LAVORARE PER VIVERE, MORIRE PER LAVORARE. STORIE DI CONFINE/WORKING TO LIVE, DYING TO WORK. BORDERLINE STORIES

Gli infortuni sul lavoro sono ormai argomento alla ribalta quotidianamente, oggetto di sdegno e compassione da parte dell’opinione pubblica.

I recenti casi di morte sul lavoro a Brandizzo, Firenze e Suviana, dove l’incendio scoppiato nella centrale idroelettrica è l’ultimo di una serie infinita di incidenti gravi nei luoghi di lavoro. Si può comunemente parlare di cantieri ad alto rischio, sebbene il rischio minimo non sia da considerare un’attenuante che sgrava le coscienze, quindi ci troviamo di fronte a un dilemma che crea smarrimento.

L’incidente si poteva evitare? Quanto pesano fattori quali prevenzione e controlli insufficienti, l’imprudenza degli addetti, la casualità e altre condizioni avverse anche gravi, fra cui l’incuria delle imprese nel garantire la massima sicurezza dei propri dipendenti. A ciò si aggiunge il fenomeno dei subappalti che può creare una catena fatale in fatto di deregulation, unitamente all’impossibilità di risalire ai responsabili di un disastro, se ce ne sono.

I telegiornali nazionali ci presentano di continuo questi scenari di dolore e disperazione che coinvolgono persone, donne e uomini giovani e meno giovani che in un maledetto giorno non faranno ritorno a casa; passatemi la retorica.

Tralascerei le fredde statistiche sulle cause e le responsabilità, tenendo però ben presente come il profitto degli imprenditori sia talvolta una componente essenziale delle morti in fabbrica. Macchinari volutamente privati dei sistemi di protezione come scelta per accelerare la produzione e aumentare il profitto: una condotta irresponsabile.

Con questa premessa si vuole anche sottolineare quanta poca memoria ci rimane di questi fatti esecrabili. Alla fine i morti sono numeri, figure senza corpo e anima, che non hanno singolarmente il potere di cambiare a fondo le cose anche se “non deve più succedere” come si affrettano a dichiarare i politici.

A questo proposito voglio presentarvi un audiovisivo impressionante per il contenuto: otto casi di incidenti gravi sul lavoro raccontati in prima persona dai protagonisti, compresi quelli che hanno perso la vita.

L’audiovisivo è parte di un progetto fotografico di Emilio Senesi e Giovanni Pappadà, montaggio e sound design di Lorenzo De Francesco, ed è stato presentato alla mostra “La salute non si vende”, interessante rassegna di fotografie che ci ricorda la realtà delle fabbriche negli anni Sessanta e Settanta, da quando si è fatta strada l’idea che i lavoratori meritano una tutela della salute nei luoghi di lavoro. Le fotografie, attualmente esposte alla Cascina Cuccagna di Milano, ripercorrono la storia della maturazione  delle coscienze in fatto di diritti, culminata con l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori (legge 20 maggio 1970 n. 300). Anche grazie al fermento culturale e politico di quel periodo fortemente sindacalizzato, furono inserite nelle piattaforme aziendali richieste provenienti dalla base, concernenti la salute e la sicurezza nelle fabbriche.

“Lavorare per vivere, morire per lavorare” è il titolo di quelle che gli autori definiscono storie di confine, laddove il labile confine tra la vita e la morte è, in questo caso, tristemente aiutato da un destino avverso non sempre riconducibile alla fatalità. La realizzazione dell’audiovisivo è una combinazione di fotografie di sicuro effetto al limite del didascalico, sottolineate da un sound design che esalta la cruda realtà in una narrazione essenziale e carica di rimandi, mentre il racconto dei protagonisti fa rabbrividire per l’atrocità dei fatti.

Le vicende delle vittime del lavoro è bene siano rese note  e ricordate; se possiamo contribuire in tal senso, facciamolo.

Work-related accidents are now in the spotlight every day, eliciting indignation and compassion from the public opinion.

The recent cases of deaths in the workplace in Brandizzo, Florence, and Suviana, where the fire broke out in the hydroelectric plant, are just the latest in an endless series of serious accidents in workplaces. We can commonly speak of high-risk construction sites, although minimal risk is not to be considered a mitigating factor that absolves consciences, thus we face a dilemma that creates confusion.

Could the accident have been avoided? How much do factors such as insufficient prevention and controls, the recklessness of employees, chance, and other severe adverse conditions, including the neglect of companies in ensuring the maximum safety of their employees, weigh? To this is added the phenomenon of subcontracting that can create a fatal chain in terms of deregulation, together with the impossibility of identifying those responsible for a disaster, if any.

National news constantly presents us with these scenarios of pain and despair involving people, both young and old, who on a cursed day will not return home; forgive me for the rhetoric.

I would overlook the cold statistics on causes and responsibilities, but keeping in mind how entrepreneurs’ profits are sometimes an essential component of factory deaths. Machinery deliberately deprived of safety systems as a choice to speed up production and increase profit: an irresponsible conduct.

With this premise, it is also worth highlighting how little memory remains of these execrable facts. In the end, the dead are numbers, figures without body and soul, who individually do not have the power to fundamentally change things even if “it must never happen again,” as politicians rush to declare.

In this regard, I want to present you  an impressive audiovisual content: eight cases of serious workplace accidents told in the first person by the protagonists, including those who lost their lives.

The audiovisual is part of a photographic project by Emilio Senesi and Giovanni Pappadà, edited and sound designed by Lorenzo De Francesco, and was presented at the exhibition “Health is not for sale,” an interesting collection of photographs that reminds us of the reality of factories in the Sixties and Seventies, since the idea emerged that workers deserve health protection in the workplace. The photographs, currently exhibited at Cascina Cuccagna in Milan, trace the history of the maturation of consciences regarding rights, culminating in the approval of the Workers’ Statute (law of 20 May 1970, no. 300). Also thanks to the cultural and political ferment of that strongly unionized period, demands from the grassroots concerning health and safety in factories were included in workers’platform.

“Working to live, dying to work” is the title of what the authors define as border stories, where the fragile boundary between life and death is, in this case, sadly aided by a fate not always attributable to chance. The realization of the audiovisual is a combination of striking photographs bordering on didacticism, underlined by a sound design that enhances the harsh reality in an essential and evocative narration, while the accounts of the protagonists make one shudder at the atrocity of the events.

The stories of workplace victims should be made known and remembered; if we can contribute in this regard, let’s do it.

Progetto fotografico di Emilio Senesi e Giovanni Pappadà, montaggio e sound design di Lorenzo De Francesco


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Augusto De Luca fotografa Francesco Rosi

Quella mattina avevo un appuntamento in albergo con Francesco Rosi, grandissimo regista e sceneggiatore che ha fatto la storia del cinema italiano. ?Lo incontrai nella sua lussuosa suite super panoramica; i balconi di quelle stanze affacciavano tutti sul golfo di Napoli, la veduta era mozzafiato.
Il Maestro Rosi mi venne ad aprire, era solo nella stanza e subito mi chiese gentilmente, ma serio in viso, se volevo un caffè. Su di un tavolo al lato della stanza c’era un vassoio d’argento con dolci e qualche brocchetta da  cui proveniva un magnifico profumo di caffè. Fu lui stesso a versarlo nella mia tazza e a zuccherarlo.
Quindi disse che aveva accettato di incontrarmi perché era rimasto molto colpito dalle mie foto. Mi spiegò che anche lui aveva la passione per la fotografia trasmessagli dal padre, che la domenica, in uno sgabuzzino, sviluppava e stampava le foto tra bacinelle e acidi e, quando sulla carta immersa negli acidi appariva l’immagine, si emozionava sempre moltissimo. Poi il padre, dopo aver lavato le stampe, le appendeva ad asciugare ad un filo con delle mollette da bucato.
Rimasi piacevolmente colpito da questo racconto che sicuramente ci univa in un comune interesse. Mi descrisse anche il suo rapporto con Napoli, che amava molto, anche se era andato a vivere a Roma, e che tornava a rivedere ogni volta che ne aveva occasione.
A questo punto gli chiesi se potevo iniziare a fotografarlo; lui, senza parlare, si alzò, appoggiandosi allo schienale di una delle sedie, ma la sua espressione non cambiò molto, anche durante tutti gli scatti. Traspariva sempre da quel viso una serietà che forse poteva, in qualche modo, essere scambiata per durezza.
In realtà Rosi era un uomo tutto d’un pezzo, poco incline a inutili superficialità e lo hanno sempre dimostrato i suoi splendidi film molto impegnati. Basti ricordare uno dei suoi capolavori ‘Le mani sulla città’, in cui ha denunciato l’intesa tra economia, malaffare, politica corrotta e criminalità organizzata; un cinema, insomma, che fa riflettere.
Forse il ritratto che gli ho fatto, non rispecchia a pieno il mio stile fotografico, ma sicuramente in esso traspare tutta la personalità e l’impegno di questo grande regista.
Grazie Rosi.

Augusto De Luca fotografa Francesco Rosi

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“Augusto De Luca fotografa il Palazzo di Giustizia di Roma”

Era il 1997 e lavoravo da un paio d’anni con l’editore Gangemi di Roma per la realizzazione di alcuni libri fotografici commissionati dalla TAV, Treno Alta Velocità. Un giorno Gangemi mi chiamò e mi chiese se volessi fotografare il “Palazzaccio”, così nella Capitale chiamano il Palazzo di Giustizia, in cui hanno sede la Corte suprema di cassazione e il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma e la fornitissima Biblioteca centrale giuridica. L’edificio, con le sue dimensioni insolite e le molteplici decorazioni, ha sempre fatto parlare molto di sé, sin dagli esordi della sua costruzione, nel 1889, fino all’inaugurazione, avvenuta nel 1911, ed anche oltre.?Il suo soprannome, infatti, deriva da una vicenda legata ad un’inchiesta parlamentare per imbarazzanti lievitazioni dei prezzi e sospetti di corruzione. C’è chi lo ritiene architettonicamente ridondante e pesante, personalmente ne ho sempre apprezzato l’imponenza e la luminosità. I testi del volume sarebbero stati realizzati da architetti e studiosi di fama internazionale. Nessuno aveva mai pubblicato un’opera così specifica su quello stabile e ciò rendeva quel lavoro molto importante. La cosa mi allettava molto, ma, allo stesso tempo, mi faceva tremare i polsi. Avevo una grande responsabilità e comunque continuavo a chiedermi come avrei potuto fotografarlo nella sua intimità, visto che era sempre affollato di tanta gente indaffarata. Il mio editore, in poco tempo, riuscì a farmi avere un permesso speciale per poter accedere in quel luogo proprio di domenica, giorno della sua chiusura al pubblico. Per muovermi più agevolmente, quella mattina mi recai lì con una fotocamera Contax, chiamata dagli addetti ai lavori 35 millimetri, dal formato cioè più piccolo e rettangolare. Avevo a mia completa disposizione tutti quegli spazzi enormi e deserti e fu una bellissima esperienza muoversi in totale libertà, scoprendo ogni angolo del famoso edificio giudiziario. Scattai fino a ora di pranzo e poi, soddisfatto, tornai di corsa a casa per sviluppare i rollini. In quel periodo erano pochissime le fotocamere digitali, e comunque non erano molto affidabili. ‘Il Palazzo di Giustizia di Roma’, Gangemi Editore, ha riscosso così tanto successo da essere ospitato nelle collezioni di varie biblioteche e da aver avuto anche una seconda edizione nel 2002. Le immagini, in bianconero virate seppia, sono appunto di Augusto De Luca, ‘Luci e ombre del Palazzo’, la prefazione di Giovanni E. Longo, e i saggi di Marcello Fabbri, ‘Un cuore di pietra per la capitale’, Carlo Vallauri, ‘L’Italia al passaggio del secolo’, Paolo Marconi, ‘Il Palazzaccio: storia e architettura’, Antonella Greco, ‘Lo specchio del poligrafo’, Mario Pisani, ‘I monumenti di Roma Capitale’, Paolo Portoghesi, ‘I maestri dell’eclettismo’.

Il Palazzo di Giustizia – Augusto De Luca


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LA FOTOGRAFIA DI MARTIN PARR – MARTIN PARR’S PHOTOGRAPHY

Al Mudec di Milano, fino al 30 giugno 2024 un’interessante mostra dedicata alla fotografia di Martin Parr curata dallo stesso autore; duecento scatti suddivisi in nove sezioni. Tra i suoi lavori, alcuni dei quali presenti nell’esposizione, ricordiamo: Bad Weather (1984), The Last Resort (1986), The Cost of Living (1989), Common Sense (1999).

Martin Parr, classe 1952, è un fotografo britannico, con tradizionale avvio di carriera a partire dagli studi di fotografia presso il Manchester Polytechnic, cui fa seguito l’attività di fotoreporter per alcune riviste. Nel 1994 entra a far parte dell’agenzia Magnum, nel 2017 riceve una menzione speciale al Sony World Photography Award.

Dopo un iniziale tributo al bianco e nero della street photography, già appannaggio dei grandi autori della fotografia internazionale, Parr sviluppa un suo linguaggio ironico e tagliente, tecnicamente efficace nel rappresentare i soggetti distopici che caratterizzano il corpus delle sue opere.

Parr può non piacere, così lontano dai formalismi della fotografia dai canoni estetici consolidati; basta osservare qualche sua immagine per rendersi conto quanto provocatoria sia la sua visione del quotidiano.

Un quotidiano ordinario e impietoso, che s’impone con prepotenza allo sguardo dell’osservatore avvezzo al politicamente corretto anche in fotografia, dove la consuetudine a mitigare gli aspetti prosaici dell’esistenza porta a minimizzarne i tratti carnali e vistosamente grossolani.

Individui che addentano con voluttà cibi grondanti peccaminosi condimenti grassi, bambini imbrattati da colate di gelato sciolto, immagini di bagnanti stesi al sole ripresi in pose rilassate, resi grotteschi  da un beffardo impiego di appositi obiettivi o focali corte che massimizzano le parti anatomiche a favore di una visione irriverente del loro godimento, sia esso bere una qualsiasi bevanda o leccarsi le dita dopo aver mangiato.

Il colore s’impone come linguaggio per meglio caratterizzare il fenomeno di una società fatta di oggetti e rituali di massa, una mitologia scadente e diffusa nei comportamenti e nell’esercizio del cattivo gusto.

Bersaglio della fotografia di Parr è l’eccentricità dei costumi, che siano i comportamenti e i costosi  prodotti di moda per consumatori abbienti, quei nuovi ricchi che esibiscono la loro opulenza fatta di mediocri status symbol, o l’imitazione di questi modelli da parte di chi appartiene, suo malgrado, al segmento più marginale della società contemporanea e non è in grado di sviluppare in autonomia una serie di riferimenti propri, una personale singolarità culturale.

Premesso che l’arte può intenzionalmente esprimersi nelle forme del kitsch, esiterei a definire kitsch l’opera di Parr, come affermano, invece, alcuni commentatori; intravedo piuttosto una semantica volta alla critica di un potere dispensatore di un falso benessere.

Parr si sofferma con l’obiettivo sulle azioni della vita quotidiana, sottolineandone la trivialità, esaltandone gli aspetti definiti meno nobili, per dare spessore alla comunicazione in modo che risulti evidente il consumo eccessivo, il materialismo, l’ipnosi collettiva.

Qui incontriamo un’estetica del negativo, che agisce su quel vago senso di ribrezzo o di sconcerto che può cogliere l’osservatore davanti alle sue fotografie.

Non mi stupirei che l’effetto che se ne ricava sia una sorta di specularità difficile da ammettere: “ma sono anch’io così ?” Una doverosa riflessione.

Tralasciando il dibattito tra fotografia e realtà, cioè quanto le due si influenzano a vicenda, qui siamo sul versante opposto di quel realismo fotografico scarno ed essenziale che considera  la fotografia  lucida trascrizione di ciò che osserviamo.

Parr ci conduce nel contesto di un barocco la cui pesantezza è essa stessa essenza del fenomeno indagato. 

Parr caricaturale? Forse; graffiante di sicuro, ma senza aggiungere dettagli all’esistente, in una spietata critica dei modelli di consumo della società occidentale.

At the Mudec in Milan, until June 30, 2024, there is an interesting exhibition dedicated to the photography of Martin Parr, curated by the author himself; two hundred shots divided into nine sections. Among his works, some of which are present in the exhibition, we recall: Bad Weather (1984), The Last Resort (1986), The Cost of Living (1989), Common Sense (1999).

Martin Parr, born in 1952, is a British photographer, with a traditional career starting from his studies in photography at Manchester Polytechnic, followed by his work as a photojournalist for various magazines. In 1994, he became a member of the Magnum agency, and in 2017, he received a special mention at the Sony World Photography Award.

After an initial tribute to the black and white of street photography, already the domain of great international photographers, Parr developed his own ironic and incisive language, technically effective in representing the dystopian subjects that characterise his body of work.

Parr may not appeal to everyone, being far from the formalisms of photography with established aesthetic canons; just observe some of his images to realize how provocative his vision of the everyday is.

An ordinary and ruthless everyday life, which forcefully imposes itself on the gaze of the observer accustomed to political correctness even in photography, where the habit of mitigating the prosaic aspects of existence leads to minimizing their carnal and conspicuously coarse traits.

Individuals relishing food dripping with sinful fatty condiments, children smeared with dribbles of melted ice cream, images of sunbathers captured in relaxed poses, made grotesque by a mocking use of specific lenses or short focal lengths that maximize anatomical parts in favour of an irreverent view of their enjoyment, be it drinking any beverage or licking their fingers after eating.

Colour imposes itself as a language to better characterise the phenomenon of a society made up of mass objects and rituals, a declining mythology widespread in behaviours and in the exercise of bad taste.

Parr’s photography targets the eccentricities of customs, whether they are the behaviours and expensive fashion products for affluent consumers, those nouveau riches who exhibit their opulence made of mediocre status symbols, or the imitation of these models by those who belong, reluctantly, to the most marginal segment of contemporary society and are unable to develop autonomously a set of their own references, a personal cultural singularity.

Assuming that art can intentionally express itself in the forms of kitsch, I would hesitate to define Parr’s work as kitsch, as some commentators claim; rather, I see a semantics aimed at criticising a power that dispenses false wellbeing.

Parr focuses his lens on the actions of daily life, emphasizing their triviality, exalting the aspects defined as less noble, to give depth to communication in such a way that excessive consumption, materialism, and collective hypnosis become evident.

Here we encounter an aesthetics of the negative, which acts on that vague sense of disgust or bewilderment that can strike the observer in front of his photographs.

I wouldn’t be surprised if the effect derived from it is a sort of difficult-to-admit reflectiveness: “Am I like that too?” A necessary reflection.

Leaving aside the debate between photography and reality, that is, how much the two influence each other, here we are on the opposite side of that bare and essential photographic realism that considers photography as a lucid transcription of what we observe.

Parr leads us into the context of a baroque whose heaviness is itself the essence of the investigated phenomenon.

Is Parr caricatural? Perhaps; biting for sure, but without adding details to the existing, in a ruthless critique of the consumption models of Western society.


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Augusto De Luca fotografa Napoli per Telecom

Nella metà degli anni ’90, quando vivevo nella città capitolina, pubblicai il libro ‘Roma Nostra’, Gangemi editore.
Questo volume ebbe un discreto successo tanto che, dopo pochi mesi dalla sua uscita e dalla mostra di presentazione nel Museo di Roma a Palazzo Braschi, ci fu una riedizione più economica venduta addirittura nei chioschi dei giornalai.
Per caso il libro fu visto dagli addetti alle immagini che illustravano le schede telefoniche Telecom. In quel periodo fioriva un collezionismo appassionato di card per telefonare dagli apparecchi pubblici, che erano in ogni strada. Telecom le pubblicava anche decorate con opere molto selezionate di importanti artisti e fotografi di tutto il mondo. Fu allora che mi contattarono chiedendomi tre foto per altrettante schede su Napoli.
Ne fui lusingato e realizzai subito tre polaroid manipolate che risultarono, però, essere troppo particolari ed innovative per il grande pubblico. La Telecom voleva degli scatti più classici, che fossero vicini a quelli presenti nel libro realizzato su Roma.
Allora mostrai loro queste tre immagini tratte da un’altra precedente pubblicazione, ‘Napoli Mia’. Piacquero subito ed andarono velocemente in stampa. Prima dell’accordo però, come conditio sine qua non, volli che su ciascuna ci fosse stampato il mio nome.?E così fu.
Ricordo che molti collezionisti mi chiedevano di autografare le loro schede e, quando andavo a qualche mostra mercato da loro organizzata, tantissimi ragazzi e adolescenti si ammassavano tutt’intorno sgomitando per conoscermi e farsi firmare le loro “reliquie telefoniche”.
Quello fu un periodo molto intenso anche perché Telecom, successivamente, mi chiese di illustrare altre quattro schede con le foto di alcune capitali europee… ma questa è un’altra storia!
Le tre schede telefoniche, il cui valore era ancora espresso in lire, furono emesse in occasione del Summit Internazionale della Comunicazione promosso dalla Telecom Italia nel 1997. Erano ad elevata tiratura e commercializzate su tutto il territorio nazionale.
La scheda del leone di piazza del Plebiscito era da lire 5.000 ed aveva una tiratura di 5.000.000 di pezzi.
La scheda di Castel dell’Ovo era da lire 10.000 ed aveva una tiratura di 1.500.000 pezzi.
La scheda del Maschio Angioino era da lire 15.000 ed aveva una tiratura di 600.000 pezzi.


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Augusto De Luca fotografa con Instant Kodak

Alla fine degli anni 70, Giuseppe Alario, Direttore Kodak per il mezzogiorno Italia, mi chiese di realizzare una ricerca fotografica su materiale Instant Kodak.
Accettai la sfida e, con questa economica fotocamera in plastica, mi cimentati nell’impresa colossale.

Negli anni settanta la Kodak iniziò la produzione di pellicole autosviluppanti denominate Instant Kodak, che, a differenza delle Polaroid, erano rettangolari, l’immagine sulla superficie, infatti, misurava 9 x 6,8 cm.

Dopo aver perso una battaglia di brevetti con la Polaroid Corporation, Kodak poi ha lasciato il business Instant Camera il 9 gennaio 1986 e tutto il materiale e le fotocamere sono state ritirate dal mercato.

Le istantanee che ho realizzato sono frutto di varie manipolazioni ed esposizioni sulla stessa pellicola a sviluppo immediato.
Tutte le immagini furono esposte per la prima volta nello stand Kodak al ‘Fotocine 80’, la manifestazione fieristica di settore che si tenne alla Mostra d’Oltremare di Napoli e, successivamente, in varie rassegne.

Nessun altro fotografo ha mai realizzato con la fotocamera Kodak Instant una ricerca fotografica, quindi questo mio lavoro rimarrà per sempre nella storia della Kodak e dei suoi prodotti. Ovviamente ne sono lusingato.

Instant Kodak – di Augusto De Luca
Instant Kodak – di Augusto De Luca
Instant Kodak – di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Roxy in the Box

La celeberrima Roxy in the Box, all’anagrafe Rosaria Bosso, è una delle artiste napoletane che più mi piace.
Deve lo pseudonimo con cui ha scelto di affacciarsi nel panorama artistico per la sua produzione di opere contemporanee di street art, sculture e quadri ad un lavoro giovanile presso una compagnia telefonica i cui contratti erano redatti in appositi box.
Camaleontica figura, spazia dalla pittura al video, dall’installazione alla performance, non trascurando affatto azioni e PULP azioni, per approdare, poi, all’investigazione di fotografia e video tramite azioni performative non-live.
Lo sprone a sfidare sé stessa e i propri limiti per produrre Bellezza, lasciandosi ispirare da cinema, letteratura e musica, è forse la sua caratteristica principale. Critica d’arte e curatrice di mostre, è capace di indagare il mondo da un’ottica nuova a privilegiata, attenta com’è a seguire di cosa si alimenti mediaticamente il popolo.
Espone da sempre in prestigiose gallerie e sedi istituzionali ed estere ed è apprezzatissima per la sua capacità di inserire, nella sua arte, elementi ironici di denuncia delle incongruenze della società e dei disagi della contemporaneità, che tengono sempre viva l’attenzione, contribuendo a stimolare la riflessione, inside e
outside the box.
Geniale nei suoi lavori, utilizza un colore acceso per esprimere la sua indiscussa matrice Pop. Le sue opere sono talmente piene di colore che mi viene voglia di assaggiarle. Infatti, ho sempre affermato che il collezionista, quando si trova di fronte ad un manufatto che per qualche motivo lo colpisce particolarmente tanto da volerlo a tutti i
costi, lo mangerebbe: almeno a me succede sempre così!
Roxy è un’amica ed è una persona solare e aperta, con i suoi capelli biondissimi e gli occhi azzurri, sembrerebbe nell’immaginario collettivo una svedese, un’americana o una norvegese, ed è stupendo il contrasto tra il suo viso d’angelo nordico e il napoletano stretto che spesso viene fuori, disorientando chi non la conosce.
Era da molto tempo che desideravo ritrarla, ma, preso da vari impegni, rimandavo sempre. L’occasione inaspettata capitò al matrimonio del nostro amico comune e bravissimo street artist Iabo, su cui mi sono soffermato in un precedente articolo, con l’affascinante Maria.
Ci incontrammo tutti in una straordinaria location fuori città. Una specie di tenuta all’aperto, con piscina, circondata dal verde.
All’appuntamento gli sposi si presentarono con una bellissima auto americana fine anni 50 ed io, appena la vidi, capì che era proprio lei che doveva fare da sfondo a questa talentuosa artista.

Girai intorno alla macchina cercando il punto di ripresa più adatto e una volta trovato, chiamai Roxy, la feci entrare nell’inquadratura e scattai. Una foto realizzata con un unico scatto in trenta secondi, ma era quella giusta, sapevo che non avrei potuto fare meglio.
Poi, insieme, tornammo dagli invitati e passammo una bellissima giornata, assaggiando un’incredibile quantità di specialità partenopee. Amo particolarmente questo ritratto perché, pur essendo molto semplice, mi restituisce esattamente l’idea che ho di Roxy: una splendida artista napoletanamente americana.

Iabo e Maria di Augusto De Luca
Roxy in the Box by Augusto De Luca

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Augusto De Luca fotografa con Polaroid SX-70

Ai ‘Rencontres internationales de la Photographie’ di Arles, in
Francia, conobbi Barbara Hitchcock, Direttrice degli affari culturali
della Polaroid Corporation a Waltham, Massachusetts, che si occupava
dell’acquisizione di fotografie artistiche per la Polaroid Collection
in America.
Barbara mi chiese di realizzare delle immagini su polaroid SX-70 per
la loro collezione e mi inviò del materiale per iniziare il lavoro.
Per me era una grande sfida, così mi misi subito all’opera.

Sfruttando la forte saturazione cromatica di questo prodotto, che
certo non favoriva le sfumature, decisi di realizzare delle foto che
ricordassero dei fumetti.

Come protagoniste delle mie immagini allora mi servii delle ombre.
L’idea era di far vivere loro una propria vita, totalmente
indipendente dall’oggetto o dal soggetto che le proiettava.
Il lavoro piacque moltissimo e fu preso per la raccolta americana.
Ho continuato a lavorare su questa idea dal 1980 al 1985 e sono
tantissime le foto in giro nelle collezioni pubbliche e private.
Utilizzavo una Polaroid Land Camera Supercolor 1000, singolo scatto,
unica ripresa senz’alcuna manipolazione.

Qualcuna di queste polaroid è conservata nelle collezioni
dell’International Polaroid Collection, USA, della Bibliothèque
Nationale, Parigi, del Musée de la Photographie, Charleroi, Belgio,
della Fondazione Lanfranco Colombo, Milano.

Polaroid SX-70 – di Augusto De Luca
Polaroid SX-70 – by Augusto De Luca



Donna o madre? L’eterno dilemma. La fotografia di Olga Steinpreis

Donna o madre? L’eterno dilemma.
La fotografia di Olga Steinpreis

Woman or Mother? The Eternal Dilemma.
The Photography of Olga Steinpreis

Il portfolio fotografico di Olga Steinpreis di cui vi parlerò è presentato dalla Fiaf (Federazione italiana associazioni fotografiche). Olga è di origine russa e vive a Freigericht.

Le sue immagini mi hanno colpita per la nitida rappresentazione di una maternità al limite del conflittuale. Sono cauta nel definirla tale, nonostante sia palese il dissidio che si è creato tra la donna e la madre.

La maternità conflittuale è ben definita dalla psicologia e non è scopo di questo articolo indagare questo fenomeno da un punto di vista professionale. Limitiamoci a osservare.

Preferisco perciò mantenere un margine di dubbio, cioè che si tratti di un disagio transitorio destinato a risolversi nel tempo; non voglio trarre conclusioni affrettate. Purtroppo il tempo che ci è dato è quello che viviamo nel presente, pertanto il malessere di Olga è attuale ed è di scarsa consolazione immaginare che in un futuro non lontano potrebbe cessare, come le auguriamo, senza grandi turbamenti irrisolti.

Fotografie fredde, minimali, autoritratti che illustrano momenti della giornata di Olga alle prese con le incombenze relative all’accudimento dei figli e della casa. Fa da sfondo il sogno di una realtà nella quale la donna non è subalterna alla madre; l’atmosfera onirica è sottolineata dalle luci smorzate degli ambienti e dei luoghi.

Una storia vecchia come il mondo. Nelle immagini non è presente un’altra figura di accudimento, che sia il padre, i nonni o una tata, Olga è sola con il suo immaginario di donna defraudata del soddisfacimento dei propri desideri che esulano dalle necessità del quotidiano.

Ancora oggi si dibatte sul tema: “se non sei madre non sei una vera donna” e, quali che siano le motivazioni che hanno spinto l’autrice a mettere al mondo tre figli, temo che questo falso concetto usato come monito, si radichi nel suo pensiero come accade per molte altre donne.

Vi risparmio l’ovvio: se le donne fossero aiutate senza costi aggiuntivi per il bilancio familiare – poche si possono permettere un aiuto a pagamento – se il modello di famiglia non fosse esclusivamente un nucleo chiuso, se le politiche di welfare familiare godessero di maggiori investimenti, ecc., molte donne del mondo occidentale vivrebbero con maggiore serenità la maternità, senza essere costrette a conciliare la donna e la madre, vissute come realtà antitetiche.

Impressionante è l’immagine che ritrae Olga come un abito appeso alla gruccia nell’armadio, allo stesso tempo una chiusura e un’assenza, segno di scarsa considerazione per se stessa, o forse una provocazione, l’autrice vuole indicarci come la società la considera, un ruolo al servizio della comunità familiare.

Un altro capitolo è quello della cura di sé: nemmeno nella vasca da bagno la donna è sola a godersi un momento di relax: un figlioletto è insieme a lei rubandole uno spazio di meritato godimento.

Lascio ora parlare Olga, un cenno del suo vissuto:

“Sono in maternità da nove anni, sono mamma di tre figli. La mia routine quotidiana sembra infinita e mi assorbe. Sto cercando di essere una buona madre per i miei figli per non dire che mi sono seppellita in libri che trattano di psicologia infantile. A volte mi sento addirittura come se stessi avendo successo, ma la maggior parte delle volte mi sento sopraffatta dalle faccende quotidiane e i miei sforzi per diventare una versione migliore di me stessa sembrano inutili. No, dovrei togliermi dalla testa questa immagine della “madre perfetta”! Non voglio essere perfetta. Voglio vivere una vita in cui i miei sentimenti, interessi e obiettivi contano. E ad un certo punto, ho un sogno.”

“I’ve had a dream è il titolo di questo lucido lavoro fotografico.

“ Sembra che se non scatto, quando i miei figli cresceranno e se ne andranno per vivere la loro vita, avrò una casa pulita e ordinata e il vuoto dentro”.

Questo vuoto dentro è il cuore del problema, la richiesta di aiuto di una madre, emblema di tutte le madri del mondo che rivendicano la propria esistenza di donne oltre la maternità, che non vogliono mettere in secondo piano il loro femminile, o essere considerate in subordine ai loro figli.

The photographic portfolio by Olga Steinpreis, which I will be discussing, is presented by the FIAF (Italian Federation of Photographic Associations). Olga is of Russian origins and lives in Freigericht.

Her images struck me with their clear depiction of motherhood bordering on conflict. I am cautious about defining it as such, even though the disharmony between womanhood and motherhood is evident.

Conflictual motherhood is well-defined in psychology, and it is not the purpose of this article to delve into this phenomenon professionally. Let’s just observe.

I prefer to maintain a margin of doubt, meaning that it may be a transient discomfort destined to resolve itself over time; I do not wish to jump to hasty conclusions. Unfortunately, the time we have is the one we live in the present, so Olga’s distress is current, and it is of little consolation to imagine that it might cease in the not-so-distant future, as we hope, without significant unresolved turmoil.

Cold, minimalist, self-portraits illustrate moments of Olga’s day as she deals with the responsibilities of caring for her children and her home. The dream of a reality in which women are not subordinate to mothers serves as the backdrop; the dreamy atmosphere is emphasized by the soft lighting of the surroundings and places.

A story as old as time itself. There is no other caregiving figure present in the images, whether it be the father, grandparents, or a nanny. Olga is alone with her imagination of a woman deprived of the fulfillment of her desires beyond the daily necessities.

Today, the debate still argues on the theme: “if you’re not a mother, you’re not a real woman,” and whatever motivations led Olga to bring three children into the world, I fear that this false concept used as a warning will take root in her thinking, as it does for many other women.

I do not want to state  the obvious: if women were helped without additional costs to the family budget – few can afford paid help – if the family model were not exclusively a closed unit, if family welfare policies received greater investments, etc., many women in the Western world would experience motherhood with greater serenity, without being forced to reconcile womanhood and motherhood, seen as antithetical realities.

Impressive is the image that shows Olga as a dress hanging in the closet, simultaneously a closure and an absence, a sign of little regard for herself, or perhaps a provocation; the author wants to show us how society views her, as a role in service to the family community.

Another chapter is that of self-care: not even in the bathtub is the woman alone to enjoy a moment of recreation; a child is with her, stealing a space of well-deserved enjoyment.

I will now let Olga speak, a glimpse of her experience:

“I’ve been in motherhood for nine years, I’m a mother of three children. My daily routine seems endless and consumes me. I’m trying to be a good mother to my children, not to mention that I’ve red a lot of books about child psychology. Sometimes, I even feel like I’m succeeding, but most of the time, I feel overwhelmed by daily chores, and my efforts to become a better version of myself seem to fail. No, I should get this image of the ‘perfect mother’ out of my head! I don’t want to be perfect. I want to live a life where my feelings, interests, and goals matter. And at some point, I have a dream.”

“I’ve had a dream” is the title of this powerful photographic work.

“It seems that if I don’t capture moments, when my children grow up and move on to live their own lives, I will have a clean and tidy house and an emptiness inside.”

This emptiness inside is the heart of the problem, a mother’s plea for help, emblematic of all the mothers in the world who assert their existence as women beyond motherhood, who do not want to forget their femininity or be considered subordinate to their children.





Augusto De Luca fotografa Iabo

Quando iniziai a collezionare i graffiti su carta staccandoli dai muri della strada, non sapevo niente di street art, credevo fossero semplici disegni di ragazzi che si divertivano.
Una giornalista de ‘Il Mattino’ venutane a conoscenza, pubblicò un articolo su cinque colonne intitolato ‘Il Cacciatore di Graffiti’ al cui interno c’era anche una foto che mi ritraeva mentre avevo tra le mani un lavoro dell’artista Iabo.
Quest’ultimo, vistala, colse l’occasione e mi contattò. Fu così che lo conobbi. Mi propose una performance, un video risposta ironica degli street artist in cui mi avrebbe catturato ed imprigionato. Accettai e realizzammo insieme ‘Iabo cattura il Cacciatore di Graffiti’, che ebbe un grande successo.
Fu l’inizio di una straordinaria collaborazione artistica durata per molti anni.
Uno dei tanti lavori insieme è stato anche ‘Madre Snaturata’: performance contro il Museo Madre.
Tra noi è nata anche una forte amicizia e spesso ci incontriamo per scambiarci opinioni, consigli e discuterne insieme. Un ragazzo in gamba, molto professionale nel suo lavoro. Insomma, uno dei pochi artisti che non lascia niente al caso, proprio come me che cerco sempre di programmare nei minimi particolari ogni progetto. Le sue idee quasi sempre coincidono con le mie e abbiamo molte affinità, soprattutto per quanto riguarda il mondo dell’arte.
Spesso, mentre è all’opera, vado a fotografarlo e, tra una mangiata e una chiacchiera, passo un po’ di tempo con lui.
Anche Iabo mi ha dedicato alcuni ritratti bellissimi e quello che vi propongo di seguito è l’ultimo realizzato.
Quanto invece all’istantanea che pubblico qui è stata realizzata mentre Iabo dipingeva nel suo studio alcuni grandi quadri ironici su Hitler, che poi espose all’Auditorium Parco della Musica di Roma, nell’ambito della mostra ‘Scala Mercalli il terremoto della street art Italiana’, a cura di Gianluca Marziani.
Il click fu assolutamente casuale e inaspettato. Mentre scattavo mi accorsi che, dalla finestra, la luce proiettava il suo profilo sul dipinto, creando un netto doppione che prontamente immortalai.
Il ritratto originale è a colori ed è anche molto bello, ma ho sempre preferito proporlo in bianco e nero per evidenziare ed esaltare maggiormente la contrapposizione dei soggetti; l’osservatore, infatti, concentra e rimanda subito lo sguardo dal soggetto all’ombra, senza farsi catturare e distrarre da un eventuale cromatismo.

 

Iabo – foto di Augusto De Luca
Iabo e Augusto De Luca
Ritratto di Augusto De Luca – di Iabo