Ho sempre amato molto soprattutto due musicisti napoletani, Pino Daniele ed Enzo Avitabile, molto diversi tra loro ma entrambi geniali.
Enzo Avitabile ha realizzato tanti brani musicali di grandissima qualità. Musicista e compositore raffinato, spesso miscela suoni e lingue di differenti luoghi del mondo creando un sound tutto suo, unico ed originale. I testi dei suoi brani sono intrisi di verità e talvolta le parole stesse diventano musica fondendosi con le note degli strumenti.
L’ho conosciuto ed ammirato già tantissimi anni fa, negli anni ’70, quando io suonavo la chitarra in un gruppo rock. All’epoca per provare i “pezzi” andavamo nel garage del nostro amico Antonello Lamberti a Rione Alto (zona Vomero alto). Per suonare ci alternavamo con altri gruppi più esperti di noi e tra questi c’erano gli ACHEI. Enzo giovanissimo suonava il sassofono con loro e noi ragazzi spesso li guardavamo e ascoltavamo con ammirazione per imparare. Già allora Enzo si notava per la sua tecnica e inventiva da fuoriclasse.
Ma tornando al ritratto, l’incontro per le riprese è avvenuto nella casa di Avitabile dove insieme abbiamo studiato e preparato i vari scatti.
Enzo mi ha raccontato dei suoi nuovi esperimenti, delle ricerche e degli ultimi progetti. Mi ha parlato dei suoi studi sulle musiche di popoli diversi, affascinandomi con la sua dialettica e la sua grande cultura. Proprio queste sue fusioni e contaminazioni musicali con inserti dalle atmosfere talvolta esotiche mi hanno ispirato e quando ho cominciato a guardami attorno per trovare qualche cosa che richiamasse le impressioni che avevo vissuto nell’ascoltarlo parlare con così tanta passione, ho notato su di un divano un telo con una trama zebrata che mi ricordava l’Africa; subito decisi che quello sarebbe stato lo sfondo di uno dei ritratti che avrei realizzato.
Ora avevo solo bisogno di un elemento che lo rappresentasse in maniera inequivocabile e allora chiesi a Enzo di posare con un singolare strumento inventato proprio da lui chiamato “saxella”, un ibrido tra un sassofono e una ciaramella che produce un misterioso suono di timbrica orientale. Tutto era pronto e in armonia, il mix di ingredienti era avanti a me, provammo alcune pose e alla fine lo scatto fu appagante come accade ogni volta che sento che non avrei potuto fare di meglio. In auto tornando verso casa ero molto contento soprattutto perché avevo capito e imparato tante cose.
Avevo incontrato un grande con un cuore grande.
Enzo Avitabile – foto di Augusto De LucaAugusto De Luca e Enzo AvitabileAugusto De Luca e Enzo Avitabile
Augusto De Luca fotografa Carla Fracci
Sono passati diversi anni, ma il ricordo di quell’incontro, la memoria di quel momento magico resterà per sempre. Erano i primi anni novanta, per essere precisi il 1991 e da poco era uscito in tutte le librerie il libro “Napoli Donna”, con i miei ritratti di trentasette importanti donne napoletane, accompagnati dalle interviste della giornalista Giuliana Gargiulo. Avendo avuto un notevole successo, io e Giuliana decidemmo di realizzare un altro libro, stavolta sulle donne di Milano, libro che però per vari motivi non fu mai pubblicato. Preparammo allora una scaletta di nomi illustri e la prima della lista fu Carla Fracci. Il caso volle che dopo neanche un mese la straordinaria ballerina insieme al marito Beppe Menegatti venissero a Napoli proprio a casa di Giuliana che li ospitò. Ricordo bene infatti che la conobbi ad una cena in casa sua. Le proposi di partecipare al progetto e lei ne fu subito entusiasta. Era andato tutto bene… però la Fracci sarebbe rimasta a Napoli pochi giorni, io dovevo subito trovare una location e soprattutto decidere come fotografarla. Cominciai allora a documentarmi e a cercare…. leggendo la sua biografia capii dalla data dinascita che il suo segno zodiacale era il leone, un segno che le calza a pennello; infatti io l’avevo sempre considerata una donna molto forte, una vera guerriera, caratterialmente e professionalmente. Mi ricordai allora che a casa della mia amica Valeria Carità, in un antico palazzo a Monte di Dio, avevo visto un grande leone di pietra. Immediatamente organizzai tutto e il giorno dopo io e Carla Fracci ci recammo in quella lussuosa casa. Lei era bellissima, delicata ed eterea come una porcellana cinese e indossò lo stupendo vestito merlettato che si vede nella foto. Dopo qualche prova e pochi scatti capii che avevo la foto giusta. Finalmente potevo rilassarmi. Passammo un po’ di tempo a chiacchierare e poi la riaccompagnai. La rividi a Milano perché venne ad una mia mostra fotografica alla galleria “Diaframma” in via Brera. Le diedi il suo ritratto e lei subito mi disse: ” Bella…..e poi il leone è il mio segno zodiacale”! Capii di aver fatto centro.
Carla Fracci – foto di Augusto De LucaAugusto De Luca e Carla FracciCarla Fracci – Augusto De Luca
Augusto De Luca fotografa Pupella Maggio
Pupella Maggio straordinaria attrice napoletana una delle più grandi partner di Eduardo De Filippo. Alla fine degli anni ’80 Pupella abitava a Roma pur ricordando sempre con grande nostalgia la sua Napoli. Io, dopo averle telefonato, con il mio assistente e il fedele Bank fotografico (lampada con avanti un diffusore), da Napoli mi misi in viaggio per andare a ritrarla. Dopo qualche giro per Roma, all’epoca non esistevano i navigatori, trovammo casa sua e quando lei apri la porta io fui investito da un intenso odore che conoscevo molto bene: era profumo di ragù. Ricordo che di riflesso inspirai profondamente con il naso, socchiudendo gli occhi…mi sembrò di essere a Napoli. Pupella era una donna gentile ed umile e anche se per me rappresentava un’icona, un monumento del teatro napoletano, il suo modo di fare mi fece sentire subito a mio agio. Allora cominciai a cercare un posto per fotografarla. Guardandomi intorno mi colpi su di una mensola un ritratto di Eduardo con una sua scritta: “ a Pupella con amore, quello selvaggio del teatro “. Capii che avrei fatto la mia foto proprio insieme a quel ritratto. Le chiesi di prendere una maschera di Pulcinella che avevo notato nell’altra stanza, misi la luce in modo tale che sul viso di Pupella ci fosse una luce uguale alla luce che nella foto colpiva il viso di Eduardo e scattai. Sembrava quasi che Eduardo stesse li con noi in quel momento, illuminato dalla stessa luce…dal mio Bank.
Pupella Maggio – foto di Augusto De LucaPupella Maggio e Augusto De Luca
Boipeba delle meraviglie: Cristina, la nuova Alice
ll 4 maggio la fotografa Cristina Cenciarelli ha inaugurato a Roma la sua mostra fotografica «Boipeba, luogo senza tempo». Le fotografie sono state presentate nelle sale della Galleria Candido Portinari, all’interno dell’ambasciata del Brasile, a piazza Navona.
L’isola di Boipeba si trova nello stato di Bahia (Salvador). E’ lì che Cristina, italiana dal cuore verde e giallo, ha scelto di vivere. Nel vedere le foto degli abitanti, capii perché Cristina ha chiamato quell’isola «luogo senza tempo». C’è nello sguardo dei pescatori fotografati una serenità operosa, che si lega al qui e ora. Il mare è buono, ti dà nutrimento ma può pure distruggerti la barca o rubarti la vita. Come dice Caimy in una sua canzone: «Pescador quando sai, nunca sabe se volta» (“Il pescatore quando esce, non sa mai se ritorna.”). Per lavorare con il mare, l’uomo deve essere vigile, l’attenzione concentrata nell’azione presente.
La gente di Boipeba é abituata ai grandi contrasti. Come vediamo dalle fotografie di Cristina, i tramonti incendiano il cielo e il mare di una luce così forte che spacca l’orizzonte. Dopo quel tramonto grandioso, tutta quella luce si trasforma in una notte fatta di nero assoluto. La gente di Boipeba è abituata.
Penso che i veri fotografi abbiano un occhio in più dei comuni mortali. E’ con quello che Cristina ci regala la sua Boipeba. La realtà è la stessa, ma guardata da lei è come se si rivelasse oltre le limitazioni della comune percezione. I veri fotografi arricchiscono il mondo, perché fanno vedere in profondità, come succede in questa mostra.
Conversare con lei è entrare in contatto con una donna che lasciò tutto per essere fedele ai valori in cui crede. «La prima volta che sono arrivata sull’isola, mi sono ricordata di una frase che Anaïs Nin aveva scritto su Fez: “Prima o poi, si arriva sempre in una città che è lo specchio della propria città interiore”. Ecco, Boipeba è il mio specchio».
«E Roma?» le domando. «Roma rappresenta le mie radici, le fondamenta come essere umano e donna; sicuramente mi ha insegnato a percepire la bellezza. Boipeba, invece, mi ha mostrato un’altra Cristina, la parte più nascosta, che dovevo trovare per completarmi. Mi ha dato una specie di seconda giovinezza, insolenza e capacità di affrontare dubbi e paure che derivano da una vita nuova. Mi ha regalato pure uno sguardo diverso».
Torno a pensare all’immagine dello specchio. Cristina mi ricorda il personaggio creato dal matematico inglese conosciuto con lo pseudonimo di Lewis Carroll. Cristina, come Alice, ebbe il coraggio di avventurarsi nel suo paese delle meraviglie, un luogo dove sfuggire al Tempo, esercitare l’arte della fotografia e vivere in profonda armonia con le persone e la natura. Alice e Cristina: capaci di avventurarsi nell’ignoto.
L’allestimento di questa mostra rivela non solo la ricchezza interiore dell’artista, ma anche la sensibilità dei due curatori: Paola Asquini e Andrea Ottaviani. Lui, un bravo architetto, lei pure fotografa che sta per pubblicare un testo di narrativa. Entrambi hanno disposto le fotografie in due sale: nella prima le immagini degli abitanti di Boipeba, commentate dalla stessa fotografa in una registrazione di cui i visitatori possono usufruire, chiedendo gli auricolari, Nella seconda sala gli scatti mostrano i misteriosi aspetti religiosi del Candomblé: anche questo è Boipeba, l’isola che sbarcò a Roma grazie a Cristina.
La mostra resta aperta presso l’ambasciata del Brasile fino al 3 giugno: da lunedì a venerdì, dalle 10 alle 17. L’ingresso é gratuito.
Foto di Cristina Cenciarelli
Uliano Lucas fotoreporter
Recentemente il canale Rai 5 della nostra televisione ha dedicato un documentario al fotografo Uliano Lucas; perciò ho pensato di raccontare ai lettori di Diatomea quello che so di questo autore.
Fotoreporter di lungo corso, Uliano Lucas, nasce a Milano nel 1942. Il padre operaio alla Breda di Sesto San Giovanni, comunista, antifascista e partigiano, è avviato al confino a Ponza, dapprima, poi a Pisticci.
In questo humus familiare e sociale si forma il giovane Lucas, maturando il suo interesse per la fotografia di reportage.
Durante i tanto celebrati anni Sessanta nella Milano del Bar Jamaica si rinforzerà la sua vocazione per la professione di fotoreporter, attento ai cambiamenti e fremiti di una società postbellica, ad alta fermentazione culturale. Pittori, scrittori, musicisti dell’epoca i suoi modelli di riferimento: Enrico Castellani e Arturo Vermi, Piero Manzoni e Nanda Vigo, e la musica dei gruppi rock, gli Stormy Six e i Ribelli. Nel corso della sua carriera, Lucas ha incontrato e fotografato i più bei nomi della cultura italiana, fra scrittori, pittori, musicisti, personaggi che hanno fatto la storia del Paese.
Un’attenzione particolare ai passaggi epocali della società: l’immigrazione dal Sud al Nord, l’industrializzazione del Paese, il ’68. E l’industrializzazione è la matrice della nascita della fotografia. Lo è, verosimilmente, a causa di una accresciuta capacità di progettare e costruire macchine, fra cui le macchine fotografiche, secondo la visione del nostro autore.
Il sociale è la vocazione forte, il filo rosso che lega tutta la sua produzione fotografica.
Sua è la famosa foto dell’immigrato meridionale ritratto all’uscita della Stazione Centrale di Milano con la valigia di cartone legata con lo spago, ripreso davanti al grattacielo Pirelli, simbolo svettante della razza padrona per la quale si troverà a lavorare; la terra cessa di essere fonte primaria di sussistenza.
Non solo l’Italia e i suoi momenti di transizione, il fotogiornalismo non conosce confini; Lucas documenta anche le cronache della Rivoluzione dei garofani in Portogallo e le guerre di liberazione in Angola, Eritrea, Giordania, ai tempi di Settembre Nero, al seguito dei giornalisti Bruno Crimi ed Edgardo Pellegrini per il Tempo, Vie Nuove, Jeune Afrique e Koncret.
La passione per il fotogiornalismo è inestinguibile e il nostro realizza servizi anche per altre importanti testate, fra cui il Mondo, l’Espresso, l‘Europeo, la Stampa, il Manifesto, il Giorno, Rinascita. I temi caldi non mancano tra gli anni Sessanta e Settanta; Lucas sente la necessità di farlo presente alla società, portando all’attenzione dei lettori storie ed eventi imperniati sull’attualità politica e sociale.
Nel 2018 incontrai Uliano Lucas al Circolo Fotografico Milanese che gli dedicò una serata, invitandolo a raccontare la sua esperienza.
Una serata di intenso ascolto al Circolo, sala affollata e Gianni Berengo Gardin in prima fila a seguire il racconto del collega.
Lucas puntualizzò con grande chiarezza il suo profilo di fotografo ‘anarchico’, il più possibile sganciato dai vincoli delle strategie editoriali e del mercato, raccontandosi senza apparire autoreferenziale, con la volontà di inquadrare il suo lavoro nel contesto storico e sociale del Novecento.
Gli anni preziosi della formazione sono stati quelli di Brera e del Jamaica e la progressiva maturazione come fotografo di quella cronaca vera, che mostra il mondo il più possibile per quello che è, affrancandosi dalle ideologie e dalle mode del giornalismo dei tempi – si pensi ai rotocalchi di quel periodo, in Italia, che mostravano, a suo dire, un paese inventato – testate giornalistiche conservatrici, un’ Italia provinciale che si interessava alle vicende delle attrici e degli appartenenti alle monarchie europee. Uliano Lucas predilige un’editoria di cultura, tutt’altra cosa. Il settimanale Il Mondo gli dava questa garanzia.
Un aspetto importante è emerso dalla chiacchierata al Milanese: Il fotogiornalismo e comunque qualsiasi foto di documento, deve scavare direttamente dentro al fenomeno, indagare sulle ragioni, le cause e gli effetti, non limitarsi allo scatto fine a se stesso che nulla spiega. La fotografia di reportage ha una sua precisa funzione: deve parlare.
Una presenza storica nella fotografia italiana, quella di Uliano Lucas, che rimarrà come testimonianza per le giovani generazioni.
L’impossibile archimedeo
Allosanfàn parte settima: ancora Aldo Palazzolo (*)
Recupero frammenti antichi, per creare un mosaico d’immagini e suggestioni, che meritano musica a sigla, musica in fondo.
Charles Baudelaire si scagliò con tale veemenza sulla fotografia, da far venire mossa ogni foto nel raggio di chilometri dal suo Salon. Non era ammissibile, per il poeta vergine, che la fulminea attrazione dell’attimo spostasse lo sguardo dalla contemplazione elevatissima dell’arte pura nella sua rappresentazione più autentica, teatro, pittura, musica, poesia. Inaccettabile il processo di massificazione e tecnologizzazione dell’arte. L’industria si sostituiva al genio creativo, lo filtrava attraverso uno strumento, poneva anche gli inetti nella condizione di potersi definire artisti.
Charles Baudelaire
Poi si fece fotografare in poltrona dall’amico Nadar, e questi ne colse, nella sua posa disincantata, tutta la poetica, sublimandola nell’attimo, appunto.
Nadar aveva compiuto il miracolo, anzi no, la magia, di elevare la sua arte a livelli insospettabili, usando l’immagine del suo più feroce – e certamente credibile – avversario, per emanciparla dal mero tecnicismo cui rischiava di essere relegata per sempre. Di più, l’invasione di campo della fotografia, capace di raccontare il reale con efficacia assai maggiore del più attento iperrealismo manierista, sospinse tutte le altre arti figurative verso orizzonti nuovi, alla ricerca di realtà parallele cui l’occhio non poteva giungere.
Come vi fosse testimone invisibile, Aldo Palazzolo raccoglie l’eredità di Nadar, la attualizza che non gli vien bene fotografare Baudelaire in poltrona. Palazzolo ritrae l’artista, il detentore unico e assoluto dell’atto creativo che genera l’opera. Quello non è in vendita, nemmeno merce plausibile a scambio, appartiene solo all’artista. Solo le opere finite sono al dettaglio. La parola opera e la sua aggettivazione più consueta, finita, sono in stridente contraddizione. Opera offre un senso di dinamismo, di divenire. Finita è qualcosa che la smentisce. L’opera è viva quando non definitivamente plasmata, ancora si trasforma, cresce, matura, cambia, impara, persino. Poi il fermento si esaurisce, l’opera è finita, non c’è più niente che la renda viva. Completare l’opera significa, dunque, recitarne il de profundis? Si espongono, si leggono, si condividono, le lapidi funerarie dell’atto creativo? Le collezioni, le esposizioni, le biblioteche sarebbero nicchie votive per le spoglie mortali dello spirito d’artisti, del loro genio sepolto, e gallerie, abitazioni sontuose, ricche di ‘opere finite’, solo cimiteri. L’artista autentico conosce questo segreto, lo custodisce gelosamente. Gli altri sono mercenari, cercano critici che recitino litanie al capezzale dell’arte che muore. Ma dopo l’atto creativo ciò che resta è comunque il demiurgo, l’artista, una donna, un uomo.
Aldo Palazzolo è a questi che rivolge il suo sguardo, ne destruttura la natura artistica, restituisce al corpo, all’espressione, alla posa accidentale, la dimensione stessa d’opera d’arte. L’artista non è più semplice detentore dell’atto creativo, diventa esso stesso oggetto di quell’atto, immerso nella vertigine del bianco (il nulla che nasconde il tutto infinito dei colori) che ne definisce l’immagine scarnificata sino all’espressione essenziale. Poco importa se davanti l’obiettivo vi sia Patti Smith, Borges, Bufalino, Battiato o Sinopoli, ciò che resta è la natura umana estremizzata all’indispensabile, talmente minimale da spiazzare. Il genio guarda ad altezza d’occhio, da pari s’affratella al resto del genere umano, non è più vetta irraggiungibile, solo essenza d’umanità, dunque, capolavoro definitivo. Di più, talora, sorpresa, l’immagine si destruttura ancora nel gioco alchemico del caso d’una camera oscura, si trasforma e pare che ogni incavo esistenziale, ogni concretezza artistica venga trascinata dalle onde del Mare d’Ortigia, spinta da un Kaos rigenerativo che stravolge il dettaglio, ne rende le sfumature fondamentale quadratura del cerchio, l’impossibile ricerca d’Archimede.
Aldo Palazzolo, dalla Siracusa matrigna, è fra i testimoni più importanti del nostro tempo avendo immortalato i più grandi protagonisti del mondo della cultura contemporanea. Personaggi illustri (tra gli altri, Patty Smith, Adonis, Giulio Andreotti, Gesualdo Bufalino, Rudol’f Nureev, Sinopoli, Julian Beck) ma anche dettagli sorprendenti ed inconsueti che racchiudono storie, segreti, interessanti sempre. Immagini che inquietano profondamente e spesso, quasi sempre anzi, seducono. Nel 1989 il critico Peter Weiermair lo segnala fra i ritrattisti più importanti al mondo allestendo l’esposizione e il catalogo per “Il ritratto nella Fotografia Contemporanea” con artisti come Andy Warhol, Robert Mapplethorpe, Annie Leibovitz, Bruce Weber, Mary Ellen Mark, Cleg & Guttman, Lynn Davis, Thomas Ruff. Ha esposto in manifestazioni di prestigio internazionale: da Arles, dov’è presente nel 1992 con una grande personale, alla Biennale di Venezia, ai festival di fotografia di Amsterdam, Liegi, Montpellier etc. Dal ’90 in poi vira verso una ricerca personalissima che lega l’elaborazione della foto alla riflessione sulla luce e sull’alchimia e che denomina “Liquid Light”. È stato fotografo di scena nel film “Il Garofano Rosso” ed ha curato le scenografie degli spettacoli “Change de Peu” a Geneve e “Le vecchie e il mare”, dal testo del poeta greco Jannis Rytsos, a Catania e Genova. Autore dei video-ritratti dedicati a Manlio Sgalambro, filosofo catanese, ed Enzo Sellerio, fotografo e fondatore dell’omonima casa editrice palermitana.
La valle sotto casa mia è un mondo meraviglioso, un vero esempio di biodiversità, con flora interessante e animali selvatici. So dove nidificano i falchetti, dove volano i barbagianni notturni assieme alle civette, dove si rintanano le istrici e dove passeggiano i cinghiali… Riconosco quasi ogni pianta e osservo mutare gli alberi ogni stagione. Credevo di conoscerla bene, la valle, perché sono tanti anni che abito qui.
E ho un sogno ricorrente: la valle piena d’acqua, come un lago o un mare.
Non sapevo ancora la cosa più importante, perché solo da pochi giorni ho scoperto che questa valle un tempo era davvero sommersa dalle acque del mare. Ho trovato delle conchiglie sepolte nel terreno argilloso e lo stupore non è descrivibile.
Ora capisco perché mi sogno il mare là sotto, ci dev’essere un misterioso legame, qualcosa sepolto anche nel mio DNA.
Il mare doveva essere lì verso la fine dell’Era Terziaria, più o meno prima della comparsa dell’uomo un paio di milioni di anni fa…
Fa impressione tenere in mano conchiglie così vecchie, così uguali a quelle di oggi.
Sì, perché il mare circonda la nostra vita, riempie i nostri sogni, da sempre.
Conchiglie fossili
GENTE CHE LEGGE
Gente che Legge è il titolo di una mostra fotografica organizzata da Paolo Benini, fotografo, nel 2015, presso la Biblioteca C.E. Gadda di Melegnano e a Milano, presso la libreria universitaria Franco Angeli Bookshop. Trovo ancora interessante e attuale il portfolio fotografico collettivo che ne è derivato e lo propongo ai lettori di Diatomea e chiunque sia interessato a una riflessione sulle nostre abitudini correnti.
Il tema della lettura inquadrato con l’obiettivo della fotocamera.
L’idea è scattata nella mente dell’ideatore, Paolo Benini, per via dell’overdose di persone che vediamo quotidianamente sui mezzi di trasporto e non solo, letteralmente ipnotizzate dallo schermo del loro smartphone.
Evidentemente un’importante trasformazione è avvenuta da quando sul tram si sfogliava un quotidiano, o si leggeva un libro nelle lunghe percorrenze.
Gente che Legge è una bella rassegna fotografica alla quale hanno partecipato vari autori.
Una raccolta di immagini di gusto classico che illustra il nostro rapporto con la lettura, spaziando nei vari ambiti nei quali si può svolgere questa attività, e che ritrae un universo di individui colti in uno dei momenti fra i più personali, se vi facciamo caso, nell’ambito delle abitudini comuni. Sfogliare un libro, leggere un romanzo, un messaggio al cellulare o una e-mail; un immergersi in un mondo interiore abitato fondamentalmente da due soggetti: noi e il testo davanti ai nostri occhi.
Scattare queste foto ha significato cogliere quel preciso momento di intima comunicazione fra il lettore e il libro o dispositivo mobile fra le sue mani.
Infatti qui assistiamo a un cambiamento epocale: dal cartaceo all’elettronico, dal libro, rivista, o giornale quotidiano che ancora sopravvivono presso gli audaci sostenitori della tradizione, a qualcosa di nuovo offerto dall’evoluzione tecnologica: Pc, tablet, telefono mobile.
Una corposa presenza di e-books, testi e messaggi in formato digitale, ormai molto diffusi nella nostra realtà.
C’è forse differenza di fruizione fra il mezzo di comunicazione tradizionale e lo smartphone che teniamo comodamente in tasca e compulsiamo avidamente durante i nostri viaggi sui mezzi di trasporto, quasi fosse così necessario da non poterne fare a meno ?
Qualche anno fa qualcuno organizzò un divertente guerrilla reading a bordo di un tram milanese: alcuni volontari all’improvviso e in sequenza hanno letto brani di libri, ad alta voce, per scuotere i presenti catturati dal loro cellulare.
Che ci si trovi in autobus o comodamente seduti sul sofà nella sala d’aspetto del nostro medico, come ingannare il tempo dell’attesa? Un quotidiano, un libro un messaggio di WhatsApp, ci intrattengono regalandoci un po’ di distensione, un momento di transizione tra un’attività e l’altra, quale che sia l’esperienza che ci attende, il semplice recarci in un luogo o sederci sulla poltrona del dentista.
Le foto presenti in questa raccolta sono una valida rappresentazione di questi siparietti di lettura a carattere multimediale e non, un buon esempio di fotografia d’attualità che compone un indovinato affresco del tema in oggetto.
Gli autori delle immagini hanno saputo cogliere qualche interessante momento topico tale da formare immagini dotate di contenuto espressivo, un giusto mix di stati di grazia dei lettori ignari protagonisti, una carrellata dinamica, piacevole.
Un modo simpatico per pilotarci nel presente tecnologico che coinvolge anche l’esperienza della lettura, senza annientare la tradizione che resta viva in noi.
Gli autori delle foto in mostra:
ANDREA ABBIATI
LUIGI ALLONI
ALESSANDRA ANTONINI
PAOLO BENINI
LOREDANA BONDIOLI
MAURO CORTESE
ROBERTO CREMASCO
FRANCO GALLIENI
ANTONIO GIANNOTTA
MARCO LAMBERTO
MAURO LAZZARI
CLAUDIO MANENTI
RITA MANGANELLO
GIUSEPPE MORELLO
ANTONIO NAPOLI
CARLO ORIANI
ANGELO PERACCHI
MARCO VICARDI
LEONARDA VIRETTI
IVANO BOLONDI. Il sogno, il viaggio, il colore
Le sue foto sono come sogni
Aung San Suu Kyi
Ivano Bolondi, fotografo non convenzionale scomparso di recente, merita un ricordo; allora vorrei raccontarvi brevemente la sua fotografia, anche attraverso le parole di Lorenzo De Francesco che lo ha conosciuto e ha realizzato una monografia a lui dedicata, un video-documento edito dalla FIAF, Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.
Ivano Bolondi è nato a Montecchio dell’Emilia nel 1941. Iniziò la sua carriera lavorativa come apprendista meccanico per la riparazione delle macchine agricole, fino a diventare titolare di una importante azienda metalmeccanica produttrice di sofisticate apparecchiature per la pulizia dei serbatoi industriali. Inizia a dedicarsi alla fotografia negli anni Settanta.
Un uomo semplice, grande lavoratore e viaggiatore per passione e curiosità, ha coltivato la fotografia da vero amatore, svincolato dai canoni e dai rimandi agli autori storici e a quel modo di fotografare ripetitivo e standardizzato tipico della contemporaneità; la sua visione è singolare e privilegia l’estetica come segno distintivo della sua opera, in particolar modo nella fotografia di viaggio, ma non solo, come vedremo.
Apparentemente spontaneo nel proporre foto di primo scatto, non elaborate in post-produzione, ci ha lasciato immagini che rivelano un talento innato.
Mi piace in particolar modo questa foto icastica che colpisce per la capacità dell’autore di avere colto l’occasione propizia: una doccia reale, aperta in corrispondenza di un manifesto che raffigura una donna nell’atteggiamento di servirsi di quella stessa doccia: un saggio ben riuscito di fusione di due casualità, in un contesto in cui la grafica a due dimensioni è arricchita dalla tridimensionalità della doccia reale, dando spessore alla scena.
Nella sua specificità Bolondi dava forma alle emozioni senza banalizzare l’immagine o perdersi in futili formalismi; alcuni suoi scatti non hanno nulla da invidiare a quelli dei grandi autori della fotografia mondiale.
MG-M18
USA
Cuba
Brasile
Per meglio comprendere l’opera di Ivano Bolondi, ne ho parlato con Lorenzo De Francesco che ha rilasciato a Diatomea questa intervista emozionale.
RM: Lorenzo, hai incontrato Ivano Bolondi in più occasioni; vuoi raccontare ai lettori di Diatomea cosa apprezzi dell’uomo e del fotografo? Possiamo parlare di autore carismatico?
LDF: Quando entrai nel suo mondo, l’Emilia intensa e produttiva – anche fotograficamente -, mi accorsi subito che il suo carisma lo precedeva. Chi lo conosceva ne parlava con deferenza e rispetto, ponendolo subito su di un piano di maggiore attenzione. Io muovevo i primi passi nel mondo degli audiovisivi fotografici su diapositiva: erano gli anni ’90; lo incontrai ai festival internazionali Crespi di Legnano organizzati dalla Famiglia Legnanese e rimasi stupito dalla sua modestia e umiltà, a differenza di altri personaggi del mondo fotografico la cui alterigia era spesso inversamente proporzionale al talento.
Entrammo subito in sintonia: Ivano era attirato dal mio modo narrativo di intendere l’audiovisivo, mentre lui faceva evolvere progressivamente il suo stile nel documentare i paesi che visitava spostandosi progressivamente su emozionanti livelli di astrazione e sintesi di segno e colore.
Mi volle introdurre nei circoli che frequentava, ricordo ancora i commenti severi ma costruttivi del GAD – Gruppo Amatori Diapositive, dove lui era soprannominato “il Papa dell’audiovisivo” e il piacere immenso di quando mi invitò a proiettare i miei lavori a Torri del Benaco, ove organizzava proiezioni internazionali, preludio di un’ intensa collaborazione che è durata sino ai nostri giorni.
RMParliamo ora dell’aspetto etnografico che possiamo osservare nella fotografia di viaggio; qui ci troviamo di fronte a qualcosa di inconsueto: la rappresentazione dei luoghi – considerato il gran numero di paesi visitati – non corrisponde a ciò che tradizionalmente si intende per fotografia di viaggio; nessun conformismo bensì uno stile molto personale di intendere la materia. Cosa puoi dirci al riguardo?
LDF Lui rompeva lo schema del documentario impropriamente detto di “viaggio” al quale tutti eravamo abituati. È prassi comune presso i fotoamatori considerare i viaggi esotici come trofei, esibendo le relative diapositive. Al ritorno da un viaggio si radunavano gli amici e si propinavano proiezioni di centinaia di immagini, che per l’autore erano dense delle emozioni delle esperienze vissute, ma che spesso dopo i primi minuti di interesse provocavano una generale sonnolenza.
Con l’avvento dell’audiovisivo ecco che queste serie di foto venivano organizzate, con l’intento di renderle più interessanti, raccolte in sezioni che raccontavano l’esperienza del viaggio: paesaggi, architetture, gente, bambini, chiese o edifici di culto, street, degrado, quasi sempre denotando una carenza di progettualità fotografica, ma lasciandosi incantare dall’esotico, dal diverso.
Ivano non intendeva documentare un paese in modo tradizionale; non titolava le sue fotografie con il nome del luogo, ma dava un titolo di fantasia: “Tracce nel nulla”, “La grotta delle meraviglie”, “L’idea del giorno”, “Viaggio nel tempo”, “La danza della vita”, “Da un’antica leggenda” etc., pur mantenendo un accenno ai luoghi visitati per consentire un appiglio, un riferimento spazio-temporale. Quindi si osservano sintesi di segni e colori, che portano l’osservatore su di un piano diverso dalla semplice documentazione fotografica.
Il suo sguardo assimilava progressivamente l’essenza dei posti visitati, linee e colori caratterizzanti comportamenti umani, architetture e paesaggi; li assimilava e li riproponeva attraverso luci, riflessi, sfocati, mossi, contrasti, trasparenze che staccavano la mente dalla ricerca del particolare documentato per portarlo in un mondo tutto suo, tutto nostro, tra l’immaginario e l’onirico, ove ognuno poteva continuare il suo viaggio. È importante valutare le foto di Ivano nel contesto narrativo del viaggio e nello sviluppo dello stile dell’autore nel corso degli anni. La singola foto estrapolata può sembrare un segno gratuito, fine a se stesso, a volte indecifrabile. Fruita nell’ambito della sua narrazione fotografica, può estasiare. Può, perché è una fotografia che non incontra il consenso di tutti. Ivano realizza fotograficamente quello che avviene anche nella relazione umana: quando si incontrano individui appartenenti alla stessa classe di sensibilità, si entra irresistibilmente in risonanza.
RM: Lorenzo, a proposito di testimonianza e lascito a chi rimane, si diceva che Bolondi lascia un segno; il mio commento fu: per lasciare un segno bisogna che ci sia. Cosa ne pensi?
LDF Ivano lascia due segni che prolungano il suo essere nel nostro tempo: prima di tutto l’uomo, la sua sobrietà e modestia. Pur essendo benestante, affermato e riconosciuto nel nostro ambiente fotografico non l’ho mai sentito, nei trent’anni di conoscenza, parlare male di qualche collega né in pubblico né in privato o cercare di sgomitare per accaparrarsi qualche premio o riconoscimento o “posizione di potere”. Al contrario è stato un grande seminatore, mettendo i suoi talenti al servizio degli altri, organizzando eventi, con i suoi workshop, il dialogo e l’esempio. Ogni anno regalava a tutti gli amici uno splendido calendario con le sue migliori foto, stampato in grande formato e di grande qualità. Ha girato il Paese in lungo e in largo e ha lasciato ovunque un ricordo
indelebile, dalla Sicilia al Trentino.
Il secondo segno è la sua fotografia, fatta di significanti, siano linee, colori, forme, ombre, riflessi o inventandone di nuovi secondo l’ispirazione del momento, fatta di tracce umane fuse nel contesto.
Dovrei chiudere con una frase di circostanza, tipo “onorato di essere stato suo amico e aver lavorato con lui, oppure “ sarà sempre con noi” etc. No, chiuderò invece con un’esortazione, che è anche una lezione per me e per tutti, una frase che mi venne subito alla mente quando seppi della sua morte: “”il Nulla è un infinito che ci avvolge:veniamo di là e là torneremo” (Anatole France).
No, Ivano. Ho ben presente questa frase di Anatole France che hai messo in chiusura del tuo audiovisivo “Tracce nel nulla” e sulla quale ci eravamo soffermati nel 2016 durante la preparazione della monografia.
No.
Mi rifiuto di pensare a una gigantesca discarica cosmica che raccoglierà silenziosa ed eterna il nostro essere, il nostro amare, il nostro patire, il nostro godere, una volta terminati.
Le tue immagini. Assimilandole, il mio spirito è come un aquilone, portato lentamente in alto, in un “Oltre” accarezzato dai riflessi, dai colori, dalle sfumature, che permettono di librarsi nell’aria ma sempre trattenuto delicatamente dal filo che lo porta, in un percorso dolce e luminoso e ricco di colori a cogliere i segni/essenza dell’umanità, nel suo lavorare, amare, sognare, in una parola il suo vivere.
La tua fotografia per me è uno degli esempi più alti di una forma di comunicazione universale, che non ha bisogno di parole, ma solo di una musica leggera, per far vibrare il cuore dell’umanità.
Immagine di copertina_Ivano Bolondi – Norvegia 2011
È sabato mattina ed è una assolata e calda giornata a Roma, così, dopo due anni pressoché barricata dalla pandemia, mi concedo una mostra fotografica. Il Maxxi è vicino casa, posso evitare i blocchi del traffico legati al G20 che si sta svolgendo presso la Nuvola di Fuksas e concedermi l’ultimo progetto fotografico di Sebastião Salgado, Amazonia, unica tappa italiana che potrà essere visionata fino al 13 febbraio 2022.
Dopo i controlli del green pass e della temperatura accedo al primo piano attraverso una porta che immette subito in uno spazio buio. L’idea, come ci spiega Lélia Wanick Salgado (sua la curatela e il progetto di allestimento) è di mantenere l’area della mostra quasi completamente al buio, puntando la luce soltanto in direzione delle fotografie. Le pareti sono grigio scuro mentre spazi che ricordano le ocas (tipiche abitazioni indigene) sono dipinte con dell’ocra rossa.
Il contraccolpo è notevole, in sottofondo una traccia audio composta appositamente da Jean-Michel Jarre, ispirata ai suoni autentici della foresta, come il fruscìo degli alberi, i versi degli animali, il canto degli uccelli o il fragore dell’acqua che cade a picco dalle montagne.
Dopo il progetto Genesi, dedicato alle regioni più remote del pianeta per testimoniarne la maestosa bellezza, Salgado ha intrapreso una nuova serie di viaggi per catturare l’incredibile ricchezza e varietà della foresta amazzonica brasiliana e i modi di vita dei suoi popoli, stabilendosi nei loro villaggi per settimane e fotografando i diversi gruppi etnici.
La foresta dell’Amazzonia occupa infatti un terzo del continente sudamericano, un’area più estesa dell’intera Unione Europea. Questo progetto è durato sei anni durante i quali ha selezionato una troupe di studiosi, ricercatori, intermediari con le tribù (lo stesso figlio di Salgado ha scelto questa come missione), e ha optato per un’attrezzatura il più leggera possibile: da anni è passato al digitale affiché nulla potesse distoglierlo dall’obiettivo finale, che è testimoniare, raccontare attraverso l’uso di un telone neutro avvolto nella tela cerata per fotografare gli indigeni senza alcuna prosopopea naturalistica ad interferire.
Sono esposte più di 200 fotografie che propongono un’immersione totale nella foresta amazzonica, invitandoci a riflettere sulla necessità di proteggerla.
La mostra è divisa in due parti. Nella prima le fotografie sono organizzate per ambientazione paesaggistica, con le sezioni che vanno dalla Panoramica della foresta in cui si presenta al visitatore l’Amazzonia vista dall’alto, a I fiumi volanti, una delle caratteristiche più straordinarie e allo stesso tempo meno conosciute della foresta pluviale, ovvero la grande quantità d’acqua che si innalza verso l’atmosfera. Tutta la forza, a volte devastante, delle piogge è raccontata in Tempeste tropicali, mentre Montagne presenta i rilievi montuosi che definiscono la vita del bacino amazzonico. Si prosegue con la sezione La foresta, un tempo definita “Inferno Verde”, oggi da vedere come uno straordinario tesoro della natura, per finire con Isole nel fiume, l’arcipelago che emerge dalle acque del Rio Negro. La seconda parte è dedicata alle diverse popolazioni indigene immortalate da Salgado nei suoi numerosi viaggi, come gli Awá-Guajá, che contano solo 450 membri e sono considerati la tribù più minacciata del pianeta, agli Yawanawá, che, sul punto di sparire, hanno ripreso il controllo delle proprie terre e la diffusione della loro cultura, prosperando, fino ai Korubo, fra le tribù con meno contatti esterni: proprio la spedizione di Salgado nel 2017 è stata la prima occasione in cui un team di documentaristi e giornalisti ha trascorso del tempo con loro.
Attirando l’attenzione sulla bellezza incomparabile di questa regione, Salgado vuole accendere i riflettori sulla necessità e l’urgenza di proteggerla insieme ai suoi abitanti.
La mostra mette in evidenza la fragilità di questo ecosistema, mostrando che nelle aree protette dove vivono le comunità indiane, guardiani ancestrali, la foresta non ha subito quasi alcun danno e ci invita a vedere, ascoltare e a riflettere sulla situazione ecologica e la relazione che gli uomini hanno oggi con essa.
Mette in evidenza Salgado: “La responsabilità della distruzione dell’Amazzonia riguarda il pianeta intero, perché quello è uno spazio minacciato da troppi anni – aggiunge – complice un governo terribile che non rispetta nulla. I problemi c’erano già prima del presidente Bolsonaro, una persona orrenda che non rispetta l’ambiente né gli indios. Quando è andato al potere, era stato già distrutto il 18% di quello spazio naturale. Queste foto – continua – sono nate perché ero convinto di essere in paradiso e avevo il dovere di testimoniare tutta quella bellezza, ma tutte insieme vogliono essere così la testimonianza di ciò che resta di quel patrimonio immenso che rischia di scomparire. Spetta a ogni singolo essere umano del pianeta prendere parte alla sua tutela affinché la vita e la natura possano sottrarsi a ulteriori episodi di distruzione e depredazione”
Questa progetto-manifesto ci ricorda che l’Amazzonia, la più grande foresta pluviale del pianeta, rappresenta la maggiore riserva di CO2 e la più ricca concentrazione di biodiversità al mondo. Per questo è da considerarsi un bene di tutti, un bene comune da preservare e difendere.
Vorrei chiudere invitandoVi a vedere questa magnifica mostra ma anche ricordando che proprio oggi avrà inizio la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021, conosciuta anche come COP (Conferenza delle Parti) 26. È l’evento che tutto il mondo attende: a Glasgow, in Scozia, dal 31 ottobre al 12 novembre 2021, quasi tutti Paesi della Terra si riuniranno per rinnovare i loro obiettivi in materia di clima e mettere un nuovo tassello alla battaglia più importante che l’umanità oggi si trovi ad affrontare. E questa volta, l’aspettativa è che le parti si impegnino per scopi più ambiziosi di quelli stabiliti dalla COP21 con l’Accordo di Parigi.
Molti l’hanno già definita “la migliore, nonché ultima, opportunità del mondo per tenere sotto controllo le conseguenze devastanti del climate change”. Solo per rendere l’idea di quanto questo progetto di Salgado sia centrato ed attuale, sembra che il presidente Bolsonaro si sia presentato a questa Conferenza delle Nazioni sul Climate Change Unite con una delegazione in cui non è figurato alcun indigeno.