La scuola del Bauhaus nelle fotografie di Stefano Barattini.
Lo stile fotografico impeccabile di Stefano Barattini è riproposto in questo portfolio dedicato al Bauhaus. La mostra si terrà dal 12 aprile al 2 maggio 2019 presso la libreria universitaria Franco Angeli, nel quartiere Bicocca, Milano.
La fotografia di architettura risponde, generalmente e basilarmente, al criterio dell’illustrazione della natura di un manufatto, quale che sia lo stile rappresentato.
Nel caso degli edifici della Staatliches Bauhaus, attualmente residente a Dessau, Germania, Stefano Barattini esprime nel suo lavoro una buona identificazione con il rigore razionalista dell’opera, realizzando fotografie pienamente rispondenti allo spirito del tempo.
Immagini che parlano di essenzialità delle linee e funzionalità degli spazi in nome di un’estetica contraria al decoro ridondante dello stile ornamentale floreale, tipico dell’Art Nouveau, dalla quale si distacca completamente.
Scarno ed essenziale nella forma, il manufatto razionalista, che sia una casa o degli oggetti d’uso comune, manifesta una sua rassicurante bellezza dovuta alla praticità e schematicità degli ambienti e degli oggetti fatti per l’uso quotidiano, utilmente funzionali, senza penalizzare la cura progettuale da cui originano.
Ma
ora lascerei parlare l’autore:
“Va da sé che il periodo storico che più mi affascina è quello dall’inizio del 1900 alla fine della seconda guerra mondiale, per tutti i mutamenti, anche drammatici, che hanno coinvolto l’Europa e il mondo intero.
In questo periodo, soprattutto agli inizi del 1920, fino alla fine della seconda guerra mondiale, con strascichi che arrivano fino agli anni ’60 e che si manifestano anche più tardi, nascono in Europa movimenti caratterizzati da un denominatore comune.
Si
cerca cioè di dare delle linee guida univoche all’architettura (spesso di
regime).
Di
questa nuova corrente apprezzo l’essenzialità, la pulizia delle linee, la
ricerca di nuovi materiali, la razionalità degli edifici che uniscono estetica
e funzionalità.
La
capacità soprattutto di “giocare” coi volumi e riuscire nel difficile intento
di rendere armoniose strutture solo in apparenza goffe e pesanti.”
Immagini
nitide che esaltano le geometrie coinvolte nel “gioco di volumi”, alleggerendo
l’apparente pesantezza delle forme rappresentate.
Il percorso fotografico guida l’osservatore dall’esterno all’interno dell’edificio, nel rispetto dell’esistente, così come appare ai nostri occhi. Una buona fusione tra osservatore e cosa osservata, nella quale si escludono gli artifici della fotografia che definirei neobarocca, volta ad alterare il proprio oggetto per compiacere le pretese artistiche del fotografo.
Quindi fotografia di documento, essenziale come i soggetti raffigurati. Scatti eseguiti nelle diverse ore del giorno, in modo da consentirci di apprezzare la buona dotazione di vetrate che migliorano la luminosità degli interni anche quando la luce scarseggia.
L’impiego dei colori primari, tipico di questo movimento artistico, risalta in modo particolare nell’opera del fotografo.
Stefano Barattini ha voluto regalare a se stesso e ai suoi estimatori un viaggio a ritroso nel tempo, testimoniando l’innovazione nell’arte e nell’architettura che, dall’inizio del Novecento, ha percorso l’intero secolo per giungere a noi inalterata nella concezione e culturalmente influente.
Stefano Barattini, classe 1958, ha iniziato a fotografare nel 1979 unendo dall’inizio la passione per la fotografia a quella per i viaggi. Ha collaborato per quattro anni con la rivista Mototurismo raccontando con testi e foto i suoi viaggi in moto. Dopo una pausa di riflessione ha ripreso l’attività fotografica nel 2006, periodo in cui il digitale cominciava ad apparire sulle scene, accogliendo il cambiamento con l’adozione di reflex digitali. I viaggi sono sempre stati al centro del suo interesse, analizzando luoghi e popoli, cogliendone l’essenza attraverso la fotografia. A partire dal 2013 ha scoperto e approfondito il mondo dei luoghi abbandonati, con particolare interesse per gli insediamenti industriali, in Italia e all’estero. Questi luoghi rappresentano un mondo scomparso che fu, un tempo, portatore di progresso economico, benessere e valore per l’essere umano. Insediamenti che oggi sono, purtroppo, soggetti a degrado, valori perduti a seguito di una mancata riqualificazione. Gli studi di Architettura lo hanno da sempre portato a rappresentare i contesti urbani e il loro rapporto con l’essere umano. A questo riguardo è d’obbligo soffermarsi su un tema importante, quello delle periferie che, più di altre realtà, inducono gli abitanti ad accettare, se non addirittura subire, una sorta di convivenza con spazi non sempre a misura d’uomo. Grande appassionato del periodo modernista e razionalista, va alla ricerca degli elementi architettonici che rappresentano forse l’ultima vera corrente stilistica di quel contesto.
Ho conosciuto Michele tantissimi anni fa, forse una decina. All’epoca collaborava con la nostra associazione in veste di grafico e curatore della comunicazione di un nostro progetto “Tre piani di diritti”, una campagna di comunicazione e raccolta fondi per cercare di raccogliere oltre 100.000 euro e costruire una scuola, un centro professionale, uno sportello antiviolenza e un ambulatorio a Pikine, alla periferia di Dakar. Era una follia. Oggi la palazzina di tre piani è in piedi. E attiva.
Michele Cirillo Ph. Giuseppe Cremona / EffeCollettive
Michele è più piccolo di me di dieci anni, ma riconobbi in lui subito alcune passioni in comune, in primis quelle del viaggio, poi della fotografia, anche se io la amo e la seguo come spettatrice. Secondo la legge dei sei gradi di separazione, anni dopo ci siamo rincontrati, grazie a un volontario di Diritti al cuore, anche lui amante della fotografia e fotografo per diletto. Ho ritrovato un giovane fotografo professionista con tanti premi ed esposizioni alle spalle. Ha messo di nuovo le sue competenze a nostra disposizione, organizzando un corso di fotografia sociale presso la nostra sede di Via Borromeo. Un successo, oltre 20 iscritti, una bellissima esperienza a cui ho avuto anche io l’onore e la fortuna di partecipare come allieva. E quest’anno è appena partita la seconda edizione presso la nostra sede di Via dei Latini a San Lorenzo (c’è stata la prima lezione il 31 gennaio, siete ancora in tempo a iscrivervi, scrivete a info@dirittialcuore.it), un modo bello per finanziare i nostri progetti, grazie a Michele che ha deciso di devolvere all’associazione Diritti al cuore la metà della quota di iscrizione, già accessibile a tutti. Ho voluto intervistarlo per presentarlo a chi ancora non ha avuto la fortuna di conoscerlo, perché in un momento storico in cui sembra che gli esseri umani siano sempre più incattiviti, disumani, soli, disincantati, apatici, persone impegnate come Michele che con passione raccontano storie di una umanità sconvolgente e che usano la fotografia anche per mettere in moto azioni di cambiamento, sono una boccata di ossigeno.
Michele Cirillo Ph. Giuseppe Cremona / EffeCollettive
Raccontaci chi sei e come è nata la
tua passione per la fotografia.
Mi chiamo Michele Cirillo e sono un fotografo di reportage. Tutto è nato più o meno 15 anni fa con una Pentax a pellicola ed è proseguita con la passione per i viaggi per la scoperta di nuovi orizzonti.
Hai fatto molti reportage in zone rischiose. Quale ti ha cambiato di più? E dei reportages di viaggio?
Ho svolto alcuni progetti in zone a rischio, mi interesso di storie che sono il prodotto di quel conflitto o di quella minoranza e credo che questa possa essere la strada più vicina all’idea di racconto che voglio. L’esperienza in Ucraina è stata sicuramente una delle più toccanti. Mentre i reportages di viaggio sono stati tutti stupendi, tutti… solo un mese in Messico è valso una vita.
Troviamo i tuoi scatti in riviste come Internazionale e Left, hai vinto alcuni premi e fatto delle mostre. Il premio o la mostra che ti ha reso più orgoglioso del tuo lavoro?
Sicuramente quando ho esposto “The kurdish bride” all’Hermitage a San Pietroburgo, ricordo che con la collega Emanuela Laurenti vincemmo anche il primo premio nei progetti fotografici. È stato stupendo.
Quale è la foto che ritieni migliore o a cui sei più legato? Perché? In che contesto è stata scattata?
Ci sono diverse immagini a cui sono molto legato… ma non sono le “migliori” che ho fatto. Servono di più a me, come documentazione e ricordo.
Hai allestito, documentato e inaugurato il Museo della fiducia e del dialogo per il Mediterraneoa Lampedusa, in memoria dei tanti esseri umani che hanno perso la vita nel provare ad attraversare il Mare nostrum: come sei arrivato li, cosa hai fatto e come continua il progetto.
La mia collaborazione con il Comitato 3 ottobre è iniziata il 3 ottobre 2017 quando mi hanno voluto come fotografo per documentare il ricordo della strage del 2013, da allora come posso cerco di dare una mano e sostenere questo progetto di Tareke Brhane, il presidente dell’associazione. Non finirò mai di ringraziare il Comitato per l’incredibile esperienza che ho vissuto a Lampedusa, l’anno scorso ho partecipato all’allestimento del Museo della fiducia e del dialogo e durante l’anno in corso ci saranno ancora novità…
E noi di Diritti al cuore non
finiremo mai di ringraziarti che ci hai presentato a Tareke e abbiamo potuto
partecipare alla Giornata della memoria… A proposito di impegno nel sociale, il
tuo quando è iniziato?
Non so se chiamarlo esattamente impegno nel sociale, credo però sia profondamente giusto raccontare e far scoprire delle storie che possono avere dei valori universali, come l’accoglienza, il dialogo, la sofferenza e la speranza. Credo di averla pensata sempre così.
Il significato sociale della
fotografia?
Debray diceva che l’immagine non è innocente, e con l’enorme flusso di immagini che produciamo ogni giorno credo sia essenziale pensare di produrre qualcosa che sia rilevante. La fotografia ha avuto da sempre un ruolo sociale con la sua capacità di trasportare emozioni e ricordi, ma anche attimi che ora vivono per sempre. In mezzo a tutto questo credo sia importante trovare nuove strade per non perdersi in un’estetica che va sempre di più uniformandosi.
Oggi siamo bombardati dalle immagini, eppure ci sono delle foto che hanno scosso nel profondo le coscienze come quella del piccolo Aylan morto sulla spiaggia di Bodrum. Pensi che ci stiamo assuefacendo al dolore e alle disgrazie oppure come dici tu alcune foto devono essere scattate e mostrate per risvegliare da questo torpore?
Credo che sia il momento giusto per distaccarsi con forza da un’estetica del dolore che ha uniformato il racconto fotografico negli ultimi anni; esistono nuove strade, nuovi linguaggi. E non bisognerebbe dimenticarsi mai che ogni fotografo è un autore, con un proprio stile e delle caratteristiche proprie.
Parlaci del tuo ruolo di insegnante e dei corsi che stai tenendo ora.
Mi piace molto confrontarmi con le classi, i loro sguardi di fronte ad alcune immagini di grandi autori mi fanno capire la potenza di questo strumento. Ora è partito il corso di fotografia sociale a San Lorenzo, nella sede dell’associazione Diritti al cuore e poi i tanti corsi che offriamo con la scuola di fotografia Bianco – Laboratorio permanente d’immagine al Pigneto.
Prossimi progetti?
C’è un bel progetto sulle donne Rom in arrivo.
Bene, lo aspettiamo con trepidazione.
Grazie Michele.
Bio del fotografo: Classe 1988, Michele Cirillo è un fotoreporter indipendente e docente di fotografia di Roma. Negli ultimi 6 anni suo interesse per il racconto fotografico si è focalizzato sui temi dei diritti umani, dell’identità e dei cambiamenti geopolitici degli ultimi anni prediligendo i soggetti che vivono in zone di conflitto e che fanno parte di minoranze etniche o culturali. Ha viaggiato in paesi come Messico, Tanzania, Kurdistan, Libano, Bosnia, Ucraina e Palestina, è stato fotografo per diversi progetti europei, ha lavorato per Croce Rossa Italiana, Comitato 3 Ottobre e collabora con diverse redazioni italiane e internazionali. Il suo sito: http://www.michelecirillo.com
Fino al 03/03/2019 sarà visibile al Museo di Roma in Trastevere la mostra fotografica dedicata a Lisetta Carmi, prima sua esposizione pubblica nella capitale, all’incirca 170 immagini della fotografa genovese (ultranovantenne).
La rassegna antologica è ripartita in tre distinti nuclei di lavoro: Metropolitain, del 1965, dedicata alla metropolitana parigina; I Travestiti, del 1972; Acque di Sicilia (1977). Il tutto nell’arco temporale di vent’anni, dagli anni Sessanta ai Settanta.
Appena si entra nel museo balzano agli occhi le immagini della prima sezione, dedicata alla città di Genova.
Le immagini dedicate al porto, commissionatele dalla “Società di Cultura” nel 1964, costituiscono uno dei reportages più significativi del dopoguerra. Appare immediatamente evidente che le tematiche del lavoro, delle lotte sociali, la sofferenza del vivere quotidiano delle classi sociali più deboli sono gli aspetti prediletti di Lisetta Carmi. Questa narrazione del porto di Genova e dei camalli costituisce senza dubbio un’adesione al clima di protesta di quegli anni della classe operaia; Lisetta familiarizza con alcuni operai per essere introdotta fin dalle prime ore del mattino nei luoghi di lavoro; il resoconto fotografico non tralascia nessun dettaglio: i pesanti macchinari utilizzati nelle varie operazioni, le polveri nocive che scaturiscono nello scarico delle merci o nelle riparazioni delle navi, i corpi virili esposti senza protezione anche nelle fasi più critiche del lavoro , salvo le improvvisate coperture con i sacchi di juta a proteggere il capo e il corpo. I portuali lavorano senza caschi o tute idonei, esponendosi senza le corrette condizioni di sicurezza. I gesti di fatica si alternano alle belle e suggestive immagini delle imbarcazioni dalla foggia orientaleggiante, l’uso ormai allenato della tecnica di ripresa rende tutto il lavoro coerente, non privo di ricerca estetica. Questa mostra girerà in Italia ed approderà persino in Unione Sovietica.
L’attenzione al mondo dei lavoratori resta una costante nell’opera di Carmi. Il fratello Eugenio, consulente artistico all’Italsider, la introduce alla realtà delle fabbriche. Lisetta organizza presso il circolo aziendale “Cornigliano” una serie di ascolti di musica classica e sorteggia poi i dischi tra gli operai. Carmi realizzerà una serie di scatti fotografici nei cantieri e all’interno delle acciaierie, nei luoghi dove Luigi Nono e Giuliano Scabia registrano “La fabbrica illuminata”, dedicata agli operai dell’Italsider.
Molto rivoluzionari appaiono anche gli scatti del Cimitero monumentale di Genova. Carmi tralascia la dimensione romantica dei monumenti funebri commissionati dalla borghesia per evidenziare una lettura di indagine socio-antropologica evidente sin dal titolo: “Erotismo e autoritarismo a Staglieno”.
Dopo una carrellata delle immagini dei suoi viaggi, Israele, India, Pakistan Nepal, Messico, Colombia, Venezuela, si arriva alla sezione intitolata Acque di Sicilia, un volume pubblicato nel 1977 con testi di Leonardo Sciascia. Il progetto, commissionato dalla Dalmine, prevedeva una ricerca sui percorsi d’acqua sull’isola. Pur riallacciandosi alla fotografia etnografica questi scatti evidenziano una visione più intensa e personale , lo sguardo di Lisetta Carmi ritrae donne, uomini colti nella quotidianità ed immersi in un’atmosfera sospesa, i volti segnati dalla fatica e dal tempo si fanno anch’essi paesaggio, diventano protagonisti primari del racconto. Gli uomini ritratti con i tipici copricapo, le donne coperte da veli neri, immagini in cui risalta la netta separazione dei gruppi: divisi per sesso nei luoghi deputati che la cultura contadina del mezzogiorno, e non solo, impone. Gli uomini da una parte seduti sulle sedie e sulle panchine nei marciapiedi o sul ciglio delle osterie , dentro le botteghe a giocare a carte, o in piazza, quasi ipnotizzati dalla luce feroce del giorno. Le donne, quasi nascoste, timidamente mostrano i loro volti dietro le tende dei balconi o dietro le persiane delle finestre delle abitazioni; se riprese in strada non sostano mai in ozio, sono spesso accompagnate dai bambini, trasportano cibo, governano animali.
Proseguendo con la mostra si arriva alla sezione Ritratti. Sempre attenta alle nuove istanze della
cultura e della società, Carmi frequenta il vivace e impegnato ambiente
artistico che ruota intorno alla Galleria del Deposito a Boccadasse, dove
fotografa, tra gli altri, Lucio Fontana, Emanuele Luzzati, Konrad. A Ivrea nel
1967 fotografa Edoardo Sanguineti, Alberto Arbasino. Nel 1969 è invitata da
Elvio Fachinelli al contro congresso di psicanalisi a Roma dove ritrae Jacques
Lacan. Risalgono al 1999 i ritratti all’agronomo giapponese Masanobu Fukuola,
da lei chiamato all’ashram di Cisternino per divulgare l’agricoltura naturale.
Famosissimi i suoi scatti ad Ezra Pound , scattati in pochi attimi a Sant’Ambrogio di Zoagli nel 1966. Lisetta Carmi vince il prestigioso “Premio Niépce per l’Italia”. Umberto Eco membro della giuria, commenta: “Le immagini di Pound scattate da Lisetta dicono più di quanto si sia mai scritto su di lui, la sua complessità e natura straordinaria”.
Racconta lei stessa: “Era l’11 febbraio del 1966 quando, su invito del direttore dell’Ansa di Genova, andai a fotografare Ezra Pound. Avevo con me un negativo 400 ASA e una Leica 35 mm. Arrivammo senza sapere che Pound era solo in casa, ammalato. Al nostro bussare, dopo un lungo silenzio, fu lui stesso ad aprire la porta, poi uscì per pochi minuti e, senza dire una parola, rientrò. Nel breve lasso di tempo in cui lo ebbi dinnanzi scattai venti fotografie . A Genova, in camera oscura, sviluppai il negativo, stampai, e la straordinarietà di quel fugace incontro mi apparve lì, sulla carta fotografica. Nelle fotografie c’era tutto quello che avevo visto in Ezra Pound. Su venti scatti scelsi dodici fotogrammi, i più significativi per comunicare l’impressione immensa che avevo avuto del poeta. Quell’impatto con Ezra Pound è presente ancora oggi come non fosse trascorso neanche un giorno. Dalle dodici fotografie vedo ancora emergere intatti la solitudine, la disperazione, l’aggressività, lo sguardo perso nell’infinito, tutto ciò di cui è difficile dire a parole, la drammatica grandezza del poeta”.
L’ultima parte
esposta al piano terra, Metropolitain è un libro di artista,
realizzato da Lisetta Carmi in un’unica copia nel 1965. Una custodia in cartone
ricoperta da immagini a grandezza naturale delle piastrelle della metropolitana
di Parigi contiene il menabò del volume, dove fotografie originali si alternano
a pagine ritagliate dal volumetto Instantanés di Alain Robbe-Grillet. Con Metropolitain Carmi si classifica
seconda al premio Centro, premio per la cultura nella fotografia.
La scelta del soggetto ignora la città nei suoi aspetti più consueti per concentrarsi sulle riprese all’interno della metropolitana; ne scaturisce un progetto coerente ed innovativo che, ancora una volta, l’avvicina alle avanguardie culturali coeve. Le immagini riprendono in vari momenti della giornata e in varie stazioni parigine il flusso indistinto dell’umanità anonima che attraversa i sotterranei della città: donne, uomini, accumunati dall’utilizzo del mezzo pubblico vengono ripresi nella quasi meccanica sosta dinnanzi al portillon automatique, nell’attesa dei vagoni, all’interno di essi, nello scendere le scale e risalirle, persi nei loro pensieri e nelle loro esistenze, gli sguardi che vagano ma non si incontrano. Lisetta li immortala nei gesti asettici e ripetitivi della loro quotidianità restituendoci indimenticabili immagini pervase da un’atmosfera di alienazione.
Ci sono poi gli scatti del 1962 in cui collabora come fotografa di scena con il teatro Duse di Genova. Fotografa molti spettacoli di Quartucci, le rappresentazioni di avanguardia del CUT, Centro Universitario Teatrale. In questi anni di intensa sperimentazione teatrale e musicale Lisetta Carmi realizza una serie di ritratti dedicati a personalità della musica e dello spettacolo come Carmelo Bene, Cathy Barberian, Luigi Nono, al Living Theatre, a Charles Aznavour, Gino Paoli, Ivan Della Mea, Giovanna Marini.
Al piano superiore, in una stanza con un grande piano collocato al centro, troviamo il Quaderno musicale di Annalibera, in cui interpreta con il mezzo fotografico l’opera di Luigi Dallapiccola, formando un fascicolo che lei stessa stampa e rilega a mano in poche versioni, ognuna diversa dall’altra, con alcune varianti nell’impostazione grafica e nella dimensione. I fogli datati “Genova, 20 luglio 1962” sono accompagnati da testi in cui racconta l’incontro a Firenze con il musicista. Commenta: “ Il Quaderno musicale di Annalibera per pianoforte di Luigi Dallapiccola è composto di undici brevissimi pezzi collegato da una ideale linea costruttiva costituita dalla serie o “inventio” che tutti li genera. In questa composizione io ho sentito l’essenza tragica della nostra esistenza espressa attraverso una costruzione musicale: questo ho cercato di esprimere graficamente attraverso il mezzo fotografico. (…) La poesia, la chiarezza, l’unità della musica io ho cercato di mantenere nella interpretazione grafica che ho fatto del Quadernodi Dallapiccola. Alla purezza dell’espressione musicale ho dato un segno essenziale e penetrante: la “linea” intesa come verità. Verità assoluta nel primo pezzo “simbolo”, poesia sospesa nell’ultimo “quartina”.
Il cuore della mostra è a mio avviso la sezione dedicata a “I travestiti”, lungo racconto per immagini che Lisetta Carmi intraprende, nella notte di San Silvestro nel 1965, sulla comunità di “travestiti” del centro storico di Genova. Dopo quella sera, in cui scatterà diverse fotografie, per i sei anni successivi condividerà tutti i momenti della loro quotidianità, convinta che “non esistono gli uomini e le donne, esistono gli esseri umani”. Il libro “I travestiti”, a cura di Sergio Donnabella con testi di Lisetta Carmi ed. Elvio Fachinelli, sarà pubblicato solo nel 1972.
Come lei stessa ha più volte ribadito, la frequentazione dei transgender genovesi è principalmente un vissuto umano che l’aiuterà nel suo percorso esistenziale più intimo, forse è proprio per questo che questo progetto fotografico risulta la ricerca più completa e complessa dell’artista, dove più componenti entrano in gioco, non una mera campagna documentaristica ma una consapevole collaborazione che evidenzia lo stretto legame tra soggetto fotografato e chi fotografa una relazione, in cui l’uno si riflette nell’altro attraverso il medium fotografico. Le numerose immagini ritraggono i travestiti in varie situazioni della loro vita quotidiana, dalle più intime e trasgressive, dove il corpo viene esibito seminudo in tutta la sua diversità provocatoria sul divano del salotto buono, a quelle più familiari o rassicuranti con i volti appena truccati e i vestiti della quotidianità: la Novia, la Morena e le altre sono riprese nelle anguste strade della Genova malfamata, in posa, sorridenti con i bambini del vicolo. Ne scaturisce una spontaneità e una familiarità da queste immagini dove non trapela una distanza da indagine antropologica, nessuna diversità è sotto osservazione, soltanto “esseri umani che vivono e soffrono tutte le contraddizioni della nostra società come minoranza ricercata da una parte e respinta dall’altra”. La Carmi ne coglie la grande potenzialità umana e rivoluzionaria, si innamora del loro quotidiano vivere la diversità e ne fa, attraverso le indimenticabili immagini, un vero e proprio manifesto di libertà e di battaglia dei diritti umani e civili. Sono gli anni Sessanta dello scorso secolo e approfondire una simile tematica in quegli anni e farne un esaustivo reportage attraverso le immagini, e poi una coraggiosa pubblicazione, è un atto di potente denuncia sociale che anticipa campagne e lotte che si affronteranno soltanto molti anni più tardi.
Ma del resto la giovinezza non è un fatto anagrafico, si sa.
Gli stati della fotografia: solido, liquido, gassoso.
Ho un punto di vista chimico-fisico sulla fotografia, sarà colpa del mio essere farmacista?
La fotografia nasce solida: solida come le lastre di vetro e le grandi macchine che servivano a scattare fotografie nelle quali la luce e il lampo del magnesio fermavano gruppi familiari riuniti intorno al padre e alla madre, soldatini in atteggiamento marziale, uomini e donne spaesati nel momento di fare i documenti per emigrare. E queste fotografie si stampavano, adoperando supporti e prodotti che hanno consentito alla maggior parte di quelle stampe di resistere al tempo e alla vita dei protagonisti ritratti, arrivando ai nostri giorni e ai nostri muri. Le foto del nonno morto un secolo fa, in quella posa così gentile passeranno, quando io non ci sarò più, sulle pareti di altre case: speriamo non sia un rigattiere a ricollocarle.
La fotografia è stata solida come
le reflex degli anni Sessanta, di vero e pesante metallo che hanno documentato
le rivoluzioni e molte guerre, solida come le certezze dei rivoluzionari
immortalati dai reporter, solida come le reflex giapponesi che hanno resistito
ai miei maltrattamenti di rustico ventenne.
E da queste macchine, alimentate da rullini che concedevano la moderata creatività di 36 pose al massimo, sono usciti negativi solidi, stampati su carte fotografiche belle ma poco resistenti, paradossalmente, alla luce.
“La fotografia solida ritrae il nonno diciassettenne alle armi, nel 1919. Nonostante siano passati cento anni, ancora si conserva“. Antonio Musotto
Poi, appaiono le prime macchine digitali e la fotografia diventa liquida: liquida, come la possibilità di scambiare velocemente i file di pochi megabyte e trasportarli su pendrive o dischetti, diventa liquida perché è spesso lasciata ad invecchiare sugli hard disk e riscoperta dopo anni con quel sapore di vino vecchio, non sempre buono, diventa liquida perché spesso, come quando si tira involontariamente il tappo della vasca, i file contenuti nelle schede di memoria vengono cancellati senza lasciare traccia, per essere rimpiazzati da altri file. Ricordo quando acquistai la mia prima fotocamera digitale, poco più di un giocattolo, con un piccolo sensore di soli 3 megabyte: mio figlio la maneggiò per qualche istante poi mi chiese “papà, dove si mette il rullino?”, e, quando risposi che non serviva il rullino, sentenziò “allora non serve a niente, è finta!” Non era troppo lontano dalla realtà.
Infine la fotografia diventa gassosa perché il supporto che la trasporta, lo smartphone o il social, sono effimeri e precari, e basta che il supporto si guasti o venga smarrito per fare evaporare i byte, e farli perdere per sempre: come quando Ulisse (fu lui?) aprì gli otri di Eolo e i venti si dispersero. La fotografia gassosa è come il profumo, anche il più intenso dopo un po’ perde il senso, e si dimentica. Ha un pregio, quello di costringere all’oblio digitale milioni di scatti insulsi, di foto di brutte feste, brutte cene, insulsi incontri. La fotografia gassosa costringe a complicate operazioni per essere trasportata da un telefono all’altro e spesso, al momento di avviare il nuovo smartphone così lucido e levigato, si decide che quelle immagini avevano senso solo nel momento in cui si possedeva il device con il quale furono scattate, e allora si eliminano, per sempre.
La fotografia gassosa porta con sé la perniciosa e contagiosa patologia del selfie: il selfista cronico è un essere senza identità, che affida al selfie quotidiano la certificazione del suo essere in vita, e la affida ai social affinché altri sappiano che lui – anche se non ha alcun valore – esiste. Forse, altrimenti è come un gas, inodore, incolore e insapore che si dissolve nell’istante stesso in cui viene realizzato.
Il 13 maggio 1978, l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone firmò la promulgazione della rivoluzionaria legge 180, fortemente voluta dallo psichiatra Franco Basaglia. La stesura vera e propria del testo di legge fu curata dall’onorevole democristiano Bruno Orsini, psichiatra anch’egli. A quarant’anni dall’approvazione di questa legge sulla chiusura dei manicomi, dai risvolti civili e sociali di ampia portata, Barbara Tovazzi, classe 1971, decide di esporre in una mostra a Milano alcuni suoi scatti eseguiti nelle strutture manicomiali abbandonate. Barbara è amante del genere Urbex, la fotografia dei luoghi abbandonati. Molti autori più o meno noti si dedicano a questo tipo di fotografia, per motivi tra i più disparati che spaziano dall’interesse per il decay in architettura, estetizzante e voyeuristico, a chi ne fa un’indagine a sfondo storico-urbanistico, con l’intento di “rivitalizzare” le costruzioni degradate per mezzo della fotografia, grazie al suo potere evocativo. L’autrice racconta che dopo un periodo iniziale di casuale avvicinamento agli edifici un tempo sede di ospedali psichiatrici, di solito soggetti fra i più selezionati nella fotografia Urbex, qualcosa è scattato dentro di lei al punto che ne ha ricavato un progetto fotografico dal titolo “Quaranta di 180”, esposto alla Libreria universitaria Franco Angeli a Milano, quartiere Bicocca, fino a fine novembre 2018.
Vorrei qui ricordare anche “Morire di classe” il reportage sui manicomi realizzato alla fine degli anni sessanta da Gianni Berengo Gardin e Carla Cerati, in un periodo di grande fermento politico e sociale. Morire di Classe voleva essere un documento sulla drammaticità della condizione manicomiale. Questo per evidenziare quanto il mondo disperato della malattia mentale doveva essere reso noto allora, anche per denunciare la necessità di un superamento della situazione manicomiale di vecchia concezione nel nostro Paese
I trattamenti a cui i pazienti erano sottoposti sono noti: i letti di contenzione, la camicia di forza, i bagni freddi e altre dure pratiche. Inoltre i malati erano allontanati dal loro mondo familiare, dagli affetti, privati anche degli oggetti personali, le fotografie e i piccoli ricordi di una vita che contribuivano a definire la loro identità di esseri umani con una storia alle spalle. L’esperienza di Franco Basaglia all’Ospedale di Gorizia fu quello di avviare una trasformazione della struttura da fortilizio munito di sbarre atto a segregare, a un luogo che consentisse agli internati di vedere il cielo, espandersi verso quella vita all’esterno fatta anche di emozioni negate dalla detenzione. Non furono rose e fiori, il progetto di Basaglia non rimase privo di polemiche anche a causa di un incidente: il caso Miklus; Miklus, in temporanea libera uscita, uccise la moglie a colpi d’ascia. I detrattori non persero occasione per dichiarare fallito l’esperimento di Basaglia. Poi qualcosa è cambiato quando la legge 180 è entrata in piena applicazione: le porte si sono spalancate e i malati dimessi.
Che ne è stato degli edifici ormai inutilizzati? Il resto della storia ce lo racconta Barbara Tovazzi con le sue fotografie.
L’autrice afferma nella sua presentazione di aver provato un sentimento di inquietudine quando visitò per la prima volta un’ospedale psichiatrico abbandonato:
“Una sensazione di inquietudine che mi ha investito fin dai primi passi finché non sono uscita da quella silenziosa struttura: un silenzio assordante lo definirei. Beh, quella sensazione, forse data dalla suggestione provata nel camminare lungo i lunghi corridoi buttando lo sguardo nelle stanze semivuote, mi ha colpito l’anima come una lancia.”
Gli ospedali psichiatrici non più operativi, anziché essere convertiti in luoghi aperti di accoglienza, in servizi di igiene mentale di stampo innovativo, rivolti ai pazienti già emarginati dalle famiglie che non potevano farsene carico per gestirne il recupero, furono abbandonati e nessuno si è occupato di avviare alcuna conservazione o riconversione. Lo stato di degrado è evidente e ben documentato dalle fotografie di Barbara. Il suo racconto prosegue:
“Una volta uscita ho sentito il bisogno di andare oltre, quella era stata un esplorazione diversa da tutte quelle che avevo fatto prima. E allora è cominciata la mia ricerca visitandone altri, tutti in abbandono, documentandomi e leggendo storie di ex internati per cercare di capire cosa avevano passato, perché ci erano finiti, come erano riusciti a sopravvivere a quelle celle, a quelle finestre sbarrate, ai soprusi provenienti dalle persone che in teoria erano li per curare la loro malattia, nei casi in cui ci fosse stata.”
Illuminante la frase erano lì per curare la loro malattia, nei casi in cui ci fosse stata. Pensiamo a quante persone ritenute “scomode”, dalla famiglia o da quella parte di società organizzata in gruppi di potere che non tolleravano il “diverso” o il “dissidente”, sono state rinchiuse in un manicomio.
Pensiamo a un esempio famoso: la poetessa Alda Merini che trascorse dieci anni della sua vita in internamento; allora Barbara Tovazzi, fotografa sensibile, ha deciso di corredare le sue immagini con gli scritti e gli aforismi di Alda Merini, testimone eccellente degli orrori che ha visto con i suoi occhi e che ha trasmesso a noi con la grande e dolente intensità di cui è stata capace.
“Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra. Ma del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”.
Idea di Tania Boazzelli
Fotografia e post-produzione di Alice Pastorelli
Testo di Seralisa Carbone
Io e Toni
Il concetto è semplice.
In un luogo inaccessibile ed emotivamente forte come il carcere, una fotografa
professionista avrebbe potuto catturare immagini “toccanti” da portare alla ribalta
con la facilità di uno schiocco di dita e la velocità di un click.
Ma non era questo, il fine di Scatto Libero.
Noi volevamo “dare”, all’Altro, non rubare immagini e scappar via per mostrare
all’esterno le nostre abilità.
Siamo consapevoli di chi siamo, la fotografia è nostro mestiere, ma Solidarietà
vuol dire donare, non autocelebrarsi: le immagini dovevano essere scattate dai
detenuti e non c’era idea più bella per tutti, perché la nostra forza motrice era – e
rimane – “abilitare”, trasferire conoscenza, mettere davvero la cultura al servizio
del sociale come è più difficile, già, ma un’associazione no-profit ha la
responsabilità di quest’ambizione senza mezzi termini.
In questa fotografia ci sono io e, sovrapposto al mio, l’occhio di Toni.
Toni è uno dei quattordici ragazzi che hanno preso parte
al laboratorio fotografico del carcere di Rebibbia.
Lui non riusciva a guardare in bianco e nero e non immaginava che con l’evidenza
dei colori. Non sapeva ancora che la luce può far miracoli anche attraverso due
tinte così apparentemente limitate, rigorose, opposte.
Così, insieme a noi, ha saputo superare il proprio limite, imparando a guardare
con occhi differenti quel bianco e nero che prima appariva come l’ennesima
restrizione.
Io e Toni SIAMO il simbolo di Scatto Libero.
Scatto nasce per far esprimere chi vive situazioni al limite e per far urlare le
fotografie di chiunque veda preclusa la propria libertà e abbia il coraggio di aprire
uno spiraglio attraverso l’arte e l’immaginazione.
Scatto Libero vuol dare luce, attraverso la luce, a immagini figlie di persone che
già le avevano dentro in una gestazione ancora tutta da scoprire.
“Noi con i loro occhi”, sì, perché il nostro impegno, unito al loro sguardo, ha creato una sincronia potente di cui andiamo fieri.
La vittoria sta nell’entusiasmo e nella speranza che la FOTOGRAFIA ha saputo
esaltare.
Perché Fotografia non è soltanto immagine, ma anzitutto immaginazione,
vibrazione, vita.
Vi aspettiamo tutti alla mostra. #SAVETHEDATE 1-2 dicembre 2018 “Frammenti di Libertà”
L’Associazione Culturale il Crogiolo è lieta di presentare in anteprima ai Castelli Romani la mostra del laboratorio fotografico Scatto Libero, ideata e curata dalla fotografa Tania Boazzelli.
Noi di Diatomea non potevamo perdere questo evento, che fa parte del circuito “Palermo Capitale italiana della Cultura”, l’abbiamo goduto nel silenzio di un’assolata giornata feriale di novembre, con la sorpresa di incontrare proprio lei, Letizia Battaglia, che, molto gentilmente, ci ha anche concesso in esclusiva un piccolo “cameo” che siamo ben felici di condividere con voi!
Come spiega molto bene Irena Šorfova, in un pannello all’ingresso della impressionante mostra in esposizione, il giorno prima dell’invasione degli eserciti del patto di Varsavia in Cecoslovacchia, nell’agosto del 1968, il fotografo trentenne Josef Koudelka (oggi ottantenne), arrivò a Praga direttamente dalla Romania, dove, su invito dell’agenzia Magnum, stava documentando la vita degli zingari, tema sul quale lavorava intensamente già da qualche anno, dopo aver abbandonato la carriera di ingegnere aeronautico.
Racconta Koudelka: «Il telefono squilla alle quattro del mattino; rispondo; un’amica grida: “Sono arrivati i russi”. Penso ad uno scherzo e abbasso. Suona una seconda volta, non ci credo e riattacco di nuovo. Alla terza telefonata la voce urla: “Apri la finestra e ascolta”. Mi alzo, metto la testa fuori per due minuti e sento il rumore degli aerei militari. Capisco che sta succedendo qualcosa. Mi vesto in fretta, prendo la macchina fotografica e tutte le pellicole che mi sono rimaste, ero tornato il giorno prima dalla Romania dov’ero stato a fotografare gli zingari. Scendo in strada, comincia appena ad albeggiare, istintivamente mi dirigo verso la sede della radio, a meno di un quarto d’ora da casa. I russi erano andati alla radio anche nel 1945. Ma allora erano venuti per liberarci».
Nonostante non si fosse mai occupato di reportage, le sue immagini, scattate durante quei sette giorni drammatici di agosto, fanno parte oggi dei classici della fotografia di reportage del dopoguerra.
Grazie ad Anna Fárová, storica della fotografia, ed Eugen Ostroff, curatore del Smithsonian Institute, si riuscirono a far entrare negli Stati Uniti una selezione di queste fotografie. Ostroff mostrò gli scatti ad Elliott Erwitt, fotografo e allora presidente dell’agenzia Magnum Photos. Il reportage di Koudelka fu poi pubblicato dall’agenzia Magnum nel primo anniversario dell’invasione, su molte riviste internazionali, senza che fosse riportato il nome del fotografo. Nello sforzo di proteggere Koudelka e la sua famiglia, queste fotografie furono attribuite dall’agenzia a un “fotografo sconosciuto”. Nello stesso anno Koudelka ricevette un premio, quello dell’Overseas Press Club, che conferì al “fotografo ceco anonimo” la medaglia d’oro “Robert Capa”. Temendo che la paternità delle fotografie potesse essere scoperta facilmente dalla polizia cecoslovacca, Koudelka non tornò più a casa dal suo viaggio in Europa occidentale.
Nel 1984 tenne la sua prima grande mostra alla Hayward Gallery di Londra. In quel periodo, dopo la morte del padre, non sussistendo più alcun rischio per la sua famiglia, Koudelka, per la prima volta, ammise pubblicamente la paternità di queste foto, che furono esposte a Londra, nella Hayward Gallery e pubblicate successivamente anche dal Centre National de la Photographie di Parigi.
Solo nel 1990 queste foto furono pubblicate per la prima vola in Cecoslovacchia, dopo 22 anni, nel supplemento della rivista Respect.
L’invasione dell’agosto 1968 è stata documentata da molti fotografi cechi e stranieri. A nessuno di loro è riuscito però di catturare gli avvenimenti con tale intensità e completezza. In tutti i luoghi in cui qualcosa avvenne, Koudelka c’era. Ceco di origine, francese naturalizzato, in una frase che forse riassume il senso di tutta la sua produzione fotografica, afferma che “Pour essere photographe, il faut être nomade” (“per essere fotografo, bisogna essere nomade”). Koudelka abita il momento dello scatto, lo arreda dei sentimenti dei personaggi che inquadra, costruisce geografie emotive attraverso specifiche gerarchie compositive, le inquadrature diventano affreschi del tempo e dello spazio che vive, sia che descrivano i carri armati nelle strade, sia che riprendano la rabbia di tanti che cercano di fermare la violenza anche solo con il proprio corpo, il pianto o la disperazione.
Le sue immagini in bianco e nero, i cui soggetti sono spesso sfumati, travolti dagli eventi che li circondano, sono immagini che lasciano intuire la lucidità emotiva ma anche la grande umanità di Koudelka. Così racconta: “Mi sono trovato davanti a qualcosa più grande di me. Era una situazione straordinaria, in cui non c’era tempo di ragionare, ma quella era la mia vita, la mia storia, il mio Paese, il mio problema”.
Con gli occhi di chi era già esule nella propria patria Koudelka ha scritto una delle pagine più emozionanti della storia della fotografia. Ma questa condizione, per molti schiacciante e alienante, gli ha permesso di essere il fotografo meraviglioso che è, perché come lui stesso afferma, “l’esilio ti fa due regali: il primo è che ti costringe a costruirti una nuova vita e ti dà la possibilità di farlo in un ambiente nuovo dove nessuno ti conosce e ha pregiudizi su di te; il secondo è che, quando torni a vedere il tuo Paese, lo fai con occhi diversi. Nel 1991 a Praga è stato formidabile: ogni mattina mi svegliavo prestissimo e cominciavo a camminare per guardare più cose possibili. Quando vivi in un luogo a lungo, diventi cieco perché non osservi più nulla. Io viaggio per non diventare cieco».
In collaborazione con Artevitae, Diatomea è lieta di ospitare oggi Edmondo Di Loreto con il suo articolo “ Storie di Fotografie: Gabriele Basilico ”.
Buona lettura!
ArteVitae è una rivista online che, come Diatomea, ha lo scopo di divulgare e promuovere l’arte in ogni sua forma e contenuto. L’idea della collaborazione nasce dalla volontà di offrire ai nostri lettori un’assortita selezione di argomenti e contenuti, attraverso la pubblicazione di articoli scelti dalla nostra redazione tra quelli già pubblicati o in via di pubblicazione su ArteVitae, con lo scopo di ampliare e variegare la già ricca proposta editoriale del Blog #diatomea, contaminandola attraverso una forte sinergia tra le due redazioni.
“Storie di fotografie oggi rende omaggio alla memoria di Gabriele Basilico, scomparso proprio nel mese di febbraio del 2013. Ce lo racconta attraverso la sua fotografia che ritrae l’architettura delle aree urbane e le trasformazioni del paesaggio contemporaneo, oggetto della sua ricerca fotografica, fino a quel momento mai esistita”.
Gabriele Basilico
Nel febbraio 2013 muore, a soli 69 anni, Gabriele Basilico, probabilmente uno dei fotografi di paesaggi urbani più conosciuti al mondo. Nato a Milano nel 1944, si laurea in architettura nel capoluogo lombardo nel ‘73, ma si dedica quasi subito alla fotografia.
Dopo un inizio rivolto all’indagine sociale, a cavallo fra gli anni ‘70 ed ‘80 l’influenza dei suoi studi in architettura si fa progressivamente spazio nella sua fotografia. Nel 1982 presenta il suo primo successo internazionale: Milano. Ritratti di fabbriche. Nel 1984 viene “arruolato” dal governo francese per la Mission Photographique de la DATAR, un progetto di documentazione della trasformazione del paesaggio. Basilico è l’unico italiano del gruppo di fotografi selezionati e gli viene assegnata la tematica “Bord de Mer”.
Nel 1991 prende parte ad un importante progetto sulla città di Beirut, uscita devastata da 15 anni di guerra civile. Fra le rovine si muovono sei fotografi, incaricati di imprimere nella memoria lo sconquasso creato dal conflitto libanese. Oltre a Basilico ci sono René Burri, Robert Frank, Joseph Koudelka, Raymond Depardon e Fouad Elkoury.
Le fotografie scattate a Beirut segnano la sua definitiva consacrazione internazionale. Da quel momento fino alla fine della sua carriera, interrottasi prematuramente nel 2013, il fotografo milanese realizza reportage su Berlino, Rio de Janeiro, Shangai, Istanbul, la Silicon Valley, Roma, le valli del Trentino, Mosca.
Ha pubblicato oltre sessanta libri fotografici personali, ricevuto numerosi premi internazionali e le sue fotografie sono state esposte in tutto il mondo.
“Mi ero dato una specie di missione, testimoniare come lo spazio urbano si modifica. Oggi lo fanno in tanti,
negli ultimi dieci anni è stato considerato il lavoro più artistico che ci sia,
e non c’è città al mondo che non venga fotografata”.
Gabriele Basilico
La città di Basilico non è mai fatta di “immagini rubate”, come è nello stile dei reporter. Non è quella affollata di William Klein, che egli pure ha ammirato all’inizio della sua carriera. Non è quella raccontata dal fotografo italiano che ha considerato il suo primo maestro: Gianni Berengo Gardin. Basilico ha adottato invece quel modo analitico che segna la grande fotografia documentaria del Novecento, e che troviamo in Eugène Atget, Charles Marville, August Sander.
Un modo che è alla base dello sguardo aperto e democratico di Walker Evans, suo maestro, e caratterizza la metodicità concettuale di Bernd e Hilla Becher. Un modo sul quale hanno avuto influenza la fissità delle città disabitate di Giorgio De Chirico e l’attenzione alle volumetrie urbane delle periferie dipinte da Mario Sironi, oppure il disegno dello spazio prospettico di Canaletto o Bellotto, tutti pittori che amava.
Nei suoi scatti è quasi del tutto assente la figura umana: “La fotografia d’architettura, nella grande tradizione, è sempre senza persone, non ci sono presenze umane perché distraggono dalla forma degli edifici e dello spazio”, racconta Basilico. “Tendo ad aspettare che non ci sia nessuno, perché la presenza di una sola persona enfatizza il vuoto e fa diventare un luogo ancora più vuoto.Mentre se lo fai vuoto e basta, allora diventa spazio metafisico, alla Sironi o alla Hopper”.
Le mostre e i libri di Gabriele Basilico costituiscono sempre un importante momento di riflessione sulla fotografia di paesaggio. La sua ricerca che spazia ben al di là dei confini della mera fotografia documentaria, è infatti un punto di riferimento obbligato per quanti oggi si occupano di fotografia e di urbanistica.
Basilico ha costruito così un metodo compatto e coerente, irrobustito da quel tornare e ritornare sui luoghi, quel continuo guardare e riguardare il paesaggio antropizzato che ha orientato quella vasta area della fotografia contemporanea che ha come vocazione l’osservazione del mondo in trasformazione.
ArteVitae – Quotidiano di Fotografia, Architettura, Design, Arte e Cultura
ArteVitae è il blog collegato al gruppo di fotografia ArchiMinimal Photography e dedicato al variegato panorama artistico. I temi trattati spaziano dalla fotografia alla pittura, dall’architettura al design, dal teatro al cinema, dalla TV alla musica. Ogni giorno è live con notizie di arte, cultura, storia e lifestyle, novità e recensioni, attinte dalla quotidianità ma anche dal passato. Offre spunti di lettura ai suoi 7000 lettori ogni mese, attraverso l’approfondimento di argomenti impegnativi, trattati con la leggerezza e la semplicità che avvicinano e coinvolgono. Un ambiente sofisticato ed elegante aperto a tutti, agli addetti ai lavori come ai semplici amatori.
Le immagini incluse in questo articolo sono state reperite in rete a puro titolo esplicativo e possono essere soggette a copyright. L’intento di questo blog è solo didattico e informativo.
Padiglione 18, Via Paolo Gili 4, Palermo. Il sogno avverato di Letizia Battaglia.
Immagine tratta da virgilio.it/a-palermo-il-centro-internazionale-di-fotografia-diretto-da-letizia-battaglia
Quando, alla fine del 2016, abbiamo visitato al Maxxi la grande mostra monografica su Letizia Battaglia (oltre 200 scatti, provini e vintage print inediti provenienti dal grande archivio storico della fotografa), ci si è resi subito conto che quella che è stata per molto tempo considerata la “fotografa della mafia” ma anche una delle figure più rilevanti della fotografia contemporanea, per i suoi scatti saldamente presenti nell’immaginario collettivo, ma anche per il valore civile ed etico da lei attribuito al fare fotografia, fosse ad un punto di svolta.
In un video della mostra preannunciava l’intenzione ed il sogno di istituire un luogo che potesse diventare un punto di riferimento internazionale per il mondo della fotografia, proprio nel cuore della sua Palermo.
Un anno dopo, poco prima che fosse inaugurato, il 16 Novembre 2017, il Centro Internazionale di Fotografia a Palermo (Padiglione 18, Cantieri Culturali alla Zisa, Via Paolo Gili, 4), Letizia Battaglia rilasciava un’intervista a La Repubblica, dove raccontava:
“Perché lei? Perché darle uno spazio? Si pensava che cercassi uno spazio per mettere in mostra le mie foto ma qui non ne vedrete neanche una. L’ambizione è molto più alta. Io voglio veder crescere gli altri, voglio scoprire talenti e coltivarli. E quindi quello che vedrete non saranno le mie foto ma, vicino la porta del mio studio, un neon rosso realizzato da Riccardo Gueci: picchì idda?”
Dopo anni di lavoro, di attesa, dibattiti e trattative con la pubblica amministrazione, il suo sogno si è finalmente avverato.
A dir la verità, quando noi di Diatomea questa estate siamo finalmente approdati a Palermo (città impegnata sia come Capitale Italiana della Cultura 2018 sia come sede ospitante la Biennale Manifesta) ai Cantieri della Zisa, siamo rimasti letteralmente sbalorditi da questaex area industriale convertita in polo culturale, nata per ospitare mostre, eventi, incontri, lezioni e laboratori aperti a tutti gli appassionati di questo linguaggio universale che ormai è divenuta in tutte le sue coniugazioni la fotografia, ma anche spazio polifunzionale riprogettato, a titolo gratuito, dall’architetta Antonietta Iolanda Lima.
Nello specifico, si possono fruire 600 metri quadrati per esporre fotografie di grandi artisti e talenti emergenti, fotografi locali, nazionali e internazionali. Il Centro, che ha sede presso il Padiglione 18, sarà destinato ad ospitare anche l’archivio fotografico della città. Sono già 150 i fotografi che hanno risposto alla call di Letizia Battaglia donando un loro scatto che immortala Palermo, la sua storia e i suoi abitanti, come Martin Parr, attuale Presidente dell’agenzia Magnum Photos, di cui è membro dal 1994.
“Potrebbe sembrare esagerato, ma la nascita del Centro rappresenta la realizzazione del sogno di questi ultimi 40 anni”, scrive Letizia Battaglia, “Io amo molto lavorare con gli altri e oggi, all’età di 82 anni, come artista e fotografa, sono arrivata a non voler più guardare le mie foto perché sono più interessata ad accogliere e sostenere il pensiero – non solo fotografico – degli altri, giovani e meno giovani. È un sogno che si realizza, ancora più ambizioso rispetto all’avere successo personale. È un sogno collettivo. Io considero il Centro come una piccola “cattedrale”: è meraviglioso, sembra di essere a Berlino, Tokyo o New York. E sapere che questa “cattedrale” si trovi a Palermo mi rende felice”.
In occasione del lancio del volume The Street is watching – Where Street Knowledge Meets Photography di Drago, il Centro Internazionale di Fotografia ha presentato una selezione di foto tratte dallo stesso, scelte da Letizia Battaglia , che mostrano una grande e spregiudicata antologia delle immagini più rappresentative ed iconiche del movimento della street photography, spaziando dagli anni Settanta fino ai giorni nostri, mostrando l’evoluzione e lo spirito della strada e della fotografia urbana attraverso la visione sia dei grandi maestri della fotografia sia delle generazioni più giovani.
Il libro mostra il lavoro di artisti capaci di ispirare e provocare, il cui punto di vista ci riporta ad un sistema di cultura indipendente, lo stesso che definisce l’estetica della casa editrice e lo spirito che si respira al Padiglione 18.
È il risultato di una ricerca iconografica durata cinque anni e condotta da Paulo von Vacano, Nicola Scavalli, Domitilla Sartogo con il contributo di Miss Rosen ed Ethel Seno. Attraverso un percorso multimediale di video con interviste inedite, proiezioni, immagini sospese alle pareti, lo spettatore ha potuto immergersi nelle strade del mondo: da Sao Paulo a Los Angeles, da Beirut a Londra, da Sirte a Tokyo.
The Street is watching – Where Street Knowledge Meets Photography è un volume di 450 pagine con più di 400 immagini e testi di esperti della street culture come Paulo von Vacano, Ethel Seno e Miss Rosen, che vi avvincerà.
“Come fotografa, considero questo libro fra i più belli che io abbia mai visto” – dice Letizia Battaglia – perché raccoglie gli autori ’70, ’80 e ’90 più interessanti del mondo, in modo particolare quelli americani.
Si tratta di fotografie spregiudicate, forti, dissacranti, che lasciano un segno profondo in chi le osserva.
La mostra racconta le ultime ore di Enrico Mattei in Sicilia, dalla visita a Gagliano Castelferrato, in provincia di Enna, dove ha tenuto il suo ultimo discorso, fino all’ultimo viaggio da Catania a Milano, concluso con lo schianto del suo aereo a Bascapè, in provincia di Pavia, il 27 ottobre del 1962.
Potrete vedere scatti inediti provenienti dall’inchiesta e dagli archivi Eni e Publifoto insieme ad alcuni effetti personali e pezzi dell’aereo dissequestrati dal Tribunale di Pavia esclusivamente per questa esposizione, oltre 60 reperti fondamentali per l’indagine del magistrato Vincenzo Calia sul disastro nel quale persero la vita, oltre a Mattei, anche il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista statunitense William McHale.
“Le immagini del nostro passato più buio sono una luce accesa sulla memoria e uno scudo che ci difende da ogni pericoloso tentativo di revisionismo o negazionismo storico. Non bisogna mai smettere di divulgare e difendere i pezzi di verità che abbiamo, o meglio le ‘schegge di verità’ come le definirebbe Sciascia, per farne dei pilastri indistruttibili sui quali edificare le pagine della nostra storia e da lì continuare a indagare”, ha dichiarato Sabrina Pisu, autrice insieme al magistrato Caliaanche del libro Il Caso Mattei(ed. Chiarelettere) in cui sono state rivelate le prove dell’attentato al presidente dell’Eni.
Le fotografie esposte ritraggono Mattei impegnato nelle sue ultime ore fino ai rottami dell’aereo precipitato, tra i quali il fondamentale indicatore triplo, lo strumento sul quale sono emerse le tracce dell’esplosione della bomba che era stata posizionata dietro al cruscotto, a circa 10-15 centimetri dalla mano sinistra di Mattei, quella in cui portava l’anello che, insieme all’orologio, la borsa, i documenti, tra cui la carta d’identità e il passaporto, alcune lettere, i biglietti da visita, gli occhiali da vista e la macchina fotografica con ancora all’interno il rullino, è tra gli oggetti personali del presidente esposti, per la prima volta, in questa occasione.
Se come noi credete che senza memoria non possa esservi identità, andate a vedere questa mostra ed in generale i Cantieri culturali della Zisa, su cui molto presto faremo un approfondimento.
Non ho mai fatto mistero di essere particolarmente interessata alla fotografia distante dal mainstream che accontenta tutti e assolve dal compito di cercare una visione meno prevedibile della realtà. L’uniformità, a lungo andare, annoia.
La fotografia offre molti spunti di ricerca sulle bizzarrie e le ambiguità che appaiono al nostro sguardo e che cerchiamo di afferrare con un clic.
Tra i grandi della fotografia mondiale si affaccia un’autrice molto conosciuta presso gli intenditori: Diane Nemerov Arbus nata a New York nel 1923, morta suicida nel 1971.
Allieva di Berenice Abbott e Alexey Brodovitch, art director di Harper’s Bazaar, inizia la sua carriera come fotografa di moda, in coppia con il marito Allan Arbus. Dopo questa iniziale esperienza avviene una svolta significativa nella sua carriera: l’incontro con Lisette Model nel 1958 alla New School di New York. Le biografie che si trovano in rete parlano di incontro folgorante per la Arbus, cui fa seguito un cambio di registro nella sua fotografia: ora l’autrice dà un senso più personale alla sua fotografia, iniziando a ritrarre soggetti ben lontani da quelli ammessi dalla cultura dominante: i cosiddetti freak.
Per freak si intendono quelle creature con le quali madre natura non è stata particolarmente generosa, facendone dei ‘diversi’ secondo quella visione perentoriamente divisiva della società, che stabilisce arbitrariamente i canoni dell’estetica e crea le sue icone; élite che tracciano il confine tra ciò che è ‘normale’ e ciò che non lo è alimentando la marginalità sociale.
Leggo mezza dozzina di saggi critici sul tema, rintracciando nelle loro parole un’impressione comune: la fascinazione del diverso. Casualmente si materializza una lettura interessante suggeritami da un’ amica psicoanalista: si tratta del saggio di Adam Phillips “Sull’equilibrio. La vita in bilico tra eccessi, desideri e paure.”
Phillips è un autorevole studioso di psicoanalisi e saggista contemporaneo, critico verso le teorie convenzionali e i relativi dogmatismi: un ribelle di sostanza.
Bene, il saggio citato contiene un capitolo dedicato proprio alla Arbus e i suoi bizzarri soggetti fotografici.
“La Arbus […] colloca il mistero che più le interessa, il suo mistero preferito, nell’unfamiliar, nell’insolito, laddove l’unfamiliar, il diverso, ciò che chiamiamo strano, ha origine nella famiglia.” Intorno al 1966 Diane Arbus lavorò molto al Washington Square Park di New York. Come riferisce Patricia Bosworth nella biografia della fotografa americana:
Diane scoprì subito che il parco era diviso in territori:
i giovani hippy e i drogati su una fila di panchine,
le lesbiche sull’altra. In mezzo c’erano i wino; le ragazze che venivano dal Bronx per diventare hippy
dovevano prima dormire con i wino per avere un posto
nella fila di panchine che apparteneva agli hippy drogati.
Era diventata una nudista, ma non avrebbe mai potuto essere una di loro […]”
Di fatto, sostiene Phillips, dal materiale biografico raccolto su questa autrice è evidente il senso di isolamento che la Arbus provava come figlia di un’agiata famiglia ebraica; senso di isolamento che, verosimilmente, ha influenzato anche la sua visione fotografica.
Posto il senso di irrealtà sperimentato da bambina all’interno di un ambiente familiare e sociale privilegiato, alla base dei suoi ricordi c’è la sensazione che vi fosse qualcos’altro al di fuori del suo mondo, qualcosa che incontrerà al Washington Square Park nel 1966.
Ne consegue che “possiamo fotografare quello che non possiamo diventare”.
Prosegue Phillips nel suo saggio: “Le foto di queste persone – o meglio il modo unico in cui la Arbus ci costringe a guardare dove non vorremmo – soddisfano qualcosa che è in noi.” Da notare il ricorso alle inquadrature in primo piano in talune immagini.
Nel saggio di Phillips emerge un’interpretazione interessante e condivisibile del lavoro fotografico di Diane Arbus e di chi intende la fotografia allo stesso modo: deviare dai criteri descrittivi della foto di documento: “la fotografia non ci avvicina all’oggetto ma alla progressiva comprensione dell’oggetto da parte del fotografo.” Perché ciò che ci dicono gli altri può essere fuorviante, non dobbiamo lasciarci influenzare. E lei, tenuta a distanza, imbrigliata nella sua condizione di irrealtà, si concentra su ciò che non aveva mai visto prima, facendone oggetto del desiderio, rappresentazione simbolica di quel qualcosa da cui si sentiva esclusa: “Ciò che riconosco è ciò che non ho mai visto prima”; i suoi ‘mostri’ sono, per definizione, ciò che lei intende includere e la fotografia è il mezzo che l’avvicina a ciò che non aveva ma fatto parte della sua realtà, ciò che gli altri, con le loro parole, le sottraevano.
Da qui la sua famosa frase “Una fotografia è un segreto intorno a un segreto, più rivela e meno lascia capire.” Quindi un ‘segreto che parla di un segreto’ è la definizione di inconscio.
Possiamo dunque ipotizzare che i freak rappresentino un modo non convenzionale di fotografare, non tanto per la scelta dei soggetti ma per l’assenza di soluzioni prestabilite, aprendo la strada a diversi interrogativi; come dice lei stessa una ‘patente’ per l’imprevedibile.
“Molti vivono nel timore di subire un’esperienza traumatica.
I freak sono nati con il loro trauma,
hanno già superato il loro test nella vita.
Sono degli aristocratici”.
Alla luce di queste considerazioni ci si discosta, a mio parere, dall’interpretazione standard data da alcuni commentatori: Diane Arbus non era interessata a fare, intenzionalmente, critica sociale; la critica sociale è secondaria rispetto all’inquietudine e al mistero che intravedeva in quelle creature sgraziate ma consapevoli e forse fiere del loro essere drop-out.
Ciò detto esiterei, comunque, a proporre conclusioni definitive su questo tema, perché l’autrice il segreto l’ha portato con sé e ce lo rivela la sua produzione fotografica a tratti indefinibile, e non solo per quanto riguarda i freak. D’altro canto le osservazioni di Phillips mi sembrano pertinenti in quanto riferite a una personalità complessa. Osservando le sue immagini senza alcuna aspettativa o proiezione fantastica, eviteremo di cadere nel retaggio dell’interpretazione più ovvia del fenomeno Arbus.