16 Novembre 1992. I Metallica, 4 ragazzi e un’amicizia senza fine.
Ci sono notti tranquille, agitate, anonime. Ci sono notti travolgenti, ansiose o ricche di speranza. Ci sono notti dove qualcuno decide di andarsene per sempre e poi ci sono quelle che non si dimenticheranno mai. Il 16 novembre 1992 fu una di quelle…
Intendiamoci, dopo ne ho vissute altre indimenticabili e forse anche più belle, ma quella notte fu, semplicemente, la prima. Avevo 17 anni, avevamo 17 anni, eravamo fatti di rabbia, rivincite, sogni adolescenziali di riscatto, erano anni verde smeraldo, ma 17 anni possono essere pericolosi, soprattutto se decidi di chiuderti in una riserva protetta fatta di 4 amici uguali e diversi da te, che hanno, come linea di confine nei confronti del mondo, assoli fulminanti e ritmi sincopati. Se eri un adolescente complicato e terrorizzato dal futuro, con più complessi di quelli che ascoltavi, al quale bastava un sorriso mancato di una ragazza per sprofondare in un abisso nero, la necessità di un appiglio, di una bandiera da sventolare che da una parte urlasse al mondo la tua esistenza, e dall’altra ti difendesse da quel mondo ostile, era una questione vitale. Quella bandiera era, è, ancora oggi, la musica metal e, nel 1992, il Metal erano i Metallica, quattro cavalieri vestiti di nero che arrivavano da San Francisco per indicarci la via, la strada da percorrere per esistere, erano il nostro riscatto, il modo che avevamo trovato per dire: noi esistiamo. Avevano cinque dischi alla spalle, quattro dei quali molti di noi consideravano come vangeli (Kill’em All – Ride the Lightning – Master of Puppets – and Justice for All), più un quinto, il “Black Album”, di cui parlerò più avanti…
Il 16 novembre 1992 i Metallica sarebbero arrivati a Roma per tenere un concerto, l’evento che tutti noi aspettavamo da anni, sarebbe stato il giorno dei giorni, fu così e fu perfetto.
Di quel giorno vi potrei raccontare ogni singolo minuto, che tempo facesse, come fossi vestito, che odore avesse l’aria, il tuffo al cuore quando mia mamma firmò la giustificazione per uscire prima da scuola, era un lunedì ed io e i mei amici dovevamo essere l’avanguardia che prima di tutte arrivasse davanti ai cancelli del palaghiaccio di Marino per omaggiare i nostri dèi pagani. Vi potrei raccontare tutto, cosa che in parte ho fatto, ma ci sono degli attimi che ancora oggi, che di anni ne ho quasi 45, ancora mi accompagnano. La corsa ai cancelli, gli spintoni per accaparrarsi le prime file, la fanzine ufficiale tra le mani, l’attesa infinita in un caldo innaturale dovuto a diecimila metalkids radunati come fossero un’unica, invincibile armata.
James Hethfield, finalmente, saliva le scale che lo portavano sul palco e la mia testa esplodeva, lui era lì, esisteva davvero ed era lì per me e per i miei amici. Il cuore cedeva al primo colpo di batteria di Lars Ulrich, era il segnale che la battaglia era cominciata e che per quelle tre ore tu saresti stato il vincitore, non avresti potuto perdere finché Kirk Hammett avesse continuato a suonare la chitarra e Jason Newsted il basso. Ogni singola canzone si legava ad un ricordo unico, cementava i cuori di quattro ragazzi che erano lì sì, per i Metallica, ma anche e soprattutto per l’amicizia che li legava, i quattro cavalieri neri non facevano altro che farla diventare indistruttibile. Indistruttibile, questa amicizia, la rendevano anche le lacrime dei miei occhi quando le note di “Fade To Black” avvolgevano il palazzetto, e erano gli stessi occhi che incrociavo cercando i miei amici, occhi lucidi come per tutte le volte che quella canzone mi aveva fatto sprofondare nell’abisso insieme a loro, per tutte le volte che avevamo cercato la nostra parte più bella, ma lei se ne era andata. Ma se a 17 anni piangi per una canzone vuol dire che ti stai facendo una promessa per il futuro, la promessa più dura, quella che ci saremmo sempre stati, e dopo 26 anni posso dire che quel tacito patto sancito sotto il palco, è stato rispettato.
Quella notte però gli occhi erano stati anche molto altro, erano stati anche paura, la gioiosa paura di essere travolti da teste e gomiti sconvolti dalle note di “Creeping Death”,” Master of Puppets”, “Last Carees” e “One”
26 anni dopo i Metallica, almeno per scrive, sono finiti, fermati dal tempo e dalle mode dettate da sedicenti fashion blogger, e soprattutto uccisi dal loro quinto album, il disco “capolavoro”, quel “Black Album” che li aveva lanciati nell’olimpo degli immortali ma che aveva lasciato indietro noi. Il “Black Album” era stato vissuto come un tradimento di un patto di sangue, un patto che diceva che noi non saremmo mai stati come tutti gli altri, i Metallica e i loro fans sarebbero stati sempre “altro”, né migliori né peggiori, ma semplicemente diversi. Saremmo stati sempre dalla parte sbagliata, quelli che alle feste si mettevano vicini alle tende per rendersi invisibili a mondi che non capivamo e che non volevamo capire, non saremmo mai stati moda. Invece no, il “Black Album” aveva spalancato il nostro mondo ai nemici, “Nothing else matters” era finita su radio Dj, per gli altri non eravamo più gli alieni.
Il nostro posto nel mondo alla fine lo abbiamo trovato e quel concerto di risate, lacrime e promesse era stato il primo passo di un cammino difficile ma fatto sempre insieme a quei quattro, perché nonostante il tempo, gli album sbagliati, i cambiamenti, gli errori e le vittorie, James Hethfield quelle scale le sta salendo ancora, perché nessuna promessa può essere mantenuta se non viene continuamente rinnovata…
Questo articolo è dedicato alla memoria di CLIFF BURTON (Castro Valley, 10 febbraio 1962 – Ljungby, 27 settembre 1986), primo, storico e inarrivabile bassista dei Metallica.
“Quando un uomo mente uccide una parte del mondo Queste sono le pallide morti che gli uomini chiamano erroneamente le loro vite Non riesco a sopportare di dover testimoniare tutto questo Il Regno della Salvezza non può portarmi a casa”
to live is to die
“To Live is to Die” è la canzone che i Metallica hanno dedicato a Cliff dopo la sua morte causata da un incidente stradale in Svezia, mentre la band era in tour. Le parole sono in gran parte prese da una poesia scritta dallo stesso Cliff poco prima di morire.
L’ultima frase dalla canzone “cannot the Kingdom of Salvation take me home” è incisa sulla tomba di Cliff.
Immagine tratta da https://www.rollingstone.it161
A Carlo, Emanuele, Gianluca, Maurizio…loro sanno perché
Concerto Grosso per i New Trolls.
In collaborazione con Artevitae, Diatomea è lieta di ospitare oggi Luca Tizzi con il suo articolo“Concerto Grosso per i New Trolls ”.
Buona lettura!
ArteVitae è una rivista online che, come Diatomea, ha lo scopo di divulgare e promuovere l’arte in ogni sua forma e contenuto. L’idea della collaborazione nasce dalla volontà di offrire ai nostri lettori un’assortita selezione di argomenti e contenuti, attraverso la pubblicazione di articoli scelti dalla nostra redazione tra quelli già pubblicati o in via di pubblicazione su ArteVitae, con lo scopo di ampliare e variegare la già ricca proposta editoriale del Blog #diatomea, contaminandola attraverso una forte sinergia tra le due redazioni.
“Libere Divagazioni di Luca Tizzi. Concerto Grosso per i New Trolls di Luis Enriquez Bacalov un disco che fonde musica barocca e rock in un insieme perfettamente riuscito”.
Concerto Grosso – La Copertina
Le scuole medie le ho fatte alla Niccolò Machiavelli di Firenze, proprio di fronte a Palazzo Pitti, che c’entra questo? Niente, da qualche parte si deve pur cominciare. E’ un antico palazzo dove adesso, al posto della scuola media, c’è l’Accademia Italiana di Arte Moda e Design, ma anche questo c’entra poco, importa invece il fatto che una mattina, durante una pressoché inutile ora di musica, quell’ora, assieme a quella di religione, che viene adoperata per familiarizzare con i compagni di classe al modico prezzo di un flauto dolce Yamaha in plastica, la nostra insegnante entrò, aiutata da un bidello, portando con se uno scatolone.
Lo aprì e dentro c’era uno di quei giradischi del Reader’s Digest di un triste colore grigio. Lo appoggiò sulla cattedra, inserì la spina nella presa di corrente e, sempre da dentro lo scatolone, tiro fuori un vecchio LP.
Gli LP, abbreviazione dell’inglese Long Playing, si chiamavano anche 33 giri ma LP faceva più British, più figo insomma, erano quei dischi in vinile che duravano circa 45 minuti e contenevano più brani musicali, o un intero concerto.
Aveva la copertina nera e viola con disegnata sopra una struttura architettonica settecentesca con orchestra e danzatori se non ricordo male. Tolse il disco dalla copertina lo mise sul giradischi e spense la luce non prima di averci chiesto di accostare le persiane. Iniziò la musica, quel disco era il “Concerto Grosso Per I New Trolls“.
Il concerto, composto da Luis Enriquez Bacalov, è diviso in tre brani ed è un insieme perfettamente riuscito di musica barocca e rock, senza timore di essere smentito si può affermare che l’album è un capolavoro di Rock Progressivo Italiano.
Il primo brano, allegro, è l’unico interamente strumentale, la musica dell’orchestra si fonde perfettamente con i fraseggi della chitarra elettrica del flauto, suonati rispettivamente da Nico di Palo e Vittorio De Scalzi.
Il Secondo brano, un adagio, è molto lento ed è cantato in inglese, quando l’atmosfera barocca giunge alla fine il testo recita i versi dell’Amleto “To Die, To Sleep Maybe (Perchance) To Dream“, “Morire, Dormire, Forse Sognare“. L’ultimo brano del concerto, cadenza-andante con moto, inizia con un assolo di violino sul quale entrano gli altri archi dell’orchestra e infine il gruppo rock che riprende la frase shakesperiana, un brano romantico pieno di virtuosismo.
L’album continua con “Shadows”, un omaggio a Jimi Hendrix e, sul lato B, “Nella Sala Vuota”, un pezzo interamente improvvisato in sala di registrazione.
Non conoscendo la musica non so esattamente quale sia il reale valore del concerto grosso, da appassionato ascoltatore ritengo che sia un perfetto lavoro di fusione tra musica rock ed orchestra.
Perché vi ho voluto parlare di questo disco, semplicemente perché iniziai a risparmiare sulla paghetta settimanale fino a quando, per il mio compleanno e aiutato dai miei, riuscii a comprarmi il primo impianto stereo; era composto da un piatto della Scott con una puntina della Shure, un amplificatore Mitsubishi e delle casse ESB, ho ancora tutto e ancora tutto funziona anche se adesso è finito in uno scatolone come quello dell’insegnate di musica. Non avevo dischi da ascoltare ma appena ebbi i soldi per comprarne uno acquistai il “concerto grosso”, il mio primo disco.
La passione per le cose belle va insegnata, grazie professoressa di cui non ricordo il nome.
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Billy Strayhorn. La libertà di amare
Nato il 29 novembre 1915, Billy Strayhorn viene considerato, a buon titolo, un genio del jazz e della popular music del XX secolo. Brani come Take The ‘A’ Train, Chelsea Bridge o Lush Life sono diventati patrimonio di ogni buon musicista o cantante jazz che si rispetti.
Svolse però la sua attività quasi sempre da dietro le quinte, senza che il suo nome fosse di pubblico dominio e spesso all’ombra dell’ingombrante amico, mentore e protettore Duke Ellington.
Il suo innato talento e il raffinato gusto lo contraddistinsero durante tutta la vita e gli valsero l’affetto e l’ammirazione dei musicisti di tutto l’ambiente del jazz; cosa non scontata, non solo perché non fu mai una personalità di spicco e al centro della scena musicale, ma perché fu uno dei casi più unici che rari, nella storia del jazz, di un musicista dichiaratamente omosessuale (ambiente, ricordiamolo, piuttosto omofobo, soprattutto nella comunità nera).
Cresciuto in una famiglia con un padre violento che segnò profondamente la sua vita, intraprese gli studi musicali con buoni risultati. Ancora adolescente scrisse Lush Life, una canzone con delle armonie molto sofisticate e un testo raffinato destinata ad essere considerata, molti anni dopo, come una delle canzoni più belle di sempre.
Billy Strayhorn accompagna al pianoforte Kay Davis durante un concerto di Duke Ellington alla Carnegie Hall nel 1948
Quando Ellington lo conobbe nel dicembre 1938, riconobbe subito il talento di quel giovane musicista di Pittsburgh e lo prese sotto la sua ala protettrice. Lo ospitò a casa sua, chiedendo alla sorella Ruth e al figlio Mercer di prendersene cura mentre se ne andava per una delle sue lunghe tournée con la sua orchestra. Fu così che in qualche modo gli Ellington adottarono il giovane musicista.
Incaricato dal Duca inizialmente come paroliere dei suoi brani, si fece ben presto notare come arrangiatore e compositore originale. Parte del grande successo di Duke Ellington dai primissimi anni ’40 fino ai ’60 è senza dubbio da attribuire all’enorme contributo di Strayhorn.
Ellington riconobbe sempre l’importanza del suo fidato amico e adottò il suo brano d’esordio scritto per l’orchestra, Take The ‘A’ Train, come sigla d’apertura dei suoi concerti. Di lui scrisse: “Billy Strayhorn era il mio braccio destro, quello sinistro, gli occhi che avevo dietro la testa; le mie onde cerebrali viaggiavano nel suo cervello, e le sue nel mio”.
Billy Strayhorn in una rara apparizione in pubblico con la sua Take The ‘A’ Train
Sebbene recenti ricerche abbiano dimostrato che i due musicisti componessero in realtà separatamente ed avessero tratti stilistici differenti, Ellington e Strayhorn si divertivano a confondere il pubblico su chi avesse composto cosa. Oltre ad essere un raffinato compositore ed un buon pianista, Billy Strayhorn era anche unballerino di tip-tap e fu co-fondatore dei Copasetics, un gruppo di ballerini devoto alla divulgazione e all’organizzazione di eventi di tap dance. Prestò il suo attivismo anche nell’ambito delle lotte per i diritti civili dei neri. In particolare, come il suo amico Ellington, era molto in sintonia con le idee di Martin Luther King, del quale nutriva profonda stima. Lo troviamo così ad arrangiare e dirigere uno dei brani con il testo più sfacciatamente agguerrito che Ellington abbia mai scritto, all’interno dello spettacolo My People. Dedicato al reverendo King e ai tragici fatti di cronaca di Birmingham, in Alabama, e parafrasando il celeberrimo spiritual Joshua Fit The Battle of Jericho, il brano King Fit The Battle of Alabam è un grido di rabbia contro la repressione violenta della polizia nei confronti dei manifestanti.
“King Fit The Battle of Alabam” da “My People”
Billy Strayhorn ebbe due grandi amori, il primo dei quali fu il pianista Aaron Bridgers, con cui rimase insieme finché quest’ultimo si traferì a Parigi. L’altro fu il compagno Bill Grove, che gli rimase vicino negli ultimi anni. Ebbe però un altro rapporto davvero speciale: quello con la cantante e attrice Lena Horne. La promosse, la incoraggiò e la aiutò nella sua carriera di cantante e donna di spettacolo. Lei ne era follemente innamorata ed era molto gelosa del suo intimo amico. Gli chiese addirittura di sposarla, nonostante sapesse che l’amore non era corrisposto (per lo meno un certo tipo di amore). Successe poi che Lena Horne si sposò sul serio, con un altro uomo. Non solo si consultò prima con Billy, ma impose al futuro marito di far vivere Billy con loro, nella stessa dimora. Fu così che Billy Strayhorn venne adottato una seconda volta, ma questa volta dalla sua protetta e intima amica.
Il 26 dicembre del 1965 ebbe luogo un grande evento nella Fifth Avenue Presbyterian Church di New York. Duke Ellington eseguì il suo Concert of Sacred Music. Tra un brano e l’altro Ellington lasciò spazio a Strayhorn, il quale si sedette al pianoforte per accompagnare Lena Horne in una sua nuova canzone, il cui testo fu scritto per l’occasione dal Reverendo C. Julian Bartlett.
Quella fu l’ultima esibizione in pubblico di Strayhorn.
A Christmas Surprise, da “A Concert of Sacred Music”
Strayhorn continuò a collaborare, seppur con meno frequenza, con Ellington, ma quella fu la sua ultima apparizione in pubblico. Di lì a breve, la vita di Strayhorn fu tutta in salita: gli ultimi anni la malinconia prese il sopravvento e l’alcool divenne il suo rifugio. Morì neanche due anni dopo, il 31 maggio 1967, per un cancro all’esofago.
Pochi mesi dopo, Duke Ellington volle dedicare al fraterno amico un album interamente di sue composizioni, “…And His Mother Called Him Bill”. Finita la seduta di registrazione, i musicisti dell’orchestra stavano mettendo a posto i loro strumenti quando Ellington si sedette al pianoforte e iniziò a suonare Lotus Blossom. Fortunatamente i microfoni erano rimasti accesi e la commossa esecuzione fu talmente intensa che la RCA decise di inserire nell’album proprio quella esecuzione fuori programma.
Nel bel mezzo del suo Secondo Concerto Sacro del 1968, Duke Ellington volle ricordare le Quattro Libertà con cui visse Strayhorn durante la sua vita:
Libertà dall’odio, incondizionatamente
Libertà dall’autocommiserazione
Libertà dalla paura di poter fare qualcosa che aiuterebbe qualcun altro più che lui stesso
Libertà da quel genere di orgoglio che fa pensare a un uomo di essere migliore del suo fratello o del suo prossimo
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Strange Fruit, storia di uno strano e amaro raccolto
Ci sono canzoni che passano alla storia per la loro melodia, altre perché sono state lo specchio dei propri tempi, altre perché hanno rappresentato uno spaccato della società, altre perché sono state un grido di denuncia sociale e civile. Queste canzoni sono indissolubilmente legate a chi le ha interpretate. Questo è il caso della canzone Strange Fruit e della cantante che l’ha fatta sua, Billie Holiday. Ma è anche la storia, meno nota, del suo autore, costretto per una vita a rimanere nell’ombra.
Siamo alla fine degli anni ’30 e negli Stati Uniti impazza la cosiddetta swing craze, quella follia collettiva per la musica ed il ballo swing che vedeva schiere di giovani lasciarsi alle spalle gli anni duri della Grande Depressione per gettarsi in un futuro segnato dal progresso e dal benessere. Ma, come spesso accade, non è tutto oro ciò che luccica. Se da un lato l’economia si stava riprendendo sotto gli effetti del New Deal rooseveltiano, l’America doveva ancora fare i conti con molti problemi interni, tra cui la segregazione e la discriminazione da parte dei bianchi nei confronti della minoranza nera.
Vi era, a New York, un professore ebreo che insegnava inglese in un liceo del Bronx, che dedicava molte delle sue energie all’attivismo politico e allo scrivere poesie, canzoni e pièces teatrali. Oggi di lui non si ricorda quasi nulla, ma, a suo tempo, Abel Meeropol – questo il suo nome – aveva ammiratori del calibro di Ira Gershwin, Kurt Weill e Thomas Mann. Meeropol e la moglie Anne erano soliti frequentare ambienti progressisti, circoli di sinistra e gruppi sindacali. Il loro orientamento politico ed il loro attivismo nel sostenere il partito comunista americano, fecero sì che l’FBI (soprattutto negli anni successivi, quando il maccartismo raggiunse il massimo livello) tenne sempre d’occhio la coppia. Forse è anche per questo motivo che Meeropol firmò tutte le sue opere con lo pseudonimo di Lewis Allan, creato unendo i nomi dei suoi due figli naturali.[1]
Abel e Anne Meeropol
In quegli anni ci furono dei casi di cronaca che ebbero un certo risalto e che impressionarono molto Abel Meeropol. Questi episodi erano dei linciaggi ad opera di cittadini americani bianchi nei confronti di altri cittadini americani neri. E non sarebbe corretto definirli episodi… Dal 1882 al 1968, infatti, avvennero 4743 linciaggi negli Stati Uniti, le cui vittime furono per il 72,7% neri ed il restante, in gran parte, bianchi accusati di aver aiutato dei neri.[2] Pochi, pochissimi avevano la voglia ed il coraggio di denunciare tali fatti. Uno di questi era il pionieristico leader per i diritti civili dei neri, W.E.B. DuBois che, dal suo ufficio di New York srotolava uno striscione con la scritta “Oggi un altro linciaggio”, ogni volta che ne accadeva uno.[3]
Il 7 agosto 1930, Thomas Shipp and Abram Smith furono linciati a Marion, Indiana, per un presunto omicidio nei confronti di un bianco (mai provato). Fu probabilmente questo fatto ad ispirare a Meeropol Strange Fruit.
Da questi macabri fatti, Meeropol trasse ispirazione per scrivere una poesia, inizialmente intitolata Bitter Fruit, che parlava di uno “strano frutto” che pendeva negli alberi del Sud: il corpo di un nero. La poesia, più tardi intitolata definitivamente Strange Fruit, divenne una canzone, cui lo stesso autore provvide a mettere in musica.
Southern trees bear strange fruit
Blood on the leaves and blood at the root Black bodies swinging in the southern breeze Strange fruit hanging from the poplar trees.
Pastoral scene of the gallant south
The bulging eyes and the twisted mouth
Scent of magnolias, sweet and fresh
Then the sudden smell of burning flesh.
Here is a fruit for the crows to pluck
For the rain to gather, for the wind to suck
For the sun to rot, for the trees to drop
Here is a strange and bitter crop.
Gli alberi del Sud danno uno strano frutto, Sangue sulle foglie e sangue alle radici, Corpi neri che ondeggiano nella brezza del Sud, Uno strano frutto pende dai pioppi.
Scena pastorale del valoroso Sud,
Gli occhi sporgenti e la bocca storta,
Profumo di magnolie, dolce e fresco,
Poi improvviso l’odore di carne che brucia.
Qui c’è un frutto che i corvi strapperanno,
Che la pioggia raccoglierà, che il vento risucchierà,
Che il sole farà marcire, che gli alberi lasceranno cadere
Qui c’è uno strano ed amaro raccolto.
Il testo, crudo, senza retorica, apre e chiude con una certa macabra ironia (lo “strano frutto” e “l’amaro raccolto”) ed alterna visioni positive (la “scena pastorale” ed il “profumo di magnolia”) con istantanee che non lasciano spazio all’immaginazione né al sentimentalismo (“gli occhi sporgenti e la bocca storta” e “l’odore di carne che brucia”).
La canzone cominciò ad essere eseguita in circoli politici o sindacali, talvolta cantata dalla moglie dell’autore, ma sarebbe stata destinata ad essere ascoltata esclusivamente da una piccola cerchia di persone, come la maggior parte dei lavori di Meeropol. Destino volle che durante una di queste esecuzioni vi fosse un certo Robert Gordon, che era stato incaricato di allestire lo show inaugurale di un nuovo nightclub di Greenwich Village, il Café Society. Barney Josephson, il gestore del locale, era non solo un appassionato di musica e di jazz, ma era anche un tipo di aperte simpatie progressiste ed amava circondarsi di persone alternative come intellettuali ed attivisti politici. Il Café Society, dunque, era un posto particolarmente amato da comunisti o simpatizzanti di sinistra, scrittori, sindacalisti, amanti e musicisti di jazz. Dal suo soffitto pendeva, appeso per il cappotto, un fantoccio di Hitler dalle sembianze scimmiesche. La clientela era totalmente eterogenea e – caso più unico che raro per l’epoca – bianchi e neri avevano pari dignità e trattamento. Tra i suoi frequentatori vi erano personaggi di un certo spessore, come Charlie Chaplin, Langston Hughes o Eleanor Roosevelt e vi si esibivano musicisti del calibro di Lena Horne, Sarah Vaughan e Teddy Wilson. Ma l’attrattiva principale del locale era la cantante Billie Holiday.
Barney Josephson
In breve, Josephson e Gordon si misero in testa che quella canzone non poteva rimanere relegata a pochi eletti e che doveva essere cantata nientemeno che dalla star, Billie Holiday. Così, un giorno, Meeropol si sedette al pianoforte e suonò Strange Fruit per Billie Holiday, la quale in un primo momento rimase piuttosto indifferente: «Sono certo che se Barney Josephson e Bob Gordon non fossero stati così colpiti dalla canzone» affermò l’autore in seguito, «Billie Holiday non l’avrebbe mai cantata, perché era così diversa dal genere di canzoni cui di norma prestava la sua inimitabile voce e la sua indimenticabile interpretazione musicale».[4] La realtà è che inizialmente la Holiday non capì a cosa si riferiva il testo della canzone, ma fu Josephson a pregarla affinché la cantasse. Comunque andarono le cose, in breve tempo Strange Fruit fu presentata ufficialmente al Café Society nel ‘38 alla presenza dell’autore, il quale ne rimase estremamente colpito: «Era esattamente l’effetto che volevo suscitare. Il modo di cantarla di Billie fu incomparabile, rendeva pienamente l’amarezza e il carattere scioccante che speravo la canzone avesse. Il pubblico le riservò un’ovazione incredibile».[5] Billie Holiday, Lady Day, aveva fatto sua quella canzone come nessun altro avrebbe potuto fare.
Barney Josephson aveva dato delle direttive ben precise su come doveva essere svolto lo show nel suo locale: vi erano tre set e la Holiday doveva chiudere ogni set con Strange Fruit. In quel momento le luci si spegnevano, lasciando solo un occhio di bue sul viso della cantante; i camerieri, le cassiere e tutti gli inservienti dovevano sospendere il proprio lavoro ed immobilizzarsi. L’ordine tassativo dato alla Holiday era di non tornare sul palco dopo quella canzone… «La gente doveva ricordare Strange Fruit. Doveva bruciargli dentro».[6]
Erano ormai maturi i tempi perché Strange Fruit dovesse essere registrata, ma né la Columbia – l’importante casa discografica con cui la Holiday era sotto contratto – né il produttore John Hammond se la sentirono di azzardare così tanto, temendo, non a torto, di inimicarsi qualche potere forte. A credere in questa canzone fu, però, Milt Gabler, proprietario di un negozio di dischi e di una piccola casa discografica, la Commodore Records. Il 20 aprile 1939, Billie Holiday entra negli studi della Commodore con una piccola band capeggiata dal trombettista Frankie Newton e con il suo pianista di fiducia – all’epoca suo fidanzato – Sonny White. Il risultato fu “una delle dieci canzoni che hanno cambiato il mondo” secondo quanto affermato dal mensile britannico Q, mentre il Time, nel gennaio 2000, l’ha definita “la canzone del secolo”.
Come ha scritto Gunther Schuller: «l’argomento del testo […] era inaudito nel mondo a base di “cuore” e “amore” della canzone di Broadway e Hollywood, o quanto meno non era mai apparso in forma così esplicita e icastica».[7]
La canzone originale era ben distante da quella registrata dalla Holiday. Innanzi tutto era in un’altra tonalità (do minore) ed era priva dell’esposizione del pianoforte ideata da Sonny White. Secondo il songwriter Arthur Herzog (che scrisse per e con Billie Holiday alcune delle canzoni di maggior successo) «Lui aveva raffazzonato qualcosa che assomigliava a una musica».[8]
Nell’arrangiamento utilizzato per la registrazione (da attribuire, secondo Herzog, a Danny Mendelsohn), la tonalità è di si bemolle minore e la forma consiste in due segmenti disposti come AABB.
Citando ancora le parole di Schuller: «Ancora una volta, ciò che resta indelebile nella memoria è una lettura di grande purezza, dall’emozione distillata, senza piagnucolii. Le parole, che sarebbero potute suonare banali e lacrimose, sono trattate con freddo rispetto per i fatti tremendi. La ferita c’è, ma non viene esibita. Non ha sbavature, la voce di Billie, pungente, dalla bella grana sonora, mentre si destreggia per lo stretto sentiero fra gli opposti trabocchetti possibili, la pretensiosa tragedia a sfondo sociale e la canzonetta goffamente “seria”».[9]
La seduta di incisione di Strage Fruit per la Commodore il 20 aprile 1939 ed il 78 giri
Le reazioni non si fecero attendere. Era il periodo in cui anche nell’ambiente politico la questione dei linciaggi cominciava ad essere discussa ed in qualche modo Strange Fruit scalò i piani del Congresso americano. Come scrisse in quell’anno la rivista Fraternal Outlook «Il Theatre Arts Committee la settimana scorsa ha rivolto un appello straordinario ai singoli membri del senato degli Stati Uniti inviando loro una copia della canzone di Lewis Allen [sic], Strange Fruit, una delle più forti denunce del linciaggio mai scritte […] Ai senatori è stato comunicato che milioni di americani hanno trovato le parole di Strange Fruit terribilmente commoventi»[10]
Negli anni, Strange Fruit continuò ad essere nel repertorio di Billie Holiday, che imparò ad usarla come cartina di tornasole in grado di «distinguere la gente veramente in gamba da quella col cervello bacato».[11] Infatti, nonostante il clamoroso successo, la canzone continuò ad essere osteggiata da più parti: alcuni locali non permettevano alla Holiday di cantarla e molte radio si rifiutarono di trasmetterla. Ancora negli anni ’80, negli archivi di una radio locale di Durham, nella Carolina del nord, di fianco al disco di Strange Fruit vi erano le scritte «Attenzione» e «Non programmare».[12]Anche nel film patinato Lady Sings The Blues, in cui Diana Ross interpreta Billie Holiday, Strange Fruit è stata privata della seconda strofa e dei primi due versi della terza, quelli più toccanti.
Pochi, pochissimi cantanti osarono interpretare Strange Fruit, almeno finché Billie Holiday fu in vita. Uno dei pochi fu il cantante e chitarrista Josh White, il quale si esibiva anch’egli regolarmente al Café Society negli anni ‘40. Ma, negli anni a seguire, Strange Fruit, superato ormai l’ostracismo dei primi anni, vedrà un numero sempre maggiore di cantanti e musicisti di qualsiasi genere alle prese con una sua lettura. Giusto per citarne alcuni, Strange Fruit è stata interpretata da: Cassandra Wilson, Sting, Nina Simone, Annie Lennox, John Legend, Tori Amos, Lester Bowie, Wynton Marsalis, Dee Dee Bridgewater, Barbara Hendricks, Marcus Miller, Antony and the Johnsons.
Nel 1959, in una delle sue rare apparizioni televisive, Billie Holiday provata da anni di droghe, alcool e esperienze drammatiche (morì pochi mesi dopo) decide di cantare ancora una volta Strange Fruit, accompagnata dal suo pianista di fiducia Mal Waldron. L’interpretazione è di rara intensità e la mimica facciale di Billie Holiday racconta tutto l’orrore ed il disgusto per questa terribile pagina di storia americana.
Nel 1956 venne pubblicata la sua autobiografia grazie al lavoro del ghostwriter William Dufty. Billie Holiday avrebbe voluto che fosse intitolata A Bitter Crop, ma l’editore si rifiutò e uscì alle stampe con il titolo Lady Sings The Blues.
Ciò che oggi rimane di Strange Fruit è un patrimonio storico ed umano incalcolabile, che mantiene ancora intatto lo stesso valore di quasi ottanta anni fa. Tutto ciò è stato reso possibile grazie alla sensibilità e al coraggio di uomini e donne che hanno sentito la necessità e l’urgenza di dover raccontare questa storia, a cominciare dall’autore del testo, da chi ci ha creduto e da chi l’ha interpretata. A loro dobbiamo la nostra riconoscenza.
[1] Negli anni ’50 i Meeropol adottarono i due figli dei coniugi Rosenberg mentre questi erano in prigione, coinvolti in un famoso processo con l’accusa di spionaggio e poi giustiziati.[2]http://192.203.127.197/archive/bitstream/handle/123456789/511/Lyching%201882%201968.pdf [3] David Margolick, Billie Holiday eseguirà… Strange Fruit, (titolo orig. Strange Fruit). Arcana Editrice, Roma, 2000, 37-38 [4]Ibidem, 47 [5]Ibidem, 51 [6]Ibidem, 55 [7] Gunther Schuller, Il Jazz. L’era dello Swing. I grandi solisti. (titolo orig. The Swing Era). EDT, Torino, 2008, 143 [8] Margolick, 53 [9]Schuller, 144 [10] Margolick, 83-84 [11] Billie Holiday La signora canta il blues (titolo orig. Lady Sings the Blues), Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, 107 [12] Margolick, 158
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Libere Divagazioni di Luca Tizzi. “Hey Joe”, il debutto di Jimi Hendrix
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Libere Divagazioni di Luca Tizzi. “Little Sadie” è il brano musicale più noto con il titolo di “Hey Joe”, diventato uno standard della musica rock, portato al successo planetario da Jimi Hendrix nel suo primo album “Are You Experienced?” nel 1967.
Jimi Hendrix Experience 1967
Un breve premessa non fa mai male. Parlare di femminicidio, una brutta parola che indica l’uccisione di una donna da parte di un uomo, non è compito mio, l’argomento è talmente complesso che sarebbe facile cadere nel populismo e scrivere banalità sull’argomento è più facile del non scriverle. L’unica cosa di cui sono certo è che qualsiasi forma di prevaricazione di un uomo su una donna, di un uomo su un altro uomo o anche di un “semplice” animale è deprecabile in qualsiasi modo si manifesti. Non ho idea se il fenomeno sia aumentato nel corso degli anni o se, il preoccupante ripetersi di certi gesti estremi, sia amplificato dalla più capillare informazione odierna, ma, di certo, questi fatti accadevano in passato, accadono oggi e speriamo ne accadano sempre meno in futuro.
Premesso questo vorrei parlarvi di una vecchia ballata scritta negli stati uniti attorno agli anni venti del 20° secolo.
Parla della piccola “Sadie”, una ragazza uccisa da Lee Brown con un colpo di pistola, compiuto l’insano gesto l’assassino torna a casa e si getta sul letto con accanto la pistola appena usata. Al mattino, quando si rende conto del suo gesto tenta la fuga ma viene fermato in un paese vicino, arrestato e condannato a quaranta e più anni di reclusione.
Went out one night for to make a little round I met little Sadie and I shot her down Went back home and I got in my bed Forty four pistol under my head Wake up next morning ‘bout a half past nine The hacks and the buggies all standing in line Gents and the gamblers standing all round Taking little Sadie to her burying ground Then I begin to think what a deed I’d done I grabbed my hat and away I run Made a good run but a little too slow They overtook me in Jericho I was standing on the corner, reading the bill When up stepped the sheriff from Thomasville He said, young man, ain’t your name Brown? Remember the night you shot Sadie down? I said, yes, sir, my name is Lee I murdered little Sadie in the first degree And first degree and the second degree If you got any papers, won’t you read ‘em to me? They took me downtown and dressed me in black Put me on the train and started me back They crammed me back in that Thomasville jail And I had no money for to go my bail That judge and the jury, they took their stand The judge had the papers in his right hand Forty one days and forty one nights Forty one years to wear the ball and the stripes
La canzone è stata cantata anche con altri titoli, da “Bad Lee Brown” a “Cocaine Blues” e cantata da tanti artisti nel corso dei decenni, artisti del calibro di Woody Guthrie, di Bob Dylan, di John Renbourn, I Grateful Dead e Jerry Garcia l’hanno cantata e anche George Thorogood and the Destroyers.
Se volete ascoltarla nelle sue innumerevoli versioni You Tube vi aiuterà senz’altro.
Negli anni sessanta, sempre del 20° secolo, fu composto un brano blues che si ispirava a “Little Sadie” e che fu intitolato “Hey Joe”. Il brano, diventato uno standard della musica rock, fu portato al successo planetario da Jimi Hendrix nel suo primo album “Are You Experienced?” nel 1967.
Hey Joe, where you goin’ with that gun of yours? Hey Joe, I said where you goin’ with that gun in your hand, oh I’m goin’ down to shoot my old lady You know I caught her messin’ ‘round with another man I’m goin’ down to shoot my old lady You know I caught her messin’ ‘round with another man And that ain’t too cool Huh, hey Joe, I heard you shot your mamma down You shot her down now Hey Joe, I heard you shot your lady down You shot her down in the ground, yeah Yeah Yes, I did, I shot her You know I caught her messin’ round, messin’ round town Yes I did, I shot her You know I caught my old lady messin’ ‘round town And I gave her the gun And I shot her Alright Shoot her one more time again, baby Yeah Oh, dig it Oh, alright Hey Joe Where you gonna run to now, where you gonna go? Hey Joe, I said Where you gonna run to now, where you gonna go? I’m goin’ way down south Way down to Mexico way Alright I’m goin’ way down South Way down where I can be free Ain’t no one gonna find me Ain’t no hang-man gonna He ain’t gonna put a rope around me You better believe it right now I gotta go now Hey, Joe You better run on down Goodbye everybody
Non sto a parlarvi di Jimi Hendrix e del suo primo disco, uno dei capolavori della discografia mondiale, non starò a dirvi che questa canzone è stata interpretata dai Deep Purple, da Patti Smith, da Robert Plant o Joe Cocker, voglio invece parlarvi delle poche cover italiane di questa canzone.
La prima, sempre del 1967, fu scritta in italiano da Francesco Guccini e cantata da “Martò”, Giancarlo Martelli, che lasciati i “Judas” incise questo pezzo tradotto dal maestrone modenese. Franco Battiato ha riproposto questo brano ma la sua versione è più vicina all’inaccostabile che al decente, sorvoliamo. Eugenio Finardi ne ripropone una versione tutta rock che non fa venire i brividi ma che è ascoltabilissima, perfino bella.
Non mi sarei mai aspettato che una versione di questa canzone fosse ripresa da Francesco Di Giacomo che, assieme al “Banco” e a Sam Moore, propone una versione intensa e struggente, assolutamente da ascoltare.
L’attrice francese Charlotte Gainsbourg, la interpreta come colonna sonora del film “Nynphomaniac” di Lars Von Trier del quale è anche protagonista. Film da vedere, se si ha lo stomaco per farlo, e canzone che si lascia ascoltare. Ma sono di parte perché a me la Gainsbourg è sempre piaciuta.
Anche la cantante catanese Carmen Consoli si è cimentata in questo brano, una bella interpretazione dove Carmen dimentica il suo consueto accento e si trasforma in una rocker di tutto rispetto cantando un bravo che parla di violenza, di violenza sulle donne, argomento a lei caro tanto da farle scrivere “La Signora Del Quinto Piano”, ascoltatela, a me piace moltissimo, ma anche qui sono di parte.
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Immagine tratta da http://www.blabbermouth.net/news/evanescences-amy-lee-joins-ugly-kid-joe-on-stage-at-belgiums-graspo…
Si possono descrivere gli anni novanta attraverso cinque canzoni semisconosciute di gruppi più o meno famosi?
Non lo so, ma ci provo. Gli anni Novanta, a detta di molti, nascono il giorno dell’uscita di “Nevermind” dei Nirvana, disco che può piacere o meno, ma che segna, indiscutibilmente, uno spartiacque tra ciò che era stato e quello che sarebbe avvenuto: finiscono gli anni dell’edonismo, del divertimento sfrenato, del disimpegno politico e nasce il “Grunge”, grido d’aiuto di una generazione stanca delle scalate sociali e degli “Yuppies”.
Irrompe prepotentemente sulla scena una generazione “fuori contesto”, ai margini , che trova in Kurt Cobain, in Eddie Vedder dei Pearl Jam, in Chris Cornell, negli Alice in Chains, bandiere da sventolare contro un mondo che li addita come “perdenti”.
Questa però non vuole essere un’analisi sociale di quel periodo, ma semplicemente una personalissima lista di “lati B” che sono stati “novanta” come “Use your illusion”, “Zombie”, Oasis, Blur e la pletora di Boy Bands che imperversavano.
I miei ricordi cominciano con un gruppo che ai più non dirà nulla: I Body Count, band formatasi nel 1990 e che, finita nel dimenticatoio troppo presto, è da considerarsi come progenitrice di un genere sulla cresta dell’onda ancora oggi: il “Gangsta”.
I tempi della guerra americana tra West Coast ed East Coast sono ancora lontani, ma Ice-T, fondatore e cantante, osa ciò che nel 1990 era impensabile, ovvero fondere in una canzone il Rap con il Metal, il Trash ed il Punk.
Loro “Manifesto” oltre la iper criticata “Cop Killer” è sicuramente “The Winner Lose” che più che un brano, è una denuncia, un grido di dolore contro l’abuso di droghe e le troppe vite buttate in nome di ideali effimeri come i soldi facili e il lusso.
L’arpeggio iniziale è un brivido…
Ci sono gruppi che legano il loro nome ad un singolo album o, addirittura, ad una canzone, un successo talmente travolgente che è capace di cancellare tutto quello che è stato fatto dopo, pur trattandosi di materiale valido se non superiore alla hit.
La seconda e terza canzone che vi propongo appartengono proprio a questa categoria, che io definisco “canzoni nate nel momento sbagliato, figlie di una Dea Minore”.
Lo sapevate, ad esempio, che gli Europe non hanno scritto solo “The Final Countdown”? E che forse hanno scritto qualcosa di migliore?
Io sì, e me ne accorsi in un tardo pomeriggio del 1992, quando, sintonizzandomi su quella che all’epoca era Video Music, mi imbattei in questa canzone, che ascolto ancora oggi Prisoners in Paradise:
E se vi dicessi “More than Words”? Chi non la conosce? Ma quanti sanno il nome del gruppo autore della canzone? Alcuni di voi sicuramente, ma quanti sanno che Gary Cherone degli Extreme sarebbe poi diventato il cantante addirittura dei Queen, o che Nuno Bettencourt è da considerarsi uno dei più grandi chitarristi mai esistiti alla pari degli stranoti mostri sacri?
E quanti si sono mai imbattuti in questa Song for Love?
Gli anni Novanta, in Italia, sono stati anche e soprattutto i Litfiba, vero fenomeno di massa che esplose prima con il singolo “Tex” e che si consacrò con l’ultrafamoso album “Terremoto”, un successo i cui echi arrivarono anche in Spagna, dove quattro ragazzi di Saragozza avevano fondato, nel 1984, un gruppo chiamato “Heroes del Silencio”.
Il singolo “Entre dos tierras” tratto dall’album “El Espíritu Del Vino”, cavalcando l’onda del successo dei Litfiba, diventa un buon successo anche in Italia, ma come spesso accade, la canzone più bella si trova in altri lavori della band, in questo caso, addirittura in un album precedente.
L’album si chiama” Senderos de traición” e la canzone è “Oración”
Questa piccola fotografia sul lato sconosciuto degli anni Novanta finisce con quella che, per me, è La canzone del Decennio appena descritto.
Una cover di Harry Chapin portata alla ribalta, nel 1993, da un gruppo Hard Rock americano: gli Ugly Kid Joe, anche questo un nome per “addetti ai lavori”.
“Cats in the Cradle” parla del rapporto di un padre con il figlio, racconta di un padre assente, perché preso dai troppi impegni lavorativi, che perde tutte le tappe fondamentali della crescita di un bambino, che diventa ragazzo e poi uomo, avendo però la falsa speranza che un giorno avrebbe potuto recuperare il tempo perduto. Speranza che svanisce nel momento stesso in cui si accorge che il figlio è diventato come lui, troppo preso dalla propria vita per occuparsi di un padre ormai vecchio.
“Cats in the Cradle ” è orgoglio, speranza, disillusione, rimpianti e, nonostante tutto, fiducia nel futuro; in sintesi quello che per tanti di noi sono stati gli anni Novanta.
Immagine tratta da https://www.spirit-of-metal.com/en/band/Sentenced
Nel 1989, a Oulu, i chitarristi Miika Tenkula e Sami Lopakka (chitarra) insieme al batterista Vesa Ranta fondano i SENTENCED.
La fase embrionale di quella che diventerà negli anni successivi una sfolgorante carriera, è caratterizzata dai classici canoni del Death Metal Europeo, canoni che incontriamo nella loro prima demo“When death join us”. Il successo è ancora lontanissimo ma, nel frattempo, si unisce alla band Taneli Jarva con il doppio ruolo di bassista e cantante.
Una piccola etichetta francese, a questo punto, si avvicina ai Sentenced che, nel 1991, pubblicano il loro primo lavoro “Shadows of the past”, mentre il 1993 regala i natali a “North from here”, disco che viene prodotto dalla nuova casa discografica di Tenkula e C., la Spinefarm Records, una delle punte di diamante della discografia finlandese.
Sotto l’ala della Spinefarm, i Sentenced evolvono la loro musica, privilegiando anche l’aspetto tecnico della composizione ed evolvendosi verso il Death Metal melodico, di cui sono considerati i padri fondatori.
“The Trooper”, un mcd uscito sempre nel 1993, è un chiaro omaggio agli Iron Maiden e segna anche la fine della collaborazione con la casa discografica nazionale.
L’ALBA
Nel 1994 la nave dei Sentenced punta verso la Germania, esattamente verso la Century Media, e dopo pochi mesi esce “Amok”.35.000 copie vendute in tutte il mondo sono la conferma che ormai il successo è arrivato a Oulu.
Considerato un gioiello, “Amok” segna anche una nuova importantissima tappa nel processo evolutivo della Band, che approda definitivamente ad uno stile più lento e dove la melodia diventa l’asse portante delle canzoni.
Nel 1995 esce il loro secondo Mcd “Love and Death”, e come succede spesso in tutte le migliori band metal, con l ‘arrivo della notorietà nascono anche i problemi: Taneli Jarva, incapace, a suo dire, di sostenere le responsabilità derivanti dal successo, decide di lasciare il suo posto da cantante, permettendo così di aprire una nuova fase nelle parabola ascendente dei nostri Northernmost Killers
Ville Laihiala https://it.pinterest.com/pin/199988039673960324/
Ville Laihiala diventa il cantante dei Sentenced nel 1996, e, insieme al nuovo bassista Sami Kukkohovi, completano la line up che regalerà a tutti noi le pagine più belle della storia di questo gruppo.
Uscito nell’inverno del 1996, “Down” è eletto ALBUM DEL MESE da tutte le riviste del settore, ed è anche il chiavistello con cui Ville e soci apriranno le porte del mondo. Il 1996 e il 1997 vedono i nostri infatti, approntare tours in tutta Europa, in America e nell’immancabile Giappone.
SULLA VETTA DEL MONDO: FROZEN
Pochi gruppi possono vantarsi di essere considerati i codificatori di un genere musicale, coloro ai quali tutti i musicisti successivi si ispireranno, coloro che solo a nominarli, è automatico associare a determinati suoni, testi e atmosfere…(tipo gli Helloween con il Power Metal)
I Sentenced, con “Frozen” (1998), inventano e, allo stesso tempo, portano alla massima espressione un nuovo genere: IL SUICIDE METAL.
Disperazione e melodia sono gli ingredienti principali di un cocktail che viene valorizzato da una forte dose d’ironia; questo fa di “Frozen” una pietra miliare nella storia del metal.
Immagine tratta da https://wall.alphacoders.com/search.php?search=sentenced&lang=Italian
Il nuovo millennio nasce sotto il segno di “Crimson”, album chiamato a rinverdire i fasti del suo illustre predecessore, e, come al solito, le aspettative dei fans non sono disattese.
In Finlandia i Sentenced diventano una vera e propria mania e “Crimson” scala tutte le classifiche, e, anche fuori del circolo polare artico, vengono ormai collocati nel Pantheon dell’ Heavy Metal.
“The axe, the bottle and the rope
The feeling there really is no more hope…”
Primo fotogramma del video di “No one there” http://www.mp3-metal.com/video/s/sentenced/
Sono le parole che racchiudono l’immortale incipit della canzone più bella mai scritta dai Sentenced: “No one there”chiude in maniera trionfale “THE COLD WHITE LIGHT”, l’album del 2002, un disco che guarda alle spalle e tuttavia rappresenta ancora un passo in avanti nella strada intrapresa con “Down”. L’album, però, è forse il primo che divide nettamente in due il fronte della SENTENCED ARMY, da molti idolatrato, da altri, per lo più fans di vecchia data, poco considerato.
IL FUNERALE
Immagine tratta da https://www.discogs.com/Sentenced-The-Funeral-Album/master/103577
Un comunicato, datato febbraio 2005, annuncia il suicidio artistico dei cinque Northernmost Killers (soprannome dei Sentenced) , ma il testamento che ci lasciano è uno di quelli destinati a far si che lo loro scomparsa sia rimpianta per sempre.
“The Funeral Album” è l’ultimo regalo che i nostri eroi ci hanno voluto lasciare a loro infinito ricordo; avrebbero potuto accontentarsi di un dischetto senza infamia e senza lode, e, invece, hanno sfornato l’ennesima perla di una carriera irripetibile: 13 canzoni una più commovente dell’altra.
I motivi che hanno portato Ville, i due Sami, Mika, e Vesa a lasciarci soli in questa valle di lacrime, vanno tutti ricercati fuori dall’ambito musicale.
In una delle mille interviste rilasciate per spiegare la fine di questa incredibile avventura Miika Tenkula ha detto:
“Più la nostra musica è diventata popolare più sono aumentati i sacrifici, e, di pari passo, le nostre vite private si sono incasinate a dismisura. Alcuni di noi si sono sposati, alcuni hanno fatto figli, e non c’è più la volontà di fare questi sacrifici per il gruppo”.
Della vita sulla strada ha tracciato questo quadro:
“Non abbiamo mai visto l’aspetto per così dire glorioso della cosa, andare in tour per il mondo, suonare in giro e roba del genere… anzi, l’abbiamo sempre visto come un male necessario per poter suonare la nostra musica e registrare dischi. Quando vai in tour fondamentalmente esisti per un’ora al giorno. E tutto il resto è nulla, è solo merda mentre aspetti quell’unica ora. Mentalmente non è per niente salutare, ti porta, ad esempio, a bere tantissimo, il che ovviamente crea ancora più problemi. Quando torniamo da dei tours lunghi siamo sempre delle specie di zombies, non capisci nemmeno più se sei vivo o no”.
Chiudere una biografia di un gruppo che per te ha rappresentato tanto, a cui devi anche una parte di quello che sei, è un’impresa quasi impossibile, potrei trovare cento parole ad effetto, usare i loro testi o migliaia di citazioni, ma sarebbe inutile…ognuno custodisce queste parole in fondo al proprio cuore.
In loving memory of Miika Tenkula (Muhos, 6 marzo 1974 – Muhos, 18 febbraio 2009)
“Death is not the greatest of evils: it is worse to want to die, and not be able to”
Immagine tratta da http://www.tunturisusi.com/muhoslaiset/musiikki.htm