Chi non ha, almeno una volta, alzato lo sguardo al cielo notturno cercando di decifrare le geometrie stellari, dette asterismi, nel tentativo di individuare le figure mitologiche che popolano lo spazio sopra di noi ?
Noi percepiamo semplici punti luminosi quando il cielo è terso, ma non abbiamo idea di come sia complesso e affascinante il mondo dei corpi celesti che, grazie alla tecnologia contemporanea, possiamo apprezzare per mezzo dell’astrofotografia.
L’astrofotografia rende possibile l’osservazione di uno scenario di fatto sconosciuto, ampliando lo spettro di frequenze luminose percepite dall’occhio umano, tramite una semplice macchina fotografica con treppiede fino alle apparecchiature più complesse; il tutto attraverso tecniche di ripresa che solo gli appassionati del genere sanno utilizzare al meglio.
Per addentrarci in questo genere di fotografia e capirne di più, ne parliamo con Lorenzo De Francesco, autore della serie di racconti “Il Bicighellone”, così passando dall’esplorazione urbana a quella stellare.
RM: Lorenzo, come è nato il tuo interesse per l’osservazione del cielo?
LDF: figlio unico, di indole solitaria anche per via di una famiglia con poche relazioni, godevo però di una casa con grande terrazzo in periferia a Milano, quella degli anni Cinquanta – Sessanta ancora priva dell’inquinamento luminoso di oggi.
Istintivamente, nelle serate terse, posavo il mio sguardo incantato di bambino sulla luna, i pianeti e le costellazioni, accompagnato dal gracidare dell’affollata colonia di rane, stanziata sul fondo paludoso del grande prato scavato dalla fornace prospiciente la mia casa.
Mio padre colse intelligentemente il mio interesse per l’osservazione celeste e decise di accompagnarmi al Civico Planetario U.Hoepli: lì avvenne l’imprinting, in quell’ambiente magico dove si potevano fare meravigliose passeggiate nei cieli di ogni stagione e latitudine; cieli che quasi potevi toccare, accompagnati da abili ed entusiasti divulgatori fra cui Mario Cavedon.
Come in tutte le vicende che oltrepassano l’ordinario quotidiano, il contesto ha giocato un ruolo fondamentale: quei formidabili anni Sessanta con la grande enfasi sulla conquista dello spazio e sulla gara tra americani e russi per il primato, fonte di ispirazione per gli appassionati.
In casa esistevano numerosi libri di divulgazione astronomica di Camillo Flammarion, che lessi avidamente nutrendo così il mio interesse per il cielo notturno.
RM: da questo tuo interesse iniziale, cosa ti ha spinto a occuparti di astrofotografia ?
LDF: attratto da una pubblicità sul settimanale Topolino, acquistai un primo telescopio per vedere più da vicino, quelle meraviglie, incantato e infreddolito nelle notti invernali, con la sensazione di poter quasi toccare i crateri lunari, le fasi di Venere, i satelliti e le fasce di Giove, gli anelli di Saturno, le macchie solari, galassie e ammassi stellari. La cultura fotografica era di casa, si conservavano le lastre e la vecchia macchina a soffietto del nonno Lorenzo, con le quale giocavo sin da piccolo, insieme a scatole di vecchie fotografie. Mio padre a sua volta possedeva una fotocamera e una cinepresa Kodak 8mm con la quale documentava la prossimità familiare. Presto mi impossessai di questi strumenti: naturale e immediata nacque l’esigenza di fare astrofotografia, fissare sulla carta la visione soggettiva dell’occhio.
Sentivo il bisogno di fare miei quei fotoni che provenivano dallo spazio remoto, per il mio occhio divenuto creatura cosciente dello stesso Universo.
Ai tempi, però, tra lo scatto e la visualizzazione del risultato passavano giorni, non secondi come oggi. La peculiarità della tecnica astrofotografica analogica doveva fare i conti con la sensibilità delle pellicole, la calibrazione di tempi di esposizione e sensibilità, e la conseguente necessità di modificare (tirare, in gergo) lo sviluppo. Frustrato dagli standard dei laboratori commerciali che non soddisfacevano le mie aspettative, decisi di studiare in proprio il processo di sviluppo e stampa fotografica, iscrivendomi al corso di fotografia per corrispondenza della scuola Radio Elettra di Torino.
In pratica avevo il telescopio sul terrazzo e la camera oscura in cucina: un grande andirivieni in casa, non sempre apprezzato dai familiari. Purtroppo la passione astronomica fu ostacolata dal cambio di abitazione: il passaggio dal bel terrazzo di periferia a un balcone loggiato in zona più centrale; un limite alle osservazioni a cui si aggiunse l’impegno dello studio liceale e altri innamoramenti.
Molto materiale finì in cantina e fu distrutto da un allagamento durante un nubifragio.
Solo nel 2019, con la morte di mio padre, ripercorrendo le vie dei ricordi, ripresi l’antica passione e capii che, grazie alla tecnologia digitale e alla notevole capacità di elaborazione dei computer domestici, l’astrofotografia poteva uscire dagli osservatori professionali per essere alla portata degli amatori con costi abbordabili; da lì tornai sui banchi di scuola: tutorial, blog,siti specialistici, dispense e manuali; un mondo fantastico si spalancò davanti a me.
RM: qual è la strumentazione di base che occorre per ottenere buone foto ? Da ciò che ho potuto vedere finora, è sorprendente notare cosa ci rivela una buona postproduzione.
LDF: Sotto un buon cielo si possono prendere immagini deep sky (cielo profondo) già montando su di un treppiede una normale reflex o mirrorless, con ottiche commerciali e impostazioni manuali: foto di paesaggio con cielo in movimento (star trail) oppure esposizioni sufficientemente lunghe e ripetute per iniziare a cogliere la Via Lattea, ammassi e nebulose senza che si verifichi il mosso.
Per la fotografia di Luna e pianeti, che non richiede tempi lunghi, si possono ottenere con la stessa tecnica risultati interessanti per mezzo di normali teleobiettivi.
Consiglio questo inizio con attrezzatura di base, prima di acquisire costosi setup, iniziare quindi a prendere confidenza con quelli che saranno gli elementi fondamentali di tutto il successivo percorso astrofotografico: il luogo di osservazione, il posizionamento, la conoscenza del cielo e degli oggetti celesti, la messa a fuoco precisa, la corretta esposizione, valutando attentamente l’istogramma, i primi processi elementari di sviluppo, differenti a seconda che si fotografi il cielo profondo, la luna, o i pianeti.
Lo sperimentare in proprio tutte le difficoltà sul campo: buio, freddo, umidità, stanchezza, fa parte del gioco.
Impadronendosi di questa esperienza di base con una attrezzatura semplice si avranno le prime soddisfazioni per proseguire con tecniche più sofisticate. Soprattutto si capirà che qualità del cielo e sviluppo sono elementi chiave di tutto il processo.
È altresì vero che oggi esistono particolari e costosi filtri, applicabili sugli obiettivi o direttamente sul piano focale delle camere, che consentono di fotografare sotto cieli inquinati. Il mio consiglio è fare pratica dapprima con strumentazione normale.
Il passaggio a configurazioni più complesse riguarda tutte le componenti: si passa dalle ottiche commerciali a tubi ottici apocromatici, corredati da montature motorizzate che annullano il movimento terrestre e consentono lunghe pose, si sostituiscono le reflex e mirrorless con camere astronomiche dedicate, a sensore raffreddato.
Di conseguenza tutto il processo diventa più complesso attraverso decine di ore di esposizione e di post produzione, ma preferisco chiamare quest’ultima “sviluppo” perché ci sono forti analogie con l’emozione che si provava in camera oscura quando si vedeva nella bacinella dello sviluppo dal foglio bianco formarsi progressivamente l’immagine.
RM: Per dedicarsi all’astrofotografia occorrono particolari competenze ?
LDF: Prima delle competenze serve soprattutto la pazienza, tali e tante sono le difficoltà che si possono incontrare sul campo al crescere della complessità dei setup. Pazienza anche sull’aspetto meteo, considerato che i giorni “fausti” per le osservazioni sono veramente pochi nel corso dell’anno.
Una competenza sul cielo, su quello che si va a fotografare è raccomandabile, per evitare di fare qui, come in altri ambiti fotografici, il cacciatore di trofei da esporre, senza conoscere cosa si fotografa.
La conoscenza degli oggetti, della composizione delle nebulose, della tipologia degli ammassi stellari, dell’atmosfera e dei satelliti dei pianeti, delle fasi e costituzione e topologia dei crateri lunari, costituisce un grande arricchimento e crea affezione nei confronti dell’oggetto fotografato.
Per la post produzione è indispensabile una buona padronanza informatica per destreggiarsi tra i vari software necessari, ognuno dei quali ha numerose e complesse parametrazioni che condizionano la qualità del risultato finale. Già è complicata la scelta del software tra tutti quelli disponibili in continua evoluzione.
In sintesi, il cuore del processo di sviluppo in astrofotografia sia per immagini deep sky che per Luna e pianeti è caratterizzato dalla tecnica dello stacking, cioè la creazione dell’immagine finale attraverso l’impilazione mediata ed elaborata di centinaia, a volte migliaia singoli scatti.
Tutto viene ripagato, con gli interessi dalla soddisfazione di vedere i propri primi scatti restituirci immagini invisibili al nudo occhio umano, eppure reali, che stimolano numerosi pensieri.
La soddisfazione aumenta quando progressivamente si vedono gli stessi scatti migliorare all’aumentare delle competenze di ripresa e sviluppo.
Da questo breve resoconto possiamo intuire quanta pazienza e dedizione siano necessarie per realizzare scatti degni di nota. Come sempre, la buona fotografia è impegno e autovalutazione, ispirazione e sentimento.
Infine godiamoci queste immagini e, se vogliamo, perdiamoci per un momento nel mistero del cielo.
Who hasn’t, at least once, looked up at the night sky, trying to decipher the starry geometries, known as asterisms, in an attempt to identify the mythological figures that populate the space above us?
When the sky is clear, we perceive simple luminous points, but we have no idea how complex and fascinating the world of celestial bodies is—something that, thanks to modern technology, we can appreciate through astrophotography.
Astrophotography allows us to observe a previously unseen scenario, expanding the spectrum of light frequencies beyond what the human eye can perceive. It ranges from simple cameras with tripods to more advanced equipment, all through shooting techniques that only true enthusiasts know how to master.
To delve into this type of photography and understand more about it, we speak with Lorenzo De Francesco, author of the short story series Il Bicighellone, transitioning from urban exploration to celestial exploration.
RM: Lorenzo, how did your interest in sky observation begin?
LDF: as an only child, with a solitary nature partly due to a family with few social relations, I was lucky to have a house with a large terrace in the outskirts of Milan. In the 1950s and 1960s, the city was still free from today’s light pollution.
Instinctively, on clear nights, I would gaze in wonder at the Moon, the planets, and the constellations, accompanied by the croaking of the numerous frogs living in the marshy ground of the large field in front of my house, dug out by a nearby brick furnace.
My father wisely recognized my interest in celestial observation and decided to take me to the U. Hoepli Civic Planetarium. That was my moment of “imprinting”—in that magical place where you could take marvelous walks through the skies of every season and latitude, skies that felt almost touchable, guided by skilled and enthusiastic science communicators like Mario Cavedon.
As in all stories that go beyond the ordinary, the context played a fundamental role: those extraordinary 1960s, with the great emphasis on space exploration and the competition between Americans and Russians for supremacy, served as a great source of inspiration.
At home, we had numerous astronomy books by Camille Flammarion, which I devoured, further fueling my fascination with the night sky.
RM: From this initial interest, what led you to take up astrophotography?
LDF: drawn in by an advertisement in Topolino magazine, I bought my first telescope to get a closer look at those celestial wonders. I spent freezing winter nights mesmerized by the Moon’s craters, Venus’s phases, Jupiter’s moons and bands, Saturn’s rings, sunspots, galaxies, and star clusters, feeling as though I could almost touch them. Photography was a strong presence in my home. We kept old glass negatives and my grandfather Lorenzo’s vintage folding camera, which I had played with since childhood, along with boxes of old photographs. My father also had a camera and an 8mm Kodak movie camera, which he used to document our family moments.
I soon took possession of these tools, and it felt natural and immediate to want to do astrophotography—to capture on paper the subjective vision of my eye.
I felt the need to “own” those photons arriving from the distant cosmos, my eye now a conscious part of the same universe.
Back then, however, days would pass between taking a photo and seeing the result—not seconds like today. Analog astrophotography required dealing with film sensitivity, exposure time calibration, and development techniques (often requiring “to stretch” the film).
Frustrated by the standard processing at commercial labs, which never met my expectations, I decided to learn the development and printing process myself by enrolling in a correspondence photography course at the Radio Elettra school in Turin.
I had my telescope on the terrace and a darkroom in the kitchen, making for a constant back-and-forth in the house—not always appreciated by my family. Unfortunately, my passion for astronomy was interrupted when we moved: I lost my spacious terrace in the suburbs and ended up with a small balcony in a more central area, which severely limited my observations. On top of that, high school studies and other interests took over.
Much of my equipment was stored in the basement, where it was later destroyed by a flood during a storm.
Only in 2019, after my father’s passing, I revisited my childhood memories and rediscover my passion. Thanks to digital technology and the powerful processing capabilities of modern computers, astrophotography had become accessible to amateurs at reasonable costs. I threw myself into learning again—tutorials, blogs, specialized websites, guides, and manuals—opening the door to a fantastic new world.
RM: What basic equipment is needed to take good astrophotos? From what I’ve seen, it’s surprising how much post-processing can reveal
LDF: under a good sky, you can take deep-sky images simply by mounting a regular DSLR or mirrorless camera on a tripod with standard lenses and manual settings. You can shoot landscapes with star trails or take long and repeated exposures to begin capturing the Milky Way, star clusters, and nebulae without motion blur.
For photographing the Moon and planets, which don’t require long exposures, you can achieve good results with the same technique using standard telephoto lenses.
I recommend starting with basic equipment before investing in expensive setups. This allows you to familiarize yourself with fundamental astrophotography elements: choosing an observation site, positioning, understanding the sky and celestial objects, precise focusing, correct exposure (evaluating the histogram carefully), and the basics of image processing, which differ depending on whether you’re photographing deep-sky objects, the Moon, or planets.
Experiencing the field’s challenges—darkness, cold, humidity, fatigue—is part of the process.
By mastering these basics with simple equipment, you’ll gain early satisfaction and be prepared to move on to more advanced techniques. More importantly, you’ll understand that sky quality and image processing are the two key aspects of the entire workflow.
It’s also true that today, special (and expensive) filters exist that allow photography even in light-polluted skies. However, I recommend first practicing with standard equipment.
Moving to more complex setups involves upgrading every component: transitioning from commercial lenses to apochromatic optical tubes, using motorized mounts that counteract Earth’s rotation for long exposures, and replacing DSLRs and mirrorless cameras with dedicated cooled astronomy cameras.
The entire process becomes more intricate, requiring dozens of hours of exposure and processing. However, I prefer to call post-processing “development” because it closely resembles the thrill of seeing an image gradually appear in a darkroom tray.
RM: Does astrophotography require special skills?
LDF: more than anything, patience is essential, given the many challenges that arise in the field as setups become more complex. Patience is also crucial when dealing with the weather, as truly favorable observation nights are rare.
A strong understanding of the sky and the objects you’re photographing is highly recommended. Otherwise, you risk becoming a mere trophy hunter—capturing images without knowing what they represent.
Knowing about nebulae compositions, types of star clusters, planetary atmospheres and moons, and lunar craters’ structure and formation enriches the experience and fosters a deeper connection with the subjects.
For post-processing, a solid grasp of computing is essential, as you must navigate various specialized software programs, each with numerous settings that impact the final image quality. Selecting the right software is already a challenge, as the options constantly evolve.
At the heart of astrophotography development—whether deep-sky, lunar, or planetary—is stacking, a technique where the final image is created by averaging and processing hundreds or even thousands of individual frames.
The effort is well worth it: seeing your first images reveal details invisible to the naked eye is an immensely rewarding experience that sparks countless thoughts.
The satisfaction grows as you refine your skills and witness tangible improvements in your work.
From this brief account, it’s clear that astrophotography requires patience and dedication. As always, good photography demands commitment and self-assessment, inspiration, and emotion.
Let’s now enjoy these images and, if we wish, lose ourselves for a moment in the mystery of the sky.