Bigliettai si nasce

– Cornuto! Quasi quasi gli vado appresso e gli rompo la testa!

– Ehi, con chi ce l’hai?

– Con quell’operaio dei Cantieri Navali, ce l’ho!

– Bravo! Te la pigli con i compagni, ora?

– Disonorato! Deve ringraziare che sono un pubblico ufficiale.

– Pubblico ufficiale? Non ne sono sicuro. Bigliettaio sei. Che ti ha fatto?

– Hai visto il gruppetto che aspettava davanti ai Bagni Virzì?

– Eh!

– Certo, che l’hai visto. Sei l’autista.

– Allora?

– La vettura era ancora vuota, no? Sale il primo viaggiatore: Abbonato, dice, e passa avanti. Il secondo: Invalido civile. Il terzo: Invalido di guerra. Il quarto: Militare. E passa pure lui. L’operaio sale per ultimo, si siede davanti al mio gabbiotto: Profugo, fa. Mi viene da dire: Nuddu cuinnutu paa ‘u bigliettu, stamatina?

– Come?

– Nessun cornuto paga il biglietto, stamattina? Il siciliano non lo capisci?

– Lo sai che son nato a Lodi.

– Vero è, ma tua madre è dell’Albergheria e tuo padre della Kalsa. Finiscila, sei di Lodi a convenienza tua. Comunque, l’operaio mi guarda, scuote la testa: Dura la vita del bigliettaio, ah? Facile non è, dico io. Non immagini che quella dell’operaio sia tutta rose e fiori. Vita di sacrifici. Pensi che io, nel ’35, partii da solo per l’Abissinia: ero sposato da un mese e mia moglie già aspettava. Ma il bisogno è bisogno e feci di necessità virtù. Per fortuna sono sempre stato un gran lavoratore. Trovai subito la mia strada. In capo a un anno avevo impiantato una fabbrica di camere d’aria che rendeva una fortuna. Intanto mio figlio era nato, cresceva in fretta. Mia moglie, che già era cagionevole, era debole per la gravidanza e il parto. Aveva bisogno di qualcuno che la assisteva, non se la sentiva di raggiungermi. Di tornare in patria non se ne parlava. Mi dovetti rassegnare. Ma io – lei è uomo e capisce – non potevo restare solo. Un masculu ca è masculu, un vero maschio,  deve avere una donna che lo accudisce, per il mangiare, la pulizia, la biancheria. Per aver un po’ di conforto la notte.

– Soltanto! Come dargli torto!

– Già.

– Ti ha raccontato tutta la sua vita?

– E io, cretino, che lo stavo a sentire. Così, qualche mese dopo il mio arrivo, mi metto dentro una ragazza di vita che ho conosciuto in un casino, mi dice. Una giovane tuicca…

– Eh?

– Turca, scura di pelle, va’.

– Ma i turchi sono chiari. Spesso biondi.

– Che ne so. Così mi disse quello e così ti dico. Una turca, bellissima, mi dice. Le affido la casa, i denari. La tratto come una moglie. Tanto che quando resta incinta, visto che sono sempre stato cattolico apostolico romano osservante e praticante, non solo le permetto di tenere il bambino ma gli do il mio nome e lo cresco come un figlio legittimo. E siccome mia moglie era sì malaticcia, ma aveva un carattere di quelli… ce l’ha tuttora, a dire il vero… è capace di cancellarti dalla sua vita se le fai un torto piccolo così; se viene a scoprire l’esistenza di questo bambino… meglio che lo sappia da me. Ci penso e ci ripenso. Sì, meglio raccontarle tutto. Quello che succede, succede. Lei  si piglia il suo tempo ma alla fine mi risponde: “Giovanni, il primo impulso che ho avuto dopo aver ricevuto la tua lettera è stato quello di rivolgermi a un buon avvocato per ottenere l’annullamento del nostro matrimonio presso la Sacra Rota. Ma poi mi sono detta: doveva succedere. Un uomo come Giovanni non può restare senza una donna per troppo tempo. Almeno hai  fatto del bene; hai sfamato e redento una povera traviata. Io non posso più avere bambini, e la mia salute non mi consente di assolvere i doveri di una buona moglie. Così ho deciso di darti il mio consenso”. Felice della sua benedizione, vissi bene per qualche anno. Poi scoppiò la guerra. Pareva dovessimo fare sfracelli, finì come lei sa. Fatima morì sotto un bombardamento degli inglesi. Io persi la fabbrica. Restai solo, con quel povero figlio e con una valigia piena di banconote che non valevano più niente: me ne tornai a casa, più povero di quando ero partito.

– Che è successo poi? Com’è andata a finire?

– Ti sei appassionato?

– Che male c’è?

– Nessuno! Stronzo pure tu. Ora ti conto il resto, vediamo se non ho ragione a volergli rompere la testa. Non immagina la consolazione di mia moglie. Accolse Antonio, il bambino di Fatima, come se fosse stato suo, e riuscì a farlo accettare a nostro figlio. In quegli anni gli aveva raccontato di questo fratello sconosciuto e Francesco lo aspettava con ansia. Un comportamento ammirevole, gli dico. Cosa devo dirle, mi fa. Per anni ho creduto di aver voluto bene ai miei figli alla stessa maniera. Ma l’altro giorno, Francesco, il grande, dopo cena, mi dice: “Papà, se sei d’accordo, dopo la maturità vorrei fare l’università. Ho pensato a medicina”. E io: “Posso dirti di no, figlio mio? Certo, saranno sacrifici, ma tu meriti e sarai accontentato”. Poco dopo si avvicina Antonio: “Papà, l’anno prossimo pure io mi voglio iscrivere all’università, magari in ingegneria”. E io: ” No gioia mia, non te l’avere a male: tu che sei figlio di buttana fai il bigliettaio…”.

–  Togo –  Togo? Che cosa, togo! Ti devo alzare le mani?

– No, no. Per cortesia! Chi la porta la macchina, poi?  Andiamo, non te la prendere: ti offro un caffè, se mi offri una sigaretta.

– È stato fortunato che l’ho capita tardi.

– Ma tu pure, che ti ricordi tutta la storia, coi nomi, persino.

– Ancora!

– Scusa, come non detto. Però: No gioia mia, tu che sei figlio di … scusa… scusa… ahi! Chi si, pazzu?

– Ma tu non eri di Lodi?

Da un fatto realmente accaduto a Palermo, nel secondo dopoguerra, sulla linea 1 Via Oreto – Leoni, una storiella di Pino Caruso e un breve racconto.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina ©Antonio Musotto




La Valigia blu. Terza puntata

“La Valigia blu” è una trasmissione di poesia che va avanti da un paio d’anni. Il suo luogo di generazione è la Letteraria Web Radio, che per il momento è un contenitore di podcast culturali.

L’idea è quella di offrire a tutti coloro che fanno cultura come “cassetta degli attrezzi”, ovvero come necessità prima di decodificare la complessità di questo mondo, un momento di confronto e di stimolo.

“La Valigia blu” è un format dedicato completamente alla poesia. La poesia ha attualmente una grande platea di autori. Ed anche di lettori/ascoltatori. Una vera e propria “nazione” che stenta però a credersi tale. È in atto un cambiamento ancora poco percepibile. È la situazione tipica del coacervo in cui però i fluidi e i liquidi, le “presenze” non comunicano tra loro, anzi. Regna la competizione e la corsa alla pubblicazione. Risultato, sono tutti schiavi degli editori. In realtà c’è un gran bisogno di poesia. Che rimane insoddisfatto.

Non perdiamo però le speranze e l’occasione di stare chiusi in casa sta dando a “La Valigia blu” un seguito importante. La ripresa delle trasmissioni è partita proprio in queste settimane e in due puntate ci sono stati almeno 300 ascolti.

Transitiamo Umani:
web radio poetry reading.

Tema della Puntata del 25 marzo 2020
Dante Alighieri. Oggi 25 marzo, data in cui gli studiosi hanno individuato l’inizio del viaggio ultraterreno della Divina Commedia, versi dal fascino senza tempo, vogliamo ricordarlo con le sue parole… La giornata dedicata a Dante Alighieri, é stata recentemente istituita dal Governo in occasione delle celebrazioni per i 700 anni dalla sua morte. ?Il sommo Poeta, simbolo della cultura e della lingua italiana, rimarrà sempre con il suo messaggio universalmente riconosciuto.
Ospite Sergio Bellucci.

Prima parte
[anticipata dall’ascolto di 05:30 minuti di musica]

Seconda parte
[anticipata dall’ascolto di 03:10 minuti di musica]

Terza parte





Giornata mondiale della poesia.

“La Valigia blu” è una trasmissione di poesia che va avanti da un paio d’anni. Il suo luogo di generazione è la Letteraria Web Radio, che per il momento è un contenitore di podcast culturali.

L’idea è quella di offrire a tutti coloro che fanno cultura come “cassetta degli attrezzi”, ovvero come necessità prima di decodificare la complessità di questo mondo, un momento di confronto e di stimolo.

“La Valigia blu” è un format dedicato completamente alla poesia. La poesia ha attualmente una grande platea di autori. Ed anche di lettori/ascoltatori. Una vera e propria “nazione” che stenta però a credersi tale. È in atto un cambiamento ancora poco percepibile. È la situazione tipica del coacervo in cui però i fluidi e i liquidi, le “presenze” non comunicano tra loro, anzi. Regna la competizione e la corsa alla pubblicazione. Risultato, sono tutti schiavi degli editori. In realtà c’è un gran bisogno di poesia. Che rimane insoddisfatto.

Non perdiamo però le speranze e l’occasione di stare chiusi in casa sta dando a “La Valigia blu” un seguito importante. La ripresa delle trasmissioni è partita proprio in queste settimane e in due puntate ci sono stati almeno 300 ascolti.

Letteraria web Radio:
web radio poetry reading
“POESIE SENZA PASSAPORTI“

Tema della Puntata del 21 marzo 2020
Giornata Mondiale della Poesia. Il 21 marzo, primo giorno di primavera, si celebra la Giornata Mondiale della Poesia, istituita dall’Unesco nel 1999. La poesia è in grado di andare oltre i confini, le lingue e le differenze, portando con sé un ideale di bellezza che diventa globale. In questi giorni di grande difficoltà mondiale invitiamo i poeti a partecipare numerosi.

Prima parte
[anticipata dall’ascolto di 04:56 minuti di musica]

Seconda parte

Terza parte





Casa

Io qui potrei anche tornarci tra mille anni, trovare solo macerie o un grande supermercato; comunque girerei col naso in aria, come i cani, finché non avrei ritrovato il posto.

Comunque mi struscerei alle pareti come i gatti. Anche con una benda nera sugli occhi ci sarei potuta tornare.

Una di quelle cose su cui non credo potrei barare.

Non è una questione di strade, di indicazioni, di probabili smarrimenti.

E, in fin dei conti, non è nemmeno una questione di certezze o di solidi investimenti.

È casa.

Fatta di cose messe insieme e mescolate con una certa aria.

È casa, ci torno per forza e desiderio.

Giro la chiave e sento la continuità con il mio odore.

Trascino con me gli odori di fuori, spalanco le finestre per cambiare aria, ma non cambia davvero, per un attimo l’aria di fuori prende il sopravvento, poi ritorna esattamente quell’odore di vita tua.

Il detersivo per i pavimenti, l’olezzo rimasto in cucina del tuo cibo – che ogni sugo ha la sua personalità – ai mille soprabiti appesi all’ingresso, le sigarette, i gatti, il dentifricio che non è mai il caso di chiudere… sì, sì anche lui ci mette del suo.

Tutto pronto per essere casa.

Siamo tre + due, due + due in verità, ma l’odore di Matteo è sempre là: una formula precisa di gesti e aliti che fanno odore, ognuno porta il suo, che diventa un po’ l’odore dell’altro.

Ci puoi mettere gli stessi odori e sapori e abitudini in un qualsiasi altrove, imitare il tutto nel migliore dei modi, con dovizia e meticolosa ricerca dei particolari.

Niente.

Quella cosa sarà sempre un clone.

Te ne rendi conto quando torni, non puoi accorgertene mentre ci sei, almeno se prima non sei mai andato via.

Te ne accorgi quando annusi altri posti che sono “casa”, ma non per te.

Te ne accorgi quando assaggi un’altra vita.

Ora potrei ricordare anche quanto sia importante ricordare che una casa non è fatta solo di mattoni, ricordare tutte le case che sono state casa e gli anni esatti che hanno impiegato a diventarlo; ma non riesco granché.

Casa in me assume un concetto unico, le mie case si sono sovrapposte le une alle altre, tutto il buono e tutto il marcio adesso sembrano ingredienti di un unico calderone.

Vivisezionare una casa è la cosa più stupida del mondo.

Una casa è come una vacanza presa in pacchetto full.

Ha i balconi, le finestre, le pietre, il lato al sole e, chi ha fortuna, un po’ di giardino. Di certo ha le pareti ed il tetto.

Tutto il resto è altamente variabile, ma si chiama casa.

Ed è tutto quello che voglio, non proponetemi mai alberghi, se possibile, li detesto e non ci dormo mai bene, figuriamoci sognare.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina ©Laurent Chéhère




La Valigia blu. Seconda puntata

“La Valigia blu” è una trasmissione di poesia che va avanti da un paio d’anni. Il suo luogo di generazione è la Letteraria Web Radio, che per il momento è un contenitore di podcast culturali.

L’idea è quella di offrire a tutti coloro che fanno cultura come “cassetta degli attrezzi”, ovvero come necessità prima di decodificare la complessità di questo mondo, un momento di confronto e di stimolo.

“La Valigia blu” è un format dedicato completamente alla poesia. La poesia ha attualmente una grande platea di autori. Ed anche di lettori/ascoltatori. Una vera e propria “nazione” che stenta però a credersi tale. È in atto un cambiamento ancora poco percepibile. È la situazione tipica del coacervo in cui però i fluidi e i liquidi, le “presenze” non comunicano tra loro, anzi. Regna la competizione e la corsa alla pubblicazione. Risultato, sono tutti schiavi degli editori. In realtà c’è un gran bisogno di poesia. Che rimane insoddisfatto.

Non perdiamo però le speranze e l’occasione di stare chiusi in casa sta dando a “La Valigia blu” un seguito importante. La ripresa delle trasmissioni è partita proprio in queste settimane e in due puntate ci sono stati almeno 300 ascolti.

Transitiamo Umani:
web radio poetry reading.

Tema della Puntata del 18 marzo 2020
Le distanze. Si tocca al nocciolo il senso dei rapporti umani in un periodo di emergenza come questo.
Ospite Sergio Bellucci.

“Conoscere qualcuno, ovunque egli sia, con cui comprendersi nonostante le distanze e le differenze, può trasformare la terra in un giardino” Goethe

Riuscire a focalizzare il rapporto con l’altro in un momento in cui siamo costretti a “prendere le misure”.

Prima parte

 

Seconda parte

 

Terza parte

 





Effetto Bambi

per Alessia           

«Bois ton apéró, s’il te plait, et oublie ça»1 disse  M. Maulassienne guardando il comandante della Gendarmerie del villaggio; lo stesso che, appena arrivata, mi aveva convocata in caserma “de tout urgence”2.

C’ero andata intimorita: cosa mai potevano volere da una spaesata au pair3 da poco in paese.

Nonostante le indicazioni di M.me ero stata costretta a entrare in un bistrot a chiedere informazioni. La caserma era l’edificio più brutto e grigio del corso principale. Dopo aver detto al militare all’ingresso il mio nome, ero stata fatta entrare in una sala con una fila di sedie di plastica alla parete. Mi ero seduta composta, i palmi delle mani sulle ginocchia, chiedendomi quali reati, senza essermene resa conto, avessi commesso in terra di Francia. Avevo atteso e atteso, sempre più a disagio, poi un gendarme aveva aperto la porta della stanza e mi aveva fatto segno di seguirlo fino a un ufficio dalle grandi vetrate.

Le commandant era seduto dietro la scrivania sotto la finestra; senza alzarsi aveva cominciato a parlarmi. Un francese veloce e senza pause. Per quanto mi sforzassi di capire ne ero incapace, étonné4 da quel diluvio di parole privo, almeno per me, di significato; poi, con un gesto tutto siciliano, avevo mosso i palmi aperti delle mani dall’alto verso il basso, come a comprimere l’aria: “se vuoi che ti capisca calmati. Ferma le macchine”.

E il disagio per avere compiuto quel movimento per i
miei canoni così scortese, si era fuso all’ansia.

La comunicazione gestuale, però, aveva funzionato, perché il Comandante aveva cominciato a parlarmi scandendo le parole, come stesse rivolgendosi a una deficiente, ma anche se adesso riuscivo a cogliere il senso del discorso, ero, se possibile, ancora più stupita: M. Maulassienne, aveva spiegato, era un ingegnere della Edf5 con incarichi delicati e segreti, per questo la Gendarmerie lo tutelava a un “niveau un”6 di sicurezza. Si era interrotto un attimo, come a valutare quanto aveva detto, poi aveva scrollato le spalle e continuato: le informazioni su di me erano ottime e non dovevo preoccuparmi.

Non avevo avuto il tempo di chiedergli chi mi avesse dossierato e di cosa avrei dovuto preoccuparmi, perché si era girato col busto e indicato, alla sua destra, un manifesto dai bordi rossi, su cui erano stampate una mezza dozzina di facce.

«Ils sont terroristes7» aveva detto indicandoli, ma la mia attenzione non era stata attratta da quei volti barbuti e truci, quanto dalla foto di un uomo dagli occhi spiritati e le sopracciglia foltissime, stampato su un affiche più piccolo, appeso con delle puntine alla bacheca di legno sulla sinistra della scrivania.

Non ero riuscita a trattenermi e: «Je l’ai vu au bistrot aujourd’hui. Il a acheté de la nourriture»8 gli avevo quasi urlato.

Il Comandante mi aveva guardato dubbioso, aveva mormorato qualcosa su un evaso dal carcere dipartimentale, poi aveva afferrato la radio trasmittente sulla scrivania, pronunciato frasi smozzicate e, sul crepitìo della comunicazione, aveva atteso. E io con lui, fino a quando da quel quadrato di plastica stretto tra le sue manone, era emerso un flusso di parole. Lui allora, dopo aver muggito dentro il microfono una salva di “bon…bon…bon”, si era alzato dalla scrivania e mi si era avvicinato. Sovrastandomi con tutta la sua mole agli steroidi, mi aveva guardata fisso, la mascella quadrata a meno di cinque centimetri dal mio sguardo.

In quel momento, con un sussulto di preveggenza, avevo capito quali fossero i suoi pensieri: era irritato per aver dato retta a una ragazzina dall’aria indifesa e forse un po’ ignorante.

Al bistrot nessuno aveva visto entrare o uscire l’evaso, mi aveva ruggito contro. Mi ero certamente sbagliata.

Io l’avevo ascoltato sforzandomi – retaggi della mia educazione di stampo orientale – di non contraddirlo, ma, sapevo, di non essere né ignorante né indifesa. Parlavo quattro lingue: lo spagnolo appreso dai genitori filippini, l’italiano, perché in Italia ero nata e cresciuta, l’inglese e il tedesco, acquisite con un master universitario; ed era difficile mi sbagliassi nel riconoscere le persone, perché possedevo un “gyrus fusiforme”, la funzione del cervello in grado di riconoscere i volti delle persone, molto al di sopra della media; potevo anche sembrargli indifesa, ma era solo il mio aspetto esteriore, perché, grazie agli anni di allenamenti e alle gare col gruppo sportivo dell’università, ero cintura nera di taekwondo.

Non gli avevo detto nulla di tutto questo, limitandomi a sorridergli mentre, quasi mi ordinava, di non provocare più falsi allarmi, e di seguire alla lettera le sue istruzioni.

E io, tre ore fa, avevo fatto proprio come mi aveva ordinato: nonostante fossi sicura di avere rivisto l’evaso alla fermata del bus, nella radura vicina al bosco, avevo composto il 112, solo quando guardando oltre la vetrata del salone, lo avevo sorpreso fermo sul limitare del bosco, ad appena tre metri dalla recinzione e dal prato della villa.

La Gendarmerie era arrivata a sirene spiegate e aveva cercato tra la vegetazione e i casolari senza trovare nessuna traccia del fuggiasco. Il comandante aveva chiamato M. Maulassienne al cellulare e adesso erano tutti e due davanti a me e mi guardavano con aria di rimprovero.

«Forse avrai visto un faon9 » Maulassienne continuò paterno, forse per reazione alla mia espressione stupita alla battuta sull’aperitivo.

Il comandante però non interpretò in questo modo il mio sguardo perplesso.

«Un bambi» spiegò con aria paternalistica, ancora una volta quasi parlasse a una deficiente e non era il solo, perché proprio questo pensiero o altri non dissimili, leggevo nell’incrociarsi degli sguardi dei due.

Trattenni le lacrime di rabbia, ma non la deriva dei pensieri: quei due, sia il saccente che l’ammasso di muscoli, non avevano idea di quello che dicevano, fuorviati dal mio aspetto minuto: l’evaso io lo avevo visto a uno sputo dalla villa e non era certamente un cerbiatto inoffensivo, anche perché, nonostante le apparenze, quegli animali sono tra i più pericolosi e aggressivi.

Leggessero Konrad Lorenz invece di pontificare.

Di nuovo, ma questa volta con maggiore difficolta nel contenermi, venni frenata dalla mia educazione.

Voltai loro le spalle, uscii dalla stanza.

M. è fuori città per quel suo segretissimo lavoro, M.me è uscita con le amiche; ha mandato un messaggio: non occorre cucinare stasera, penserà lei a portare quell’ammasso spugnoso sovraccarico di improvabili condimenti che qui chiamano pizza. Io devo soltanto andare a prendere les enfants a l’école10.

Ci vado con la macchina; percorro la maledetta rond point11 – le ho sempre odiate le rotatorie sia quando guidavo a casa sia adesso: una gran fatica per cogliere l’attimo in cui immetterti nel traffico e uno stress infinito per non imboccare l’uscita sbagliata – percorro un pezzo di statale arrivo davanti la scuola.

Les enfants salgono in macchina sovraeccitati: Armand e Jule per avere giocato da titolari nelle rispettiva squadre in una partita del campionato studentesco, Mazzarine, la più piccola, per avere, insieme alla sua classe, fatto il bagno nel laghetto del parco scolastico. La ascolto assertiva, ma non riesco a scacciare il ricordo di quanto quell’acqua mi fosse sembrata viscida e appiccicosa, quando, per assecondarla, mi ci ero bagnata anch’io.

Arriviamo a casa, finalmente.

Prima di aprire la porta a vetri della villa guardo il cancelletto d’accesso al prato e mi sembra di vedere un mucchietto di ghiaia sulla destra: come se qualcuno aprendo il cancello l’avesse spostata. Non ricordo di essere stata io; forse M.me. Non mi preoccupo.

Entriamo in casa e un refolo d’aria mi sfiora la guancia, proviene, penso, dall’infisso della porta finestra della cucina non ancora riparato. Questa volta però non ha il solito odore del bosco, ma un che di acidulo e di sudore leggero. Sono i ragazzi, mi convinco, non si saranno lavati affondo dopo lo sport. Non mi preoccupo.

Adesso devo aiutarli a disfare le cartelle, preparare la merenda e aspettare il rientro di M.me.

Mando Mazzarine in bagno perché si prepari per la doccia, io la aiuterò non appena avrò verificato quali compiti hanno assegnato ai suoi fratelli.

Sono nella stanza dei ragazzi, ho avuto soltanto il tempo di sganciare le cinture elastiche dei loro zaini, quando sento Mazzarine gridare e piangere. Mi precipito in corridoio, l’odore acido di sudore è più acuto, entro nella stanza della bambina e vedo l’evaso. Tiene stretta Mazzarine cingendola col braccio all’altezza delle spalle, appena sotto il suo mento.

Lo guardo immobile, bloccata nei pensieri.

Mazzarine vedendomi smette di gridare, scalcia, abbassa la testa, gli morde la mano, riesce a liberarsi, corre verso di me.

È un attimo: il bruto mi guarda, porta il busto in avanti per afferrare di nuovo la bambina, perché ha deciso che non sono un pericolo, al più un cerbiatto spaurito. Ma i cerbiatti, nonostante l’aspetto, sono animali in grado di difendersi: soprattutto se hanno praticato il taekwondo per anni.

Faccio un passo in avanti, distendo la gamba sinistra e il mio tae lo colpisce ai testicoli, lui si piega sulle ginocchia, io porto in avanti il gomito e lo colpisco in controtempo al pomo d’Adamo. L’intruso cade bocconi sul pavimento, respira a fatica, gli sono sopra, ho ancora in mano le fettucce elastiche degli zaini e gliene passo una intorno alla gola, la tendo fino a fare un nodo intorno ai suoi polsi, con l’altra gli lego stretti i talloni. Non può più muoversi, adesso, si strozzerebbe da solo.

Sono esausta, ma devo ancora fare qualcosa. Prendo il cellulare, mi avvicino a distanza di sicurezza al viso stupito dell’evaso, lo fotografo, e, prima di chiamare ancora una volta il 112, mando la foto al comandante.

Chissà se, anche questa volta, mi consiglierà di prendere un aperitivo.

Abbraccio forte Mazzarine; rido sguaiata.     


Note:
1) «Bevi il tuo aperitivo e non preoccuparti»
2) «con la massima urgenza»
3) ragazza alla pari 
4) stupita
5) Ente energetico francese
6) «livello uno»
7) «Sono terroristi»
8) «L’ho visto al bistrot. Ha comprato del cibo»
9) cerbiatto
10) i ragazzi a scuola
11) rotatoria stradale

Foto copertina © Ciso


 




La Valigia blu. Prima puntata

“La Valigia blu” è una trasmissione di poesia che va avanti da un paio d’anni. Il suo luogo di generazione è la Letteraria Web Radio, che per il momento è un contenitore di podcast culturali.

L’idea è quella di offrire a tutti coloro che fanno cultura come “cassetta degli attrezzi”, ovvero come necessità prima di decodificare la complessità di questo mondo, un momento di confronto e di stimolo.

“La Valigia blu” è un format dedicato completamente alla poesia. La poesia ha attualmente una grande platea di autori. Ed anche di lettori/ascoltatori. Una vera e propria “nazione” che stenta però a credersi tale. È in atto un cambiamento ancora poco percepibile. È la situazione tipica del coacervo in cui però i fluidi e i liquidi, le “presenze” non comunicano tra loro, anzi. Regna la competizione e la corsa alla pubblicazione. Risultato, sono tutti schiavi degli editori. In realtà c’è un gran bisogno di poesia. Che rimane insoddisfatto.

Non perdiamo però le speranze e l’occasione di stare chiusi in casa sta dando a “La Valigia blu” un seguito importante. La ripresa delle trasmissioni è partita proprio in queste settimane e in due puntate ci sono stati almeno 300 ascolti.

Transitiamo Umani:
web radio poetry reading.

Tema della Puntata dell’ 11 marzo 2020
La crisi. In greco questo termine ha tanti significati e tante sfaccettature così come nella lingua cinese; vuol dire anche possibilità, sviluppo, nuove opportunità ed in questo senso la poesia è in grado di cogliere appieno queste parole, ce le può portare fino al nostro cuore.
15 poeti leggono e riflettono sulla poesia.

Intro

Prima parte
[anticipata dall’ascolto di 05:30 minuti di musica]

Seconda parte
[anticipata dall’ascolto di 03:00 minuti di musica]





Casa lontana

Il signor Nakamura si svegliò di soprassalto; aveva sentito piovere. Era sicuro di aver sentito il rumore delle gocce d’acqua sulla tettoia di lamiera.

Scese dalla cuccetta e si avviò per il corridoio seguendo la pista luminosa sul pavimento.

Si fermò di colpo: “nello spazio non può piovere, non possono esserci nuvole”, si disse ad alta voce Nakamura, ascoltando il ronzio sommesso delle pompe.

Nella Stazione Orbitante Multinazionale, vanto della tecnologia europea (ed anche dei tangentisti che avevano spartito le mazzette), era un momento di sospensione delle attività scientifiche: gli ultimi specialisti erano stati rispediti a terra da un paio di settimane, ed i nuovi ricercatori stavano terminando il training, in attesa della navetta che li avrebbe condotti ai loro esperimenti in assenza di gravità.

Nakamura si occupava, in questi momenti di relativa tranquillità, di rimettere in ordine i materiali, di togliere le incrostazioni, di ripulire il disordine che i giovani esuberanti ricercatori delle migliori università erano soliti causare.

Ma l’operosa attività di Nakamura era, negli ultimi giorni, disturbata da problemi onirici che lo turbavano non poco.

La sensazione della pioggia era solo l’ultimo incubo che aveva dovuto subire, ed ora cominciava, leggermente, a preoccuparsi.

Undici anni di esperienza pressoché consecutivi sulle stazioni in orbita geostazionaria lo avevano reso insostituibile, infatti conosceva la funzione e l’utilità di ogni singolo componente, e sapeva risolvere i problemi diagnostici con capacità e competenza.

Mai avrebbe pensato di chiedere di essere sostituito per problemi medici, il minimo accenno a guasti psicologici lo avrebbe escluso definitivamente dalle missioni sulla stazione, che era la sua casa.

Un’altra notte cronologica, un altro turno di riposo, o almeno così sperava che fosse; per essere certo di dormire, Nakamura prese una compressa di un farmaco ipnoinducente a media durata d’azione, e si sistemò nella cuccetta.

Ma terminata la fase di sonno profondo, l’ingresso nella fase r.e.m. fu inaugurato dallo stormire di aceri giapponesi, nel pieno della foliazione, ed il rosso delle foglie era ben vivido negli occhi della mente: ciò che turbò Nakamura fu la sensazione, netta al risveglio, di avere sfiorato le foglie purpuree degli aceri e di averne sentito anche l’odore.

Sotto il cuscino antistatico, al mattino, Nakamura trovò un ciuffetto di foglioline rossastre, ancora fresche.

Stette ad osservare, sul tavolo del laboratorio di genetica, le foglie per alcune ore, dopodiché le introdusse nell’analizzatore molecolare.

Il responso fu una strisciata di valori illegibili, e la macchina concludeva l’analisi dichiarando di non aver trovato traccia di minerali conosciuti.

Nakamura tentò di chiamare il controllo a terra, ma una volta collegato si astenne dal segnalare il fatto: un pazzo in una stazione orbitale avrebbe passato il resto dei suoi giorni sotto le amichevoli cure degli psichiatri specializzati in smarrimenti spaziali, e questa prospettiva non lo attirava affatto.

Chiese l’invio con il prossimo cargo di una nuova fornitura per la farmacia di bordo, e dei materiali di routine che si erano consumati nel frattempo, e chiuse il collegamento con la base a terra.

Decise di restare sveglio, spostò due telecamere miniaturizzate sopra la cuccetta e si mise a riparare alcuni strumenti fuori uso da tempo, ma non per questo ancora inutilizzabili.

Restò sveglio per il corrispettivo di 48 ore terrestri, sempre tenendo d’occhio i monitor portatili collegati alle telecamere, ma non registrò alcuna attività al di fuori della norma.

Tutti gli strumenti indicavano ciò che era evidente, nessuna variazione nei parametri fisico-chimici misurabili.

Il sonno lo aggredì senza possibilità di resistenza, ed ebbe appena il tempo di arrivare fino alla cuccetta antigravitazionale, per sprofondare subito dopo nel torpore assoluto.

Dopo alcune ore di assenza di stimoli, si alzò per iniziare la routine dei controlli, passò al monitor di controllo, nessuna variazione apprezzabile negli standard di funzionamento della stazione orbitale, aprì il laboratorio con gli stabulari, ispezionando i topolini, i conigli, i ratti bianchi mutanti destinati ad ammalarsi di tumore per poi essere curati con i farmaci sintetizzati in orbita, le cavie intente a rosicchiare i mangimi sintetici.

Passò nell’altra camera, dove dietro una ampia vetrata si poteva osservare la stanza di Sheila, il suo computer, la sua amaca, l’albero secco.

Ma Sheila non c’era; Nakamura si avvicinò ai monitor, poi sbloccò la porta a vetri della stanza illuminata: pavimento pulito, luci diffuse, tavolo e posate in ordine, lettino al suo posto, ma dello scimpanzé nessuna traccia.

Poteva ispezionare tutti i cavi sotto il pavimento, controllare con microcamere tutti i passaggi dei liquidi e dei gas nel ventre della stazione spaziale, poteva fare un check completo di tutti i cablaggi elettronici, e farsi una bella stampa del risultato.

Però si era perso la scimmia. O meglio, la scimmia non era più dove avrebbe dovuto essere.

Pensò con raccapriccio alla segnalazione da fare al controllo a terra, gli avrebbero mandato dopo qualche ora un cargo con superefficenti bruschissimi operai galattici e magari lo avrebbero dimissionato su due piedi per inefficienza totale.

Spense il monitor di controllo della camera di Sheila, mise in tasca il tester che aveva usato per provare gli strumenti, la porta a vetri si richiuse con un rumore pneumatico e si spostò attraverso il corridoio, senza fatica, a gravità zero.

Sconfezionò il pasto liofilizzato, tentando di immaginare, come ogni volta, l’odore ed il colore del contenuto se lo avesse consumato in un ristorante, sulla terra; quella roba assolutamente asettica lo nutriva e lo faceva sopravvivere, fornendo i metaboliti e gli enzimi necessari alle sue funzioni vitali, e garantendogli l’apporto vitaminico bilanciato, e basta. Niente emozioni.

Nakamura pensò con disagio ad una scimmia in fuga, a tutti i danni che potevano succedere in un laboratorio orbitale, al rischio di dover smontare paratie e portelli per poterne recuperare il cadavere; si appoggiò alla cuccetta, ebbe la sensazione di infilare la testa in un sacco di tela scuro, fu catturato dai fantasmi del sonno.

Una strada ampia di un quartiere popolare, riquadri di cemento perfettamente disegnati sui marciapiedi, alberi di ailanto piantati da poco in fori regolari, con alti tutori per tenerli dritti, ed in quella strada, Nakamura ne è certo anche se non vi è mai passato, abita la sua prima maestra, una maestra che ha amato esageratamente, tanto da rifiutarne le coccole per vergogna. Si avvicina al portoncino bianco con piccole vetrate colorate, il giardino è spoglio e trascurato, si aspetterebbe di trovare aperto, invece deve bussare ed aspetta che qualcuno venga ad aprire. Ma invece della ragazza alta e bruna con lunghi capelli nerissimi apre la porta una anziana stanca; è vestita di nero e Nakamura cerca di parlare. La vecchia gli mette una mano sulla bocca e comincia a piangere; probabilmente la maestra è morta e lui ha fatto una passeggiata inutile, e vorrebbe gridare ma la voce non gli esce, e sente nel petto esplodergli tutte le parole che non ha mai saputo dire alla sua giovane maestrina, poi si mette a correre a casaccio, inciampa e cade.

Si risveglia sudato e sbatte, nello scatto che fa per rialzarsi, la testa nella volta della cuccetta. Nel monitor che copre la sala controlli vede del trambusto: è Sheila che si è arrampicata su un alto baobab e tira oggetti a due leoni che tentano di arrampicarsi sull’albero. Nakamura adesso è sveglio, ma crede di continuare a sognare, afferra a casaccio una torcia ed un martello e si dirige rapidamente verso la sala controlli, ed intanto nel corridoio tende l’orecchio, e li sente, i leoni che ruggiscono ferocemente.

Si ferma, e non sapendo perché, dal telecomando multifunzione smorza le luci dei corridoi; adesso sono illuminate solo le lucette gialle d’emergenza, che tracciano una pista interrotta sul pavimento.

È arrivato alla sala controlli, e crede di sentire un odore che non conosce, che non può conoscere, perché non è mai stato in Africa; l’odore acre della savana, e la puzza forte dell’urina dei grossi carnivori, ed il fetore delle carcasse in decomposizione.

Apre la porta blindata della sala controlli: la luce è accesa, e dentro è tutto in perfetto ordine, niente baobab, niente leoni, niente savana.

Acciambellata sulla poltrona girevole Sheila giocherella con un joystick, muovendo i carrelli dell’archivio degli esperimenti.

Nakamura si avvicina calmo allo scimpanzé, che lo abbraccia e gli sale in braccio, e quindi la riporta nella sua luminosa gabbia.

Mentre resetta tutti i computer e lancia la routine della  trasmissione automatica dei dati a terra cerca di non chiedersi il perché della sparizione e ricomparsa del quadrumane, e spera che i sensori non ne abbiano segnalato il muoversi lungo le paratie della stazione orbitale.

Non vuole darsi spiegazioni e soprattutto non saprebbe dare spiegazioni plausibili agli ingegneri di missione, e magari lo invierebbero ad un periodo di riposo e controllo per finire poi inchiodato al suolo. A terra non vuole ancora scendere.

Non vuole tornare alla casa di Kyoto, vuota dopo che la moglie lo ha piantato per fuggire con un lottatore di kendo, non vuole affrontare il dolore dei ricordi tra quelle pareti mobili, non vuole più nutrire i carassi giganti nella vasca del giardinetto.

La casa è lontana, pensa, ma la mia vera casa è qui, lontano dalla confusione e dal disordine, lontana da metropolitane sovraffollate e da bande di motociclisti rissosi, lontana da terroristi al gas nervino e da estremisti di destra con megafoni e catene, lontana dalla corruzione e dal consumismo indispensabile, lontana da quel genere umano cui appartiene solo per colpa del D.N.A.

Nakamura sintonizza il ricevitore digitale su una stazione in broadcasting dall’Australia; il segnale riflesso dal satellite diffonde nella sala riparazioni grandi pezzi musica varia, in prevalenza rock’n’roll e surf, e mentre lavora intorno ad un pannello solare guasto, batte con il piede il ritmo, seguendo il rullante del batterista.

Alcune ore dopo è di nuovo in trance onirica, ed addormentandosi ha avuto la sensazione di vedere altri uomini in giro per la stazione, ma è impossibile, cerca di dirsi, senza il rispetto dei protocolli di aggancio guidati dalla sala controlli nessuna nave spaziale può attraccare al pontile flessibile della stazione orbitale.

Stavolta, per sicurezza, ha ingerito dopo il pasto una compressa di benzodiazepina a lunga durata d’azione, poiché teme di dovere affrontare ancora uno degli strani sogni che lo hanno assillato, ultimamente.

Nakamura è fuori della stazione orbitale, sta rimettendo a posto una fila di pannelli solari sul fianco destro, ed il cordone ombelicale che lo tiene collegato pulsa di ossigeno ed acqua: Nakamura perde il primo cacciavite, continua il lavoro con quello che si è portato di scorta, perde anche questo, e nel movimento scomposto senza gravità si allontana troppo dal portellone aperto, ed il cavo che lo collega alla stazione orbitale striscia sui supporti delle parabole, si sfrangia la copertura, si taglia e dopo un secondo si accorge di essere perduto nello spazio.

Alla deriva mentre l’aria sfugge veloce attraverso il tubo tranciato, il fantoccio in tuta spaziale gira come un disco finito di suonare sul piatto giradischi, e poi si perde confuso nel nero uniforme del buio spaziale.

Alla deriva guarda la stazione spaziale illuminata dai fari di servizio, pensa che adesso la sua casa è veramente lontana, poi scompare perso nello spazio.

Alcuni giorni dopo, i tecnici arrivati sulla stazione dopo la scomparsa inspiegabile di Nakamura osservarono i filmati delle telecamere di servizio, e videro che si alzava, come addormentato, sonnambulo, dalla cuccetta, la scimmia lo aiutava ad indossare la tuta spaziale, mentre le diceva di voler raggiungere un luogo sulla terra, (parole non chiare, microfono difettoso), poi raggiungeva in fretta il portellone per il corridoio esterno, lo apriva e si lanciava nel vuoto senza agganciarsi al cordone di sicurezza ed al tubo dei rifornimenti di aria e acqua.

La scimmia teneva tra le mani una foto di una casa di Kyoto con giardinetto e vasca per i pesci rossi, e sopra era scritto, con pennarello rosso: casa lontana.

 

 


Foto copertina © Antonio Musotto




“La casa delle voci” di Donato Carrisi

Era il gennaio del 2009 quando in Italia usciva Il suggeritore, opera prima di Donato Carrisi, specializzato in “criminologia” e “scienze del comportamento”, destinata a ridisegnare gli elementi fondanti del genere letterario comunemente indicato come “ thriller psicologico”, genere che fino ad allora aveva avuto i propri maestri indiscussi negli Stati Uniti, capaci, per anni, di tenerci incollati alle loro pagine. Il suggeritore, per chi scrive, ha ottenuto il medesimo effetto nel mondo del “Crime” di quello che “Nevermind” ha avuto nella scena musicale alternativa dei primi anni Novanta. Romanzo seminale, rivoluzionario, scardinava le regole di schemi che sembravano granitici, regalandoci quel passo in avanti di cui il genere necessitava per non rimanere troppo uguale a se stesso.

Dinanzi a un tale successo, proseguito senza soluzione di continuità con i libri successivi (Il tribunale delle anime, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio, La ragazza nella nebbia, Il maestro delle ombre, L’uomo del labirinto, Il gioco del suggeritore), la sfida che attendeva l’autore era titanica: innalzare ancora una volta l’asticella e regalare un’avventura capace di entrare nel cuore e nella psiche del lettore.

Donato Carrisi fa ancora una volta centro grazie alla sua ultima fatica, La casa delle voci. Sparigliando nuovamente le carte, non ci fa incontrare assassini psicopatici, poliziotte non risolte, lati oscuri di impeccabili professionisti; qui i protagonisti sono persone comuni, con percorsi professionali delineati, vite apparentemente tranquille, sconvolte dall’arrivo di una telefonata dall’Australia. Il protagonista assoluto del libro non è più il male, ma il disagio psichico e psichiatrico, le storture dei manicomi, le conseguenze sottovalutate di una legge rivoluzionaria e necessaria (La legge Basaglia), che, se da una parte ha liberato dall’oblìo un esercito di dimenticati, dall’altra ha messo il nostro Paese di fronte alle sue ataviche mancanze, pagate, a caro prezzo, da quelle stesse persone che volevamo liberare.

Sia chiaro però, La casa delle voci non è un saggio, è,  e rimane, un  thriller psicologico entusiasmante dove l’autore spinge la paura e l’ansia un gradino più in alto di dove si era spinto fino ad oggi ed i suoi personaggi, già dalle prime righe, sono destinati ad entrare nella nostra memoria e restarvi per tantissimo tempo grazie ad uno stile asciutto, ad un ritmo incalzante, ad una trama che attraversa vent’anni e ad un andirivieni sorprendente che regala al lettore un’onda emozionale tale che lo induce a sperare di non chiudere il libro. Secondo chi scrive, un libro è valido quando chi lo legge vorrebbe non finisse mai, una dicotomia tra la voglia di “sapere come va a finire” e la speranza, neanche tanto nascosta, che le pagine non si esauriscano: un nuovo tassello nella trama è, allo stesso tempo, una conquista e un timore. La casa delle voci è, per gli amanti del genere,  un’ulteriore conferma che il “thriller psicologico” abbia trovato la sua nuova casa in Italia e che Donato Carrisi, di questa nuova casa, abbia costruito le fondamenta.




Fare società intorno al libro

Articolo già edito da www.carmillaonline.com

Ci provano con un cric, non funziona. Ritentano con un frullino. Segano una sbarra, entrano nel locale, portano via computer, denaro, giochi di società, mettono tutto sottosopra. È la notte tra il 29 e il 30 novembre e l’obiettivo è ancora una libreria indipendente romana che porta il nome di Giufà, un personaggio presente nella tradizione orale del mediterraneo, una figura ponte. Avevano già colpito nel 2018 e sono tornati. Sono tempi duri a Roma per chi cerca di sviluppare progetti di prossimità che sottraggano i quartieri alla logica del dormi-lavora-consuma. Non a caso è proprio del 2 dicembre la notizia che la Pecora elettrica, un’altra libreria indipendente di Centocelle, dopo il doppio incendio del 25 aprile e del 5/6 novembre, non riaprirà. Nel frattempo altri locali continuano a prendere fuoco, a essere vittime di furti o semplicemente a chiudere, come la storica Libreria del Viaggiatore in via del Pellegrino. In alcuni casi sono ipotizzabili logiche di controllo criminale del territorio, ma nel complesso non c’è bisogno di un esplicito filo d’Arianna che colleghi tutti i singoli fatti in chiave complottistica per capire che rischiamo un futuro urbano distopico, deprivato dell’elemento sociale e conviviale. Una massa di elettori e di consumatori singolarizzati, senza comunità, senza riti, canzoni, muretti, piazze e contatto diretto, si governa meglio. E ciò che non è governabile lo si lascia alle cure dello psicologo o a quelle del poliziotto, a seconda delle fasce di reddito in questione.

Francesco Mecozzi

«Eravamo un piccolo gruppo di trentenni e venivamo da percorsi universitari diversi», racconta Francesco Mecozzi. «Facendo formazione nelle scuole ci siamo accorti della centralità del libro. Così abbiamo fondato una cooperativa e aperto i battenti nel 2005, quando a San Lorenzo c’era solo un’altra libreria generalista. Era un mondo diverso: in via degli Aurunci c’erano botteghe di fabbri, falegnami, tipografi, ceramisti, e perfino un teatrino per bambini. Adesso invece la gentrificazione avanza perché non c’è protezione per attività come le nostre.»
La zona in effetti ha subito una metamorfosi radicale da quando era il baluardo della contestazione studentesca e popolare negli anni settanta, con le decine di sedi politiche e di centri culturali che si affacciavano sulle vie. Oggi il quartiere è rappresentato dai media come crocevia della movida notturna e del controllo criminale del territorio. «Ciò nonostante San Lorenzo è ancora un quartiere vero, a differenza di altre zone della Capitale devastate dalla ristorazione mordi e fuggi e dall’onda d’urto di Airbnb. Ci sono scuole, asili nido, il mercato, l’università e negozi a conduzione famigliare. San Lorenzo è un monumento consumato dal tempo che la natura sta ripopolando con nuova vegetazione: si tratta in particolare di ex studenti che ci avevano abitato da fuorisede e poi hanno deciso di tornare con la famiglia, oppure persone che scelgono di viverci in maniera mirata, perché questo quartiere ha ancora un posto ben definito nell’immaginario collettivo.»
Nei suoi quindici anni di attività la Libreria Caffè Giufà ha ospitato più di mille e duecento tra presentazioni, dibattiti e reading. Mi ricordo delle prime presentazioni di Zerocalcare con una fila di ragazzi e ragazze che arrivava fino a fuori la porta. Tutti gli chiedevano di personalizzare il libro di fumetti con un disegnino e lui si massaggiava il polso indolenzito. Chiedo a Francesco altri nomi noti. Vengono fuori Claudia Durastanti, Nicola La Gioia, Cristian Raimo, Makkox, gli statunitensi Rick Moody e Charles Burns, lo spagnolo Paco Roca, l’americana di origini messicane Sandra Cisneros e la messicana Valeria Luiselli. Ricordo poi la prima presentazione di 108 Metri dello scrittore working class Alberto Prunetti: si svolse proprio qui, nell’ambito di un talk show organizzato dal Gruppo di Studio Penequo, cui seguirono gli incontri con altri autori di “Carmilla” quali Gioacchino Toni e Sandro Moiso.

 

Ogni volta che entro da Giufà trovo studenti che preparano esami sorseggiando tisane, qualche passeggino parcheggiato tra i tavolini disposti accanto agli scaffali, appassionati di fumetti con il naso dentro un volume a copertina rigida. Poi nel tardo pomeriggio spesso compaiono un paio di microfoni, cominciano a circolare calici di vino e s’inizia a parlar di saggi, romanzi e graphic novel. I passeggini cambiano angolazione e molti dei presenti si fermano a sentire mentre arriva altra gente. Scattano i saluti, gli abbracci di chi non si vede da tempo e ci si guarda intorno per conquistare una sedia.
«Negli Stati Uniti le librerie indipendenti sono in grande ripresa», continua Francesco. «A Roma, negli ultimi anni, da quattrocento si sono ridotte alla metà, però credo che anche qui si possa assistere a una rinascita se saremo capaci di costruire un tessuto sociale e immaginario dove i libri, insieme agli autori e ai lettori, possano contribuire a creare una vita migliore.»

Uscendo noto il bel pavimento a scacchi della libreria. È un indizio chiaro: originariamente il locale era un’officina. Mi immagino quel fabbro o quel ceramista novecentesco che terminato il lavoro andava a bersi un bicchiere di bianco in un’osteria vicino alle mura o lungo la via Tiburtina. Me lo immagino nel 1922 tra il popolo che bloccò l’ingresso degli squadristi durante la marcia su Roma; poi a scavare a mani nude per tirar fuori morti e feriti dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale e infine a sognare un mondo migliore insieme ai partigiani. Esco dal negozio e me lo ritrovo di fronte, baffuto: attraverso la vetrata guarda i libri con le mani sui fianchi e sorride con aria d’approvazione.