Augusto De Luca fotografa Lino Vairetti

Lino Vairetti…rendez-vous con Augusto De Luca

Lino Vairetti è un nome che risuona con grande eco nel panorama musicale italiano. Nato a Napoli, ha dedicato la sua vita all’arte della musica, diventando non solo un talentuoso musicista, ma anche una figura di riferimento per molti artisti emergenti. La sua carriera prende avvio nei primi anni ’70 con la formazione degli “Osanna”, una delle band più innovative e influenti del rock progressivo italiano. L’approccio di Vairetti alla musica è stato caratterizzato da una fusione unica di elementi rock, jazz e folk, creando un sound distintivo che ha catturato l’attenzione di una generazione intera. Con il suo timbro vocale potente e la sua abilità nel comporre testi poetici, riesce a trasmettere emozioni profonde, toccando temi universali come l’amore, la libertà e la ricerca dell’identità. Abile polistrumentista, Vairetti è capace di suonare chitarra, pianoforte e tastiere, arricchendo le sue composizioni con arrangiamenti complessi e affascinanti. Ha collaborato con numerosi artisti, contribuendo alla realizzazione di opere straordinarie e partecipando a festival musicali in tutto il mondo. Il suo impegno nel promuovere la musica italiana lo porta a essere riconosciuto come uno dei pionieri del rock e della musica alternativa nel nostro Paese.Vairetti è un artista che ha saputo resistere ai cambiamenti dell’industria musicale, mantenendo sempre viva la sua passione. La sua capacità di reinventarsi e adattarsi ai nuovi stili senza mai perdere la propria autenticità è ciò che lo rende un personaggio così ammirato. Lo conosco da tantissimo tempo, da quando ancora ragazzo suonavo la chitarra e insieme ai miei amici che facevano parte dei vari gruppi musicale con cui mi esibivo, andavamo nei locali partenopei ad ascoltare le band già affermate per imparare qualcosa. In quel periodo Lino era già una certezza e noi ci posizionavamo proprio avanti alla pedana dove suonava per cogliere ogni sfumatura…Era da tanto che volevo ritrarlo e quel giorno lo chiamai facendo un appuntamento al Museo Archeologico di Napoli, sito che io amo moltissimo. Era un ottima location per trovare l’inquadratura giusta. Visitammo interamente l’enorme palazzo e devo dire che feci tantissimi scatti tutti soddisfacenti e molto interessanti che conservo nell’archivio. Due immagini in particolare però mi convinsero maggiormente: la prima con Lino al centro della foto tra due ombre che alcune statue non inquadrate proiettavano sui muri, diventando anch’esse protagoniste insieme al soggetto ritratto, incorniciandolo, e la seconda foto in cui modificando l’angolazione ho fotografato la testa di Lino parallela alla base, rendendo così la massiccia struttura al di sopra (la cornice di un finestrone non inquadrato) un grande triangolo di muro. Una prospettiva totalmente reinventata ma apparentemente reale. Due immagini quindi di matrice surreale, perfettamente in linea con il mio stile e il mio modo di operare…anche questa volta potevo essere soddisfatto.

Lino Vairetti – foto di Augusto De Luca
Lino Vairetti, foto di Augusto De Luca.

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ELEMENTI DI ASTROFOTOGRAFIA – Intervista a Lorenzo De Francesco – Seconda Parte/ELEMENTS OF ASTROPHOTOGRAPHY – Interview with Lorenzo De Francesco

RM: Lorenzo, dopo questa breve rassegna più che altro tecnica sull’astrofotografia, vorrei che ci raccontassi l’intima essenza della ricerca astrofotografica

LDF: Ancora oggi, circondato da cotanta tecnologia da addomesticare, mi fermo nel cuore della notte per provare l’emozione originaria di fronte a questa scintillante immensità, questa profondità misteriosa che attira le menti più sensibili.

La meraviglia accende la curiosità e l’osservazione del cielo incentiva la tendenza a porsi le domande sull’origine del tutto,  eterno interrogativo.

Ci poniamo domande di fronte alle dimensioni sterminate e incommensurabili di questo spazio: lo sguardo naturalmente parte dalla Terra, indaga avido le ombre del terminatore lunare, si sposta alle fasi di Venere, sulle sabbie di Marte, ai satelliti e alle macchie di Giove e si allontana tra gli anelli di Saturno fino a cercare i pianeti invisibili ai confini del sistema solare.

Già lì le proporzioni appaiono smisurate e la mente vacilla nel ridurre questa immensità in rapporto alle misure terrestri.

Eppure questo nostro sistema solare si rivela minuscolo  rispetto alle distanze che ci separano dalla prima stella Proxima Centauri: qui la lontananza  si calcola in anni luce, la distanza che la luce percorre nel vuoto  in un anno solare, velocità alla quale il tempo si ferma.

Queste distanze già enormi si riducono man mano che ci si approssima con il telescopio al  centro della nostra galassia, fino a individuare Andromeda, la galassia più “vicina” – 2,5 milioni di anni luce – e via sino a quelle lontane decine di miliardi di anni luce, ai confini del visibile e del tempo.

E qui si inizia a ragionare, a volte impotenti e intimoriti dalla relatività del tempo presente: ciò che vediamo ora è successo decine, miglia, milioni, miliardi di anni fa. Non riusciamo mai a guardare oltre l’orizzonte degli eventi, un termine sempre magico e misterioso.

Il cielo offre fotogrammi di diversi avvenimenti, che la mente indaga, comprende e  mette in relazione tra loro per cercare di capire il fil rouge dell’evoluzione che, come un fiume impetuoso, muove e trasforma tutta la materia verso una direzione.

Infatti noi, nello stesso istante “presente”, vediamo angoli di cielo che offrono storie diverse: dalle regioni dove la materia si addensa e nascono le stelle ad altre dove si percepiscono i resti di antiche esplosioni stellari, fino a nebulose di gas luminosi ionizzati da stelle vive, come gigantesche insegne luminose appese nello spazio profondo.

Prospettive e distanze che ci dicono dove siamo, il nostro movimento particolare come pianeta e generale nel sistema solare, nella galassia e oltre.

Quando distolgo lo sguardo da questa prospettiva cosmica e torno a osservare le nostre vite, il nostro pianeta, le vicende storiche che lo riguardano vengono inesorabilmente ridimensionate nella loro miseria e relatività.

Eppure è anche attraverso di noi, fatti della stessa materia delle stelle, che il cosmo prende coscienza (Carl Sagan) .

RM: perché passare dall’osservazione visuale all’astrofotografia, quali sono gli aspetti peculiari dei due ambiti?

LDF: Fotografare vuol dire fermare, approfondire, estendere la sensibilità dell’occhio umano, disporre fisicamente dell’immagine tra le proprie mani per poterla contemplare e continuare quindi  a riflettere o sognare; offre anche l’opportunità della condivisione e del confronto con altri appassionati del genere .

In prospettiva, gli oggetti fotografati nel corso degli anni e delle stagioni   popoleranno  progressivamente il mio personale universo, e  formeranno  sempre più  una visione d’insieme nella quale posso riconoscere e chiamare  per nome ogni dettaglio anche quando torno  a guardare  il cielo a occhio nudo.

L’osservazione visuale ha il fascino della “diretta”. L’insieme delle sensazioni corporee sul luogo (caldo, freddo, rumori del bosco e della notte, brezza e umidità, profumi) si fonde con quanto l’occhio rileva nella stretta finestra dell’oculare. La vivacità della nostra atmosfera si può toccare con gli occhi al crescere degli ingrandimenti.

L’utilizzo di oculari luminosi a grande campo consente di ammirare la colorata bellezza e profondità di ammassi stellari aperti e globulari,  stelle doppie. Al crescere degli ingrandimenti crescono i disturbi ottici e atmosferici ma aumenta l’emozione legata all’avvicinarsi agli oggetti e scorgere nuovi particolari.

Il tremolio o ribollire dell’atmosfera conferisce vivacità all’immagine anche se spesso impedisce di notare i dettagli: più gli oggetti sono alti sull’orizzonte, migliore è la qualità della visione.

L’occhio compensa le differenze di luminosità e definizione e i processi mentali formano una immagine virtuale nella mente, analogamente a quanto succede per l’immagine fissa in rapida successione,  percepita  mentalmente come un video.

Le vaghe nebulosità rivelano presenze misteriose di nebulose e galassie: crateri e montagne lunari con i loro rilievi spingono l’occhio a indagarne  ombre e  luci e indovinarne le dimensioni mentre la mente si  immedesima  in quei paesaggi.  La rapida rotazione di Giove consente di immaginare  il movimento fluido della sua atmosfera.

Sovente l’immagine oculare è attraversata dalle rotte luminose di satelliti e stazioni spaziali e può capitare l’attimo suggestivo in cui un aereo attraversa la superficie lunare durante l’osservazione: eventi che danno dinamicamente  la percezione della prospettiva spaziale tramite il  movimento reciproco degli oggetti osservati.

Più familiarizzo con questo cielo e questi strumenti, più sale la voglia di condividere questo interesse appassionante con altri: sale il desiderio di  fertilizzare  giovani menti con la stessa energia che mi spinse ad intraprendere le osservazioni da ragazzo. Quando frotte di bambini, ragazzi e genitori si accodano al freddo e al buio  per incollare l’occhio all’oculare, sento che ritrovano  l’innocente stupore umano di fronte all’infinitamente grande, bello e lontano.

Allora io  mi sento appagato,  ripagato e incentivato a continuare la mia ricerca personale, per provare nuove emozioni da condividere.

 

 

RM: Lorenzo, after this brief technical overview on astrophotography, I’d like you to tell us about the deeper essence of astrophotographic research.

LDF: even today, surrounded by so much technology to master, I stop in the dead of night to experience the primal emotion of facing this sparkling immensity, this mysterious depth that captivates the most sensitive minds.

Wonder ignites curiosity, and observing the sky encourages us to ask questions about the origin of everything—an eternal enigma.

We contemplate the vast, immeasurable dimensions of space: our gaze naturally starts from Earth, eagerly exploring the shadows of the lunar terminator, the phases of Venus, the sands of Mars, the satellites and storms of Jupiter, and moves outward through Saturn’s rings, searching for the invisible planets at the edge of the Solar System.

Even here, the proportions appear overwhelming, and the mind falters when trying to reconcile this vastness with earthly measurements.
Yet, our Solar System is minuscule compared to the immense distances separating us from the nearest star, Proxima Centauri, where distances are measured in light-years—the distance light travels in a vacuum over a solar year, a speed at which time itself stands still.

These already staggering distances shrink as we approach the center of our galaxy through a telescope, until we spot Andromeda, our closest galactic neighbor—2.5 million light-years away—and beyond, to galaxies billions of light-years distant, at the very edge of the visible universe and time itself.

Here, we begin to reflect, sometimes feeling powerless and awed by the relativity of the present: what we see now happened tens, thousands, millions, or even billions of years ago. We can never look beyond the event horizon—an always magical and mysterious term.

The sky presents us with frames of various cosmic events, which the mind studies, understands, and connects to grasp the thread of evolution—a powerful current that moves and transforms all matter in a single direction.

In the same instant, we see regions of the sky telling different stories: from places where matter condenses to form stars to remnants of ancient stellar explosions, and to luminous gas nebulae ionized by living stars—giant neon signs hanging in the deep void.


Perspectives and distances reveal where we are—our movement as a planet, within the Solar System, the galaxy, and beyond.
When I turn away from this cosmic perspective and return to observing our lives, our planet, and its history, everything seems inevitably diminished in its insignificance and relativity.

And yet, it is through us—made of the same matter as the stars—that the cosmos gains consciousness (Carl Sagan).

RM: Why transition from visual observation to astrophotography? What are the defining aspects of both disciplines?

LDF: photography allows us to capture, explore, and extend the sensitivity of the human eye, to physically hold an image in our hands so we can contemplate it, continue reflecting, or even dream. It also offers the opportunity to share and discuss our passion with other enthusiasts.

Over time, the objects I photograph throughout the years and seasons gradually populate my personal universe, forming a growing, interconnected vision. Even when I return to observing the sky with the naked eye, I can recognize and name every detail.


Visual observation has the charm of “real-time” experience. The sum of bodily sensations on-site—warmth, cold, the sounds of the forest and night, the breeze, the humidity, the scents—blends with what the eye perceives through the narrow window of the eyepiece. The liveliness of our atmosphere is tangible, becoming more evident as magnification increases.
Using bright, wide-field eyepieces allows us to admire the colorful beauty and depth of open and globular star clusters, as well as binary stars. As magnification increases, so do optical and atmospheric distortions, but the thrill of getting closer to objects and discovering new details also grows.

The shimmering or turbulence of the atmosphere gives the image a dynamic quality, though it often obscures fine details. The higher objects are in the sky, the better their visibility.

The human eye compensates for variations in brightness and definition, forming a virtual image in the mind—much like how the brain processes a series of still frames as continuous motion.

Faint nebulae reveal the mysterious presence of distant galaxies, while the craters and mountains of the Moon, with their shadows and highlights, invite the eye to explore their dimensions, making the mind immerse itself in those landscapes. The rapid rotation of Jupiter allows us to imagine the fluid movement of its atmosphere.


Often, the eyepiece image is crossed by the bright trails of satellites and space stations. Occasionally, a plane may pass in front of the Moon during an observation—moments that dynamically reinforce our sense of spatial perspective through the motion of the objects we observe.

The more familiar I become with the sky and my instruments, the stronger my desire to share this passion with others—to inspire young minds with the same energy that once drove me to begin my own observations as a boy. When crowds of children, teenagers, and parents line up in the cold and dark, eager to press their eyes against the eyepiece, I see them rediscover humanity’s innocent wonder at the infinitely vast, beautiful, and distant.

And in that moment, I feel fulfilled, rewarded, and motivated to continue my personal research—to experience new emotions worth sharing.

 

Di seguito l’audiovisivo “Oltre lo sguardo” realizzato da Lorenzo De Francesco / Below is the audiovisual presentation “Beyond the Gaze” by Lorenzo De Francesco


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ELEMENTI DI ASTROFOTOGRAFIA – Intervista a Lorenzo De Francesco – Prima Parte/ELEMENTS OF ASTROPHOTOGRAPHY – Interview with Lorenzo De Francesco

Chi non ha, almeno una volta, alzato lo sguardo al cielo notturno cercando di decifrare le geometrie stellari, dette asterismi, nel tentativo di individuare le figure mitologiche che popolano lo spazio sopra di noi ?

Noi percepiamo semplici punti luminosi quando il cielo è terso, ma non abbiamo idea di come sia complesso e affascinante il mondo dei corpi celesti che, grazie alla tecnologia contemporanea, possiamo apprezzare per mezzo dell’astrofotografia.

L’astrofotografia rende possibile l’osservazione di uno scenario di fatto sconosciuto, ampliando lo spettro di frequenze luminose percepite dall’occhio umano, tramite una semplice macchina fotografica con treppiede fino alle apparecchiature più complesse; il tutto attraverso tecniche di ripresa che solo gli appassionati del genere sanno utilizzare al meglio.

Per addentrarci in questo genere di fotografia e capirne di più, ne parliamo con Lorenzo De Francesco, autore della serie di racconti  “Il Bicighellone”, così passando dall’esplorazione urbana a quella stellare.

RM: Lorenzo, come è nato il tuo interesse per l’osservazione del cielo?

LDF: figlio unico, di indole solitaria anche per via di una famiglia con poche relazioni, godevo però di una casa con grande terrazzo in  periferia a Milano, quella degli anni Cinquanta – Sessanta ancora priva dell’inquinamento luminoso di oggi.

Istintivamente, nelle serate terse, posavo il mio sguardo incantato di bambino sulla luna, i pianeti e le costellazioni, accompagnato dal gracidare dell’affollata colonia di rane, stanziata sul fondo paludoso del grande prato scavato dalla fornace prospiciente la mia casa.

Mio padre colse intelligentemente il mio interesse per l’osservazione celeste e decise di  accompagnarmi al Civico Planetario U.Hoepli:  lì avvenne l’imprinting, in quell’ambiente magico dove si potevano fare meravigliose passeggiate nei cieli di ogni stagione e latitudine; cieli che quasi potevi toccare, accompagnati da abili ed entusiasti divulgatori fra cui Mario Cavedon.

Come in tutte le vicende che oltrepassano l’ordinario quotidiano, il contesto ha giocato un ruolo fondamentale: quei formidabili anni Sessanta con la grande enfasi sulla conquista dello spazio e sulla gara tra americani e russi per il primato, fonte di ispirazione per gli appassionati.

In casa esistevano numerosi libri di divulgazione astronomica di Camillo Flammarion, che lessi avidamente nutrendo così il mio interesse per il cielo notturno.

RM: da questo tuo interesse iniziale, cosa ti ha spinto a occuparti di astrofotografia ?

LDF: attratto da una pubblicità sul settimanale Topolino, acquistai un primo telescopio per vedere più da vicino, quelle meraviglie, incantato e infreddolito nelle notti invernali, con la sensazione di poter quasi toccare i crateri lunari, le fasi di Venere, i satelliti e le fasce di Giove, gli anelli di Saturno, le macchie solari, galassie e ammassi stellari. La cultura fotografica era di casa, si conservavano le lastre e la vecchia macchina a soffietto del nonno Lorenzo, con le quale giocavo sin da piccolo, insieme a scatole di vecchie fotografie. Mio padre a sua volta possedeva una fotocamera e una cinepresa Kodak 8mm con la quale documentava la prossimità familiare. Presto mi impossessai di questi strumenti: naturale e immediata nacque l’esigenza di fare astrofotografia, fissare sulla carta la visione soggettiva dell’occhio. 

Sentivo il bisogno di fare miei quei fotoni che provenivano dallo spazio remoto, per il mio occhio divenuto creatura cosciente dello stesso Universo. 

Ai tempi, però, tra lo scatto e la visualizzazione del risultato  passavano giorni, non secondi come oggi. La peculiarità della tecnica astrofotografica analogica doveva fare i conti con la sensibilità delle pellicole, la calibrazione di tempi di esposizione e sensibilità, e la conseguente necessità di modificare (tirare, in gergo) lo sviluppo. Frustrato dagli standard dei laboratori commerciali che non soddisfacevano le mie aspettative, decisi di studiare in proprio il processo di sviluppo e stampa fotografica, iscrivendomi al corso di fotografia per corrispondenza della scuola Radio Elettra di Torino. 

In pratica avevo il telescopio sul terrazzo e la camera oscura in cucina: un grande andirivieni in casa, non sempre apprezzato dai familiari. Purtroppo la passione astronomica fu ostacolata dal cambio di abitazione: il passaggio dal bel terrazzo di periferia a un balcone loggiato in zona più centrale; un limite alle osservazioni a cui si aggiunse l’impegno dello studio liceale e altri innamoramenti.

Molto materiale finì in cantina e fu distrutto da un allagamento durante un nubifragio.

Solo nel 2019, con la morte di mio padre, ripercorrendo le vie dei ricordi, ripresi l’antica passione e capii che, grazie alla tecnologia digitale e alla notevole capacità di elaborazione dei computer domestici, l’astrofotografia poteva uscire dagli osservatori professionali per essere alla portata degli amatori con costi abbordabili; da lì tornai sui banchi di scuola: tutorial, blog,siti specialistici, dispense e manuali; un mondo fantastico si spalancò davanti a me.

RM: qual è la strumentazione di base che occorre per ottenere buone foto ? Da ciò che ho potuto vedere finora, è sorprendente notare cosa ci rivela una buona postproduzione.

LDF: Sotto un buon cielo si possono prendere immagini deep sky (cielo profondo)  già montando su di un treppiede una normale reflex o mirrorless, con ottiche commerciali e impostazioni manuali: foto di paesaggio con cielo in movimento (star trail) oppure esposizioni sufficientemente lunghe e ripetute per iniziare a cogliere la Via Lattea, ammassi e nebulose senza che si verifichi  il mosso.

Per la fotografia di Luna e pianeti, che non richiede tempi lunghi, si possono ottenere con la stessa tecnica risultati interessanti per mezzo di normali teleobiettivi.

Consiglio questo inizio con attrezzatura di base, prima di acquisire costosi setup, iniziare quindi a prendere confidenza con quelli che saranno gli elementi fondamentali di tutto il successivo percorso astrofotografico: il luogo di osservazione, il posizionamento, la conoscenza del cielo e degli oggetti celesti, la messa a fuoco precisa, la corretta esposizione, valutando attentamente l’istogramma, i primi processi elementari di sviluppo, differenti a seconda che si fotografi il cielo profondo, la luna, o i pianeti.

Lo sperimentare in proprio tutte le difficoltà sul campo: buio, freddo, umidità, stanchezza, fa parte del gioco.

Impadronendosi di questa esperienza di base con una attrezzatura semplice si avranno le prime soddisfazioni per proseguire con tecniche più sofisticate. Soprattutto si capirà che qualità del cielo e sviluppo sono elementi chiave di tutto il processo.

È altresì vero che oggi esistono particolari e costosi filtri, applicabili sugli obiettivi o direttamente sul piano focale delle camere, che consentono di fotografare sotto cieli inquinati. Il mio consiglio è fare pratica dapprima con strumentazione normale.

Il passaggio a configurazioni più complesse riguarda tutte le componenti: si passa dalle ottiche commerciali a tubi ottici apocromatici, corredati da montature motorizzate che annullano il movimento terrestre e consentono lunghe pose, si sostituiscono le reflex e mirrorless con camere astronomiche dedicate, a sensore raffreddato.

Di conseguenza tutto il processo diventa più complesso  attraverso decine di ore di esposizione e di post produzione, ma preferisco chiamare quest’ultima “sviluppo” perché ci sono forti analogie con l’emozione che si provava in camera oscura quando si vedeva nella bacinella dello sviluppo dal foglio bianco formarsi  progressivamente l’immagine. 

RM: Per dedicarsi all’astrofotografia occorrono particolari competenze ?

LDF: Prima delle competenze serve soprattutto la pazienza, tali e tante sono le difficoltà che si possono incontrare sul campo al crescere della complessità dei setup. Pazienza anche sull’aspetto meteo, considerato che i giorni “fausti” per le osservazioni sono veramente pochi nel corso dell’anno.

Una competenza sul cielo, su quello che si va a fotografare è raccomandabile, per evitare di fare qui, come in altri ambiti fotografici, il cacciatore di trofei da esporre, senza conoscere cosa si fotografa.

La conoscenza degli oggetti, della composizione delle nebulose, della tipologia degli ammassi stellari, dell’atmosfera e dei satelliti dei pianeti, delle fasi e costituzione e topologia dei crateri lunari, costituisce un grande arricchimento e crea affezione nei confronti dell’oggetto fotografato.

Per la post produzione è indispensabile una buona padronanza informatica per destreggiarsi tra i vari software necessari, ognuno dei quali ha numerose e complesse parametrazioni che condizionano la qualità del risultato finale. Già è complicata la scelta del software tra tutti quelli disponibili  in continua evoluzione.

In sintesi, il cuore del processo di sviluppo in astrofotografia sia per immagini deep sky che per Luna e pianeti è caratterizzato dalla tecnica dello stacking, cioè la creazione dell’immagine finale attraverso l’impilazione mediata ed elaborata di centinaia, a volte migliaia singoli scatti.

Tutto viene ripagato, con gli interessi dalla soddisfazione di vedere i propri primi scatti restituirci immagini invisibili al nudo occhio umano, eppure reali, che stimolano numerosi pensieri.

La soddisfazione aumenta quando progressivamente si vedono gli stessi scatti migliorare   all’aumentare delle competenze di ripresa e sviluppo. 

Da questo breve resoconto possiamo intuire quanta pazienza e dedizione siano necessarie per realizzare scatti degni di nota. Come sempre, la buona fotografia è impegno e autovalutazione, ispirazione e sentimento.

Infine godiamoci queste immagini e, se vogliamo, perdiamoci per un momento nel mistero del cielo.

 

Who hasn’t, at least once, looked up at the night sky, trying to decipher the starry geometries, known as asterisms, in an attempt to identify the mythological figures that populate the space above us?

When the sky is clear, we perceive simple luminous points, but we have no idea how complex and fascinating the world of celestial bodies is—something that, thanks to modern technology, we can appreciate through astrophotography.

Astrophotography allows us to observe a previously unseen scenario, expanding the spectrum of light frequencies beyond what the human eye can perceive. It ranges from simple cameras with tripods to more advanced equipment, all through shooting techniques that only true enthusiasts know how to master.

To delve into this type of photography and understand more about it, we speak with Lorenzo De Francesco, author of the short story series Il Bicighellone, transitioning from urban exploration to celestial exploration.
RM: Lorenzo, how did your interest in sky observation begin?

LDF: as an only child, with a solitary nature partly due to a family with few social relations, I was lucky to have a house with a large terrace in the outskirts of Milan. In the 1950s and 1960s, the city was still free from today’s light pollution.

Instinctively, on clear nights, I would gaze in wonder at the Moon, the planets, and the constellations, accompanied by the croaking of the numerous frogs living in the marshy ground of the large field in front of my house, dug out by a nearby brick furnace.

My father wisely recognized my interest in celestial observation and decided to take me to the U. Hoepli Civic Planetarium. That was my moment of “imprinting”—in that magical place where you could take marvelous walks through the skies of every season and latitude, skies that felt almost touchable, guided by skilled and enthusiastic science communicators like Mario Cavedon.

As in all stories that go beyond the ordinary, the context played a fundamental role: those extraordinary 1960s, with the great emphasis on space exploration and the competition between Americans and Russians for supremacy, served as a great source of inspiration.

At home, we had numerous astronomy books by Camille Flammarion, which I devoured, further fueling my fascination with the night sky.


RM
: From this initial interest, what led you to take up astrophotography?

LDF: drawn in by an advertisement in Topolino magazine, I bought my first telescope to get a closer look at those celestial wonders. I spent freezing winter nights mesmerized by the Moon’s craters, Venus’s phases, Jupiter’s moons and bands, Saturn’s rings, sunspots, galaxies, and star clusters, feeling as though I could almost touch them. Photography was a strong presence in my home. We kept old glass negatives and my grandfather Lorenzo’s vintage folding camera, which I had played with since childhood, along with boxes of old photographs. My father also had a camera and an 8mm Kodak movie camera, which he used to document our family moments.
I soon took possession of these tools, and it felt natural and immediate to want to do astrophotography—to capture on paper the subjective vision of my eye.

I felt the need to “own” those photons arriving from the distant cosmos, my eye now a conscious part of the same universe.


Back then, however, days would pass between taking a photo and seeing the result—not seconds like today. Analog astrophotography required dealing with film sensitivity, exposure time calibration, and development techniques (often requiring “to stretch” the film).

Frustrated by the standard processing at commercial labs, which never met my expectations, I decided to learn the development  and printing process myself by enrolling in a correspondence photography course at the Radio Elettra school in Turin.

I had my telescope on the terrace and a darkroom in the kitchen, making for a constant back-and-forth in the house—not always appreciated by my family. Unfortunately, my passion for astronomy was interrupted when we moved: I lost my spacious terrace in the suburbs and ended up with a small balcony in a more central area, which severely limited my observations. On top of that, high school studies and other interests took over.

Much of my equipment was stored in the basement, where it was later destroyed by a flood during a storm.

Only in 2019, after my father’s passing, I revisited my childhood memories and rediscover my passion. Thanks to digital technology and the powerful processing capabilities of modern computers, astrophotography had become accessible to amateurs at reasonable costs. I threw myself into learning again—tutorials, blogs, specialized websites, guides, and manuals—opening the door to a fantastic new world.

RM: What basic equipment is needed to take good astrophotos? From what I’ve seen, it’s surprising how much post-processing can reveal

LDF: under a good sky, you can take deep-sky images simply by mounting a regular DSLR or mirrorless camera on a tripod with standard lenses and manual settings. You can shoot landscapes with star trails or take long and repeated exposures to begin capturing the Milky Way, star clusters, and nebulae without motion blur.


For photographing the Moon and planets, which don’t require long exposures, you can achieve good results with the same technique using standard telephoto lenses.

I recommend starting with basic equipment before investing in expensive setups. This allows you to familiarize yourself with fundamental astrophotography elements: choosing an observation site, positioning, understanding the sky and celestial objects, precise focusing, correct exposure (evaluating the histogram carefully), and the basics of image processing, which differ depending on whether you’re photographing deep-sky objects, the Moon, or planets.


Experiencing the field’s challenges—darkness, cold, humidity, fatigue—is part of the process.

By mastering these basics with simple equipment, you’ll gain early satisfaction and be prepared to move on to more advanced techniques. More importantly, you’ll understand that sky quality and image processing are the two key aspects of the entire workflow.

It’s also true that today, special (and expensive) filters exist that allow photography even in light-polluted skies. However, I recommend first practicing with standard equipment.


Moving to more complex setups involves upgrading every component: transitioning from commercial lenses to apochromatic optical tubes, using motorized mounts that counteract Earth’s rotation for long exposures, and replacing DSLRs and mirrorless cameras with dedicated cooled astronomy cameras.


The entire process becomes more intricate, requiring dozens of hours of exposure and processing. However, I prefer to call post-processing “development” because it closely resembles the thrill of seeing an image gradually appear in a darkroom tray.

RM: Does astrophotography require special skills?


LDF:
more than anything, patience is essential, given the many challenges that arise in the field as setups become more complex. Patience is also crucial when dealing with the weather, as truly favorable observation nights are rare.


A strong understanding of the sky and the objects you’re photographing is highly recommended. Otherwise, you risk becoming a mere trophy hunter—capturing images without knowing what they represent.

Knowing about nebulae compositions, types of star clusters, planetary atmospheres and moons, and lunar craters’ structure and formation enriches the experience and fosters a deeper connection with the subjects.


For post-processing, a solid grasp of computing is essential, as you must navigate various specialized software programs, each with numerous settings that impact the final image quality. Selecting the right software is already a challenge, as the options constantly evolve.

At the heart of astrophotography development—whether deep-sky, lunar, or planetary—is stacking, a technique where the final image is created by averaging and processing hundreds or even thousands of individual frames.


The effort is well worth it: seeing your first images reveal details invisible to the naked eye is an immensely rewarding experience that sparks countless thoughts.

The satisfaction grows as you refine your skills and witness tangible improvements in your work.

From this brief account, it’s clear that astrophotography requires patience and dedication. As always, good photography demands commitment and self-assessment, inspiration, and emotion.

Let’s now enjoy these images and, if we wish, lose ourselves for a moment in the mystery of the sky.

 


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright 




Augusto De Luca fotografa 37 donne napoletane

VIDEO – RAI 3 sull’inaugurazione della mostra a Roma:

“Napoli Donna” è un libro con dei miei ritratti fotografici in bianco e nero e interviste di Giuliana Gargiulo, pubblicato nel 1987 dal Centro il Diaframma/Edizioni Editphoto, dell’omonima galleria di Milano “il Diaframma”.
Trentasette illustri donne napoletane: attrici, cantanti, scrittrici, galleriste, manager, che si raccontano. Tra queste, per citarne solo qualcuna: Pupella Maggio, Luisa Conte, Elena Croce, Isa Danieli, Ida Di Benedetto, Graziella Lonardi, Marisa Laurito, Angela Luce, Lina Sastri.
La prefazione del libro è di Lina Wertmuller ed è stato presentato con diverse mostre fotografiche: al Centro Diaframma di Milano il 30 novembre 1987, al Museo Principe Diego Aragona Pignatelli Cortes ( Villa Pignatelli ) di Napoli il 19 dicembre 1987, agli Incontri Internazionali d’Arte (Palazzo Taverna) di Roma il 7 marzo 1988, alla galleria fotografica Dry Photo di Prato il 2 aprile 1988 e alla Camera dei Deputati a Roma il 6 dicembre 1995, inaugurata con la presentazione di Carlo Azeglio Ciampi e di Nilde Iotti, alla presenza di Giorgio Napolitano.
“Napoli Donna” racconta 37 donne napoletane che hanno lasciato il segno. È una profonda esplorazione dell’intricato rapporto tra la città di Napoli e le sue donne. Attraverso il mio obiettivo, ho cercato di catturare l’essenza della femminilità napoletana, intrecciando temi di bellezza, capacità e identità culturale. L’opera non vuole essere solo un omaggio fotografico ma anche un commento sulle sfide che le donne a Napoli devono affrontare. Insieme alla giornalista che ha realizzato le interviste, abbiamo cercato di sottolineare la loro forza e l’adattabilità anche in mezzo alle avversità di un contesto comunque non facile.
La narrazione visiva realizzata è ricca di simbolismi; ogni fotografia racchiude la vivacità della vita a Napoli e allo stesso tempo la profondità emotiva di ogni protagonista.
Inoltre, questo libro funge da importante artefatto culturale che contribuisce al discorso più ampio che circonda il femminismo e la rappresentazione nell’arte contemporanea. Mettendo in mostra le donne napoletane in tutta la loro complessità, e’ anche una sfida alle rappresentazioni stereotipate spesso presenti nelle narrazioni mediatiche. Questo lavoro invita il pubblico a riconsiderare le nozioni preconcette sulla femminilità all’interno della cultura partenopea, celebrando al contempo il suo patrimonio unico. In conclusione, “Napoli Donna” rappresenta una testimonianza sia di espressione artistica che di critica sociale, illuminando la vita delle donne che incarnano lo spirito di questa storica città.

Isa Danieli – foto Augusto De Luca
Mirella Stampa Barracco – foto Augusto De Luca
Napoli Donna – di Augusto De Luca

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Augusto De Luca fotografa Giuliana Gargiulo

Nella metà degli anni 80, frequentavo assiduamente il Grenoble, l’Institut Français di Napoli e, ad una delle tante mostre organizzate nei suoi spazi, conobbi Giuliana Gargiulo, scrittrice e giornalista molto quotata, collaboratrice di diverse testate italiane, sorrentina di nascita e nel cuore, ma residente nel capoluogo campano.
Una viaggiatrice nata, che ha fatto del percorso della sua esistenza motivo di continuo confronto e stimolo intellettuale. Onnipresenti i colpi di scena nella sua carriera, sui quali si è soffermata nel racconto autobiografico che si intitola, appunto, ‘Colpo di scena’.
Da giovane ha lavorato anche come attrice, recitando, per diversi anni, nella compagnia di Eduardo De Filippo. Una vera Signora d’altri tempi che, con il suo garbo, la sua abilità nella comunicazione, la sua poliedricità, spesso, dopo aver intervistato nomi illustri del mondo dello spettacolo, del teatro e dell’arte, è riuscita ad instaurare con loro un sincero rapporto personale. Amica, infatti, di celebrità come Carla Fracci, Rudol’f Nureyev, Riccardo Muti, Renzo Arbore, e moltissimi altri protagonisti della Cultura internazionale, che non tardava a presentare a chi teneva in considerazione.
Per un decennio è stata anche Consigliere del Teatro Stabile di Napoli, poi dell’AIRC, Associazione Italiana Ricerca sul Cancro, e degli Amici del San Carlo.
Una gran cuoca, poi, che mi deliziava, di frequente, con i suoi manicaretti, serviti in quella che, a tutti gli effetti, era diventata una sorta di casa – cenacolo, in via Martucci, dove incontravo sempre grandi menti con cui ci intrattenevamo a lungo a parlare di Bellezza.
Giuliana si innamorò subito del mio primo libro di fotografie della città, ‘Napoli Mia’, e insieme decidemmo di realizzare un lavoro sulle donne partenopee che in qualche modo avevano lasciato un segno importante. Fu così che nel 1987 uscì ‘Napoli Donna’, una pubblicazione di interviste e ritratti, edita dal Centro il Diaframma – Edizioni Editphoto, con la pregevole prefazione di Lina Wertmuller.
La scelta cadde su attrici, cantanti, scrittrici, galleriste, manager: Concetta Barra, Luisa Conte, Elena Croce, Isa Danieli, Laura De Fusco, Teresa De Sio, Ida Di Benedetto, Maria Dragoni, Graziella Lonardi Buontempo, Marisa Laurito, Angela Luce, Pupella Maggio, Odette Nicoletti, Angela Pagano, Fabrizia Ramondino, Maria Luisa Santella, Lina Sastri, Maria Tipo. Il volume fu presentato con la mostra di fotografia anche alla Camera dei Deputati Roma nel 1995, inaugurata con la presentazione di Carlo Azeglio Ciampi e Nilde Iotti e Giorgio Napolitano, su cui ho indugiato in un precedente articolo.
A questo seguì, quasi subito, “ Trentuno napoletani di fine secolo”, un volume questa volta sugli uomini di Napoli, di cui ho scritto in precedenza, che si sofferma su Salvatore Accardo, Lucio Amelio, Sergio Bruni, Renato Carosone, Luciano De Crescenzo, Francesco De Martino, Roberto De Simone, Antonio Ghirelli, Raffaele La Capria, Roberto Murolo, Riccardo Muti, Giorgio Napolitano, Michele Prisco, Giovanni Pugliese Carratelli, Francrsco Rosi.
In uno dei nostri incontri a casa sua, avevo con me la macchina fotografica e, mentre lei scriveva in salotto, quasi all’improvviso, le scattai questa immagine, che amo molto, perché la riprende nel suo consueto modo di lavorare, sommersa da una moltitudine di bozze da rivedere, per qualche articolo che corregge senza sosta, in ogni angolo della casa e in ogni momento della giornata.
Nella foto c’è anche la sua vecchia Olivetti; una macchina da scrivere che lei adora e dalla quale non riesce mai a separarsi, proprio come me che vivo perennemente in simbiosi con le mie fotocamere.
L’incontro con Giuliana per me è stato sicuramente molto importante e ha segnato un momento decisivo della mia carriera di fotografo.

Giuliana Gargiulo – foto Augusto De Luca
Giuliana Gargiulo – Augusto De Luca

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Augusto De Luca fotografa Enzo Gragnaniello

Enzo Gragnaniello è una figura di spicco della musica italiana, celebrato per la sua voce particolarmente roca e la sua abilità nel scrivere canzoni. Ha iniziato il suo itinerario musicale alla tenera età di 12 anni quando ha preso in mano per la prima volta una chitarra. A 18 anni stava già scrivendo canzoni che avrebbero poi definito la sua carriera di cantautore e compositore. La sua musica e’ caratterizzata da una fusione tra musica tradizionale napoletana e stili contemporanei e questa fusione gli ha permesso di ritagliarsi uno spazio unico all’interno del panorama musicale italiano.
Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui diversi prestigiosi premi Targa Tenco, per l’eccellenza della canzone d’autore, ma oltre al suo lavoro da solista, Gragnaniello ha collaborato con vari artisti rinomati come Roberto Murolo, Mia Martini, Ornella Vanoni ed altri. Inoltre, si è cimentato anche nella composizione di musica per spettacoli teatrali e film, dimostrando ulteriormente il suo talento poliedrico. Enzo è uno dei musicisti che amo di più e anche per questo desideravo conoscerlo e fotografarlo. Quel giorno andai a casa sua in un antico palazzo del centro storico di Napoli. Vive all’ultimo piano e anche se l’abitazione è piccolina, ha diversi terrazzi esterni su più livelli che affacciano proprio sulla città vecchia: un’atmosfera straordinaria che sicuramente ispira le sue composizioni. Gragnaniello è una persona semplice e accogliente e il sorriso che costantemente è stampato sul suo viso mette a proprio agio chi lo avvicina. Insomma, incontri subito un amico…e fu così anche con me. Dopo un ottimo caffè, parlammo a lungo dei suoi progetti e dei nuovi brani che erano in produzione. Mi fece anche ascoltare dal suo telefonino alcune ultime sue prove di registrazione che aveva realizzato proprio in quel periodo e io ne fui molto onorato anche perché desiderava conoscere a tutti i costi il mio parere. Dopo aver discusso per un po’ sulla musica  napoletana, decisi di cominciare a fotografare. Un primo scatto lo realizzai all’interno della casa, vicino ad una finestra dove lui era seduto, perché mi piaceva proprio quella luce e la sua espressione. Poi uscimmo sui terrazzi dove realizzai una foto con l’inseparabile chitarra classica e un’altra in pieno sole. Quest’ultima immagine però in fase di postproduzione la scurii molto lasciando in evidenza solo la sua testa con il famoso suo cappello. Mi piaceva essenzializzare l’interessante viso dell’artista. Feci anche molti altri scatti che ho in archivio, ma ritengo che solo questi siano quelli che rispecchiano maggiormente il mio stile. Felice e soprattutto appagato, lo salutai affettuosamente e corsi dal mio computer per lavorare. 

Enzo Gragnaniello – Augusto De Luca
Enzo Gragnaniello – foto Augusto De Luca
Enzo Gragnaniello foto Augusto De Luca

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Augusto De Luca fotografa Jeanne Carola Francesconi

Jeanne Carola Francesconi, è una figura cardine del panorama culinario, viene spesso chiamata come la decana della cucina napoletana. La sua opera fondamentale, La Cucina Napoletana, pubblicata nel 1965, è stata da allora considerata la guida definitiva alla cucina partenopea. Questo libro presenta oltre 480 ricette, tutto il variegato patrimonio gastronomico di Napoli, però va oltre la sua vasta raccolta di ricette, infatti e’ un artefatto culturale che riflette i contesti sociali e storici della cucina della regione campana. L’approccio meticoloso di Francesconi non solo mette in mostra i metodi tradizionali, ma include anche interpretazioni personali che elevano questi piatti classici. Il suo lavoro è stato citato in numerosi libri di cucina in diverse lingue e continua a ispirare chef di tutto il mondo.
Quel giorno andai con il mio assistente a casa della signora Jeanne che abitava in uno stupendo palazzo antico di un quartiere “bene” di Napoli, nelle vicinanze di piazza S. Pasquale. Ci aprì la porta la sua domestica in perfetta divisa con grembiulino bianco e cuffietta e subito dietro di lei ci venne incontro una bellissima signora molto giovanile, nonostante non fosse più una ragazzina. Rimasi immediatamente colpito dalla squisitezza dei suoi modi, e dalla classe del suo portamento: avevo incontrato una donna d’altri tempi. Dopo un caffè e un pasticcino buonissimo preparato proprio dalla signora Carola Francesconi, cominciai a guardarmi intorno per trovare lo sfondo giusto per il ritratto da fare. Fui subito attirato da un enorme quadro caravaggesco con personaggi, frutta e verdura, posizionato sulla parete un po in alto: io non mi scoraggiai. Chiesi alla ragazza con grembiule e cuffietta se in casa avevano uno scaletto basso e stabile che dopo poco mi portò e che posizionai sotto il quadro. La signora Jaenne acconsenti a salirci sopra con l’aiuto del mio assistente che su di un lato la reggeva, mentre io velocemente scattai qualche foto con l’Hasselblad. Anche questa volta ero soddisfatto ma forse lo ero di più ricordando il pasticcino assaggiato prima e preparato proprio dalle sue mani.

Jeanne Carola Francesconi – di Augusto De Luca

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Augusto De Luca fotografa Giorgio Napolitano

In varie occasioni ho avuto modo di incontrare Giorgio Napolitano, che ha anche visitato due mie mostre fotografiche a Roma: l’una agli Incontri Internazionali d’Arte nel 1988, dal titolo ‘Napoli Donna’, e l’altra alla Camera dei Deputati nel 1996, che comprendeva tre diverse esposizioni ‘Napoli Mia’, ‘Napoli Donna’ e ’31 Napoletani di fine secolo’.
Mostra di Augusto De Luca alla Camera dei Deputati – Nilde Iotti, Giorgio Napolitano e Augusto De Luca
Dato che ho insegnato fotografia per tre anni al Circolo Montecitorio frequentavo il Palazzo dove spesso lo incrociavo nei corridoi e qualche volta anche al bar interno.
Un giorno gli chiesi se avessi potuto ritrarlo e mi diede subito un appuntamento nella sua stanza per il primo pomeriggio alle sedici.
Non ne faccio una questione di preferenza politica, perché non ho predilezioni di sorta, ma per quel poco che l’ho conosciuto, ne ho davvero un bellissimo ricordo. Molto affabile, disponibile ed anche simpatico, pronto a battute ironiche; insomma, proprio una persona piacevole da incontrare. Un vero signore. Più tardi, puntualissimo, bussai alla porta della sua stanza ed entrai. Era una grande stanza con diversi quadri d’epoca e, di fronte, una bellissima scrivania antica dove lui, seduto che parlava al telefono, mi fece cenno di accomodarmi.
Mentre discorreva, poiché sono un collezionista e un amante di oggetti d’arte ed antiquariato, cominciai a guardarmi intorno. Proprio alle mie spalle, sullo stipite della porta d’entrata, notai in una cornice d’epoca una stupenda stampa di Napoli a volo d’uccello da incisione su rame, di circa un metro. Era una Stopendaal, che conosco bene, e che si trova ripiegata nel libro ‘Nouveau theatre d’Italie’ pubblicato da Pierre Mortier nel 1704. Qualche volta l’avevo ammirata da vicino nella libreria antiquaria del mio amico Marzio Grimaldi, ma non avevo mai potuto acquistarla per l’elevato costo. Guardai meglio e non ebbi alcun dubbio: la stampa era una copia. Rimasi deluso ma anche perplesso. Come era possibile?
Così, appena Napolitano ebbe finito la telefonata, senza pudore gli feci notare che quell’opera non era autentica. Il Presidente sorrise, scuotendo la testa bonariamente e allargando le braccia scherzando, rispose:
“Noi non possiamo permettercelo”.
Poi si alzò ed io, per non approfittare troppo del suo tempo, feci degli scatti più tradizionali di quelli che solitamente preferisco eseguire. Successivamente, però, elaborai la foto scurendo maggiormente alcune parti dello sfondo per aumentarne l’atmosfera.

Giorgio Napolitano foto Augusto De Luca
Alla mostra di Augusto De Luca alla Camera dei Deputati – Giorgio Napolitano, Nilde Iotti, Augusto De Luca

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Augusto De Luca fotografa Maurizio de Giovanni

Maurizio de Giovanni è un acclamato romanziere italiano noto per le sue narrazioni avvincenti e il ricco sviluppo dei personaggi, in particolare nel genere della narrativa. Le opere di de Giovanni riflettono spesso la vibrante cultura e storia di Napoli, fornendo uno sfondo che arricchisce il tessuto narrativo delle sue storie. E’ evidente che la capacità di de Giovanni di suscitare forti risposte emotive nei lettori rimane uno dei suoi punti di forza. Il suo ritratto delle esperienze umane trova una profonda risonanza nel pubblico che cerca qualcosa di più del semplice intrattenimento, però le sue opere non solo intrattengono, ma provocano anche una riflessione su questioni sociali più profonde inerenti alle relazioni umane e morali.
Telefonai a casa del famoso scrittore e Paola, la compagna, mi diede un appuntamento per l’indomani. Il giorno dopo puntualissimo come sempre, mi recai da lui che abita in una bellissima e luminosissima casa al Vomero, nei quartieri alti di Napoli. Entrato, immediatamente fui colpito dall’enorme quantità di pulcinella e corni napoletani che facevano bella mostra in ogni angolo di tutti gli ambienti. Maurizio mi fece subito notare che erano le opere dello scultore Lello Esposito che comunque era pure un mio carissimo amico e mi sottolineò anche con orgoglio che l’artista era suo parente. Dopo aver dissertato sulla indiscussa bellezza di quei lavori e sulla bravura del loro autore, finalmente cominciai a guardarmi intorno e a scrutare con impegno ogni parete e angolo della casa cercando lo sfondo adatto per il ritratto, ma alla fine optai per uno sfondo unico anche per dare risalto solo al viso e all’espressione del soggetto ripreso, evitando altre informazioni nel “fotogramma”, anzi, ormai si parla di “file”. Quasi sempre quando devo ritrarre qualcuno porto con me uno sfondo pieghevole, leggerissimo e che si chiude “accartocciandolo”, diventando così un piccolo cerchio facilmente trasportabile. Dopo averlo aperto, lo posizionai alle spalle dello scrittore che feci sedere ad un tavolo nel salone sfruttando l’enorme quantità di luce che veniva dai balconi, mentre io seduto di fronte, dopo avergli detto di cambiare diverse posizione appoggiandosi anche alle mani, scattavo a raffica. La cosa però non fu così semplice, perché ogni volta che inquadravo, puntualmente, il bellissimo gatto di casa si divertiva ad entrare e uscire dell’inquadratura passeggiando su quel tavolo, rendendomi impossibile lo scatto. Forse era un gatto narcisista che desiderava apparire nella foto insieme al padrone. Fu necessario l’intervento di Paola che dopo diversi tentativi riuscì a bloccare il felino. Io nel frattempo mi resi conto di avere lo scatto giusto… soddisfatto salutai Maurizio e corsi a casa per lavorare al computer l’immagine, cosa che faccio sempre, spinto dall’irrefrenabile desiderio di rifinire e definire nel più breve tempo possibile la mia opera.

Maurizio de Giovanni – foto Augusto De Luca

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Augusto De Luca fotografa le Capitali per Telecom

Dopo le mie tre immagini di Napoli sulle schede telefoniche, il cui lavoro ho descritto dettagliatamente in un precedente articolo, la Telecom mi contattò per un nuovo incarico: realizzare le foto per quattro schede su altrettante capitali europee: Parigi, Dublino, Bruxelles e Berlino. Le immagini dovevano contenere un monumento riconoscibile del luogo con un prodotto tipico, su cui la Telecom poi avrebbe inserito il relativo prezzo con doppia dicitura in lire e in euro. Dovevano essere le prime carte telefoniche sulla nuova moneta, l’euro, che doveva sostituire, appunto, la lira. Accettai e immediatamente mi organizzai prenotando i quattro voli necessari per poter realizzare i lavori.

Prima mi recai a Parigi, dove desideravo fotografare l’incantevole Tour Eiffel, emblema della città fin dal tempo della sua costruzione, quando ci si divideva interrogandosi se fosse una «mostruosa opera» o «uno strano capolavoro di metallo». Ovviamente non potevo che abbinare il tradizionale pane francese, la baguette… a proposito, com’è buona con quella sua crosta croccante! Quella mattina, dopo aver posizionato sul cavalletto la macchina fotografica, in lontananza vidi una bicicletta girare intorno nel grande spazio avanti al famoso monumento; aspettai incredulo e speranzoso e, con un unico scatto fortunato, riuscii ad immortalarla proprio al centro, nel punto che desideravo.

Poi partii per Dublino e, dopo aver girovagato in lungo e in largo, mi colpì molto la Christ Church Cathedral, forse perché emana un’energia spirituale davvero intensa e solo guardandola ci si trova immersi nella suggestiva atmosfera del XII secolo, a cui decisi di abbinare un gomitolo della prestigiosa lana irlandese, arcinota ovunque. Purtroppo, quella mattina, come capita spesso in questo Paese in qualunque stagione, non smetteva di piovere ed io ero molto deluso e preoccupato. Ma, all’improvviso, forse anche per tutte le mie preghiere, si aprì uno squarcio nel cielo giusto il tempo per un mio click; infatti, subito dopo, cominciò nuovamente ed inesorabilmente a piovere a dirotto. Anche qui feci un solo scatto ma buono.

La tappa successiva fu Bruxelles. Per questa immagine preventivai tutto prima di partire, portandomi in aereo una sagoma su cui poi avrei appoggiato uno dei meravigliosi merletti del posto con, sullo sfondo, l’Atomium, un monumento quasi straniante, che si trova nel parco Heysel, 9 atomi di una cella unitaria di un cristallo di ferro che ovviamente rimandano alle scienze e agli usi dell’atomo e qui non ci furono problemi di sorta.

Per ultimo mi recai a Berlino. In questa città, realizzai diverse foto, soprattutto con la Porta di Brandeburgo, ma alla fine, avendo comprato un boccale con la scritta BIER e uno specchio, decisi di realizzare lo scatto alla Colonna della Vittoria, una scultura imponente e straordinaria, a cui nel tempo sono stati rimossi e poi aggiunti diversi elementi decorativi per “depotenziare” il senso ultimo del monumento, e, questa volta, anche per il cielo sereno, riuscii ad eseguire il lavoro in breve tempo.

Per tutte le immagini, utilizzai una 35mm Contax con obiettivi Zeiss. Portai con me una macchina leggera, proprio per avere un’agibilità maggiore, limitando anche il peso dell’attrezzatura. È stata indubbiamente una stupenda esperienza, che mi ha anche permesso di conoscere appieno queste stupende capitali europee. Devo ammettere che avendo un discreto budget economico, ne ho approfittato, assaggiando nei migliori ristoranti le diverse cucine locali. Il risultato? Un bel lavoro ma anche qualche chilo in più. Le schede con immagini di Parigi, Bruxelles, Dublino, Berlino sono le prime nuove schede telefoniche con il valore facciale espresso in lire e in euro e sono state emesse nel 1999.

Scheda Telefonica – Parigi foto di Augusto De Luca

• La scheda di Parigi è di lire 5.000 (2,28 euro) ed ha una tiratura di 3.000.000 di pezzi.

Scheda Telefonica – Bruxelles foto di Augusto De Luca

• La scheda di Bruxelles è di lire 5.000 (2,28 euro) ed ha una tiratura di 3.000.000 di pezzi.

Scheda Telefonica – Dublino foto di Augusto De Luca

• La scheda di Dublino è di lire 10.000 (5,16 euro) ed ha una tiratura di 3.000.000 di pezzi.

Scheda Telefonica – Berlino foto di Augusto De Luca

• La scheda di Berlino è di lire 10.000 (5,16 euro) ed ha una tiratura di 3.000.000 di pezzi


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