Cammino nelle Terre Mutate.

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Giorno 1 del #CamminoNelleTerreMutate

Fabriano – Matelica
Ore 8, ci si raduna tutti nella piazza di Fabriano. La maggior parte dei camminatori è arrivata ieri, alcuni invece hanno raggiunto il gruppo la mattina stessa. È bello vedere persone che hanno già fatto il cammino negli anni passati abbracciarsi come fossero fratelli e sorelle. Foto di rito nella piazza di Fabriano e si parte. In breve imbocchiamo un sentiero caratterizzato da grandi querce. Si incomincia a fare due chiacchiere col vicino di cammino. I nomi sono tanti da ricordare perché il gruppo è composto da una cinquantina di persone, ma in breve si comincia a riconoscere i visi. Ci sono persone dalla Sicilia al Trentino ed è bello vedere questo gruppo eterogeneo camminare insieme mosso dalle più disparate motivazioni, ognuno con le proprie aspettative.
La maggior parte di loro sono camminatori abituali. Io e pochi altri invece siamo al nostro battesimo per un cammino. Da qui il mio timore nel non sapere come sarà quest’esperienza e la paura di non farcela. Ma sento che le gambe reggono bene, i piedi non sono affaticati e questo mi dà coraggio. Chiacchiero con più persone e racconto del perché ho voluto fare proprio questo cammino (a voi lo spiegherò un’altra volta).
È metà mattina e si giunge al monastero di San Silvestro, dove padre Armando ci accoglie e ci racconta un po’ di cose e della sua fede. È bello ascoltarlo. Ci si rincammina e i sentieri nel bosco si alternano a quelli nei prati. Pranziamo e ci riposiamo un po’. Arrivati nel pomeriggio ad Esanatoglia ci fermiamo questa volta nell’unico bar aperto per rifocillarci un po’. I paesani ci guardano incuriositi ma mai con sospetto. A chi ce lo chiede spieghiamo chi siamo e cosa facciamo e che siamo partiti da Fabriano per arrivare, 14 giorni dopo, a L’Aquila. Da Esanatoglia a Matelica è un alternarsi di colline coltivate a grano, prati, campi di lavanda. In lontananza vediamo Matelica, la mèta di questa prima tappa. Sono passati una ventina di km, i piedi cominciano ad essere stanchi ma non mi fanno male, hanno solo bisogno di riposo. Finalmente l’arrivo all’agriturismo Deimar, dove veniamo accolti calorosamente. Monto la tenda e faccio la doccia. Dopo una giornata così anche i gesti più semplici come togliersi le scarpe o farsi una doccia diventano belli e importanti. La cena è buona ed abbondante.
A pancia piena si sta meglio ed ora la stanchezza comincia a farsi sentire. Entro in tenda e cerco di fare ordine nella mente. Spero di riuscire a riposare, perché quella che più temo è la seconda tappa. Ma oggi sono stato bene e non c’è motivo perché non debba andare bene anche domani.
Qui il terremoto si è sentito forte ma non ha fatto molti danni. Da domani, a Camerino, i segni del sisma saranno tangibili ed emotivamente sarà un’altra storia che spero di potervi raccontare come ho fatto oggi. 
Buona notte!

… continua

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Giorno 2 del #CamminoNelleTerreMutate

Matelica – Camerino
L’appuntamento di stamattina è nella bella piazza di Matelica. Nel mentre che ci raduniamo tutti, ci armiamo di volantini e li distribuiamo nel bar e alla gente che incontriamo per strada. Questo è un Cammino giovane e le persone del posto hanno bisogno di sapere che sul proprio territorio d’ora in poi vedranno passare donne e uomini con zaino e scarponi che molto probabilmente consumeranno qualcosa al bar, nella pizzeria o semplicemente avranno voglia di conoscere più da vicino questa realtà e chi la vive quotidianamente.
Abbandoniamo il paese e ci addentriamo nel verde dei campi e soprattutto nel giallo delle ginestre, sempre abbondantemente presenti. Ad un certo punto decidiamo di fermarci sotto ad una grande quercia e di stare 10 minuti in totale silenzio, ascoltando semplicemente gli uccelli o il fruscio del poco venticello che ogni tanto muove le foglie. Il silenzio e l’ascolto sono armi potenti, in grado di riallinearci con la natura di cui, ce lo dimentichiamo spesso, siamo parte.
Giungiamo in un piccolo paesino, Castel S. Angelo, frazione di Castelraimondo, dove facciamo una lunga pausa pranzo e dove un simpatico signore ci apre la chiesetta, di cui è il custode.
Il percorso di oggi purtroppo passa per buona parte sull’asfalto, che indurisce e stanca le piante dei piedi. Anche il caldo e l’umidità non ci aiutano.
Passiamo vicino, ma non ci entriamo, al paese di Pioraco. Beatrice, che ci vive e che è in cammino con noi, ci racconta di quando, la notte del 26 ottobre 2016, nella cartiera, si è sfiorata la tragedia perché i pesanti macchinari della fabbrica, con la scossa di terremoto, sono usciti fuori dai binari tirando giù tutta la struttura. Solo per una fortuita combinazione di eventi, in quell’istante gli operai della fabbrica non erano nella postazione di lavoro. Forse una casuale combinazione di eventi, come ce ne sono state tante. Forse è il caso di parlare di miracolo.
Ci fermiamo nella frazione di Seppio, dove l’unico bar è chiuso. Si affacciano però dalla finestra prima il parroco che ci dice che ci ha visto in televisione e poi la signora del bar, la quale ci dice che avrebbe aperto più tardi, ma visto l’eccezionalità ci apriva subito. Una birra è un buon integratore di sali minerali e un meritato premio.
Ancora tanto asfalto e Camerino appare sempre più vicino. Beatrice inizia a cantare la canzone di Jimmy Fontana “Che sarà” perché, mi dice, è stata scritta riferendosi a Camerino. Ci fermiamo alle pendici della città perché stanotte si dorme nel palazzetto dello sport. Domattina avremo la possibilità di visitarla.
Mentre finisco di scrivere questo diario mi trovo in ristorante e non so se è più grande la fame o il sonno.
Sono stanco, ma le gambe hanno retto e l’entusiasmo non manca.
Alla prossima tappa… Passo dopo passo.

… continua

Giorno 3 del #CamminoNelleTerreMutate

Camerino-Fiastra
“RICOSTRUIRE ORA CASE E COMUNITÀ”. È questa la frase che portiamo in giro con uno striscione per le strade e i paesi che incontriamo. Se c’è qualcosa che possiamo imparare dalle zone colpite dal sisma è che non basta ricostruire le case, ma è fondamentale ricucire la comunità. Ed è ciò che ci dice anche Roberta Grifantini, che ci accoglie calorosamente nella città di Camerino. Roberta viveva nel centro storico di Camerino e aveva una parafarmacia. Il palazzo dove viveva ora è inagibile e completamente imbragato con cavi di acciaio e chiavi di ferro. Per due anni la sua attività si è svolta in una tensostruttura: gelida d’inverno e asfissiante d’estate. Ma ha resistito e quello che ci ha chiesto è di parlare con chiunque della situazione di queste terre stravolte dal terremoto. Gli edifici messi in sicurezza a Camerino sono ancora pochi e buona parte del centro storico è ancora zona rossa. Roberta, nonostante tutto, non perde l’entusiasmo quando parla della sua città. Ci ha raccontato della storia gloriosa di Camerino e, commossa, di quando, pochi giorni fa, è venuto il Papa che ha incontrato sindaci, comuni cittadini e ha celebrato una messa. Si scusa con noi per non avere il timbro da apporre sulla credenziale del Cammino, ma ci dice che il suo timbro sarà uno spruzzo di un profumo da lei creato sulla credenziale.
Ci dispiace salutarla e, con la promessa di rispettare la sua richiesta (ovvero parlare delle zone terremotate ai nostri conoscenti) ci incamminiamo in questa nuova tappa. 
Oggi il caldo si è fatto sentire, ma il panorama ricompensava ogni fatica. La vista di un ciliegio pieno zeppo di squisiti frutti è stato motivo di grande soddisfazione per le nostre bocche affamate.
Arrivati a Polverina abbiamo pranzato e poi intrapreso un cammino abbastanza impegnativo in direzione Fiastra.
La rabbia e la frustrazione degli abitanti di queste terre è palpabile e viene esternata in eloquenti scritte addosso agli edifici inagibili.
L’ottima cena completata dai prodotti dai distillati offerti dalla signora Varnelli in persona è stata la giusta conclusione a questa impegnativa giornata che si è conclusa, per i più temerari, a mezzanotte, parlando e discutendo con persone che si stanno attivando per ricucire le ferite del territorio.
Vorrei raccontarvi molto di più, ma è mezzanotte inoltrata e domani la sveglia suonerà presto per affrontare una nuova tappa che si prospetta piuttosto impegnativa. Passo dopo passo…

… continua

Giorno 4 del #CamminoNelleTerreMutate

Fiastra-Ussita
Stamattina siamo stati avvisati che la prima parte del nostro percorso sarebbe stata molto impegnativa e così è stato. Ho dormito poco e male e la ripida e lunga salita nel bosco si fa sentire. È necessario ogni tanto fare una piccola pausa per riprendere fiato, ma alla fine tutti riescono a svalicare la montagna. A metà della salita però la nostra guida ci consiglia di voltarci… Dietro di noi si palesa un panorama incantato, con il lago di Fiastra ai piedi delle montagne. Poco più avanti il panorama si apre ulteriormente e si vede in lontananza, sopra una collina, la città di Camerino. Ci si stupisce sempre voltandosi, perché si rimane increduli di quanta strada si sia percorsa con la sola forza delle proprie gambe.
Superato il monte che sovrasta Fiastra si apre un altro tipo di paesaggio. Stavolta entriamo sempre più nel cuore del parco dei Sibillini e l’imponente Monte Bove si mostra in tutta la sua bellezza. 
Pranziamo nel posto meno ospitale che potessimo augurarci: l’erba è secca e non c’è un metro quadro di ombra. Si riparte così in direzione Ussita, immettendoci in un sentiero in discesa in mezzo al un bosco. Arrivati a valle entriamo nella frazione Sasso di Ussita e il contrasto con il bosco appena percorso è notevole. La prima cosa che vediamo è una casa che sembra esplosa da dentro. Via via che percorriamo la strada asfaltata gli edifici abbattuti o fortemente danneggiati non si contano più. Passiamo di fianco alle SAE, le casette provvisorie dei residenti, e una signora ci chiede da dove veniamo e ci ringrazia dicendo che è una gioia vedere tutta questa gente che passa a piedi. Arrivati a Ussita ci fermiamo al bar per il “terzo tempo” fatto di birre e gelati. I gestori ci accolgono calorosamente e ci raccontano la loro storia, di quanto sia stato difficile durante l’emergenza del terremoto e di quanto sia difficile ora che dovuto ricominciare da capo.
Ma Ussita, come altre terre colpite dal terremoto, è anche la storia di donne tostissime, che non si arrendono e che fanno di tutto per stare sul territorio e ricucire le comunità. C’è Chiara, originaria di Pioraco ma residente da anni a Bologna, che subito dopo il terremoto ha deciso di venire a vivere a Frontignano (frazione di Ussita) e a dare vita insieme ad altre persone a C.A.S.A., acronimo che sta per Cosa Accade Se Abitiamo, una residenza per artisti, studiosi e persone interessate a lavorare sul e per il territorio.
C’è anche Patrizia, una di quella manciata di persone che durante i giorni delle scosse violentissime di fine ottobre 2016 ha deciso di non mollare, di resistere arrangiandosi per mesi in una roulotte.
Questa sera dormiamo al campeggio Colorito. Il signore che ci accoglie ci racconta del giorno della scossa di terremoto: “sembrava una bomba atomica! Dal Monte Bove si sono staccate delle rocce che cadendo hanno creato una nuvola di polvere incredibile. Sembrava la fine del mondo!”
La serata si conclude con un concerto di musica celtica.
Domani si va a Campi di Norcia passando per la mia amata Visso.
Sono stanco e spero di riposare un po’ stanotte. Passo dopo passo…

P.S.: come ci è stato chiesto dai residenti, non pubblicherò, se non in via eccezionale, foto di macerie e distruzione. La spettacolarizzazione non serve. Serve che la gente venga a visitare questi posti di persona e che faccia qualche chiacchiera con i residenti.

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Giorno 5 del #CamminoNelleTerreMutate

Ussita-Campi
Ci sono giorni che quando la sera ripensi al mattino appena trascorso, questo sembra essere appartenuto al giorno prima. Questo è uno di quelli. La tappa è stata lunga e faticosa ma ricca di emozioni.
Abbiamo lasciato Ussita in direzione Visso. Siamo passati per la montagna finché la vista del maestoso Monte Bove non ci ha abbandonato per dare luogo ai territori di Visso. Arriviamo alla grande torre che sovrasta il paese ed entriamo nel centro abitato col solito striscione. Per me Visso non è una sorpresa: lo conoscevo bene prima degli eventi sismici e ci sono stato più volte in seguito. È uno strazio sapere che oltre quelle barriere che delimitano la zona rossa una volta c’era uno dei borghi più belli d’Italia.
Dopo aver pranzato partiamo alla volta di Campi di Norcia. Abbandoniamo la regione Marche per entrare nell’Umbria percorrendo una lunga strada sterrata tutta in salita. Il caldo asfissiante non aiuta per niente a sopportare la fatica, ma una fonte di acqua fredda rianima improvvisamente lo spirito di noi camminatori. Finalmente riusciamo a raggiungere i pratoni sopra le creste dietro il Monte Cardosa. Di nuovo una pausa per mangiucchiare qualcosina e ci tuffiamo lungo un ripido sentiero in discesa dal fondo ghiaioso che mette a dura prova le nostre ginocchia. Finalmente riusciamo a vedere il borgo di Campi. Il paese vecchio, arroccato in alto, è praticamente tutto distrutto. Il nostro campo base per questa sera è il bellissimo agriturismo Fonte Antica il cui proprietario ci accoglie con entusiasmo. La cena è invece organizzata dalle splendide persone della proloco di Campi. La loro struttura è stata soprannominata l’arca di Noè di Campi. Costruita con i migliori criteri antisismici, la struttura nel primo periodo post terremoto ha fatto da casa ad oltre 60 residenti. Oggi, il loro progetto “Back to Campi” è un esempio di forza di volontà, collaborazione e trasparenza. Le signore della proloco ci preparano un’ottima cena e io presidente ci dice che possiamo tornare sempre a Campi e che riceveremo sempre un sorriso e un piatto caldo.
Nella tragedia emergono storie e persone incredibili.
Quindi, se passate da queste parti, venite a visitare Campi di Norcia, andate alla proloco e andate a dormire all’agriturismo Fonte Antica, ne tornerete pieni di positività.
La stanchezza questa sera è davvero tanta. Domani sarà una tappa defaticante che dovrebbe concludersi per pranzo. Ci attende la città di Norcia!
Passo dopo passo…

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Giorno 6 del #CamminoNelleTerreMutate

Campi-Norcia
È mattina e dopo aver fatto colazione presso la struttura della proloco di Campi ci incamminiamo verso Norcia. Campi e i loro abitanti ci sono davvero rimasti nel cuore.
Quella di oggi è una passeggiata defaticante. Infatti prima di pranzo siamo già alla nostra mèta. Entriamo a Norcia come al solito col nostro striscione che recita “Ricostruire ora case comunità”. La gente ci guarda incuriosita, ma quando capisce chi siamo e cosa stiamo facendo spende parole di incoraggiamento e ringraziamento.
Norcia è diventata il simbolo del terremoto di ottobre 2016. Entrare nel centro storico ha un forte impatto emotivo. Aver visto il paese prima del 2016 e rivederlo oggi così ferito è duro da accettare. Ci sono tante cicatrici ma anche tante ferite ancora aperte. La rabbia della popolazione è anche qui evidente. Ci si lamenta per essere stati dimenticati, per aver ricevuto tante promesse non mantenute. Il proprietario del ristorante Nemo, presso cui ceniamo, ci dice che la frase che più odiano è quel “non vi lasceremo mai soli”.
Ora che l’emergenza del primo periodo post terremoto è finita è necessario venire in queste terre, che hanno ancora tanto da dare, e fare sentire agli abitanti la propria vicinanza. Credetemi, ciò ha un valore grandissimo.
Domani sarà una delle tappe che più temo dal punto di vista fisico. Si arriverà a Castelluccio, uno dei miei posti del cuore. Sarà bello e malinconico, lo so.
Spero di immergermi in tutta quell’energia che quel paradiso mi ha sempre dato.
Passo dopo passo…

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Giorno 7 del #CamminoNelleTerreMutate

Norcia-Castelluccio
La tappa che temevo di più dal punto di vista fisico si è oggi rivelata molto meno faticosa di quanto pensavo. Sarà che ormai siamo allenati o sarà che non c’era il caldo asfissiante dei giorni scorsi, ma i 1100 m di dislivello sono passati tutto sommato senza troppa fatica. A farci compagnia quattro simpatici asini.
La salita ci regala un panorama stupendo sulla piana di Norcia. Ma è quando scavalchiamo la montagna che l’impatto della vista è mozzafiato. Davanti a noi, enorme, maestoso ed elegante c’è il Redentore che domina il Piano Grande e tutta la catena dei Sibillini. Sullo sfondo, alla nostra sinistra, spicca quel che rimane di Castelluccio. Il paese, un tempo gioiello inestimabile, è per buona parte polverizzato.
Scendendo nel Pian Grande, una tavolozza di colori ci invade e ci lascia estasiati. È la famosa fioritura di Castelluccio, uno spettacolo che si ripete ogni anno e che attrae migliaia di turisti.
Per me non è una novità in quanto questi sono i miei luoghi del cuore, ma lo stupore e la meraviglia sono sempre gli stessi, come fosse la prima volta.
Stanotte dormiamo in Val di Canatra, dove abbiamo allestito le tende. Mia nonna, classe 1912, mi raccontava che in questo posto gli sposi dei paesi vicini venivano a passare la luna di miele. E ora capisco perché! La volta celeste è uno spettacolo senza uguali, in questo posto in cui i prati si alternano ai boschi.
Qui non c’è connessione internet e questo è un bene. La buonanotte ci viene data dalle melodie del violino di Francesco, che si è unito a noi oggi pomeriggio.
Stanotte penso che sono un uomo fortunato, perché ho già visto e vissuto una parte di Paradiso.

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Giorno 8 del #CamminoNelleTerreMutate

Castelluccio-Arquata del Tronto
Svegliarsi in Val di Canatra ha tutto un altro sapore, come le crostate preparate da Rubinia. C’è chi ha dormito male, chi poco, chi ha avuto freddo e chi, come me, era talmente stanco che non ha avuto modo di provare sensazioni durante il sonno pesantissimo. Nonostante ciò l’atmosfera è sempre positiva e si sorride sempre perché felici di stare facendo questa avventura.
Il giro di boa è stato fatto ed entriamo nella seconda settimana di cammino stanchi ma felici. Ci sono nuovi camminatori che si aggiungono al gruppo e altri, ormai divenuti amici, che purtroppo se ne vanno. Tempo di abbracci e di scambio di telefoni e si parte per questa nuova tappa. Anche oggi il Pian Grande di Castelluccio ci regala uno spettacolo unico con i suoi campi in fiore. Si arriva a Forca di Presta, dove ci rifocilliamo bevendo la fredda acqua del fontanile e riposando un po’. Oggi è tornato il caldo asfissiante, che rende le cose più difficili. Da questo punto in poi ci buttiamo in una discesa a picco per più di 1000 m di dislivello. A volte la discesa è più faticosa della salita, soprattutto se il sentiero ha un fondo sconnesso, la vegetazione lo rende a volte poco percorribile e il caldo non dà tregua. Alle nostre spalle, con le sue rocciose pareti a picco, c’è il Monte Vettore, il re indiscusso dei Monti Sibillini. Il pranzo è leggero e abbiamo modo di conoscere i gestori del progetto Monte Vector, che vi consiglio di vivamente di visitare. Anche loro ci chiedono di farci testimoni di queste terre, dei loro problemi e delle loro bellezze.
Finalmente la discesa finisce ed entriamo a Pretare, frazione di Arquata del Tronto. L’impatto è tremendo. Macerie su macerie caratterizzano ciò che un tempo era il paese. L’unica cosa che sembra rimasta intatta è in realtà l’unica che forse non avrebbe meritato di sopravvivere: un orribile campanile in cemento armato che sovrasta quello che doveva essere un bellissimo borgo. È difficile descrivere tutto ciò che vediamo; sembra uno scenario di guerra. 
A Piedilama la proloco ci dà un caloroso benvenuto facendoci trovare un bel rinfresco che divoriamo in pochi minuti. Anche qui la gente è tosta e resiste contro tutto e tutti.
È sera e la stanchezza sembra sommarsi a quella dei giorni precedenti. Domani si cambia regione e si entra in territorio laziale.
Passo dopo passo…

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Giorno 9 del #CamminoNelleTerreMutate

Arquata del Tronto-Accumoli
La giornata dei contrasti.
La giornata non inizia nel migliore dei modi. Nella notte c’è stata talmente tanta umidità che la tenda è zuppa e i panni che avevo steso li ritrovo più bagnati di quando li avevo lavati. Il mio umore non è dei migliori. Ma in cammino non c’è tanto tempo per lamentarsi; i problemi in qualche modo si risolveranno e, dopotutto, non sono questi i problemi. Passo dopo passo si va avanti verso la nuova mèta.
Giungiamo alle porte di Pescara del Tronto ed entriamo in assoluto silenzio. Non ci sono parole per descrivere cosa si prova nel vedere un cumulo di calcinacci immenso che è venuto giù dal versante della collina. Entriamo nel parco giochi del paese che è diventato il monumento alla memoria delle 52 vittime di Pescara. Ci mettiamo in cerchio stringendoci la mano. A stento si riesce a trattenere le lacrime. Una frase sullo striscione commemorativo recita: “Ora che siete cielo ricordarvi significa avervi accanto e credere che quei momenti non passeranno mai”. Vedo poi la fotografia in un cartello di Pescara prima del terremoto; gli faccio una foto, l’unica che scatto, per ricordarmi com’era un tempo il paese che non c’è più.
Continuiamo per la strada asfaltata con il groppo in gola e nessuno ha voglia di interrompere il silenzio.
Arriviamo a Capodacqua, dove alcune persone di gran cuore ci accolgono calorosamente. Non è solo tempo di pranzo, ma anche di riflessioni.
È tempo di ripartire e ci incamminiamo per un bellissimo sentiero nel bosco fino a giungere, nel comune di Accumoli, presso l’agriturismo Alta Montagna Bio. Qui ci offrono un’ottima birra artigianale locale e Katia ci offre degli squisiti taralli appena sfornati e gustosi assaggi di formaggi e salumi locali. Sarà per via dell’alcool, o perché abbiamo tutti voglia di rilassarci dopo la tensione accumolata, o per l’incredibile positività che ci trasmettono Katia e la sua bella famiglia, il pomeriggio si conclude tra balli, canti e abbracci.
Stasera dormiamo al B&B Lago Secco di Illica e prima di gustare un’ottima gricia, ascoltiamo uno psicologo che si è occupato delle ferite dell’anima di queste comunità.
Anche domani sarà sicuramente una giornata emotivamente impegnativa: si arriverà ad Amatrice, simbolo della tragedia del sisma di quel maledetto 24 agosto 2016.
Passo dopo passo…

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Giorno 10 del #CamminoNelleTerreMutate

Accumoli-Amatrice
Dopo giorni di interminabili salite e discese, oggi una giornata tranquilla: siamo partiti più tardi del solito e il percorso è stato più dolce e breve degli altri giorni. 
Il tragitto si è articolato in un bellissimo sentiero nel bosco. Nelle nostre pause ci sono stati momenti di testimonianze e riflessioni, come la lettura di un estratto del libro “Filosofia del paesaggio” di Paolo D’Angelo.
Giungiamo nel territorio di Amatrice passando di fianco a pavimenti di cemento dove un tempo sorgevano case e vivevano persone. Sono talmente tanti che il rischio è che ci si faccia l’abitudine. Interi agglomerati di case ora hanno solo un basamento circondato dalla rete rossa da cantiere. 
Giungiamo alla frazione S. Angelo e ci sistemiamo nei pressi delle S.A.E.. Franco, presidente della sezione CAI di Amatrice, ci racconta dei soccorsi durante le concitate ore successive a quel maledetto 24 agosto 2016.
Abbiamo modo di visitare la chiesa di S.Angelo, i cui lavori di ristrutturazione erano terminati pochi giorni prima del terremoto e che ora è completamente crollata, portandosi giù anche il prezioso tetto e le numerose opere artistiche al suo interno.
Ma la meraviglia, quella positiva, si ha quando visitiamo il più grande e vecchio cerro d’Europa: una pianta di 640 anni e dal diametro di più di sei metri. Abbiamo un senso di rispetto assoluto verso quell’essere che è sopravvissuto a intere epoche. Quando ci accingiamo ad abbandonare il sito incontriamo un signore in macchina con un bambino: ci dice che suo figlio è il primo nato dopo il terremoto!
Ad allietare la squisita cena preparata dagli abitanti di S.Angelo (manco a dirlo con una superlativa amatriciana), la presenza di Paolina, amatriciana di 102 anni!
Domani si parte presto e si visiterà Amatrice capoluogo. Sarà ancora una giornata ricca di forti emozioni.
Passo dopo passo…

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Giorno 11 del #CamminoNelleTerreMutate

Amatrice-Campotosto
Oggi la nostra camminata inizia nella città simbolo del terremoto del 24 agosto 2016. Ci raduniamo intorno al monumento dedicato alle vittime: sono più di 200 ed è difficile far fronte alla commozione quando Franco intona il “Signore delle Cime”. Nel paese tante macerie ma anche tanti cantieri in funzione che fanno sperare.
Il cammino prosegue nel bosco con l’incantevole cornice dei Monti della Laga alla nostra sinistra. La meraviglia però si ha quando si apre definitivamente il panorama con il lago di Campotosto in basso e il massiccio del Gran Sasso sullo sfondo. 
Entriamo nel paese di Campotosto e sembra passeggiare in uno scenario da film horror: tutto è decadente e abbandonato. Le macerie si alternano ad edifici che vengono tenuti in piedi da scheletri di legno e ferro. Di Campotosto e degli ingenti danni subiti dal terremoto nessuno ne parla e nessuno ne ha parlato a suo tempo, quando, il 18 gennaio 2017, delle forti scosse distrussero il paese. In quei giorni, però, l’attenzione pubblica era tutta rivolta su Rigopiano. Giungiamo in quella che ora è la piazza di Campotosto dove i lavori a maglia di Assunta fanno bella mostra. 
La serata finisce nel migliore dei modi, tra vino, pasta e stornellatori.
I rapporti tra noi si stringono sempre di più ma comincia a nascere un po’ di malinconia perché questa avventura sta volgendo al termine.
Ho trovato nuovi amici e spero di trovarne altri, sempre in cammino, passo dopo passo.

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Giorno 12 del #CamminoNelleTerreMutate

Campotosto-Mascioni
Oggi è stata una delle tappe più belle e appaganti dal punto di vista paesaggistico. Lasciato il paese di Campotosto ci siamo incamminati fino a salire su un promontorio con una vista a 360 gradi mozzafiato. Intorno a noi le quattro cime più alte di Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo: rispettivamente Redentore, Vettore, Gorzano e Corno Grande. Ai nostri piedi il lago di Campotosto.
C’è stato poi un momento speciale, in cui abbiamo condiviso le nostre emozioni e impressioni di questo cammino. Ognuno di noi porterà nel cuore questa esperienza, consapevole di aver fatto qualcosa di molto speciale.
Domani sarà una tappa impegnativa, ma ormai non ci ferma più nessuno. Passo dopo passo…

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Giorno 13 del #CamminoNelleTerreMutate

Mascioni-Collebrincioni
La penultima tappa è stata, come previsto, lunga e impegnativa. Ma è quando i piedi non ne vogliono più sapere e le gambe implorano riposo che si ha ancora la forza di cantare e di scherzare. Perché siamo tutti fratelli e sorelle, protagonisti di un’esperienza unica. 
La tappa è estenuante, ma la vista ripaga ampiamente gli sforzi. Le foto rendono solo minimamente la bellezza dei luoghi che calpestiamo e i panorami che ammiriamo.
Arriviamo a Collebrincioni stanchi morti ma carichi di voglia di festeggiare. Già, perché ormai il cammino sta volgendo al termine e questa è la serata dei festeggiamenti. La cittadinanza ci accoglie con un grande striscione di ringraziamento e ci offre una cena nel campo sportivo. E così ecco che la stanchezza sembra scomparire improvvisamente. È solo stato servito l’antipasto che già ci si scatena in balli sfrenati, che proseguono per tutta la cena e fino a notte inoltrata. C’è poi un momento per celebrare i camminatori che hanno effettuato almeno 8 tappe ai quali viene conferito un attestato: siamo ufficialmente dei “partigiani della terra”. L’orgoglio è alle stelle!
La cena e i festeggiamenti sarebbero finiti ma non si sa come i più temerari riescono a trovare ancora un po’ di benzina per giocare a pallone e ballare fino alle 3 del mattino.
Domani si arriva a L’Aquila e sarà il momento della gioia ma anche della malinconia. Vorremmo che tutto questo non finisse mai.
Passo dopo passo.

… continua

Giorno 14 del #CamminoNelleTerreMutate

Collebrincioni-L’Aquila
Conclusioni e riflessioni sul Cammino Nelle Terre Mutate.

Ho atteso un po’ di tempo prima di scrivere la pagina di diario di quest’ultima tappa del cammino. Le tante emozioni e i tanti pensieri avevano bisogno di un tempo di decantazione.
Più di una persona, al mio annuncio che avrei fatto questo cammino, mi chiese il perché avevo deciso di fare questa esperienza. Camminare nella natura e in montagna è l’unica attività fisica che faccio volentieri. Da sempre strenuo sostenitore della staticità, trovo nel trekking un valido motivo per muovermi, in quanto posso godere di paesaggi che altrimenti non potrei ammirare. Ma fare un cammino è un’esperienza per certi versi molto differente dal semplice escursionismo in giornata a cui ero abituato. In cammino bisogna fare i conti non solo con la fatica fisica, ma anche con quella psicologica. Finita la camminata non si torna svelti a casa per una doccia ed una meritata dormita. Bisogna pensare a montare la tenda, a lavare e stendere i panni, a farsi una doccia, a cenare. E così la mattina seguente bisogna disfare la tenda, risistemare il bagaglio ecc. Il cammino ti dà anche la possibilità di passare molto tempo con te stesso e con gli altri e quindi a conoscere, conoscersi e condividere. Ma perché ho scelto di fare proprio questo cammino? Mesi fa, su internet, lessi un articolo che parlava di questo Cammino nelle Terre Mutate: era un nuovo cammino, che percorreva la dorsale appenninica passando per le zone colpite dai terremoti degli ultimi anni e che si concludeva a L’Aquila. Comprai subito la guida e sentii come una chiamata, una voce che mi diceva che dovevo fare quell’esperienza. Ho un amore viscerale per i monti Sibillini, dove ho trascorso molte vacanze della mia vita e dove ho le mie radici. Gli eventi sismici che hanno colpito quei posti magici hanno rafforzato il mio rapporto con loro. Ho pensato che ho ricevuto tanto da quelle terre e dai loro abitanti e che questo cammino potesse essere un mio umile e piccolo modo per sdebitarmi e fare la mia parte. Ma ancora una volta sono stato io a ricevere tanto da queste terre. Il fatto poi che il cammino si concludeva alla basilica di Collemaggio era come la chiusa di un cerchio: nel 2009, anno del terremoto a L’Aquila, ero studente del conservatorio la cui sede era proprio di fianco a quella basilica. Ricordo ancora benissimo lo sgomento, la disperazione e il dolore provati in quei giorni successivi al terremoto. Ricordo i miei compagni di studio che improvvisamente si trovarono senza più un tetto sotto cui dormire e che piangevano la perdita di un amico o di un parente.
Dovevo in qualche modo dare una risposta a questa chiamata. Ho così deciso di partire, aggregandomi a questa Lunga Marcia. L’entusiasmo era a mille, ma anche la paura faceva la sua parte: “sarò in grado di fare questo cammino?” era la domanda che più mi tormentava. Ma per una volta ho deciso di buttarmi in un’esperienza totalmente nuova. Anche dormire in tenda per me era una novità.
Chi ha seguito questo mio diario quotidiano del Cammino, può essersi fatto un’idea delle sensazioni che ho avuto e di come sia andata. Ogni mia aspettativa è stata ampiamente superata. Personalmente non credo di aver superato i miei limiti, ma semplicemente ho capito che i miei limiti sono molto al di sopra di quanto pensassi. Ho imparato tanto dagli abitanti di quei posti, che amano la propria terra, le proprie radici, le proprie tradizioni sopra ogni cosa e che non mollano nonostante l’indifferenza della politica e dell’opinione pubblica, nonostante i mille problemi, nonostante tutto. Troppe volte si litiga per delle sciocchezze, si è attaccati in modo morboso alle cose materiali. Queste persone mi hanno insegnato che sono poche e semplici cose che davvero contano per vivere serenamente. 
Ho avuto anche l’occasione di condividere questo cammino con persone straordinarie. Vorrei citarle una ad una, ma rischierei di fare torto a qualcuno dimenticandomelo, per cui mi limito a ringraziare di cuore tutti i miei compagni e compagne di avventura che mi hanno dato tanto. Ma un ringraziamento speciale lo devo a tutte quelle persone che hanno organizzato e lavorato fattivamente alla riuscita di questa Lunga Marcia: sono persone che hanno donato tanto del loro tempo e delle loro energie per la riuscita di questa esperienza. Cito solo le associazioni che hanno reso tutto ciò possibile: Movimento Tellurico, FederTrek Escursionismo e Ambiente e APE ROMA Associazione Proletari Escursionisti Sezione di Roma.
A noi camminatori è stato conferito il titolo di “Partigiano della terra” di cui vado orgoglioso ma che comporta anche una responsabilità: essere testimone di ciò che è successo in quelle terre e di come è la situazione attuale e di dire a tutti di fare un giro da quelle parti, di parlare con i loro abitanti, di godere di quelle terre, di fare in modo che ci sia una sensibilità maggiore riguardo il tema dei terremoti e dei dissesti idrogeologici.
Spero che questo sia solo il primo di tanti cammini.
Passo dopo passo!

Agostino Marzoli

Tutte le immagini contenute in questo articolo, lì dove specificato, sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Agostino Marzoli.

Una delle immagini di copertina è stata presa dal post di Facebook di Cristina Menghini – Guida Ambientale Escursionistica – L’Italia nello zaino




I sette pilastri della saggezza reloaded.

Aeroporto Internazionale Queen Alia di Amman, Giordania. Sono arrivato ma non sono ancora giunto. È un avvicinamento a tappe, lo so. Sognare ma anche soffrire per raggiungere la meta agognata. Come al solito, però, non riesco a gestire l’ansia. Non sopporto il prologo allo spettacolo, lo scorrere dei titoli di testa. Ora in aeroporto e in un batter di ciglia su un dromedario bianco a scorrazzare sulle orme del colonnello Lawrence: no, questo è solo sognare, rassegniamoci, dunque, a soffrire. Prima tappa del percorso di avvicinamento un bruttissimo albergone alla periferia della città dove trionfa il kitsch e l’innegabile cortesia del personale tenta di supplire a piccole ma evidenti défaillances di professionalità, che contribuiscono al consolidarsi di una serpeggiante e disturbante atmosfera di incompiuto, approssimativo, sfavillante solo in superficie: sono ancora molto lontano da dove voglio essere. La mattina dopo continua la tortura. Mi sembra addirittura di allontanarmi ancora di più dal sogno, trovandomi in mezzo ad una caotica cittadina in cui la chiesa greco-ortodossa intitolata a San Giorgio custodisce i resti di un pavimento a mosaico di epoca bizantina che rappresenta in modo mirabile la prima mappa geografica del medio oriente. Non posso non subire il fascino di un rimando così potente alle origini della nostra storia e delle religioni ebraica, cristiana e musulmana, ma l’impressione è che tanto valore storico non sia associato ad un eguale valore artistico. A me questi mosaici non piacciono granché, ed il pensiero corre subito a quelli di Piazza Armerina, una delle tante meraviglie del nostro passato di incomparabile bellezza, stile ed eleganza ignorate dai più nel nostro paese, che ricordo molto più raffinati, meglio conservati ed enormi, se paragonati alle poche tessere che costituiscono il mosaico che sto ammirando sotto, o meglio, davanti ai miei piedi. Ma questa è tutt’altra storia e pensarci non fa che acuire il mio sotterraneo disappunto, la strisciante sensazione di star perdendo tempo, l’angoscia che monta dentro di me per non aver raggiunto ancora la meta e non saper come fare per abbreviare l’attesa. E l’attesa non si abbrevia, si prolunga. Ecco il colpo di grazia definitivo. La meta religioso-turistica per eccellenza. Il pellegrinaggio mordi e fuggi al Monte Nebo, dove Mosè ebbe la visione della Terra Promessa, morì e fu sepolto in un luogo sconosciuto nei dintorni. Al contrario di Mosè io qui la mia terra promessa non la vedo ma sono sicuro di spegnermi definitivamente come lui, qui ed adesso, seppellito dal peso di questo struggimento. Mentre seguo passivamente il gruppo scattando brutte foto dell’ennesima spianata di mosaici all’interno della basilica, come un Bruce Chatwin senza moleskine e senza fascino anglosassone mi domando: che ci faccio qui? Va bene, ora basta. Risalgo in minivan con gli altri e mi impongo serenità, certo che non ci saranno più ostacoli. E il minivan finalmente va, procede tra terre asfaltate e sterrate e al calar del sole la meta è raggiunta. Tutto diventa vero. Mi crogiolo al calore intimo che un misto di soddisfazione e serenità mi regala, calore che supera di gran lunga la calura esterna: si apre davanti a me il Wadi Rum.

Il primo appuntamento come al solito è all’alba. Io sono un fotografo, non un turista. Certo, apprendista fotografo, ma senz’altro non un semplice backpacker. Io qui, ancora una volta sotto la guida del prode e valente Riccardo, ideatore e tour-leader degli ScenicLandscapePhotoWorkshop, sono venuto per imparare a fotografare “l’infinito”, come dice lui. E io di lui mi fido. Franco Fontana, il più grande di tutti per me, non ha mai fatto mistero della sua scarsa propensione a fotografare alla pur splendida luce dell’alba. Vista la difficoltà con cui mi sono svegliato alle 4 del mattino, mi sento sempre più vicino al grande maestro, ma comunque tonico, concentrato e certo che proverò grandi emozioni. Le mie certezze non crollano nonostante il freddo pungente della notte desertica e la sofferenza del mio fondoschiena, continuamente sollecitato dagli sbalzi sulle panche esterne del pick up che si fa largo tra la sabbia e le rocce del Wadi Rum, che per il momento scorgo appena. Eh già, perché il pick up è il dromedario dell’epoca moderna. Il deserto del Wadi Rum, nel 2018, non è più la terra dei Beduini, affascinante popolo nomade che dal deserto ha saputo trarre la propria fonte di sussistenza attraversandolo in lungo e in largo a dorso di dromedario. O meglio, i Beduini ci sono ancora, ma sono perfettamente integrati nella macchina acchiappaturisti, come oggi è ridotto questo deserto millenario, e animano le tante attività ricreative ammantate di uno sbiadito alone di “autenticità” che si offrono al turista estasiato: tour sulle orme di Lawrence, concerti di esasperante musica araba, cerimonie del tè nel deserto, ecc. Quindi, pick up, jeep e SUV tanti, dromedari pochi e spelacchiati, tanto da sembrarmi loro fuori contesto, una reminiscenza posticcia di una realtà che non esiste più. Al sorgere del sole comincia lo spettacolo, anche se la luce non è eccezionale. Una velatura di nubi stratificate rende l’orizzonte lattiginoso, polveroso, piatto. Non mi scoraggio. Mi dedico soprattutto ad osservare, capire, interpretare. Questo è il valore aggiunto di questi workshops fotografici. Il fotografo paesaggista professionista cerca di farti vivere la meraviglia del suo mestiere. Ti spinge innanzitutto a conoscere il paesaggio che vuoi ritrarre, camminandoci dentro, girando lo sguardo a 360° gradi, inquadrando prima con gli occhi e poi con la fotocamera. E tu capisci che una buona shooting session può nascere solo dopo questo processo di immersione nella realtà che ti circonda e ti affascina. Nella luce lattiginosa di questa prima alba nel Wadi Rum, mi incammino dunque lentamente, zaino in spalla e cavalletto in mano. In questo luogo maestoso, solido di rocce così imponenti da formare, susseguendosi le une alle altre, piccole catene montuose, vivo l’estraniante sensazione di essere contemporaneamente al centro della terra e su un altro pianeta, radicato nel presente, immerso nel passato e proiettato nel futuro. Sì, la caratteristica più sconvolgente di questo luogo è l’immutabilità. Ne sono convinto anche quando lo sguardo mi cade sugli emblemi della modernità che rendono oggi facile a chiunque, anche agli apprendisti fotografi, violentare con la propria presenza futile e passeggera questo immenso regno dell’eterno, dove tutto è cominciato e, forse, tutto finirà. Le automobili, al posto dei dromedari, i campi tendati con aria condizionata al posto dei ripari di fortuna dei Bedu e le bottiglie di plastica a mischiarsi con i sassi e ad insozzare la sabbia millenaria, non riescono minimamente ad indebolire la confortante serenità che l’immensa distesa di rocce e sabbia genera nel mio animo. Con l’irrompere della luce del sole, ora un po’ più vicino allo zenit, si squarcia la velatura caliginosa che ne aveva accompagnato il manifestarsi. Le rocce diventano color dell’oro, la sabbia si tinge delle mille sfumature del rosa, del bianco e del grigio.

Ogni cosa è illuminata. Jonathan Safran Foer è venuto nel deserto del Wadi Rum per ispirarsi? Non credo, ma sarebbe stato felice, penso, di constatare qui, come in nessun altro luogo, la manifestazione inequivocabile, fisica, tangibile della sua intuizione: il presente delle nostre vite è illuminato dalla luce del passato. E cosa c’è di più fisico, di più tangibile, concreto e, allo stesso tempo, evocativo dei Sette Pilastri della Saggezza? Sì, esistono davvero. Non sono solo il titolo di un romanzo o di un film. Non sono stati creati in cartapesta dalla maestranze di Hollywood. Eccoli di fronte a me in tutta la loro maestosità e precisione architettonica. Sembrano infatti costruiti. Sette guglie di una cattedrale neolitica. Il santuario, il luogo sacro dove è custodito lo spirito del Wadi Rum.

È tutto qui, in questo momento: passato-presente-futuro con me stesso nel mezzo, anch’io parte di questo paesaggio millenario insieme a rocce grandi, piccole e minuscole, vortici di sabbia, e sparuti cespugli.

La figura grande circondata da mille piccoli oggetti come in un disegno di Pericoli, cartone animato con la potenza descrittiva del più crudo dei reportage, incrocio tra sogno e realtà.

E mentre guardo, fotografo. Con calma, con accuratezza, cercando di includere il mondo in un mirino. E magicamente, con l’ultimo scatto, nel mio mondo entra una mongolfiera, che sorvola indolente le rocce e la sabbia e mi aiuta a salutare con un sorriso l’alba che se ne va.

Ma non c’è tregua per il fotografo professionista. E nemmeno per chi aspira ad esserlo. Alba-Tramonto: questo è il binomio che scandisce il tempo. Si può scattare solo all’alba ed al tramonto. Si cerca la luce dell’alba e del tramonto. Tutto quello che conta succede all’alba ed al tramonto. Si riesce a sognare solo all’alba ed al tramonto. E se il Wadi Rum all’alba è lo spettacolo della luce che colora il mondo, al tramonto è il regno della solitudine e del silenzio assoluti. Me ne accorgo all’improvviso. Circondato da tanta maestosità, sono solo. Mi sono distaccato lentamente ma inesorabilmente dagli altri. È una solitudine che non rattrista, che appaga, che permette di concentrarsi sul sé per entrare ancora più in contatto con gli altri. Tutto intorno a me è molto più solido e compatto rispetto a stamattina. Metri e metri di sabbia uniformemente arancioni. Grossi massi simili a dolmen che sembrano piovuti lì dal passato più remoto e non siano più stati spostati, e probabilmente e così.

Non c’è un alito di vento. L’aria si rinfresca mentre il sole cala lentamente e le ombre delle rocce si allungano sulla sabbia, che ormai è ocra. Vorrei rimanere qui fermo, seduto, per sempre. Per un attimo mi immagino ad una piccola scrivania, uno scratch book sul piano di legno ed un tronchetto di grafite in mano, a disegnare un paesaggio che mi include mentre disegno, come negli immaginifici gorghi surrealisti di Magritte. Ma l’arancione quasi marziano della sabbia e delle rocce mi suggerisce di stare all’erta per non essere investito dai mostruosi insetti-elefanti di Dalì o da Matt Damon, che si dirige lentamente alla guida del suo router verso il Cratere Schiapparelli, da dove lascerà Marte per ricongiungersi ai suoi compagni di missione.

E penso, solo per un attimo, che qui vorrei sempre ritornare, come ha scritto Sven Lindqvist, a proposito del deserto del Sahara, da lui attraversato sulle tracce dei grandi esploratori del passato. Qui vivrei, lui scrive, senza essere disturbato dalle complicazioni umane, senza amore ma anche senza dolore. Il pensiero è fugace. Il delirio onirico presto si estingue, risolto dall’ineffabile guida bedu che richiama la mia attenzione sulla possibile presenza di serpenti in quella zona del deserto, e mi invita a riavvicinarmi al pick up per sorbire il profumatissimo tè che ha avuto l’onore ed il piacere di preparare per il manipolo di intrepidi apprendisti fotografi. Con malcelata ansia, ritorno velocemente sui miei passi e raggiungo il focolare su cui l’acqua per il tè bolle in un maxi-teiera, che sicuramente sarà stata maneggiata anche da Lawrence d’Arabia in una pausa delle sue scorribande nel Wadi Rum a dorso di dromedario per sostenere la causa della rivolta araba. Ed ora, nella calma del tramonto inoltrato, il silenzio interrotto solo dalle chiacchiere divertite e sommesse del gruppo davanti alla teiera fumante, mi sento improvvisamene vicino al grande condottiero: anch’io, come lui,  ho compiuto un’impresa e ho vinto una sfida, non contro l’oppressore ottomano ma contro me stesso. E chissà se anche lui, seduto al focolare a prendere il tè con il principe Faysal dopo la conquista di Aqaba, sarà stato felice come me.


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© Alberto Manno.




Dal “gelo” sovietico.

Era una rilassante giornata di settembre a Ischia. Isola che avevo preso l’abitudine di frequentare ogni anno, per dedicarmi a un totale relax dopo un anno lavorativo. Ma ahimè, nella fretta dei preparativi, non avevo portato con me nulla da leggere. Ok!  Senza perdermi d’animo, vado nell’unica e abbastanza scarna libreria vicina all’albergo. Osservo, guardo, memorizzo una serie di titoli ma nulla attirava la mia attenzione. Poi eccolo, la copertina lasciava poco spazio all’attrattiva e forse, proprio quello, attirò la mia curiosità. Non conoscevo l’autrice e accolsi la scommessa. Inutile dire che è uno dei miei romanzi preferiti. Quelli che non si dimenticano, che ti entrano dentro, quelli che il mio fidanzato (ora mio marito) è stato single per tutta la restante vacanza! Parlo di “Il Cavaliere d’inverno” di Paullina Simons, scrittrice russa, ambientato nell’Unione Sovietica durante l’assedio di Leningrado.

Mi ritrovai immersa in un implacabile inverno, dove l’assedio nazista stringe la città in una morsa, riducendola allo stremo. Mi immedesimai in uno spaccato di vita di una famiglia sotto persecuzione, nel 1941, in una Leningrado comunista. Tra le poche parole pronunciate a mio marito in quella settimana, annovero: “Amore, ad Aprile andiamo a San Pietroburgo!”. Conoscendomi, si arrese alle circostanze.

Aprile è arrivato e, con ancora nel cuore le emozioni della lettura, mi accingo a prendere l’aereo diretto a Mosca, dove avrei soggiornato pochi giorni, per poi dirigermi a San Pietroburgo. Mi ricordo ancora quelle emozioni durante il volo. Avrei respirato la stessa aria di Anna Karenina, avrei visitato i luoghi di cui tanto avevo letto dei Romanov, l’ex famiglia imperiale sterminata nella rivoluzione di ottobre del 1917. Ero curiosa di conoscere questo grande popolo che ha avuto un significativo ruolo nella sconfitta del Terzo Reich e che ha osato sfidare la potenza degli Stati Uniti d’America. Il mio cuore era gonfio, direi tronfio, di una spasmodica necessità di immergermi nella fierezza e determinazione di una grande nazione.

L’impatto mentre mi dirigevo verso Mosca fu subito assai deludente. I primi palazzi incontrati furono i Kommunalki (appartamenti in comune). La coabitazione di estranei nello stesso appartamento è un fenomeno unico e tipicamente russo. Nell’osservarli un velo di tristezza mi avvolse. Arrivammo all’albergo che avevo scelto con novizia di aspettativa.  Il Grand Victoria, ex ministero comunista trasformato appunto in un hotel a 5 stelle. A parte gli enormi spazi, un odore strano aleggiava e tutto era vecchio e fatiscente. Ho pensato … cominciamo bene! Ok Barbara non perderti d’animo. Domani Mosca ti aspetta!

Il giorno è arrivato. Pronta per la giornata comincio il tour. Ogni angolo era pieno di militari, ogni metro che percorrevo era un riferimento alla due guerre mondiali. I parchi e le piazze erano zeppe di cannoni, carri armati, simboli comunisti e di pietre commemorative.

cannone

Il mio stato d’animo era abbastanza provato. Pensai … ma qualcuno li ha informati che la guerra è finita? Non parliamo poi dello spirito di accoglienza che ho trovato … rasente allo zero! Per porvi un esempio, un tassista tenne il finestrino aperto per tutto il tragitto (e vi assicuro che ad aprile a Mosca le temperature non sono propriamente estive). Beh caro, tu sarai pure russo ma noi romani ne abbiamo fatta di storia. Quindi, mantenendo il sorriso (aiutata dall’istantaneo congelamento facciale) pagai e salutai educatamente. Ed eccola davanti a me la Piazza Rossa.

Piazza Rossa

Respirai a pieni polmoni e cominciai a camminare pensando alle persone che l’avevano popolata in preda a uno spirito nazionalistico di tutto rispetto. A colpo d’occhio subito sono stata attirata dalla coloratissima cattedrale di San Basilio, una splendida testimonianza delle tante chiese ortodosse che abbelliscono la città.  

San Basilio

Anche qui, partecipando a una funzione, io e mia madre ci siamo ritrovate zuppe di acqua a seguito della benedizione con uno scopettino di saggina. Inutile dirvi che ormai avevo la sicurezza di tornare a casa con una polmonite fulminante.

Mi dirigo poi al Mausoleo di Lenin.

Ed anche qui non manca la locale calorosa accoglienza. Prima di entrare siamo stati controllati da poliziotti armati, così ligi che mancava mi togliessi anche i vestiti. Poi con fare arrogante ci indicarono un cartello “tenere un contegno rispettoso mentre si è all’interno del sepolcro, non scattare fotografie o effettuare videoriprese, non parlare, fumare, tenere le mani in tasca, indossare cappelli o guanti” (menomale avevo il cappuccio del k-way). Ho pensato: “va beh, dài, almeno puoi camminare eretta”. Si entra in un passaggio buio e angusto, con una scalinata stretta, dove a ogni scalino ai lati c’era un militare. Erano così immobili da sembrare di cera, tanto che nel mentre mia madre mi sussurrava qualcosa uno di loro fece “SHHH!” e ci partì un urlo terrificato. Ok calma, procediamo. Massimo rispetto per questo rivoluzionario politico che non immagini però essere nella realtà un uomo tanto minuto ed esile. Dopo queste non proprie rosee premesse decidiamo di andarci a svagare al GUM, imponente palazzo che occupa tutto un lato della Piazza Rossa difronte al Cremlino.

GUM

È un centro commerciale dove sono presenti molte marche di lusso e della moda. Come sempre l’aspetto fatiscente dei luoghi non manca e anche qui i russi danno una sana “botta di vitalità”. Ad ogni dieci metri, più o meno, al primo piano c’erano enormi teche con le foto dei dispersi nelle guerre mondiali mentre, giusto per dare leggerezza, al secondo piano quelli dei deceduti nelle diverse battaglie. Bene! Ma l’ottimismo non manca … Il giorno successivo, raggiante e curiosa mi dirigo al Cremlino.

Bello a livello architettonico, peccato che non ci abbiano fatti entrare. Menomale che all’esterno c’era la famosa campana dello zar, commissionata dalla sovrana Anna, nipote di Pietro il Grande. Almeno un senso lo abbiamo dato.  Ma non demordo. Ora è il momento di andare a sbirciare i vari spettacoli al teatro Bolshoi. A parte lo sporco, trascurato, ai limiti dell’abbandono, non c’era traccia di nulla. Chiediamo: chiuso non si sa fino a quando. Ed ecco che le mie immagini delle talentuose e flessuose ballerine russe scemano miseramente.

Mai arrendersi! Ora si gioca duro. Prossima tappa Museum of Cosmonautics, alla scoperta dei più importanti successi sovietici nell’esplorazione spaziale. Il tutto gettato alla rinfusa, sporco, pieno di polvere e cavolo … mettetecela una luce in più, così tanto per riuscire a vedere oltre le ombre dei vari oggetti. Anche il veicolo Sojuz, facente parte del programma russo Luna, è lì gettato in un angolo, abbellito da un inguardabile pupazzo raffigurante un astronauta tenuto da un fil di ferro.

Sojuz

Ho pensato … e che cavolo anche gli anni dell’esplorazione lunare sono andati a farsi benedire! Addio ai sogni di gloria della cagnolina Laika e al primo uomo a volare nello spazio Jurij Alekseevi? Gagarin.

Ed arriviamo all’esperienza più terrificante della mia vita. Prendere un Tupolev “bara volante”, con 100 incidenti e 3100 morti, come testimonianza della sicurezza della compagnia aerea (informazioni acquisite dopo).

Tupolev

Beh le cappelliere, non dotate di sportelli, hanno fatto sì che al momento del decollo ci sia stata la fluttuazione di ogni sorta di bagaglio che, una volta presa quota, ha generato la riconsegna tra i vari passeggeri delle rispettive borse e valigie. Almeno un po’ di spirito di comunità l’ho provato finalmente! Ci mancava il segno di pace e potevamo morire felici!

Ed eccoci arrivati a San Pietroburgo.

Osservare il Mar Baltico, camminare nei canali costeggiati da sontuosi palazzi. Osservare, dai suggestivi ponti, il fiume Neva, rendendo la città sinuosa ed elegante. Il campo di Marte, uno stupendo giardino che costeggia il fiume. Per poi arrivare a lui … l’Hermitage … il Palazzo d’inverno, edificio che faceva parte della reggia imperiale che per due secoli ospitò la famiglia degli zar Romanov.

Finalmente! Mi sono figurata la famiglia reale, ho scorso Anna Karenina che faceva parte dell’alta società di San Pietroburgo, ho intravisto Tatiana ed Alexander de Il cavaliere d’inverno e, perché no, non sono mancati i protagonisti di Guerra e Pace, sempre del mio adorato Tolstoj. Il cerchio finalmente si è chiuso. Missione compiuta! Ciò che si prova al suo interno è una magia che appartiene a ognuno di noi, nel privato, nel viaggio temporale che si vive. Tutto si anima, gli occhi si saziano e l’immaginazione viaggia senza frontiere, senza appartenenza. Le collezioni di arte, all’interno, scalfiscono tutte le differenze … si diventa il tutto nel tutto.





Impressioni dalla Birmania

Ci sono quei viaggi inaspettati e non programmati verso mete non considerate. Era il 2007 e, come di consuetudine, per aprile, ero alla ricerca di qualche buona offerta. Quell’anno avevo scelto la Thailandia di cui tanti racconti avevo ascoltato. Mi sono imbattuta in un’agenzia locale, che, lessi poi, organizzava anche tour per la Birmania. Qualcosa è scattato e mi accordai di ricevere un programma per questo paese tra i più poveri e meno sviluppati del pianeta, piegato da decenni di embarghi internazionali ed isolamento economico e sociale. Solo la mia testardaggine mi ha permesso di partire dopo lungaggini burocratiche, richiesta del visto, in un paese militare dove poco era lasciato al caso per entrare nel loro “mondo”. Eh già, perché un mondo a sé ho trovato dove tutto era alieno da quello a cui ero “assuefatta”. Non sto qui a parlare dei siti che ho visitato in venti giorni, per questo basta farsi un giro dei vari pacchetti su internet.  Ma ciò che mi ha sconvolto sono state le lacrime mentre ero in aereo per tornare a Roma.

Essere assorbita da quella umanità, bontà, gentilezza e genuinità. Guardare negli occhi quelle persone, ai limiti dell’indigenza, ma serene, pacate e curiose. Essere continuamente avvicinata da quel calore umano, ricevendo da tutti carezze e benedizioni. Quei bambini con i loro sorrisi sdentati ma con quegli occhi già adulti.

Barbara con i bambini

A ogni passo respiravo una strana sensazione di sacralità. Nei profumi, nei paesaggi cheti, silenziosi, con un fascino mistico. Dove tutto sembrava immobile e allo stesso tempo pregno di un viaggio interiore che purifica e rasserena. Tante volte mi son ritrovata seduta in qualche tempietto buddista a respirare, osservare e immagazzinare quanto più possibile quell’ “ossigeno” così sano e giusto.

Buddha
Donne giraffa Myanmar.

Il tempo si ferma. Tutto si svolge in tempi vitali in cui di tutto si gode, dove tutto si “riumanizza”. Dal pilota che si presenta in infradito e giacca di pelle. Nell’attesa degli aerei (ben 12 ne ho presi), dove si partiva quando a vista qualcuno decideva e dava l’ok. Dove se pioveva ok, valigie per terra, una sigaretta con i militari aereoportuali.

Sparita la frenesia, il legame con l’orologio un ricordo lontano. Internet vietato e linee  telefoniche mobili praticamente inesistenti. Ci si avvaleva di lunghe chiacchierate di storie di vita, di speranze di questa popolazione attratta dal nostro benessere, dalla nostra conoscenza, ma allo stesso tempo fieri e custodi fedeli del loro Paese con una storia difficile.

Relax

Passeggiare nei vari mercati, un’esperienza unica. Cibi tutti da scoprire (alcuni sinceramente non ce l’ho fatta, come i molto comuni lombrichi vivi da sgranocchiare per un veloce snack).

Lombrichi.

Colpisce la lavorazione antica di ogni cosa. Tutto quello che ho acquistato era preparato lì per lì, da artigiani e tessitori. Passavano le ore nell’osservare i vari procedimenti, metodici, lenti ma precisi, dei variegati prodotti, anche gastronomici.

Una tessitrice.

Le lunghe passeggiate silenziose al ciglio dei tanti canali di cui è composto il paesaggio.

I canali birmani.

Eh i fiori. Miriadi di fiori con i quali abbellivano ogni luogo sacro. Osservare quelle spose “bambine” emozionate e così dolci addobbate a festa per l’occasione. E gli sposi che avevo denominato “gli sbarbati”, ragazzetti giovani e pieni di vita, tronfi però della conquista e della nuova vita che si accingevano a iniziare.

Interminabili e scomodissimi spostamenti in macchina, con il naso perennemente rivolto al finestrino dove scorrevano tanti paesaggi, foreste, paludi. E sorridere del continuo strombazzare, perché sì, i birmani sono chiassosi quando guidano!

In viaggio.

La fatica è stata tanta ma avevo sempre modo di rifocillarmi di un po’ di forza. Anche il più sperduto dei residence era da mozzare il fiato per la cura dei particolari, della vegetazione e ruscelletti da cui erano caratterizzati.

Il ricordo indelebile del mio arrivo a Yangoon.

Yangoon
Una ragazza a Yangoon.
Templi a Yangoon.
Interno di un tempio ad Yangoon.

Dopo una soddisfacente colazione, zaino in spalla e occhiali da sole, pronti a proteggermi dal sole cocente, mi sento inondare di acqua. Acqua buttata a secchiate da tutti, ridevano, sghignazzavano che ridevano, sghignazzavano. Un momento di sconcerto e, non vi nego, celato di paura. Forse che i turisti erano così odiati in questa metropoli?  Tra gli scrosci e schizzi riesco a fermare dei ragazzi che tirandomi la maglietta da dietro mi avevano inondato la schiena … “ehi ma che succede“? Fortunatamente con un loro inglese molto approssimativo capisco … è il Capodanno Birmano.  Chiamo la mia guida, che ancora dovevo incontrare e, mi spiega, che per loro è la festa della liberazione, la più importante, il momento in cui si lava via, ci si purifica dei peccati dell’anno passato. E ho pensato … cari amici birmani anche questa volta non mi avete delusa. Con tutta l’acqua che ho ricevuto il paradiso è assicurato!!! La guida che una volta arrivata al luogo dell’incontro mi abbraccia e mi fa “sorpresa!”.

Potrei continuare all’infinito… Ognuno di noi dovrebbe percorrere questo viaggio ritrovando cosa sia la vita reale nelle sue piccole cose. Provare per credere! Quello che spero è che tutto ciò che vi ho raccontato sia rimasto intatto all’inevitabile apertura del Paese. Quindi due consigli mi sento di darvi: armatevi di forza di volontà e cercate di andare nei luoghi rurali, anche se scomodi da raggiungere. E andate per Aprile per vivere il fantastico Capodanno!

Buon viaggio!

Sulla strada, i bambini.

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web e possono essere soggette a copyright, le altre sono coperte dal diritto d’autore © Barbara Bruno




Ho fatto un viaggio – LES SALINS DU MIDI

Ho fatto un viaggio in Camargue, un paesaggio surreale, a contatto con la natura.

In collaborazione con Artevitae, Diatomea è lieta di ospitare oggi Alessandra Bettoni con il suo articolo “Ho fatto un viaggio – LES SALINS DU MIDI”. Buona lettura!

ArteVitae è una rivista online che, come Diatomea, ha lo scopo di divulgare e promuovere l’arte in ogni sua forma e contenuto. L’idea della collaborazione nasce dalla volontà di offrire ai nostri lettori un’assortita selezione di argomenti e contenuti, attraverso la pubblicazione di articoli scelti dalla nostra redazione tra quelli già pubblicati o in via di pubblicazione su ArteVitae, con lo scopo di ampliare e variegare la già ricca proposta editoriale del Blog #diatomea, contaminandola attraverso una forte sinergia tra le due redazioni.


Ho fatto un viaggio. Non ho preso un aereo, non ho portato nemmeno il passaporto, non sono arrivata lì a piedi. Ma sì, ho fatto un viaggio come non mi accadeva da qualche anno a questa parte.

Viaggiare con un van Westfalia del ‘79 ha il sapore dell’avventura. È quasi impossibile fissare un itinerario preciso, si parte con un’idea di massima, possibilmente con una meta da raggiungere, il punto più lontano dal quale poi fare ritorno, e si calcolano le distanze lungo il percorso, in ore di viaggio e mai in chilometri.

VW Westfalia del 1979”

Questa volta la meta è la Camargue. È il sud della Francia, “le Midi”, che offre l’opportunità di immergersi nella natura, spingendosi in una terra ricca di paludi formate sul Delta del Rodano e oasi naturali protette all’interno del Parc Naturel Régional de Camargue.

“Rotolando verso sud” come dicevano i Negrita, si attraversano sterminati prati dove è impossibile perdersi visto che c’è una sola strada, quella strada che percorsa fino in fondo porta al mare. Considerata un’isola accessibile solo attraverso un ponte o via mare, la Camargue è una riserva naturale che si estende su 850 chilometri quadrati ed è l’ultimo tratto di terra che il Grande Fiume, il Rodano, attraversa prima di affacciarsi sul mare.

Si guida proprio fino alla fine della strada per arrivare a una lunga spiaggia dove sostano i camperisti. Il nostro percorso continua invece fino a Saintes Maries de la Mer. L’arrivo in città nel tardo pomeriggio è stato proprio come lo ricordavo.

Piante ornamentali e gazebo esteticamente arredati posti all’esterno del locale, introducono il consumatore in uno spazio dilatato dove domina al centro la macchina tostatrice, un bancone lungo una decina di metri anch’esso in marmo di Candoglia e i consueti tavolini per le consumazioni. Qualcosa che mi ricorda più che altro un’area ristoro aeroportuale, molto distante dalla nostalgica bottega del caffè; il tutto molto glam, naturalmente; un luogo nel quale si passa inosservati: potrei uscire senza pagare e non se ne accorgerebbe nessuno.

Il primo piano è adibito a bar denominato “Arriviamo”, destinato al bere alcolico e analcolico. Direi che non manca niente.

La luce, calda e avvolgente, il vento amabile figlio del più impetuoso Mistral, la chiarezza delle casette imbiancate a calce, il silenzio della città ancora assopita nella “siesta” pomeridiana. È una terra di confine e molto più di altri luoghi lascia assaporare l’incrocio di più culture e genti.

I voyageurs tziganes che fino a pochi anni fa abitavano nelle carovane con cui si spostavano tra i mercati di Provenza e Spagna mediterranea si mischiano ai francesi meridionali con i quali convivono. E poi la Spagna, la cui vicinanza geografica è palpabile in ogni dove, tanto che a tratti si ha l’impressione di essersi lasciati la Francia alle spalle e di aver varcato il confine dei Pirenei.

“Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre,
Maria di Clèofa e Maria di Màgdala”.

Giovanni 19,25

La leggenda racconta che Maria di Clèofa e Maria Maddalena sarebbero arrivate in questi luoghi assieme alla serva Sara la Nera, portando il Cristianesimo in Europa. Le statue delle tre Marie a cui la città è intitolata sono conservate nella chiesa fortezza della città, ma è Sara, la Madonna Nera, che viene celebrata a maggio dai pellegrini gitani che da tutto il mondo si radunano qui per una festa, portando in giro la statua e danzando e ballando per le strade.

Un po’ più a nord della città gitana, oltre le bocche del Rodano, emerge dagli acquitrini della regione paludosa la città di Aigues-Mortes. Anche in una giornata infame, con un cielo plumbeo carico di nuvole e qualche scroscio estivo, il borgo circondato dalle alte mura in pietra che rievocano l’epoca dei Templari e delle Crociate riesce a svelare il suo tremendo fascino.

Dall’alto delle mura, percorribili a piedi partendo dalla torre principale di Costanza si può godere dell’affaccio sulle distese paludose circostanti con un primo scorcio sulla salina più grande del mediterraneo che riunisce le compagnie di produzione del sale della regione sotto il nome di Salins du Midi.

Forse vi sarà capitato di acquistare il sale da tavola, quello con la balena, ebbene il sale La Baleineviene prodotto proprio in questa regione, in questa salina che è una delle più antiche.

Le saline, quel luogo dove il mare è rosa. Sono uno spettacolo per gli occhi e per l’anima. Immense distese di acqua salata che per un particolare effetto di una micro-alga assumono questo colore rosa, molto intenso che contrasta con il bianco dei cumuli di sale sulle rive.

“E’ davvero un paesaggio surreale.

Ho fatto un viaggio, solo per questo. E per un soffio di Mistral”.

 


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WHITE SANDS

È buio quando montiamo in macchina.

Le quattro del mattino e non dormo. Tutti i sensi attivati, pronti a recepire anche la minima sollecitazione. Sono tutto occhi, naso, orecchie. Il gusto di limone del chewing gum che sto masticando si amplifica nel mio cervello creando l’illusione di una passeggiata in una limonaia nel golfo di Sorrento. Le mani poggiano sul sedile del VAN e riesco a percepirne ogni increspatura della finta pelle, ogni granello di polvere lasciata dai miei vestiti il giorno prima. Devo stare attento. Nulla deve andare sprecato. Ogni momento deve essere un attimo, ogni sensazione un’emozione. Tutto deve essere vissuto fino in fondo e poi congelato nell’ippocampo in modo da ricordarlo per sempre il più fedelmente possibile.

Per me questo non è un workshop fotografico, come recita il titolo di questo viaggio verso il “New Mexico”, è il mio stargate, il tunnel magico, la porta per entrare nella bolla spazio temporale che ho sempre sognato di abitare, quel meraviglioso mondo alieno che risponde al nome di White Sands Desert, New Mexico, USA. Ricordo perfettamente il momento in cui, per la prima volta, quasi trent’anni fa, si è materializzato davanti ai miei occhi il deserto bianco. Sul mio schermo TV, Mickey Rourke e Samuel L. Jackson ci affondano i piedi fino alle caviglie, inseguendosi e prendendosi a pistolettate in un thriller di terz’ordine giustamente finito presto nel dimenticatoio. Attendo che il bene trionfi – i cattivi muoiono o vanno sempre in prigione nei film hollywoodiani di terz’ordine degli anni ‘90 – finisco la vaschetta di gelato e poi vado a dormire ma… che posto è quello?

Cos’è quell’abbacinante distesa di bianco?

Una sconcertante manifestazione della natura o un’immensa distesa artificiale, risultato di una qualche attività umana?

Un deserto non rosa, non grigio, non dorato, senza cammelli o tuareg?

Ma che deserto è?

©Alberto Manno

Non so rispondere a queste domande e purtroppo navigare, per me e per tutti nel 1992, significa ancora solamente andar per mare. Mi limito a guardare ed a sognare incollato al televisore con la vaschetta di gelato vuota in mano ed il cucchiaino in bocca. Andare in quell’oceano bianco, affondarci i piedi fino alla caviglie, immergersi nelle sue dune e, soprattutto, immortalarlo nel mio ricordo con le foto, tante, mille, infinite. Mi sembra solo un sogno, un bellissimo sogno che non so neanche come provare a realizzare. Nel 1992.

Ma nel 2018 ecco che tutto si concretizza in un attimo: Scenic Landscape Photo Workshop – New Mexico – 12-18 maggio. Modulo di iscrizione compilato e firmato in mezz’ora, ogni esitazione cancellata, ogni dubbio spazzato via. D’altronde, alla storia che gli dèi quando ci vogliono punire esaudiscono i nostri desideri non ci ho mai creduto, con buona pace di Karen Blixen/Maryl Streep.

Ed infatti, mentre sono qui, seduto sul sedile di terza fila di questo mostruoso VAN che ci conduce verso la meta agognata, mi sento l’uomo più felice del mondo.

Scruto il cielo nero per intercettare il minimo biancore che annunci il manifestarsi dell’alba e l’inizio della magia ma arriviamo a destinazione che è ancora buio. Tutto calcolato, per prenderci i tempi giusti, senza fretta. Un programma studiato nei minimi particolari da Riccardo, il nostro tour leader nonché fotografo paesaggista ispirato, perché si ripeta il magico rituale da lui seguito più volte in passato, per il piacere suo e di altri fortunati come noi. Nell’attesa, nel freddo intenso della notte, penso alle questioni tecniche. Ripasso mentalmente tutti gli insegnamenti che Riccardo mi ha elargito durante i due corsi di fotografia amatoriale che ho seguito, ormai tanti anni fa. Ho quasi il terrore di sbagliare, di fare brutte foto a causa di errori di esposizione e bilanciamento del bianco, o nella gestione dell’insidiosa accoppiata tempo di esposizione/apertura del diaframma.

Il tempo di bere un tiepido caffè, zaino in spalla e cavalletto in mano e si parte per le dune.

Bisogna arrivare nella posizione ideale, alla giusta altezza. Attenzione che qui ci si perde facilmente, rimaniamo compatti, avvertite quando vi spostate da soli. E chi ti molla, anche perché l’allievo attento ama stare accanto al proprio maestro, la vicinanza fisica gli dà conforto, rafforza la sua convinzione che potrà fare un buon lavoro. I piedi affondano nella sabbia/non sabbia, fredda perché è gesso ed il gesso non assorbe il calore del sole. Si, è tutto fresco intorno, fresco e chiaro, lentamente, sempre più chiaro. Siamo sulla cresta della duna prescelta, la fotocamera saldamente agganciata sul cavalletto, il tele per entrare dentro al paesaggio, luce diurna, 400 ISO perché all’inizio è solo chiarore… e tutto comincia.

Non è affatto bianco e l’accetto senza delusione. Anzi, godo della vertigine della scoperta, della sensazione dell’inaspettato che cresce in me di minuto in minuto, anzi di secondo in secondo.
Perché il sole sorge, la luce si diffonde lentamente ma inesorabilmente e si infrange sulle dune trasformando il bianco in azzurro, l’azzurro in blu che a sua volta si alterna all’oro ed all’argento.

©Alberto Manno

©Alberto Manno

Cambio inquadratura girando il totem “macchina-cavalletto” e, all’improvviso, il gesso da bianco e puro diventa nero come la notte fonda e si erge in enormi muraglie che si intersecano con canyons d’argento, la cui superficie sembra la maglia metallica della cotta dei cavalieri medioevali.

© Alberto Manno

Quasi non riesco a star dietro con le inquadrature a questi repentini cambiamenti di luce, ombra e colori. L’emozione è sempre più forte e si tramuta presto in una sensazione quasi spiacevole, una sorta di frenesia, di angoscia di non poter registrare, ricordare, memorizzare, la paura che tutto svanisca troppo presto, che lo stargate si attivi improvvisamente in senso inverso e io sia trasportato di nuovo nel mondo reale non avendo visto abbastanza.

Allora capisco che mi devo fermare. Un respiro profondo, lo sguardo, ammirato, all’infinito che mi circonda. Mi pervade una sensazione di totale, profonda e consapevole serenità. Solo io ed altre nove persone nel mondo, non un alito di vento, il sole tiepido che mi riscalda dolcemente. La consapevolezza che un’esperienza fantastica si è conclusa. In queste tre ore ho visto e fotografato ogni cosa e provato ogni emozione con l’intensità che volevo, che mi aspettavo. 

© Alberto Manno

Adesso, a passeggio tra le dune che il sole sempre più alto nel cielo tinge “semplicemente” di tutte le sfumature del bianco e del grigio, tra battute e scherzi con i compagni di ventura, mi unisco al coro di ringraziamenti a Riccardo per averci portato nel luogo magico e cerco di riflettere, di capire meglio dove sono e cosa ho visto.

Il 16 luglio del 1945, al confine nord del White Sands Desert, si verifica un’enorme esplosione provocata dall’uomo: è il progetto “Trinity”, il primo test atomico, il test di prova per le prossime devastazioni di Hiroshima e Nagasaky. Dunque, il meraviglioso mondo alieno, il misterioso paesaggio che potrebbe appartenere sia alla terra sia alla luna, il paradiso di gesso bianco che si tramuta alla luce dell’alba in un abbacinante caleidoscopio di colori, è anche il luogo in cui è stato testato lo strumento di morte programmata per antonomasia, che ha concretizzato la sconcertante determinazione di porre fine all’orrore della guerra tra i popoli grazie alla cancellazione fulminea di una parte di questi.

Dove ho già visto descritta questa apparentemente inconcepibile convivenza di bellezza ed orrore? L’estraniante contemporanea sensazione di serenità e disperazione?

Lo stargate si rimette in moto e con un fulmineo flasback torno indietro nel tempo e nello spazio e sono al Museo dell’Ara Pacis due anni fa, di fronte allo struggente ritratto di una bambina con il volto devastato dagli effetti della bomba atomica di Hiroshima, gli occhi velati, privi di vita, che sembra sorridere. Lo sfondo, una tenda o una parete dipinta, è un susseguirsi di onde che sfumano in tutte le gradazioni del grigio fino al nero, la grana della stampa fotografica che le fa sembrare come fatte di sabbia. Onde di grigio e di nero, sabbia, serenità, orrore, gioia e tristezza, Hiroshima, tutto nel capolavoro del gigante della fotografia giapponese Domon Ken.

Ora, tutte le emozioni vissute mentre il sole sorgeva sul White Sand Desert, mi appaiono come un meraviglioso déjà vu e questo mi conforta, mi fa sentire vivo.

Sto forse capendo cosa abbia veramente significato per me questo viaggio: un grande artista che non ho mai conosciuto, morto da un pezzo, mi ha fatto vivere una grande emozione attraverso la sua arte fotografica, emozione che credevo unica ed irripetibile; due anni dopo, un viaggio in un luogo dove meraviglia ed orrore si fondono ed un apparecchio fotografico amatoriale, mi hanno permesso di riviverla.

Probabilmente ha ragione Primo Levi quando ci dice che la felicità perfetta è impossibile da raggiungere in quanto la condizione umana è nemica di ogni infinito; io comunque, l’infinito credo di averlo visto ed alla felicità perfetta ci sono andato vicino. E mi basta così.