Oggi ricorre il sessantaseiesimo anniversario della morte di Robert Capa, pseudonimo di Endre Ernö Friedman (Budapest 1913 – TháiBinh, Vietnam 1954).
La storia della fotografia lo ha venerato, e con ragione, per
l’originalità del segno che ha caratterizzato la sua vasta e straordinaria
produzione; da alcuni commentatori considerata un vero e proprio lascito per la
generazione di reporter venuti dopo di lui e dediti al fotogiornalismo che ha
caratterizzato la cultura fotografica di buona parte del Novecento, un secolo
ricco di figure carismatiche in molti ambiti.
Conosciuto come uno dei maggiori esponenti del fotogiornalismo, è sua
la famosa affermazione: “if your pictures aren’t good enough, you
aren’t close enough”. Una convinzione che gli costò la vita in
Indocina, colpito dall’esplosione di una mina. Una perdita grave negli ambienti della
fotografia internazionale. Una sorte simile subì la compagna Gerda Taro,
fotografa, che morì travolta da un carro armato durante guerra civile spagnola.
Capa fu co-fondatore della Magnum Photos Inc., assieme a Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David Seymour e William Vandivert.
Fu anche reporter per la rivista Life, che pubblicò i suoi reportage sulla presenza delle truppe anglo-americane nel nostro Paese.
Uomo apolide e giramondo, ebbe una vita personale intensa e
appassionata. Seguendolo su e giù per gli scenari di guerra è possibile
cogliere l’essenza di un fotografo
audace, che non esita a mettersi in gioco con l’azzardo di un vincente per
rendere al mondo testimonianze di grande spessore fotografico, fino al fatale
momento in cui esplose la mina; una fine beffardamente coerente per un uomo che
scelse di vivere fino in fondo, con grande integrità, il mestiere di
corrispondente di guerra.
Capa asseconda il cambio di passo nella fotografia di guerra, di cui
diventa riferimento emblematico, facendosi partecipe di un nuovo modo di
vedere, deideologizzato, degli atti bellici. E ciò avviene fra la Guerra civile
spagnola e la Seconda guerra mondiale.
Infatti la tradizione di epoca precedente, fino alla Prima guerra
mondiale, imponeva un linguaggio fotografico vincolato a un monopolio formale.
Nel 2015 visitai a Milano una mostra dedicata all’autore in occasione del centenario della sua nascita, ed è proprio di questa esposizione che vorrei parlare per ricordarlo.
Una mostra incentrata sul periodo italiano. Gli anni sono quelli della Seconda guerra mondiale: una raccolta di scatti datati 1943-44.
Una rassegna di 78 immagini che trattano dello sbarco degli alleati in
Italia: Monreale, Anzio, Cassino, Palermo, Agrigento, alcuni dei luoghi toccati
dall’evento.
Un bianco e nero di qualità indiscutibile al servizio di un realismo
limpido nelle scene ritratte, dove la guerra si mescola alla vita quotidiana
della gente, della povera gente che accoglie i soldati americani con grandi
sorrisi di sollievo e sorpresa; alcuni tendono le mani verso di loro, con la
massima apertura tipica della gente del nostro meridione, gente che non aveva
più nulla da perdere.
Foto di un’epoca nella quale la fatica di vivere era dominante, lo spaccato di un’Italia misera, nella quale la ricchezza era poter esibire un paio di pani, tenuti in mano quasi come un trofeo, passeggiando in piazza Luigi Pirandello ad Agrigento con indosso l’abito buono.
Uno sguardo concentrato sulle milizie alleate; giovani ritratti nei
loro bei volti ben nutriti della ormai vittoriosa America, i portatori di aiuti
insperati, protagonisti dell’attrazione verso lo straniero venuto a liberare
una terra lacera e affamata.
Suggestive, data l’insolita collocazione e i chiaroscuri sapientemente
distribuiti, le immagini dell’unità chirurgica allestita dagli alleati
all’interno di una chiesa.
Nel nostro mondo moderno, ve l’immaginate un’equipe chirurgica che
opera nella sagrestia o di fronte all’altare di una chiesa sconquassata dalla
guerra?
Forse oggi sì, ce lo immaginiamo data la grave emergenza sanitaria che
stiamo vivendo a causa della pandemia. Estreme misure per far fronte a estreme
necessità.
Il dolore, la distruzione e la morte sono il nucleo tematico di questa
raccolta, eppure nelle foto di Capa ho intravisto un profondo senso della vita;
una grande forza compositiva anima le persone e i luoghi con l’ausilio di
un’enfasi storicizzante ma nessuna retorica.
Ancora un cenno sulla dimensione culturale della fotografia di guerra di Capa: come rappresentare la violenza e la morte “in diretta”. L’autore lo fece con il “Miliziano“, e fu il primo a mostrare la morte in battaglia dandone la visione più cruda.
La fotografia del miliziano, ma anche e forse
ancor più le fotografie dello sbarco in Normandia o della campagna d’Italia,
introducono l’aspetto relativo all’annullamento della distanza fra evento e sua
rappresentazione Quando J?nger affermava che l’azione del soldato e quella del
fotografo erano assimilabili, ma
“chi spara non può fotografare”, intendeva dire che la distanza fra
la vera esperienza di guerra e la sua rappresentazione appariva ai suoi tempi
incolmabile […] i fotografi come Robert Capa, che cercavano per primi di
fotografare da dentro l’esperienza di guerra, aprono la strada a un processo
nuovo, in cui anche quel confine appare valicabile, determinando quindi l’avvio
di una ridefinizione dei rapporti fra reale, virtuale, immaginario, con
conseguenze che ad oggi, forse, non siamo ancora pienamente in grado di
valutare.
Ancora, lo scrittore americano John Steinbeck:
Capa sapeva cercare, e poi sapeva usare ciò che
trovava. Sapeva, ad esempio, che la guerra, fatta in così larga misura di
emozione, non si può fotografare; ma egli spostò l’angolo, e la fotografò. Su
un volto di bambino sapeva rivelare l’orrore di tutto un popolo. Il suo
apparecchio coglieva le emozioni, e le conservava. L’opera di Capa è da sola,
tutta insieme, l’immagine di un grande cuore e di una irresistibile pietà.
…Capa era in grado di fotografare il moto, la gaiezza, la desolazione, Era in
grado di fotografare i pensieri. Ha creato un mondo, che è il mondo di Capa.
REPORTAGE DALL’INDIA. La fotografia di Luciana Milani
“L’India ha molte magie, una di queste è il rispetto che questo popolo meraviglioso ha per le persone anziane”.
Ma non solo anziane, come vedremo.
Così commenta Luciana Milani presentando i ritratti eseguiti durante un recente viaggio in India.
Ritratti di un’umanità così distante dal cliché della posa plastica tutta estetica e niente cuore.
Un’umanità bellissima tra volti maschili scavati, rugosi e provati da una vita difficile e donne avvolte in modesti sari, gli appartenenti a una società un tempo gerarchizzata in caste, abolite da decenni ma ancora capaci di favorire divisioni fra la popolazione.
Il contrasto è offerto dalla freschezza dei bambini che si affacciano all’obiettivo di Luciana con tutta la loro tenera vitalità espressa dagli occhi scuri e profondi e un abbozzo di sguardo civettuolo. Per loro è un gioco, la fotografia, un modo per dire mi voglio bene, vi voglio bene.
Luciana Milani fotografa umanista e autrice di due racconti pubblicati su Diatomea.net: Scoop e Piladina, la sofferenza l’ha incontrata molte volte, lavorando come psichiatra in strutture dedicate, a contatto con la malattia mentale, quella che divora l’anima e destituisce l’individuo di tutta la sua dignità di essere umano meritevole di accoglienza e accettazione sociale. Un universo di abbandono.
Qui si recupera, in queste immagini dove la sensibilità della fotografa agisce in luogo di una post-produzione non necessaria e futile nelle mani di chi non sa cogliere il necessario di una fotografia.
Luciana ci racconta frammenti dell’India delle donne e degli uomini, allo scopo di farci assaporare quella magia che l’ha contagiata e che ci restituisce nella sua opera nuda e veritiera.
Luciana Milani è nata Massa Carrara il 29 maggio del 1951 da una famiglia modesta ma curiosa e aperta alle prospettive e alle novità che facevano capolino tra le macerie del recente conflitto mondiale. Dopo gli studi classici e una soddisfacente attività agonistica – mens sana in corpore sano – si è laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Pisa. Luciana è approdata alla Psichiatria dopo varie esperienze in Dermatologia, medicina Interna, Pediatria e Radiologia. Specializzata in Neuropsichiatria Infantile ha lavorato in Psichiatria fino alla pensione toccando varie realtà, dal Reparto, al Territorio passando per la riabilitazione e la psicoterapia. Non ha mai avviato pratica privata perché ha sempre preferito privilegiare il tempo libero al denaro. Amante del teatro ha fatto parte di una compagnia diretta da Emiliano Iovine col quale ha poi contribuito a formare un laboratorio teatrale con i pazienti della psichiatria di Massa, che sta sortendo ottimi risultati. Molti gli interessi e poche le passioni: la fotografia e i viaggi sono al primo posto, seguiti dal piacere di leggere e scrivere. Alle soglie dei 70 anni dichiara di essere una donna felice.
Ho ricevuto un messaggio da Riccardo qualche tempo fa. Conteneva l’immagine sbiadita della copertina di un’edizione paperback di On the Road. Il sottotitolo recitava: ricordi. La sensazione del déjà vu è stata immediata: dove ho già visto questa foto che ritrae il Roy’s Cafe sulla ROUTE 66? Ma sì, l’ho scattata io durante lo Scenic Landscape Photo Workshop nella Death Valley della scorsa primavera.
È come se il mio maestro di fotografia, con l’aiuto di Jack Kerouac, mi avesse svegliato dal letargo dicendomi “Ehi, ma ti sei reso conto di dove ti ho portato qualche mese fa?” Si Riccardo, lo so bene dove mi hai portato, dove sono arrivato, il limite che ho toccato. Da Roma al confine del mondo, dalla realtà al mito. Abbiamo attraversato, ammirato e fotografato il “nulla” più solido, colorato e potentemente reale che si possa immaginare, attraversato spazi immensi, ammirato la neve sulle montagne da sterminate distese di sale poste ad ottantasei metri sotto il livello del mare, on the road ma anche off the road a bordo di quattro Truck Campers, in una sorta di parentesi atemporale. L’informativa sul viaggio era stata, come sempre, molto chiara e quindi sapevo a cosa andavo incontro. Mi aspettava un’immersione nella natura selvaggia molto più intensa e in una realtà logistica molto più precaria rispetto a quanto avessi mai vissuto in passato.
Il prologo dell’arrivo a Los Angeles dunque, non poteva che costituire un antefatto, un preambolo allo svolgimento della storia. Città incomprensibile Los Angeles, soprattutto ad una visione così fugace come è stata la mia, limitata al tragitto dall’aeroporto all’hotel, ma spesso, mi dicono, indecifrabile anche per chi ci ha vissuto per lunghi periodi ma non ci è nato. Un’immensa distesa di strade, luci ed agglomerati di edifici. Non ho visto altro. Uno spazio indefinibile che ho preferito non considerare. Non ero lì per esplorare il Sunset Boulevard o passeggiare tra i pattinatori palestrati di Venice Beach. Il viaggio per me inizia la mattina successiva con il trasferimento in una delle tante cittadine dei sobborghi per ritirare i Truck Campers, curiosi ibridi tra mezzo di trasporto e casa, che hanno lasciato vagamente perplesso ed inquieto chi, come me, annovera come unica esperienza di campeggio due giorni in roulotte nei pressi di Maratea all’età di tredici anni circa, e di quel soggiorno non ha un entusiasmante ricordo. Per fortuna il mio compagno di equipaggio è Stefano e la sua allegria e il suo entusiasmo per l’impresa presto contagiano anche me e vogliamo solo partire: check mezzi, check equipaggiamento, check walkie-talkie per comunicazioni di servizio (evviva, nella Death Valley non c’è copertura per i cellulari!) e si accendono i motori. Siamo ben consci che il fascino di ogni meta raggiunta sarà amplificato dalla fatica fatta per conquistarla.
Tanto per iniziare, bisogna percorrere quattrocentoventi chilometri da Los Angeles per arrivare a Furnace Creek, il luogo da cui tutti cominciano, dove ancora puoi pensare di essere in un territorio che ti appartiene, che puoi descrivere. Già qui, comunque, in questo desolante campeggio pseudo-organizzato, inizio ad essere pervaso da una strana irrequietezza, perché sento che a breve mi addentrerò in una realtà indecifrabile, attraversando un luogo-non luogo al di là delle Colonne d’Ercole. Per il momento però sono ancora sulla terra ed il primo paesaggio che mi si para davanti agli occhi è inaspettato, affascinate ma ancora comprensibile: una distesa di sabbia e dune, le Mesquite Flat Sand Dunes, appunto.
Il riverito maestro Riccardo sa dove portarmi a fotografare per farmi entusiasmare. Impazzisco ad entrare con il mio 300 mm nell’indolente susseguirsi delle onde di sabbia dorata, sforzandomi di esaltare nell’inquadratura l’intersecarsi di ombre e luci, inseguendo l’idea di trasformare con le mie foto il concreto in astratto, così che gli elementi nella natura si trasformino ai miei occhi, e quindi sul sensore della mia fotocamera, in macchie, figure, pennellate di colore. Questo è il mio modo di fotografare, così interpreto la fotografia di paesaggio. Solo così nello scatto vedo rappresentata la mia emozione e mi sento appagato. Il grande vantaggio che hanno i fotografi, non importa se dilettanti o professionisti, nei confronti degli altri viaggiatori secondo me è proprio questo: possono immortalare la loro sorpresa, congelare in eterno la meraviglia, fermare l’attimo e inorgoglirsi del possedere un’immagine che ricorderà loro per sempre l’emozione provata. Questo soprattutto se la foto è buona e, purtroppo, almeno nel mio caso, non è la regola. Ma Riccardo è stato ed è un bravo maestro e la passione è forte in me. Per questo continuo il mio apprendistato fotografico con entusiasmo durante questi pellegrinaggi attraverso luoghi fantastici, sopportando con serenità il continuo richiamo alle ferree regole della buona tecnica fotografica.
Ma quanto si deve essere bravi per raffigurare con efficacia il mito? Questa domanda mi frulla in testa dall’inizio di questo viaggio, perché so che una delle mete che mi attende è un landmark per chi è stato giovane negli anni ‘70 o ha amato il cinema e la cultura che quegli anni hanno raffigurato e descritto: Zabrinskie Point. Quando uscì il film di Michelangelo Antonioni, io ero un ragazzino di sei anni appena trasferitosi da Potenza nella capitale e, come tale, poca contezza potevo avere del clima di cambiamento sociale e culturale di cui i giovani di allora si facevano interpreti. Dunque, la visita a Zabrinskie Point non sarebbe stato per me un flash back verso esperienze vissute o atmosfere già assaporate, ma il film di Antonioni l’ho visto e la potenza evocativa di alcune sequenze me la porto dentro. L’immagine di quella specie di altipiano dalle mille fenditure rocciose su cui decine di corpi di giovani si abbracciano nella celebrazione dell’amore libero in una scena che tanto clamore ha suscitato all’epoca della sua proiezione sugli schermi, è entrata nel mio immaginario.
Tuttavia, quando arriviamo, l’alba è appena sorta e l’immagine del deserto riarso, polveroso e abbagliante nella luce del sole allo Zenith in cui si celebra la storia d’amore onirica tra i due giovani protagonisti del film non è quella che ho davanti ai miei occhi. Piuttosto, il rosso del cielo sovrastante le rocce che lentamente si manifestano nelle loro mille tonalità di bianco, giallo, ocra e marrone, mi suggeriscono una confortante idea di concretezza. Così è fatto il mondo, penso. Il mondo vero, da cui veniamo e su cui ci muoviamo, non quello che ci abbiamo costruito sopra nel corso dei secoli nel segno del progresso della nostra civiltà, vero o presunto che sia. All’intensificarsi della luce del giorno che nasce, l’agglomerato roccioso che ho davanti agli occhi sembra però perdere via via la sua immutabile solidità, per assomigliare sempre di più ad un enorme creme caramel. Ma chi mi conosce lo sa, io sono molto goloso, e quindi in questo meraviglioso budino mi ci tuffo dentro senza indugi con la mia fotocamera, per fissare indelebilmente il ricordo di questa incursione in un paesaggio la cui bellezza è amplificata dall’evocazione di un clima storico e culturale che, nel bene e nel male, è stato cruciale nell’evoluzione della nostra società.
Le emozioni della giornata non finiscono con questo affascinante flashback negli anni ’70 tra gli scenografici calanchi di borace e lava di Zabrinskie Point. Nel pomeriggio è prevista la visita ad un altro luogo delle meraviglie, la contemplazione di un nuovo incredibile panorama, dell’ennesimo inaspettato scenario. Per conquistare la meta dobbiamo continuare a scendere, sempre di più ed ancora di più, fino a raggiungere il luogo più profondo degli Stati Uniti. Ad ottantasei metri sotto il livello del mare si trova infatti il Badwater Basin, la terza tappa del nostro pellegrinaggio nell’altrove, il primo impatto con qualcosa di inaspettato, con un paesaggio indecifrabile. Incamminarsi zaino in spalla e cavalletto in mano su questa immensa pianura di sale, divisa in grandi zolle che costituiscono un ordinato mosaico, mi è più che mai necessario per stabilire delle coordinate che guidino il mio sguardo, per identificare o almeno ipotizzare la presenza di un confine. La vastità infinita mi affascina ma mi mette a disagio come fotografo. Io ho bisogno di creare una cornice, di rinchiudere quello che voglio ritrarre in una composizione ordinata. Attendo il declino della luce pomeridiana concentrandomi nel tentativo di individuare un punto di ripresa efficace. Le ombre calano con lentezza inesorabile sulle montagne che circondano questa vastità bianca, luccicante e polverosa che vista da lontano sembra un lago ghiacciato, finché la luce quasi scompare. Scattare ora è quasi proibitivo, ma sento che questo è il momento giusto. Il palcoscenico delle zolle azzurre si distende verso il fondale delle montagne blu che si ergono in lontananza. Il paesaggio sottomarino sconcertante ed alieno ora mi accoglie. Questo luogo adesso è anche mio e, sereno, premo il pulsante di scatto. Quando mi siedo al posto del passeggero nel Truck Camper non ho molta voglia di parlare. Sono sopraffatto dall’emozione, stanco anche fisicamente. Non riesco a staccare il pensiero da quell’immensa distesa di sale, dalla scacchiera infinita di caselle bianche e bianche su cui le uniche pedine che si muovevano eravamo noi sette ed altri tre o quattro turisti, felici e sconcertati come noi. Mi convinco che questo spicchio di mondo così diverso da tutto ciò che si possa definire terreno non appartiene agli esseri umani e sorrido tra me e me al pensiero che, appena allontanatici con i nostri traballanti mezzi di trasporto, re e regine, alfieri e cavalli e torri e pedoni provenienti da un pianeta sconosciuto, nascosto nel cielo blu notte che ho fotografato, piomberanno sulla scacchiera di sale per combattere un’epica battaglia in nome della libertà e della giustizia, attestando così il loro dominio su questi luoghi.
Ma se gli alieni giocano a scacchi nel Badwater Basin, il luogo dove si svolgono le partite del loro campionato di calcio è un altro, è a centociquantasei chilometri di distanza e si chiama Racetrack playa. È un’immensa spianata di fango secco perfettamente liscia, divisa in piccole zolle dalle fenditure formatesi ad opera del sole, circondata da tribune di rocce. Impegnato nel tentativo di esplorarla in lungo e in largo, senza peraltro riuscire a raggiungerne il confine tanto è vasta, cantando a squarciagola in un impeto di libertà che mai ho provato prima e di cui nessuno mai potrà raccontare, visto che non c’è nessuno tranne i miei colleghi d’avventura che neanche vedo più tanto sono distanti, all’inizio non le noto. Ma poi, volgendo lo sguardo sul tappeto di fango su cui sto camminando, mi imbatto in piccole rocce, sassi perlopiù, poste a distanza variabile le une dalle altre in un ordine che non sembra casuale, ciascuna ferma al termine di una piccola scia scavata nel terreno. Queste pietre si sono spostate: come? Cosa o chi ha provocato il movimento? Un cartello spiega il mistero: in caso di pioggia abbondante, la playa può trasformarsi in un lago poco profondo. Con il gelo della notte l’acqua si trasforma in ghiaccio, che avvolge anche i sassi che vi si trovano sparsi. Il calore del sole scioglie il ghiaccio lasciandone solo un velo intorno ai sassi che, quindi, spinti dal vento impetuoso, pattinano sul terreno spostandosi anche per molti metri, lasciando lunghe e stupefacenti scie dietro di essi. Sarà, ma mentre ammiro questo luogo, incredibile nella sua perfetta proporzione tra spazi orizzontali e verticali, con le piccole rocce sapientemente collocate quasi a decorare la vasta pianura, sono sempre più convinto che sia un’arena, creata per accogliere i giocatori e gli spettatori provenienti dal mondo fantastico e sconosciuto a cui appartiene. Appena conclusa la shooting session mi metto quindi comodo sul Grandstand, l’enorme roccia che altro non è se non la tribuna d’onore dello stadio, perché tra poco, ne sono certo, una di quelle piccole rocce diventerà il pallone che si disputeranno in un’esilarante partita di calcio gli animali fantastici arrivati direttamente dall’isola di Naboombu; io però, dopo averli ammirati, andrò via a bordo di un Truck Camper e non su un letto che vola dopo aver fatto fare al pomo d’ottone della testiera un quarto di giro a sinistra.
Al confine del mondo ci arriviamo l’ultimo giorno. L’ultima meta del tour, quella più agognata, suggestiva e misteriosa. E la più lontana e difficile da raggiungere: circa duecento chilometri di strada impervia e sterrata, che nell’ultimo tratto si trasforma in un viottolo di sabbia e sassi a stento praticabile dai Truck Camper. Il paesaggio è stupefacente ed inquietante ancora prima di arrivare alla meta. Ai due lati della strada, le catene montuose che la circondano hanno caratteristiche totalmente differenti, tanto che sembrano appartenere a luoghi diversi, geograficamente incompatibili. Sulla sinistra, colori caldi, vegetazione e rocce che variano dal viola al verde, dall’aspetto rassicurante; sulla destra, montagne nere, striate di bianco dai resti della neve, avvolte in una nuvola di vento e sabbia. Lo Yin e lo Yang. La notte ed il giorno. L’Inferno ed il Paradiso.
Rimaniamo in questo strano limbo per almeno tre ore ad attendere che la tempesta di sabbia che ci ha colto all’improvviso si plachi quel tanto che ci consenta di proseguire fino alla nostra meta. Perché i vortici di vento sabbioso partono proprio da lì, dal luogo che dobbiamo raggiungere, dalla madre di tutte le dune, la più alta di tutta l’America del Nord, quella il cui nome non potrebbe essere più evocativo di un obiettivo raggiunto, di un esperienza conclusa: Eureka Dunes.
La parola Eureka si usa per esprimere gioia per aver trovato una cosa cercata o la soluzione di una questione o di un problema. Proprio questo è il significato che questo luogo ha per me. Inizio ad esplorarlo alla luce calante del tramonto, quando le onde di sabbia prendono i colori delle ombre e i marroni si alternano ai blu. Ma l’emozione più forte la provo il mattino successivo. È molto presto, il sole è appena sorto. Ancora una volta mi ritrovo solo, zaino in spalla e cavalletto in mano. Bisogna salire, scalare la duna ed entrare nelle onde di sabbia, sinuose, morbide e lisce come seta perché le poche impronte lasciate dai nostri predecessori il giorno prima sono state spazzate dal vento notturno. Quando il mio punto di osservazione diventa sufficientemente alto, mi rendo conto che questa non è una duna, è un’isola galleggiante su un mare di sabbia, terra e sale e circondata da montagne di oltre quattromila metri d’altezza, tanto da rendere questo paesaggio incomprensibile e paradossale. La salita è lenta e faticosa, le pause per fotografare con gli occhi e poi con la fotocamera continue e profondamente appaganti. Mi sento come sulla vetta dell’Everest, anche se la vetta della duna non riesco a raggiungerla, data la scarsa forma fisica. Ma rimanere lì, seduto sulla sabbia tiepida a guardare e pensare mi apre la mente e mi mette in sintonia con il mondo passato, presente e futuro.
Ogni pensiero negativo se ne va. Mi sento improvvisamente e inaspettatamente ottimista sul mio destino: Eureka! Ho trovato me stesso!
In una società divisiva come quella occidentale, le persone anziane sono fuori gioco perché hanno perso la loro capacità produttiva che spesso coincide con lo scopo della vita.
Pertanto vi introduco subito al centro del tema trattato in questo articolo, ossia un laboratorio fotografico tenutosi nei mesi di ottobre e novembre di quest’anno, presso la Casa di riposo e Centro diurnoIl Gignoro, a Firenze.
In un Paese come il nostro, afflitto da un preoccupante calo demografico, gli anziani sono destinati a diventare soggetti molto meno marginali di quello che vorrebbe la consuetudine, ed è il caso che il sociale ne prenda coscienza, attuando politiche coerenti e creando servizi che rendano i centri di assistenza per la terza età qualcosa di più stimolante che non un mero parcheggio di persone inattive.
Il Gignoro, grazie alla disponibilità di Patrizia Minelli, fotografa e nella fattispecie operatrice socio-assistenziale nel modulo psichiatrico di questa struttura, ha promosso l’organizzazione di un laboratorio fotografico articolato in cinque incontri della durata di un’ora e mezza ciascuno, tra parte teorica e attività pratica. A giovarne gli ospiti senior del centro, coinvolti nelle attività fotografiche da protagonisti.
La fotografia in mano a persone sensibili e preparate come Patrizia, rivela tutta la sua duttilità.
La premessa indispensabile del lavoro è stata presentare un po’ di storia della fotografia e relativi grandi autori fra cui Salgado e il docufilm a lui dedicato: Il Sale della Terra, per introdurre il concetto che è stato successivamente sviluppato attraverso le foto scattate dai partecipanti, cioè l’ambiente, inteso come relazione con lo spazio e le persone che lo abitano.
Alla realizzazione dell’iniziativa hanno partecipato le animatrici Laura Biagioli ed Elena Grimaldi con il compito di facilitare l’inserimento degli ospiti: ventotto senior, tra donne – la maggioranza – e uomini, tutti tesi all’appropriazione di un mondo nuovo e inesplorato.
Per alcuni è stata la prima volta e ciascuno ha dato il meglio di sé nel sondare l’ambiente circostante, trasferendo in immagine il risultato delle proprie osservazioni ed emozioni.
“Patrizia, l’impianto del progetto si fonda sulla relazione uomo/ambiente ed è evidente che nella vostra sperimentazione l’attenzione era puntata su questo aspetto. C’è un motivo particolare per il quale avete scelto di orientare i partecipanti all’osservazione dell’ambiente?” Impeccabile nella sua veste di tutor e non solo per l’occasione, Patrizia risponde:
“L’ambiente è fondamentale per le persone, specialmente anziane, è un punto di riferimento. Un ambiente conosciuto e frequentato dà un senso di sicurezza. Al Centro Il Gignoro ci sono ospiti che ci vivono, e ospiti che al mattino arrivano per trascorrere la loro giornata, rientrando in famiglia a fine pomeriggio. Fotografare i propri spazi e le persone che ne fanno parte, è stato un approccio alla maggiore conoscenza e senso di appartenenza a un gruppo in un ambiente interno ed esterno.”
Nella parte introduttiva del corso i partecipanti hanno portato con sé le foto ricordo dei momenti più belli o significativi della loro vita, per un confronto con le storie degli altri, in più hanno ricevuto un aggiornamento riguardo la fotografia di oggi, dai selfie alle immagini in televisione, sui giornali e in rete.
Nelle foto di backstage e negli scatti tenerissimi dei simpatici senior, molto concentrati nel compito loro assegnato, c’è molta semplicità e spontaneità: implicita la volontà di essere considerati soggetti e non oggetti nelle mani di chi quotidianamente li assiste.
Un riappropriarsi di quella parte della vita attiva fatta di scelte e decisioni da prendere, un essere al mondo ancora da protagonisti, avere voce in capitolo.
La fotografia può fare anche questo, riportare le persone al centro della loro storia.
Un’ultima domanda a Patrizia:
“Patrizia, come hai vissuto il clima emotivo creatosi all’interno del gruppo relativamente a questo laboratorio?”
“L’emozione mi ha accompagnata nei cinque incontri con i partecipanti al laboratorio. Lo scopo era prenderli per mano e fare un viaggio a ritroso nel tempo, andando a ricercare i loro ricordi attraverso le foto di famiglia che hanno portato, raccontando a tutti i presenti cosa o chi rappresentano. Una bella esperienza di apertura e condivisione considerando l’età avanzata e la possibile ritrosia a mostrare foto private. Si è creata fra noi empatia, non c’era una insegnante che spiegava loro regole e criteri, ma ogni volta scoprivano qualcosa. Ho mostrato loro il lavoro fotografico sui miei genitori e si sono ritrovati in tante scene di vita quotidiana. Anche io quindi ho condiviso una parte del mio privato. Si sono sentiti a loro agio anche proseguendo con la conoscenza di cosa si intende per fotografia: una finestra aperta dalla quale possono guardare e fermare quell’istante. Un momento personale vissuto con emozione? Alcune signore over ottanta in carrozzina, che hanno scattato la prima foto della loro vita”.
Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright.
L’ARCHITETTURA BRUTALISTA nella fotografia di STEFANO BARATTINI
Stefano Barattini torna sulla scena della fotografia d’architettura con grande rigore e concretezza: come naturale continuazione del suo lavoro di ricerca fotografica sull’architettura contemporanea, si passa dal Bauhaus al Brutalismo.
“Da vero appassionato di architettura soprattutto del periodo dall’inizio del 1900 a più o meno il 1950/60, non potevo non considerare lo stile brutalista con il suo uso massiccio del cemento armato a vista.”
Così dichiara il nostro autore, accompagnandoci con le sue immagini in un viaggio fotografico alla scoperta di questo genere costruttivo che mi piace definire no frills.
Qualche nota sullo scabro linguaggio architettonico che fa seguito alla graduale involuzione del Movimento moderno.
I paradigmi del codice brutalista nascono verso la fine degli anni venti grazie a Charles Edouard Jeanneret, noto come Le Corbusier, il quale, sotto l’influenza del pittore francese Fernand Léger, darà corso a una graduale rottura nei confronti delle teorizzazioni correnti a favore di una continua sperimentazione rintracciabile già nei suoi progetti sia a livello architettonico, sia su scala urbana (vedi Padiglione Svizzero, Cité de Refuge a Parigi, Palazzo della Società delle Nazioni a Ginevra, Centrosojuz a Mosca).
Il termine brutalismo viene reso popolare grazie al teorico dell’architettura Reyner Banham solo nel dopoguerra e deriva dal francese béton brut di Le Corbusier, destinato a caratterizzare alcuni suoi progetti, tra cui quello più noto è l’Unité d’Habitation di Marsiglia.
Per Brutalismo si intende quindi una corrente architettonica attiva fino alla fine degli anni settanta, il cui principio fondante è l’utilizzo del cemento armato a vista, e l’impiego di tutti gli altri materiali grezzi che hanno una precisa funzione nell’edificio, come ad esempio acciaio e laterizi, atti a costituire l’ossatura del progetto e a sottolineare l’essenzialità di strutture marcate e imponenti.
Tutto in vista nelle costruzioni brutaliste: un’esaltazione delle forme e dei dettagli che le compongono, nell’intento di sfidare il formalismo dell’epoca a scapito dell’estetica dei materiali.
La presenza di materiali grezzi consente al progetto di nascere dall’interno e mostrare il suo sviluppo attraverso la nudità materica delle volumetrie esterne. Quindi, minore importanza del bello architettonico e maggiore evidenza di forme e volumi.
Solo un breve cenno sul pensiero di Bruno Zevi al riguardo:
“un edificio senza diaframmi formali, anzi con sanguigna rudezza e polemica astinenza da ogni finitura gradevole.”
Bruno Zevi, Storia dell’architettura moderna, ed. Einaudi
Sono rintracciabili nell’Europa dell’Est, in particolare, ma anche in Italia, negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia e Giappone, solo per fare qualche nome, i luoghi d’elezione che recano testimonianze di edifici di marca brutalista.
Uno schematismo ripetitivo emerge dall’osservazione di questi manufatti: la negazione del bello per così dire “inutile”, specchio di una società incardinata nei meccanismi rigidi di un’ideologia, e con questo faccio esplicito riferimento ai paesi del socialismo reale dove questo stile fece presa in modo particolare.
Ex Unione Sovietica e Berlino Est, presentano numerosi esempi di questi edifici consacrati all’uniformità come concezione di vita.
In sintesi, ciò che conta in questo tipo di progettazione è il rapporto tra il volume dell’edificio e il contesto in cui si inserisce, dove è chiara la volontà, quasi drammatica, di introdurre un macrosegno urbano che si impone; non ultima, la poetica del “non finito” dove la materia non subisce alterazioni per mezzo delle finiture, in una semantica compositiva che tende ad avvicinare la sostanza e la forma.
Dopo la metà degli anni settanta calerà l’interesse verso questo tipo di progettazione, soppiantata dal Post-modernismo.
Stefano Barattini, a seguito di una precisa identificazione dei complessi architettonici in Italia e nell’Est europeo ci offre, con le sue fotografie, un’interessante rassegna di edifici che meglio rappresentano lo spirito brutalista. L’autore ha eseguito scatti in bianco e nero che sottolineano la grezza nudità dei manufatti.
Conversando con l’autore:
“Posso solo dire che a differenza, per esempio, dell’architettura del Movimento moderno e del Razionalismo, la loro “bruttezza” emana comunque un grande fascino di fronte al quale non potevo rimanere indifferente.”
Stefano Barattini, classe 1958, ha iniziato a fotografare nel 1979 unendo dall’inizio la passione per la fotografia a quella per i viaggi. Ha collaborato per quattro anni con la rivista Mototurismo raccontando con testi e foto i suoi viaggi in moto. Dopo una pausa di riflessione ha ripreso l’attività fotografica nel 2006, periodo in cui il digitale cominciava ad apparire sulle scene, accogliendo il cambiamento con l’adozione di reflex digitali. I viaggi sono sempre stati al centro del suo interesse, analizzando luoghi e popoli, cogliendone l’essenza attraverso la fotografia. A partire dal 2013 ha scoperto e approfondito il mondo dei luoghi abbandonati, con particolare interesse per gli insediamenti industriali, in Italia e all’estero. Questi luoghi rappresentano un mondo scomparso che fu, un tempo, portatore di progresso economico, benessere e valore per l’essere umano. Insediamenti che oggi sono, purtroppo, soggetti a degrado, valori perduti a seguito di una mancata riqualificazione. Gli studi di Architettura lo hanno da sempre portato a rappresentare i contesti urbani e il loro rapporto con l’essere umano. A questo riguardo è d’obbligo soffermarsi su un tema importante, quello delle periferie che, più di altre realtà, inducono gli abitanti ad accettare, se non addirittura subire, una sorta di convivenza con spazi non sempre a misura d’uomo. Grande appassionato del periodo modernista e razionalista, va alla ricerca degli elementi architettonici che rappresentano forse l’ultima vera corrente stilistica di quel contesto.
La recente scomparsa di Robert Frank, grande autore della fotografia mondiale e retorica equivalente, riporta a galla uno dei temi non sempre sufficientemente compreso da chi fa fotografia per diletto proprio.
Leggo un ingenuo commento che definisce Robert Frank un grande della street photography; in un altro tempo, luogo e cultura avrei fatto seppuku, addossandomi il fallimento educativo associabile a tale definizione.
L’equivoco più resistente che mai è proprio questo: quella denominazione alquanto generica che indica scatti eseguiti per strada, facendone un genere. Fotografare chi, cosa, perché? Ritrarre persone che camminano, edifici e arredo urbano, cogliere situazioni divertenti o interessanti, fare reportage di avvenimenti? Proviamo a fare chiarezza: la street photography, di fatto, non esiste.
È molto semplice: o siamo attratti dalle caratteristiche di un luogo, per l’architettura che lo definisce, l’armonia o disarmonia degli spazi, il pregio o sfregio urbanistico concertato da chi l’ha realizzato, insomma quell’insieme di elementi che cogliamo con lo sguardo e ci suggeriscono di portarne memoria per semplice gradimento, come creare una raccolta di immagini da conservare e riguardare a piacere. Perché ci ricordano momenti di vita, persone, relazioni umane, quello che contribuisce a creare una storia; la nostra storia personale o la storia della nostra città. Oppure siamo interessati a realizzare un portfolio, per dimostrare una tesi che può essere la valorizzazione di quel luogo oppure denunciarne l’abbandono.
Altro ancora è registrare visivamente testimonianze di fatti e accadimenti, o cogliere semplici godibili momenti di vita cittadina, tali da connotare un’epoca, un fare storia per immagini da regalare al mondo di oggi e quello di domani. Ho solo proposto qualche esempio.
Robert Frank, invece, ha sgomberato il campo dai paradigmi del momento decisivo e del punctum barthesiano; lo dico per compiacere il linguaggio comune. È preferibile entrare nel profondo di una fotografia dalla sintassi irrituale atta a rappresentare le contraddizioni della società americana, nel passaggio dall’icona della società del benessere al banale quotidiano ripreso nella sua disarmante prosaicità. Vedo insita nella sua opera la volontà di decostruire, demitizzare le scene riprese: non si distrugge un’icona per crearne un’altra. In “Les Americains” mi sembra evidente.
A titolo di suggerimento credo sia salutare mettere in discussione le nostre convinzioni radicate, in buona fede, nell’entusiasmo creativo che ci accompagna quando eseguiamo uno scatto: non basta un orizzonte inclinato per sentirci emuli di Robert Frank; occorre prima interrogarsi a fondo su ciò che si vuole comunicare; avere un’idea dei fondamenti del linguaggio fotografico e applicarli senza adeguata competenza non aiuterà.
Come esiste una pragmatica del linguaggio, materia multidisciplinare che studia congegni e ingranaggi della comunicazione, fra cui l’interazione tra parole e parlanti, allo stesso modo c’è una pragmatica della fotografia, che ricalca il medesimo sistema di relazioni, interazioni, cortocircuiti, bizzarrie e anomalie che se ben padroneggiato può dar luogo a risultati degni di nota.
Peter Gill della galleria Pace-McGill di Manhattan ha confermato la notizia che il leggendario Robert Frank, punto di riferimento imprescindibile per chi si avvicini alla fotografia di reportage, ci ha lasciati all’età di 94 anni a Inverness, in Nova Scotia.
Svizzero di nascita, dopo un’intensa attività come fotografo di moda, si concentra come fotogiornalista freelance in un’intensa attività di viaggi fra Perù e Bolivia, Francia, Spagna, Italia.
Nel 1955 è il primo fotografo europeo a ricevere la borsa di studio annuale promossa dalla Fondazione Guggenheim di New York, che gli consente di attraversare quarantotto Stati, insieme alla moglie e ai due figli, su una vecchia Ford.
Utilizza 687 rulli di pellicola 24×36 mm, ottenendo più di ventimila negativi di cui alla fine ne ricaverà ottantatré fotografie.
Nessun editore americano dimostra grande interesse per questo lavoro e, così, decide di pubblicare Les Americains in Francia con Robert Delpire. L’interesse suscitato dalle edizioni europee porterà infine alla pubblicazione oltreoceano.
Cancellati i testi critici, fa scrivere l’introduzione, un vero e proprio poema beat, all’amico Jack Kerouac con cui aveva viaggiato on the road in Florida nel 1958:
“Quella folle sensazione di America, quando il sole picchia forte sulle strade e ti arriva la musica di un jukebox o quella di un funerale che passa. È questo che ha catturato Robert Frank nelle formidabili foto scattate durante il lungo viaggio attraverso qualcosa come quarantotto stati su una vecchia macchina di seconda mano. Con l’agilità, il mistero, il genio, la tristezza e lo strano riserbo di un’ombra ha fotografato scene mai viste prima su pellicola. Per questo Frank sarà riconosciuto come un grande della fotografia…”
L’impatto del libro sul mondo fotografico è enorme, pari solo a quello di New York di William Klein. The Americans e New York segnano il punto di non ritorno di una nuova concezione di fotolibro che verrà poi considerato come lo strumento più adeguato ad esprimere le potenzialità espressive ed estetiche di un’opera di fotografia.
Lontano tanto dal documentarismo sociale quanto dal sentimentalismo che dominava certa fotografia dell’epoca, Frank infrange stereotipi e luoghi comuni dell’immaginario di una società del benessere, che esibisce modelli culturali e ricchezza apparentemente irresistibili. Il mondo di Frank, uscito dal conflitto con grandi speranze, è il mondo sprofondato nella guerra fredda, maccartismo, razzismo e caccia alle streghe.
Lì dove Klein critica la società dei consumi con intransigenza ed aggressività visiva, Frank la raffigura sofferente, meditata e misurata fotograficamente. Per questa ragione forse è entrata maggiormente nel cuore degli americani.
A chi criticava le sue inquadrature sbilenche, sfocate, dal tono confuso, Frank rispondeva con fotografie non risolte tecnicamente ed esteticamente incompiute, per favorire un flusso di immagini che restituissero un unicum narrativo oltre che la sua inquietudine esistenziale, scaturita anche dalle evidenti contraddizioni della società americana.
Scrive Jack Kerouak:
“Che poesia è questa? Che poesia potrà scrivere un giorno su questo libro di immagini un giovane scrittore nuovo, sballato, chino sullapagina alla luce della candela per cogliere ogni grigio, misterioso dettaglio della pellicola grigia che ha catturato il vero succo rosa dell’umanità? Se è il latte di umana tenerezza, come lo intendeva Shakespeare, non fa differenza quando guardi queste immagini. Meglio che a teatro”.
come molt@ di voi sanno due anni fa abbiamo realizzato con il Network Italiano Salute Globale una mostra fotografica con il materiale raccolto in Burkina Faso da Francesco Cocco, fotografo dell’Agenzia Contrasto, che per noi ha visitato centri antiviolenza e ambulatori medici sostenuti dalla cooperazione sanitaria italiana.
Un emozionante racconto in bianco e nero che ha girato un po’ l’Italia, dopo l’inaugurazione a Roma, la mostra è stata esposta a Conversano di Bari, Brescia e Napoli.
Siete tutt@ invitati al Finissage che conclude questa iniziativa per brindare insieme a noi e nel corso della serata sarà anche possibile, con un contributo libero, acquistare le immagini della mostra.
ALLA SCOPERTA DEL SENEGAL ATTRAVERSO LE IMMAGINI – DIRITTI ALL’OBIETTIVO
Sabato 25 maggio alle ore 19, presso la sede di via dei Latini 12 a San Lorenzo, Diritti al cuore onlus presenta il libro fotografico “Diritti all’obiettivo – Viaggio fotografico alla scoperta delle periferie, dei paesaggi e dei volti del Senegal”. Saranno presenti i fotografi che hanno donato le foto e gli ideatori del volume.
IL PROGRAMMA Durante la serata saranno proiettate delle immagini e si terrà un reading, inoltre sarà possibile acquistare il libro a un prezzo ridotto rispetto a quello di copertina. I fondi raccolti saranno utilizzati per i nostri progetti in Senegal. Sarà offerto un buffet. L’ingresso è libero.
IL LIBRO
“Questo libro non è un romanzo, ma un racconto di immagini, realizzate con le macchine fotografiche di un gruppo di volontari in viaggio con l’Associazione Diritti al Cuore Onlus. Un racconto senza protagonismi, ricco di emozioni, ricordi, sensazioni, affetti. Sono immagini di donne, bambini e uomini che ogni giorno vivono in un contesto difficile, di certo diverso dal nostro. Sono immagini catturate da chi a quel mondo vuole andare incontro. Hanno immortalato anche paesaggi e contesti che raccontano molto altro: Dakar, la periferia, Camberene, Pikine, i villaggi, la discarica. Ma hanno catturato con l’obiettivo soprattutto i volti, che racchiudono mille storie. E sogni. E, in fondo, sono quei paesaggi, quei volti e quegli occhi che hanno catturato tutti loro”.
Insulae.
Cresciuto in una casa popolare in provincia di Roma, ho sempre voluto capire come funzionassero le politiche abitative della Capitale, perché questo problema sembra da sempre sistemico e insito nella città e le soluzioni – funzionali e meno – messe in atto per arginarlo. Partendo da questo interrogativo per quattro anni mi sono impegnato in una documentazione fotografica su questo tema che mi ha portato a visitare case popolari, residence, palazzi occupati e numerosi senza fissa dimora con la volontà di creare un vero e proprio “database visivo” di questa – sempre più importante e presente – problematica sociale.
La situazione romana non ha pari nel resto d’Europa per la sua complessità e mala gestione: esistono più di 50.000 cittadini romani in emergenza abitativa, senza un’abitazione o in attesa di sfratto e esistono più di 200.000 appartamenti lasciati vuoti o sfitti per alimentare la speculazione edilizia e finanziaria che a Roma regna dagli anni del glorioso impero. Negli ultimi 20 anni la politica e l’amministrazione hanno di fatto messo fine all’edilizia residenziale pubblica e non esistendo un piano di contenimento degli affitti si lascia carta bianca a chi controlla il mercato immobiliare sia sugli affitti che sui mutui. Il termine isolato, deriva dalla Insula Romana (Insulae), il tipico esempio di casa popolare dove viveva la grande massa della popolazione a partire dal IV secolo A.C. Le insulae erano molto diverse dalle splendide Domus, le abitazioni signorili, ma furono necessarie vista la popolazione in continuo aumento. Come gli attuali condomìni, nelle insulae si sfrutta lo spazio in altezza arrivando fino al sesto piano come la famosa Insula Felicles che per quei tempi era un vero e proprio grattacielo. Presto le insulae divennero il tipo di abitazione più diffuso a Roma e la loro costruzione fece ben presto parte di una proficua attività lucrosa che vedeva gli imprenditori edili – gli unici a cui era consentito il traffico su ruote anche di giorno – costruire edifici i più alti possibili, dai muri sottili e con materiali scadenti; tutto questo per avere margini maggiori sulla costruzione. Questa indagine fotografica oggi è diventato un libro artistico, lungo più di 16metri, confezionato in una carta artigianale che replica l’intonaco di un muro. Potete supportare e scoprire questo progetto qui: https://it.ulule.com/insulae/ o sul mio sito http://www.michelecirillo.com/.