CASTEL DI MAGGIO

Alle ore 10.00, presso la Sala polivalente “Casa Amici del Trentino”, si è tenuta la mostra fotografica collettiva “Torno a Primavera: segni e tracce di Castelsantangelo sul Nera, comunità viva” a cura dell’arch. Anna Marzoli in cui sono state esposte anche le fotografie scattate da Monja Zoppi.

L’istallazione della collettiva rimarrà aperta a tutti per i prossimi giorni.

Sala polivelente ©MjZ

A seguito della giornata, le foto oggetto della mostra sono state assegnate agli abitanti della comunità che potranno tenerle all’interno della propria casa, costruita nell’area SAE a seguito del terremoto.

La nuova Sala polivalente “Casa amici del Trentino”, presente nell’area SAE di Castelsantangelo sul Nera, è stata donata dall’Associazione “Solidarietà Vigolana onlus” di Trento, dall’Amministazione Comunale di Altopiano della Vigolana, dall’Associazione “Pro loco” di Revò, dall’Amministazione Comunale di Revò e dalla Cavit Trento, come atto di solidarietà a seguito del terremoto che ha colpito la Comunità delle Marche il 24/08/2016.

Presentiamo il video, realizzato dall’ arch.Anna Marzoli, la cui visione ha accompagnato la mostra ed in cui sono rappresentate le 72 foto della collettiva.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore, tutte le altre sono coperte dal diritto d’autore ©MjZ




MAGNUM MANIFESTO

 Ara Pacis, Roma ©MjZ

Ancora un mese, c’è tempo fino al 3 giugno 2018, per visitare a Roma la sontuosa mostra Magnum Manifesto, (già libro edito da Contrasto), esposta all’Ara Pacis, organizzata in collaborazione con Zètema Progetto Cultura, prima tappa europea ed unica tappa italiana, con l’intento di festeggiare i 70 anni della Magnum e questa “Cooperativa che permetteva a tutti i suoi membri di divenire proprietari delle proprie immagini”, come ha sottolineato Andréa Holzherr, direttrice mondiale di tutte le mostre di questa Agenzia.

La mostra, curata da Clement Cheroux, conservatore del fondo fotografico del Centre Pompidou, nonché direttore del Moma di San Francisco, offre uno sguardo approfondito sulla storia e sull’archivio della Magnum Photos.

Appena si accede ci troviamo, di fatto, in un grande manuale illustrato, che ripercorre le tappe sostanziali di questa leggendaria agenzia fotografica, attraverso le immagini di 75 maestri

(Abbas Christopher Anderson Eve Arnold Olivia Arthur Bruno Barbey Jonas Bendiksen Werner Bischof Michael Christopher Brown René Burri Cornell Capa Robert Capa Henri Cartier-Bresson Antoine d’Agata Raymond Depardon Bieke Depoorter Thomas Dworzak Elliott Erwitt Martine Franck Leonard Freed Paul Fusco Cristina Garcia Rodero Jean Gaumy Burt Glinn Jim Goldberg Philip Jones Griffiths Harry Gruyaert Ara Giiler Philippe Halsman Hiroshi Hamaya Erich Hartmann David Alan Harvey Bob Henriques Thomas Hoepker David Hurn Richard Kalvar Josef Koudelka Hiroji Kubota Sergio Larrain Guy Le Querrec Erich Lessing Herbert List Danny Lyon Constantine Manos Peter Marlow Susan Meiselas Wayne Miller Inge Morath Lu Nan  Trent Parke Martin Parr Paolo Pellegrin Gueorgui Pinkhassov Mark Power Raghu Rai Eli Reed Mare Riboud Miguel Rio Branco George Rodger Moises Saman Alessandra Sanguinetti Jérome Sessini David Seymour (Chim) Marilyn Silverstone W. Eugene Smith Jacob Aue Sobol Alec Soth Chris Steele-Perkins Dennis Stock Mikhael Subotzky Nicolas Tikhomiroff Larry Towell Peter van Agtmael Alex Webb Donovan Wylie Patrick Zachmann).

Si parte dalla fondazione e, come pochi evidenziano, sono cinque i fotografi che la costituiscono, due a New York (Robert Capa e William Vandiver) e tre sul campo (Henri Cartier-Bresson, George Rodgere David “Chim” Seymour).

Se la storia dell’arte ha dimostrato che le opere hanno spesso due autori, l’artista ed il suo contesto, attraverso l’approccio fotografico, ma anche manualistico e storiografico, la mostra si divide in tre sezioni ripartite anche per codice cromatico.

La prima sezione, che intercorre tra il 1947 ed il 1968, è intitolata “Diritti e rovesci umani”. Sono questi gli anni in cui Capa documenta lo sbarco in Normandia ed il secondo assalto a Omaha Beach, Rodger la guerra in Nord Africa. Bresson, per la rivista Harper’s Bazar aveva girato gli Stati Uniti, producendo il documentario “Le Retour ” . Molti sono i lavori esposti, che ritraggono le attività economiche connesse alla produzione; Hartmann, con Our Daily Bread, segue quelle della produzione del pane, Eve Arnold ritrae i raccoglitori di patate, Elliott Erwitt si dedica a teneri ed intimi ritratti di famiglia.

Fra il 1947 ed il 1968 si respira una nuova forma di umanesimo, anche attraverso la formazione di vari Organismi, come la NATO, il Fondo Monetario Internazionale, l’ONU, che approva la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, documento che proclama i valori di libertà, uguaglianza e dignità, gli stessi valori che incontriamo nelle fotografie esposte in questo periodo; negli anni ’50/’60, gran parte dei progetti fotografici, individuali e collettivi, sono rivolti al concetto di universalità e alla denuncia di qualunque tentativo di negarla.

È del 1951 il progetto Generazione X, atto a dare un volto alla prima generazione che incarna le speranze riposte nella ricostruzione post-bellica, in 14 paesi differenti.

Molte sono le riviste che si affermano: Holiday, negli Stati Uniti; Picture Post, nel Regno Unito; Point de vu, in Francia; Epoca, in Italia; Du, in Svizzera.

Fra i molti, sono esposti i lavori di Paul Fusco, RFK Funeral Train che riprende il treno che trasportò la salma di Robert Kennedy nel suo ultimo viaggio verso il cimitero di Arlington, attraversando un’America sconvolta e dolente ; quelli di Sergio Larrain, I bambini di Santiago, che immortala la vita dei bambini orfani che vivevano sotto un ponte del fiume Mapocho, a Santiago del Chile.

David “Chim” Seymour scriverà:
“Magnum è una specie di miracolo fin dalla sua nascita. E i miracoli richiedono una fede continua ”.

La seconda sezione comprende gli anni 1969/1989 ed ha il titolo di “Un inventario di diversità”(parafrasando Paul Veyne).

Dopo le rivolte studentesche del ’68 dilaga un edonismo generalizzato che culminerà negli anni ’80. I fotografi Magnum sono impegnati in incarichi di corporate e pubblicitari. Possono più a lungo dedicarsi a progetti personali, ad opere con una forte impronta autoriale. I temi sono l’emarginazione, l’alienazione, il selvaggio, la malattia. Se prima si tendeva a mettere in luce la somiglianza degli esseri teoricamente uguali, ora il focus punta sulla dissomiglianza.

Dopo la caduta del muro di Berlino, nel 1989, e la dissoluzione del comunismo, il capitalismo disinibito trionfa su tutto il pianeta. La globalizzazione si impone ovunque; in Magnum questo si traduce in una espansione culturale, in un aumento di mostre e pubblicazioni. Il fotografo, ormai definito “artista” assume sempre maggiore rilievo. Francis Fukuyama scrive il controverso saggio “The end of History ” , che enuncia il concetto di fine della storia intesa come conclusione dello sviluppo socio-culturale dell’umanità, e i fotografi, di rimando, si dedicano a tutto ciò che sembra scomparire.

Ci sono le celebri immagini degli zingari di Josef Koudelka; la “Spagna Occulta” di Cristina Garcia Rodero, le osservazioni antropologiche realizzate nel mondo da Martin Parr; la cruda attualità del Sud America documentato da Jérôme Sessini, fino al Mar Mediterraneo, che perde la sua specificità geografica e diviene affresco tenebroso e incerto nelle notti dei migranti, fotografato da Paolo Pellegrin.

La terza ed ultima sezione, che comprende gli anni fra il 1990 ed il 2017, si intitola “Storia della fine”.

Fra gli anni 70-80 Magnum si espande e si diversifica. I fotografi sono ingaggiati dalle aziende che vogliono migliorare la loro immagine pubblica, per illustrare gli Annual Report, potente strumento di promozione. I fotografi Magnum offrono un approccio giornalistico al mondo dell’impresa. La linea di demarcazione fra giornalismo e comunicazione, come anche quella fra reportage e promozione, si assottiglia.

Io credo che chiunque si accosti al mondo della fotografia debba fare un giro nel Museo dell’Ara Pacis per scorrere con gli occhi questo “libro” visuale che, prendendoci per mano, ci conduce qui, ai nostri giorni. In un mondo popolato di immagini questa mostra è in qualche modo il filo di Arianna del labirinto della Fotografia. Ci dice cosa è stato detto, che visioni del mondo hanno accompagnato la fotografia, dall’universale al particolare ed, infine, dai numeri alla nostalgia.

I nostri occhi sono ancora qui, la storia scorre e sta a noi, attraverso questi riferimenti imprescindibili per chiunque si approcci alla fotografia, trovare nuove immagini, nuovi modi di guardare quello che ancora non è stato visto e detto.

Immagine presa da http://www.contrastobooks.com/product_info.php?products_id=79


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DARKEST DREAMING

Ph. © MjZ
Art Director Raffaella Matocci
Make up & Hair  Claudia Vannini
Model Silvia Vespasiani
Stylist Andrea Vespasiani

uno speciale ringraziamento ad Anna Maria Montesi.

 

Ode On A Grecian Urn – Poem by John Keats

Thou still unravish’d bride of quietness, 
Thou foster-child of silence and slow time,
Sylvan historian, who canst thus express
A flowery tale more sweetly than our rhyme:
What leaf-fring’d legend haunts about thy shape
Of deities or mortals, or of both,
In Tempe or the dales of Arcady?
What men or gods are these? What maidens loth?
What mad pursuit? What struggle to escape?
What pipes and timbrels? What wild ecstasy?

 

Ode su un’Urna Greca di John Keats

Tu, ancora inviolata sposa della quiete,
Figlia adottiva del tempo lento e del silenzio,
Narratrice silvana, tu che una favola fiorita
Racconti, più dolce dei miei versi,
Quale intarsiata leggenda di foglie pervade
La tua forma, sono dei o mortali,
O entrambi, insieme, a Tempe o in Arcadia?
E che uomini sono? Che dei? E le fanciulle ritrose?
Qual è la folle ricerca? E la fuga tentata?
E i flauti, e i cembali? Quale estasi selvaggia?


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UNA GEISHA AL MARE

Model Kyoko Yagio
Make up & Hair  Claudia Vannini
Art Director Raffaella Matocci
Ph. © MjZ

“La transizione è una cultura. Vi sono tre aspetti che ogni cultura deve possedere: la produzione materiale attraverso delle tecniche, la riproduzione biologica che permette di trasmettere l’esperienza da generazione in generazione e la produzione di significati. Se non li produce non è una cultura”.

Ricordando Eugenio Barba, concepisco un’Antropologia Fotografica intesa come la capacità della mia attrice di entrare in un determinato scheletro/pelle, in un determinato comportamento scenico, anche se fuori dal suo contesto e della sua geografia di stereotipo, per favorire una trasculturalità dei principi che ritornano attraverso l’immediatezza dell’immagine.

La fotografia mi permette di non appartenere a nessun luogo, di non essere ancorata a una sola prospettiva , di rimanere in transizione.

Nel contesto quotidiano il corpo è condizionato dalla cultura, dallo stato sociale. In un contesto extraquotidiano o in un de-contesto il corpo artificiale/artistico può diventare credibile e raccontare la sua storia.



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