L’AFFLATO DEL MONDO

Fa molto freddo ad Aktau stamattina. Non va bene così, il freddo mi mal dispone, mi innervosisce. Il consueto, strisciante stato ansioso che mi tormenta sempre all’arrivo ed in partenza da un luogo sconosciuto, si amplifica. Sebbene circondato dai miei compagni di ventura, dai rappresentanti in Kazakistan dell’agenzia che ha organizzato il viaggio, dai due driver e dalla giovane guida kazaka dalla perfetta parlata inglese, mi sento solo in mezzo al nulla. Il meccanismo si deve mettere in moto, lo so. Troverò lentamente conforto nel concretizzarsi delle aspettative, nel rivelarsi di tutte le meraviglie, nel mantenimento delle promesse. Per ora, comunque, sto seduto sul sedile posteriore di questo enorme 4X4 a guardare, muto, una sconfinata distesa di tubi gialli e neri che traportano il gas e l’acqua. Nessun essere umano in vista. Cavalli e cammelli si aggirano tra piccoli agglomerati di edifici diroccati o in via di costruzione. Facile per me pensare ancora una volta a Bruce Chatwin  quando si chiedeva: che ci faccio qui? Questo sarà un tour fotografico selvaggio, ricordo a me stesso. Campeggio estremo per cinque giorni direttamente nei luoghi di shooting. Solo così sarà possibile cogliere le meraviglie paesaggistiche dell’immensa distesa di roccia calcarea e sale che risponde al nome di Mangystau.

Photo ©Alberto Manno

Il contatto diretto con la natura dunque, senza mediazioni, senza il confortante retropensiero che sia una cosa solo temporanea, che a breve, dopo lo shooting,  si rientrerà a casa o in albergo e che si verrà riaccolti presto nel consesso umano.  Stavolta non c’è tregua. Stavolta mi metto davvero alla prova.

In realtà è previsto un approccio graduale alla formula into the wild, attraverso una fermata di un giorno presso un campo di iurte, le grandi tende rivestite di tappeti di lana spessa, a forma di zuccotto  (la mia passione per i dolci riaffiora in maniera incontenibile…), temporaneo rifugio stanziale nel moto perenne di molti popoli nomadi orientali. Dovrei sfruttare questo momento, penso, cogliendo al volo l’unica occasione che avremo di conoscere un po’ più a fondo queste genti, prima di immergerci nel meraviglioso nulla. È solo un pensiero fugace, però. Lo scarso tempo a disposizione, una barriera linguistica insormontabile e la mia abituale ritrosia nei confronti del contatto umano estemporaneo, mi impediranno di affrontare qualunque indagine sociologica, anche la più superficiale. D’altronde, quando si parte per un viaggio bisogna avere le idee chiare, sapere cosa si vuole vedere, quali esperienze si vogliono vivere, con chi o cosa ci si vuole confrontare, e io ho già deciso: il mio nume tutelare durante questi cinque giorni di avventura sarà Ansel Adams e non Claude Lévi-Strauss. Ora dunque, le mie priorità sono altre, una buona dormita, innanzitutto, prima dell’inizio dell’avventura al chiarore dell’alba di domani.

Ma in questo inizio di domani no c’è alcun chiarore. Il cielo resta buio a lungo perché carico di nuvole. Montiamo comunque in macchina ancora assonnati e scettici sulla possibilità di una buona riuscita dello shooting. Temiamo l’unico vero nemico del fotografo paesaggista: la pioggia. E la pioggia arriva, inesorabile, appena abbiamo raggiunto la posizione. Neanche il tempo di aprire il cavalletto e di montarvi sopra la fotocamera. È dunque tutto subito chiaro:  l’immagine del primo landmark di questi luoghi, l’Airakty Valley (Valle dei Castelli), che evoca il profilo di torri, bastioni, mura di cinta e colonnati, rimarrà solo nel nostro sguardo e nella nostra mente, a gratificare certamente il turista, ma non il fotografo che è in noi.

Certo, sono deluso come lo sono gli altri, ma quel paesaggio, anche se avessi potuto ritrarlo al meglio, non sarebbe stato veramente mio. Tra tutte le mete che ci attendono, la mia è quella di domani. Lo so da quando ho ricevuto il depliant di Riccardo che illustrava il tour, anche senza vedere alcuna immagine sul web e senza ascoltarne alcuna descrizione da qualcuno che ci è già stato. Il semplice suono delle parole che lo descrivono è bastato per ammaliarmi ed attirarmi ad esso, come le Sirene per Ulisse: il Lago Salato di Tuzbair.

Photo ©Alberto Manno

Tra quel luogo ed il fotografo che è in me ci sarà un rapporto intenso. Io lo lusingherò ritraendolo inginocchiato, accartocciato o sdraiato sulla sua superficie bianca e polverosa, come pure dalle alture circostanti con il potentissimo 800 ml catadriottico prestatomi dal mio amico Francesco, che autore fotografico lo è veramente; il lago mi ricompenserà regalandomi le fotografie che voglio fare, le mie fotografie, per le quali si potrà dire vedendole, brutte o belle che siano,  queste foto le ha fatte Alberto. La riconoscibilità autoriale di una produzione del cuore  e della mente. Il premio più ambito per la paziente fatica dell’artista, vero o presunto tale che sia. Quando, all’alba del mattino del secondo giorno di viaggio, mi ritrovo con i compagni di ventura sull’altura che domina il lago, sono emozionato e carico di aspettative. Con l’occhio nel mirino della fotocamera ammiro e ritraggo il multiforme spettacolo: il miraggio delle montagne blu all’orizzonte che si riflettono sulla superficie del lago resa iridescente da un sottile strato di acqua piovana residua;

Photo ©Alberto Manno

il rincorrersi di onde di luce e lame di terra che intersecano le concrezioni saline;

l’andirivieni della spuma che adagia le frange di un tappeto di seta bianco sulla sabbia dorata.

Photo ©Alberto Manno

Non so se questo è ciò che realmente ho di fronte a me, ma poco mi interessa. Questo è il mio paesaggio, come rimarrà impresso sul sensore della fotocamera dopo che l’immagine avrà compiuto il suo fulmineo viaggio dagli occhi al cuore, passando per  il cervello. Il frutto di un processo di astrazione, che trasfigura in un attimo la realtà oggettiva per renderla invece, spero, più vera del reale. Al tramonto, vado via da questo luogo portandolo con me. Sgancio la fotocamera dal cavalletto, la metto nello zaino e mi avvolgo lo smisurato manto bianco scintillante intorno alle spalle. D’ora in poi sarà la mia coperta di Linus e nessuno potrà mai portarmela via.

Al ritorno al campo non faccio che aggirarmi con sempre maggiore curiosità e sconcerto intorno alla mia tenda igloo. Come si possa dormire in questi strani loculi di tela era, è e resterà per me un mistero. Un mistero doloroso. Si, dalle 23 alla 5 del mattino successivo ho recitato un silenzioso rosario di imprecazioni e maledizioni mentre mi avvoltolavo in un groviglio di materassini, cuscini gonfiabili, zaini, valige, sacchi a pelo, sacchi-lenzuolo  vestiti sporchi, vestiti puliti, bottiglie d’acqua e oggetti vari, circondato dagli ululati di un vento impetuoso che mi sbatteva il telo della tenda contro il viso e cercando di ignorare le proteste della mia colonna vertebrale seviziata dalla micidiale accoppiata materassino-cuscino gonfiabile, che si rivelerà sempre più un perverso strumento di tortura. All’alba, esco a fatica dalla tenda in una nebulosa di incertezza, precarietà e dolore. L’imponente figura di Andrea si avvicina. Nella mano nasconde un piccolo, morbido cuscino imbottito, la soluzione per i miei dolori di schiena. Non l’ho sentito dire “òhi òhi” e la punta del suo indice non si è illuminata come una lampadina, ma improvvisamente e magicamente  mi sento confortato, rasserenato e pronto a ricominciare l’avventura, come un bambino che ha conosciuto un nuovo amico.

Mentre ci dirigiamo verso la prossima meta, il Maestro Riccardo non sta più nella pelle. Ci stiamo avvicinando al paesaggio che ha suscitato la sua meraviglia quando è venuto qui la prima volta l’anno scorso. Quando ci arriviamo, il nostro autista Igor fa un ampio gesto con il braccio guardandosi intorno e dice compiaciuto: “Bozhira!”.

Photo ©Alberto Manno

Condividiamo tutti lo stupore e la felicità di Riccardo nell’ammirare lo spettacolo che si apre davanti a noi. Lunghi silenzi intervallano le poche parole che ci scambiamo mentre ci muoviamo lentamente per individuare il nostro punto di ripresa ideale. Ognuno di noi è chiuso in una bolla di sottile inquietudine e vertigine inebriante, nella consapevolezza che fotografare questo luogo ci farà intraprendere un fulmineo viaggio dell’anima, dalla notte dei tempi al XXI secolo. Mentre inquadro il massiccio roccioso che domina la valle, il mio personale cortocircuito spazio-temporale mi proietta improvvisamente nella struttura d’acciaio di un hangar alla periferia di Milano. Sto contemplando I Sette Palazzi Celesti di Kiefer, la più potente rappresentazione artistica contemporanea dell’anelito dell’uomo al divino che abbia mai potuto ammirare.

Photo ©Alberto Manno

Un battito di ciglia, e la macchina del tempo su cui sto viaggiando mi riporta a Bozhira, e attraverso il mio 300 mm rivedo le enormi ed ardite torri di cemento e piombo dell’artista tedesco: esistevano già, dunque, migliaia di anni prima che lui le concepisse e realizzasse; sono antiche, millenarie, fatte di calcare e sale e ora sono di fronte a me. Scorrono sullo schermo LCD della mia fotocamera le immagini con cui ho tentato di descrivere l’inizio e la fine del vertiginoso viaggio nel tempo. Quello che balza agli occhi non è tanto la solidità rocciosa di un passato che è diventato presente senza alcuna mutazione, ma l’assenza dell’uomo, inteso come figura umana e parte integrante del paesaggio.

Photo ©Alberto Manno

Non è una novità, questa. Nelle mie foto le persone non ci sono mai, se non per caso o per distrazione, perché non so ritrarre emozioni e sentimenti attraverso l’immagine e l’espressione di un volto. Ma qui, a Bozhirà, sarebbe stato superfluo. Qui, solo apparentemente non c’è nessuno tranne noi sette. In realtà, è come se tutti gli esseri umani, passati, presenti e futuri, fossero seduti sul ciglio di quest’altura, mano nella mano, protagonisti e spettatori della storia del mondo. Far parte di questa enorme folla, di questa lunga storia, mi conforta: si, voglio più bene al mondo, dopo Bozhirà.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright 




DA PARIGI A POISSY – Ville Savoye, Le Corbusier

Percorso in treno Parigi – Poissy, liberamente illustrato © Raffaella Matocci

« La vue est très belle, l’herbe est une belle chose, la forêt aussi : on y touchera le moins possible.
La maison se posera sur l’herbe comme un objet, sans rien déranger ». L.C.

«Bello il panorama, bella l’erba, bello anche il bosco; li toccheremo il meno possibile.
La casa si poserà sull’erba come un oggetto, senza disturbare nulla». L. C.

Queste sono le parole di Le Corbusier quando Pierre, ricco assicuratore francese, ed Eugéne Savoye commissionano nel 1928, a lui e al cugino Pierre Jeanneret, la casa di vacanza da costruire sul loro vasto terreno di sette ettari, situato sulla collina di Beau Regard, lungo la riva sinistra della Senna a Poissy.

Piccola e antica città della Francia, Poissy dista circa 30km da Parigi, a cui è collegata dalla stazione ferroviaria che serve i dintorni della Capitale, la Grande Ceinture. Fino al XIII sec fu una delle residenze dei Re di Francia e ad oggi conserva la collegiata di Notre-Dame, restaurata a partire dal 1844 dall’architetto Eugène Viollet-le-Duc.

Le Corbusier ha 41 anni e la commessa della famiglia Savoye è l’occasione per dimostrare e mettere in pratica i princìpi che sono racchiusi nel testo fondante del Movimento Moderno, la raccolta di saggi “Vers une architecture” (1923) in cui molte delle sue teorie architettoniche, racchiuse nei cinque punti, diventeranno il linguaggio di riferimento sin dalle sue prime espressioni.

“Les cinq points d’une nouvelle architecture”: Pilotis (pilastri in c.a.), plan libre (pianta libera), façade libre (facciata liberata dalla funzione strutturale), toit terrasse (tetto piano a terrazza), fenêtre en longueur (finestre orizzontali a nastro)

ph. © Raffaella Matocci

Ne “Il linguaggio moderno dell’Architettura” (1973) Zevi, in chiave provocatoria, così come gli si addiceva, pone l’esigenza di strutturare in lingua le teorie dell’architettura moderna così da non farla regredire una volta esaurito il ciclo dell’avanguardia; l’obiettivo è quello di fissare sette invariant dell’architettura moderna sulla base dei testi più significativi e paradigmatici.

Nella sesta invariant Zevi affronta il tema della “Temporalità dello Spazio” dove lo spazio continuo è uno spazio da vivere, sperimentato dallo spettatore attraverso la passeggiata architettornica e la concezione che lo spazio venga compreso pienamente solo quando lo si attraversa; il movimento nello spazio è accompagnato dal movimento del tempo espresso dal passaggio del sole, dai giochi di luce negli spazi interni ed esterni che cambiano nell’arco di una giornata e durante tutte le stagioni.

Gli esempi appropriati citati sono la Villa Savoye di Le Corbusier (1928-31) e il Guggenheim Museum di New York di Frank Lloyd Wright (1943-59)

È risaputo che Bruno Zevi fosse un sostenitore di Wright e non fosse un estimatore di Le Corbusier, tanto che lo stesso racconta un aneddoto che vede Corbu andare verso di lui e dire: “You’re Zevi. They all say you’re against me. But I know it’s not true” […]

Aveva ragione.

“Villa Savoye è un unicum; il suo razionalismo vibra di poesia”…Bruno Zevi

Video Diatomea.net – realizzato con le immagini di © Raffaella Matocci

P.S. Per aggiungere una curiosità, secondo Zevi le sette invariant dell’architettura moderna sono reperibili contemporaneamente in alcune opere di Wright: in grado massimo nella Fallingwater (Casa sulla Cascata).

INFORMAZIONI UTILI

Telefono: +33 (0)1 39 65 01 06
Indirizzo: Ville Savoye à Poissy, 82 Rue de Villiers, 78300 Poissy, Francia
Come arrivare in RER:  linea A, fermata Poissy (zona 5 Paris visite)
Accessibilità: Rampa d’accesso per persone con mobilità ridotta con accompagnatore
Costo del biglietto: Adulti 7.50€ Ridotto 6.00€ Under 18 (Eccetto scolaresche e gruppi parascolastici) gratuito
Sito ufficiale: https://www.villa-savoye.fr/


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright 




ANTICONFORMISMO DELL’IMMAGINE UMANA. Una rara testimonianza di ARTE RUPESTRE nella “Grotta dell’Arco” a Bellegra (ROMA)

A circa un’ora di macchina da Roma, a circa 65km, si trova la Grotta dell’Arco e precisamente a Bellegra, un Comune della Città Metropolitana della Capitale.

Una delle perle del Lazio che in pochissimi conoscono e che è possibile visitare sciegliendo tre diversi livelli a seconda delle esigenze: Turistico, Speleo Turistico e Speleo Avanzato. Noi abbiamo scelto quello turistico perché attratti dalla notizia della presenza rara di pitture rupestri raffiguranti figure umane.

La Grotta dell’Arco è una splendida cavità naturale carsica dei Monti Ernici abitata sin dall’età del ferro; diventa tempio votivo in età arcaica grazie alla presenza di un pozzo ed infine trova la sua ultima destinazione come mola per la macina del grano, che viene dismessa non appena arriva la corrente elettrica nel Comune, intorno al 1955. 

UN PO’ DI STORIA DELLA GROTTA

La grotta è stata esplorata dagli speleologi per la prima volta nel 1925 e poi nel 1996 quando, grazie ad un attento e non poco faticoso lavoro di disostruzione, sono riusciti ad arrivare fino al fondo. Fino al 1911, il fondo valle dell’area ospitava un laghetto, il Pantano di Roiate, oramai prosciugato, che si rivela essere la parte superiore di un grande bacino sotterraneo che ha formato la Grotta dell’Arco, divenuto quindi condotto di sopravanzo del lago. Morfologicamente è una grande galleria percorsa da un torrente per oltre 1 km.

Uno degli aspetti più rilevanti di questo sito è che viene utilizzato dai Primitivi come rifugio e riparo, ma questo fatto viene colto tardi, solo quando gli speleologi, negli anni ’90, mettono in opera una passerella metallica nella zona di ingresso sia per districarsi nell’abbondante deposito di fango molle sia per studiare la morfologia  della cavità.

LE PITTURE RUPESTRI

In totale sono presenti quattro pitture in colore rosso e cinque in colore nero, queste ultime scarsamente visibili, tanto che noi non siamo riusciti a vederle.

Rilievo delle pitture in colore rosso 406-1.4 ed in colore nero 406-5.9

Le pitture costituiscono un insieme di raffigurazioni databili iconograficamente all’Età del Rame, e dagli studi si evince che queste pitture sembrerebbero state eseguite in antico sulla superficie rocciosa originaria e successivamente ricoperte da un deposito bianco molle, detto Latte di Luna che ha idratato il pigmento e lo fa sembrare fresco.

Tutte le figure, tranne una, sono antropomorfe e con connotati chiaramente maschili.
Le figure con entità sessuale hanno un corpo che è un grande segmento verticale in visione frontale con braccia, gambe e testa, qust’ultima resa con un motivo sub-quadrangolare.
Le figure antropomorfe asessuate hanno una testa resa con un motivo triangolare.

Figure umane stilizzate, Età del rame ca 4°millennio a.C., pittura rupestre. Grotta dell’Arco – Bellegra (Roma) ph. ©Raffaella Matocci

L’ANTICONFORMISMO DELL’IMMAGINE UMANA.

Alle rappresentazioni dell’arte rupestre di animali, che costituiscono le basi più comuni dell’iconografia paleolitica, gli artisti contrapposero la propria immagine, o quella dei loro simili, in maniera anticonformista e decisamente segmentale. Che fosse realista o schematica, mentre la figura dell’animale acquisisce, durante il Paleolitico, una forma pienamente espressiva, le figure umane sono sempre separate da esse e si inseriscono, entrambe, in un repertorio figurativo che contribuisce ad arricchirlo e a renderlo atipico.

Le figure umane occupano un posto numericamente secondario in rapporto a quelle degli animali poiché si conoscono solo circa 800 entità sessuali umane*, ma se si guarda attentamente, esse non sono così trascurabili come spesso si pensa, soprattutto quando si parla di arte parietale, perché frequentemente associate agli stessi animali e a differenti segni, in complesse composizioni che raggruppano più soggetti.

Testimonianze di figure antropomorfe si trovano maggiormente nelle grotte di Périgord in Francia, risalenti al periodo magdaleniano (Paleolitico superiore – 18-17.000 – 11-10.000 anni fa – periodo di massima espressione della pittura rupestre), e in misura minore nei Pirenei e nel Nord-Ovest della Spagna. Esse sono soprattutto più frequenti nelle plaquette tanto che un recente censimento delle figure umane sessuali ne riporta più di mezzo migliaio di rappresentazioni fatte contro circa 250 di quelle sulle pareti.

Le immagini umane rappresentate sono soggettive e di solito poco chiare; salvo in rari casi, i Preistorici non si facevano ritratti né riproduzioni fedeli alla realtà; così come invece accadeva per alcuni animali, molto spesso erano delle caricature o segmenti della loro immagine (sesso, mani, teste, tronchi), talvolta ricomposti con animali per realizzarne esseri immaginari o fantastici. Questa è una delle caratteristiche peculiari della pittura: malgrado variazioni formali e stilistiche importanti, le figure umane sono dipinte quasi sempre al di fuori della sfera del realismo e, soprattutto, non si vede mai nell’Arte Parietale una scena narrativa legata alla sessualità; l’unica eccezione la troviamo nelle incisioni nella Grotta dell’Addaura, a Mondello, in Sicilia

Complesso della Grotta dell’Addaura – Mondello (PA) – Dettagli delle composizioni

UN LUOGO RARO

A differenza della quasi totalità dei siti con arte rupestre centro-italiani costituiti da ripari sottoroccia, la Grotta dell’Arco di Bellegra costituisce uno dei rari esempi di raffigurazioni rupestri eseguite all’interno di cavità carsiche, assieme alla grotta di Val de Varri a Pescorocchiano (Rieti), alla grotta dei Pozzi della Piana a Todi (Perugia) e, probabilmente, alla grotta Antica presso il Monte Soratte a Sant’Oreste (Roma). Anche l’acqua gioca un ruolo importante perché generalmente è assente nei siti centro-italiani in cui è presente l’arte rupestre.

Queste grotte sono state classificate come le più interessanti del Lazio e le uniche in provincia di Roma ed offrono dei percorsi suggestivi e spettacolari caratterizzati da stalattiti, stalagmiti, inghiottitoi, laghetti e ruscelli.

Il percorso turistico è facilmente visitabile grazie alla comoda passerella, è adatto a tutti, senza limitazioni ed è anche idoneo per persone con disabilità.

Buona visita!

Immagine tratta da https://grottadellarco.sotterraneidiroma.it/

*(fonte Qu’est-ce que l’art préhistorique?  – Patrick Paillet – imprimeur en mai 2021)

Nota: Le informazioni riguardo le pitture rupestri sono state prese dagli Atti del Convegno tenutosi a Roma nel 2009 – Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio a cura di Giuseppina Ghini il cui testo specifico è stato scritto da Tommaso Mattioli – Università di Perugia, Dipartimento Uomo e Territorio.

Indirizzo:
La “Grotta dell’Arco” si trova nel comune di Bellegra e dista da Roma circa un’ora ed è gestita da “Sotterranei di Roma” dal 2017.

È raggiungibile comodamente dall’autostrada Roma – Napoli (Uscita Valmontone) oppure dall’Autostrada Roma – Aquila (Uscita Castel Madama).

Sito web: https://grottadellarco.sotterraneidiroma.it/

Altri siti con iconografie antropomorfe di pitture rupestri simili in Italia:
– Grotta Cala dei Genovese, Levanzo (Isole Egadi)
– Riparo di San Bartolomeo, Roccamorice (Abruzzo)
– Riparo di Sant’Onofrio I, Pescara (Abruzzo)
– Riparo di Formiche Rosse, Perugia (Umbria)
– Riparo di Schioppo, Perugia (Umbria)
– Riparo di Grotti, Rieti (Lazio)




Viaggio in Portogallo

Dicono che le vacanze di settembre siano quelle preferite dai ricchi e
dai pensionati: non potendo essere annoverato nella prima categoria,
mi autoinserisco -anche se in fieri- nella seconda.
Questo viaggio in Portogallo era programmato per Giugno 2020,
quando ho compiuto 60 anni, ma per via della pandemia e delle
frontiere bloccate, è stato rinviato fino a che la situazione si è
stabilizzata.
Il Portogallo è tra i paesi europei quello che ha riaperto prima degli
altri per via dell’altissimo tasso di vaccinazione, e della quasi completa
scomparsa del virus. E meglio così. Sorvolo sui dispetti che ci ha fatto
Alitalia, tanto da costringerci a raggiungere Roma in auto per non
perdere la coincidenza per Lisbona. Due notti a Faro, per esplorare
l’Algarve-paradiso dei surfisti e non solo-due a Oporto e tre a Lisbona.
Un gran numero di località visitate, grazie al fatto che abbiamo
noleggiato una vettura all’aeroporto di Lisbona: avviso importante a
chi volesse ripetere l’esperienza, le autostrade portoghesi sono tutte a
pedaggio, ma la maggior parte hanno porte automatiche, perciò
chiedete al noleggiatore se sulla vettura è presente l’apparecchio che a
mo’ di telepass -segna i pedaggi, altrimenti saranno mazzate.
Il Portogallo si gira facilmente grazie a un capillare sistema di
autostrade, ricordatevi che gasolao e gasolina non sono la stessa cosa,
e che parcheggiare non è difficile, anche perché ci sono un sacco di
parcheggi sotterranei anche sotto le piazze centrali delle città.
Le città sono pulite e generalmente poco trafficate, in divieto di sosta
non troverete nessuno!
Non si spende molto per mangiare, il cibo è genuino e non ci ha
provocato nessuno dei fastidi del viaggiatore: scordatevi la pasta e
considerate il pesce come pressoché unica forma alimentare!
E poi c’è una luce fantastica, che favorisce i fotografi: la nostra fortuna
è che il clima ci ha aiutato, non ha fatto caldo e non c’è stato freddo,
l’ideale per viaggiare. Portatevi un obiettivo tuttofare, un grandangolo
spinto e tante schede di memoria, non mancano motivi per riempirle!
Abbiamo visitato Faro, Porto, Lisbona, Coimbra, Tavira, Porto Novo,
Fatima, Aveiro, Ericeira, Sintra e altre piccole e deliziose località. Ora
basta chiacchiere, lascio che parlino alcune fotografie: penso che ci
ritorneremo.

Aveiro, una città separata dal mare da una laguna e una rete di canali, nella quale i pescatori si sono riciclati a tassisti d’acqua.
Aveiro, i murales spesso di grandi dimensioni e molto curati rappresentano sovente artisti o scienziati portoghesi.
Cabo de Sao Vicente, uno dei tanti luoghi dove il continente europeo si protende e termina nell’Atlantico, qui accanto a falesie altissime, una spiaggia ospitale.
Cabo de Sao Vicente, selfismo estremo sul finis terrae.
Cabo de Sao Vicente, il Portogallo è una meta anche del turismo da Erasmus: decine di bus hanno scaricato centinaia di ragazzi da tutta Europa, tutti o quasi con la fissa del selfie estremo.
Cacela Vehla, fortini come questo sono diffusi sulla costa.
Cacela Vehla, è un borgo nel quale vivono pochissime persone, con una chiesetta a strapiombo sull’Oceano, set ideale per lo shooting matrimoniale.
Coimbra, la classica città universitaria, austera ma popolata di giovani molto meno austeri, che ti fermano per scroccarti soldi con le scuse più fantasiose.
Ilha Tavira, dove, a pochi minuti di barca dalla terraferma, fare un bagno nell’Oceano Atlantico e incontrare uccelli limicili come i piovanelli che passeggiano tra i piedi dei bagnanti, senza sentirsi disturbati.
Lisbona, il Fado: nel ristorante dove abbiamo assistito ad una maratona abbiamo percepito di come il Fado è anche una questione di famiglia.
Lisbona, forse una delle capitali mondiali dei murales.
Lisbona, un tramonto sull’Atlantico, mentre una guida racconta di quando il Portogallo era potenza coloniale.
Porto, il surfista che cammina nel parcheggio è una presenza costante.



Grotte di Pietrasecca, un’esperienza indimenticabile

La Riserva Naturale Grotte di Pietrasecca ha un estensione di circa 110 ettari, cela un ambiente di rara bellezza, capace di suscitare forti emozioni, permettendo anche avventure speleologiche irripetibili, a contatto diretto con la natura ed in totale sicurezza.

L’area circostante al borgo di Pietrasecca, nel comune di Carsoli (AQ), le cui abitazioni a strapiombo sulla roccia ne denunciano l’origine difensiva, è caratterizzata da marcati fenomeni carsici superficiali che, da sempre, hanno richiamato l ‘interesse della comunità scientifica.

Per tale motivo nel 1992, la Regione Abruzzo, ha istituito primo caso in Italia, una riserva Naturale “Speciale” per la tutela e valorizzazione di un ambiente carsico.

In tal senso, l’amministrazione comunale di Carsoli ha sottoscritto apposite convenzioni con l’Università degli studi Dell’Aquila e con la Federazione Speleologica Abruzzese.

LA GROTTA DEL CERVO scoperta nel 1984, ha subito animato entusiasmi e curiosità per la sua straordinaria bellezza.

L’ingresso piuttosto ristretto, immette in un’ampia galleria lunga circa 400 metri, caratterizzata dalla presenza di straordinarie concrezioni candide di varia forma e struttura.

Deve la sua importanza al ritrovamento al suo interno delle ossa di un cervo di notevole interesse paleontologico e di monete romane del IV-V sec. d.c.

Forse per alluvioni o in occasione di un terremoto nel 1456 l’apertura si ostruì tornando alla luce solo nel 1984; in questa grotta vengono attualmente condotti studi sulla paleo sismicità da parte dell’Università degli studi Dell’Aquila.

La guida ambientale e speleologa Valentina Lustrati ci racconta che la grotta è lasciata allo stato naturale, senza passerelle ed illuminazioni, per tanto si vive un’esperienza completamente nuova ed assolutamente emozionante. La visita si svolge ad orari prestabiliti. Vengono forniti caschi con luce frontale e guanti e quello che viene richiesto al visitatore è semplicemente un abbigliamento adeguato, giacca e scarpe con suola in gomma scolpita. Insieme si percorre un sentiero di 350 metri immersi nel verde che porta fino all’ingresso di quello che risulta essere un mondo incantato, fatto di brillanti concrezioni, saloni immensi, uno spettacolo per gli occhi e l’anima.

Grande soddisfazione si denota dalle parole del Presidente del comitato di gestione Salvatore Callipo e dal Sindaco di Carsoli (Aq) Velia Nazzarro per i grandi risultati ottenuti e sui riscontri positivi delle persone che vengono a visitare la riserva.

Impegno e collaborazione sono alla base di tutti i risultati attuali e futuri.

Questa riserva e le sue grotte meritano di essere visitate da tutti, uno spettacolo unico.

 

 

La grotta del cervo




Boipeba, luogo senza tempo

Non si passa per l’isola di Boipeba per caso: è un destino. E per arrivarci serve un poco di sforzo e di tempo. Tempo per rimanere. E pensare.

Il tempo sull’isola passa con una cadenza molto speciale, accompagnato dai ritmi implacabili delle maree che governano la maggior parte delle azioni quotidiane, regolamentato dalla luce abbagliante e dall’oscurità assoluta. E il tempo umano è fatto di gesti, riti, saggezze e parole antiche. Sono poesie quotidiane, saperi di altri tempi e luoghi, un tempo di memorie. Ogni istante è differente e come una fotografia è unico.

Boipeba è un’isola tropicale, come tante altre: il mare, le palme, la vita semplice dei pescatori. Natura infinita, che, insieme alle maree, è la vera padrona del luogo. Nessuna automobile, solo barche, canoe intagliate negli alberi, cavalli.

Nonostante questo, Boipeba, per chi la sa capire, guardare, vivere, respirare, diventa qualcosa di profondo, languido e vitale. È così per chi è nato qui, i più vecchi che l’hanno mantenuta fino ad ora, per i giovani che cercano di migliorarla e proteggerla; è così per i “gringos” che hanno deciso di vivere qui lasciando la città, conforto e amici, non per fuggire, ma per esplorare una vita più a contatto con la natura e con se stessi.

Per una vita meno legata alle cose materiali, che, comunque, non esistono nell’isola: per avere quello che vuoi, bisogna andare a Valença (un’ora di motoscafo a volte troppo veloce), o a volte bisogna aspettare che qualcuno da Salvador, São Paulo, Roma o New York possa portare quello che vuoi. Non è un acquisto il tuo: è una conquista, il semplice pensiero è un’avventura. Così, per far passare il tempo, ti siedi, ti calmi, guardi il mare e le nuvole, studi il vento, pensi in un’altra cosa. Impari a non avere “tutto qui e ora”, ma a godere “quello che c’è, ora”. Impari ad aspettare.

I nativi sono orgogliosi della loro isola, la chiamano paradiso. Capisci il loro amore quando li vedi seduti contemplando il mare, quando parlano dei fiori, quando raccontano che già hanno vissuto in città e, alla fine, hanno deciso di tornare “a vivere” qui. Ti portano a visitare le spiagge più belle, la foresta più folta e si incantano, una volta di più, vedendo una luce particolare di questo oceano che li alimenta di una forma quasi spirituale.

Ci sono luoghi molto lontani, quasi inaccessibili dove anche i cavalli hanno difficoltà ad arrivare, ma dove qualcuno va per cogliere frutta, fiori, legna. Luoghi per “persone di razza”, che hanno lo stomaco forte, che non hanno paura della natura generosa e terribile. Probabilmente, non conoscerò mai questi posti, ne sentirò la mancanza e coglierò l’essenza dai loro racconti. È una visione un poco romantica, lo so. Ma attraverso le voci di queste persone posso interpretare i loro segreti, la loro vita quotidiana.

E le loro radici, con le tradizioni degli indios, i veri nativi, che racchiudono la saggezza originaria, e il sangue Africano dei loro antenati che sono arrivati qui come schiavi. A Boipeba le persone sono orgogliose di questa discendenza, è una forza in più e la vivono con la loro pelle, i corpi, il cibo, le piante, la religiosità fatta di messe cattoliche e dei misteri del candomblé (*), in un incontro perfetto tra sacro e profano, con la musica di tamburi ossessivi, con suoni presi dalla natura e riprodotti con strumenti semplici.

I fiumi sono indispensabili e accompagnano le coste dell’arcipelago. Sono centinaia di grandi fiumi e piccoli canali che si incrociano tra loro e con il mare quando la marea cambia. Mentre scrivo, i fiumi stanno correndo in direzione dell’oceano, stanno uscendo diventando il mare che, accogliendoli, si ritira. Fra sei ore la natura invertirà il suo corso e sarà il mare a penetrare tra le isole con forza. È un fluire poderoso, è un movimento incessante, uno scambio di acque, di umori, di flussi: è come un abbraccio intenso, una lotta appassionata e ardente, è come fare l’amore.

E navigando il fiume di notte, nell’oscurità totale, ti senti ancora di più parte di questa natura superba: puoi percepire la presenza delle mangrovie, di molti animali e di pochi esseri umani. Potresti essere a centinaia di anni fa, quando tutto, alla fine, era come adesso: un vivere, un “esistere” che non si è mai fermato, ma che non è mai cambiato.

A Boipeba cerchi l’isolamento in maniera naturale, circondato appena da un silenzio che, di fatto, non esiste: ti sembra di essere immerso nella calma più totale e all’improvviso avverti il ruggito del mare, il richiamo di animali, il vento tra gli alberi. Ti rendi conto che stai parlando con te stesso e stai facendo rumore anche tu.

Nella notte profonda, allora, impari ad ascoltare i suoni. È un altro mondo, un altro mistero, una vita a parte. Non parlo solo del mare, dei suoi cambiamenti di umore e della voce della sua marea implacabile. O della musica del vento e della pioggia. Parlo soprattutto della voce umana, la voce del lavoro.

I pescatori escono di notte con le loro barche di legno costruite, forse, con i pezzi e le memorie di altre barche, a volte così rattoppate da chiedersi come riescano ad affrontare questo oceano. Tra le 3 e le 5 di notte escono. E tra le 3 e le 5 di notte, puoi sentire mogli che sfaccendano in cucina, bambini piagnucolando, uomini bisbigliando, motori che girano con il loro “po-po-po-po” ritmico e profondo, le barche che si chiamano l’una con l’altra, ognuna con la sua voce, la sua personalità. Allora si sente il mare solcato da questa flotta che, tutti i giorni, tutte le notti, costruisce e racconta una storia. Dopo, ancora il silenzio, il silenzio della notte fatto di animali, vento, pioggia, maree.

Alla fine, non ho detto nulla di decisivo per spiegare Boipeba. Perché, in fondo, Boipeba è un’isola, come tante altre: mare, palme, vita semplice.

È l’atmosfera che è speciale, quello che senti che è essenziale, la vita di questi uomini e queste donne che è una scuola permanente. Come un mistero profondo, non puoi tentare di spiegare: devi solo accettare ogni momento che trascorri qui, lasciarlo entrare nella tua pelle, trattarlo con cura, viverlo, amarlo perché è tuo. E dell’isola.

Il giorno in cui arriverai a Boipeba lascia dietro di te tutti i tuoi preconcetti, le idee che hanno marcato la tua vita: lasciati guidare dall’istinto, dalla natura, dalle onde e non chiedere all’isola più di quanto ti può offrire. Non tentare di cambiarla.

E, per favore, rispettala, perché, forse, è questo il fine ultimo e vero di ogni viaggio.


(*) candomblé: è la religione tradizionale africana, portata in Brasile e nel Nord America dagli africani schiavizzati. Nel candomblé esiste un Essere Supremo, Olorum, e il culto è diretto ad antenati, chiamati Orixás, divinizzati sotto forma di forze della natura.

Foto del libro © “Boipeba luogo senza tempo” di Cristina Cenciarelli, Solisluna Editora, prima edizione 2018, seconda edizione 2019.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Cristina Cenciarelli




MISERIA E NOBILTA’*

Via Riscatto. È questo il nome di un viottolo che costeggia la Cattedrale di Matera. L’ho notato subito, il primo giorno che sono arrivato: striscia lungo il fianco sinistro dell’edificio, dalla parte opposta di Piazza Duomo, fino ad affacciarsi sul meraviglioso belvedere che domina il Sasso Barisano.

© Alberto Manno

Via Riscatto, cioè percorso di liberazione, strada per la rinascita, viatico di redenzione. Curioso che un nome così altisonante e denso di significato sia stato dato ad una piccola stradina della Civita, la parte della città che giace tra i due Sassi e li sorveglia dall’alto. Ma poi, riscatto da chi? Da quale condizione morale, economica o sociale? E, soprattutto, riscatto di chi? Di un singolo, di una città e della comunità che la abita, o di un popolo intero?  Per capirlo, ho dovuto aspettare il giorno successivo, quando sono andato a visitare la Casa Grotta. Durante questo viaggio mi aspettavo di avvertire costantemente ed unicamente quel misto di stupore ed ammirazione che si prova di fronte allo spettacolo della bellezza in tutte le forme in cui si manifesta. Entrando in questo minuscolo antro, gli unici sentimenti che provo sono un’infinita tristezza ed una profonda commozione. Più guardo gli oggetti che riempiono questa grotta buia e angusta scavata nel tufo e più penso, con sconcerto, alle persone che vi hanno abitato, alle sofferenze che hanno sopportato, a tutto quello che la miseria ha loro sottratto. Non c’è nulla di pittoresco o caratteristico in questo luogo. È la testimonianza di come il degrado fisico e morale possa portare alla perdita della speranza e all’accettazione di un’ineluttabile condizione di sofferenza. La Casa Grotta è uno struggente museo della rimembranza, con tutto il suo valore di monito per questa e per le generazioni a venire, affinché quello che è accaduto non si verifichi più. Era dunque da questo che bisognava riscattarsi, dalla miseria materiale e spirituale, e questo ha fatto il popolo di Matera, in poco più di sessant’anni. Lo ha fatto per se stesso e per tutti noi, con le proprie forze e con l’aiuto di una riforma coraggiosa ed illuminata, la “Legge Speciale per lo sfollamento dei Sassi”, portata avanti dai vertici della politica italiana nazionale e locale nei primi anni cinquanta. Il viottolo da cui sono scaturite queste riflessioni, con il suo nome altisonante e fortemente evocativo, nel suo serpeggiare per pochi metri di fianco alla cattedrale, non dà certamente l’idea del tempo e della fatica che sono stati necessari per ottenere il riscatto delle genti di Matera. Me ne rendo conto riflettendo sulle date e sui traguardi raggiunti: sessantasette anni, dal 1952 al 2019, da vergogna d’Italia, come fu definita da Togliatti, a Patrimonio Mondiale dell’Umanità fino a Capitale Europea della Cultura 2019. Di questo vertiginoso upgrading materiale, spirituale e culturale trovo parecchie testimonianze nel mio girovagare tra i Sassi, insieme a turisti provenienti da ogni dove. Un’altra grotta, per esempio, un’altra casa, ma questa volta riqualificata e rimodellata dalla mano sapiente di architetti locali sotto la spinta di realtà culturali illuminate, che l’hanno fatta risorgere dall’antico stato di fatiscente testimonianza di un triste passato a luogo dove si celebra il presente più entusiasmante. Chi si immaginava, entrando con un gruppo di congressisti multietnici nella Casa Cava, di ritrovarsi nell’unico centro culturale ipogeo del mondo, dove gradinate di legno e vetro, sapientemente utilizzato per lasciar intravedere il passato, portano ad un palcoscenico anch’esso trasparente, davanti al quale si apre una platea di sedute avveniristiche, su cui occhieggiano schermi al plasma incastrati sulle pareti di tufo

© Alberto Manno

Una confortante, gratificante e inaspettata realtà che lascio a malincuore agli indaffarati congressisti immersi nel loro dibattito solo dopo aver scattato, o meglio rubato come un navigato street photographer, molte immagini con la mia fotocamera.

Eh, già, la fotografia, la mia passione. Desidero ardentemente soddisfarla anche durante questo viaggio a Matera. Reflex in mano e zaino fotografico in spalla cercando la mia immagine della città. Il compito è arduo: Matera è un landmark fotografico per dilettanti e professionisti. È stata fotografata in tutte le condizioni climatiche, di giorno come di notte, all’alba ed al tramonto, in ogni suo angolo o recesso e secondo le più varie chiavi interpretative. Ma questo spicchio di mondo, dove l’identità ancestrale si mescola sapientemente con la modernità, mi affascina, sento che devo celebrarlo anch’io con i miei scatti, e non mi intimidisce la consapevolezza che molti anni fa lo abbiano già fatto i padrini della Magnum Photos. Quei grandi maestri, con le loro immagini hanno svelato al mondo la miseria e la desolazione che regnavano in questi luoghi fino ai primi anni cinquanta, io, con le mie voglio sentirmi partecipe della rinascita.

I Sassi nascono dal tufo, sono scavati nel tufo, emergono dal tufo.

© Alberto Manno

Un paesaggio fatto di bianchi e grigi mai troppo definiti, senza forti contrasti, e mi rendo presto conto che ritrarlo a colori non ne esalta il fascino. Dunque, per la prima volta nella mia carriera di fotoamatore appassionato, decido di lanciarmi nell’elitario mondo del bianco e nero. L’intreccio dei tetti, l’incrocio dei muri sgretolati, i vicoli angusti raggiunti percorrendo gradinate impervie, tutto è stretto, ravvicinato, quasi asfissiante.

Un’architettura di pieni che si incastrano in altri pieni, perché i vuoti, gli antri scavati nel tufo e ora garbatamente e spesso elegantemente riadattati al viver moderno, sono celati allo sguardo, chiusi da portoni o inferiate, forse anche, penso io, ad occultare con non sopita vergogna la loro triste passata esistenza.

© Alberto Manno

Non c’è scampo, la luce perpendicolare non potrà mai esaltare quest’architettura. I grigi diventeranno bianchi sfavillanti e neri luminosi solo all’alba o al tramonto: beh, ovviamente, scelgo il tramonto, ma per tutto il giorno, in realtà, si protrae questa faticosa ma inebriante shooting session. All’inizio rifuggo dalle panoramiche, determinato a non cedere alla tentazione dell’immagine cartolina, e mi concentro sui particolari, sui dettagli: piccoli edifici che si aprono, come minuscoli anfiteatri, su slarghi appena accennati di angusti viottoli di pietra; le chiese rupestri, con i loro interni riccamente arredati dalla semplice nudità del tufo in cui sono state scavate; le facciate delle case, che nel  loro sovrapporsi prospettico evocano l’intersecarsi dei quadrati e delle linee delle opere di Mondrian, solo private del gioco dei colori primari.

© Alberto Manno
© Alberto Manno

Non è facile far percepire il fascino di questo paesaggio riprendendolo dall’interno, scendendo negli ipogei, nelle grotte e nei cortili degli antichi palazzi secenteschi al cui interno, inaspettato premio al mio ossessivo girovagare, si rivelano alla mia ammirazione i tesori della scultura contemporanea del MUSMA° o le opere dei fotografi professionisti celebrate nella mostra del World Press Photo 2019.

© Alberto Manno

Via via che passano le ore e poi i giorni, questo addentrarsi sempre più spinto all’interno dei Sassi mi provoca una sensazione fastidiosa di esaurimento, di claustrofobia, e mi convinco che devo uscire fuori da questi vicoli, per cercare una prospettiva più ampia. Ripercorro allora in salita le impervie stradine fino a raggiungere le gradinate e gli spiazzi più alti dei Sassi, o i magnifici belvedere che li dominano, e da lì lascio spaziare lo sguardo e poi scatto. Spero di poter immortalare sul sensore, e quindi per sempre nel mio ricordo, quel misto di stupore ed ammirazione che tanto mi aspettavo di provare fin dall’inizio di questo viaggio di fronte allo spettacolo della bellezza, che ora si manifesta di fronte a me in tutta la sua potenza.  Mi sento tuttavia un po’ in imbarazzo quando mi rendo conto che questa sequenza di scatti ritrarrà proprio quella Matera da cartolina da cui mi ero riproposto di rifuggire.

© Alberto Manno

Ma alla puntuale verifica di ogni singolo fotogramma sul piccolo schermo LCD della reflex, routinaria consuetudine di ogni fotografo che si rispetti, cresce in me la consapevolezza, o forse la presunzione, di aver capito, di aver trovato la chiave interpretativa giusta: per ritrarre un luogo come questo bisogna abbandonare ogni desiderio di stupire, perché lo stupore nasce dalla semplice constatazione. Le inquadrature ardite, l’esaltazione del dettaglio, la trasformazione dell’immagine concreata in astratta, che hanno sempre caratterizzato il mio modo di ritrarre il paesaggio, questa volta rischiano di rivelarsi inefficaci nell’obiettivo di esaltare il fascino di questo luogo. Fotografiamo tutti Matera come un presepe perché Matera “è” un presepe. Un presepe vivente però, salvato dall’oblio grazie alla saggezza e alla lungimiranza di alcuni ed alla forza e al coraggio di molti.  E questo a cui penso stanotte affacciato al belvedere, dopo l’ultimo scatto al presepe che si illumina della luce di mille piccole lampadine.

© Alberto Manno

Chissà chi avrà attaccato la spina e premuto l’interruttore…


*Resoconto di un viaggio fatto un anno fa, quando la maggior parte di noi pandemia non sapeva neanche cosa significasse.

°Museo della Scultura Contemporanea Matera


Tutte le immagini sono coperte da copyright © Alberto Manno




OTTANTA METRI SOTTO IL LIVELLO DEL MARE AI CONFINI DEL MONDO.

Roy’s Cafe © Alberto Manno

Ho ricevuto un messaggio da Riccardo qualche tempo fa. Conteneva l’immagine sbiadita della copertina di un’edizione paperback di On the Road. Il sottotitolo recitava: ricordi. La sensazione del déjà vu è stata immediata: dove ho già visto questa foto che ritrae il Roy’s Cafe sulla ROUTE 66? Ma sì, l’ho scattata io durante lo Scenic Landscape Photo Workshop nella Death Valley della scorsa primavera.

È come se il mio maestro di fotografia, con l’aiuto di Jack Kerouac, mi avesse svegliato dal letargo dicendomi “Ehi, ma ti sei reso conto di dove ti ho portato qualche mese fa?” Si Riccardo, lo so bene dove mi hai portato, dove sono arrivato, il limite che ho toccato. Da Roma al confine del mondo, dalla realtà al mito. Abbiamo attraversato, ammirato e fotografato il “nulla” più solido, colorato e potentemente reale che si possa immaginare, attraversato spazi immensi, ammirato la neve sulle montagne da sterminate distese di sale poste ad ottantasei metri sotto il livello del mare, on the road ma anche off the road a bordo di quattro Truck Campers, in una sorta di parentesi atemporale. L’informativa sul viaggio era stata, come sempre, molto chiara e quindi sapevo a cosa andavo incontro. Mi aspettava un’immersione nella natura selvaggia molto più intensa e in una realtà logistica molto più precaria rispetto a quanto avessi mai vissuto in passato.

Il prologo dell’arrivo a Los Angeles dunque, non poteva che costituire un antefatto, un preambolo allo svolgimento della storia. Città incomprensibile Los Angeles, soprattutto ad una visione così fugace come è stata la mia, limitata al tragitto dall’aeroporto all’hotel, ma spesso, mi dicono, indecifrabile anche per chi ci ha vissuto per lunghi periodi ma non ci è nato. Un’immensa distesa di strade, luci ed agglomerati di edifici. Non ho visto altro. Uno spazio indefinibile che ho preferito non considerare. Non ero lì per esplorare il Sunset Boulevard o passeggiare tra i pattinatori palestrati di Venice Beach. Il viaggio per me inizia la mattina successiva con il trasferimento in una delle tante cittadine dei sobborghi per ritirare i Truck Campers, curiosi ibridi tra mezzo di trasporto e casa, che hanno lasciato vagamente perplesso ed inquieto chi, come me, annovera come unica esperienza di campeggio due giorni in roulotte nei pressi di Maratea all’età di tredici anni circa, e di quel soggiorno non ha un entusiasmante ricordo. Per fortuna il mio compagno di equipaggio è Stefano e la sua allegria e il suo entusiasmo per l’impresa presto contagiano anche me e vogliamo solo partire: check mezzi, check equipaggiamento, check walkie-talkie per comunicazioni di servizio (evviva, nella Death Valley non c’è copertura per i cellulari!) e si accendono i motori. Siamo ben consci che il fascino di ogni meta raggiunta sarà amplificato dalla fatica fatta per conquistarla.

Tanto per iniziare, bisogna percorrere quattrocentoventi chilometri da Los Angeles per arrivare a Furnace Creek, il luogo da cui tutti cominciano, dove ancora puoi pensare di essere in un territorio che ti appartiene, che puoi descrivere. Già qui, comunque, in questo desolante campeggio pseudo-organizzato, inizio ad essere pervaso da una strana irrequietezza, perché sento che a breve mi addentrerò in una realtà indecifrabile, attraversando un luogo-non luogo al di là delle Colonne d’Ercole. Per il momento però sono ancora sulla terra ed il primo paesaggio che mi si para davanti agli occhi è inaspettato, affascinate ma ancora comprensibile: una distesa di sabbia e dune, le Mesquite Flat Sand Dunes, appunto.

Mesquite Flat Sand Dunes © Alberto Manno

Il riverito maestro Riccardo sa dove portarmi a fotografare per farmi entusiasmare. Impazzisco ad entrare con il mio 300 mm nell’indolente susseguirsi delle onde di sabbia dorata, sforzandomi di esaltare nell’inquadratura l’intersecarsi di ombre e luci, inseguendo l’idea di trasformare con le mie foto il concreto in astratto, così che gli elementi nella natura si trasformino ai miei occhi, e quindi sul sensore della mia fotocamera, in macchie, figure, pennellate di colore. Questo è il mio modo di fotografare, così interpreto la fotografia di paesaggio. Solo così nello scatto vedo rappresentata la mia emozione e mi sento appagato. Il grande vantaggio che hanno i fotografi, non importa se dilettanti o professionisti, nei confronti degli altri viaggiatori secondo me è proprio questo: possono immortalare la loro sorpresa, congelare in eterno la meraviglia, fermare l’attimo e inorgoglirsi del possedere un’immagine che ricorderà loro per sempre l’emozione provata. Questo soprattutto se la foto è buona e, purtroppo, almeno nel mio caso, non è la regola. Ma Riccardo è stato ed è un bravo maestro e la passione è forte in me. Per questo continuo il mio apprendistato fotografico con entusiasmo durante questi pellegrinaggi attraverso luoghi fantastici, sopportando con serenità il continuo richiamo alle ferree regole della buona tecnica fotografica.

Ma quanto si deve essere bravi per raffigurare con efficacia il mito? Questa domanda mi frulla in testa dall’inizio di questo viaggio, perché so che una delle mete che mi attende è un landmark per chi è stato giovane negli anni ‘70 o ha amato il cinema e la cultura che quegli anni hanno raffigurato e descritto: Zabrinskie Point. Quando uscì il film di Michelangelo Antonioni, io ero un ragazzino di sei anni appena trasferitosi da Potenza nella capitale e, come tale, poca contezza potevo avere del clima di cambiamento sociale e culturale di cui i giovani di allora si facevano interpreti. Dunque, la visita a Zabrinskie Point non sarebbe stato per me un flash back verso esperienze vissute o atmosfere già assaporate, ma il film di Antonioni l’ho visto e la potenza evocativa di alcune sequenze me la porto dentro. L’immagine di quella specie di altipiano dalle mille fenditure rocciose su cui decine di corpi di giovani si abbracciano nella celebrazione dell’amore libero in una scena che tanto clamore ha suscitato all’epoca della sua proiezione sugli schermi, è entrata nel mio immaginario.

Zabrinskie Point dawn © Alberto Manno

Tuttavia, quando arriviamo, l’alba è appena sorta e l’immagine del deserto riarso, polveroso e abbagliante nella luce del sole allo Zenith in cui si celebra la storia d’amore onirica tra i due giovani protagonisti del film non è quella che ho davanti ai miei occhi. Piuttosto, il rosso del cielo sovrastante le rocce che lentamente si manifestano nelle loro mille tonalità di bianco, giallo, ocra e marrone, mi suggeriscono una confortante idea di concretezza. Così è fatto il mondo, penso. Il mondo vero, da cui veniamo e su cui ci muoviamo, non quello che ci abbiamo costruito sopra nel corso dei secoli nel segno del progresso della nostra civiltà, vero o presunto che sia. All’intensificarsi della luce del giorno che nasce, l’agglomerato roccioso che ho davanti agli occhi sembra però perdere via via la sua immutabile solidità, per assomigliare sempre di più ad un enorme creme caramel. Ma chi mi conosce lo sa, io sono molto goloso, e quindi in questo meraviglioso budino mi ci tuffo dentro senza indugi con la mia fotocamera, per fissare indelebilmente il ricordo di questa incursione in un paesaggio la cui bellezza è amplificata dall’evocazione di un clima storico e culturale che, nel bene e nel male, è stato cruciale nell’evoluzione della nostra società.

Zabrinskie Point © Alberto Manno

Le emozioni della giornata non finiscono con questo affascinante flashback negli anni ’70 tra gli scenografici calanchi di borace e lava di Zabrinskie Point. Nel pomeriggio è prevista la visita ad un altro luogo delle meraviglie, la contemplazione di un nuovo incredibile panorama, dell’ennesimo inaspettato scenario. Per conquistare la meta dobbiamo continuare a scendere, sempre di più ed ancora di più, fino a raggiungere il luogo più profondo degli Stati Uniti. Ad ottantasei metri sotto il livello del mare si trova infatti il Badwater Basin, la terza tappa del nostro pellegrinaggio nell’altrove, il primo impatto con qualcosa di inaspettato, con un paesaggio indecifrabile. Incamminarsi zaino in spalla e cavalletto in mano su questa immensa pianura di sale, divisa in grandi zolle che costituiscono un ordinato mosaico, mi è più che mai necessario per stabilire delle coordinate che guidino il mio sguardo, per identificare o almeno ipotizzare la presenza di un confine. La vastità infinita mi affascina ma mi mette a disagio come fotografo. Io ho bisogno di creare una cornice, di rinchiudere quello che voglio ritrarre in una composizione ordinata. Attendo il declino della luce pomeridiana concentrandomi nel tentativo di individuare un punto di ripresa efficace. Le ombre calano con lentezza inesorabile sulle montagne che circondano questa vastità bianca, luccicante e polverosa che vista da lontano sembra un lago ghiacciato, finché la luce quasi scompare. Scattare ora è quasi proibitivo, ma sento che questo è il momento giusto. Il palcoscenico delle zolle azzurre si distende verso il fondale delle montagne blu che si ergono in lontananza. Il paesaggio sottomarino sconcertante ed alieno ora mi accoglie. Questo luogo adesso è anche mio e, sereno, premo il pulsante di scatto. Quando mi siedo al posto del passeggero nel Truck Camper non ho molta voglia di parlare. Sono sopraffatto dall’emozione, stanco anche fisicamente. Non riesco a staccare il pensiero da quell’immensa distesa di sale, dalla scacchiera infinita di caselle bianche e bianche su cui le uniche pedine che si muovevano eravamo noi sette ed altri tre o quattro turisti, felici e sconcertati come noi. Mi convinco che questo spicchio di mondo così diverso da tutto ciò che si possa definire terreno non appartiene agli esseri umani e sorrido tra me e me al pensiero che, appena allontanatici con i nostri traballanti mezzi di trasporto, re e regine, alfieri e cavalli e torri e pedoni provenienti da un pianeta sconosciuto, nascosto nel cielo blu notte che ho fotografato, piomberanno sulla scacchiera di sale per combattere un’epica battaglia in nome della libertà e della giustizia, attestando così il loro dominio su questi luoghi.

Ma se gli alieni giocano a scacchi nel Badwater Basin, il luogo dove si svolgono le partite del loro campionato di calcio è un altro, è a centociquantasei chilometri di distanza e si chiama Racetrack playa. È un’immensa spianata di fango secco perfettamente liscia, divisa in piccole zolle dalle fenditure formatesi ad opera del sole, circondata da tribune di rocce. Impegnato nel tentativo di esplorarla in lungo e in largo, senza peraltro riuscire a raggiungerne il confine tanto è vasta, cantando a squarciagola in un impeto di libertà che mai ho provato prima e di cui nessuno mai potrà raccontare, visto che non c’è nessuno tranne i miei colleghi d’avventura che neanche vedo più tanto sono distanti, all’inizio non le noto. Ma poi, volgendo lo sguardo sul tappeto di fango su cui sto camminando, mi imbatto in piccole rocce, sassi perlopiù, poste a distanza variabile le une dalle altre in un ordine che non sembra casuale, ciascuna ferma al termine di una piccola scia scavata nel terreno. Queste pietre si sono spostate: come? Cosa o chi ha provocato il movimento? Un cartello spiega il mistero: in caso di pioggia abbondante, la playa può trasformarsi in un lago poco profondo. Con il gelo della notte l’acqua si trasforma in ghiaccio, che avvolge anche i sassi che vi si trovano sparsi. Il calore del sole scioglie il ghiaccio lasciandone solo un velo intorno ai sassi che, quindi, spinti dal vento impetuoso, pattinano sul terreno spostandosi anche per molti metri, lasciando lunghe e stupefacenti scie dietro di essi. Sarà, ma mentre ammiro questo luogo, incredibile nella sua perfetta proporzione tra spazi orizzontali e verticali, con le piccole rocce sapientemente collocate quasi a decorare la vasta pianura, sono sempre più convinto che sia un’arena, creata per accogliere i giocatori e gli spettatori provenienti dal mondo fantastico e sconosciuto a cui appartiene. Appena conclusa la shooting session mi metto quindi comodo sul Grandstand, l’enorme roccia che altro non è se non la tribuna d’onore dello stadio, perché tra poco, ne sono certo, una di quelle piccole rocce diventerà il pallone che si disputeranno in un’esilarante partita di calcio gli animali fantastici arrivati direttamente dall’isola di Naboombu; io però, dopo averli ammirati, andrò via a bordo di un Truck Camper e non su un letto che vola dopo aver fatto fare al pomo d’ottone della testiera un quarto di giro a sinistra.

Al confine del mondo ci arriviamo l’ultimo giorno. L’ultima meta del tour, quella più agognata, suggestiva e misteriosa. E la più lontana e difficile da raggiungere: circa duecento chilometri di strada impervia e sterrata, che nell’ultimo tratto si trasforma in un viottolo di sabbia e sassi a stento praticabile dai Truck Camper. Il paesaggio è stupefacente ed inquietante ancora prima di arrivare alla meta. Ai due lati della strada, le catene montuose che la circondano hanno caratteristiche totalmente differenti, tanto che sembrano appartenere a luoghi diversi, geograficamente incompatibili. Sulla sinistra, colori caldi, vegetazione e rocce che variano dal viola al verde, dall’aspetto rassicurante; sulla destra, montagne nere, striate di bianco dai resti della neve, avvolte in una nuvola di vento e sabbia. Lo Yin e lo Yang. La notte ed il giorno. L’Inferno ed il Paradiso.

To Eureka Yin © Alberto Manno
To Eureka Yang © Alberto Manno
Eureka Land © Alberto Manno

Rimaniamo in questo strano limbo per almeno tre ore ad attendere che la tempesta di sabbia che ci ha colto all’improvviso si plachi quel tanto che ci consenta di proseguire fino alla nostra meta. Perché i vortici di vento sabbioso partono proprio da lì, dal luogo che dobbiamo raggiungere, dalla madre di tutte le dune, la più alta di tutta l’America del Nord, quella il cui nome non potrebbe essere più evocativo di un obiettivo raggiunto, di un esperienza conclusa: Eureka Dunes.

La parola Eureka si usa per esprimere gioia per aver trovato una cosa cercata o la soluzione di una questione o di un problema. Proprio questo è il significato che questo luogo ha per me. Inizio ad esplorarlo alla luce calante del tramonto, quando le onde di sabbia prendono i colori delle ombre e i marroni si alternano ai blu. Ma l’emozione più forte la provo il mattino successivo. È molto presto, il sole è appena sorto. Ancora una volta mi ritrovo solo, zaino in spalla e cavalletto in mano. Bisogna salire, scalare la duna ed entrare nelle onde di sabbia, sinuose, morbide e lisce come seta perché le poche impronte lasciate dai nostri predecessori il giorno prima sono state spazzate dal vento notturno. Quando il mio punto di osservazione diventa sufficientemente alto, mi rendo conto che questa non è una duna, è un’isola galleggiante su un mare di sabbia, terra e sale e circondata da montagne di oltre quattromila metri d’altezza, tanto da rendere questo paesaggio incomprensibile e paradossale. La salita è lenta e faticosa, le pause per fotografare con gli occhi e poi con la fotocamera continue e profondamente appaganti. Mi sento come sulla vetta dell’Everest, anche se la vetta della duna non riesco a raggiungerla, data la scarsa forma fisica. Ma rimanere lì, seduto sulla sabbia tiepida a guardare e pensare mi apre la mente e mi mette in sintonia con il mondo passato, presente e futuro.

Ogni pensiero negativo se ne va. Mi sento improvvisamente e inaspettatamente ottimista sul mio destino: Eureka! Ho trovato me stesso!


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Una gita in Cornovaglia.

La Cornovaglia, già dal nome questa penisola ha qualcosa di intrigante: probabilmente sarà l’ultima volta che abbiamo calpestato il suolo di Sua Maestà, molto probabilmente il prossimo viaggio sarà agli antipodi.

Il motivo è presto detto: il primogenito si è trasferito per lavoro prima in UK e ora si sposterà in Australia con compagna e cane. Da qualche anno abbiamo la consuetudine di riunire la famiglia nell’occasione di un compleanno, e così è stato anche in questo 2019.

La Cornovaglia: sembra facile, è lì a sud della Gran Bretagna…in realtà per raggiungerla è necessario – per me che parto da Palermo – un cambio di aereo a Londra.

The Headland Hotel

Praticamente due giorni di viaggio, uno all’andata ed uno al ritorno.

E da Londra bisogna fruire dei costosi servigi di una compagnia locale, che utilizza aerei ad elica di piccole dimensioni, e che consente il trasporto a bordo di un trolley di dimensioni lillipuziane, di modelli in commercio forse solo nelle città dove vivono i Puffi.

Cominciamo con Newquay, abbiamo stabilito la nostra base qui anche per via del fatto che la spiaggia di Fistral – a Newquay – è conosciuta come il paradiso dei surfisti: intendiamoci, dei surfisti nordici che affrontano le onde con la muta felpata anche in estate, e che possono vedere spuntare tra i frangenti la testolina di una foca. Parlavo dei surfisti, siccome il primogenito ha una seconda vita da Mercoledì da Leoni, ecco chiarita la scelta.

L’albergo – in stile vittoriano ma funzionale – si erge su uno sperone di roccia sopra la spiaggia, che cambia larghezza (anche di centinaia di metri) al variare delle maree: una location molto cinematografica, ed anche confortevole, dalla quale si raggiunge in pochi minuti a piedi il centro di Newquay.

Fistral Beach alla mattina presto, con la bassa marea.

Per noi, non abituati al fluire delle maree, lo spettacolo era veramente interessante, così come è stato interessante scoprire che il deflusso delle acque non lasciava sulla battigia residui di plastica: in quella zona non si vendono bottiglie o bicchieri usa e getta.

Ciò che al mattino si trova sulla spiaggia sono poche alghe, qualche piuma e qualche impronta di uccello marino, o orme di cani: sappiamo che il miglior amico degli inglesi è il cane, e in effetti praticamente tutte le famiglie ne possiedono almeno uno, che portano ovunque.

Nell’Hotel di Newquay, ad esempio, il breakfast del mattino ci veniva preparato spostando il tavolo in una sala attigua alla sala colazione, con i medesimi comfort, in modo che Otto – il cane di famiglia – e gli altri cani non venissero disturbati dai bambini o dal passeggiare nervoso degli ospiti ai buffet.

Tracce sulla battigia

È stato interessante scoprire come, dopo la marea, sulla battigia non si ritrovassero rifiuti ma solo alghe, piume, sassi, qualche medusa spiaggiata, orme di uccelli e di altri animali.

Probabilmente la forte propensione degli esercizi commerciali di questa zona ad essere plastic free contribuisce a far sì che la plastica non finisca in mare, a frantumarsi e a inquinare.

A Godrevy Towans abbiamo visto le foche, che nuotavano liberamente nelle gelide acque sotto la scoscesa scogliera. Anche qui, un comodo parcheggio, dei sentieri segnati e una ragionevole passeggiata per raggiungere luoghi di sicuro interesse fotografico.

Truro è una cittadina, praticamente la capitale della Cornovaglia, con belle strade larghe e un buon numero di fricchettoni. C’è una gran cattedrale e come sempre tanti parcheggi che non ti obbligano a camminare per chilometri per raggiungere il centro storico.

Truro

Ci sono, come in molte altre città, negozi che fanno vendite attraverso le quali vengono sovvenzionate attività che il rigido welfare inglese ha eliminato, come le eliambulanze: praticamente quelle che soccorrono le vittime di incidenti stradali o in montagna sono gestite da una sorta di onlus.

St ives è un altro di quei porti di pescatori che partivano a sfidare l’Atlantico a caccia di sardine e merluzzi: oggi è un luogo dove le piccole case sono diventate esclusive residenze per ricchi, e tutto sommato la zona ha un nonsoche di mediterraneo. Abbiamo provato anche “il miglior fish&chips” della Cornovaglia, non so formulare un giudizio perché non sono esperto di fish&chips. Anche qui, un tot di freaks e un putiferio di gabbiani affamati davano colore al borgo. 

A Tintagel il mito locale colloca la sede del castello di Re Artù: si fa una bella scarpinata (il servizio a pagamento di Land Rover era sospeso) e si arriva a godere del panorama di un bel promontorio, che però quando siamo andati noi era inaccessibile a causa del crollo del ponte che lo congiunge alla terraferma: i lavori erano in corso e so che ad agosto sono stati completati. Sicuramente una visita guidata avrebbe saputo ricreare l’atmosfera magica di Ginevra e Lancillotto.

A Padstow abbiamo festeggiato una occasione importante in un ristorantino stellato collocato dentro una tipica abitazione locale, arredata con opere d’arte moderna e dal servizio affettuoso e familiare, ci hanno fatto sentire a casa e poi anche qui abbiamo scoperto che una delle ragazze che ci lavora è italiana (una costante).

Osservate l’altezza delle mura e dei moli, per avere un’idea del movimento delle maree, veramente impressionante!

No, non ho sbagliato le foto del viaggio: esiste un Mount St. Michel pure qui, e si assomiglia anche all’altro collocato sulla costa opposta del continente europeo. Quando garba alla marea, la stradina lastricata si scopre, e si può raggiungere a piedi l’isolotto dove risiedono alcuni fortunati benestanti. Non so come ci si viva in inverno, dato che a fine luglio non era esattamente caldo.

Portreath è una piccolissima baia, situata allo sbocco di un fiume, dove come ovunque qui in Cornovaglia hai un parcheggio, la consueta tabella con le indicazioni meteorologiche ad uso di bagnanti e surfisti e diversi localini dove aspettare chi decide di fare una sosta e surfare per un po’. E così abbiamo fatto pure noi, dato che il figlio con tavola al seguito voleva provarle proprio tutte.

Island’s end: il punto più a ovest dell’isola britannica. Naufragi rovinosi e passaggi di cetacei, e un gran panorama, condito da tanto vento. Peccato che abbiano ricreato una specie di orrendo luna park che toglie tanto alla “wilderness” dei luoghi e prova a spillare sterline tramite l’acquisto di paccottiglia e l’accesso a sale dove vengono proiettati cartoni animati e improbabili documentari. Però se ci si accontenta di fare un giro per scattare qualche foto, l’unica spesa sarà quella del parcheggio.

Uccelli ne abbiamo visti tanti: i gabbiani non sono particolarmente ben visti, e viene suggerito da numerosi cartelli di non dar loro da mangiare, di non abbandonare cibo in strada e comunque di non consentire loro di avvicinarsi: al di là della maestosa bellezza possono diventare aggressivi e procurare ferite agli imprudenti. Sotto, una inquietante taccola dagli occhi azzurri.

Una Taccola dagli occhi azzurri, fissa il fotografo riportandogli alla mente Hitchcock.

Titoli di coda…

Gita effettuata l’ultima settimana di luglio: abbiamo volato fino a Londra e poi da Londra a Newquay con una compagnia locale low-cost. Abbiamo girato con la macchina del figlio inglese, che aveva sempre la tavola da surf cinghiata sul tetto, tre uomini, due donne e Otto, il cane.

In Cornovaglia non si spende molto per mangiare e si mangia a qualsiasi ora, durante il giorno: di sera se entrate in un ristorante dopo le 21 vi potrebbero dire che la cucina è chiusa, d’altro canto loro cominciano a mangiare e bere poco dopo le 17.

(dopo la gita il figlio inglese ci ha annunciato che lui, la compagna e il cane si trasferiscono in Australia, dove una università più importante e più ricca ha bisogno di lui. Quindi aspettatevi a breve un altro reportage dal titolo “gita in Australia”).


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Vancouver.

Vancouver città dei murales, opere d’arte a cielo aperto, insieme a cavi elettrici confusi e pendenti, ti chiedi se fanno male alla salute mentre sotto ci passeggi.

Vancouver così grigia e colorata assieme, un concentrato di grattacieli che svettano – come Boston, Londra, Tapei – e piccole aiuole di fiori e piante officinali quando meno te lo aspetti, come le piccole arnie nella terrazza di un hotel, a pochi metri dagli ospiti che impavidi si tuffano in piscina.

Vancouver rilassata sul porticciolo che è mare ma non te ne accorgi, nell’insenatura che prima o poi sfocia nel Pacifico, così lontano e ad un tratto così vicino, come i mitili che giri lo sguardo e sono lì ad asserragliare i pali della banchina.

Vancouver, sullo sfondo le montagne innevate, in metropolitana un ragazzo in canottiera con gli sci sottobraccio, l’eco dell’esploratore nel nome e la scritta sul marciapiede a ricordarci che “colonialism does not spark joy/il colonialismo non provoca gioia”.

Vancouver, ritrovo per senza fissa dimora da tutto il Canada: il clima è mite e, forse, la città accogliente o semplicemente indifferente. Del resto l’Economist sostiene che sia la città più vivibile al mondo. Di sicuro scivola via leggera, come i suoi ciclisti nel sali scendi delle sue colline.


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