È state

Siate romantici, ma con discrezione.
Siate poetici, facendo finta di nulla.
Fate come vi pare, guardandovi intorno.
Sorridete, se necessario.
Piangete a vanvera.
E mangiate molti frutti rossi, lasciano un bel colore sulla labbra.
Ricordate sempre che il basilico non cresce tutto l’anno, potremmo mai riuscirci noi?
La cioccolata torna tra un po’, ma ci sono i gelati.
Il cambio di stagione ci starà sulle palle anche quest’anno, ma lo faremo, forse.
Uscendo poco ho calato 4 vestiti, forse neanche mi va più di uscire, non va bene?
Lo so, ma non basta.
Il sole non è più lo stesso, ma in fondo in fondo neanche noi.
La ricorderemo come l’estate della resistenza, quella in cui tra una mascherina e un vaffanculo, ognuno di noi ha sentito vicina la paura di morire e continua a sentirla; anche quelli che dicono è solo un raffreddore più forte degli altri, negando hanno più timore di tutti, ma così tanto che se lo nascondono.
La ricorderemo come l’estate pirandelliana, finalmente è evidente che tutti abbiamo una maschera, sperando di ricordarlo e che tutto questo abbia un termine.
I tramonti sono solo scelte di emisfero che la luna sfrutta a suo vantaggio, ma in certi momenti è meglio non pensarci; se vi dovesse capitare non era il tramonto giusto, cambiate viale.
Buon.
 
 




Chiluzzo

per Mathilde

Era una biondina dal bel seno e dalla pelle bianchissima; senz’altro straniera.
     Aveva in affitto un appartamento, ricavato all’interno delle antiche mura della città, con un balconcino stretto e lungo a non più di un metro e mezzo al di sopra del banco di marmo su cui Chiluzzo tagliava ogni giorno tranci di pesce spada, svuotava calamari, apriva con un coltello acuminato ostriche e ricci da servire ai turisti del “molto, molto pittoresco” ristorante in cui lavorava.
     Era stata subito adottata dalla gente della piazza. Soltanto all’inizio, appena arrivata, due malacarne l’avevano seguita intenzionati a scipparla, ma era bastato il fremito della “panza” del “signò” Ciro a farli allontanare.
     Quando “l’inglisa”, come da subito avevano cominciato a chiamarla, indossando un cappello di paglia e un caffetano azzurro, traversava piazza Kalsa diretta al mare, a visitare un monumento o chissà dove, tutti la guardavano: i venditori ambulanti, gli sfasciacarrozze, gli sfaccendati seduti ad ascoltare alla radio canzoni neomelodiche, le donne dietro i banchetti delle sigarette di contrabbando e anche Chiluzzo s’imbambolava a osservarla e smetteva di impilare i cartoni di birra sul carrellino.
     Il movimento dell’orlo del caffetano gli ricordava quello delle onde del mare e lo calmava: perché in lui, da sempre, o almeno da quando era in grado di ricordare, covava una rabbia contro tutto e tutti: per il proprio aspetto, troppo basso e peloso; per il suo lavoro in nero, per quel continuo squamare pesci che altri avrebbero mangiato. Era come avere un gatto aggrappato allo stomaco. A volte era più feroce degli altri giorni e lui doveva sforzarsi per non aggredire qualcuno, così, senza motivo. Riusciva a calmarsi solo quando strappava il grumo sanguinolento delle interiora dai pesci sul banco e le gettava ai gatti in attesa o quando guardava “l’inglisa”.
     Una mattina gli era passata così vicina da essere riuscito ad avvertire il suo profumo. Più di una volta guardandola camminare, inebetito e stupito al tempo stesso, aveva rischiato di far cadere le cassette di birra dal carrellino. E Ninì, il principale, lo aveva richiamato.
     «Unnè cosa tua. Pensa a travagghiari1»
     Lui aveva continuato a sollevare le casse, indifferente, perché, si consolava, aveva un altro posto, solo suo, per guardarla indisturbato.
     La sera quando l’alogena era accesa sul bancone da lavoro la luce lambiva la strada da cui sarebbe tornata; bastava aspettare e alzare ogni tanto lo guardo verso il balconcino.
     Una volta era anche venuta a cena al ristorante, ma non era stato come lui aveva immaginato.
     Era arrivata in compagnia di un ragazzo dalla camicia firmata e le scarpe lucide. Chiluzzo lo aveva odiato con tutte le proprie forze e ancora di più. Aveva odiato anche se stesso, per quel suo lavoro da niente che gli impediva di uscire da dietro il bancone e saltare addosso a quel fighetto. Anche se i due erano molto vicini, non riusciva a distinguere il profumo di lei, coperto da quello della colonia dell’altro, costata, lo sapeva, almeno quanto il suo guadagno di una settimana di lavoro.
     Si era vendicato, però: quando il ragazzo aveva ordinato di gamberoni glieli aveva serviti senza togliere il tratto scuro dell’intestino. Mangiasse anche la cacca: lo meritava.
     L’inglisa invece gli aveva dato soddisfazione: alla fine della cena, dopo aver bevuto con calma il limoncello della casa si era alzata, aveva rivolto poche parole al suo accompagnatore, lo aveva salutato con un cenno rapido della mano ed era andata via.
     Chiluzzo l’aveva seguita con lo sguardo fino a quando l’aveva vista girare l’angolo, mentre, il ragazzo guardava “imparpagliato” la punta dei propri mocassini, pagava il conto. Lui, invece, aveva aspettato che la luce dell’appartamento sopra la sua testa si accendesse e solo allora si era concesso un sorriso.
     Non avrebbe saputo dire, ma forse quella sera era stato felice.

     La serata era torrida.
     Le finestre delle case, anche di quella sul banco del pesce, erano spalancate.
     Chiluzzo raccolse con le dita della mano uno sbuffo d’acqua dalla bacinella accanto a lui, la spruzzò sui pesci del bancone, guardò verso l’alto. Senza nessuno sforzo, se non quello di alzarsi sulle punte delle scarpacce da lavoro, la vide passare e ripassare dietro le imposte aperte, sedere sul divano giallo, alzarsi, andare nell’altra stanza, tornare, con la stessa leggerezza di quando traversava la piazza.
     La spiò attento, gli occhi spalancati.  
     Poi l’inglisa chiuse le tende e a lui non rimase altro che osservare la sagoma di lei muoversi nella controluce.
     Alla fibrillazione si sostituì la delusione e Chiluzzo ricominciò, stizzito, a sventrare pesci e ad aprire frutti di mare, ma quella era una sera d’afa, scirocco e sorprese, perché, cinque minuti dopo, l’inglisa riaprì le tende e si affacciò, sporgendosi verso il filo di metallo usato per stendere la biancheria.
    Per Chiluzzo fu un’apparizione: se avesse alzato il braccio avrebbe potuto toccarle le mani. La guardò ancora e ancora: aveva i piedi scalzi e indossava qualcosa di bianco, lungo appena oltre il ginocchio. Sembrava, pensò, uno di quei dolci d’albume preparati da sua nonna quando lui era bambino. Più che un ricordo era una sensazione, come sentirsi dentro un silenzio simile a quello dei corridoi delle elementari quando, durante le ore di lezione, lo allontanavano dall’aula; un estraniarsi ovattato che però sparì quando un alito di vento caldo mosse le foglie degli alberi e un cameriere batté sul banco per sollecitare la spigola alla brace da servire. Lui tolse in automatico il grosso pesce dalla griglia, lo dispose sul piatto di portata, continuò a guardare verso il balconcino.
     L’inglisa scosse oltre la ringhiera qualcosa di azzurro che si distese nell’aria con uno schiocco. Chiluzzo riconobbe il caffetano: lo aveva lavato e lo stendeva ad asciugare. Lo aveva appena ripiegato sul filo di metallo, quando una raffica di scirocco lo agitò, lo gonfiò, lo fece volare prima che lei potesse fissarlo con le mollette.
     Chiluzzo lo vide fluttuare nell’aria, cadere e scivolare all’interno dello spazio tra il banco frigo e il muschio delle mura.
     L’inglisa arrivò subito dopo: girò l’angolo e andò, quasi di corsa, verso il banco. Cercò con lo sguardo in direzione del punto in cui sarebbe dovuto essere il caffetano, non lo trovò, si voltò confusa verso Chiluzzo. Sulla lunga maglietta bianca aveva stampato il volto colorato di Minnie, non era più scalza, ma indossava delle infradito di cuoio.
     A Chiluzzo sembrò una di quelle modella della pubblicità. Non ebbe esitazioni: afferrò il coltellaccio più lungo, si distese sul ripiano del banco frigo, ficcò la mano col coltello nella fessura, armeggiò nello scuro fino a quando arpionò il caffetano e lo tirò fuori. Con quel pezzo di stoffa pendente dal coltello si sentì un eroe. Saltò giù, tolse il caffetano dalla punta della lama, lo ripiegò al meglio, lo porse all’inglisa.
     «Grazie» lei gli disse.
     Fece per parlargli ancora, si bloccò a inseguire un pensiero, indicò se stessa.
     «Marianne» proseguì.
     Chiluzzo era confuso, incapace di pensare.
     «Michele. Micheluzzo» riuscì però a dirle.
     «Grazie allora Michele» lei continuò.
     Chiluzzo si confuse ancora di più; anche se all’esterno sembrava calmo dentro di lui tremava e tremava: mai fino ad allora l’altra gli aveva parlato e gli era stata così vicina.
     «Sei inglese?» trovò il coraggio di chiederle per prolungare quel momento.
     «Francese» lei rispose «di La Rochelle».
     Chiluzzo aveva una vaga idea di quanto fosse lontana la Francia da piazza Kalsa, figurarsi sapere dove fosse La Rochelle; ma, in quel momento, fu certo di sapere su Marianne qualcosa di sconosciuto agli altri del quartiere e seppe, anche, che avrebbe conservato nel proprio ricordo quel momento di confidenza, come un attimo di intimità condivisa.
    Nella sua percezione fu come vivere sospeso all’interno di un lungo momento sognante, ma, nella realtà, tutto durò pochissimo: il tempo che Marianne impiegò a posargli la mano sull’avambraccio, a ritirarla.
     «Grazie ancora Michele» disse poi, prima di andare via.
     Chiluzzo rimase imbambolato, il coltellaccio in mano. Strusciò piano la lama del coltello sul palmo, come ad affilarlo.
     «Pensa a travagghiari. Un t’annappiari. Un tinnipao infortunio2» Ninì gli urlò.
     Lui allora tornò al bancone, aprì il ventre di un grosso capone steso sul marmo, ne tirò fuori le viscere, le buttò in terra, lo decapitò con una mannaia e con colpi ripetuti e violenti lo ridusse a tranci.


  1. “Non è per te. Pensa a lavorare” 
  2. “Pensa a lavorare. Non ti pago se ti infortuni”

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina © Elio Carreca




DUE MINUTI CON PAUL McCARTNEY di Friedrich Christian Delius

Don’t be afraid she’s a coward

Recensione secondo l’enciclopedia Treccani: esame critico, in forma di articolo più o meno esteso, di un’opera di recente pubblicazione. Detto fatto mi accingo a svolgere il compito proposto dall’Associazione Diatomea.net, ossia scrivere una recensione al volumetto citato sopra; accolgo l’invito con curiosità, una volta compreso l’argomento e il costrutto di questa gradevole opera di Friedrich Christian Delius, scrittore tedesco nato a Roma nel 1943, non molto noto nel nostro Paese [1]; preferisco quindi basare il mio commento sulle notizie riportate nel libro, edito da Le Lettere, a cura di Susanne Lippert.

Due minuti con Paul McCartney, inevitabile calco del bellissimo Esercizi di stile di Raymond Queneau, testo amato e riletto di tanto in tanto, mai sazia del gustosissimo gioco di variazioni di un tema banale, tra figure retoriche e generi letterari; ora si rende necessaria una precisazione: la versione italiana del libro di Delius è esperimento di traduzione compiuto dagli studenti del corso di Lingua e Traduzione Tedesca dell’Università degli Studi di Roma.

Salta
subito all’occhio l’audacia sia dell’autore, impegnatosi nella stesura di 66
versioni di una storiella ordinaria, alla maniera di Queneau (il suo Exercises
ne conta 99), sia degli studenti del corso di traduzione, emuli del virtuoso Umberto
Eco che curò la traduzione e l’adattamento in italiano di Esercizi di stile,
nel 1983, consapevole delle regole del gioco.

In
effetti Susanne Lippert ci informa che chiese a Delius se per il suo libro si
fosse ispirato a Queneau, e lui, non molto contento della domanda implicante
una supposta somiglianza, rispose affermativamente.

Dall’introduzione
della Lippert:

Una
breve descrizione del libro Due minuti con Paul McCartney, tratta direttamente
dalla homepage di Delius, recita così: “Un pallone, un cane, un Beatle,
due giovani e sette ragazze a Regent’s Park a Londra, il giorno in cui la
canzone Getting Better viene registrata per l’album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts
Club Band.” Un incontro strano, raccontato e inquadrato in tanti modi
diversi, un gioco divertente con prospettive sempre nuove e belle varianti.
Sessantasei variazioni, un ventaglio colorato di stili e tonalità, di
composizioni letterarie, giochi di parole e modi di scrivere.
[…]

Ho
letto con piacere le sessantasei variazioni della storiella definita
insignificante, apprezzando l’impegno dei giovani traduttori, tuttavia sarebbe
stato ancor più interessante trovare nel libro anche il testo originale, per
meglio considerare come le sfumature e le particolarità di una lingua, il
tedesco in questo caso, sono state trattate e adattate nella versione italiana,
nel rispetto dello schema ludico proposto dall’autore.

Posso solo tentare un’ipotesi: Delius non voleva presentare nella forma una pedissequa riproduzione dell’opera di Queneau  riportando il testo fonte; di fatto il tedesco è lingua poco praticata in Italia e per nulla orecchiabile. Come siano andate le cose non è dato saperlo.

Utile
addentrarci nei misteri della traduzione, in appendice, con le  Pillole di traduzione di Susanne
Lippert.

Lippert ha ritenuto opportuno fornire ai lettori un breve saggio di traduttologia, giacché questa materia ha le sue teorie, regole e strumenti utili a svolgere un buon lavoro di traduzione. Nel compendio è citato anche Dire quasi la stessa cosa  di Umberto Eco il quale, con la consueta prosa  avvincente, sottolinea le criticità, le false credenze e gli errori, a volte fatali, nei quali si rischia di incorrere quando non si è sufficientemente abili nel difficile mestiere di traduttore.

A
coronamento del tutto, nel breve saggio della Lippert troviamo uno spassoso
esempio di traduzione automatica.

Tornando
allo scopo di questo mio commento, riporto 
l’invito indicato in seconda di copertina:

Un
libro da regalare a persone intelligenti, soprattutto ai fan dei Beatles, agli
amanti del calcio e della letteratura, agli insegnanti di lingua, agli
appassionati di Londra e in special modo agli aspiranti scrittori in cerca di
una palestra stilistica.


[1]  Delius è autore famoso in Germania anche per gli argomenti trattati nei suoi romanzi che quasi sempre riguardano temi di attualità e storia:
–  La passeggiata da Rostock a Siracusa, 1998, Sellerio
–  La ballata di Ribbeck, 2012, Mimesis
–  Il mio anno da assassino, 2008, Edizioni Spartaco.


Dello stesso autore anche libri ambientati in Italia:
Ritratto della madre da giovane, 2009, Archinto e Die linke Hand des Papstes, 2013, Rowohlt





Il segreto della montagna

Sulla collina un uomo fuma

La macchina è stata vista

In pochi millesimi di secondo la combinazione rapida degli elementi chimici

Scatena l’inferno

Il vetro si sbriciola la lamiera si accartoccia la carne si strazia.

 

“Sono tua madre, Giovanni, ti sto aspettando.

Sono tuo padre, Giovanni, ti sto attendendo.”

 

Sulla collina il Diavolo fuma ancora un’altra sigaretta.

 

“Non posso fermarmi, ho ancora la testa piena di cose da dire.”

 

Sulla costola della montagna cieca, Satana ed i suoi servi scherzano

E premono un telecomando

Se la montagna avesse potuto vedere lo scempio

avrebbe rovinato su di loro cumuli di pietre.

 

Un rumore tremendo parte dal cuore della terra

Ed in pochi millesimi di secondo, dentro l’abitacolo

Il vetro si frantuma la lamiera si piega i corpi si dissolvono.

 

L’Angelo della Morte prende la mano di Giovanni

“vieni”

Giovanni dice: “non posso è ancora presto, il mio cuore

è ancora forte, la mia testa è piena di cose che non ho potuto dire”

 

va la Madre da Giovanni e gli dice:

“Giovanni, devi tornare, ricongiungerti a me”

Ma lui risponde:

“non posso, Madre, la terra, gli uomini e Francesca resterebbero soli.”

 

L’Angelo della Morte prende la mano di Giovanni e dice:

“così sia.”

Sulla costola della montagna sorda, Satana ed i suoi schiavi

Bevono alcool e fumano tabacco.

L’Angelo della Morte prende anche la mano di Francesca e dice:

“così sia”.

Madri prendono le mani dei figli che viaggiavano con loro e si sono dovuti fermare.

“noi non possiamo seguirvi, Madri, il nostro posto è accanto all’ombra ed al respiro 

di Giovanni, il nostro cuore è forte, la nostra mira sicura, le membra agili e giovani.”

“Così sia”, dice L’Angelo della Morte, e tutti i figli dal cuore forte e dallo sguardo sincero

tornano dalle Madri.

La terra rimane sola, e tutti gli uomini restano soli.

Quando si abbassa la polvere, siamo tutti più soli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non riuscirò a dimenticare.

Palermo 10 novembre 2002. Antonio Musotto.




Almeno i fanti avevano l’elmo

Almeno i fanti avevano l’elmo. E le donne, al fianco dei fanti, prima della partenza. Le belle donne delle case di rango, travestite da crocerossine, e quelle appena un po’ trasandate figlie del popolo ma piene di natura rigogliosa e precisa, senza affidare quasi niente al caso. La bellezza di rosa in vaghezza di mondo. Tutto come doveva esser fatto, anche l’elmo. L’equilibrio, la forza, la circostanziata presenza del creato. E il fante verso il confine. Non c’era da discutere. Era così.

Almeno i fanti avevano l’elmo. Verità di vita quotidiana. Difesa di fronte ai rovesci. Difesa dai re e dai generali, nel cincischiarsi delle ovvietà da salotto. Nel gioco, mettendo sul piatto la vita dei fanti. I fanti almeno avevano l’elmo. Per non sentirli cincischiare. L’elmo, ovvero quello spazio largo un capello che li faceva uomini tra la vita e la morte. Lì sentivano di avere ancora una possibilità di scelta, forse. Uomini delle loro donne, indiscutibili di bellezza e respiro dei figli. Lì erano uomini da dentro, l’elmo. I generali, e i re, impagliandoli come burattini li appiattivano alla guerra, dove potevano solo capitarci. I fanti, con l’elmo, nella battaglia. La maschera, con due occhi disorientati sul confine. Ci cascavano dentro, a forza di pacche sulle spalle, alla partenza, mentre il treno muoveva verso un dove impossibile. E loro già incastrati nell’elmo, senza poter lasciare niente alla stazione. Già, solo l’elmo che ti appiattiva nella massa delle divise. Quella parola avanti e dietro sempre nelle orecchie. Ti tiene come un ninnolo quella parola nell’intimità dell’elmo: addio. Il mondo sempre più lontano, straniero appena fuori dalla partenza, è meno piccolo di quello, da non crederci, che ti preme sugli occhi e sul petto quando le pallottole iniziano a fischiare. E allora che fai? Il mondo quasi sparisce sotto le scarpe della corsa. Ma non puoi nemmeno scappare. E allora che fai?

Uccidi. Uccidi tutti quelli che incontri. Non senti nemmeno più le distanze. Il calore ti eccita, la corsa del gregge nero ti guida. Uccidi non per difenderti, al confine. Uccidi per scacciare quel senso di oppressione che la guerra ti dà, da quella piccolezza di mondo che ti sfila le scarpe e il respiro. Da quei colori spenti, nonostante gli occhi; da quel battito nel cuore che si fa sempre più corto e veloce. E rischia di farti tenerezza il cuore. Troppa tenerezza. E allora uccidi, che le cose che fanno tenerezza si devono difendere.
Salti fuori dal buco fante tenendo l’elmo in testa con la mano. Salti verso il cielo. E ti credi un angelo, che già l’ombra da sopra ti avvolge. E chi c’è sopra che ti stende l’ombra, fante. Chi c’è? Salti che sei già un proiettile. E cadi come un angelo subito dopo. La paura bussa alle spalle. È lì, che vuole prenderti il posto, anche nell’allacciarti le scarpe. Che stavolta devi andare davvero. C’era la morte, densa, a frenare la luce del sole, non l’elmo.

Almeno i fanti l’elmo ce l’avevano. L’ultima preghiera prima della partenza. Pretesto per toglierselo quando tutto finiva. Mostrare la testa al sole, forse a chiedere perdono, forse per riprendersi il cielo, mesciato in coppe d’aria fina. Per farsi riconoscere in tempo dai vivi, quando andava bene. Per farsi portare di nuovo in stazione, con la divisa addosso e l’elmo bucato. La guerra è un’infamia, sempre. Anche quando non scoppiano le bombe e non divampano gli incendi. Anche quando il sangue rimane nei ranghi. E chi semina odio, anche l’odio gentile e azzimato dei signori, prima o poi raccoglierà violenza e la stringerà al petto.

I fanti l’elmo almeno ce l’avevano, ma i medici in corsia no. Nemmeno quello. Ed erano soli, con il giuramento a se stessi. Soli con la testa scoperta sotto il cielo della trincea, sul pavimento della corsia, davanti a un letto di spifferi meccanici. Che tutto poteva caderti addosso, da ogni parte: ombre e veleni. E avevano vicino la mano nuda dell’angelo, quella mano a cui avevano chiesto la guida e adesso non sapeva più nemmeno indicare loro l’ora. Non avevano quasi più nemmeno un polso. L’ora, intanto, andava e veniva. E loro dritti a tenere l’invisibile sulla punta della lingua, senza elmo. I denti, sì i denti. Senza nemmeno le parole, senza poter gridare. Digrignare al massimo. Senza potersi allacciare le scarpe. E fuggire. Il dolore? No, non c’era. Si era dileguato. Un corollario superato nell’apocalissi orrifica del terzo millennio, ora cominciato davvero. Quando devi decidere chi provare a far vivere e chi abbandonare al vuoto del terzo millennio non c’è più tempo per il dolore. Accadono cose che nemmeno il dolore sa più testimoniare. E in quelle corsie senza gare, accadevano. Medici senza elmo, fanti della guerra contro un mondo ripiegato in quattro, come i punti cardinali. Ficcato finché c’entrasse in una stanza, quella della terapia intensiva. 

Quando
è scoppiato il caos avete invocato il sacro rito dell’incavo del gomito. Ma
pensa un po’. Fino a pochi mesi prima ci avevate allergizzato il sistema
nervoso con avvertimenti su avvertimenti a proposito del travisamento
dell’identità. Ed ora? Ora glorificate l’emergenza di sua santità il gomito
assiso sul naso.

Non ce l’avevo il gomito
in corsia! Non avevo nemmeno quello!
Il mio gomito serviva a reggere il braccio, che teneva il
polso, che sosteneva la mano, che reggeva i morti. No, non ce la facevo a
scegliere. Li tenevo tutti come potevo. La morte intanto mi parlava, mi
ricattava. Mi costringeva a selezionare chi affidarle. Io ho giurato chi
salvare, non chi far soccombere. Ma lì in corsia è andata diversamente, molto
diversamente. Non avevo abbastanza mani. Non avevo abbastanza gomiti. Non avevo
abbastanza lacrime. Si divertiva alle mie spalle la morte. In panciolle sul
divano aspettava che portassi la lista con i nomi del giorno. A questo ci avete
costretto a noi medici. Esseri umani privi di tutto, anche di una semplice
fottuta mascherina. Volevate privatizzare la Sanità. Bene ci siete riusciti.
Siamo “privati” di tutto, anche della pazienza, del giuramento, della sana
misericordia, della pietà. Non c’è nulla di pietoso nello scegliere chi far
morire, non per chi ha giurato di salvare vite umane.





La Valigia blu. Sesta puntata

“La Valigia blu” è una trasmissione di poesia che va avanti da un paio d’anni. Il suo luogo di generazione è la Letteraria Web Radio, che per il momento è un contenitore di podcast culturali.

L’idea è quella di offrire a tutti coloro che fanno cultura come “cassetta degli attrezzi”, ovvero come necessità prima di decodificare la complessità di questo mondo, un momento di confronto e di stimolo.

“La Valigia blu” è un format dedicato completamente alla poesia. La poesia ha attualmente una grande platea di autori. Ed anche di lettori/ascoltatori. Una vera e propria “nazione” che stenta però a credersi tale. È in atto un cambiamento ancora poco percepibile. È la situazione tipica del coacervo in cui però i fluidi e i liquidi, le “presenze” non comunicano tra loro, anzi. Regna la competizione e la corsa alla pubblicazione. Risultato, sono tutti schiavi degli editori. In realtà c’è un gran bisogno di poesia. Che rimane insoddisfatto.

Non perdiamo però le speranze e l’occasione di stare chiusi in casa sta dando a “La Valigia blu” un seguito importante. La ripresa delle trasmissioni è partita proprio in queste settimane e in due puntate ci sono stati almeno 300 ascolti.

Transitiamo Umani:
web radio poetry reading.

Tema della Puntata del 15 aprile 2020
I poeti nella modernità. In questi primi giorni di trapasso d’epoca si sente il bisogno di entrare in contatto con i poeti intessendo un dialogo molto fitto. Stanno cambiando parecchie cose ed i poeti vengono gettati addosso alla modernità; noi proviamo a sondare, a capire e a misurare la temperatura di questo nuovo contatto.

Prima parte
[anticipata dall’ascolto di 03:58 minuti di musica]

 

Seconda parte

 

Terza parte

 





La Valigia blu. Quinta puntata

“La Valigia blu” è una trasmissione di poesia che va avanti da un paio d’anni. Il suo luogo di generazione è la Letteraria Web Radio, che per il momento è un contenitore di podcast culturali.

L’idea è quella di offrire a tutti coloro che fanno cultura come “cassetta degli attrezzi”, ovvero come necessità prima di decodificare la complessità di questo mondo, un momento di confronto e di stimolo.

“La Valigia blu” è un format dedicato completamente alla poesia. La poesia ha attualmente una grande platea di autori. Ed anche di lettori/ascoltatori. Una vera e propria “nazione” che stenta però a credersi tale. È in atto un cambiamento ancora poco percepibile. È la situazione tipica del coacervo in cui però i fluidi e i liquidi, le “presenze” non comunicano tra loro, anzi. Regna la competizione e la corsa alla pubblicazione. Risultato, sono tutti schiavi degli editori. In realtà c’è un gran bisogno di poesia. Che rimane insoddisfatto.

Non perdiamo però le speranze e l’occasione di stare chiusi in casa sta dando a “La Valigia blu” un seguito importante. La ripresa delle trasmissioni è partita proprio in queste settimane e in due puntate ci sono stati almeno 300 ascolti.

Transitiamo Umani:
web radio poetry reading.

Tema della Puntata dell’8 aprile 2020
Diffondere la poesia. È un periodo particolare quello che stiamo vivendo e dopo un confronto avuto con molti editori, abbiamo capito che c’è molta richiesta di poesia ed è forse il momento, questo, di inventarci qualche cosa dal punto di vista della diffusione.

Prima parte
[anticipata dall’ascolto di 04:43 minuti di musica]

 

Seconda parte

 

Terza parte

 





La Valigia blu. Quarta puntata

“La Valigia blu” è una trasmissione di poesia che va avanti da un paio d’anni. Il suo luogo di generazione è la Letteraria Web Radio, che per il momento è un contenitore di podcast culturali.

L’idea è quella di offrire a tutti coloro che fanno cultura come “cassetta degli attrezzi”, ovvero come necessità prima di decodificare la complessità di questo mondo, un momento di confronto e di stimolo.

“La Valigia blu” è un format dedicato completamente alla poesia. La poesia ha attualmente una grande platea di autori. Ed anche di lettori/ascoltatori. Una vera e propria “nazione” che stenta però a credersi tale. È in atto un cambiamento ancora poco percepibile. È la situazione tipica del coacervo in cui però i fluidi e i liquidi, le “presenze” non comunicano tra loro, anzi. Regna la competizione e la corsa alla pubblicazione. Risultato, sono tutti schiavi degli editori. In realtà c’è un gran bisogno di poesia. Che rimane insoddisfatto.

Non perdiamo però le speranze e l’occasione di stare chiusi in casa sta dando a “La Valigia blu” un seguito importante. La ripresa delle trasmissioni è partita proprio in queste settimane e in due puntate ci sono stati almeno 300 ascolti.

Transitiamo Umani:
web radio poetry reading.

Tema della Puntata del 1 aprile 2020
Tre sono i temi centrali: la solitudine, la socialità e l’ironia

Prima parte
[anticipata dall’ascolto di 02:53 minuti di musica]

 

Seconda parte

 

Terza parte

 





Adiós amigo

Vi ricordate quando da bambini si giocava a cosa vorresti essere da grande? Ecco io da grande avrei voluto essere – anche – Luis Sepúlveda. Poche le persone che mantengono un cuore puro e capace di scrivere parlando ai bambini come se fossero adulti, agli adulti come se fossero bambini; chi non vorrebbe avere un’anima così duttile e incline al sorriso? Quella che scaturisce dalla consapevolezza che ognuno di noi ha un verso per essere accarezzato. Sudamericano anzi cileno, che è come dire italiana anzi romana; ci sono luoghi così forti, così connotati che appartieni a essi anche per pochi centimetri al giorno, anche quando vai via perché diventano poco accoglienti, anche in esilio. Perché arrivano personaggi come Pinochet e se ne vanno personaggi come Allende, e ti torturano, ti mettono in carcere e non puoi più assistere allo scempio e neanche vuoi morire di dolore, perché la vita ti piace. Luis nasce che è già in viaggio, in una camera d’albergo, mentre suo padre fuggiva per motivi politici; del resto il nonno paterno con cui crescerà, è un anarchico andaluso che si rifugia in Sudamerica sempre per motivi politici. Mi viene da immaginare che respiri un’aria anarchica, stimolante, vicina al popolo di cui parlerà in tutti i suoi romanzi, anche tramite personaggi non umani. È pieno di gabbianelle che si sentono gatti, affrontando con immensa delicatezza il tema del corpo e dell’anima, quando si nasce in un corpo, ma non lo si riconosce. Quindi questa è la storia di un uomo che ha viaggiato tanto, di un comunista che non ha potuto fare a meno di esserlo, soprattutto con la sua scrittura colta, ma popolare. Questa è anche una storia d’amore, perché i lettori si innamorano eccome; aspettano di mandare avanti il segnalibro, di avere qualche minuto per vivere quella sensazione di relazione intima che ti dà leggere; leggendo tra le righe le proprie storie, per provare quelle emozioni che rimarranno fra te e quella pagina, te e quella frase. Esule politico, attivista per i diritti umani, ecologista, viaggiatore, guerrigliero, scrittore: un uomo libero che ha saputo interpretare la propria libertà. Ho letto il suo primo libro e il motivo per cui continuai a leggerlo con assiduità, è perché come tutte le storie vere, quelle in cui credi, i cattivi non sono mai del tutto cattivi, i buoni mai del tutto buoni; perché in ogni scelta c’è una percentuale di errore e lui questo lo raccontava. E quasi tutte le azioni hanno la loro ragione, individuale; che non sempre si può dividere tutto in giusto e sbagliato. La mia prima relazione con Luis fu “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”. Antonio José Bolívar Proaño, un uomo costretto a dare la caccia a una femmina di tigrillo che è perdutamente addolorata dall’uccisione dei suoi cuccioli e bisognosa di vendetta. Antonio alla fine riuscirà nell’impresa di uccidere il tigrillo, ma con viltà, con la doppietta e non è contento di sé, non si sente vincitore, ma un carnefice perché non ha combattuto ad armi pari. Esattamente come nel nostro mondo, uno non vale uno se l’altro ha una doppietta e tu no, quindi Bolívar tornerà nella sua capanna a leggere romanzi d’amore, romanzi che gli porta il dentista e selezionati da una prostituta. Financo i titoli dei suoi libri raccontano la contraddizione che ci manda avanti, penso a “Diario di un killer sentimentale” e come non pensare che in fondo anche la terra è nata da un’esplosione, allora un’esplosione è una cosa deprecabile? Un killer sentimentale è cattivo? Sepúlveda mi ha insegnato che “dipende” e questo rimarrà sempre la cosa che mi porterò dentro, per sempre. Luis Sepúlveda Calfucura nato a Ovalle in Cile il 4 ottobre del 1949, vissuto un po’ qua e un po’ là, fino a stabilirsi in Spagna dove muore oggi: 16 aprile 2020, ucciso da un virus infame, ma lui direbbe che un virus non sa di essere cattivo, fa quello per cui è nato.  Adiós amigo.”

 

 





Tacciano le madri, ascoltiamo le figlie

Questa recensione esce in simultanea su La Bottega del Barbieri «perchè – spiega Barbara – con le amiche e gli amici di Diatomea e della Bottega del Barbieri siamo per la condivisione e il fare rete, e allora anche le riflessioni su libri, femminismi e cultura possono essere pubblicate in entrambi i luoghi senza aver bisogno di copyright».

Cominciare dalla fine, senza svelare la trama, per andare a leggere “la loro storia”: cinque donne, qualche uomo, un’isola su cui si ritrovano tutte, una voce narrante che infine recita “lei sa di cosa ho bisogno. Sa che per esistere, per avere la giusta consapevolezza di te, devi possedere una storia che ti precede (e che ti continua, ha detto una volta), perciò non ho mai dovuta pregarla. È stata lei a spiegarmi da dove vengo e perché e a raccontarmi della repubblica delle madri”.

È qui, nella storia che ognuna di noi ricostruisce, che risiede, almeno così mi è parso, il senso profondo dell’ultimo romanzo di Maria Rosa Cutrufelli, L’isola delle madri [Mondadori, 2020].

Una scrittura fantastica, come preferisce definirla Cutrufelli, non di fantascienza, perché non c’è nulla nel racconto che non accada già nel nostro presente.

Il pianeta terra estremamente sofferente per l’inquinamento, per lo sfruttamento delle risorse naturali e un turbocapitalismo che ha sfregiato i luoghi della cultura e quelli del vivere comune, alimentando disuguaglianze, riducendo diritti e reprimendo possibili ribellioni. Un intreccio di vite che si snoda in paesi mai nominati ma facilmente riconoscibili, fra l’Est Europa e il Mediterraneo, con un ritorno anche metaforico alle isole fondative della civiltà occidentale, a quelle mitologie che avevano tracciato un destino umano che sembrava irreversibile e che mai come oggi appare invece in continuo mutamento.

Uno scenario che, involontariamente, sfiora l’attualità della quarantena e della pandemia, ma qui la malattia è un’altra, è la sterilità umana considerata la ‘malattia del vuoto’ intesa “come qualcosa che si è prodotto nelle nostre cellule”, spiega Cutrufelli, andando a minare del tutto la riproduzione della specie.

Un fatto reale portato alle estreme conseguenze, così tanto che a volte nello scorrere delle pagine manca l’aria e ci si sente un po’ con le spalle al muro, quasi che la diminuzione delle nuove nascite sia da leggere solo come un enorme cataclisma e non, anche, come scelta di altre vite possibili.

Che fare dunque dinanzi al rischio del vuoto totale? Fra chi – anche nel romanzo – pensa che non sia così necessario riprodursi perché il mondo è pieno e chi ripete che è solo Dio a dare la vita, le personagge di questa storia propongono, se lo si vuole, di ricorrere alle biotecnologie e alla scienza. Una soluzione che spesso nella lettura appare come l’unica possibile, quasi non fosse invece auspicabile un cambiamento negli stili di vita che tanto influenzano anche la capacità, per chi lo volesse, di riprodursi.

Non è un tema casuale, per chi come Cutrufelli è impegnata in prima persona nei movimenti femministi e che ha scelto la narrativa come terza via – fra politica e dogma – per offrire alla discussione comune spunti di riflessione.

Sulla maternità, sulla gestazione per altre e altri, sulla difficoltà di definire oggi ‘la madre’ quando, afferma la scrittrice, è già in essere una scissione in tre figure: la madre donatrice, la madre gestante, la madre legale. Dovremmo forse dire donna, al posto di madre: donna che dona l’ovulo, donna che lo fa crescere nel suo corpo, donna che si prende cura del nuovo essere e lo fa diventare una persona, senza che il corpo sia minimamente chiamato in causa.

Un ripensamento complessivo dei ruoli e il riconoscimento che, non solo nella comunità umana, la differenza è nella relazione che si instaura. Relazione d’amore e di responsabilità, di rispetto e curiosità, di ascolto reciproco.

Ecco perché allora è arrivato il tempo di uscire da una discussione che nel mondo reale è solo fra madri, a fatica sono ammesse le non madri, per ascoltare la voce delle figlie e dei figli nati fuori dal tradizionale incontro fra uomo e donna, per dare parola a chi una condizione del tutto diversa la vive già e vuole raccontare la sua storia, a modo suo.

Chissà allora, suggerisce Cutrufelli, che non servano parole nuove, visto che quelle note non riescono a significare la realtà. Lei ne inventa alcune nel suo romanzo prendendo ispirazione dal linguaggio che si sta diffondendo fra chi nasce grazie alle biotecnologie, laddove gli intrecci familiari invitano a preferire il termine ‘zia’ per la donna gestante o cugina/o per le sorelle/fratelli non di sangue. Peccato, ma su questo con Cutrufelli ci confrontiamo da tempo, che la riflessione sul linguaggio non contempli del tutto anche il lessico sessuato e mi faccia sobbalzare nel leggere che “lei è un medico” o “caporeparto” riferito ad alcune protagoniste della storia. Cutrufelli ritiene che alcune parole sessuate siano ancora un inciampo per la lettura e che la scrittura romanzata abbia bisogno di tempi più lunghi per tenerne conto.

Senza dubbio la narrativa le ha permesso di tradurre interrogativi complessi in una storia che solletica pian piano chi legge e con accuratezza scandaglia l’anima delle protagoniste alle prese con “un sorriso che sembra affiorare da complicate negazioni interne”. È invece benevolo lo sguardo che la scrittrice posa sul ruolo del padre, che, come spesso nella vita reale, appare spettatore balbuziente, quasi giustificato se “è solo dentro i suoi pensieri che un padre (biologico o putativo che sia) può fare il nido per suo figlio, non è così?”. Del resto, per il momento, ricorda Cutrufelli, senza il loro seme ancora non c’è nascita possibile. Ma tutto il resto sì, considerato il prezzo pagato dalle donne prima, durante e dopo la nascita, in ogni epoca e ad ogni latitudine, chiamate poi a riparare anche i danni prodotti da quella metà del cielo che avvelena i pozzi e i fiumi.

Ed è proprio l’eco di un racconto sui pesci mutanti che nuotavano nelle acque avvelenate del fiume – racconta l’autrice in una breve nota finale – ad averla spinta a scrivere questo romanzo, non l’attualità ma piuttosto un lento lavorìo interiore suscitato dalle storie che le raccontava il padre scienziato a lei bambina sugli effetti dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento, delle modificazioni genetiche dei cibi e l’uso di pesticidi.

Una storia di decenni fa che – a volerla ascoltare – lasciava già intravedere il futuro che stiamo vivendo ora.