola. La maestra si chiamava Maestra Zeri ed era molto esigente.
Io ero sorda a causa delle adenoidi che si erano infiltrate nelle tube
d’Eustachio e non capivo cosa mi diceva la Maestra Zeri, che mi cacciò
all’ultimo banco fino alla fine delle scuole.

Alle
medie mi fecero operare e così cominciai a capire quello che mi dicevano, ma
era meglio se restavo sorda.  A sedici
anni e 3 mesi mi fidanzai con Egisto e ricevetti il mio primo bacio sensuale.
Il secondo non arrivò mai. Fu così che al raggiungimento della maggiore età,
che all’epoca si verificava a ventuno anni, decisi di lasciarlo per Agamennone
che aveva trentasette anni e un’insaziabile voglia di sesso.

Decisi
di essere sua, ma lui non seppe che farsene di me e mi vendette a suo cugino
Achille per 30 dollari.  Achille era un
buon uomo, mi trattava bene, mi dava da mangiare: pranzo e cena, qualche volta
anche colazione; merenda mai.  Arrivai ai
ventitre anni senza sapere cosa volesse dire “merenda”. Ne sentivo parlare alla
radio e mi venne un desiderio incontrollabile di avere questa esperienza. Era
divenuta un’ossessione e la mia disorganizzazione mentale lievitava come un panettone.
Un mattino piovoso Achille si recò a pescare anguille e io, presa da un raptus
feroce, fuggii nascondendomi nel portabagagli di un furgone DHL.

Fu allora che iniziai a vedere il mondo. Arrivai in un paese mentre stava calando la notte. Sembrava deserto, non un’anima viva per strada, non un rumore, un suono, un miagolìo. Niente. Le case erano però tutte molto illuminate, con le finestre spalancate e un’infinità di persone che davano l’impressione di divertirsi molto. Dai movimenti delle loro labbra pareva che parlassero, ridessero, forse qualcuno cantava. All’angolo di una villa un uomo stava addirittura strangolando una donna e questa sembrava proprio che stesse gridando. Ma tutto si svolgeva come in un film muto, con l’unica differenza che nei film muti c’era un sottofondo musicale.

Scesi
dal furgone DHL incuriosita e timorosa, ma d’altra parte non avevo mai visto
niente del mondo e ragionai che forse era un paese dalla sonorità sommersa.
Iniziai ad avventurarmi per le stradine di quella che doveva essere una zona
residenziale, senza mai perdere di vista il furgone che ormai era il mio unico
rifugio. Avevo fame, in un bidone trovai una cotoletta quasi nuova e la
mangiai, ben consapevole che non era una merenda: era gustosa. Con la coda
dell’occhio vidi l’autista DHL che si stava dirigendo verso il mezzo. Di corsa,
col boccone ancora in bocca, mi tuffai letteralmente nel furgone che partì
dolcemente. Adesso il finestrino era libero dai pacchi, per cui riuscivo a
vedere l’esterno e a leggere le scritte sulle insegne. Erano belle, colorate,
allegre, una diceva Bar, un’altra gialla e grandissima Mc Donald’s.
L’ultima,quella prima di infilarsi in autostrada, era verde con una scritta
bianca fosforescente: Arrivederci! Tornate presto a New York. Mi addormentai
felice. Il mio primo viaggio lo avevo fatto in America, come avevo sempre
sognato. Ma nel cuore della notte mi svegliai di soprassalto. Un dubbio feroce
si era insinuato nella mia mente durante la fase REM. Come era possibile che
New York fosse immersa NEL SILENZIO? Le risposte erano solo due. O avevo
sognato tutto, o ero tornata sorda.

Ero troppo stanca ed emozionata per svegliarmi del tutto e ragionare, quindi tornai nel magico mondo dei sogni. Non ricordo quanto tempo passò prima che una voce dolce, quella dell’autista del furgone, mi riportasse nel mondo reale. “ Piladina, svegliati. È l’ora della terapia. Svegliati da brava”. Non capivo a cosa si riferisse. Aprii gli occhi e lo vidi davanti a me, al capezzale di un letto. Un letto? Mi ero addormentata nel portabagagli di un furgone. Cosa ci facevo in un letto? La disorganizzazione mentale che ben conoscevo si impadronì nuovamente di me. “ Perché sei vestito così? Sembri un dottore”, farfugliai confusa. “Piladina, io sono un dottore, il tuo dottore. Il tuo psichiatra che ti conosce da tanto tempo. Ricordi?” Sicuramente mi stava imbrogliando. Lui era l’uomo DHL. Però era gentile, sorridente, quasi rassicurante mentre la signorina che gli stava accanto mi porgeva una manciata di pillole. Anche lei mi sorrideva e mi guardava come se mi volesse bene. “ Dov’è il furgone?” domandai.” “ Al suo posto, stai tranquilla. Ora prendi la terapia, vedrai che poi starai meglio”.

Lui continuava a sorridere e a un certo punto mi fece una carezza; capii allora che potevo fidarmi di lui anche se si era mascherato da dottore e presi d’un fiato tutte quelle pastiglie, poi gli sorrisi e richiusi gli occhi. Dopo qualche tempo mi risvegliai nel furgone. Mi guardai intorno rassicurata e felice: stavamo entrando a Tokyo.





L’altra metà del cielo

Chi vola vale. Chi non vola non vale. Chi vale e non vola è un vile.Così recita un motto dipinto in una delle sale nel luogo del mio lavoro.

Oltre a ciò che il volo ha sempre suscitato nella mia mente di bambino (il mio sogno di “cosa farò da grande?” era quello di essere pilota d’aereo), avere a che fare con tutto ciò che ruota intorno all’aviazione, seppur militare, è stata una costante, per ironia della sorte, sino alla mia attuale età.

Sempre per destino ho praticato uno sport sul fiume di Roma che mi ha fatto conoscere lo Scalo de Pinedo; e,  ancora, aver costruito modellini per molti anni ha rafforzato questa mia passione per il volo, la tecnica, la progettazione.

Un aereo.

Da quando i fratelli Wright compirono il primo volo, o, se si vuole, realizzare il sogno di Icaro, l’industria aeronautica si è sviluppata negli anni in modo esponenziale. Sono cambiati ed evoluti i materiali, le tecniche costruttive, la potenza e la resistenza, grazie anche a quei pionieri che, molte volte, in imprese ardue hanno anche messo a rischio la propria vita, quando anche non l’hanno persa.

Molti nomi potrebbero essere menzionati, tanti, soprattutto per imprese legate a momenti storici, ahimè, con dittature, ma anche democrazie, poi divenute potenze mondiali.

Ma il sogno di portare avanti imprese audaci, come il lancio di volantini su Vienna, idea dannunziana e atto futurista, hanno avuto modo di essere portate a termine.

Bisogna solo vedere queste imprese senza pregiudizio, togliendo l’occhio critico sugli idealismi autoritari che in quegli anni hanno, forse, potuto dare spazio a dei fondamentali romantici …

Molti piloti sono legati strettamente al velivolo che scelgono, probabilmente per affinità, o valutazione tecnica. Altri hanno addirittura partecipato alla loro progettazione e costruzione.

Le fabbriche di velivoli nascevano quasi dal nulla, oppure riconvertite ed ampliate da fabbriche di biciclette. E tutto questo ha avuto modo di essere ribaltato nel secondo dopoguerra, tra residuati bellici adibiti a macchine agricole, o motociclette. Purtroppo e per fortuna il “non si butta via niente” nel post bellicismo ha dato natalità a grandi idee come la Vespa o le motociclette Triumph.

Ma ciò che mi ronza in testa da qualche giorno, complice una pubblicità alla stazione, è la persona di Amelia Earhart.

Una Donna.

Nel mio luogo di lavoro, un ambiente prettamente maschile e maschilista, le donne, soprattutto le Donne-Pilota, non hanno spazio ad affermarsi, o a dimostrare le loro capacità. E per questo vorrei raccontare di Amelia.

Della sua intraprendenza, nel pensare e voler affermarsi soprattutto come donna, in un periodo storico tra le due guerre.

Non voglio citare numeri, record o primati, né celebrare la vincita di una competizione, poiché la sfida è solo con se stessi.

Amelia Earhart nasce il 24 luglio del 1897.

Immagine presa da: https://biografieonline.it/biografia-amelia-earhart

A 23 anni, si reca, insieme col padre, a un raduno aeronautico presso il Daugherty Airfield e,  per la prima volta, sale a bordo di un biplano per un giro turistico di dieci minuti sopra Los Angeles. È in quell’occasione che decide di imparare a volare. Comincia a frequentare le lezioni di volo e, a un anno di distanza, con l’aiuto della madre, acquista il suo primo biplano, con il quale stabilirà il primo dei suoi record femminili, salendo a un’altitudine di 14.000 piedi.

Nel 1928 a Boston (Massachussets), Amelia viene scelta da George Palmer Putnam, suo futuro marito, per essere il primo pilota donna a compiere il volo trans-oceanico.

… chi vola vale …

Il coraggio e l’audacia di Amelia Earhart, che si applicano ad attività che allora erano aperte principalmente agli uomini, si coniugano mirabilmente alla grazia e al gusto tipicamente femminili. La donna diviene infatti disegnatrice di moda studiando un capo particolare d’abbigliamento: la mise di volo per le donne aviatrici.

Disegnerà, infatti, nel 1932 (lo stesso anno della trasvolata), per la Ninety-Nines, un capo di abbigliamento particolare costituito da pantaloni morbidi, corredati da cerniere e grosse tasche. Modello che poi diverrà di uso comune, anche oggi, tra i piloti anche militari.

immagine di AP Photo/File

La trasvolata.

Amelia Earhart nel 1935 è la prima donna al mondo ad aver effettuato voli in solitaria nel Pacifico, ma anche la prima ad aver volato in solitaria sia sull’Oceano Pacifico, sia sull’Oceano Atlantico. Il suo sogno più grande rimane però quello del giro del mondo in aeroplano.

Lady Lindy, come viene soprannominata, completando l’impresa il 21 maggio con un Lockheed Vega, ha impiegato quattordici ore e cinquantasei minuti per volare da Terranova a Londonderry nell’Irlanda del Nord. Il suo soprannome nasce dal fatto di averla paragonata a Charles Lindberg. Con un paradigma poco appropriato. Certo Lui ha dato inizio a molto nella storia dell’aviazione. Ma Amelia è unica e non accetta molto il paragone con un uomo per fare di sé una affermazione vivente, anche se è uno dei suoi padri ideativi.

La figura di Amelia Earhart è il frutto di una grande operazione di marketing fin dall’inizio delle sue imprese ed è un’immagine commerciale che ancora funziona.

Dopo il successo della trasvolata atlantica in solitaria nel 1932, Amelia visita l’Europa dove viene accolta come un Capo di Stato. A Roma incontra Mussolini e Italo Balbo che poi si ispirerà proprio a lei per la sua impresa atlantica.

Il velivolo.

Un Lockheed L-10 Electra EA, con la dicitura aggiuntiva EA appunto per Amelia Earhart, che venne appositamente modificato: infatti la fusoliera venne attrezzata con serbatoi del carburante realizzati su misura (in modo da poter sostenere senza problemi viaggi più lunghi).

Immagine presa da: http://www.ilgiornale.it/news/unica-bella-e-impossibile-amelia-regina-dei-cieli-che-vola-i-1079305.html

Ad accompagnarla in questa impresa fu Fred Noonan. Attraverso dei contatti nella comunità di aviatori di Los Angeles, Fred Noonan venne scelto come secondo navigatore, perché c’erano numerosi ulteriori fattori significativi che si dovevano gestire usando la navigazione astronomica in volo. Noonan aveva una grande esperienza sia nella navigazione marina sia aerea.

Amelia e Fred decollarono da Miami il 1 giugno 1937 facendo rotta verso est. Fecero varie tappe in Sud America, Africa, India e Indocina, arrivando a Lae, in Nuova Guinea, il 29 dello stesso mese. Avevano percorso circa 35.000 chilometri e dovevano ora affrontare l’ultimo balzo attraverso l’Oceano Pacifico. Il 2 giugno decollarono da Lae alla volta di Howland Island – a oltre 4000 chilometri – dove avrebbero dovuto fare tappa.

Ma non tutto va sempre per il verso giusto. Navigazione aerea e condizioni avverse a volte possono essere un colpo per disorientarsi o peggio finire il carburante.

Ultimo messaggio:“Dovremmo essere sopra di voi, ma non riusciamo a vedervi e il carburante si sta esaurendo. Non siamo riusciti a raggiungervi via radio. Stiamo volando a 1.000 piedi”.Di Amelia e Fred si persero le tracce.

Le ricerche coinvolsero, oltre ad un sostanziale impiego di denaro, anche mezzi della marina militare statunitense.  Le ricerche ufficiali terminarono il 19 luglio 1937. Con un costo di 4 milioni di dollari, le operazioni di ricerca della Marina e della Guardia Costiera furono la più costosa e intensiva operazione di ricerca della storia degli Stati Uniti fino a quel momento.

Ma … Molti anni sono passati fino a quel giorno. Tesi di fine carburante, di schianto in mare, perfino di sopravvivenza o di rapimento da parte dei giapponesi: nel 1939, dopo mesi di ricerche, furono ufficialmente dichiarati morti ma nessuno seppe mai realmente cosa avvenne. Fino a quando quelle ossa vennero ritrovate, insieme ad alcuni oggetti riconducibili al perido storico, sull’isola di Nikumaroro, insieme ad un sestante ed una bottiglia di liquore, e analizzate da un moderno laboratorio forense. Ossa che risultarono essere di Amelia.

Chi vola vale…chi non vola non vale…chi vale e non vola è un vile?

Amelia Earthart rimane un icona del femminismo. Anche se forse sconosciuta a molti, per essere stata relegata nell’oblìo. Sicuramente per me che sognavo di volare rimane una Donna che meglio ha rappresentato il suo sogno. Ed i sogni spesso rimangono tali …





ADIDAS VS PUMA

La nostra storia inizia il 04/07/2006 a Dortmund, dove va in scena la semifinale del mondiale di calcio tra i padroni di casa della Germania e L’Italia. Al 119esimo minuto, Grosso, imbeccato da Pirlo, mette a segno il vantaggio; la Germania si getta all’attacco e un contropiede lanciato da Cannavaro porta la palla a Gilardino che vede arrivare alle sue spalle Alex Del Piero che, con un destro a giro, mette la palla sotto il sette e, così, si vola a Berlino.

Sugli spalti cade il gelo: la Germania è ammutolita. Siete sicuri? Beh, non proprio tutta, anzi, cinque giorni dopo, quando da buon “Re francese” Zidane perderà la testa colpendo Materazzi,  lasciando la sua nazionale in dieci a guardare esultare la nostra Italia dopo i calci di rigore, in una piccola cittadina della Baviera, per la precisione in una parte di questa cittadina, la birra scorrerà a fiumi mentre dalla parte opposta saranno le lacrime a bagnare i volti dei cittadini.

Per capire come un solo tedesco possa aver esultato al gol di Del Piero bisogna fare qualche “passo” all’indietro e, ovviamente, di corsa! Herzogenaurach. Finita la Grande Guerra, i bambini tornano a correre e a giocare. Due fratelli in particolare sembrano cimentarsi in ogni disciplina: sono Adolf e Rudolf Dassler, figli di un calzolaio. I due sono sempre in competizione e sembra che il più piccolo, soprannominato Adi , non perda occasione per umiliare il fratello maggiore Rudi. La passione per lo sport si unisce al lavoro del padre e così, nella lavanderia della mamma, il piccolo Adi comincia a creare calzature sportive. Il primo lavoro importante, non a caso, arriva con la commissione della squadra di calcio della cittadina.

Le qualità artigiane del piccolo Adi lo portano ad aprire una piccola attività nel 1924 ed il fratello maggiore Rudi decide di sfruttare le sue doti da “seduttore” per far conoscere le scarpe del fratellino ed aumentare il mercato. La Gebrüder Dassler Schuhfabrik, ovvero la fabbrica di scarpe dei Dassler, sembra non conoscere la crisi post bellica e soprattutto quella portata dal crollo della borsa americana nel ‘29. I due sembrano andare molto d’accordo e la divisione dei compiti va a meraviglia. Nel 1933 la salita al potere di Hitler e l’importanza data allo sport come veicolo per affermare il nazional socialismo non lasciano indifferenti il fiuto per gli affari dei fratelli Dassler, che non appena vedono comparire le croci uncinate in città, decidono immediatamente, nel maggio del ‘33, di aderire al partito.

Qualche anno dopo rimpiangeranno di averlo fatto ma, al momento, lo sviluppo dello sport fa decollare gli affari. I fratelli, ormai sulla cresta dell’onda, mettono su famiglia e decidono di abitare tutti insieme nella splendida villa di fronte alla fabbrica. Sotto uno stesso tetto, però, i diversi caratteri delle mogli iniziano a minare i rapporti dei fratelli: sarà soprattutto Kathe, la moglie di Adi a non volere un ruolo marginale. Ma nel 1936, le Olimpiadi di Berlino e le opportunità che ne derivano lasciano in secondo piano le acredini familiari. I migliori atleti del mondo sono in arrivo e, soprattutto, è in arrivo la stella americana Jessy Owens. Goebbels, con la promessa di investire in America, anche se riesce a non far partecipare alcuni atleti di religione ebraica, nulla può sugli atleti di colore. Adi, deciso ad ogni costo di trovare il primo testimonial per l’azienda, sembra riuscito ad infiltrarsi nel villaggio olimpico, e, dopo aver mostrato le sue calzature alla stella “nera”, gli prende il calco e realizza un modello su misura con delle innovative punte sulla parte anteriore delle calzature. Il resto è Storia. Jessy stravince ed impressiona il mondo, e mentre il più noto Adolf si mangia le mani, in quella piccola cittadina, come sarà nel 2006, un meno noto Adolf se la ride alla grande, perché più grande pubblicità non può ottenere: le foto di Owens fanno il giro del mondo, così come le calzature Dassler. Il giro degli affari si moltiplica ma il risvolto della medaglia è in arrivo, il nazional socialismo porta l’Europa verso la catastrofe della Seconda Guerra mondiale ed altro tipo di calzature dovranno indossare i fratelli Dassler. Entrambi vengono richiamati alle armi, ma dopo nemmeno un anno ad Adolf viene concesso, in quanto artigiano, di poter tornare a dirigere la fabbrica per assicurare la continuità della fornitura, prima di stivali e poi di bazooka a buon mercato.

Rudolf invece sembra sia entrato a far parte della Gestapo, anche se successivamente rinnegherà tutto, e viene continuamente impiegato in missioni. Quando gli alleati bombardano Herzogenaurach Rudolf è lontano, mentre la sua famiglia si ritrova nel bunker insieme a quella di Adi. Il conflitto tra le due mogli sembra essere arrivato ad un punto di non ritorno, ed una frase di Adi: “sono tornati i porci”, chiaramente riferita ai piloti alleati, viene intesa come riferita alla famiglia di Rudolf; è questo il pretesto per la famiglia di Adi di tirar fuori tutto il rancore verso Rudolf e il suo essere despota negli affari dell’azienda, mentre la moglie di Rudolf si convince che suo cognato voglia togliere i diritti dell’azienda a suo marito. La fine della guerra accende ancora di più il conflitto tra le famiglie: entrambi i fratelli vengono interrogati dalla polizia americana e, mentre ad Adi viene permesso di tornare alla fabbrica in virtù di aver fornito le sue calzature agli atleti americani nelle Olimpiadi del ‘36, Rudolf viene mandato in un campo di prigionia a causa delle sue ammissioni, poi ritrattate, di aver fatto parte della Gestapo. Ma Rudolf inizia a maturare un sospetto, che sia stato proprio il fratello ad averlo denunciato o molto più plausibilmente sua cognata, che reputa una vera e propria manipolatrice, ciò al fine di prendere le redini dell’azienda, che è tornata ai massimi livelli da quando gli Americani hanno chiesto ad Adi forniture di scarpe da baseball, da football e da basket per esportarle negli Stati Uniti; questi sport, arrivati alla conoscenza europea grazie ai soldati americani, lanciano la marca Dassler all’avanguardia.

Rudolf viene liberato dopo circa un anno, la villa di famiglia è requisita dai soldati americani e la famiglia va a vivere nella torre della fabbrica. In un contesto così ristretto la resa dei conti è vicina. Adi, nella sorpresa generale viene interrogato di nuovo, palesemente tirato in ballo da accuse del fratello usate per essere liberato a sua volta; gli americani, stanchi della faccenda, decidono per l’archiviazione del caso,  ma Rudolf e Adi ormai sono acerrimi nemici. Rudolf così decide di convocare tutti i dipendenti, di dire loro che l’azienda si sarebbe divisa, e che a loro toccava scegliere con chi stare. L’intera cittadina sembra chiamata ad una scelta, il gossip impazza fino ad affermare che tra i motivi del litigio dei fratelli ci sia una storia segreta tra Rudolf e Kathe e che addirittura il figlio di Adi sia in realtà del fratello. Sembra assurdo, ma in questi frangenti la fama di donnaiolo di Rudi prevale sulla realtà.

La forza lavoro si divide come facilmente pensabile per le loro competenze e quindi gli artigiani con Adi e gli addetti alle vendite con Rudolf. A soli 500 metri di distanza, tra il 1948 e il 1949, Adolf detto ADI DASler fonda l’ADIDAS, mentre RUdolf DAssler la RUDA, poi ribattezzata PUMA. Anche la città viene risucchiata in questa guerra, così difficilmente si vede un lavoratore dell’Adidas seduto ad un pub a parlare con un lavoratore della Puma. A breve però la battaglia si allarga fino a decretare che se un ragazzo avesse avuto un familiare in una delle due aziende non avrebbe potuto praticare uno sport con una società che vestiva il marchio rivale. Il primo grande scontro arriva con i mondiali del ‘54 vinti dalla Germania di Joseph “Sepp” Herberger, il quale, dopo aver ritenuto troppo basso il compenso offerto dalla Puma di Rudi, trova un accordo con l’ADIDAS di Adi, portandolo addirittura in panchina con sé. Da quel giorno l’ADIDAS diviene un marchio internazionale e contribuisce non poco alla vittoria  della nazionale, visto che tutti i giocatori tedeschi dicono che grazie all’invenzione dei tacchetti rimovibili sono riusciti a giocare meglio degli altri. Per la Puma è un vero colpo, altro che festa mondiale. Rudolf  va su tutte le furie anche perché rivendica il fatto che l’Hannover due anni prima ha vinto il campionato tedesco indossando scarpini PUMA con tacchetti rimovibili. Con molta probabilità nessuno dei due marchi li inventa ma da lì in poi inizia una vera e propria guerra di spionaggio ma, soprattutto, di caccia a nuovi testimonial tra le stelle dello sport. Tuttavia in breve tempo i due fratelli si rendono conto che la loro guerra non fa che alzare le pretese degli sportivi; così, in maniera molto pacata iniziano a dividersi con un tacito accordo i club e gli atleti onde evitare una guerra al rialzo, fino ad arrivare ad un segreto accordo di non belligeranza sulla più grande stella del calcio, “il Patto Pelè”: nessuna delle due aziende avrebbe cercato in nessun modo di contattarlo. Ma il patto tra “buoni fratelli” non fa proprio al caso loro, così Rudolf, nel 1970, spedisce il figlio in Messico per contattare più calciatori possibili, tutti tranne la Perla Nera. Ma la tentazione è troppo forte, così Armin viene mandato con 100.000 dollari in Brasile alla fine del mondiale. La vicenda infiamma ancora di più i rapporti tra le due aziende e per questo motivo anche i cugini, un tempo compagni di gioco, si affrontano in malo modo. Nel frattempo terminato ogni accordo, è di nuovo la nazionale di calcio a riaccendere i veleni. Adi si è assicurato lo sponsor tecnico della Nazionale ma molti calciatori nel campionato calzano Puma. Quando i calciatori comprendono il giro di soldi, minacciano di non giocare il mondiale senza avere una percentuale e, dopo una notte di trattative, ottengono il giusto compenso. Se vi state chiedendo: chi fu a pagare? La risposta ovviamente è ADIDAS, che, da qui in poi, continuerà a rappresentare la nazionale tedesca fino ai giorni di oggi. Nuovo titolo mondiale è ancora una volta, non tutti i tedeschi gioiscono. Nell’autunno del ‘74 Rudolf si ammala e sul punto di morte esprime la volontà di rivedere il fratello per un’ultima conciliazione. Malgrado anche l’intercessione di un prete, Adi sceglierà di non rivedere il fratello e nemmeno il giorno del funerale, dove presenziò tutta la cittadina, fu visto da alcuno. Dopo quattro anni, nel 1978, muore anche Adolf che tuttavia viene seppellito nel lato opposto dello stesso cimitero cittadino. Le due aziende vengono seguite per alcuni anni dalle rispettive famiglie e soprattutto dai figli Horst e Armin, ma nulla cambia, anzi, continua lo spionaggio e la guerra senza pudore. Entrambi i marchi rischiano il fallimento quando trasferiscono “la guerra” dal campo di calcio a quello da tennis; la Puma ingaggia Becker, l’ADIDAS la Graf. Una tregua arriva con l’acquisto di Lothar Matthäus del Bayer Monaco. La squadra veste Adidas, il calciatore Puma, oltre ad essere figlio di un custode dell’azienda di Rudolf. Per la prima volta viene concesso ad un calciatore di indossare calzature Puma pur giocando con un completo Adidas, ed è addirittura garantito che se il padre di Lothar fosse stato licenziato dalla Puma, sarebbe stato assunto dall’Adidas.

Nel
frattempo la guerra dei marchi sportivi si è decisamente globalizzata e le loro
produzioni sono decisamente uscite dalla cittadina di Herzogenaurach, anche
perché, nel frattempo, una ditta di vendita di scarpe Tiger giapponesi
dell’allora Onizuka, oggi Asics, chiamata Blue Ribbon Sport, si è messa in
proprio, e, nel 1971,  ha cambiato il suo
nome in Nike, diventando, grazie alla sponsorizzazione di Micheal Jordan negli anni
‘80, e con il modello Nike Air Jordan, l’avversario numero uno da battere.

Ma tornando all’inizio del racconto, a quel luglio 2006 , ben 82 anni dopo la prima azienda Dassler, i fratelli, nati per far correre coi piedi per terra, se ne saranno stati lì, coi piedi tra due nuvole sicuramente distanti tra loro, a dominare il cielo su Berlino, e, per nostra fortuna, Rudolf ha avuto la sua rivincita.

Dal fuoco della guerra, alla terra dei campi da gioco, all’aria del cielo sopra Berlino, se qualcuno pensa che manchi un elemento, sappia che nel 1973 il figlio di Adi, Horst Dassler ha fondato l’Arena, leader mondiale nel mondo del nuoto.





Dune Buggy

Viaggiavo,
sulla via del ritorno. Ero su un viadotto, dalle casse dello stereo pompava
forte un pezzo dei Pearl Jam, facendo vibrare i pannelli negli sportelli.

Ha
squillato il telefono, era il mio capo. Ho rallentato, mentre lui parlava
guardavo a sinistra il mare che scorreva sotto al viadotto.

Quello
ha parlato da solo per cinque minuti buoni, ogni tanto dicevo sì o no tanto per
far capire che ero vivo e non avevo interrotto la chiamata.

Poi
ho visto lo svincolo, ho rallentato e messo la freccia per uscire, seguendo le
curve fino al bivio al mare.

Sono
passato nel sottopasso ferroviario, le piogge delle settimane precedenti lo
avevano trasformato in un laghetto e un torrentello scorreva fino alla
spiaggia.

Ho
seguito il lungomare per un po’, poi ho chiuso la telefonata con il capo “sto
entrando in galleria, ti chiamo dopo”, quello ha risposto ok, io ho pensato
fanculo.

Ho
parcheggiato, sono sceso dall’auto e mi sono fatto bagnare dal sole; era
velato, un sole adolescente di aprile, ho buttato la giacca sul sedile e ho
cominciato a camminare sul marciapiedi che era ancora invaso dalla sabbia delle
mareggiate invernali.

Scrutavo
il mare, le piccole onde che si spiaggiavano delicatamente con un timido rumore
di risacca, un paio di gabbiani inventavano coreografie volanti, tutto sembrava
quasi perfetto.

Poi
è arrivata una macchina, una di quelle dune-buggy che si noleggiano nelle
località turistiche, ne sono scesi due ragazzi e tre ragazze, avranno avuto
venti, venticinque anni.

Pallidi,
di quel colore lattescente che hanno gli anglosassoni, con capelli lunghi e
arruffati: si capiva che si erano appena svegliati, e che il loro unico
pensiero era rivolto alla sabbia, al mare, al sole siciliano.

Ho
pensato che quel biancore sarebbe diventato presto rosso ustione, ma mi hanno
prevenuto cominciando a spalmarsi reciprocamente una crema svizzera col
barattolo rosso, si raccontava che la usassero per salvaguardare i capezzoli
delle vacche da latte.

Forse
era una minchiata partorita dalla mente deviata del creativo di turno.

Mi
sono seduto sul muretto dal lato del mare, con le gambe a penzolare nel vuoto,
senza particolari pensieri.

Le
ragazze si sono tolte il pezzo di sopra del bikini, e ridendo hanno continuato
a imbiancarsi con la protezione solare lanciando gridolini e sospiri , e i seni
sono diventati più bianchi di quanto non fossero naturalmente.

Guardandomi
sul muretto mi sono detto “sembri il solito guardone anziano” e stavo per
andarmene.

Nel
frattempo è arrivato uno scooter, il tizio che lo guidava si è tolto il casco e
si è seduto vicino, aveva la barba incolta e un aspetto trasandato.

Intanto
io cominciavo a sentirmi a disagio, i ragazzi in spiaggia pareva si divertissero
a trasgredire, sapendo di essere osservati.

Il
tizio stazzonato che si era seduto accanto a me ha detto “sono pieni di vita”.

Mi
sono detto, il solito pappagallo di paese che conosce quattro parole d’ inglese
e ora tenterà di portarsi in giro qualche ragazza da far vedere agli amici.

L’ho
guardato con uno sguardo neutro, ma sentivo crescere dentro una specie di
rimprovero da somministrare.

Invece
lo scooterista ha continuato “mia moglie ha un tumore, il dottore ha detto che
ha tre mesi di vita”.

Ho
di nuovo girato lo sguardo verso i ragazzi che ora si erano distesi a bersi il
debole sole di aprile, poi mi sono alzato e sono tornato verso la macchina.

Ho
premuto il pulsante di messa in moto, l’abitacolo si è subito riempito della
pressione sonora dei Pearl Jam.

Palermo 5 aprile 2018.





Le città visibili

La
narrazione sulla città è ampia e ricca di trappole mentali nelle quali non
vorrei cadere: stereotipi in abbondanza, tesi pro e contro la definizione di un’identità
subordinata al sentire comune, la diffusa ignoranza sul tema dell’innovazione,
la mistica degli archistar e il potere delle amministrazioni locali in fatto di
scelte e visioni strategiche dello sviluppo urbano.

Premetto
che non faccio di mestiere l’architetto, ho altre competenze, quindi il mio
intervento è quello di una cittadina osservatrice auspicabilmente lucida, nel
considerare il “cosa” e il “come” per quanto attiene allo sviluppo delle città.
Quindi aspettatevi più quesiti che risposte confezionate per l’occasione.

La città di riferimento è Milano, dove sono nata e vivo tuttora e che conosco bene.

Da qualche tempo spuntano come funghi classifiche sulla vivibilità delle città; recentemente Milano si è guadagnata nientemeno che il primo posto, nonostante la qualità dell’aria che non può certo dirsi soddisfacente, stante la diffusione delle polveri sottili e qualche altro antipatico inquinante.

Vero
è che negli ultimi dieci, quindici anni la città ha fatto passi da gigante nel
miglioramento dei servizi: dal trasporto pubblico alla gestione dei rifiuti,
dalla volontà di sviluppo della mobilità dolce, alle politiche di accoglienza e
inclusione.

Pare che Expo 2015 abbia dato un buon contributo all’incremento del turismo e dell’offerta culturale in fatto di mostre d’arte e raffiche di eventi che dinamizzano la partecipazione cittadina.

Non tutti, però, sono d’accordo che ciò basti a trasformare una metropoli a vocazione internazionale, in una smart city. Già, cosa si intende per smart city ? Avere il  Wi-Fi libero in tutti i quartieri, finanche al cimitero ? Non credo proprio.

Cimitero di Greco, Milano.

La
prima questione riguarda il cosiddetto “modello di città”. Ha senso parlare di
modelli, quando si sa per certo che non esiste una città ideale,  spesso fondata sul confuso concetto di
organismo?

“La
città è l’insieme non ordinato di frammenti, parti separate che per lo più non
hanno legami, e che appartengono indifferentemente alla città antica o alle più
recenti espansioni.”

I frammenti della città e gli elementi semplici dell’architettura,
G.Motta, A. Pizzigoni, ed. Clup

Secondo
questi autori, la città è vista come una combinazione di particelle e non come
un insieme coerente: “È questa attenzione al particolare che caratterizza
oggi la rappresentazione della città; un marciapiede, una vetrina, la scala di
una casa, un balcone, la panchina di un giardino pubblico, […] sono le immagini
che hanno permesso di rappresentare la città nel modo più convincente.
L’analisi dei frammenti non cerca di ricreare un insieme coerente, ma accetta e
persino celebra la complessità della situazione.

 Milano dopo il miracolo, John Foot, ed. Feltrinelli

Date queste premesse, mi corre l’obbligo di introdurre l’annosa questione delle periferie, cavallo di battaglia dell’attuale giunta comunale che ha varato il Piano Quartieri, un grande progetto di riqualificazione delle periferie, covato con discreta ansia dai gruppi di opinione pro e contro, per esempio, alla riapertura dei Navigli e considerato con attenzione dai comitati cittadini che praticano la democrazia partecipata in fatto di rigenerazione urbana.

Insomma quello delle periferie è storicamente considerato un vulnus al quale si deve porre rimedio per rendere più organico l’assetto urbano e meno stridente il divario tra centro e periferia. Questo nelle intenzioni e nell’immaginario collettivo.

Allora
proviamo a definire la periferia, in contrapposizione al centro urbano. Una
zona ai margini del centro storico, una cintura esterna, un’area urbana ben
definita, per così dire, che è poi il termine tecnico di periferia. Francamente
inesatto, poiché la periferia continua a spostarsi.

Se consideriamo, ad esempio, i quartieri Isola e Garibaldi che fino ai primi anni novanta erano prettamente quartieri popolari, grazie alla trasformazione delle ex Varesine (dove un tempo c’era un grande luna park) nel rinomato e plurifotografato quartiere di Porta Nuova con il Bosco verticale, Piazza Gae Aulenti con il grattacielo Unicredit che ha rivoluzionato lo skyline cittadino, ci rendiamo conto di quanto astratto e impreciso sia parlare di periferia come di un insediamento immodificabile.

Certo, considerati i tratti distintivi e convenzionali della periferia: il grigiore uniforme delle case, l’edilizia speculativa, i giardinetti sguarniti e, da qualche tempo, l’azzeramento delle piccole imprese e botteghe artigianali, sostituite da immensi supermercati, mi domando se sia lecito definirli elementi semiotici  [1], ossia tratti corrispondenti a un codice iconologico ben definito.

Paesaggio urbano.

In
questo caso la periferia denuncia tutta la sua marginalità, diventando corpo
estraneo, un territorio desolato da evitare.

Eppure non tutte le periferie si assomigliano mettendo in mostra la loro fragilità. Una variazione sul tema ce la offre Nolo (North of Loreto), la social street per antonomasia.

Periferia nord-est, quartiere popolare e multietnico, per nulla uniforme nell’estetica degli edifici, divenuto una community dapprima virtuale su Facebook, poi comunità reale di individui che praticano il buon vicinato, frequentandosi e attivando quella socialità fatta di momenti di intrattenimento collettivo e senso di appartenenza. Una sorta di gentrificazione, anche se gli abitanti negano questa attribuzione; di fatto si riduce la distanza fra le persone che un tempo nemmeno si salutavano incontrandosi per le scale.

Piccola nota a margine: nel cuore di Nolo si trova Casa Lavezzari, edificata nel 1934, progetto degli architetti Giuseppe Terragni e Pietro Lingeri,  un esempio di architettura razionalista.

Casa Lavezzari a Nolo, 1934. Architetti Giuseppe Terragni e Pietro Lingeri. Immagine tratta dal web.

“Dobbiamo
sfatare un mito: la periferia non esiste più”

Stefano
Boeri

Allora cerchiamo di non stigmatizzare la città contemporanea intesa come degenerazione o superamento della città antica: oggi emergono nuove potenzialità, stili di vita, commistioni tra il vecchio e il nuovo che nulla hanno a che spartire con una rigida divisione della società in classi, un tempo ripartita tra quartieri eleganti e rioni popolari che, di questi tempi, hanno smarrito la loro originaria natura di milieux ben rappresentati. Semplicemente prendiamo atto della complessità.

Un capitolo di questa breve ricognizione sulla città e le sue controverse articolazioni, lo riserverei al fenomeno degli archistar. City Life (ex Fiera Campionaria), Porta Nuova, Apple Store alle spalle del Duomo. Questi siti interessati da un radicale rinnovamento dell’estetica degli edifici – non entro nello specifico tecnico – hanno sortito differenti reazioni da parte dei milanesi: dall’accoglienza entusiastica degli amanti del nuovo e appariscente look delle torri Isozaki e Hadid a City Life, le case transatlantico, sempre progetto Zaha Hadid e l’edificio residenziale Liebeskind, ai detrattori sistematici verso qualunque rinnovamento. Tutto intorno all’iperbolico insediamento, la sobria eleganza delle case della Milano bene, costruite mediamente negli anni trenta per la borghesia abbiente.

Render delle torri di Isozaki, Hadid e Liebeskind a City Life, Milano, immagine tratta dal web.
Casa transatlantico, architetta Zaha Hadid. Immagine tratta dal web.

Che
si diceva all’inizio? Frammenti, particelle, parti separate…

Infine, la ciliegina sulla torta nell’ambito di queste considerazioni è decisamente l’Apple Store (progetto Stefan Behling dello Studio Norman Foster), di recente inaugurazione: la fontana di vetro, un parallelepipedo alto otto metri all’interno del quale  l’acqua zampilla saturando il  manufatto; la fontana sormonta la scala che conduce a un ipogeo, l’ingresso del megastore.

In un mio articolo pubblicato su altra testata, l’Apple Store è stato inizialmente oggetto di “turismo totemico” da parte dei visitatori attratti dalla novità. Il che mi fa pensare, con un’ardimentosa ellissi, tra realtà e finzione, ai primati che si raccolgono attorno al monolite, nel film di Stanley Kubrick 2001 Odissea nello spazio.

Apple Store, Milano. Immagine tratta dal web.

Il
tutto a una manciata di chilometri dalle bistrattate periferie sopra descritte.

Tutto
ciò premesso, cosa sarà più straniante secondo voi ?

[1] Sia detto per inciso, sulla relazione tra architettura e semiotica, ha indagato Gillo Dorfles: Simbolo comunicazione consumo, 1962.

“Ritengo invece (e questo punto mi sembra fondamentale tanto più perché contrasta con quanto viene sostenuto oggi dalla maggior parte dei ricercatori) che esista, non sempre, ma spesso, un « quid formale » – potremmo definirlo un gestaltema – capace di comunicare qualcosa esclusivamente in base al suo aspetto formale-configurazionale.”

Gillo Dorfles


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L’Olimpica.

Mario Sironi, Uomo nuovo, 1918

Ce n’era per tutti gli occhi e le orecchie.
Ognuno poteva esprimersi con la sua personale performance su quei due km di asfalto che separa ancora oggi Villa Pamphilj.
Le “corse der sabbato sull’Olimpica” erano una sorta di attrazione fatale per il pubblico e per i partecipanti, con ogni tipo di due ruote a motore.
Ci si vedeva prima a fare il pieno da “Niki Lauda”. Miscela per i cinquantini, benzina per le varie enduro…
Si partiva dal Ciao passando poi per Honda XL 350, Suzuki DR600 fino alle RG500 GAMMA …
Io con il mio modesto Fantic GT50 potevo solo  tirare le 4 marce fino alla velocità spremuta da quel combo fatto di carburatore 19 marmitta ad espansione e pneumatici maggiorati.
Certo.
Tutto era fuorilegge.
Tanto fuorilegge che dovevamo mettere dei “pali” alle estremità del tracciato in cui ci si lanciava, lungo quella direttrice, si partiva in salita da piazza Pio XI, fino a scollinare e curvare verso destra  costeggiando il guard rail sul ponte che sta sospeso sulla via Aurelia.
Dopo quel salto vi era un kilometro dritto verso la velocità massima.

“Er banana” aveva una Suzuki RG500 Gamma. A quell’epoca non c’era il casco obbligatorio, ed ogni sera ci si giocava la vita alla roulette russa. Partiva con quei 4 cilindri a 2 tempi sparato su una ruota. La folla ai lati acclamava. Apriva sempre lui la serata. Seguivano le varie enduro dai pochi cavalli, ma quanto bastava per continuare lo spettacolo. Uno spettacolo intriso di adrenalina pura. C’era il fiore dei “coatti” di mezza Roma.
Il gruppone di ponte Milvio, quelli di Centocelle, quelli della Cassia, gli agiati, quelli ricchi…
E poi c’erano i residuali di Primavalle … sempre a margine, a parte Prandazzo, che in realtà era di Boccea, e, oltre ad avere una certa predilezione per le rapine, teneva anche una concessionaria di motociclette. Ovviamente non poteva escludersi dalle performance del sabato in corsa. Fino a quando, inseguito dalla polizia, non rimase zoppo per un incidente.

A tutte quelle sere di gesta teppistiche non sono mancati i morti, purtroppo, per l’estremo agire in quel contesto.

Le lapidi sono ancora lì, sull’Olimpica, anzi su quella che in verità si chiama via Leone XIII, dove oggi spesso sono appostati i vigili urbani con l’autovelox.
Ed ogni volta che passo sembra come che quelle Anime goliardiche, teppiste e coatte si prendano gioco di quei tutori dell’ordine che un tempo spesso disperdevano in un attimo l’assembramento o l’adunata sediziosa  di quei motociclisti urbani che cercavano solo sfogo. Magari salvandosi dall’eroina … o trovando comunque il rischio su una “lama” da 200km/h.
Ricordo la fibrillazione al distributore di benzina, appunto detto “da Niki Lauda” per il suo gestore appassionato di corse. Tanto appassionato da aprire anche la notte per rifornire i corsaioli del sabato sera.
Spesso si accendevano risse oltre ai motori, specialmente per la rivalità tra zone di Roma.
Quelli di Centocelle erano gemellati con quelli di Primavalle. Da sempre.
Qualcuno cercò anche di infiltrarsi con le scommesse, ma non trovò appoggi, in quanto si correva non per gareggiare, ma solo per il “gusto” di farlo. In fondo era aperto a tutti, anche a quelli col 70 Pinasco sotto al Piaggio Ciao.
Lo spazio per la fantasia era qualcosa di quasi illimitato. Nomi altisonanti dei principali marchi, ovviamente giapponesi, di quei modelli evocativi, Katana, GPZ, FZR … insomma anche se non era un nome da mitologia orientale, probabilmente la presenza delle lettere Z o R davano l’impressione affilata.
Una sera, quello con la Yamaha RD 350, quella rossa e nera, partito dalla piazza, ci lasciò la pelle.
Dopo la curva, quella in salita, perse il controllo e andò a finire addosso al guard rail.
Un diciottenne che tentava di farsi notare.
Perché notare?

In quel contesto di teppismo urbano, c’erano i proprietari delle scuderie di corse del Lazio e dintorni, e venivano ad assistere alle prodezze e sfrontatezze di quei piloti da strapazzo. Per poi ingaggiarli a correre in pista.
In un certo qual modo, li salvavano. Togliendoli dalla strada, valutando la loro abilità nel pilotare.
Così iniziai anche io …

Avere una motocicletta a Roma era una sorta di sfida continua. Aleggiava il mito della Parigi-Dakar, le corse erano intrise di olio di ricino, e, ad ogni semaforo, si scambiavano sguardi provocatori. Si andava dal coatto di periferia al ricco borghese dei quartieri bene. Le tirate allo scattare del verde mangiavano benzina, gomme e polso. E come ho detto sopra a quei tempi non c’era neanche il casco obbligatorio. Celebrità e mito erano presenti ai lati delle strade. Quella più eclatante era “er Coccia”, che, inseguito da una volante da via Boccea fino a Porta Cavalleggeri, scivolò contro un guard rail, dopo che gli avevano sparato alle gomme.  Decapitandosi.
Un capitolo importante nella storia delle motociclette a Roma fu la “banda der kawasaki”, una sorta di collettivo a delinquere con assenza di gerarchia e struttura verticistica. I “proventi” delle rapine venivano reinvestiti. Ma mai in droga. Più che altro venivano ridistribuiti ad opere di bene ai più bisognosi. Sembra paradossale ma nel crimine vi era la presenza di un “codice Robin Hood”.
Tutto questo si diluì … arrivarono gli anni Novanta e quello spirito di sfida ed insubordinazione si perse.
Una sorta di legalità acquisita si rimpossessò delle strade, restituendo anche quel silenzio su miti e leggende su due ruote. Un balzo in avanti ed una sorta di revival agli inizi degli anni 2000. Sembrava tutto tornato alla ribalta, le vendite schizzavano ed era un momento in cui tutti avevano una motocicletta, bastava fare un po’ di rate e si smanettava ancora ai semafori.
La crisi …
La fine del consumismo mascherato da prosperità iniziò nel 2008 e, nonostante abbigliamento tecnico e conquiste della tecnologia, in quegli anni molte lapidi si aggiunsero ai lati delle strade. Giovani, meno giovani. Il rischio era costante. Lo è ancora oggi.
In motocicletta si hanno il 60% di probabilità di morire.
Ancora oggi.


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Karate: storia di una disciplina in continua evoluzione. Prima Parte

“Non bisogna dimenticare che il karate comincia con il saluto,
e termina con il saluto”

Okaerinasai, amici miei!

Dopo aver fatto, nei precedenti articoli, un giro panoramico di quelle che possono essere alcune delle note di colore maggiormente interessanti riguardo la cultura nipponica, quest’oggi mi trovo ad iniziare con voi il viaggio in quello che è stato, ormai 27 anni fa, il punto d’origine della mia passione per il Giappone e la sua cultura: il karate!

Mi avvicinai a questa disciplina quando, a solo 6 anni, ero un bambino timido e introverso, e non avevo idea di come quell’incontro avrebbe cambiato irrimediabilmente la vita per tutti gli anni a venire, portandomi a scoprire un mondo così vasto che ancora oggi non finisce di stupirmi! Anni fatti di sacrifici, di sudore, di infortuni, di delusioni, di lezioni più o meno difficili da imparare … anni di grandi scoperte, su me stesso, su quanto la disciplina e l’autodeterminazione possano essere fonte inesauribile di forza, impegno, costanza.

Per questo motivo, la ragione che mi spinge a scrivere questo pezzo va anche oltre: nell’ultimo periodo troppo spesso sedicenti “maestri” di questa nobile arte sono finiti al centro di terribili fatti di cronaca; il mio proposito è accendere una luce mediatica diversa sul karate. Come merita. Per rendere però questo articolo il più interessante possibile per voi che lo state leggendo, mi limiterò ad illustrarvi quelli che sono i punti salienti della storia centenaria di questa disciplina, che, come avremo modo di vedere insieme, passo dopo passo, nasconde in sé molto più di quanto si possa immaginare. Ci soffermeremo poi sui personaggi di maggior influenza nella storia del karate, scoprendo come abbiano portato fino a noi secoli di studio e apprendimento, seppur con motivazioni personali diverse.

Ma andiamo con ordine…

Come molto spesso accade, quando si approfondisce la cultura giapponese, non abbiamo a nostra disposizione fonti certe che ci possano aiutare a ricostruire con precisione assoluta la storia del karate fin dalla sua nascita.

Le origini del karate sono antichissime e la sua nascita viene localizzata ad Okinawa, la più grande delle isole Ryukyu, all’incirca nel XV secolo.

L’isola, a sud-est del Giappone, si trovava sotto la dominazione cinese; il governo dell’epoca, per prevenire eventuali rivolte popolari, impose alla gente comune il divieto di possedere armi.

Gli abitanti di Okinawa, di conseguenza, iniziarono a perfezionare antiche tecniche di combattimento a mani nude (“tode” , letteralmente “mano cinese”), arricchendole con elementi provenienti da arti marziali cinesi. Si narra infatti, che le radici del karate siano da ricercare nell’arte da combattimento chao-lin, originaria dell’omonimo tempio, e legata, come molte altre scuole, a pratiche religiose buddiste o taoiste: racconti, di cui però non si hanno riprove certe, parlano infatti di monaci buddisti abituati a un duro allenamento fisico, che avesse però anche finalità marziali, dato che erano soliti subire aggressioni da parte di briganti.

Fu proprio dalla Cina, quindi, che partì l’influenza dell’arte da combattimento verso Okinawa, dove la pratica della lotta a mani nude continuò anche nel XVII secolo, quando l’isola venne conquistata da un signore feudale giapponese che mantenne in vigore il divieto dell’uso delle armi, estendendolo anche agli utensili di uso comune, come i falcetti, che vennero requisiti alla popolazione e stipati all’interno delle mura del castello.

Tuttavia, il karate non era ancora praticato da tutti, ma era invece retaggio della nobiltà che si allenava segretamente e che arrivò a fare del karate una manifestazione simbolica del proprio rango. Nonostante la mobilità sociale intervenuta tra il XVII e il XVIII secolo, e la conseguente penetrazione dell’arte dei nobili in altre fasce sociali, fino a prima del XIX secolo il karate rimase sconosciuto alla maggioranza della popolazione e molti segreti rimasero tali. Per avere la prima riprova pubblica dei benefici della pratica del karate, bisognerà attendere la dinastia Meiji (1868-1912), quando, con l’inaugurazione del sistema d’istruzione ufficiale e della coscrizione militare, i medici, addetti alle prove di idoneità fisica, notarono e segnalarono la prestanza dei praticanti di Karate.

Il primo ad iniziare la divulgazione della disciplina del karate fu Anko Itosu (1830-1915) che iniziò a insegnarlo per la prima volta nel 1901 in una scuola elementare e, successivamente, nel 1902 la sua pratica fu introdotta nelle ore scolastiche di educazione fisica.

Dopo di lui, nel 1906 Gichin Funakoshi (fondatore dello stile Shotokan), allievo di Itosu, ebbe il merito di fare, con altri maestri, la prima esibizione pubblica a Okinawa, ma solo molto più tardi, nel 1922, anche a Tokyo, anno in cui pubblicò anche il suo primo libro sul Karate: “Karate-do Kyohan”.
Grandissimo merito del Maestro fu la sua grande attività divulgativa, soprattutto nelle università.

Tuttavia fu difficile insegnare Karate secondo il vecchio modello di Okinawa, per via dei meccanismi che si stavano iniziando ad innescare intorno al karate. In Giappone si era sul punto di allontanare le arti marziali dalla tradizione, per entrare in una visione più consumistica della loro fruizione, sperando in una maggiore diffusione e quindi in vantaggi economici derivanti dal maggior numero di praticanti che si sarebbe raggiunto. Il Karate come Via poteva difficilmente sopravvivere, perché c’era bisogno dell’aspetto sportivo, della competizione e di stimoli esterni. Funakoshi era contrario a questa mentalità, perché prevedeva che il Karate, come sport agonistico, avrebbe perso i propri valori di contenuto e cercò quindi di controllare gli inevitabili cambiamenti per dirigerli verso una direzione positiva, in linea con il suo storico assunto per cui il Karate è Via di sincerità. Perciò non acconsentì all’agonismo, ma cercò un sistema d’insegnamento che permettesse un accesso al Karate possibile anche in futuro, ma che fosse limitato, in modo che la sua pratica non degenerasse in mero sforzo stilistico.

Ciononostante dal 1957, sotto l’abile regia del Maestro Masatoshi Nakayama (1913-1987) il Karate divenne una disciplina sportiva e agonistica diffusa in tutto il mondo.
Negli anni ‘60 approdò anche in Italia grazie al Maestro Hiroshi Shirai che, con la propria Federazione (FIKTA), resta ancora oggi il massimo divulgatore del Karate Tradizionale di stile Shotokan.

Negli anni successivi, lo sviluppo della componente agonistica del karate subì una accelerazione notevole, conclusasi nel 2016 con la votazione che consentirà al karate di entrare a far parte, per la prima volta, delle discipline olimpiche nei giochi olimpici di Tokyo 2020.

E qui la voglia di illustrarvi cosa potreste trovarvi ad ammirare con i vostri occhi (ammesso che non conosciate già questa disciplina) divampa in modo quasi incontrollabile:  kata, bunkai, kumite, sentendo parlare di yuko, geri, ippon…quante cose avrei da dirvi ancora!

Però finirei con il dilungarmi eccessivamente e allora…preferisco rimandare tutto alla prossima puntata, in cui ci soffermeremo su quelle che saranno le specialità a disposizione degli atleti che si affronteranno a Tokyo nel 2020, e parleremo in modo approfondito di cosa sia oggi il karate agonistico.

Per ora, ma solo per ora, konnichiwa!


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