Cile, 11 settembre 1973. Il golpe contro Unidad Popular

Salvador Allende e Pablo Neruda

Sembra che il presidente l’avesse detto più volte negli ultimi mesi: «Non mi faranno prendere l’aereo in pigiama e non chiederò asilo a un’ambasciata». L’avvertimento era serio. Salvador Allende – una vita coerente di militante e mille giorni al governo del Cile lo testimoniavano – doveva essere preso in parola: con lui non ci sarebbe stata la fuga precipitosa, magari in abbigliamento sommario, ma non senza un bagaglio di dollari e gioielli, che puntualmente concludeva la carriera dei dittatori sudamericani. E in un discorso del dicembre 1971 il presidente era stato ancora più netto: «Ve lo dico, compagni, con assoluta tranquillità: non ho stoffa di apostolo, né di messia. Non ho vocazione al martirio. Sono un combattente sociale che svolge il compito che il popolo gli ha dato. Ma lo intendano quelli che vorrebbero far tornare indietro la storia e tradire la volontà maggioritaria del Cile: senza avere vocazione di martire, non farò un passo indietro. Che questo sia ben chiaro. Lascerò il palazzo presidenziale quando avrò compiuto il mandato del popolo. Che lo sentano, che lo sappiano, che resti bene stampato in mente: difenderò questa rivoluzione cilena e difenderò il governo popolare perché questo è il mandato che il popolo mi ha affidato. Non ho alternative. Solo crivellandomi di pallottole potranno impedire la mia volontà di realizzare il programma del popolo».

L’avvertimento era molto serio. I comandanti golpisti delle forze armate, guidati dal generale Augusto Pinochet, lo sapevano e non lo avevano sottovalutato. Si sarebbero mossi durante l’assenza del presidente dal paese per un viaggio in Algeria programmato da tempo. L’azione sarebbe stata rapida e senza rischi. Le perquisizioni sistematiche nelle fabbriche avevano permesso di saggiare il grado della possibile reazione dei militanti di sinistra, di smantellare le loro modeste misure difensive e di constatare l’assenza di un’organizzazione che potesse opporre una risposta armata consistente.

Per quanto riguardava quest’ultimo aspetto, del resto, si era trattato solo di una conferma. Nella visione di Allende e degli uomini della coalizione di Unidad Popular (socialisti, comunisti, cattolici di sinistra e radicali), la via democratica era una scelta ideologica e strategica. Ma anche una necessità imposta dalla valutazione realistica dei rapporti di forza. Le elezioni per la presidenza della Repubblica del settembre 1970 erano state vinte con il 36,3 per cento dei voti e il candidato della destra era stato battuto soltanto di 39 mila schede. Dunque era stato necessario un ballottaggio nel Congresso e Allende lo aveva vinto, entrando in carica il 4 novembre, grazie al voto in suo favore della Democrazia cristiana, dopo un confronto aperto tra quel partito e le sinistre e un impegno al rispetto del quadro costituzionale. Insomma in Unidad Popular c’era la consapevolezza che, come avrebbe detto Allende, il popolo aveva «conquistato il governo, non il potere» e che solo nel quadro della legalità e della «via pacifica» la grande speranza cilena sarebbe rimasta aperta.

Tutta la scommessa si giocava sull’utilizzazione della legittimità del governo (e quindi sul suo mantenersi rigorosamente nell’ambito della legalità), facendo affidamento sulle componenti democratiche e leali delle forze armate, per contenere e reprimere la sovversione dei gruppi di estrema destra e neutralizzare le velleità golpiste, per impedire la saldatura tra militari e opposizione politica e sociale, per assicurarsi, in caso di inevitabilità dello scontro duro, l’allineamento di almeno una parte dei militari in difesa delle istituzioni. Non bisognava farsi illusioni: in assenza di un consistente settore rivoluzionario nell’esercito, ogni tentativo di forzare la situazione, scavalcando i limiti del quadro costituzionale, avrebbe visto le forze armate schierarsi compatte, senza defezioni, contro il governo. E in assenza di un’organizzazione armata, e ben strutturata, del proletariato – che non poteva essere creata senza ricorrere all’illegalità – l’esito di uno scontro frontale sarebbe stato tragico. Non c’erano, dunque, reali alternative insurrezionali: se la sinistra avesse cambiato tattica avrebbe messo immediatamente a repentaglio la propria esistenza.

Manovrata con abilità e determinazione da Allende, anche contro le incomprensioni di alcuni settori di Unidad Popular e qualche velleità di fuga in avanti, la strategia dell’uso rivoluzionario della legalità aveva funzionato per più di due anni. Anche se il «compagno presidente» era socialista e marxista, amico di Cuba e personalmente di Fidel Castro (accolto in Cile, nel novembre 1971, per una lunga visita), e anche se il suo programma non era quello tradizionale dei vecchi fronti popolari, ma puntava apertamente alla transizione al socialismo. «Il nostro», avrebbe detto Allende nel 1973, «è un processo rivoluzionario che avanzerà fino a trasformarsi naturalmente in una rivoluzione. Vogliamo ottenere questo risultato attraverso il pluralismo, la democrazia, la libertà». «A Salvador Allende, che per altre vie persegue la stessa cosa», aveva scritto Che Guevara su una copia del suo La guerra di guerriglia, dedicandola «con affetto» al socialista cileno.

Trame, complotti e attentati terroristici, incoraggiati e finanziati immediatamente, senza attendere di vedere all’opera il nuovo governo, anzi prima ancora che entrasse in carica, dalle centrali nordamericane di potenti multinazionali e certamente concordati e pianificati con la Cia e approvati dal Dipartimento di Stato e dal presidente Richard Nixon, non avevano impedito a quella strategia di garantire la tenuta del quadro di fondo. E dunque, pur tra difficoltà crescenti, era stato possibile, con un governo che non aveva la maggioranza nel paese e nel Congresso, utilizzando abilmente gli strumenti consentiti dalla Costituzione, avviare trasformazioni strutturali profonde e stimolare la crescita del movimento popolare e di classe, premesse concrete dell’avvio del programma della transizione. Nazionalizzazioni e altre forme di controllo statale: miniere di rame, strappate alla proprietà di grandi aziende americane, banche e assicurazioni, energia elettrica, trasporti e telecomunicazioni, industria siderurgica e altri settori strategici. Riforma agraria: espropriazione delle grandi proprietà e distribuzione dei terreni nazionalizzati ai contadini. E ancora: incrementi salariali e delle pensioni, rafforzamento delle tutele sindacali e delle forme di rappresentanza dei lavoratori nelle imprese, salario minimo, riduzione del costo degli affitti, calmiere dei prezzi dei generi essenziali, lavori pubblici, edilizia popolare, provvedimenti sull’istruzione e campagna di alfabetizzazione, gratuità della formazione universitaria, distribuzione giornaliera di latte ai bambini e di alimenti ai poveri.

Ma contemporaneamente l’opposizione si era fatta sempre più dura, mentre la complessa azione di destabilizzazione messa a punto a Washington si era sviluppata con continuità e su fronti diversi, puntando all’isolamento e allo strangolamento del Cile, spingendo il paese sull’orlo della guerra civile. Un governo che, per la prima volta nella storia, aveva l’obiettivo del socialismo per una via pacifica, senza passare per lo scontro armato, era una minaccia nella fase delicata che stava attraversando l’America Latina e un esempio pericoloso per i paesi con una forte presenza delle sinistre. Come la Francia e l’Italia: «Spaghetti in salsa cilena», avrebbe scritto in un titolo preoccupato il New York Times. L’offensiva sostenuta da Washington non escludeva il ricorso alla sedizione e prevedeva solidi legami con i quadri delle forze armate, in buona parte formati nei corsi di addestramento alla controrivoluzione gestiti dagli Stati Uniti, ma intanto aveva preferito puntare al tracollo spontaneo dell’esperienza allendista. A questo scopo aveva manovrato implacabilmente le leve disponibili nei mercati finanziari e nei centri nevralgici dell’economia mondiale, sbarrando al Cile l’accesso ai crediti, impedendo la ristrutturazione del pesante debito estero, gettando sul mercato le riserve strategiche di rame, per spingere al ribasso il prezzo di un minerale che rappresentava il 70 per cento delle esportazioni cilene.

Nel dicembre 1972, in un discorso alle Nazioni Unite, Allende aveva denunciato l’ostilità e l’aggressività dell’imperialismo, dei monopoli nordamericani e delle multinazionali e aveva assicurato di essere determinato a resistere e a impedire il ritorno al saccheggio delle risorse del paese. Ma nel 1973 la crisi era precipitata. Un’inflazione dell’uno per cento al giorno, la fuga dei capitali, il sabotaggio economico, il blocco di molte attività, le serrate e il mercato nero stavano gettando il paese, irrimediabilmente spaccato in due, nel caos. Il governo, assediato dall’ostruzionismo degli altri poteri dello Stato, era ormai alla paralisi, costretto alla difensiva. Con un apparato di sicurezza che scivolava dalla passività all’aperta insubordinazione, non aveva strumenti per reprimere efficacemente i movimenti insurrezionali e i segnali della sedizione. La classe operaia si era venuta a trovare in un progressivo isolamento. Il paese viveva secondo i ritmi imposti dalla destra, che nel caos si muoveva a suo agio, giocando tutte le sue carte. L’attacco padronale e delle potenti corporazioni del ceto medio era diventato un dato permanente e ormai assumeva i tratti di un’insurrezione della borghesia, alla quale facevano da sponda la guerriglia parlamentare condotta dalle opposizioni, la campagna dei mezzi di comunicazione, largamente controllati dalla destra, e l’azione del terrorismo, diffuso nelle città e nelle campagne, e delle squadracce stabilmente installate nelle piazze. In quel clima rischiavano di esplodere le tensioni nella coalizione di governo, sottoposta alla pressione esterna del Mir (Movimento della sinistra rivoluzionaria) e a quella interna di chi, nel Partito socialista e in organizzazioni minori, riteneva ormai inevitabile lo scontro e opponeva alla linea del presidente, dei comunisti e dei socialisti allendisti, la necessità di un’accelerazione decisa del processo rivoluzionario.

Ma, nonostante tutto, Allende teneva, pur riducendo sempre più la sua azione alla manovra tattica, tesa a guadagnare tempo, e continuava a cercare ostinatamente, ma senza cedimenti, le vie del dialogo. In marzo le elezioni non si erano tradotte nell’atteso plebiscito contro Unidad Popular, anzi avevano fatto registrare una forte avanzata dell’alleanza delle sinistre (arrivata a superare il 44 per cento dei voti) che aveva cancellato le ultime illusioni di rovesciare il governo con gli strumenti istituzionali. Ormai a destra non c’era più scelta. Tutte le soluzioni alternative si erano rivelate inadeguate. E non c’era più tempo: il prezzo del rame era in aumento, mentre diminuivano le capacità di manovra sulle quotazioni del minerale e stavano esaurendo le scorte speculative accumulate prima della nazionalizzazione delle miniere cilene. Il 1974 avrebbe potuto rappresentare per il Cile un anno di ripresa economica e, per Allende e il suo governo, un anno di rilancio.

Dunque il golpe, subito. Anche se non si poteva contare sull’assenza del presidente, costretto a rinunciare al viaggio in Algeria. Per neutralizzarne il prestigio e la popolarità bisognava allora prevedere un’azione esemplare, di annientamento, un intervento duro e massiccio, tale da diffondere il terrore e scoraggiare ogni velleità di resistenza: la manifestazione possente organizzata dal sindacato unitario il 4 settembre, per festeggiare l’anniversario della vittoria di Allende, aveva dato la misura della forza del movimento popolare.

Le premesse per agire, dunque, c’erano tutte e il piano sedizioso era ormai entrato nella fase operativa. In giugno si era svolta la prova generale, con un tentativo golpista represso dai militari lealisti. In agosto c’era stata la resa dei conti con questi ultimi, liquidati da una purga rapida e silenziosa all’interno delle forze armate. Completavano il quadro il terreno preparato dai terroristi (500 attentati tra luglio e agosto), la copertura politica (e il consenso all’azione) fornita dalla maggioranza parlamentare, che accusava il presidente di attentato alla Costituzione, i ceti medi in rivolta, la paralisi completa della vita pubblica, il malcontento diffuso per la mancanza di generi essenziali.

«No alla sedizione», manifesto di Unidad Popular (giugno 1973)

Il 9 settembre Allende annunciò ai collaboratori e ai vertici militari l’intenzione di indire un referendum, perché fosse il paese a dirimere il conflitto con il Parlamento e a decidere sui problemi economici su cui non era possibile raggiungere l’accordo, e di proporre elezioni generali per un’assemblea costituente, destinata ad adeguare alla nuova realtà il regime istituzionale. Lo avrebbe annunciato l’11, con un messaggio alla nazione. Era l’ultima carta da giocare per tentare di forzare la Democrazia cristiana a riaprire il dialogo: un pericolo che i golpisti non potevano correre. Quello stesso 9 settembre l’ambasciatore americano fece un viaggio lampo a Washington. Il 10, alla vigilia dell’azione, era nuovamente al suo posto a Santiago.

L’11 settembre, poco dopo le 6 del mattino, una telefonata informò il presidente che il golpe era in atto. La marina stava occupando Valparaíso, il principale porto del paese, distante poco più di cento chilometri dalla capitale. Al largo incrociavano quattro unità da guerra americane. Un’ora dopo Allende arrivò alla Moneda, il palazzo presidenziale. Due tentativi inutili di mettersi in contatto con i vertici militari gli avevano rivelato che questa volta i massimi livelli delle forze armate agivano compatti. Intorno alle 8 Allende parlò alla radio: «Mi rivolgo soprattutto ai lavoratori. Che raggiungano i loro posti di lavoro, che accorrano alle fabbriche, che mantengano calma e serenità […] In ogni caso io sono qui, nel palazzo del governo, e resterò qui, difendendo il governo che rappresento per volontà del popolo. Ciò che desidero, essenzialmente, è che i lavoratori stiano attenti, vigili e che evitino le provocazioni». Un quarto d’ora dopo il presidente tornò a parlare alla radio: «Abbiate la sicurezza che il presidente resterà nella Moneda, difendendo il governo dei lavoratori. Abbiate la certezza che farò rispettare la volontà del popolo che mi ha dato l’incarico di governare fino al 4 novembre 1976 […] Le forze leali rispettando il giuramento fatto alle autorità, insieme ai lavoratori organizzati, schiacceranno il golpe fascista che minaccia la patria».

Il generale Augusto Pinochet tra i membri della giunta golpista (settembre 1973)

Ma le forze leali non c’erano. Il primo comunicato dei golpisti fu trasmesso verso le 8,40: «Tenuto conto della gravissima crisi economica, sociale e morale che distrugge il paese, dell’incapacità del governo a prendere misure per mettere fine allo sviluppo del caos, della costante crescita di gruppi paramilitari organizzati e sostenuti da Unidad Popular, che conduce il Cile a un’inevitabile guerra civile, le forze armate e i carabinieri dichiarano che: 1) il presidente della Repubblica deve rimettere immediatamente la sua alta carica alle forze armate e ai carabinieri; 2) le forze armate e i carabinieri sono uniti per assumere la missione storica di combattere per la liberazione della patria dal giogo marxista e per il ristabilimento dell’ordine e della legge costituzionale». Radio, televisioni e stampa controllate dalla sinistra dovevano sospendere subito ogni attività, i cittadini di Santiago dovevano restare in casa. L’ultimatum fu intimato al presidente per telefono, da un ammiraglio: dimissioni immediate, in cambio dell’incolumità e del salvacondotto per la libera uscita dal paese, con un aereo già pronto al decollo. Ebbe una risposta sprezzante. Poco dopo Allende tornò a parlare «ai compagni che mi ascoltano»: «La situazione è critica. Siamo di fronte a un colpo di stato, al quale partecipa la maggioranza delle forze armate […] Se mi assassinerete, il popolo seguirà la sua rotta, continuerà il suo cammino […] Il processo sociale non sparirà perché è sparito un dirigente. Potrà rallentarsi, potrà prolungarsi, ma alla fine non potrà essere fermato […] Rimarrò qui alla Moneda anche a costo della mia vita».

Il reparto di carabinieri che presidiava il palazzo si ritirò: era il segnale dell’attacco imminente. Sparatorie nelle strade, applausi dalle finestre dei quartieri ricchi e borghesi. Poco dopo le 9, mentre i soldati e i carri armati prendevano posizione di fronte al palazzo, in collegamento con l’unica radio libera ancora in funzione, Allende rivolse l’ultimo saluto ai cileni. Non fu un appello alla mobilitazione e alla resistenza. Al contrario, espresse la preoccupazione di evitare inutili tragedie al proletariato, insieme alla lucida coscienza con la quale il presidente era pronto ad affrontare il sacrificio estremo: «È possibile che facciano tacere la radio, e allora vi saluto per sempre […] È possibile che ci distruggano. Ma sappiate che siamo qui per dimostrare che ci sono uomini che sanno mantenere gli impegni che hanno assunto […] Forse questa è l’ultima occasione in cui posso rivolgermi a voi […] Solo questo mi resta da dire ai lavoratori: non mi arrenderò. Trovandomi in questa tappa della storia, pagherò con la vita la lealtà verso il popolo […] Mi rivolgo agli uomini del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a quelli che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo è presente da tempo, con gli attentati terroristici che hanno fatto saltare i ponti, interrotto le ferrovie, distrutto oleodotti e gasdotti, nel silenzio di chi aveva l’obbligo di intervenire. La storia li giudicherà. Radio Magallanes sarà certamente ridotta al silenzio e la mia voce tranquilla non vi giungerà più. Non importa. Continuerete a sentirla. Sarò sempre con voi. E almeno lascerò il ricordo di un uomo degno, leale di fronte alla lealtà dei lavoratori. Il popolo deve difendersi, ma non sacrificarsi. Il popolo non deve farsi schiacciare e annientare, ma non deve lasciarsi umiliare […] Queste sono le mie ultime parole, sono certo che il mio sacrificio non sarà inutile. Sono certo che almeno sarà una lezione morale contro la slealtà, la viltà e il tradimento».

Ormai il tempo era scaduto. Poco prima delle 10 l’ultimatum finale: «Il palazzo della Moneda dovrà essere evacuato entro le ore 11. In caso contrario sarà attaccato dalle forze aeree». I carri armati aprirono il fuoco e i soldati sferrarono l’attacco. I difensori del palazzo – qualche decina tra addetti alla sicurezza del presidente, funzionari, ministri e militanti, tutti scarsamente armati – risposero sparando dalle finestre. Anche Allende partecipò allo scontro con un mitra. Un’ora dopo gli spari cessarono. Carri e soldati si ritirarono dalla piazza. Era evidente che si preparava l’incursione dei cacciabombardieri che stavano già sfrecciando a bassa quota sui tetti di Santiago. Allende ne approfittò per costringere le donne e gli uomini disarmati ad abbandonare il palazzo.

A mezzogiorno gli aerei si lanciarono a volo radente sulla Moneda e la centrarono ripetutamente. A ogni colpo grida di esultanza, «come allo stadio quando viene segnato un goal», avrebbe raccontato un militante di Unidad Popular che aveva assistito, sgomento, all’attacco. I carri e i soldati avanzarono di nuovo e sfondarono l’ingresso principale del palazzo. Ci volle ancora più di un’ora perché le truppe riuscissero a occupare il pianterreno del palazzo in fiamme e erano le due del pomeriggio quando arrivarono al primo piano e irruppero nell’ufficio dove era asserragliato il presidente. Alcuni testimoni dicono che Allende fu ferito nella sparatoria, cadde e fu giustiziato da un generale con un colpo a bruciapelo. Secondo altre versioni si sarebbe suicidato. Il corpo fu portato via in fretta e sepolto senza funerale, in una tomba anonima, alla sola presenza della moglie.

Nelle prime ore del pomeriggio la giunta aveva in pugno il paese. Seduto a un tavolo tra i generali golpisti, gelido, Pinochet lesse una dichiarazione: «Le forze armate e i carabinieri hanno agito oggi al solo scopo patriottico di far uscire il paese dal caos in cui lo stava precipitando il governo marxista di Salvador Allende. La giunta manterrà il potere giudiziario […] Le Camere sono sospese fino a nuovo ordine». La sera la televisione trasmise programmi leggeri, comunicati militari e elenchi di ricercati. Ci sarebbe voluto ancora qualche giorno per stroncare le sacche della resistenza operaia nelle fabbriche e nelle borgate popolari e per travolgere i tentativi di difesa degli studenti e dei professori barricati nell’università. E intanto era iniziata la normalizzazione: esecuzioni sommarie e torture, perquisizioni e retate, rastrellamenti e campi di deportazione nel gelido estremo sud del paese. Per le strade roghi di libri. L’obitorio e le fosse comuni pieni di cadaveri. Gli stadi utilizzati come centri di detenzione. Nelle case della buona borghesia di Santiago si festeggiò e si brindò. Dalle finestre imbandierate si gettavano fiori sui reparti che presidiavano gli incroci.

Lo stadio di Santiago trasformato in centro di detenzione (settembre 1973)

Il 16 settembre nello stadio di Santiago, tra migliaia di rastrellati in attesa di conoscere la loro sorte, c’era anche Victor Jara, poeta e militante comunista, musicista di punta della Nueva Canción Chilena, fiorita negli anni di Allende, autore del testo di Venceremos, inno di Unidad Popular. Era stato preso, con altri compagni, nell’università. Gli fracassarono le mani, lo finirono a colpi di pistola e gettarono il suo cadavere in un corridoio. Poi ordinarono la distruzione delle matrici dei suoi dischi.

Nei giorni successivi al colpo di stato Pablo Neruda, duramente provato e in attesa di espatriare, dovette assistere alle irruzioni nella sua casa e alle perquisizioni delle squadracce militari. Le sue precarie condizioni di salute impedirono l’arresto. Il 22 settembre, ricoverato in una clinica di Santiago, scrisse i suoi ultimi versi, una violenta invettiva contro I Satrapi che avevano agito «fino a oggi. Fino a questo amaro / mese di settembre, / dell’anno 1973 […] iene voraci / della nostra storia, roditori / delle bandiere conquistate / con tanto sangue e tanto fuoco, / impantanati nei loro orticelli, / predatori infernali / satrapi mille volte venduti / e traditori eccitati / dai lupi di New York, / macchine affamate di sofferenze, / macchiate dal sacrificio / dei loro popoli martirizzati, / mercanti prostitute / del pane e dell’aria d’America, / fogne, boia, branco / di cacicchi di lupanare / senza altra legge che la tortura / e la fame frustrata del popolo». Il giorno dopo il poeta si spense. Era gravemente ammalato, ma non in fin di vita. C’è chi sostiene con certezza che sia stato ucciso con un’iniezione da un sicario, per ordine di Pinochet.

Sul Cile era calata di colpo la cappa pesante di una dittatura reazionaria, feroce e ottusa, una cappa destinata a essere stracciata soltanto nel 1988, con un referendum che avrebbe sancito il ritorno alla democrazia. E oggi di Allende resta la memoria di un’esperienza appassionata e spezzata. E resta il messaggio ostinato di speranza che aveva voluto lasciare nel suo addio: «Ho la certezza che il seme piantato nella coscienza di migliaia di cileni non potrà essere estirpato per sempre. Hanno la forza, possono ridurci in schiavitù, ma non è con il crimine e con la violenza che si fermano i processi sociali. La storia è nostra, è il popolo che la fa […] Altri uomini supereranno questo momento buio e amaro, in cui il tradimento pretende d’imporsi. Sappiate che presto o tardi si apriranno di nuovo grandi strade per le quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore».


Le immagini che illustrano questo articolo sono tratte dall’archivio fotografico di Alessandro Piccioni (https://www.immaginidellastoria.it/)





Liberare i corpi

A novembre la popolazione mondiale ha superato gli 8 miliardi. L’ultimo rapporto del Fondo delle Nazioni Unite ci invita a capovolgere le domande: invece di chiederci se le donne fanno troppi o pochi figli, per cambiare le cose dovremmo concentrarci sullo stato della libertà di scelta

04/05/2023

 

Troppo spesso si parla dell’umanità come di un numero e molti governi tendono ad affrontare problemi economici o ambientali, come il sistema pensionistico o la crisi climatica, con politiche demografiche mirate soprattutto al controllo delle nascite. A novembre scorso la popolazione globale ha superato la soglia degli 8 miliardi. I dati dell’ultimo rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) sullo stato della popolazione nel mondo ci dicono che i due terzi delle persone sul pianeta vivono in luoghi in cui il tasso di fecondità è sceso al di sotto del cosiddetto “livello di sostituzione”, 2,1 figli per donna. Questa cifra, spesso propagandata come garanzia di stabilità demografica, è diventata la linea rossa che porta media e governi a usare termini catastrofici come “bomba demografica” – quando viene superata – o “disastro/inverno demografico/crisi delle nascite” – quando non viene raggiunta.

L’analisi del nuovo rapporto Unfpa rivela una crescente ansia difronte alla prospettiva di un aumento esponenziale della popolazione in un mondo di crisi sovrapposte e di popolazioni longeve. I governi sempre più spesso trasmettono l’idea che esista un problema demografico che richiede l’intervento delle autorità pubbliche.

 

Nel rapporto, Unfpa, che svolge anche il ruolo di agenzia per la salute sessuale e riproduttiva delle Nazioni Unite, dichiara che i corpi delle donne non devono essere tenuti prigionieri delle politiche dei governi o delle “narrazioni allarmistiche” riguardanti la crescita della popolazione, e invece ci ricorda che tutti gli esseri umani hanno il diritto di scegliere quando (o se) avere figli, quanti averne e con chi. Si parla di diritto all’autonomia corporea e significa proprio questo: una scelta libera e informata, non ostacolata da esigenze di vita al servizio di qualsiasi rivendicazione più ampia di tipo demografico, economico, sociale, politico, ambientale o di sicurezza.

Le Nazioni Unite ritengono che l’approccio che trasforma il corpo delle donne in uno strumento per avere figli, porti spesso alla “manipolazione delle cifre” e a letture errate o distorte che conducono il più delle volte a soluzioni inutili. “Noi guardiamo i numeri, ma la popolazione riguarda le persone e i loro diritti”, riassume Natalia Kanen, direttrice esecutiva del fondo.

Troppo frequentemente si istigano politiche che, invece di promuovere la capacità delle donne di esercitare i propri diritti sessuali e riproduttivi, li strumentalizzano e li trasformano in un mezzo per raggiungere un fine. Negli ultimi 20 anni, alcuni paesi hanno lanciato programmi per incoraggiare famiglie più numerose in cambio di incentivi finanziari e premi per le donne e i loro partner; tuttavia, l’indicatore di fecondità non ha poi superato i due figli per donna. D’altra parte, ci sono state gravi violazioni dei diritti umani sotto forma di azioni che cercano di rallentare la crescita della popolazione attraverso sterilizzazioni forzate e contraccezione con mezzi coercitivi. Tra i casi più estremi c’è l’Iran che ha attuato restrizioni sull’aborto e ha vietato al servizio sanitario pubblico di offrire contraccettivi gratuiti per aumentare il tasso di natalità. O alcuni stati dell’India – paese che ha superato la Cina come il più popoloso al mondo – che stanno promuovendo misure per limitare le nascite, come la politica di imporre un massimo di due figli per donna.

Quindi, ci sono poche persone al mondo? O ce ne sono troppe? C’è chi evidenzia l’esistenza di una relazione tra demografia e riscaldamento globale, ma l’Unfpa avverte che spesso questa interpretazione porta a conclusioni perverse: “Il presupposto logico che indica le catastrofi globali come il risultato di troppe persone è che il numero di persone deve essere ridotto, cioè che un numero imprecisato di persone deve sopravvivere e riprodursi, mentre altre non dovrebbero farlo”. Secondo le autrici e gli autori del rapporto, l’argomentazione secondo cui la popolazione mondiale è troppo numerosa per un pianeta con poche risorse limita la responsabilità dei sistemi e delle società nel trovare soluzioni a problemi complessi e mette in secondo piano la necessità di promuovere il consumo e la produzione sostenibili e l’uso di energia verde.

Il problema sono i giovani? Oggi una persona su sei ha un’età compresa tra i 15 e i 24 anni e quasi la metà della popolazione mondiale ha meno di 30 anni. Ma in un mondo limitato dalle risorse, dove la crescita demografica tende a essere vista come un problema e le grandi masse di giovani come il seme di una “bomba demografica”, l’Unfpa invita a considerare l’elevato numero di giovani come un punto di forza.  Secondo l’Onu “i persistenti stereotipi negativi sui giovani li inquadrano come un problema da risolvere” mentre “più che un problema, i giovani sono sempre più parte delle soluzioni”, poiché le loro “azioni creative” sfidano lo status quo.

 

Di fronte a una popolazione mondiale per lo più giovane, paradossalmente, alcuni dei paesi più sviluppati con popolazioni più anziane, optano per politiche di incremento della natalità con il pretesto di poter garantire la sostenibilità dei propri servizi pubblici e sistemi pensionistici. Tuttavia, i nuovi nati non saranno in grado di pagare le pensioni attuali, ma avranno bisogno di istruzione e assistenza sanitaria, sostiene l’Unfpa.

Limitare il tasso di natalità nei paesi con popolazioni molto giovani non rallenterà l’aumento del numero di persone sul pianeta, che si prevede raggiungerà i 10 o addirittura gli 11 miliardi nei prossimi anni. Questa cifra è il risultato di una “certa inerzia”, dovuta alla giovinezza della popolazione attuale, che continuerà a fare figli indipendentemente da un calo del tasso di fecondità, insieme a un’aspettativa di vita più lunga.

Le proiezioni fornite dall’Unfpa indicano che il tasso di crescita della popolazione entro il 2100 sarà negativo in gran parte del mondo – a eccezione di Africa e Oceania – a causa del calo della fecondità e dell’aumento delle migrazioni.

Sempre secondo il rapporto, i paesi che intendono aumentare la fecondità e quelli che non attuano alcuna politica di controllo delle nascite hanno indici di sviluppo simili. Tuttavia, questi ultimi “hanno livelli di libertà umana molto più elevati”. 

Il calcolo di 2,1 figli per donna per garantire il ricambio della popolazione si basa su bassi livelli di mortalità infantile e non considera la migrazione, non tiene conto di come l’arrivo degli immigrati di fatto alimenta le popolazioni.

 

I tassi di fecondità, quindi, non sono l’unico meccanismo che influenza le dimensioni della popolazione. In molte parti del mondo, dagli anni ’70, si registrano tassi di fecondità molto bassi, senza un conseguente calo della popolazione totale, perché molti di questi paesi sono tipicamente soggetti a immigrazione di massa. Secondo i demografi delle Nazioni Unite, questa tendenza è destinata a continuare. “Nei prossimi decenni, la migrazione sarà l’unico motore della crescita demografica nei paesi ad alto reddito, poiché il numero di decessi supererà progressivamente il numero di nascite”. Ma anche questo aspetto è spesso visto con preoccupazione, in genere per timori di natura economica e culturale. In tutti i paesi, a eccezione di Giappone e Nigeria, l’opinione più diffusa sull’immigrazione è che i livelli attuali nel proprio paese siano già troppo alti.

La rinascita di una ideologia anti immigrazione, con una forma ultranazionalista e xenofoba sulla popolazione come quella di Georgia Meloni in Italia, dell’estrema destra francese di Marine Le Pen, di Vox in Spagna, di Viktor Orban in Ungheria e di Vladimir Putin in Russia e adesso anche in diversi paesi del nord Europa e in molte nazioni a maggioranza bianca, sembra, più che manifestare un problema demografico, evidenziare un problema ideologico. L’Onu avverte che “Una visione etnonazionalista della demografia spesso nega la facoltà riproduttiva dell’individuo, adottando un’ideologia di genere che subordina i diritti delle donne, in particolare i loro diritti riproduttivi, agli obiettivi di un gruppo etnico o politico”. Secondo le Nazioni Unite, “l’etnonazionalismo può utilizzare una retorica volta a convincere sia le donne che gli uomini ad aumentare la fecondità” e nota un aumento delle politiche volte a rendere più difficile l’accesso ai contraccettivi o a limitare il diritto all’aborto.

Oltre ai punti di vista legati all’etnonazionalismo ci sono, ovviamente, molte norme socioculturali che cercano di subordinare la capacità riproduttiva delle donne e delle ragazze ai desideri di altri. Molte norme sulla disparità di genere, diffuse in tutto il mondo, ritengono che la funzione sociale primaria della donna sia quella di diventare madre e custode, mentre quella dell’uomo sia di diventare il capofamiglia. Questo modello eteronormativo di famiglia nucleare è visto come “tradizionale” e “naturale”, anche se le definizioni e le manifestazioni della famiglia sono variate ampiamente nel tempo e nella geografia. Sia che la disuguaglianza di genere sia perpetuata attraverso gli sforzi etnonazionalisti o attraverso le spinte contro il cambiamento delle norme di genere, le conseguenze per la salute riproduttiva e la fertilità delle donne sono spesso terribili. 

“I corpi delle donne non possono dipendere da obiettivi demografici”, ha affermato la direttrice Unfpa, Kanem. “Se vogliamo costruire società prospere e inclusive, indipendentemente dalle dimensioni della popolazione, abbiamo bisogno di ripensare radicalmente il modo in cui parliamo del e pianifichiamo il cambiamento demografico”. Quindi se c’è una crisi climatica la soluzione non può essere quella di convincere le donne ad avere meno figli, né se le società invecchiano si può convincerle a farne di più.

Insomma “la riproduzione umana non è né il problema, né la soluzione” afferma Kanem. “Quando mettiamo parità di genere e diritti al centro delle nostre politiche demografiche, siamo più forti e più capaci di affrontare le sfide derivanti dal rapido cambiamento delle popolazioni. Inseguire obiettivi di fecondità e cercare di influenzare il processo decisionale riproduttivo delle donne lo farà solo finire in un fallimento”.

“Le persone non sono unità di procreazione destinate a soddisfare un livello ideale di riproduzione o costrette a riprodursi secondo una quota o una formula” continua Kanem. “Le persone – gli esseri umani – possiedono intrinsecamente una serie di diritti, tra cui, molto importante, i diritti sulle scelte riproduttive che fanno. La domanda da porsi non è quanto velocemente le persone si riproducono, ma se tutti gli individui e le coppie sono in grado di esercitare il loro diritto umano di base di scegliere se, e quanti figli vogliono. La risposta a quest’ultima domanda, tragicamente, è no”.

Unfpa propone di cambiare la prospettiva e di capovolgere le domande. Anziché chiedersi se il tasso di fecondità sia troppo alto o basso, è più importante capire se le persone siano in grado di realizzare i propri diritti sessuali e riproduttivi o se hanno accesso completo all’assistenza sanitaria o se è garantito per tutte e tutti lo spazio per poter scegliere, come richiedono gli standard dei diritti umani.

I dati pubblicati nel rapporto dimostrano chiaramente la mancanza di libero arbitrio sperimentata da milioni di donne in tutto il mondo. Secondo il rapporto, circa il 24% di donne e ragazze non ha il diritto di prendere decisioni informate sul proprio corpo in relazione ai rapporti sessuali (il numero cresce a 44% in un gruppo di 68 paesi), mentre l’11% non è in grado di prendere decisioni sull’uso di contraccettivi o di cercare assistenza sanitaria, una proporzione davvero schiacciante. A livello globale, si stima che 257 milioni di donne abbiano un bisogno insoddisfatto di contraccezione sicura e affidabile.

Le prove raccolte in questo rapporto possono essere riassunte in grandi linee come segue: le politiche che limitano i diritti riproduttivi non funzionano e danneggiano le società nel loro complesso; le politiche che sostengono i diritti riproduttivi, invece, liberano il potenziale di tutte le persone per prosperare e adattarsi alle mutevoli realtà del nostro mondo. In effetti, i diritti sono solo teorici se non ci sono politiche forti a sostenerli.

 

La disuguaglianza di genere, le disuguaglianze razziali, le ingiustizie di classe e altre ingiustizie sistemiche minano la realizzazione del benessere sessuale e riproduttivo, ma non sono sufficientemente affrontate dai sistemi legali o sanitari. Le organizzazioni della società civile, le organizzazioni di base, le organizzazioni femminili e altri forum che valorizzano i punti di vista e le esperienze dei più emarginati sono leader e partner essenziali per far progredire la giustizia riproduttiva e assicurare la responsabilità dei sistemi legali e sanitari che possono altrimenti perpetuare intenzionalmente o meno i danni. 

La parola popolazione viene anche usata in modo intercambiabile per descrivere gruppi locali o nazionali, etnici o religiosi, regionali o globali. La popolazione di un paese comprende anche i migranti irregolari e i rifugiati? Se no, queste persone hanno i meccanismi necessari per garantire i loro diritti? Quando i politici parlano in generale di popolazioni che crescono troppo velocemente o troppo lentamente, si riferiscono implicitamente ad alcune persone o ad alcuni gruppi minoritari e non ad altri?

Quando i commentatori si torcono la mano per l’imminente “collasso demografico”, stanno dicendo che le donne stanno fallendo nel loro ruolo di macchine riproduttive, o stanno dicendo che le condizioni sociali e legali non permettono alle donne e alle coppie di realizzare i loro obiettivi riproduttivi?

Quando i leader chiedono di aumentare l’uso dei contraccettivi per ridurre i tassi di fecondità nelle comunità più svantaggiate, stanno dicendo che quelle comunità dovrebbero avere meno figli o che questi individui non sono sufficientemente in grado di esercitare l’agenzia riproduttiva alle loro condizioni?

Per parlare in modo più significativo di popolazione, dobbiamo usare un linguaggio e una specificità che affermino i diritti. Alla fine, l’ansia da popolazione è un modo semplice per evitare la complessità delle sfide che dobbiamo affrontare.

Immagini tratte dal rapporto State of World Population 2023 – 8 Billion Lives, Infinite Possibilities

 

Questo articolo è stato già pubblicato su inGenere.it

 





Terminal 5

Quella che sto per raccontarvi è un’esperienza vissuta in prima persona in un giorno d’estate del 2021. In un mondo in cui si fa a gara a dare le notizie in diretta ed a raccontare le esperienze non appena fatte, ho avuto il bisogno di far sedimentare questa esperienza e sentito il desiderio di raccontarla dopo che il tempo ha rimesso in ordine le emozioni, senza però che esse perdessero vigore.

Ferragosto 2021. Mentre gli italiani si godono meritate giornate di sole allentando un po’ la tensione accumulata in questi mesi di distanziamenti e restrizioni dovute alla pandemia in corso, i notiziari di tutto il mondo rilanciano le immagini provenienti dall’Afghanistan: i talebani stanno entrando a Kabul e lo stanno facendo avanzando con incredibile velocità, generando panico e terrore tra i civili e facendo scappare a gambe levate i militari statunitensi e quelli alleati. Caos e panico sembrano le uniche parole che possono descrivere la situazione. Giorno dopo giorno è un susseguirsi di persone disperate che tentano di raggiungere l’aeroporto nella speranza di salire su un aereo cargo militare e fare un salto nel vuoto in un mondo che non conoscono, ma verso una vita che non potrà essere peggiore di quella che temono sarà d’ora in avanti a casa loro.

La situazione è talmente concitata che a un certo punto spuntano video di persone che si aggrappano agli aerei in partenza già sovraffollati. Resistono pochi secondi e, poco dopo il decollo, si sfracellano a terra. C’è chi dice che non può essere vero e che sia tutto un fotomontaggio, mentre opinionisti di tutto il mondo si affannano a fare analisi politiche e a sentenziare su chi ha torto e chi ha ragione.

È inevitabile… Anch’io mi appassiono a cosa sta succedendo da quelle parti e mi faccio tante domande e provo rabbia per tutto ciò che non si è riuscito ad evitare, dopo tanti anni di sofferenze e risorse impiegate. Guardo quei video che sembrano surreali ma, per quanto possa essere scioccato e indignato, mi sembra di guardare un film. Faccio fatica – per quanto razionalmente sappia che è tutto vero – a credere che tutto ciò stia realmente accadendo. Ai miei occhi è un appassionante film d’azione in cui i protagonisti vivono un’esperienza al cardiopalma ma alla fine finiscono felici e contenti dentro un aereo che li porterà lontani dal nemico. Certo, qualcuno non ce l’ha fatta, purtroppo, ma… L’umanità ha vinto! Hollywood è ora, senza bisogno di effetti speciali… Fico.

Da pochi mesi sono diventato socio Volontario di Croce Rossa e sto portando a termine il tirocinio seguente il corso e l’esame di accesso. Sto cercando di fare un po’ di esperienza prendendo servizio nei vari ambiti di cui si occupa il mio comitato. Al momento sento di non essere particolarmente tagliato a fare il soccorritore, ma mi sento a mio agio nello svolgere lavori nell’ambito del sociale. Nella chat del comitato, dove si elencano i servizi da fare e dove ci si attiva, viene pubblicato un appello un po’ diverso dal solito: “Buonasera, ci è stato richiesto supporto nel recupero di materiale alimentare per fronteggiare l’ondata di arrivi di ospiti di nazionalità afgana. L’attività vedrà impiegati nr.2 mezzi trasporto merci della struttura nazionale per la quale movimentazione si richiede il supporto del personale autista nello specifico […] con arrivo a Cesenatico nella prime ore della mattina, effettuato il carico il personale farà rientro a Roma nel primo pomeriggio. Qualcuno vuole dare la propria disponibilità?”. Passano sette minuti e già un primo Volontario si dichiara disponibile. Dopo meno di un’ora dalla sala operativa ci giunge la comunicazione che tutte le richieste sono state soddisfatte. Rimango sbalordito di come dei Volontari che hanno una loro vita, un lavoro, una famiglia, si siano immediatamente resi disponibili.

Le notizie si susseguono giorno dopo giorno e anche gli aerei militari italiani stanno partendo carichi di civili afgani. La Croce Rossa Italiana si attiva per organizzare l’accoglienza dei profughi. A dire il vero non c’è tempo per organizzare un bel niente, ma ci sono persone formate per intervenire nell’emergenza. Servono però tante persone e non c’è il tempo di addestrarli e dare direttive. Serve agire. Subito.

Nella chat del nostro comitato esce così un nuovo appello:

 

Davvero non c’è tempo. Quegli attori di quei film che vedevo nei notiziari stanno arrivando. E no, non sono affatto attori. Provo un po’ di vergogna per la mia stupidità.

Mi sento impotente e frastornato di fronte a degli avvenimenti che sono troppo grandi rispetto alla mia piccola realtà. Cosa possiamo fare noi italiani, noi occidentali? Cosa io posso fare? Posso solo rispondere all’appello. Non ho scuse, sono un Volontario di Croce Rossa e questa organizzazione sta facendo il possibile per far fronte all’emergenza. Non cambierò il mondo, non risolverò nulla, ma sento che qualcosa, seppur minima, la devo fare.

Sono però ancora un tirocinante e si richiedono Volontari effettivi. Mi metto così l’anima in pace. Manco a dirlo, il giorno dopo ci dicono che accetteranno il contributo anche di Volontari tirocinanti. È fatta: appena ho l’ok, offro la mia disponibilità per fare servizio in un turno della mattina.

Sono sincero… Un po’ me la sto facendo sotto, non so cosa aspettarmi. Non ho esperienza, non so cosa mi sarà chiesto di fare e non so se ne sarò in grado. È un’operazione che vede coinvolti tutti i comitati CRI di Roma e provincia, per cui non vedrò neanche i pochi Volontari del mio comitato che in questi mesi ho cominciato a conoscere.

26 agosto. L’appuntamento è per la mattina alle 6 al terminal 5 dell’aeroporto di Fiumicino. Parto di casa con netto anticipo. A quell’ora non c’è traffico, così arrivo alle 5:30 all’aeroporto. Già… ma dov’è il terminal 5? I cartelli indicano solamente i terminal 1 e 3. In effetti non ho mai sentito parlare di questo terminal 5. Faccio un po’ di giri con la macchina, chiedo a delle hostess che stanno per entrare in aeroporto e mi dicono che è distante da dove sono ora. Cerco di seguire le loro indicazioni ma mi perdo. Entro in un groviglio di strade adiacenti l’aeroporto. Chiedo a dei poliziotti. Mi trovo dalla parte opposta. Neanche il navigatore mi è d’aiuto. I minuti passano e l’orario dell’appuntamento si avvicina. Comincio ad agitarmi. Si accende pure una spia del quadro mai vista che segnala un qualche problema alla mia auto. Ci manca solo che mi si fermi la macchina! Le 6 sono passate e oltre ad agitarmi, comincio a perdere la speranza. Non so come, ma ad un certo punto decido, un po’ a caso, di prendere una stradina; la faccio fino in fondo e mi trovo davanti ad un ingresso con le sbarre. Chiedo a qualcuno lì fuori e mi dicono che quello è il terminal 5! Solo dopo verrò a sapere che è un terminal non destinato ai voli civili, ma utilizzato per voli militari e diplomatici e che non sono l’unico ad aver avuto problemi ad individuarlo.

Aeroporto Leonardo da Vinci, terminal 5, ore 6:15. Entro in questo terminal e mi ritrovo in mezzo ad una moltitudine di persone di ogni sorta. Alcune sono sedute a terra, altre chiacchierano tra loro, alcuni corrono freneticamente da una parte all’altra, altri danno presumibilmente degli ordini al megafono in un idioma a me sconosciuto. Fortunatamente i Volontari di Croce Rossa, con le loro uniformi rosse, sono facilmente individuabili. Provo a chiedere a qualcuno cosa devo fare e dove devo andare.

  • Hai già parlato con Mario?
  • Mario chi?
  • Il responsabile dell’operazione! Guarda, è quel signore laggiù con i capelli brizzolati che sta parlando con quelle infermiere, va’ da lui.
  • Buongiorno Mario, chiedo scusa per il ritardo, ma ho avuto difficoltà a trovare il posto. Come posso rendermi utile?
  • Tranquillo, non sei l’unico. Allora, quali brevetti hai tu?
  • Ehm… Sono un tirocinante…
  • Allora, le persone che vedi sono scese poco fa da un aereo, sono state tutte tamponate prima di entrare. Una volta entrate passano per il personale medico che si è sistemato là per una prima valutazione sanitaria, poi devono attendere in questa grande sala prima di essere chiamati dalla polizia, che nel frattempo ha allestito una questura temporanea con dei tavoli nell’altra sala per l’identificazione e fare i documenti necessari. Vedi queste persone con il megafono e il gilet arancione? Sono i mediatori culturali che danno informazioni nella loro lingua. A proposito, parli inglese?
  • Giusto un po’…
  • Vabbè, va’ da Maria, quella Volontaria laggiù, e dille che ti ho detto di darle una mano.

Mi presento a Maria e mi faccio spiegare la situazione: “Le persone presenti sono da poco scese dall’aereo, hanno fatto un viaggio di molte ore, sedute per lo più a terra e hanno una gran fame. Noi ora cerchiamo di distribuire le colazioni. Ci sono i thermos con il tè caldo, cornetti e biscotti confezionati, latte e purea di frutta. Per loro c’è roba sufficiente per farli magiare; il problema è che stanno per arrivare altri due aerei pieni di persone e questa roba non basterà per tutti. Dicono che dovrebbe arrivare un nuovo carico di roba da mangiare per le 10… Speriamo bene! Dunque… Tu, Giuseppe e Francesca organizzate una postazione da cui preparare e distribuire le colazioni. Fate il prima possibile perché soprattutto i bambini sono affamati!”. Chiedo se c’è un tavolino per preparare questo bar improvvisato. “Provate a cercare, ma non credo che lo troverete. Non c’è nulla, è tutto in divenire, inventatevi qualcosa!”.

Mi guardo negli occhi con Francesca, neanche il tempo di presentarci, e ci troviamo a vagare per il terminal in cerca di qualcosa che possa fungere da tavolino. Alla fine, con degli scatoloni rimediati, mettiamo su qualcosa che assomiglia ad un tavolino di Lego, ci mettiamo sopra i thermos e tutto ciò che abbiamo. Sfruttiamo i carrelli per i bagagli per trasportare le scatole con il cibo da una parte all’altra.

In tutto ciò non ho avuto il tempo di pensare, né di capire chi fossero e come fossero tutte quelle persone che aspettavano di ricevere un tè caldo da noi. Troppi volti, troppi suoni, ordini, gente che corre, ansia di non riuscire a soddisfare le aspettative. Fa un caldo boia e questa struttura è una serra priva di aria condizionata; i guanti in lattice e le mascherine in viso non aiutano. Io, che ho caldo anche a gennaio, comincio a tamponare il sudore sulla fronte con dei fazzolettini.

Bene o male riusciamo ad allestire la postazione e a servire le prime colazioni. Quasi nessuno parla inglese, ma ci si capisce. Le persone si accalcano intorno a noi e fatichiamo a servire tutti e a soddisfare le richieste di ognuno. Sono tutti molto composti e sicuramente più silenziosi di noi. Solo i bambini gridano: i più piccoli giocano, si rincorrono e vengono in continuazione a chiedere biscotti e cornetti, anche se li hanno già avuti. Sembrano fortunatamente ignari di cosa stanno vivendo e probabilmente per loro è una grande avventura. I bambini più grandi sembrano invece coscienti della situazione. Gli adulti sono seri ma molto composti nelle espressioni e nei comportamenti. Non capisco se ciò che traspare dai loro volti è più preoccupazione, più stanchezza o più la sensazione di avercela fatta a scappare dall’inferno.

Tutti hanno buttato nello stomaco qualcosa e un primo giro di colazioni è stato fatto. Ho finalmente modo di osservare da vicino i volti di quegli attori che attori ora non sono più ai miei occhi. Gli occhi… Le donne in particolar modo hanno degli occhi grandi e uno sguardo molto profondo. I bambini sono davvero bellissimi. Ho un attimo di respiro e, mentre ricordo a poche persone di tenere le mascherine alzate, passo tra loro a vedere se hanno bisogno di qualcosa. Incredibile ma vero: i bambini giocano proprio come giocavo io da piccolo, le donne accudiscono i propri figli, gli adolescenti sghignazzano tra loro e gli uomini si prendono cura delle mogli. Qualcuno attacca il telefono alla presa e prova a chiamare i familiari rimasti in patria.

Quanto sono stupido! Cosa avrebbero dovuto fare queste persone strane che avevo sempre visto in tv? Sto per dire qualcosa che potrebbe puzzare di retorica, ma io odio la retorica e vi assicuro che non è questo il caso né l’intenzione: a un certo punto ho avuto la netta sensazione di essere un essere umano in mezzo ad altri esseri umani. Davvero io ero come loro e loro come me. È come se tutte le sovrastrutture culturali, la differente lingua, le differenti espressioni, l’abbigliamento, fossero improvvisamente spariti. Mi sono sentito bene e grato per questa sensazione.

Ma c’è poco da poter pensare e fantasticare… Una ragazza mi fa cenno e, con l’aiuto di un mediatore culturale, mi dice che la sua bimba di pochi mesi che ha in braccio ha bisogno di mangiare. Ha il necessario per preparare la pappa, ma le serve dell’acqua calda. Le dico che gliela procureremo. Ma… Dove? Chiedo ad altri Volontari ma, quella che sembrava una richiesta semplice da soddisfare, diventa improvvisamente una sfida non da poco. In quel terminal non ci sono bar né macchinette automatiche. Nessuno sa come far fronte a questa richiesta e la bimba comincia a piangere. Abbiamo fatto tanto per dare da mangiare a tutti ed ora non siamo in grado di fare qualcosa per la persona che più di tutti ha il diritto e la necessità di mangiare. Nel frattempo dobbiamo continuare a lavorare ma chiediamo a chiunque se sa come risolvere la situazione. Dopo mezz’ora due Volontari mi portano una bottiglia piena di acqua calda.

  • Ma dove l’avete presa? – chiedo
  • Ce la siamo fatta riempire in un bar
  • Quale bar?
  • Uno al terminal 3
  • E come cavolo ci siete arrivati al terminal 3? È lontanissimo!
  • A piedi.

A poco a poco la sala grande dove siamo si svuota per riempire la sala adiacente dove c’è la questura e diversi bambini hanno la maglietta fradicia perché giocano a schizzarsi con l’acqua. Ma non c’è da rilassarsi, perché ci dicono che è appena atterrato un altro aereo. Non dobbiamo far altro che fare ciò che abbiamo fatto fino ad ora. Già, ma le colazioni sono quasi finite ed ora la gente è il doppio di prima! Mezz’ora fa doveva arrivare un furgone con il nuovo carico, ma ancora non si sa niente…

Ora entrambe le sale sono gremite di persone. In quella dove sono stati allestiti gli uffici della questura, sono quasi tutti seduti a terra, disposti in circoli. Ciò che mi fa in parte stare tranquillo è che, almeno tra quelli che ho visto oggi, non ci sono bambini senza genitori. Io e Francesca siamo costretti a distribuire le colazioni rimaste solamente a bambini e a qualche mamma. Nell’attesa nervosa che arrivi il furgone, cerchiamo un po’ di capire se c’è qualche esigenza particolare. Incredibile come dopo un’esperienza così provante, siano tutti estremamente gentili e rispettosi delle indicazioni che vengono date.

Dopo un’ora dall’orario che ci era stato indicato finalmente ci comunicano che il furgone sta arrivando. Usciamo fuori dal terminal in quattro con tre carrelli dei bagagli e aspettiamo. È un’occasione per rilassarci un attimo, anche se non vediamo l’ora che arrivi. Dopo un quarto d’ora di attesa, vediamo arrivare – come un miraggio – il furgone col simbolo della CRI! Come organizzarci ora? Saltano tutti i piani: io e Francesca veniamo mandati nella sala B e altri due Volontari nella sala A. Anche qui non abbiamo nulla per creare una piccola postazione; i pochi tavolini presenti sono occupati dai pc e dalle stampanti della questura, che nel frattempo sta lavorando a pieno ritmo. Non so come, ma proviamo ad individuare un punto dove posizionarci. Stavolta le persone sono meno composte, vuoi perché sono quasi tutti giovanissimi, vuoi perché semplicemente hanno fame. Siamo circondati da persone: chi vuole un tè, chi chiede se c’è del caffè, bambini che chiedono biscotti, una ragazza chiede un cornetto, cominciano a lamentarsi di essere serviti dopo di chi è arrivato più tardi. Io corro da una parte all’altra del terminal per portare scatoloni di latte e di cornetti, mentre Francesca, da sola, comincia a soddisfare le prime richieste. Finalmente finisco di portare il tutto e do una mano a Francesca nel preparare le colazioni. Ormai abbiamo imparato pure qualche parola in lingua pashto: choi è il tè, shish il latte e kik il cornetto. Siamo costretti a prendere dei cartoni vuoti e a posizionarli ad un metro da noi, come limite invalicabile per evitare di ritrovarci tutti addosso. A quel punto compare un ragazzo afgano che ai nostri occhi appare come un angelo. È uno di loro, ma parla perfettamente italiano! Non si presenta e non abbiamo neanche il tempo di chiedergli chi sia, ma lui si mette a fare da interprete e mediatore tra noi e gli afgani. Ci dice quel bimbo cosa vuole, ci dice di mettere lo zucchero nel tè di quella signora, dice ai ragazzi di stare buoni e in fila che ce n’è per tutti. Davvero una salvezza. Quando la pressione diminuisce ho modo di scambiarci due parole:

  • Grazie, sei stato preziosissimo!
  • Figurati, ero qua e ho pensato di darvi una mano
  • Ma tu perché parli italiano?
  • Perché ho fatto per tre anni il barista alla base militare italiana di Kabul
  • Ah, capisco. Parli benissimo italiano! Toglimi una curiosità: come ti sei trovato a lavorare con gli italiani?
  • Ah, benissimo! Persone molto gentili!

Non so se lo diceva perché stava parlando a un italiano, o perché non gli sembrava carino dire qualcosa di diverso dopo che stava ricevendo ospitalità dall’Italia. A me comunque è sembrato sincero. Come è apparso, però, si è dileguato.

In quella fase concitata c’è stata un’altra presenza rassicurante: una bambina che avrà avuto 9 anni che in qualche modo si era affezionata a me e Francesca. Non parlava ed era molto timida. Per tutto il tempo è stata di fianco a noi a guardarci mentre cercavamo di soddisfare le richieste di tutti. I suoi occhi sono bellissimi, grandi e verdi, la pelle olivastra e i lunghi capelli raccolti in due trecce. Potrebbe essere una bambina modella per una pubblicità della Benetton. Le diciamo qualcosa di carino che lei non può capire e ci ricambia con un sorriso, seppur nascosto dalla mascherina chirurgica.

Siamo andati oltre l’orario di fine servizio e ora la situazione sembra essersi normalizzata. Abbiamo terminato tutto ciò che avevamo, ma ora nessuno viene più a chiederci nulla. Cerchiamo di sistemare il tutto e fare un po’ di ordine. Incontriamo il responsabile, gli diciamo quello che abbiamo fatto e che abbiamo finito il turno. Ci ringrazia e ci dice che stanno entrando i Volontari del turno successivo. Nel frattempo vedo che da una parte c’è una Volontaria che ha gonfiato dei palloncini e sta facendo giocare i bambini. Domani queste persone andranno al centro di prima accoglienza di Avezzano.

Mi avvio all’uscita e un signore con la divisa della CRI mi chiede dove andare e che si scusa per il ritardo, ma non riusciva a trovare il terminal 5. Esco dal terminal felice di aver fatto questa esperienza, di aver condiviso – seppure per poche ore – parte della mia vita con queste persone. Ed esco un po’ meno stupido e superficiale.

Entro in macchina e la spia che mi avvisava di qualche ignoto problema non si accende più. Cerco comunque il suo significato nel libretto dell’auto, tanto per capire se sarei esploso da un momento all’altro o se mi fosse caduto l’intero motore sull’autostrada. Dice che si tratta dei freni usurati.

In realtà, li avevo cambiati giusto tre giorni prima.

Badea Cartan, gennaio 2022

 




I videogiochi nell’era moderna, tra allarmismo e disinformazione

Da qualche tempo ormai ciclicamente leggo e sento in tv su quanto i videogiochi siano dannosi per le persone, in special modo bambini e/o ragazzi.

Parlo di allarmismo a ragion veduta, poiché vedendo il tenore dei servizi passati alla tv non posso fare a meno di pensare a quanto (non) siano stati sufficientemente pensati e documentati a riguardo.

C’è poi un discorso del tutto italiano, specie in alcune aree del nostro Paese, in cui per ragioni prettamente culturali i videogiochi vengono demonizzati e le persone che ne fanno uso categorizzate come “persone senza scopo nella vita”: retroterra culturali nei quali servizi del genere hanno una presa maggiore.

Ancora ricordo quando (avevo circa 11-12 anni) uscì la prima console che rivoluzionò il mercato dei videogiochi, la Nintendo 8 bit. All’epoca ricordo che la comprò mia cugina, e quando la vidi la desiderai al punto che iniziai a mettermi i soldini da parte per comprarla anche io. Quando i miei genitori lo seppero liquidarono la cosa con un laconico “per giocare no, al massimo ti compriamo un pc così impari a usarlo”.

E così fecero. Ad oggi ne comprendo le motivazioni, ma provateci voi a dirlo ad una bambina di 10 anni che smania appresso a Super Mario e ci fa ben poco con le motivazioni genitoriali se queste ostacolano la realizzazione di quel desiderio (e devo dire che a tal proposito mi sono poi rifatta circa 20 anni dopo!).

In alcuni tessuti sociali italiani il videogioco è “tempo buttato”, “ci giocano solo i bambini” (se è un adulto a giocare) ma anche “devi crescere, non puoi giocare tutto il tempo” se è un bambino a farlo (un po’ schizofrenico come ragionamento ma soprassediamo). Insomma, comunque vogliamo metterla, videogiocare è disdicevole a qualsiasi età.

In altri casi hai famiglie che utilizzano i videogiochi come “calmanti” per i figli, anestetizzandoli per giornate intere, che poi si lamentano se scoprono che i figli svuotano il conto in banca degli ignari genitori con microtransazioni su alcuni giochi, dato che oggi vanno molto di moda i cosiddetti “acquisti in-app” anche all’interno del mercato videoludico. Qua vien da sé che il problema principale, piuttosto che il figlio che svuota la carta, è del perché un ragazzino venga lasciato così senza controllo.

Da qualunque parte io cominci a valutare la questione mi balza sempre agli occhi il fatto che il videogioco sia diventato uno specchietto per allodole, laddove videogiocatori, parenti e/o società vogliono de-responsabilizzarsi di qualcosa. E’ un po’ come dire che mentre ti indico la luna tu continui a guardare la mia mano.

Il videogame è un simbolo. Un tramite, attraverso il quale si ricercano e trovano conforto, piacere, sollievo e in ultimo anche svago. E’ un tramite che può favorire relazioni, a volte sane, a volte no (ma questo chiaramente non è colpa del videogioco, bensì dei problemi delle persone).

Si fa riferimento ai videogiochi come istigatori di violenza o cause di una reclusione sociale, ma non si guarda mai il fenomeno al completo.

Non vorrei dilungarmi da un punto di vista psicopatologico sui coinvolgimenti dei videogiochi: è sufficiente dire che se una persona decide di restare chiusa in casa bisogna chiedersi perché, da cosa fugge, e in cosa il videogioco diventa un porto sicuro; se un bambino passa il tempo a videogiocare e mostra comportamenti insoliti bisogna chiedersi come si presentano i rapporti all’interno della sua famiglia, e cosa il bimbo scarica attraverso il gioco.

Da un punto di vista analitico transazionale, il videogioco rappresenta una forma di gratificazione di cui il Bambino (inteso come Stato dell’Io) ha bisogno. Parlo di Bambino nel qui-ed-ora, per cui contestualizzato in ogni momento e età della persona. In pratica ogni persona, se mostra inclinazioni per videogame o in generale per attività che implicano un’attività di gioco o divertimento, deve avere la possibilità di darsi il permesso di poterlo fare. Paradossalmente questo aspetto permette di comprendere quanto una persona sia equilibrata, e allo stesso tempo utilizzare (in un setting terapeutico) il videogioco stesso come strumento educativo. Una persona equilibrata, in grado di darsi permessi, protezione e potenza sa gestire il suo tempo sulla base delle attività quotidiane, sia lavorative che di svago. Per cui sa quando può concedersi qualche ora di divertimento o quando non è il caso. Questo perché dentro di sé lo stato dell’Io Adulto ha il pieno controllo esecutivo, e Genitore e Bambino lavorano di comune accordo gestendo tempo e spazio in maniera produttiva e funzionale. 

Di contro, una persona con l’Adulto contaminato può trovare giovamento, all’interno della terapia, dall’imparare a usare i videogame (simbolicamente parlando) per comprendere i propri Stati dell’Io e individuarne le disfunzioni, imparando a mettere ordine nella propria vita dandosi tempi scanditi da piaceri e frustrazioni. In pratica decontaminare l’Adulto e fornire nuove istruzioni (o modifiche delle vecchie istruzioni) al Bambino e al Genitore.

Come in tutte le cose “est modus in rebus”, per cui, invece di gridare “al lupo” tutte le volte, sarebbe più sensato chiedersi cosa impedisce di trovare quella misura; ma oggi si sa, il sensazionalismo va per la maggiore, per cui informarsi adeguatamente non porta mai grossi risultati rispetto alle notizie che arrivano direttamente al Bambino, o come viene più comunemente definito, “pancia”.






Conferenza Globale delle Donne Indigene

Partecipazione alla politica, impatto della violenza sulle comunità e difesa dei territori, sono questi i temi di cui si è parlato durante la seconda Conferenza Globale delle Donne Indigene. L’evento ha riunito, in forma virtuale a causa della pandemia, 500 leader di donne indigene provenienti da diverse regioni ed esperienze – parlamentari, artiste, donne delle Nazioni Unite, sindache e attiviste sociali –  per dialogare e rafforzare il loro movimento globale. Con l’obiettivo di riscrivere e definire una nuova tabella di marcia per tutto il mondo indigeno. Dalla metà di agosto ai primi di settembre un calendario fitto di dibattiti e workshop con un orizzonte comune: “Niente di noi, senza di noi”, per ottenere visibilità e scrivere una agenda politica globale. Dalle maori della Nuova Zelanda alle ambientaliste delle Filippine, dalle comunità del Burundi e dalle donne Twa del bacino del Congo alle nepalesi e alle donne Sami della Norvegia, alle donne Quechua, le Maya, le Mapuche, le Yucateco e le Otom delle tante realtà indigene dell’America latina.

Venticinque anni dopo la Dichiarazione e la Piattaforma d’azione di Pechino, considerata un punto di svolta per l’agenda mondiale sulla parità di genere, donne e ragazze indigene, seguite da poche osservatrici esterne, si sono date appuntamento per dire quello che vogliono, con l’idea di rafforzare l’organizzazione per il riconoscimento dei loro diritti, perché ancora si ritrovano a dover combattere la violenza strutturale e la discriminazione e l’emarginazione che le colpisce, spesso costrette da sole a contrastare l’espropriazione delle terre che abitano, la violenza ambientale, il cambiamento climatico e l’imposizione di progetti di sviluppo decisi per loro da altri. Con i loro sistemi di vita e cultura sempre sotto assedio e delegittimati dagli stati egemoni, provenienti da quei sistemi coloniali economicamente dipendenti dal saccheggio delle risorse naturali e oggi politicamente organizzati dal neoliberismo e dalla politica di mercato. Così come si legge nelle conclusioni dello “Studio globale sulla situazione delle donne e delle ragazze indigene”, allegato al kit di lancio della conferenza.

Secondo le informazioni raccolte dalle organizzazioni partecipanti, le popolazioni indigene rappresentano il 6,2% della popolazione mondiale, ma costituiscono il 15% delle persone più povere del mondo. Inoltre, mentre c’è stato un miglioramento nell’accesso all’istruzione per le donne e le ragazze in tutto il mondo, le donne indigene si trovano ancora a dover lottare per l’accesso all’istruzione di base in particolare in Africa e nella regione Asia-Pacifico, così come all’istruzione secondaria e terziaria in tutte le altre regioni dove vivono, una difficoltà legata alle gravidanze infantili, ai matrimoni forzati, all’imposizione di svolgere un lavoro anche se minorenni o spesso una discriminazione vera e propria, legata al razzismo.

In più per tutte le donne indigene, indipendentemente dalla loro posizione geografica o dalla situazione socio-politica, gli indicatori di salute assumono valori costantemente più bassi rispetto a quelli delle popolazioni non indigene, con una aspettativa di vita più bassa e tassi più alti per la morbilità e mortalità materna.

La pandemia ha esacerbato disuguaglianze già esistenti: i vaccini non raggiungono queste comunità e, nei pochi territori dove arrivano, l’importanza della vaccinazione non viene spiegata nella lingua nativa e l’uso del monolinguismo dei servizi pubblici non permette un accesso equo all’assistenza sanitaria. Anche nella sfera economica le donne indigene sono state particolarmente colpite, perché la maggior parte di loro è coinvolta in attività produttive del settore informale. In molti paesi per il coronavirus gli imprenditori hanno avuto sussidi dai governi per poter sostenere la propria economia, ma nel caso delle donne indigene e delle loro imprese locali, non c’è stato alcun sostegno. Aumentando un divario sempre più difficile da superare.

Aprendo la conferenza Tarcila Rivera Zea, ex-membro del Forum Permanente per le Questioni Indigene dell’ONU e fondatrice di Chirapaq, l’associazione formata da donne andine e amazzoniche, ha detto: “Sappiamo che ogni sorella, ogni donna indigena, in ogni angolo del mondo, in ogni comunità, lotta, si sforza e affronta situazioni perché i nostri popoli e le nostre culture sopravvivano, e molte volte non siamo visibili. Contribuiamo, collaboriamo, resistiamo attivamente, ma siamo spesso invisibili”.

Tutto quello che ha detto Tarcila Rivera Zea nasce dalla sua storia. Da lei bambina di dieci anni che ha iniziato a lavorare come collaboratrice domestica, a lei giovane donna che ha dovuto imparare lo spagnolo per sopravvivere in Perù. La ribellione che sostiene è iniziata con lei, con la sua vita materiale, e lo stesso si può dire per la tante altre donne che hanno raccontato le proprie storie e le troppe violenze subite. Violenze dovute alla militarizzazione dei territori, violenze fisiche, psicologiche, economiche e lavorative che si ripetono sia all’interno che all’esterno delle comunità indigene.

Incontrarsi e dare voce alle tante realtà rappresentate è stato utile per analizzare la continuità dei progetti politici globali, per capire come rafforzarsi e quali buone pratiche hanno dato sostenibilità finora, per capire come andare avanti. Come stabilire nuove alleanze tra le loro comunità, il loro movimento, e altri settori. Come avviare un dialogo con le autorità invitate per dare eco agli accordi e alle risoluzioni che sono emerse come spazio di advocacy e per dare risonanza alle tante che chiedono di sradicare il razzismo e la discriminazione che si esprime nell’esclusione, nella negazione dei diritti e nell’invisibilità.

“Non siamo esotiche, non siamo folklore, siamo popoli con vita”. Essere indigene è una ricchezza per tutte loro, ma sembra che per il sistema formale sia ancora una fonte di vergogna. O comunque di disinteresse.

Questo articolo è stato già pubblicato sulla rivista Left

 





Città femministe

Articolo già pubblicato su Left

A chi appartiene lo spazio urbano? Le città che abitiamo sono a misura di uomo o di donna? O, per dirla meglio, le città rispondono ai bisogni di tutte le persone che le compongono? La pianificazione urbana certo non è mai stata neutra. Quando 30 anni fa nelle grandi città spagnole sono state fissate le linee guida per la mobilità si è pensato di più a soddisfare un cittadino standard che era maschio, bianco e di classe media. Così le strade e lo spazio pubblico sono state associate alle attività produttive, un tempo svolte soprattutto dagli uomini, e alle automobili che venivano usate per spostarsi verso i luoghi di lavoro. In questo modo si è avviata una narrazione urbana declinata al maschile che ha portato a un disegno delle città dove le donne venivano pensate nelle case, dedite solo alla vita familiare.

Ancora oggi nonostante la massiccia incorporazione delle donne nel mondo del  lavoro, l’area urbanistica delle principali città spagnole stenta a proporre una soluzione alle difficoltà delle donne nel combinare la loro vita professionale e familiare, quel ruolo di caregiving che spesso sono costrette a svolgere e che non prevede solo una mobilità lineare con un punto di partenza e uno di arrivo, ma molti di più. Sono soprattutto le donne che nel tragitto da casa al luogo di lavoro devono accompagnare figli e figlie a scuola, poi quando escono dal lavoro devono ricordarsi di andare al panificio o dal fruttivendolo per comprare quello che trasformeranno in pranzo o cena, devono ripassare dalla scuola per riprendere figli e figlie, devono trovare anche il modo e il tempo di andare dal medico per accompagnare un genitore anziano o un parente non autosufficiente. Poi, quando possono, raggiungono anche il parco o il giardino più vicino per portare a spasso il cane.

A Madrid come a Barcellona, a Valencia o Siviglia, la forma urbanistica è spesso il risultato e la prova dello stretto legame tra patriarcato e capitale. Nei diversi spazi che abitiamo – le case, le strade o le piazze – il modello urbano risponde principalmente alle esperienze e ai bisogni di un soggetto maschile considerato più redditizio e a un modello economico basato sullo sfruttamento. Così poco alla volta, seguendo questa logica, l’urbanistica e l’architettura hanno favorito l’esclusione dallo spazio urbano delle donne e di altre soggettività non egemoniche, come le persone razzializzate, gli anziani, i bambini o le persone con diversità funzionale.

Di fronte a questa concezione della città, che costringe le persone che la abitano ad affrontare grandi spostamenti quotidiani, privilegiando l’uso di veicoli privati, e concepisce le strade come luogo di transito e non di incontro, è emersa l’idea dell’urbanistica femminista e dell’urbanistica inclusiva, che racchiude i contributi di vari campi dell’urbanistica e dell’architettura sulla proiezione di città sostenibili, adatte alla vita quotidiana e centrate sui bisogni delle persone. Negli ultimi tempi è aumentata la richiesta di progetti che rivendicano la necessità di pianificare le città dando priorità alla mobilità necessaria alla cura, principalmente responsabilità delle donne e proprio per questo spesso invisibile, in opposizione alla supremazia della mobilità lineare, cioè quella da casa al lavoro, che mette al centro gli aspetti produttivi e remunerativi, tradizionalmente legati agli uomini.

Ce lo chiede l’Europa quando parla di transizione ecologica e sostenibilità? Città come Vienna o Parigi sono andate oltre la progettazione e hanno già realizzato zone urbane “ dei 15 minuti” basate sul concetto di prossimità, dove il lavoro, i negozi, l’assistenza sanitaria, l’istruzione, il benessere, la cultura, lo shopping e il divertimento possono essere tutti raggiungibili entro quindici minuti da casa propria, a piedi o in bicicletta. La pandemia, il cambiamento climatico e molte altre sfide dimostrano che il mondo ha bisogno di solidarietà, azione collettiva e capacità di lavoro interdisciplinare. La crisi del covid-19 ha esacerbato le disuguaglianze nei confronti delle persone vulnerabili, comprese le donne e le ragazze, ma ha esaltato il loro ruolo predominante nella risposta alla pandemia. Le ha rese consapevoli del divario tra la città costruita e la città che la vita quotidiana richiede per svolgere tutti i suoi compiti. In contrasto con quanto realizzato finora mettere la cura e la socializzazione al centro della progettazione incoraggerebbe tutti, forse anche gli uomini, a partecipare a questi compiti.

In Spagna collettivi di urbaniste femministe come Dunak Taldea nel nord del paese o il Col·lectiuPunt 6, formato da architette e sociologhe riunite in una cooperativa con sede a Barcellona, o UrbanIn+, per l’urbanismo inclusivo, da anni reclamano il recupero dello spazio pubblico,  per garantire il diritto alla città e per costruire città inclusive e socialmente emancipate che incorporino le esperienze e i bisogni del luogo e delle persone che usano e vivono nei loro spazi. Nella pianificazione urbana, la visione femminista delle città spagnole si sta facendo strada nelle istituzioni dopo oltre vent’anni di lotta in ambito accademico e professionale. L’analisi parte dalla consapevolezza che la pianificazione urbana non è neutrale rispetto al genere e che è arrivato il momento di ribaltare le principali linee guida di pianificazione urbana che hanno dato priorità alle esigenze del genere maschile. Si tratta di mettere la vita delle persone al centro delle decisioni urbane. Urbanistica di genere o femminista? Si parla di urbanistica femminista e non solo di urbanistica con una prospettiva di genere perché sebbene il genere sia uno strumento analitico che permette di rendere visibili le differenze negli usi degli spazi dovute al fatto di essere donne e uomini, e i compiti, gli stereotipi e i ruoli attribuiti a ciascuno, si vuole fare un passo in più e si vuole analizzare come questi ruoli di genere influenzano e hanno implicazioni dirette nelle decisioni urbane.

L’impegno è quello di trasformare la società ripensando gli spazi, perché anche gli spazi contribuiscono a plasmare le realtà. Le città progettate dall’urbanistica femminista non pensano solo alle donne, non c’è un disegno che si riduce alle “cose che riguardano le donne”, ma cerca di incorporare una visione intersezionale che parla di problemi universali. La sfida è tener conto della diversità di genere incrociata con altre variabili identitarie, come l’età, l’origine, l’identità sessuale, il tipo di unità di convivenza in cui si vive, la classe sociale, la diversità funzionale, e così via. E come queste variabili si intersecano e si materializzano sotto forma di privilegi e oppressioni nella città e negli spazi che vengono utilizzati. Non c’è altra scelta che reinventare le città e introdurre la diversità delle esperienze e delle necessità in qualsiasi  progetto di pianificazione urbana, perché non è la stessa cosa vivere e sperimentare la città per un giovane adolescente omosessuale di origine straniera, come per una donna anziana, quasi ottantenne, che vive da sola e deve muoversi con un girello negli spazi pubblici o ha bisogno di una panchina dove sedersi ogni 200 metri.

 

 

 





Violenza sulle donne. 1906: cronache dagli Stati Uniti

L’anno è il 1906 e il giornale è L’Illustrazione Italiana, settimanale ad ampia diffusione, edito a Milano da Treves che, con le sue belle tavole in xilografia e fotografia, si ispira a modelli inglesi e francesi (The Illustrated London News e L’Illustration). Tra le notizie varie, di attualità e di costume, della rubrica Corriere, curata dal giornalista Alfredo Comandini (si firma Spectator), nelle prime pagine del n. 10 dell’11 marzo, si affaccia una questione che in Italia, in quel primo Novecento, trova qualche spazio nelle aule dei tribunali, ma viene ignorata dalla carta stampata: «La cronaca quotidiana torna a rimpinzarsi di brutti delitti coniugali. Di preferenza sono mariti che ammazzano le mogli. Noto, per l’onore del gentil sesso, anche una moglie che accoltella ferocemente il marito».
Una coincidenza casuale: siamo alla vigilia dell’8 marzo (la rubrica è datata 7), ma la Giornata della donna ancora non c’è. La proposta sarà lanciata tra qualche anno, nel 1910, dal congresso internazionale delle donne socialiste, su iniziativa delle delegate americane, ripresa da Clara Zetkin, dirigente della sinistra socialdemocratica tedesca. E passerà ancora molto tempo prima che l’appuntamento si stabilizzi ovunque all’8 marzo.
«A tutti questi dannati nel cerchione della disperazione coniugale, dedico, fresca fresca, una paginetta di curiosità americane», scrive Spectator, che – con qualche sgradevole scivolata di cattivo gusto (ma siamo nel 1906 e il suo pubblico è la buona, medio-alta borghesia, che certo non brilla per progressismo) – apre uno spiraglio sul trattamento dei casi di violenza sulle donne negli Stati Uniti. La prima «curiosità americana» viene dal Congresso: «La Camera dei rappresentanti in Washington, ha respinto quindici giorni [or] sono, quasi all’unanimità, un progetto di legge di Adams, deputato della Pensilvania [sic], tendente ad assoggettare alla pena della frusta qualunque uomo risultasse responsabile di percosse inferte ad una donna». «Va notato che Adams è scapolo», commenta Spectator, certo di strappare ai lettori un sorriso di complicità, mentre «la maggioranza dei deputati al Congresso nord-americano è di ammogliati, e si capisce che la legge sia stata respinta».
«Ma non bisogna credere che i mariti, agli Stati Uniti, possano impunemente applicare il proverbio: “Chi batte ama”», continua il pezzo, introducendo la seconda «curiosità». «In certi Stati della Confederazione esistono leggi durissime a tutela esclusiva dell’incolumità personale delle mogli. Se debbo credere al World, un ricco gioielliere dello Stato di Alabama è stato condannato or ora a 75 dollari di multa [al valore attuale si dovrebbe trattare, più o meno, di 1700 euro] per avere bastonato troppo spietatamente la propria metà». Poi Spectator completa la notizia, senza evitare una battuta che ritiene spiritosa: «Una lezione a certe mogli può ben valere 75 dollari; ma il ricco gioielliere è stato condannato, per giunta, a due mesi di lavori forzati; ed i suoi concittadini hanno la soddisfazione di vederlo ogni mattina, in mezzo a forzati negri, spazzare le strade e spingere la carretta dell’immondizie trascinando ai piedi una catena più fastidiosa della catena coniugale».
Due parole, infine, sul deputato della Pennsylvania Robert Adams, che avrebbe voluto mettere mano alla frusta. Esponente del Partito repubblicano (ai suoi tempi su posizioni liberal-progressiste: era ancora il «partito di Lincoln»), era stato eletto alla Camera dei rappresentanti nel 1893, dopo un passato di politico locale e una breve esperienza diplomatica in Brasile. La proposta registrata negli atti parlamentari, frutto evidentemente di uno scatto di indignazione e con ogni probabilità soltanto provocatoria, sembra essere l’unico passaggio significativo di una biografia politica non particolarmente brillante. Certamente fu l’ultimo: pochi mesi dopo, a 57 anni, Adams si suicidò, sparandosi un colpo di pistola, travolto da sfortunate speculazioni finanziarie.

 





Strumenti in psicoterapia: la Fototerapia come linguaggio alternativo

La psicoterapia è relazione (nello specifico una relazione di cura), e come tale può usufruire, per dispiegarsi e mantenersi, di diverse modalità di comunicazione.

La particolarità della relazione terapeutica è quella di avere uno “scheletro” ben definito, dato da una cornice teorica di riferimento precisa, e da linee guida tecniche da cui a volte è difficile prescindere. Accanto a questi elementi più o meno stabili vi è una variabile determinata dal canale comunicativo utilizzato che diventa peculiare e tratto distintivo di quel rapporto specifico e che, in un altro rapporto, può invece avere poco o nessun senso. Tutto ciò è reso possibile dal fatto che ogni persona ha un canale comunicativo prediletto (scelta formatasi a seguito delle esperienze nella prima infanzia) attraverso cui i significati vengono compresi e ricordati; il cliente ci mostra, nella relazione terapeutica, quel canale invitandoci ad utilizzarlo per entrare in sintonia, capire ed essere capiti. Personalizzare la comunicazione con ogni specifica persona vorrà dire renderla più efficace utilizzando taluni strumenti e simboli al posto di altri.

La bontà di un terapeuta risiede, tra le altre cose, nella sua continua ricerca e disponibilità a padroneggiare nuove forme comunicative che possano ad esempio agevolare percorsi terapeutici “difficoltosi” o che hanno bisogno di trovare un nuovo linguaggio per comunicare nuove difficoltà.

Una di queste forme di comunicazione è la fotografia, che può essere usata in qualità di facilitatore della comunicazione. La fotografia è memoria, simbolo, desiderio e necessità. Come oggetto transizionale essa porta con sé ricordi, emozioni, significati molte volte più complessi e completi di quanto le parole riescano ad esprimere. Attraverso la fotografia un luogo o momento congelato nel tempo prende vita, dando l’impressione a chi osserva di trovarsi di fronte ad una testimonianza oggettiva della realtà, dimenticando che essa non è altro che una sua costruzione simbolica avvalorata dall’esperienza soggettiva di chi la sceglie.

In terapia capita a volte (molto più spesso di quanto uno possa immaginare) che il linguaggio verbale possa non bastare più. Qualcosa si è rotto in un punto così profondo e così in là nel tempo, quando ancora la nostra capacità comunicativa non era basata su ciò che diciamo, ma era costituita sostanzialmente da ciò che viviamo e sentiamo (nel qui-ed-ora del momento), ciò che siamo nel corpo. Ecco che allora molti significati non trovano espressione nella parola ma in simboli pre – verbali nascosti ad esempio in una foto.

In questi momenti e in questi casi per me, in qualità di terapeuta, la fotografia rappresenta quasi una nuova relazione, per molti aspetti più intima e sicuramente diversa. Entrare in punta di piedi nella vita di una persona attraverso le parole si trasforma in un coinvolgimento totalizzante fatto di corpi, luci, ombre e sfocature, momenti congelati nel tempo, espressioni, emozioni e posture che risuonano sia nella persona che ce le mostra per un motivo specifico, squisitamente personale, sia dentro di noi, in ciò che magari di diverso possiamo osservare e che può diventare una chiave di lettura mai esplorata prima di questo momento.

L’esplorazione dell’inconscio attraverso immagini e fotografie crea un’esperienza emotivamente molto forte poiché la narrazione di una storia cede il passo alla drammaticità del momento con tutta la sua carica emotiva intatta che si rovescia nel qui-ed-ora. Momenti congelati nella persona stessa, non solo nelle foto amate / odiate; attraverso esse riusciamo a mettere nuovamente insieme i pezzi di qualcosa che si agita al di sotto della coscienza.

Nella mia esperienza come terapeuta l’uso delle fotografie è limitato (con diverse variabili) a poche situazioni, in cui ad esempio si è reso necessario dare voce a qualcosa che non conosceva parole. Ancora adesso, nel ripensare ad alcuni di quei momenti mi commuovo nell’entrare in contatto con l’impatto di quelle emozioni autentiche così vivide e travolgenti.

Non credo sia necessario sottolineare il fatto che in terapia ciò che viene analizzato di una foto, o di una immagine generica, non è l’aspetto stilistico e artistico quanto ciò che rappresenta per la persona stessa e i legami che essa stabilisce con il subconscio di questa; paradossalmente una foto “brutta” può essere scelta e acquisire significato proprio per questo motivo.

Concludendo, lavorare con le fotografie ha per me una duplice valenza: superare il velo delicato e sottile della narrazione, entrare in contatto diretto con la vita inconscia della persona e portare il legame terapeutico ad una intimità maggiore (o forse questa ne è la causa più che una conseguenza);costruire una tolleranza emotiva maggiore del solito (da parte del terapeuta), in quanto il contatto immediato con certi tipi di contenuti non schermati dalla narrazione necessita di una capacità di stare con se stessi, le proprie e le altrui emozioni più forte e reattiva del solito. Questo è il motivo per cui è uno strumento molto utile e al contempo molto delicato da utilizzare e padroneggiare.





VICINE DI CASA, VICINE AL MONDO

Trent’anni di centro antiviolenza e quindici anni di Festival della Violenza illustrata per cambiare il mondo a partire dalle singole donne. Un bel compleanno per la Casa delle donne di Bologna che in questi decenni «ha visto passare oltre 12mila donne, ognuna di loro con una sua storia, importante, unica, di sofferenza ma anche di felicità per una nuova vita da ricostruire” come racconta Anna Pramstrahler, una delle socie fondatrici della casa e co-ideatrice del Festival: «siamo riuscite a costruire un centro autonomo e femminista, siamo tutte donne, formate, motivate, con una forte spinta politica a non volere considerare la violenza maschile contro le donne un problema “psicologico” come fanno i servizi istituzionali. È una questione globale, strutturale, una questione di potere tra i generi». E l’anno della pandemia lo ha confermato.

«L’emergenza sanitaria ha colpito in primo luogo le donne, questo ormai è chiaro e lo affermano anche fonti ufficiali: la povertà è aumentata e la cura di figli, anziani etc è tutta in mano alle donne. Gli episodi di violenza, soprattutto nei due mesi di chiusura totale, sono stati resi ancora più drammatici dal fatto che le donne non potevano chiedere aiuto, perché erano controllate 24 ore su 24 – continua Pramstrahler – Ma immediatamente dopo hanno chiesto aiuto ai Centri antiviolenza, anzi per noi i numeri sono notevolmente cresciuti. In più, moltissime delle donne povere, precarie, che hanno perso il lavoro a causa della violenza o della separazione, lavorano proprio nei servizi di cura e sono doppiamente svantaggiate”. Un motivo in più per confermare l’edizione 2020 del Festival anche se in versione completamente online, che sintetizza nel titolo “Vicine di case” una forte pratica femminista: «se la pandemia ci costringe a stare lontane, almeno fisicamente, noi abbiamo detto no. Noi siamo vicine alle donne, stiamo vicine tra noi perché solo così possiamo vincere questo momento difficile. Con “case” intendiamo la Casa delle donne ma anche le case delle altre donne o quelle delle associazioni e reti di donne, la nostra comunità. L’immagine del Festival ci è stata regalata dalla illustratrice Sara Colaone e ci ha fatto quasi ridere: tutte noi, donne, amiche, vicine, allegre, con voglia di fare, di parlare, di condividere. Tutte cose che non possiamo fare, ma nonostante i contatti fisici limitati progettiamo lo stesso un mondo comune con le donne».

Il festival parte da Bologna ma parla all’Italia e al mondo anche aderendo alla campagna Onu #16daysOfActivism, «16 giorni di attivismo contro la violenza di genere». Dal 25 novembre (Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne) al 10 dicembre (Giornata Mondiale dei diritti umani) il programma si svilupperà in 14 eventi on-line fra seminari, dibattiti e presentazioni di libri e due mostre: Uncinetto e mani di donne (Centro Lame, Bologna) dedicata a Nadia Murat (Premio Nobel 2018) e Sogni Vestiti e 100 Scarpe rosse per dire basta alla violenza sulle donne (Centro Nova, Bologna).

Un festival condiviso e reso possibile dalla tenacia di un gruppo di femministe che trent’anni fa non ha avuto paura di toccare con mano la realtà della violenza e che non ha mai mollato, convinte oggi come ieri che «la battaglia per tutte le donne deve continuare, creando alleanze anche con chi tra le donne occupa posti di potere – conclude Pramstrahler – e la pandemia può essere un’occasione per un grande cambiamento, che deve venire dalle donne».

Tutto il programma su https://festivallaviolenzaillustrata.it/

 

 

Immagine di copertina © Patrizia Pulga





Il piccolo motore del Manifesto e la scintilla del movimento operaio

Non sorprende, ma comunque emoziona e fa piacere lo straordinario e diffuso riconoscimento avuto da Rossana dopo la sua morte.

Mi ostino a pensare che non rappresenti solo un omaggio alla sua straordinaria persona, alla sua intelligenza e cultura, ma anche un riconoscimento dell’importanza che ha avuto, sebbene sconfitta, l’impresa politica collettiva, a cui diedero vita lei e il gruppo storico, fondatore della prima rivista il Manifesto.

Non è giusto separare Rossana da questa storia. Fondatori e fondatrici della rivista, una volta radiati dal Pci, capirono che per continuare ciò che avevano iniziato era necessario raccogliere e organizzare la diffusa domanda di base che la loro cacciata dal Pci aveva suscitato. Una domanda che non veniva solo dalle e dai militanti comunisti, ma anche da tanti gruppi organizzati di studenti e operai formatisi nelle lotte del ’68 e nella diffusa insubordinazione operaia dei primi mesi del ‘69.

Penso alla discussione nel collettivo operai studenti di Bologna, quando, nell’ottobre del ‘69, proposi di far confluire nel Manifesto la nostra esperienza. Ricordo che l’unica obiezione che mi fu fatta, soprattutto dagli operai del collettivo, fu quella di verificare se il gruppo storico era intenzionato a trasformare ciò che scriveva sul mensile in una presenza organizzata nei territori e nelle lotte. La paura che fossero “intellettuali slegati dalle masse” come da più parti si insinuava, svanì con la scelta di dar vita in tutto il territorio ai centri di iniziativa del Manifesto.

Faremmo un torto non solo a Rossana e a tutto il gruppo storico, ma anche alle tante e tanti che hanno condiviso l’impresa, considerare il Manifesto solo un giornale e i suoi militanti solo coloro che in questi 50 anni gli hanno permesso di nascere quotidianamente.

Sarebbe una visione impoverente che finirebbe per ridurre in lettrici e lettori passive/i le migliaia di donne e uomini che in tutt’Italia provavano ogni giorno, a costruire o almeno influenzare i conflitti operai e sociali a nome del Manifesto.

Ricordare questa parte non significa nascondere le discordanze che ci hanno diviso, tantomeno il dibattito sul tipo di organizzazione da costruire, dimenticare ad esempio quanto lei insistesse sulla nostra provvisorietà, sull’esigenza di non apparire come una forza scissionista.

Non aveva senso mettere in moto il piccolo motore del Manifesto, se poi la forza che si riusciva a sprigionare, non contribuiva ad avviare un processo più vasto, una generale rifondazione del movimento operaio italiano e in particolare del partito comunista.

Strettamente collegata all’idea della nostra provvisorietà era l’idea di rivoluzione sociale, ricca cioè di istituti intermedi, come i consigli, dove i soggetti sociali consolidavano conquiste e prefiguravano già le caratteristiche, le relazioni della nuova società a cui aspiravano.

Le nostre erano ambizioni grandi, che gli altri gruppi della nuova sinistra, in particolare Lotta Continua, scambiavano per opportunismo e cedimenti al Pci. Non hanno mai compreso che era questo l’unico modo per smettere di “predicare” la rivoluzione e impedire che le avanguardie più radicalizzate si separassero dalle masse.

Solo una rifondazione generale della sinistra italiana poteva aiutare a creare le condizioni, politiche, sociali e culturali, per mettere in discussione concretamente il capitalismo e cogliere l’occasione aperta dalla radicalità delle lotte operaie e studentesche. Così, come solo abbandonando l’attesa dell’ora ics, del potere come qualcosa da prendere, il socialismo a cui stavamo riflettendo avrebbe fornito risposte convincenti, di partecipazione e autogoverno, alle rivoluzioni fino a quel momento realizzate e miseramente fallite.

Non è che non fossimo consapevoli della sproporzione che c’era fra ciò che concretamente eravamo e le ambizioni che ci animavano. Proprio per cercare di colmare questo divario fummo costretti a procedere per continue accelerazioni, di cui la più ardua e sicuramente la più riuscita, fu quella di ideare nel ‘70 un giornale quotidiano, uno strumento autonomo che ogni giorno dall’aprile ‘71, oltre che nelle edicole, veniva diffuso dalle e dai militanti del Manifesto davanti alle fabbriche e nei quartieri.

È giusto dire che Rossana non la si può tirare da tutte le parti, Rossana comunista, quella operaista, femminista, ambientalista, ma certo è molto difficile separarla da questo progetto politico.

Mi si dirà che dagli anni ’80 quel Manifesto non esiste più, che la rottura politica fra Magri e Rossanda ha fatto nascere nuove ipotesi. È vero, abbiamo camminato su strade diverse, il partito da una parte e il giornale dall’altra, eppure nel ‘99, sull’onda del movimento pacifista mondiale e dei social forum, su iniziativa di Filippo Maone si fondò la seconda rivista del Manifesto, un collettivo in cui tardivamente l’intera sinistra comunista si ritrovò, da Ingrao passando per Tortorella, Chiarante, Bertinotti, insieme con Magri, Rossanda, Pintor, Castellina e Parlato.

In questa mia ostinata rivendicazione c’è solo la convinzione che riflettere sull’intera nostra storia potrebbe offrirci indicazioni utili per contribuire a ricostruire una soggettività all’altezza del presente, a smuovere la rassegnazione con cui ogni giorno subiamo i negativi rapporti di forza che si sono determinati in larga parte del mondo.

In fondo non è a questo che Rossana pensava a più di novant’anni quando, rientrata da Parigi, provò a proporci di fare un inserto da inserire nel Manifesto?

articolo già pubblicato su il Manifesto il 14.10.2020