Augusto De Luca fotografa Carlo Giuffré

Era già da un po’ che il grande artista Carlo Giuffré non cavalcava le scene, quando seppi, per caso, che era tornato nella sua Napoli proprio per recitare, forse un’ultima volta. Si era, infatti, trasferito a Roma per studiare all’Accademia Nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico dove, tra i compagni di studio, aveva trovato amici che sarebbero poi diventati grandi interpreti del panorama nazionale: Mastroianni, Manfredi, Gassman, Panelli, Sordi e Bice Valori.

Desideroso di ritrarlo, telefonai subito al caro Tonino Cuomo, bravissimo regista e attore, che lo conosceva personalmente e gli spiegai che avrei voluto incontrarlo. Fu così che, il giorno dopo, mi aveva fissato un appuntamento con lui nell’albergo dove alloggiava. Ero emozionato all’idea di imbattermi in Carlo, perché era un’icona del teatro italiano e napoletano, avendo lavorato, da solo o in coppia con il fratello Aldo, con i più grandi registi della storia del cinema e del teatro italiano: Eduardo, Strehler, Visconti, Rossellini, Germi, Risi, Monicelli, Salce, fino a Benigni. La notorietà, però, come accade spesso, gli arrivò con la televisione e con il cinema. In quanti celeberrimi film lo avevo apprezzato quale straordinario interprete e con quanti famosissimi colleghi aveva duettato! Perfetto in ogni ruolo, dalle iniziali interpretazioni di giovani prestanti e fascinosi per affermarsi poi come attore dalla vocazione comica e grottesca e divenire, infine, anche un ottimo regista. Uno stile personalissimo, il suo, singolare fusione di ironia e pathos. Nel corso della sua carriera ha collezionato successi e prestigiosi riconoscimenti, tra cui, nel 1984, un Premio David di Donatello e una candidatura nomination Nastri d’Argento come migliore attore non protagonista per ‘Son contento’.

Insomma, stavo per trovarmi al cospetto di un vero mito, adorato dalle donne e con una grande passione per la sua professione e per la vita in genere. Mi presentai puntuale alle 10 e ci sedemmo ad un tavolo per fare colazione e, tra un caffè e cornetto, cominciò a raccontarmi dell’incontro, appena ventenne, che gli avrebbe cambiato la vita, con l’immenso De Filippo: “Eduardo mi fece fare una prova nel pomeriggio e la sera mi mandò in scena. Ero magrissimo, dovevo dire solo una piccola battuta, ma gesticolavo di continuo per la tensione e la trepidazione. Ed ecco che mi disse: “Levate chelle ppalette ‘a miez’”, incitandomi a calmarmi e a prestar attenzione alle mani. Così ho imparato immediatamente a contenerle in scena. Lui arrivava subito al dunque. C’era chi si spaventava e se ne andava, invece, a me è servito molto quel modo anche brusco di insegnare”. Restammo a chiacchierare per circa un’ora e poi ci spostammo in un salottino dell’albergo dove avevo individuato due fonti di luce che creavano dei fasci luminosi simili a due riflettori di scena. Posizionai la sedia avanti per farlo accomodare e fargli assumere diverse posizioni. Dopo qualche scatto, capii di avere il ritratto giusto. Mi ringraziò e mi invitò ad andare al teatro, dove avrebbe recitato il giorno dopo. Accettai, ma, a causa di altri impegni, dovetti rinunciare. Purtroppo, poco dopo, seppi che si era spento serenamente e, ancora oggi, ho il rimpianto di non averlo visto recitare dal vivo.

Che tu sia un Artista straordinario non mi stancherò mai di ripeterlo.

Carlo Giuffré – foto Augusto De Luca

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L’AFFLATO DEL MONDO

Fa molto freddo ad Aktau stamattina. Non va bene così, il freddo mi mal dispone, mi innervosisce. Il consueto, strisciante stato ansioso che mi tormenta sempre all’arrivo ed in partenza da un luogo sconosciuto, si amplifica. Sebbene circondato dai miei compagni di ventura, dai rappresentanti in Kazakistan dell’agenzia che ha organizzato il viaggio, dai due driver e dalla giovane guida kazaka dalla perfetta parlata inglese, mi sento solo in mezzo al nulla. Il meccanismo si deve mettere in moto, lo so. Troverò lentamente conforto nel concretizzarsi delle aspettative, nel rivelarsi di tutte le meraviglie, nel mantenimento delle promesse. Per ora, comunque, sto seduto sul sedile posteriore di questo enorme 4X4 a guardare, muto, una sconfinata distesa di tubi gialli e neri che traportano il gas e l’acqua. Nessun essere umano in vista. Cavalli e cammelli si aggirano tra piccoli agglomerati di edifici diroccati o in via di costruzione. Facile per me pensare ancora una volta a Bruce Chatwin  quando si chiedeva: che ci faccio qui? Questo sarà un tour fotografico selvaggio, ricordo a me stesso. Campeggio estremo per cinque giorni direttamente nei luoghi di shooting. Solo così sarà possibile cogliere le meraviglie paesaggistiche dell’immensa distesa di roccia calcarea e sale che risponde al nome di Mangystau.

Photo ©Alberto Manno

Il contatto diretto con la natura dunque, senza mediazioni, senza il confortante retropensiero che sia una cosa solo temporanea, che a breve, dopo lo shooting,  si rientrerà a casa o in albergo e che si verrà riaccolti presto nel consesso umano.  Stavolta non c’è tregua. Stavolta mi metto davvero alla prova.

In realtà è previsto un approccio graduale alla formula into the wild, attraverso una fermata di un giorno presso un campo di iurte, le grandi tende rivestite di tappeti di lana spessa, a forma di zuccotto  (la mia passione per i dolci riaffiora in maniera incontenibile…), temporaneo rifugio stanziale nel moto perenne di molti popoli nomadi orientali. Dovrei sfruttare questo momento, penso, cogliendo al volo l’unica occasione che avremo di conoscere un po’ più a fondo queste genti, prima di immergerci nel meraviglioso nulla. È solo un pensiero fugace, però. Lo scarso tempo a disposizione, una barriera linguistica insormontabile e la mia abituale ritrosia nei confronti del contatto umano estemporaneo, mi impediranno di affrontare qualunque indagine sociologica, anche la più superficiale. D’altronde, quando si parte per un viaggio bisogna avere le idee chiare, sapere cosa si vuole vedere, quali esperienze si vogliono vivere, con chi o cosa ci si vuole confrontare, e io ho già deciso: il mio nume tutelare durante questi cinque giorni di avventura sarà Ansel Adams e non Claude Lévi-Strauss. Ora dunque, le mie priorità sono altre, una buona dormita, innanzitutto, prima dell’inizio dell’avventura al chiarore dell’alba di domani.

Ma in questo inizio di domani no c’è alcun chiarore. Il cielo resta buio a lungo perché carico di nuvole. Montiamo comunque in macchina ancora assonnati e scettici sulla possibilità di una buona riuscita dello shooting. Temiamo l’unico vero nemico del fotografo paesaggista: la pioggia. E la pioggia arriva, inesorabile, appena abbiamo raggiunto la posizione. Neanche il tempo di aprire il cavalletto e di montarvi sopra la fotocamera. È dunque tutto subito chiaro:  l’immagine del primo landmark di questi luoghi, l’Airakty Valley (Valle dei Castelli), che evoca il profilo di torri, bastioni, mura di cinta e colonnati, rimarrà solo nel nostro sguardo e nella nostra mente, a gratificare certamente il turista, ma non il fotografo che è in noi.

Certo, sono deluso come lo sono gli altri, ma quel paesaggio, anche se avessi potuto ritrarlo al meglio, non sarebbe stato veramente mio. Tra tutte le mete che ci attendono, la mia è quella di domani. Lo so da quando ho ricevuto il depliant di Riccardo che illustrava il tour, anche senza vedere alcuna immagine sul web e senza ascoltarne alcuna descrizione da qualcuno che ci è già stato. Il semplice suono delle parole che lo descrivono è bastato per ammaliarmi ed attirarmi ad esso, come le Sirene per Ulisse: il Lago Salato di Tuzbair.

Photo ©Alberto Manno

Tra quel luogo ed il fotografo che è in me ci sarà un rapporto intenso. Io lo lusingherò ritraendolo inginocchiato, accartocciato o sdraiato sulla sua superficie bianca e polverosa, come pure dalle alture circostanti con il potentissimo 800 ml catadriottico prestatomi dal mio amico Francesco, che autore fotografico lo è veramente; il lago mi ricompenserà regalandomi le fotografie che voglio fare, le mie fotografie, per le quali si potrà dire vedendole, brutte o belle che siano,  queste foto le ha fatte Alberto. La riconoscibilità autoriale di una produzione del cuore  e della mente. Il premio più ambito per la paziente fatica dell’artista, vero o presunto tale che sia. Quando, all’alba del mattino del secondo giorno di viaggio, mi ritrovo con i compagni di ventura sull’altura che domina il lago, sono emozionato e carico di aspettative. Con l’occhio nel mirino della fotocamera ammiro e ritraggo il multiforme spettacolo: il miraggio delle montagne blu all’orizzonte che si riflettono sulla superficie del lago resa iridescente da un sottile strato di acqua piovana residua;

Photo ©Alberto Manno

il rincorrersi di onde di luce e lame di terra che intersecano le concrezioni saline;

l’andirivieni della spuma che adagia le frange di un tappeto di seta bianco sulla sabbia dorata.

Photo ©Alberto Manno

Non so se questo è ciò che realmente ho di fronte a me, ma poco mi interessa. Questo è il mio paesaggio, come rimarrà impresso sul sensore della fotocamera dopo che l’immagine avrà compiuto il suo fulmineo viaggio dagli occhi al cuore, passando per  il cervello. Il frutto di un processo di astrazione, che trasfigura in un attimo la realtà oggettiva per renderla invece, spero, più vera del reale. Al tramonto, vado via da questo luogo portandolo con me. Sgancio la fotocamera dal cavalletto, la metto nello zaino e mi avvolgo lo smisurato manto bianco scintillante intorno alle spalle. D’ora in poi sarà la mia coperta di Linus e nessuno potrà mai portarmela via.

Al ritorno al campo non faccio che aggirarmi con sempre maggiore curiosità e sconcerto intorno alla mia tenda igloo. Come si possa dormire in questi strani loculi di tela era, è e resterà per me un mistero. Un mistero doloroso. Si, dalle 23 alla 5 del mattino successivo ho recitato un silenzioso rosario di imprecazioni e maledizioni mentre mi avvoltolavo in un groviglio di materassini, cuscini gonfiabili, zaini, valige, sacchi a pelo, sacchi-lenzuolo  vestiti sporchi, vestiti puliti, bottiglie d’acqua e oggetti vari, circondato dagli ululati di un vento impetuoso che mi sbatteva il telo della tenda contro il viso e cercando di ignorare le proteste della mia colonna vertebrale seviziata dalla micidiale accoppiata materassino-cuscino gonfiabile, che si rivelerà sempre più un perverso strumento di tortura. All’alba, esco a fatica dalla tenda in una nebulosa di incertezza, precarietà e dolore. L’imponente figura di Andrea si avvicina. Nella mano nasconde un piccolo, morbido cuscino imbottito, la soluzione per i miei dolori di schiena. Non l’ho sentito dire “òhi òhi” e la punta del suo indice non si è illuminata come una lampadina, ma improvvisamente e magicamente  mi sento confortato, rasserenato e pronto a ricominciare l’avventura, come un bambino che ha conosciuto un nuovo amico.

Mentre ci dirigiamo verso la prossima meta, il Maestro Riccardo non sta più nella pelle. Ci stiamo avvicinando al paesaggio che ha suscitato la sua meraviglia quando è venuto qui la prima volta l’anno scorso. Quando ci arriviamo, il nostro autista Igor fa un ampio gesto con il braccio guardandosi intorno e dice compiaciuto: “Bozhira!”.

Photo ©Alberto Manno

Condividiamo tutti lo stupore e la felicità di Riccardo nell’ammirare lo spettacolo che si apre davanti a noi. Lunghi silenzi intervallano le poche parole che ci scambiamo mentre ci muoviamo lentamente per individuare il nostro punto di ripresa ideale. Ognuno di noi è chiuso in una bolla di sottile inquietudine e vertigine inebriante, nella consapevolezza che fotografare questo luogo ci farà intraprendere un fulmineo viaggio dell’anima, dalla notte dei tempi al XXI secolo. Mentre inquadro il massiccio roccioso che domina la valle, il mio personale cortocircuito spazio-temporale mi proietta improvvisamente nella struttura d’acciaio di un hangar alla periferia di Milano. Sto contemplando I Sette Palazzi Celesti di Kiefer, la più potente rappresentazione artistica contemporanea dell’anelito dell’uomo al divino che abbia mai potuto ammirare.

Photo ©Alberto Manno

Un battito di ciglia, e la macchina del tempo su cui sto viaggiando mi riporta a Bozhira, e attraverso il mio 300 mm rivedo le enormi ed ardite torri di cemento e piombo dell’artista tedesco: esistevano già, dunque, migliaia di anni prima che lui le concepisse e realizzasse; sono antiche, millenarie, fatte di calcare e sale e ora sono di fronte a me. Scorrono sullo schermo LCD della mia fotocamera le immagini con cui ho tentato di descrivere l’inizio e la fine del vertiginoso viaggio nel tempo. Quello che balza agli occhi non è tanto la solidità rocciosa di un passato che è diventato presente senza alcuna mutazione, ma l’assenza dell’uomo, inteso come figura umana e parte integrante del paesaggio.

Photo ©Alberto Manno

Non è una novità, questa. Nelle mie foto le persone non ci sono mai, se non per caso o per distrazione, perché non so ritrarre emozioni e sentimenti attraverso l’immagine e l’espressione di un volto. Ma qui, a Bozhirà, sarebbe stato superfluo. Qui, solo apparentemente non c’è nessuno tranne noi sette. In realtà, è come se tutti gli esseri umani, passati, presenti e futuri, fossero seduti sul ciglio di quest’altura, mano nella mano, protagonisti e spettatori della storia del mondo. Far parte di questa enorme folla, di questa lunga storia, mi conforta: si, voglio più bene al mondo, dopo Bozhirà.


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Augusto De Luca fotografa Napoli Grande Signora

Questo mio progetto fotografico rappresenta non solo un omaggio alla bellezza della mia città, ma anche una profonda esplorazione del suo spirito, è un viaggio visivo attraverso una città sospesa nel tempo, rappresentata senza la presenza umana, solo attraverso le sue architetture, i suoi spazi e i giochi di luce che la attraversano.
Sono nato a Napoli, dove ho vissuto stabilmente fino a qualche anno fa. L’allontanamento mi ha fatto scoprire il grande segreto di questa città che, con i suoi abitanti, rappresenta un unicum straordinario. È lo scontro del FUOCO del Vesuvio con L’ ACQUA del Golfo che governa le funzioni vitali di tutto l’universo partenopeo. Così nascono stimoli creativi e grandi passioni. Ed ecco venir fuori cento, mille Napoli. La Napoli di opere magiche quotidiane legate alle emozioni, alle angosce, alle paure di timbro infantile. La Napoli del mistero che ha per effetto di dare a ciascun accadimento, per quanto familiare e riconoscibile, un carattere di mai veduto e di coltivare, in tale spiazzamento, la più profonda e singolare delle seduzioni.
Come dice un mio vecchio e caro amico, con un pizzico di amara ironia mista ad orgoglio: “Napoli è creatura inespugnabile e ruffiana, sempre in trance e sempre sveglia, divisa in eterno tra ambulanti e deambulanti, in una sorta di frenetico disordine cellulare, consumando le sue malattie alla vista di tutti e tanto chiassosamente da lambire il silenzio assoluto”.
Napoli è un enigma che si offre fatalmente alla chiave onirica. Città surreale per eccellenza, con un santo che, nel surreale, brucia una particolare dedizione a quel popolo alchemico di cui è protettore. Il miracolo di San Gennaro, non è un miracolo qualsiasi, è un evento unico al mondo, un prodigio che si ripete ogni anno perché non vadano a vuoto le invocazioni più perentorie e più fantasiose d’una massa di fedeli che dialoga a modo suo col trascendente. A differenza di altre città ogni elemento fondante è separato dal contesto urbano ed è incorniciato dall’ampio e luminoso golfo. Golfo e Vesuvio, insomma, fanno da sfondo placentare al Maschio Angioino, al Castel dell’Ovo, al Castel Sant’ Elmo, al Palazzo Reale. La particolare luce ed il particolare azzurro del cielo,  contaminato solo da piccole e nitide nuvolette magrittiane, rendono l’atmosfera assolutamente surreale e gli stessi abitanti con il loro linguaggio icastico (a faccia toia è calamita e paccher – la faccia tua è calamita di schiaffi; a panza toia è fodero e curtiello – la pancia tua è fodero di coltello) mi ricordano le rappresentazioni di due artisti del ‘500 che io considero i precursori del surrealismo: Pieter Bruegel il vecchio e Hieronimus Bosh.
Verità e finzione, realtà e immaginazione, sempre tutto esageratamente, eccessivo, contraddittorio, ma, sotto la Napoli del contrasto, della bella cartolina e del buio e tetro vicolo, è la città dal grande passato che mi incanta.
Quando sono a Napoli mi piace passeggiare alle 6 del mattino per via dei Tribunali. In questa strettissima via c’è un antico palazzo con un portico alto e nero sotto il quale, dopo aver chiuso gli occhi, aiutato da un particolare odore presente solo nei vicoli di Napoli, viaggio a ritroso nel tempo.
È una sensazione meravigliosa rivedere immaginandoli quei posti popolati da personaggi con lunghe parrucche bianche, merletti e mantelli, “sentire” gli zoccoli dei cavalli e le ruote dei carri sul selciato sconnesso. È così che entro in sintonia con l’anima della città. La Napoli che era tappa obbligatoria per gli uomini di cultura di tutta Europa. La Napoli che ha ispirato e influenzato artisti di ogni genere e che è ancora presente attorno a me…la Napoli Grande Signora. 
Napoli Grande Signora è un mio libro fotografico con immagini di Napoli, patrocinato dal presidente della Camera dei deputati e pubblicato dalla Gangemi Editore.
Le fotografie sono accompagnate da testi di diversi illustri personaggi: Giuseppe Abbagnale, Peppe Barra, Renato Carosone, Luciano De Crescenzo, Luigi De Filippo, Ida Di Benedetto, Roberto Murolo, Nino Longobardi, Michele Prisco, Giovanni Pugliese Carratelli, Lina Sastri, Ernesto Tatafiore.
L’introduzione è di Mimmo Liguoro.

Tutte le immagini pubblicate sono di Augusto De Luca.





Augusto De Luca fotografa Teresa De Sio

Era il 1987 e Teresa si trovava a Napoli per un concerto. Alloggiava in un albergo di fronte al Castel dell’Ovo e, dopo varie telefonate, riuscii ad avere un appuntamento in tarda mattinata.
Raffinata cantautrice e straordinaria interprete partenopea, con la sua particolarissima voce ha accompagnato tanti momenti importanti della mia vita ed io, da sempre suo grande ammiratore desideravo fotografarla, ma anche conoscerla personalmente, perché mi affascinava il suo personaggio con quella folta chioma nera, che evocava un non so che di magico e misterioso.
Sorella dell’attrice Giuliana De Sio, cantante, attrice e scrittrice, è una delle artiste più importanti della musica italiana, con oltre mezzo milione di dischi venduti e uno stile unico che unisce la canzone napoletana popolare ad altre sonorità.
La sua musica è caratterizzata proprio dalla mescolanza di tradizione napoletana, jazz fusion, folk e word music. Predilige il napoletano come lingua ma canta meravigliosamente anche in italiano. Ha collaborato con artisti come Pino Daniele, Fabrizio De André e Brian Eno.
Una maga, una Circe totalmente e profondamente napoletana. Simpatica e accogliente, mi venne incontro nei saloni dell’albergo: ci sedemmo su delle poltroncine art nouveau e, sorseggiando un caffè, cominciammo a chiacchierare.
Mi raccontò che con la sorella Giuliana amava la libertà e l’indipendenza. Già da piccola aveva capito che il suo futuro era nell’arte. A cinque anni era ballerina alla scuola di danza classica del San Carlo. A undici anni smise la danza e cominciò a recitare in teatro, a diciassette anni, finita la scuola, si trasferì a Roma e iniziò a studiare recitazione ed è qui che per caso incontrò Eugenio Bennato che la sentì cantare. Lui lavorava con un gruppo chiamato Musicanova dove c’erano alcuni tra i migliori interpreti della musica folk napoletana.
Teresa poi aggiunse:
“Quando mi propose di collaborare con lui io all’inizio opposi qualche resistenza perché mi piaceva molto recitare e non mi sentivo ancora pronta per il mondo della musica e allora Eugenio disse per convincermi: “ma io ti pago”. A quel punto, visto che avevo bisogno di lavorare, accettai, ma, dopo la prima esibizione al Teatro Tenda di Roma, in sala c’era anche Federico Fellini, capii subito quale era la mia vera strada: Tra me e la musica c’è stato un colpo di fulmine”.
Continuò dicendo che ogni tanto tornava a Napoli, ma sempre meno, a causa dei vari impegni e non avendo più nessuno né una casa in questa città, veniva in albergo. A legarla particolarmente al capoluogo campano era il mare.
E disse:
“C’è una bellezza struggente nelle città di mare che ben conosce chi vi è nato e cresciuto”.
Dopo questa piacevole conversazione, ci alzammo e insieme cercammo uno sfondo per le riprese fotografiche. Fui felice di vedere il suo interesse e la sua partecipazione alla realizzazione del ritratto. Guardando in giro, piacque ad entrambi un angolo un po’ buio sulla grande scalinata in legno dell’albergo.
Allora Osvaldo, il mio assistente, montò uno stativo con una luce che illuminava parzialmente il luogo, in modo da accrescerne l’atmosfera e aumentare il contrasto con il viso di Teresa, incorniciato dalla foltissima chioma nero corvino.
Dopo qualche scatto, sicuro di avere l’immagine giusta, ci salutammo e lei mi pregò di inviarle la stampa della foto a Roma, cosa che feci dopo qualche giorno, soddisfatto del risultato finale.

Teresa De Sio foto Augusto De Luca

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Augusto De Luca fotografa 31 napoletani

Dopo il successo del libro ‘Napoli Donna’, pubblicato dal Centro il Diaframma / Edizioni Editphoto nel 1987, io e Giuliana Gargiulo decidemmo di realizzarne un altro sugli uomini che appartenevano alla nostra città e che avevano in qualche modo lasciato un segno importante.
Nacque così ‘Trentuno napoletani di fine secolo’, pubblicato da Electa Napoli nel 1995, con i miei ritratti fotografici, realizzati tutti con polaroid manipolate, e le interviste della mia amica giornalista.
Trentuno illustri napoletani tra attori, cantanti, scrittori, galleristi, manager, si sono raccontati e messi in posa.
Tra questi: Salvatore Accardo, Lucio Amelio, Sergio Bruni, Renato Carosone, Luciano De Crescenzo, Francesco De Martino, Roberto De Simone, Antonio Ghirelli, Raffaele La Capria, Roberto Murolo, Riccardo Muti, Giorgio Napolitano, Michele Prisco, Giovanni Pugliese Carratelli, Francesco Rosi ed altri.
Ha introdotto il libro uno scritto di Carlo Azeglio Ciampi.
Il volume è stato presentato prima a Palazzo Serra di Cassano di Napoli, poi con la mostra di fotografie alla Camera dei Deputati a Roma, il 6 dicembre 1995, inaugurata con la presentazione di Carlo Azeglio Ciampi e di Nilde Iotti, alla presenza di Giorgio Napolitano.
Questo lavoro è stato per me una vera sfida, tutti i ritratti sono su polaroid, che ho manipolato successivamente allo scatto; in quel periodo, infatti, ero molto innamorato della mia Polaroid una SX-70, una semplice, piccola, economica macchina fotografica.
Era proprio l’immediatezza del risultato e il cromatismo delle sue pellicole che mi affascinava più delle professionali e sofisticate apparecchiature con cui si ottenevano foto supernitide e straordinariamente precise. Cercavo un’imperfezione che rendesse l’immagine più artigianale e meno industriale.
A volte alcuni ritratti sono talmente perfetti da risultare stucchevoli e noiosi e la possibilità di manipolare queste immagini le accostava alla pittura, pur restituendo un referente e una verità tutta fotografica.
Una dimensione, quindi, diversa e totalmente aperta alla sperimentazione. Quello che mi ha sempre affascinato, e che continuo a cercare, è proprio la possibilità di scoprire nuovi linguaggi espressivi, nuove strade da percorrere.

Enrico Job e Enzo Moscato – foto di Augusto De Luca
Mauro Carosi – polaroid di Augusto De Luca

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Augusto De Luca fotografa in Bianco e Nero

Era l’inizio degli anni ’80 e le mie fotografie a colori avevano avuto importanti riconoscimenti anche all’estero. In quegli anni di solito si iniziava a fotografare in bianco e nero per poi successivamente passare al colore; io invece feci il contrario. In quel periodo incontravo spesso alle mostre ed agli eventi di fotografia, Ken Damy, uno dei maggiori promotori, insieme a Lanfranco Colombo, della fotografia italiana nel mondo. Ken che aveva una galleria e un Museo della Fotografia a Brescia, mi propose di esporre nei suoi spazi, però desiderava un mio lavoro totalmente nuovo, anzi completamente diverso da tutto quello che avevo realizzato e si era visto fino ad allora: voleva un lavoro inedito in bianco e nero. Per me era una grande sfida che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque. Ma poiché io amo le sfide, soprattutto quelle con me stesso, senza esitare accettai. Fino ad allora mi ero confrontato con tagli geometrici e colori saturi che conoscevo bene, come potevo reinventarmi con immagini monocromatiche? Seguendo le orme di alcuni grandi fotografi che amo molto e che per me sono tra i precursori e i pionieri della fotografia di ricerca, come: Bill Brandt o Irving Penn, optai per un bianco e nero più duro e contrastato, con neri profondi, e cieli scuri, che danno vita a composizioni pregne di atmosfere e cariche di mistero. Realizzai così questo lavoro che intitolati ‘Magic Weekend’, che ho esposto appunto per la prima volta a Brescia riscuotendo un notevole consenso. Mi aiutò Maria Grazia, la mia prima moglie, che fece da modella in alcuni scatti. Da quella esperienza iniziò la mia passione per il bianco e nero con il quale tuttora continuo a lavorare. Quindi devo sicuramente ringraziare Ken Damy, perché mi ha spinto e incoraggiato a trovare nuove possibilità espressive che altrimenti, non so se avrei mai cercato e provato”.

il bianco e nero – foto Augusto De Luca_
il bianco e nero foto Augusto De Luca_

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Augusto De Luca fotografa personaggi di Capri

Ritratti a Capri Negli anni 90 Salvatore Ferrari, proprietario a Napoli di diversi negozi di raffinato design per arredamento e oggettistica di grande qualità e promotore di importanti eventi culturali, mi chiese di realizzare per lui diversi servizi fotografici da pubblicare su Casamica de Il Corriere della Sera, tra i quali uno su Capri. Felice del progetto, dopo qualche giorno presi l’aliscafo e, armato della mia fotocamera Hasselblad e vari obiettivi di corredo, iniziai il lavoro. Ero già stato molte volte su questa stupenda isola del golfo di Napoli, ma non la conoscevo a fondo e, quindi, per me c’era molto da scoprire. Salvatore, inoltre, mi aveva dato un elenco di alcuni luoghi e personaggi da fotografare, tra cui un anziano signore, che si diceva fosse il possessore di un prestigioso violino Stradivari. In verità, nessuno sapeva se quello strumento fosse realmente autentico, ma stava diventando ormai una leggenda caprese, dunque l’interesse era alto. Arrivato, cominciai a fotografare l’isola, girandola in lungo e in largo e, a metà giornata, mi recai ad immortalare i personaggi suggeriti. Il fortunato possessore del famoso violino viveva in una villetta ad Anacapri. Era anziano, con degli occhiali dalle lenti molto spesse e, appena entrai nella casetta, cominciò subito a parlarmi del suo prezioso strumento. Era assolutamente convinto della sua autenticità, infatti non volle neppure che mi accostassi, perché avrei potuto in qualche modo rovinarlo. In realtà, avrei desiderato soltanto verificarne l’originalità, ma dovetti desistere per non indispettirlo. Rassegnato, cominciai a cercare l’inquadratura più adatta per il ritratto che gli avrei fatto. La casa era piena di oggetti e mobili antichi, ma mi colpì un pianoforte con sopra una foto e una scultura che rappresentavano la moglie, scomparsa, purtroppo, anni prima. La posa, poi, fu anche valorizzata da un’ulteriore inaspettata new entry: un bellissimo gatto nero che, salito sullo strumento, esattamente al momento del mio click, si mise in posa sul lato sinistro, proprio accanto alla statua. In quel momento pensai che il felino tanto caro alla signora, in qualche modo forse ne evocava la presenza e la cosa mi colpì molto. Dopo un caffè, ripresi la mia escursione fotografica e, nello slargo del belvedere vicino ai due grandi scogli dei Faraglioni, sul muretto che affacciava sul mare, trovai seduto un personaggio molto singolare che, in chiave moderna, mi ricordava il famoso pescatore di Capri, Francesco Spadaro. Costui lo si trova ritratto in tantissimi dipinti dell’Ottocento ed è diventato uno dei simboli dell’isola. Fu un incontro propizio il mio, la cosiddetta ciliegina sulla torta. Con i baffi, il basco sul capo, un bastone nodoso e una straordinaria pipa che finiva a forma di testa di toro con le corna, nell’immaginario collettivo quell’uomo rappresentava sicuramente il tipico isolano. Immediatamente gli chiesi se potevo fotografarlo e lui accettò… sembrava che non aspettasse altro. Tutto era già pronto come su di un set preparato in precedenza e non dovetti far altro che scattare. Sinceramente, quest’ultima foto valeva tutta la mia trasferta su quest’incantevole isola. Restai lì ancora un poco e poi andai al porto, dove salì sul primo aliscafo per Napoli. Era stata sicuramente una giornata stancante, ma piena di emozioni e di incontri speciali.

Ritratto di Augusto De Luca
Ritratto di Augusto De Luca



Augusto De Luca fotografa con Polaroid Manipolate

Dall’inizio degli anni ’80, per diversi anni ogni prima settimana di luglio andavo ad Arles in Francia ai Rencontres Internationales de la Photographie. E’ li che conobbi Barbara Hitchcock direttrice degli affari culturali per la Polaroid Corporation a Waltham, Massachusetts che si occupava dell’acquisizione di fotografie artistiche per la Polaroid Collection. Barbara dopo aver visto un mio lavoro su materiale Instant Kodak, mi chiese di realizzare delle immagini su polaroid SX-70 per la loro collezione e mi inviò molti pacchi di materiale in omaggio. Mi é sempre piaciuta la sfida e il mettermi alla prova, infatti ho affermato più volte:
“Ho sempre avuto dentro di me il germe dell’uomo madre, la creatività mi ha sempre accompagnato. Ho cercato di esprimermi con uno stile ben preciso ma attraverso tutti i materiali e i formati. Desidero scoprire come la mia creatività si manifesta nelle diverse circostanze”.
Realizzai allora per loro una ricerca sulle ombre che piacque molto e fu acquisita nella raccolta. Poiché mi rimase tantissimo materiale polaroid, cominciai ad utilizzarlo sfruttando la possibilità di manipolare le foto. Le polaroid infatti, nell’interno avevano una sostanza pastoso che sviluppava l’immagine che poi appariva sulla parte anteriore, quella lucida della piccola fotografia quadrata. Questa pasta si induriva completamente solo dopo alcune ore. quindi utilizzando uno stecchino di legno e spingendo sulla fotografia si ottenevano dei segni simili a pennellate. La polaroid quindi appariva come una via di mezzo tra una fotografia e una pittura. Io con tutto quel materiale rimasto, ad ogni evento e in ogni occasione, realizzavo dei piccoli ritratti ad artisti, addetti ai lavori, ecc. che firmavo e regalavo. In giro ce ne sono tantissimi e spesso qualcuno mi invia un file con la riproduzione della sua polaroid che io quasi sempre neanche ricordo di aver fatto. Comunque per me ogni volta é una bellissima scoperta; come quando trovi inaspettatamente in un tuo vecchio pantalone un po di euro.

Augusto De Luca 1985 intervento a RAI 3
polaroid manipolate – di Augusto De Luca
Antonella Boralevi – polaroid Augusto De Luca
Gianni Cerami – polaroid Augusto De Luca
Irio De Paulo – polaroid di Augusto De Luca
Mario Fasciano – polaroid di Augusto De Luca

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Augusto De Luca fotografa Mimmo Jodice

Quando cominciai ad interessarmi di fotografia e a frequentare persone con la mia stessa passione, il primo nome che risuonava come artista da conoscere e seguire era quello di Mimmo Jodice.
In quel periodo insegnava fotografia all’Accademia di Belle Arti di Napoli e sicuramente rappresentava la punta più alta ed innovativa della fotografia partenopea, tanto da diventare, qualche anno dopo, un maestro indiscusso sullo scenario italiano ed internazionale.
Tra i suoi innegabili meriti spicca quello di aver avuto un approccio innovativo, sperimentale, creativo verso questa contemporanea forma d’arte, partecipando attivamente al dibattito culturale che ha consentito alla fotografia italiana di distinguersi all’estero.
Così geniale da confrontarsi con le menti più brillanti e poliedriche del panorama artistico mondiale che, negli anni 60, gravitavano intorno al capoluogo campano: Warhol, Beuys, De Dominicis, Paolini, Kosuth, Lewitt, Kounnellis, Nitsch.
La sua straordinaria capacità di penetrare nell’essenza, la sua lungimirante visionarietà tendente a tratti al metafisico lo hanno spinto verso un lavoro di ricerca concettuale realizzato anche grazie ad un’attenta indagine socio-antropologica e ad una sensibilità fuori dal comune, che ha avuto l’apoteosi nella ricerca sul mito del Mediterraneo.
Il suo successo definitivo è stato sancito con l’inserimento del suo nome nell’Enciclopedia Universale dell’Arte Garzanti e nell’Enciclopedia Treccani.
Innumerevoli i riconoscimenti ricevuti, in Italia – tra cui quello più significativo è sicuramente il Premio ‘Antonio Feltrinelli’ dell’Accademia dei Lincei, nel 2003, per la prima volta conferito alla Fotografia – e all’estero, nel 2011, quando il Ministero della Cultura francese gli ha consegnato la prestigiosa onorificenza Chevalier de l’Ordre des Art et des Lettres. Nel 2013, infine, Università Svizzera Italiana gli ha conferito la Laurea honoris causa in Architettura.

Mimmo, come me, si è messo sempre alla prova, sperimentando diversi generi fotografici, passando così dal reportage alla ricerca, dall’architettura alla paesaggistica. Lo conobbi appena iniziai seriamente la mia avventura di fotografo professionale.
Ci incontravamo spessissimo alle varie mostre a Napoli, nelle gallerie di Amelio, Rumma, Morra e Trisorio, a Milano da Lanfranco Colombo e al Sicof, ed entrambi eravamo assidui frequentatori dei Rencontres Internationales de la Photographie di Arles. Lo accompagnava sempre la bella moglie Angela, che, con i suoi consigli e il suo aiuto, curava impeccabilmente le sue relazioni professionali.
Molte volte abbiamo anche partecipato insieme a grandi mostre collettive, rappresentando, con altri fotografi, la nostra stupenda città.
Un giorno io e la giornalista Giuliana Gargiulo andammo a trovarlo a casa sua, in via Manzoni a Napoli, e, come al solito, ci accolse con grande affetto.
Per l’occasione portai con me la fotocamera Contax RTS 35mm, per realizzare degli scatti in bianco e nero e la polaroid sx 70 per le immagini a colori. Finita l’intervista, cominciai a fotografarlo, soffermandomi soprattutto sul viso che, incorniciato da una folta chioma e una barba bianca, lo hanno sempre caratterizzato in modo specifico.
Desideravo evidenziare la sua espressione molto bella ed accattivante, che, in qualche modo, seduce chi lo guarda. Dopo qualche click passai alla ripresa con la polaroid, con cui realizzai un’immagine che successivamente manipolai.
In quest’ultima foto ho preferito sottolineare, invece, la sua professione, introducendo nell’inquadratura alcuni elementi peculiari, tipici della sua attività di fotografo, come le strisce dei negativi e l’obiettivo.
Al termine delle mie riprese, ci salutammo sottolineando che ci saremmo sicuramente presto rincontrati al prossimo evento partenopeo ed entrambi eravamo soddisfatti dei risultati ottenuti quel giorno.


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Augusto De Luca fotografa le colombe

Nel fotografare le città di questo nostro stupendo Paese, per la realizzazione dei miei libri commissionati dalla TAV – Treno Alta Velocità, la mia attenzione era prevalentemente rivolta ai monumenti e alle architetture che caratterizzavano i luoghi, o che, in qualche modo, mi colpivano particolarmente. Quindi, solitamente in orari diversi, per catturare la luce perfetta, cercando sempre un’inquadratura inedita proprio per evitare gli stereotipi di immagini troppo sdolcinate e cartolinesche, passeggiando, mi inoltravo in strade e vicoli, restando sempre concentrato a cogliere quel particolare, quello scorcio o quella struttura che toccava e stimolava la mia creatività. Era ogni volta come se andassi a caccia di tesori nascosti e, quando individuavo il soggetto esatto e la prospettiva corretta, mi sentivo come un cane da caccia che punta la sua preda. Tale scoperta mi dava sempre una grande emozione; era un momento magico che mi faceva dimenticare la stanchezza per i chilometri fatti a piedi, con la borsa piena di obiettivi e macchine fotografiche. Ero continuamente alla ricerca di suggestive opere, però, talvolta, ero anche attratto dai tanti pennuti che abitano le nostre belle città e che possono diventare addirittura un segno grafico, che impreziosisce ed arricchisce l’immagine stessa. Nello specifico, ad affascinarmi sono le colombe, forse anche per la loro intensa simbologia, in virtù della quale diverse culture antiche le consacravano ad importanti dei e intere popolazioni le veneravano, fino ad arrivare alla religione Cattolica, per la quale sono emblema dello Spirito Santo. A ciò si aggiunge la loro forte valenza alchemica, come rappresentazione della Luna philosophorum, ossia il Mercurio alchemico, ed esoterica, come il principio del bene, anche in virtù del loro candore.

La prima foto che vi sottopongo è stata realizzata allo Stadio dei Marmi di Roma. Mentre ero impegnato a cercare lo scatto giusto, notai che sul braccio sinistro della statua del discobolo si erano posate due colombe. Immediatamente capii che quello poteva essere un ottimo scatto se però li avessi fotografati entrambi in volo. Allora, sotto voce, chiesi a Marisa, la mia compagna di allora che era lì con me, di prendere dalla tasca una moneta con la quale avrebbe dovuto colpire la statua al mio comando: lei, sentita la mia intenzione, mi assecondò volentieri. Appena i due volatili udirono il tintinnio del metallo sul marmo, si alzarono in volo spaventati, ed io, prontamente, scattai. Avevo impostato sulla macchina fotografica un tempo veloce, proprio per cogliere quel momento irripetibile: l’espediente aveva dato ottimi risultati.

La seconda foto è di Firenze. Mentre camminavo sulle sponde dell’Arno, mi accorsi che molte colombe si erano raggruppate sul muretto: allora inquadrai e aspettai. Feci molte istantanee, perché da quel gruppetto si alzavano in volo diversi pennuti ed io scattavo a raffica, per riuscire ad avere l’immagine giusta. Alla fine, con un po’ di fortuna e tanta pazienza, fui accontentato.

La terza immagine è ambientata nella piazza del Nettuno a Bologna. Mi accorsi che molti piccioni transitavano da una parte all’altra dello spiazzo, così, anche stavolta, inquadrai la silhouette della statua e aspettai il momento opportuno, ma ci volle molto. Diversi passanti si giravano guardandomi con aria interrogativa, incuriositi perché ero fermo nello slargo, con l’occhio incollato al mirino, senza scattare e, insieme al Nettuno, sembravo essere anch’io un’altra scultura. Quell’attesa, però, fu proficua e, finalmente, una colomba, volando, si mise proprio sulla traiettoria del dito del dio del mare, che sembrava indicarlo. I giochi erano fatti e il risultato soddisfacente. Oggi, con l’aiuto del programma Photoshop avrei potuto tranquillamente “incollare” senza fatica quegli uccelli nell’immagine dove e come volevo, ma, in realtà, preferisco e preferirò sempre concludere l’atto creativo con un solo click.


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