IL GRAN PIANISTA BIANCO (MAI ESISTITO) CHE SUONAVA MUSICA NERA

«Voglio imparare a suonare il bop» prima. E poi «Voglio essere il più grande pianista jazz di sempre». Così il ragazzino Ignazio Silvio Di Palermo (alias Blind Ike ma poi cambierà il suo nome in Dwight Jamison) si rivolge a Biff Anderson che è un buon pianista pur se vecchio stile. Ed entrambe le volte Biff risponde: «Oh, meeeerda!»; con 4 e per chiarire il concetto. Ma il ragazzo insiste e Biff accetta di aiutarlo. Il pianista cieco dai molti nomi (Ignazio, Ike, Dwight) «fino al 1950 non aveva mai pensato di diventare un bianco che suonava musica nera» e invece sarà un buon musicista e farà anche soldi.

Siamo in un bellissimo romanzo «Le strade d’oro» – originale «Streets of Gold» del 1974 – che trabocca di jazz, scritto da un altro uomo con molti nomi (per tacere dei 6 pseudonimi): Evan Hunter, nato Salvatore Albert Lombino ma famoso come Ed McBain. Morto nel 2005, fu romanziere molto prolifico. Noto ai più per i gialli (la serie dell’87° distretto) ma anche come sceneggiatore, a esempio per «Gli uccelli» di Hitchcock.

Salvatore Albert Lombino – d’ora in poi SAL – era figlio di italiani emigrati negli Usa e originari di Ruvo del Monte (in provincia di Potenza). Ed è grazie al Comune di Ruvo che «Le strade d’oro» nell’estate 2019 è stato finalmente tradotto (da Giuseppe Costigliola) in italiano. Non lo trovate in libreria. L’unico modo per averlo è scrivere alla Pro Loco di Ruvo del Monte (contatti@prolocoruvo.net): ve lo mandano contrassegno per 10 euro – sono 524 pagine – più le spese postali.

«Le strade d’oro» è dedicato al nonno di SAL cioè Giuseppantonio Coppola, a fine Ottocento in fuga dalla filossera che aveva colpito le vigne, per immigrare verso luoghi dove secondo molti le vie erano lastricate d’oro.

È la storia di come un immigrato diventa «americano» (cosa voglia dire non è chiarissimo). Quanti film e libri raccontano biografie simili? Per me il più bello su grande schermo resta «Gli amici di Georgia» (titolo originale «Four Friends») di Arthur Penn che però non parla di italo-americani.

Fra i tanti libri in tema questo è il più bello che conosco: per ironia, per spregiudicatezza (nel parlare di sesso), per scrittura. E per il tanto jazz.

Quel che più interessa – soprattutto chi legge «Musica jazz» (*) – è come Evan-Ed-Salvatore ci catapulta (attraverso Ignazio-Ike-Dwight) in mezzo ai musicisti del be bop e degli anni seguenti. Finzione e verità. Nella nota finale Evan Hunter spiega: «Personaggi, eventi, persino alcuni luoghi sono immaginari. E mentre le frasi attribuite a musicisti jazz esistenti sono state effettivamente pronunciate in una qualche occasione non furono certo dette da Dwight Jamieson […] Marian McPartland, per esempio, fece davvero quel commento sui batteristi che scomparivano ma lo disse al pubblico che era accorso a sentirla suonare al Hohn Drew Theater a East Hampton nell’estate del 1973».

E i musicisti veri? È Art Tatum che fa innamorare Ike del jazz e dunque all’inizio è ovunque e quasi da solo. Via via irrompono Oscar Peterson, Bird e Dizzy, Bud Powell e Kenny Clarke (non troppo amati da Ike), Sidney Bechet, Coleman Hawkins, Tadd Dameron, George Shearing, Max Roach…

Ed è proprio Oscar Peterson il protagonista di una delle più ipnotiche perdite di verginità (maschili) che io conosca. La parola a Ike cioè a Evan Hunter. «Adesso tenterò qualcosa che potrebbe spaventare persino uno come Oscar Peterson. Dimostrerò cosa significa suonare un assolo jazz e lo farò istituendo un paragone con quel che accadde con Susan […] una volta che superammo i preliminari, le tolsi la camicetta, il reggiseno, la sottoveste e infine le mutandine […] Vi proverò non solo che grande pianista sono […] e come apparirebbe il jazz se voi lo leggeste invece di ascoltarlo. Impossibile, dite? Aspettate un attimo, non avete ancora visto niente. Per semplificare le cose […] ricorrerò allo spartito di un blues di dodici battute con solo ventuno accordi». E così avanti per quasi 5 pagine mescolando swing e approcci sessuali, sino al gran finale musical-erotico.

Avete amato la scrittura jazz di Kerouac? Hunter è meglio.

Lo consiglio assai, assai, assai a chi ama i bei libri, il jazz e l’umorismo: qui una battuta tira l’altra per pagine intere. Non conosco l’inglese ma credo che il traduttore abbia visto i sorci verdi per rendere alcuni giochi di parole pazzeschi.

Nel libro, quasi autobiografico, di un italo-americano (di successo) possibile che non ci sia la mafia? Come no. E siccome Evan Hunter si diletta con gli acrostici la chiama «Malavita Associata Federata Italo Americana» ma anche «Muscolare Azione Federata per Intensificare l’Ansia» oppure «Masnada che Affligge e Forza gli Indipendenti all’Acquiescenza».

Il finale? Scopritelo voi. Ike vi regala un indizio: «Questa è l’America. Si vince e si perde facile».

(*) Questa recensione è uscita ne La Bottega del Barbieri   

 





Estetiche del potere. Muralizzazione delle periferie e decontestualizzazione dell’arte di strada

«Molti degli operatori culturali attivi in strada a partire dai primi 2000 hanno modificato la percezione, l’occupazione e la condivisione di ciò che fino a quel momento veniva considerato lo spazio pubblico. La fisionomia della città, e alcune sue parti divenute “celebri” proprio per gli interventi di autori come Blu, si è modificata in virtù di quelle improvvise e impreviste presenze, spesso pittoriche, che hanno reso la città stessa per alcuni aspetti anche più “preziosa”» (Fabiola Naldi, Tracce di Blu, Postmedia books, 2020)

«Siamo stati denunciati mentre aiutavamo Blu a cancellare le sue opere. E con questa ci conquistiamo la denuncia più stravagante e imbecille dell’anno» (Laboratorio Crash, Bologna, marzo 2016).

«Da un lato volete sgomberarci, dall’altro volete rinchiuderci in una teca» (Centro sociale XM24, Bologna, luglio 2019)

Prendendo atto di come le periferie delle città si stiano da qualche tempo riempiendo di murales, Lorenzo Misuraca, in un suo scritto pubblicato su “Il lavoro culturale” nel 20151, si chiede se, al di là degli aspetti positivi, in tale proliferazione non vi sia anche qualcosa di negativo.

Rispetto ai graffiti comparsi sui muri delle città italiane negli anni Ottanta e Novanta, questa più recente ondata di murales, sostiene Misuraca, non pare rappresentare «l’autoaffermazione estetica» di una specifica «comunità underground». Inoltre, rispetto alle precedenti, le ultime produzioni sembrano incontrare un consenso più diffuso.

Che siano nati spontaneamente dal basso o commissionati a livello più o meno istituzionale, i murales delle periferie sembrano svolgere una funzione di riqualificazione urbanistica e culturale e, continua l’autore, il loro linguaggio di strada e per la strada rappresenta un ottimo strumento per veicolare la rinascita di aree urbane periferiche e per rafforzare l’auto-percezione positiva che il quartiere ha di sé. Insomma, la «politica di ridisegno delle periferie» attuata dalle istituzioni, che in alcuni casi organizzano persino tour guidati alla scoperta delle “bellezze sui muri” delle periferie, sembra donare ai suoi abitanti l’orgoglio di un’unicità positiva.

A partire da tali premesse, Misuraca si interroga sulle possibili ricadute negative di questa “muralizzazione” delle periferie. Se da un lato il quartiere rischia di scambiare i suoi «bisogni strutturali, come i servizi di prossimità, i trasporti, il decoro urbano, gli spazi culturali e di socializzazione, con la colorazione artistica delle facciate», dall’altro, con il dilagare di tale fenomeno, la street art rischia di giocarsi la sua stessa anima che è quanto la contraddistingue dai manufatti destinati agli ambiti museali e chiusi che nel corso del tempo si sono talmente “addomesticati”, nel loro adeguarsi al gusto medio, da essere divenuti inoffensivi.

«L’arte di strada nasce per parlare ad altri, ai passanti nelle vie, ai nevrotizzati dai ritmi della città, alle famiglie di migranti. Lo fa stendendosi su un muro e lo fa, quando lo fa bene, creando un cortocircuito disturbante con la cultura dominante, che sia il capitalismo, il consumismo, l’autoritarismo, il fatalismo o il familismo clientelare». Converrà interrogarsi sul fatto che le opere di un artista come Banksy finiscono per piacere anche a quelli a cui non l’artista vorrebbe piacere. Attorno alle sue opere si è infatti creato un cortocircuito perverso per cui alcune delle stesse amministrazioni britanniche che un tempo bollavano tali interventi sui muri come atti vandalici, ora si adoperano per tutelare le sue opere da sconsiderati atti di vandalismo.

Non è una novità che un fenomeno di strada rischi di essere riassorbito da un sistema che non perde occasione per ricavare profitto anche da chi magari lo contesta e se qualche artista di strada si adegua, qualcun altro decide di resistere alle lusinghe. «Legittima l’aspirazione del muralista di vivere della sua arte», scrive Misuraca, «ma sorprende la scarsa consapevolezza di come i murales stiano cambiando la propria funzione all’interno della comunicazione pubblica. Da luogo di critica a luogo di ratifica del potere».

Di tale paradosso sicuramente si è accorto Blu, che non a caso «lavora in sinergia con le vertenze sociali e politiche dei territori in cui opera». A rendere evidente tale consapevolezza è la cancellazione, nel dicembre del 2014, operata dallo stesso artista di suoi lavori nel quartiere berlinese di Kreuzberg. «Il motivo è la gentrificazione, la trasformazione di quel quartiere multietnico e popolare in un luogo radical-chic e a vocazione commerciale, e dunque il decadimento della ragione stessa di quell’opera lì».

Nel 2016, in occasione della mostra bolognese “Street Art. Banksy & Co. – L’arte allo stato urbano”, che espone alcune opere letteralmente staccate dai muri della città, trasformandole così in pezzi da museo, con il pomposo obiettivo di «salvarle dalla demolizione e preservarle dall’ingiuria del tempo», l’artista Blu, aiutato dagli occupanti di alcuni centri sociali locali, risponde all’essere finito, suo malgrado, nel cartellone della mostra, cancellando le sue opere dipinte in città2.

Se da un alto la muralizzazione delle periferie può diventare una sorta di “trompe-l’oeil del cambiamento”, ossia «un’occasione importante di ricodificare tramite l’occhio dello straniero la percezione di se stessi, libera o quantomeno non delimitata da stigmi antichi», dall’altro, il crescente protagonismo istituzionale nel commissionare opere di street art può rappresentare «il germe di una politica comunitaria che sempre di più nasconde il segno sotto il tappeto del simbolo».

Detto che i murales, per quanto affascinanti, non cancellano il disagio sociale e l’isolamento a cui sono condannate le periferie, ciò che colpisce oggi «è invece la velocità con cui queste operazioni culturali vengono pensate, messe in atto, e digerite», scrive Misuraca, tornando sull’argomento sempre su “Il lavoro culturale” in uno scritto del dicembre 20203 che amplia la riflessione a come il capitalismo dei social incida, anestetizzandola, sull’esperienza creativa. Non appena un fatto tocca “corde comuni”, occorre metterlo a profitto istantaneamente, prima che l’interesse collettivo cali.

L’autodistruzione operata da Blu nei confronti delle sue opere è un atto estetico e politico radicale che ha il merito di riportare al centro della scena una riflessione tanto sulla scena urbana che su quella artistica. Non a Blu direttamente, ma attorno a lui sicuramente, è strutturato il libro di Fabiola Naldi, Tracce di Blu (Postmedia books, 2020) che raccoglie alcuni testi che, scrive l’autrice, «hanno vissuto di un momento empatico molto particolare, e hanno condiviso luoghi e contesti di destinazione speciali per la mia carriera e la mia esperienza personale. Ciascun testo che precede l’estratto ripubblicato agisce come un ipertesto, una sorta di scrittura aumentata di ciò che avevo già fatto al tempo».

In una scena artistica contraddistinta da una certa refrattarietà all’agire collettivo, in cui molti operano in solitaria senza un preciso codice espressivo, la cancellazione delle opere operata da Blu nel marzo 2016 rappresenta secondo Naldi «l’apice della parte libera e consapevole di un modo preciso di intendere lo spazio urbano. Certamente ci sono ancora autori che proseguono a lavorare in modo risoluto e a volte ancora antagonista, ma la deriva più decorativa, edonistica e restaurativa detiene il primato».

Riprendendo i ragionamenti di Miwon Know4 a proposito dell’arte pubblica, del site specific e del rapporto tra realizzazione e distruzione, Naldi evidenzia come tanto gli studiosi quanto gli spettatori casuali contemporanei debbano saper contestualizzare l’intervento estetico al suo contesto di riferimento. Pertanto, «la Street Art può esistere ed essere considerata tale solo se fruita come esperienza fenomenologica conseguente e adiacente allo stesso contesto, fatto per soddisfare il luogo in cui è stato realizzato e privo di valore se spostato, trasferito o modificato». È pertanto inevitabile che l’autore metta in conto, quando non la pianifichi direttamente, la distruzione dell’opera. È nelle regole non scritte della Drawing Art, illegale o meno, il suo essere effimera e instabile.

Scrive Blu poche ore dopo aver operato la cancellazione delle proprie opere: «A Bologna non c’è più Blu e non ci sarà finché i magnati mangeranno. Per ringraziamenti o lamentele sapete a chi rivolgervi». Come a dire che non è nel gesto in sé della cancellazione operata dall’artista che deve essere ricercato l’atto violento; questo deve piuttosto essere individuato nella logica di chi ha davvero distrutto la sua opera murale, «strappandola dalla sua unica e possibile collocazione in nome di una logica di preservazione, fondamentale in altri contesti pittorici ma opposto al lavoro di Blu».

Scrive Naldi che con modalità da attivista politico, «Blu considera buona parte degli interventi che realizza in lotta o in contrapposizione ai vari sistemi locali (diritto alla casa, lotta di autogestione, libero utilizzo delle piattaforme tecnologiche). Solo in quei casi, e solo con l’aiuto di un supporto economico per i materiali pittorici da utilizzare, Blu sceglie di sottoscrivere la battaglia di un singolo gruppo legato a un singolo territorio, consapevole he la notorietà e il rispetto acquisito nel corso degli anni possano ridisegnare le sorti di una precisa attività anche in nome delle sua presenza. Non si parla mai di riqualificazione urbana, non vi è partecipazione o collaborazione con le istituzioni, ma solo ‘urgenza di “accentuare” una situazione di emergenza sempre più comune a molte città». Ecco allora che in una data particolare per Bologna, l’anniversario dell’uccisione per mano poliziesca di Francesco Lorusso (11 marzo 1977), con l’aiuto di attivisti dei centri sociali Crash e XM24, Blu decide di ricoprire con il colore grigio le sue opere cittadine.

Dichiara il Centro sociale XM24 di Bologna sotto sgombero nel luglio 2019: «Non dimentichiamo che giornali e politici che oggi elogiano la tutela della Sovrintendenza sono gli stessi che ogni giorno condannano tag, scritte e disegni sui muri, gli stessi che considerano un priorità la “pulizia” della città e che augurano severe condanne a chi fa i graffiti. Gli stessi che apprezzano la “street art” solo se ci intravedono un potenziale profitto. C’è però una realtà evidente: quei pezzi esistono perché esiste una comunità che li ha fortemente desiderati, voluti, che ne ha scelto i soggetti, il linguaggio, la forma, il contenuto. In un rapporto di scambio continuo fra artiste e artisti chiamati a dipingere e Xm24, stretti in modo inscindibile. Non si può separare un’opera di arte urbana dalla comunità che abita quella porzione di città su cui essa insiste e per cui esiste, senza snaturarla del tutto, e renderla un tristissimo fantoccio vuoto. […] Non consegneremo al Comune un monumento svuotato dal suo contenuto politico e di lotta. Non ci saranno turisti e passanti che si faranno selfie di fronte al fascio spezzato, ai partigiani dipinti, al ritratto del nostro compagno Francesco Lo Russo, e al cane, al topo e al piccione di Xm24, e un Lepore o chi per lui a raccontare in modo addomesticato la storia dello Spazio Autogestito che oggi vogliono sgomberare. Da un lato volete sgomberarci, dall’altro volete rinchiuderci in una teca. Non vi farete belli della nostra storia, della nostra passione, del nostro presente. Non vi daremo la possibilità di provarci».

Un luogo pubblico dovrebbe essere inteso come spazio «condiviso, comune e spesso di passaggio», dunque, a proposito dell’arte pubblica, nelle sue molteplici manifestazioni, occorre secondo Naldi chiedersi cosa sia ora lo spazio pubblico e come si muovano al suo interno coloro che lo abitano. Visto che gli interventi di arte pubblica incidono inevitabilmente sullo spazio e sulla comunità che lo abita, non è che quelle opere vengano realizzate, lette e interpretate come in altri contesti.

È a partire da tali riflessioni, sulla specificità di tali esperienze, che l’autrice ha strutturato un volume che ruota attorno agli eventi espositivi ai quale ha preso parte Blu. Si tratta di un libro strutturato attorno agli scritti con cui l’autrice hanno accompagnato l’artista per un decennio nelle manifestazioni pubbliche e sulla strada, scritti che ora possono essere riletti a posteriori anche, e soprattutto, alla luce delle auto-cancellazioni operate da Blu, da un gesto capace di rafforzare e significare la sua intera produzione artistica e politica allo stesso tempo.

  1. Lorenzo Misuraca, Street art come il trompe l’oeil dello stato sociale. I rischi della “muralizzazione” delle periferie, “Il lavoro culturale”, 13 Maggio 2015. 

  2. Gioacchino Toni, Estetiche del potere. Graffiti, dispensatori d’aura ed ordine pubblico, “Carmilla”, 22 luglio 2016.  

  3. Lorenzo Misuraca, Capitalismo social. Come il capitalismo dei social prosciuga il desiderio e desertifica l’esperienza creativa, “Il lavoro culturale”, 8 Dicembre 2020. 

  4. Miwon Know, One Place After Another: Site-specific Art and Locational Identity, MIT Press, Cambridge, MA, U.S.A 2002. 

Questo articolo è stato già pubblicato su www.carmillaonline.com

 





Il buio che illumina i fantasmi

«Vedo tutto così chiaramente, come se fosse successo davvero. Ci ho provato a vivere normalmente, ma ogni volta sentivo che l’irreale non spariva, si spostava soltanto di un po’».

Polonia, 1935. Una donna senza nome, narratrice della storia, viene dimessa da un sanatorio per malati di nervi sul Baltico. Arriva a Varsavia con il fratello maggiore e si apre una vicenda che va avanti e indietro nel tempo, fra ricordi e presenze che sembrano aliene ma forse sono solo gli spiriti della vita vissuta e dei desideri che la animano.
Autrice di questo interessante esperimento letterario è Anna Kantoch, polacca, classe 1976, arabista di formazione ed esponente di punta del gruppo letterario “Harda Horda” che riunisce alcune fra le autrici fantasy polacche più influenti e originali. Ha pubblicato dodici romanzi e numerosi racconti, spaziando dal noir alla fantascienza, dallo steampunk al giallo, fino alla young-adult fiction. Con Buio ha vinto il premio Zulawski, il maggiore riconoscimento critico per la letteratura fantastica del suo Paese.
Per conversare con lei sull’edizione italiana appena pubblicata da Carbonio editore, l’abbiamo raggiunta con il sostegno di Salvatore Greco, interprete e agente letterario di Nova Books Agency che ha portato l’autrice in Italia.

Sei stata presentata in Italia come una esponente del “ginocentrismo della fantasy polacca”: ti ritrovi in questa definizione? 
Sì perché negli ultimi vent’anni il mondo letterario del fantasy è cambiato parecchio; era dominato da autori e invece adesso ci sono sempre più autrici, ad esempio Ewa Bialolecka che insieme a me fa parte di Harda Horda oppure la storica medievale Anna Brzezinska. Da mosche bianche ora siamo una presenza riconosciuta e sono molto orgogliosa di far parte di questo gruppo.

Iniziamo dal titolo: in italiano «Buio» fa pensare al fatto che la tua storia – parli anche di fantasmi e mondi paralleli – avesse bisogno di una situazione senza luce; è voluto o è qualcosa emersa nel corso della scrittura?

In polacco in realtà il titolo è nero; e il processo è stato parzialmente voluto e parzialmente casuale. In Polonia esistono diversi luoghi che si chiamano così, nessuno rassomiglia del tutto al posto che descrivo nel libro ma mi piaceva l’idea che fosse un luogo con questo nome per avere anche rimandi simbolici. Non sono però necessari questi toni scuri per raccontare eventuali altri mondi; piuttosto rispecchiano anche il mio carattere, non sono particolarmente ottimista e solare.

La tua narrazione parla di disagio mentale: è anche per questo che si muove fra tempi passati e presenti e identità diverse?
Sì è un elemento importante, perché volevo da subito creare una personaggia che non fosse del tutto credibile e lasciasse spazio ai dubbi, non fidarsi del tutto di quello che lei vive. Volevo lasciare l’incertezza sul fatto che i suoi disturbi mentali fossero il motivo dell’avere una visione delle cose diversa dagli altri.

Il tuo testo si muove fra realtà e finzione ma anche fra realtà e vite parallele, fantasmi che rincorrono i personaggi e viceversa: c’è una situazione particolare che facilita questi incontri?
Sento di credere a tutto quel che accade ai miei personaggi nel momento in cui accade: mentre scrivevo pensavo a una storia di sola letteratura fantastica, poi è diventato qualcosa altro che utilizza anche le categorie del realismo magico, ovviamente in contesti diversi dalla letteratura latinoamericana dove il realismo magico si è sviluppato.

La protagonista si sente diversa e riconosce chi come lei è diverso, uno straniero a questo mondo. È un modo per dire con la finzione narrativa che non c’è patria umana per chi è sensibile e non si omologa?
Il senso di estraneità è fondamentale nel libro. Sì, è anche un messaggio che va oltre la letteratura e vuole mostrare le sensazioni di chi si ritrova a vivere “fuori norma” rispetto alla società.

A un certo punto la protagonista dice «Sono una bambina, poco più di un rudimento femminile, un essere informe a cui si permette di giocare con i propri fratelli. Ma non è questo il punto: mia madre nutriva la profonda convinzione che mi avrebbe insegnato chi avrei dovuto essere». Ricorre nel romanzo il tema della femminilità imposta da culture patriarcali, pensi che fare letteratura posso sostenere i movimenti per i diritti delle donne?
La purezza del messaggio politico l’ho capito a fine stesura e me ne sono resa conto con orgoglio, perché sicuramente quando la tratteggio nel periodo pre-adolescenziale emerge il fatto che è quello il momento in cui si può scegliere cosa essere e lei, a modo suo, si ribella anche a quelle che sono le aspettative familiari. Le donne sono indirizzate verso uno schema sociale rigido, ieri come oggi, e il messaggio rivoluzionario si è sviluppato con il personaggio

Nel romanzo si parla di relazione amorosa fra donne: è possibile in Polonia esplicitare le relazioni lesbiche o si va incontro a discriminazioni? Credi la Polonia sia un paese per donne?
Non tutti gli ambienti sono aperti ad accogliere queste esperienze e anche per strada si può incorrere in situazioni spiacevoli, ma ci sono ambienti protetti, per esempio dove vivo nella regione della Slesia esistono circoli letterari dove gli orientamenti sessuali sono molteplici e non vengono giudicati.

Come sono state accolte le scene descritte nel libro?

Incredibilmente sono state molto apprezzate, addirittura c’è chi ha detto che è stata una delle cose migliori che ho scritto e sono molto soddisfatta anche io, lo dico senza falsa modestia.

Per chiudere sulle tematiche di genere, a un certo punto parli di comportamenti maschili per far apparire le donne prima isteriche poi vittime. Il non essere trattate come vittime è un tema importante nei femminismi contemporanei, come anche in quello polacco che è tornato di nuovo a protestare per il diritto all’aborto. Cosa pensi di queste manifestazioni, anche come figura pubblica di scrittrice nota e tradotta all’estero?
Il libro, ambientato negli anni Trenta, l’ho scritto quasi dieci anni fa e non potevo immaginare che questi temi tornassero con così tanta attualità, per cui per certi versi mi rattrista pensare che siamo tornati indietro e la situazione sta peggiorando. Sono una persona molto timida e introversa, non amo la folla e i rumori folli, ma questa volta ho partecipato alle proteste e ne ho parlato anche sui miei profili social per far capire che è necessario uscire dalla propria bolla di sicurezza e nemmeno la timidezza può fermare dal manifestare.

In un passaggio la protagonista dice: «Di fronte a me, invece, ho l’impossibile, sono ancora bloccata al confine tra due mondi, persa: nessuno dei due mi sembra abbastanza reale da potermi fidare». Sembra una visione un po’ pessimistica dell’esistente…
No, in realtà l’estraneità che la protagonista sente nei confronti del mondo la rende forte, nutrire dubbi fa sì che non si senta del tutto smarrita.

La protagonista vive con i ricordi, perché è grazie ai ricordi che vivono i sentimenti. Quanto è importante la memoria dei singoli per la storia collettiva? E cosa significa essere una scrittrice oggi in Polonia? 
La memoria è fondamentale, noi siamo ciò che siamo stati e questo insieme di ricordi compone una comunità che può scegliere di condividere o meno quella memoria. Non so che tipo di ruolo posso ricoprire in questo momento come scrittrice, ma già il fatto che «Buio» sia tornato attuale è un segnale importante.

 





La nostra Nig, la nostra schiava

«Nessuno l’avrebbe presa. Era nera, nessuno l’avrebbe amata. Sarebbe dovuta tornare e restare più che mai alla mercé della padrona». E non una padrona qualunque, ma una donna «altezzosa, turbolenta, lunatica e severa. In parole povere, una scorbutica in tutto e per tutto» che riversa sulla piccola Alfrado, detta Frado, e soprannominata Nig – diminutivo di nigger – una violenza inaudita e feroce per anni e anni, per niente smussata dalla finzione letteraria … la quale altro non è che la vicenda autobiografica di Harriet E. Wilson.

Nata nel 1825 in umili condizioni in una cittadina del New Hampshire da madre bianca e padre afroamericano, Harriet Wilson è considerata la prima scrittrice afroamericana ad aver pubblicato (nel 1859) un romanzo in Nordamerica: che viene finalmente tradotto in italiano da Mariacristina Cesa e Giuseppe Villella per Lebeg edizioni.

Prendere in mano il suo romanzo «La nostra Nig. Vita di una nera libera in una casa bianca del Nord, che dimostra fin dove si allunga l’ombra della schiavitù» significa mettere la mano su una ferita ancora aperta, dove insistono le quotidiane forme di razzismo vissute dagli afroamericani negli Stati Uniti: la testimonianza di come in uno stesso ambiente familiare possano coesistere sinceri antischiavisti e spietate razziste. 

La storia di Nig restituisce «la pericolosa, perversa e sadica ossessione delle donne bianche nel maltrattare pesantemente le donne nere, da sempre al centro di stupri e commistioni di razze» scrive nell’introduzione Jaki Shelton Green, poeta statunitense, erede di una famiglia discendente da schiavi e curatrice dell’edizione americana. Ma racconta anche di uomini incapaci di intervenire accanto ad altri che cercano, a modo loro, di fare qualcosa. «La nostra Nig mostra più e più volte di essere senza tempo. La nostra Nig canta che nel momento in cui perisce con il vento, anche le farfalle, le pietre e persino gli uccelli senza canto diranno di aver smesso di credere in un Dio che tortura un passerotto dalle minuscole ossa. La nostra Nig ci permette di vederla in viaggio: moglie, vedova, madre, madre in lutto e costruttrice di una nuova vita» chiosa Green.

Le tappe della vita di Nig sono quelle dell’autrice: si ritrova schiava pur essendo nata libera in uno stato del Nord (che al tempo della vicenda a metà Ottocento si proclama abolizionista). Il breve romanzo fu scritto per la necessità di guadagnare cioè per la sopravvivenza sua e del figlio. Ma è anche il documento prezioso di quello che realmente accadeva in un momento importante della storia statunitense, svelato anche dal lessico usato. Infatti «era tipico delle famiglie agiate riferirsi ai propri servi afroamericani facendo precedere al loro nome l’aggettivo possessivo our, nostro o nostra. Pertanto, l’espressione our nig sottolinea come la servitù, nonostante al Nord fosse illegale, diventasse di fatto proprietà della famiglia venendo allo stesso tempo privata della propria identità» – spiegano i traduttori – «nig compare per la prima volta nel Dizionario Merriam-Webster di inglese nordamericano nel 1864. Il termine, il cui primo uso si fa risalire al 1574, viene indicato come un sinonimo di ‘negro’ ma con un’accezione derisoria o dispregiativa. Nel 1859 nig è quindi un termine denigratorio per indicare una persona afroamericana. La traduzione di questo termine con un altro in italiano ci è parsa impossibile. Si sarebbe potuto utilizzare ‘negretta’ e quindi ‘la nostra negretta’. Tuttavia questa espressione ci avrebbe restituito un significato nel suo senso generale, mentre dalla lettura del testo si evince come il termine nig si sovrapponga al nome proprio della protagonista Alfrado, quasi sempre diminuito in Frado. Il termine dispregiativo diventa, pertanto, un vezzeggiativo utilizzato anche da chi nella vicenda si dichiara antischiavista, ecco perché si è preferito lasciare Nig anche in italiano».

La lingua, usata correttamente, non lascia scampo e restituisce sempre quello che esiste, anche in tutta la sua durezza. Ma non riesce sempre a spiegare.  A leggere questa storia, torna fortemente l’interrogativo «Perché? Perché questo odio verso l’altra/o?» da cui nasce la scrittura di Toni Morrison – ed è la domanda posta in apertura di un bellissimo documentario online sulla vita di Morrison – non trova mai piena risposta, ma possibili e personali vie di uscite sì. Perché Nig trova la forza anche per brevi ribellioni e si appoggia dove può, segue chi le suggerisce la fede in Dio anche se dubita che vi sia un paradiso per i neri.

A 18 anni, di nuovo libera, trova la forza per ricominciare da capo e altrove, fino ad arrivare a chiedere, essendole stato rifiutato per una vita, solo un po’ di meritato, meritatissimo affetto a voi «gentili lettori».

 





LA TRILOGIA MARSIGLIESE di Jean-Claude Izzo

Marsiglia, Francia ©MjZ

“Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente. Solo allora, ciò che c’è da vedere si lascia vedere ”.

Così Jean-Claude Izzo descrive Marsiglia nella trilogia che lo farà diventare autore di culto e capostipite del “Noir Mediterraneo”, genere da lui codificato e portato alla massima espressione.

“Casino Totale”, “Chourmo. Il cuore di Marsiglia”, “Solea”, i tre capitoli che compongono l’opera, sono più di una trama avvincente, sono un inno alla città natale dello scrittore; bastano infatti pochissime righe affinché il lettore si innamori in maniera viscerale e acritica di vicoli e piazze che forse, in precedenza, aveva sentito nominare solo per la nefasta fama della Città durante i primi anni Novanta. Protagonisti assoluti, anche quando non vengono nominati sono due luoghi: Il Vieux-Port e Le Panier, il primo, crocevia di razze, galeotti, prigionieri, profumi e colori che descrivono Marsiglia più di mille guide turistiche; il secondo è semplicemente il quartiere più antico, là dove non solo “Massilia” è nata, ma anche dove cambia e migliora la sua storia.

     Marsiglia, Francia ©MjZ

Sarebbe facile parlare della trilogia descrivendo le vicissitudini del protagonista, Fabio Montale, e della sua sgangherata vita, ma questo libro va letto con occhi diversi, con sensi diversi. Nelle pagine troverete sentimenti vividi, profumi inebrianti e colori ancestrali; emozioni talmente forti che spesso vi chiederete se non siate proprio voi a camminare per il Vecchio Porto o se non sia l’amore della vostra vita che vi sta cucinando la bouillabaisse nella cucina accanto.

Questo libro va anche ascoltato, però, la musica è il filo conduttore che unisce lo scrittore con il suo alter ego, Fabio Montale, e non può essere una semplice casualità il fatto che i tre titoli dei libri siano anche, e soprattutto, tre titoli di canzoni.

Marsiglia, Francia © MjZ

E come il Jazz, che ammanta ogni singola lettera della trilogia, anche Jean-Claude Izzo è elegante, ha stile ed è estremamente diretto, la sua penna descrive sentimenti ai limiti e sfumati come la malinconia, la rabbia, l’amicizia, la solidarietà ed il razzismo; descrive, soprattutto, le contraddizioni dell’animo umano attraverso forse la città più contraddittoria di tutta Europa. Marsiglia d’altronde è chiusa dalle montagne e poi fugge verso il mare; Marsiglia è la città di chi arriva e di chi parte, Marsiglia è semplicemente noi e la nostra continua lotta tra arrendersi e lottare, tra il farsi coccolare dalle acque placide di un porto o sfidare il mare aperto con le sue onde che potrebbero essere mortali. Parafrasando Victor Hugo, Marsiglia oltre gli sconfitti, i romantici, i disadattati, oltre i margini “è la gioia di sentirsi vivi”.

“Penso al golfo di Marsiglia”, / Un’angoscia che si sveglia / Un frammento di cuore pieno d’esilio» Louis Brauquier

Immagine di Jean-Claude Izzo tratta da © https://ilmanifesto.it/jean-claude-izzo-il-cuore-di-marsiglia/

“Di fronte al mare la felicità è un’idea semplice”

da Chourmo. Il cuore di Marsiglia

“Anche per perdere bisogna sapersi battere; anche senza possibilità, scommettere significa sperare; l’onore dei sopravvissuti è sopravvivere; è nel dolore che si riscopre di essere un esiliato”

da Casino Totale

“Lontano dagli occhi vicino al cuore, Marsiglia, sempre”

da Solea

Marsiglia, Francia © MjZ

“Monterà in voi la limpida felicità di essere qui un giorno, una settimana, oppure un mese. O per sempre, magari” 

Jean-Claude Izzo

« Le persone che abbiamo amato non muoiono mai. Viviamo con loro. Sempre… Vedi, è come questa città, vive di tutti quelli che ci hanno vissuto. Tutti ci hanno sudato, faticato, sperato. Mio padre e mia madre sono ancora vivi in queste strade.» «Una città di esiliati» «Si, è così. Questa città sarà sempre e soltanto l’ultimo scalo del mondo. Il suo futuro appartiene a coloro che arrivano. Mai a quelli che partono.» «Oh! E chi resta, allora» «Sono come chi sta in mare, Felix. Non si sa mai se sono morti o vivi»“ da Chourmo


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore, tutte le altre sono coperte dal diritto d’autore ©MjZ




LETTERA DI UN RAGAZZO PIÙ BAMBINO CHE UOMO

Caro Pier Paolo,

oggi è una domenica di fine di ottobre, una di quelle giornate magnifiche dove l’ultimo caldo stiepidisce il sangue e l’aria frizzantina rasserena le gote. Nella campagne che riesco a vedere dalla finestra della mia stanza tutti sono concentrati nella raccolta delle olive. Tutti intenti a rincorrere il succo più prezioso della terra, quell’olio che ora più che mai odora di speranza.

Ho scritto le prime righe di questa lettera più volte nella tremenda paura di essere inappropriato e nella speranza di non far diventare queste timide parole soltanto un tremendo elogio a te. Mi sentirei fuori luogo.

Mi perdonerai innanzitutto se ho deciso di darti del tu, ma non è solo una decisione. È piuttosto l’unica maniera con la quale riuscirei a parlarti. Probabilmente se ci fossimo conosciuti un senso di riserbo misto a riverenza mi avrebbe portato a non riuscire a dire nulla di più sensato che un salve o un buongiorno. Ma quello che sto scrivendo oggi è un messaggio al fratello maggiore che non ho, ad un maestro sensibile, intransigente e gentile.

Sai, la stanza della casa dei nonni che tutt’ora mi attrae e nella quale ancora mi sento un bambinetto, è lo studio di mio nonno, un po’ per il pianoforte un po’ per la folta libreria che ne arricchisce il perimetro.

Passare ore là dentro a sfogliare vecchi libri e suonare il piano rimane tutt’oggi un divertimento puro. Ma questa è un’altra storia.

Ero poco più che ragazzino, avrò avuto più o meno una decina d’anni, e, di nascosto, perché mi era stato vietato, riuscii a trovare Ragazzi di vita in una libreria della riviera romagnola, uno di quei posti che senti tuo, che senti complice e che infatti, quando ne ho l’occasione, frequento ancora con tenera gioia. Uscito di lì, con il libro in mano, respirando profondamente l’aria dell’Adriatico e camminando tra lo sferragliare di biciclette e i rumori assordanti delle sale giochi, tutto per me era diventato un piccolo universo dinamicamente immobile. Mi sentivo di aver trasgredito ad una regola ma sapevo che era la cosa giusta. Mi sentivo felice e grande. Avevo una storia che parlava di ragazzi e inconsciamente mi sentivo uomo. I giorni successivi al misfatto me li ricordo come una continua scoperta: il bagno nel Tevere, la rondinella, il neofascismo, le parolacce, i frosci, i furti, i morti.

Sono passati ormai anni dal nostro primo incontro in quella libreria alla rotonda sul porto canale di Cesenatico. Ti ho frequentato tramite i tuoi scritti e i tuoi film e con loro sono cresciuto. Mi hai insegnato quanto sia importante e bello proteggere un feto indifeso e trattarlo come vita. Mi hai insegnato ad osservare tutti i particolari e le sfumature delle esistenze. Mi hai insegnato che non c’è mai fine all’interpretazione del mondo. Mi hai insegnato ad essere serio e a dare il giusto valore all’impegno. Mi hai insegnato a non aver paura di avere un cuore. Mi hai insegnato il valore più profondo del comunismo. Mi hai aiutato a capire da quale parte voglio stare. Mi hai insegnato che credere significa dopo tutto cercare. So che potrebbe non piacerti, ma conoscerti mi ha fatto sperare nell’uomo. Mi hai aiutato a capire perché la profondità si nasconde nella superficie. Mi hai spiegato, senza saperlo, quanto una somma data non porti necessariamente allo stesso risultato. E tutto questo è arrivato sottovoce ma rumorosissimo. Come il silenzio che separa la fine della Messa da Requiem di Verdi dall’applauso del pubblico, opprimente ma liberatorio.

A volte ti ho detestato perché non ti capivo, perché quello che volevi esprimere mi risultava incomprensibile, quasi vomitevole. Ma poi mi fermavo a rileggere e nel profondo delle tue parole si nascondeva limpido il sentimento d’amore di un cuore tradito, oltraggiato ed offeso.

Forse è tutta una mia fantasia. Forse il problema sono io. Lo ammetto. È quella parte di me che ogni giorno si riscopre bambina. È quel non cedere mai il sogno alla realtà senza per questo diventare illusi. È quel cercare la poesia nelle persone che mi circondano. È quel circondarmi di umili.

Odio vederti oggi idolatrato. Non sopporto di vederti trasformato in un santino. Chissà cosa stai pensando del tuo Ninetto che gareggia tra le stelle in piste da ballo deludenti. Mi piacerebbe vedere l’espressione di quel volto scavato e profondo come un paesaggio del carso interpretare il presente.

Spesso mi chiedo come avresti reagito ad un mondo che non lascia più spazio alla pietas. Quali sarebbero state le parole pronunciate in difesa di qualcuno o contro qualcosa. Spesso sento la necessità di sentirti parlare, da lontano, in un’assemblea, nel bel mezzo di una folla calda e attenta. Spesso nei momenti di rabbia avrei bisogno del tuo esempio di uomo mite ma energico mosso da desiderio e compassione dove, parafrasando Fabrizio De André, la pietà non lascia posto al rancore. Tu che riuscivi a parlare di politica invocando le lucciole. Che con eleganza di poeta ed agilità di calciatore hai combattuto dolcemente chi non ti capiva e, senza scrupoli, ti giudicava.

Questa mattina prima di iniziare a scrivere ho fatto una passeggiata ad Ostia in quel luogo che risuona ancora delle tue urla. Proprio davanti al monumento che il comune di Roma ha eretto in tua memoria ho provato un sentimento di ceca ed esausta rabbia.

Il cielo è limpido perché l’aria delle mattine soleggiate di ottobre accompagna lontano con gentilezza le nuvole autunnali concedendo spazio agli ultimi timidi istanti di una estate ormai passata.

Poi un brivido. Fulminea e potente come un lampo la sensazione dell’aria salina nelle narici come quel giorno di tanti anni fa sul mare della Romagna. Ho i brividi della commozione e dentro me corrono impazziti sentimenti roboanti ed eterogenei. In un istante magico e secolare si materializza in me ancora una volta quell’infinito immutabile e reattivo. Ora come allora trovo un luogo complice. Ora come allora cammino consapevole. Ora come allora insieme a te. Ora, in questo preciso istante, percepisco il valore dell’esistenza di me ragazzo, vicino all’essere uomo che non riesce a perdere gli occhi del bambino che è stato.





I segreti di cui abbiamo bisogno

Arrivi alla fine del romanzo, e la domanda sorge spontanea: perché abbiamo bisogno di segreti? Elvira Seminara, giornalista e scrittrice, autrice del divertente e vivace I segreti del giovedì sera [Einaudi, 2020], è sorpresa e ride: “Non mi è stata mai posta questa domanda, non ci avevo mai pensato in questi termini. Ne abbiamo bisogno perché tutto è troppo manifesto, esibito, senza la possibilità di avere qualcosa di preservabile dall’esibizione. Ne abbiamo sempre meno di segreti e invece cerchiamoli, anche con noi stessi. I segreti abitano uno spazio ambivalente e misterioso, il più raro che esista perché apre allo spazio necessario del dubbio”. E della penombra, che forse tutte noi fondo in fondo reclamiamo, per riprendere fiato e ridere di gusto ogni volta che si può. Soprattutto quando si arriva ad un certa età di mezzo, fra i 50 e i 60, un po’ depresse e un po’ disincantate, eppure vive. E con la voglia di vivere, nonostante tutto. Per questo un gruppo di amiche e amici si incontra, insieme o anche solo a due a due, come racconta la voce narrante Elvis, alter ego dell’autrice e trait d’union della compagnia, che funziona come una sostanza reagente rispetto agli altri personaggi, è colei che fa parlare in un intreccio di elementi biografici e di escamotages narrativi fra un capitolo e l’altro. Donne e uomini si ritrovano in un circolo degli affetti, per dibattere di piccole cose del quotidiano e dei massimi sistemi, per condividere anche solo in parte dei segreti, consapevoli di essere su una soglia pericolante: quella dell’età, del tempo che passa, della Sicilia in cui si abita. E ancora la soglia dello sguardo dalla costa, che sorregge quando si ha paura di perdere l’orizzonte e al tempo stesso si ha un senso febbrile per il futuro, perché a voler essere sinceri come uno dei protagonisti “noi adulti proviamo una schifosa invidia per i giovani, un’ambigua e languorosa invidia, ma per accettarla la convertiamo prima in autoindulgenza e poi in un sentire più nobile e sociocompatibile, chiamato trasmissione di saperi”. Su questo non ha dubbi Seminara: “l’invidia esiste anche se ipocritamente diciamo di no, per questo Elvis, che sono io, dice quello che nella vita reale ci nascondiamo. Non amo la retorica o il rimpianto per il passato, e non nego questa forma di gelosia per chi è più giovane di noi, che non significa regredire ma voler restare giovani nel tempo”. Per questo tutte le voci che si rincorrono nel testo in un flusso veloce di parole, rapido come il modo di parlare dell’autrice, tengono insieme il peso specifico dell’età adulta e l’ironia e la leggerezza di chi conosce, abbastanza bene, i propri limiti e sa quanto possono pesare dolori e delusioni, lutti e separazioni. Sanno che non è possibile salvarsi da soli, che abbiamo bisogno delle relazioni, anche quelle incerte o casuali del sorriso che ti rivolge il panettiere perché non possiamo non rifletterci nello sguardo delle altre e degli altri, ed è sano pensarlo, soprattutto nel tempo pandemico in cui indossiamo la mascherina per entrambi, per me e per te, per tutti noi.

E per la città che, pagina dopo pagina, vorremmo raggiungere in un balzo, quella Catania descritta nella sua ambivalenza e nei suoi colori, nei sensi che stimola soprattutto a novembre, quando “nei trenta giorni di cui dispone, è capace di ondeggiare a caso dai dodici ai trenta gradi, e può capitare che domenica fai una nuotata e lunedì un salto sulla prima neve dell’Etna”. Pur non sentendosi ‘siciliana’ in senso classico, Seminara in questo romanzo narra le siciliane e i siciliani a tutto tondo, li conosce e  vuole loro bene, al punto da pensare che “quando un giorno improvvisamente provi nostalgia dei tuoi amici, anche se sono davanti a te, se li vedi ridere e provi tenerezza, poi gelosia e colpevolezza, e poi apprensione come se fossero in pericolo, in pericolo di felicità, lontani e intimi come mai, vuol dire solo una cosa, che quella storia sta finendo. E io devo prepararmi, allestire un congedo che non sia una fine”. E infatti non c’è una fine in questo romanzo, ma solo un ciuffo di capelli che spunta da un basco, quasi a voler dare aria al prossimo segreto.

Questo articolo esce in contemporanea con La bottega del Barbieri (http://www.labottegadelbarbieri.org)





Il punto d’incontro di due rette parallele

Era in piedi, le spalle alla parete, al riparo. Guardò oltre la finestra: lo scirocco soffiava sulla campagna, i muretti a secco, le masserie, i filari di vite; tutto si confondeva in un’aurea da miraggio. Al centro del cortile vide una macchina ferma sotto l’ombra del grande ulivo e si confortò: ormai un cordone di sicurezza circondava l’agriturismo: non erano più in pericolo.

     «Mi stordisce questo posto, comandante Lupo» lei disse «dopo quello che abbiamo passato».

Alle spalle di Lupo il condizionatore combatteva monocorde la battaglia contro la calura. Nella stanza un tavolo, due sedie, un fornello su cui gorgogliava una moka, due tazze di porcellana; anche se la fuga era finita i suoi sensi, però, rimanevano vigili: avvertì espandersi l’odore del caffè e sul filo di quell’aroma, i ricordi del loro recente passato si ripresentarono non invitati.

E fu di nuovo a Tel Aviv, al tavolino di un bar, ad aspettare.

Il suo mestiere era fatto d’attese e paura: dell’attesa di un segnale che confermasse la riuscita di un’operazione; della paura per la propria vita, per quella degli altri; per la missione sempre sul punto di abortire. Ma poi eccola arrivare; sedere, senza guardarlo, a un altro tavolo, giocare con gli occhiali da sole, ordinare un caffè e scacciare, con la sua presenza, ansia e tensione. 

    In Lupo la certezza di portare avanti l’operazione e il sollievo di rivederla si sovrapponevano. Perché, anche se disciplina e mestiere gli impedivano di ammetterlo, lei era diventata importante quanto la riuscita della missione. E adesso era lì, a tre metri; al collo i grani di una collana di corallo. Un codice: confermava l’invio, nell’ufficio import-export usato dal Servizio come base operativa, di un pony express. Chi nota un fattorino nell’atrio di un grattacielo commerciale? Avrebbe consegnato una busta con dentro un foglio fitto di numeri e conti bancari. Un altro tassello al tradimento di lei.

Lupo avrebbe voluto parlarle, rassicurarla e rassicurarsi, ma erano in pubblico, costretti dalla copertura. Per tutti lui era un organizzatore culturale e lei la frequentatrice, poco assidua, di conferenze e mostre: tra loro doveva apparire soltanto una cordialità distaccata e formale. Lei, perfetta nella parte, gli dedicò un sorriso accennato e un saluto col capo. Poi si alzò passandogli vicino. Lo sguardo di Lupo la seguì fino alla Mercedes, guidata da un arabo robusto, con cui andò via.

Come sempre si scoprì turbato da lei e desiderò smettesse il doppio gioco, sempre più pericoloso, e si salvasse. Era stata per Lupo, fino ad un anno prima, soltanto una figura sullo sfondo della caccia a Saled Katami, il padre/padrone di un’organizzazione travestita da austera finanziaria internazionale, ma sempre pronta a sostenere con uomini e mezzi il terrorismo internazionale. Un’appariscente bellezza dai capelli ramati e dal corpo florido; arrivava alle mostre, con l’aria barocca delle donne mediorientali laiche e abbienti quando indossano abiti occidentali, scortata a distanza dall’autista arabo. Tutti la accoglievano e la corteggiavano, perché era il giocattolo personale di Katami. 

 A Lupo appariva lontana dal quel mondo e mai avrebbe pensato potesse rivelarsi l’anello debole della catena. Invece un giorno era arrivata in Istituto, col pretesto di iscriversi a un corso di cucina e gli aveva consegnato un foglietto.   

     «Ho copiato questi numeri dal pc di Saled. Non so. Forse possono esserti utili» gli aveva detto; a Lupo erano bastati pochi secondi per rendersi conto: quel foglietto manoscritto con numeri satellitari, e-mail e nomi di società, era la prima crepa alle difese di Katami. Aspettava quel momento da anni, ma non aveva avvertito nessun senso di trionfo, si era sorpreso, anzi, a fare i conti con la paura per il coinvolgimento di lei. Per arginare la deriva dei pensieri si era rifugiato nell’ortodossia del mestiere. Brusco aveva intascato il biglietto, sforzandosi di non pensare. Si era limitato a guardare le rughe d’espressione ai lati degli occhi di lei e a pensare che mai si sarebbe perdonato, se le fosse capitato qualcosa.

Lei ne aveva retto lo sguardo e indicato un poster promozionale.

     «Ho imparato la lingua dalle suore. Sono cresciuta in istituto, sai. Ora voglio vederlo di persona il tuo paese» aveva detto, Facendo tintinnare i braccialetti al polso.

    «Ci andrai, quando sarà finita. È un impegno».

Per mesi le sue informazioni avevano dato lavoro agli analisti e guidato l’azione del Servizio. Almeno fino a quando Lupo non l’aveva vista, sulla terrazza di un locale sul Mediterraneo, pallida in viso, portare a tracolla una borsa gialla. Un segnale concordato di pericolo. Mi sospettano e ho paura, diceva quel codice. Lupo aveva avvertito lo stomaco accartocciarsi e compreso: l’unica soluzione era la fuga. Via da Tel Aviv. Verso casa.

In poche ore – secoli al suo senso d’urgenza – la finestra di fuga venne ristudiata, ricontrollata, attivata.

La mattina dopo Lupo fu di fronte una palazzina grigia, pregando perché quel giorno lei rispettasse il consueto appuntamento dal parrucchiere. Quando l’aveva vista scendere dalla Mercedes seguita dall’autista e da un altro giannizzero aveva dato il via agli uomini, con rabbia e sollievo. Nel ricordo l’azione gli sembrava essersi svolta come al rallentatore, sovrastata dal battito anomalo del suo cuore; per entrare nel negozio occorreva attraversare un atrio: avevano agito lì e sorpreso i due mastini. Lui stesso aveva colpito, con un calzino pieno di monete, l’autista alla nuca, sferrandogli poi un calcio ai testicoli.

Era salita sulla loro macchina muta, pallida e stupita. Lui le si era seduto accanto.

    «Hai paura?» le aveva chiesto, mentre le palme del lungomare scorrevano dal finestrino. Lei aveva intrecciato le dita delle mani, s’era addossata allo schienale, socchiuso gli occhi e ispirato forte, senza rispondergli.

Insieme l’agente e la sua fonte, nascosti nella stiva di una petroliera Eni, avevano raggiunto Malta. Da lì, con un catamarano di linea, Pozzallo, mischiati alla torma dei frequentatori del casinò.

A Ibla, di fronte al duomo di San Giorgio, come due escursionisti qualunque tra gente qualunque. Seguendo una procedura mandata a memoria da sempre, Lupo era entrato nell’ufficio turistico della piazza e chiesto informazioni su un particolare arredo del castello di Donnafugata. Gli avevano consegnarono una busta; all’interno vi aveva trovato il cartoncino pubblicitario di un agriturismo, la casa sicura scelta per loro, e le chiavi di una macchina. Doveva portarla là e ricominciare ad attendere, come sempre aveva fatto in tutta la sua vita di spia. Succube di un riflesso pavloviano aveva percorso il basolato al braccio di lei e raggiunto un’utilitaria posteggiata appena oltre la zona pedonale.

In macchina, assecondando i tornanti della collina, tra camion e station wagon di gitanti, non avevano parlato; assorbiti ciascuno dal sollievo che sembrava spingere avanti la vecchia Uno.

Lo sfrigolìo della moka allontanò quei ricordi. Il caffè era pronto. Lo versò nelle tazze. Lei era in piedi e lo guardava intensa.

    «Perché stai così lontano da me?» chiese.

    «Per non spaventarti».

    «Sei sempre così premuroso?»

    «È una regola: mai turbare una fonte».

Lei prese la tazza, vi soffiò sopra. Lupo rivisse nella memoria tutte le volte in cui, durante gli appostamenti, l’aveva vista compiere quel gesto: nei night o seduta ai tavolini di un caffè. Con lo sguardo di chi non vuole essere carina lei bevve un lungo sorso e lui non poté trattenersi dal guardarle le labbra: una stilla di caffè si distribuiva a delta tra i solchi che le percorrevano quando assumeva quell’espressione dura.

S’era cambiata d’abito e Lupo scoprì di avere di nuovo di fronte la donna di sempre e non più, come durante la fuga, il suo clone infagottato. 

La fissò come fosse la prima volta: la giacca del tailleur le conteneva con difficoltà le forme, affondò lo sguardo nel solco dei suoi seni e avvertì un desiderio d’intimità e tenerezza, ma era in azione e non poteva permettersi fantasie. Arginò la carica del testosterone e si costrinse a guardare altrove.

    «Sono abituata a questi sguardi e a quello che viene dopo» lei disse.

Lo sguardo di Lupo si posò sulla forma delle labbra di lei stampate dal rossetto sul bordo della tazzina. ‘Non sei più quella che ho sorvegliato per tante notti’ pensò ‘non è indelebile il tuo rossetto. Non avresti usato cosmetici di cattiva qualità prima’.

    «Perché hai scelto noi per tradire Katami?» le chiese d’istinto. Teneva la tazza di caffè tra le mani e il tepore lo confortava.

     «Sei stato tu» lei rispose sparandogli addosso gli occhi nero vino «vivevo con Saled e non m’importava da dove venisse il suo denaro. Poi sei arrivato tu e ho cominciato a chiedermi se fosse giusto continuare a non vedere. Ho seguito te».

    «Hai tradito Katami perché avevi già deciso a farlo» Lupo rispose d’impulso, maledicendo ancora una volta se stesso: mai disilludere una fonte. Ma con lei in quella stanza, scopriva di non essere più in grado di difendersi.

    «Mi confondi, comandante Lupo» lei riprese, come se comprendesse i pensieri di lui «mi parli e m’innamoro di te. Poi segui i tuoi pensieri e diventi un’altra persona e anche di questa m’innamoro. Ma tu non smetti e cambi di nuovo. Sei così con tutte le tue donne?»

    «Tu non sei una delle mie donne, signorina Schiraz».

    «Perché mi hai portata qui allora, perché mi hai salvato la vita?»

    «Perché i Servizi di mezzo mondo vogliono usare le tue informazioni contro Kaled, perché Forza 17 vuole ucciderti, il Mossad interrogarti prima che questo accada e  anche noi vogliamo la nostra parte e perché questo non è un gioco tra gentiluomini. Vuoi altri perché?»

Lupo finì il caffè. Ne avvertì il gusto amaro precipitargli in gola e per un attimo s’illuse di avere ristabilito i ruoli: lui il controllore, lei la fonte da proteggere e sfruttare. Solo questo, niente di più. 

    «Cosa c’entra questo con noi due» Schiraz gli rispose, scrollò le spalle, proseguì:

«Ho avuto paura quando Saled mi ha scoperta e quando mi avete portato via. Ma adesso è finita. Sono stata povera. Non sai le violenze che ho sopportato per uscirne. Non erano gentiluomini neanche quelli con cui andavo a letto. Ho sopportato e sono sopravvissuta. Ci riuscirò anche questa volta» disse con decisione.

Lupo guardò dentro la tazza: alcune linee marrone, simili a lacrime, convergevano verso il fondo mischiandosi tra loro.

     ‘Come nella vita’ pensò ‘ciascuno per la sua strada ma tutti attratti da uno stesso centro di gravità’. E forse quella stanza era il loro.

Fu sul punto di chiederglielo, ma Schiraz lo prevenne: «La mia vita è cambiata e da adesso voglio essere io a scegliere».

Poi gli s’avvicinò e Lupo scoprì di volere attraversare la distanza tra loro, qualunque fosse. Si abbracciarono e in quel gesto, transitò tutta la loro vita passata, le paure, le ansie e i sentimenti che li avevano condotti tra quelle mura. Ma nessuno dei due, per quanto lo desiderasse, riuscì a liberarsi della soma trascinata fin lì.

   «È stata una cosa da fidanzati» le disse nella penombra.

    «È stata solo la passione tra due adulti. Non ha senso una storia tra noi» Shiraz disse.

L’agente dentro di lui non poté darle torto. Non aveva parole. Quanto accaduto tra loro era soltanto un altro conto pagato alla vita: l’intersecarsi di due esistenze subito allontanate. La guardò negli occhi in silenzio.

Poi gli squilli del telefono interno, annunciarono l’arrivo degli inquisitori.

Erano in tre, guidati da una donna: giovane e sottile, non un filo di trucco. Indossava un pantalone minimal chic, da kapò; parlò per tutti: da quel momento, sottolineò, la testimone – così chiamo Schiraz – era sotto la loro tutela. Lupo comprese di essere  superfluo: l’operazione passava ai ‘regolari’. Gli era sempre stato difficile sopportarli, ma anche loro non sbavavano per gli ‘amici’. Interessi di bottega nel naturale ordine delle cose. Non dissimulò un ghigno di disgusto.

Schiraz li guardava tutti come se nulla potesse più importale.

    «Sarai sola da adesso. Bada a te» Lupo le disse

    «Saprò guardarmi» lei gli sorrise.

    «Ne sono certo, signorina Schiraz» Lupo rispose e uscì; continenti interi ormai li separavano.

Guidò nell’afa verso le luci di Modica.

Doveva ancora officiare l’ultima liturgia della missione: il rapporto a Ulisse. 

Camminò a piedi lungo la strada principale, a metà del viale giunse al portone di un edificio appena restaurato, all’altezza del suo sguardo la targa d’ottone di un ristorante; all’interno non più di sei tavoli imbanditi, su ciascuno una candela accesa.

Ulisse era a un tavolo d’angolo. Gli sedette di fronte.

    «Ho ordinato per due» disse a Lupo e poi, come a concludere un discorso pensato tra sé: «È stato un buon lavoro».  

     Servirono una mousse decorata da chicchi caffè tostati, a Lupo ricordarono i capezzoli di Schiraz.

    «Voglio continuare ad occuparmene» disse, mentre Ulisse penetrava la gelatina col cucchiaio.

Ulisse strinse le labbra, le arricciò, scosse il capo.

    «Sei troppo coinvolto» disse.

    «Lascerò il Servizio, altrimenti».

    «Puoi farlo, ma non la riavrai per questo. Incastrerà Katami e noi la nasconderemo. Sono le regole. Dovrai accettarle».

    «Andrò via lo stesso. Sono troppo stanco».

    «Hai solo bisogno di tempo».

La parte razionale di lui, condivideva le ragioni di Ulisse: se avesse lasciato, col tempo avrebbe cominciato a odiare Schiraz: il loro era stato soltanto l’incontro casuale di due parallele.

Lupo avrebbe voluto urlare, rovesciare il tavolo in terra, ma: «Non sarà una cosa breve, lo capisci» si limitò a dire.

    «Abbiamo tutto il tempo del mondo» Ulisse gli rispose, pagò il conto, andò via.

Lupo si preparò a passare la notte in città. Il Servizio gli aveva prenotato un albergo affacciato sui vicoli.  Dette al portiere documenti falsi e un nome d’arte. Una prassi di sicurezza ripetuta da sempre in automatico, ma questa volta nel farlo avvertì una solitudine indicibile.

Una volta in camera, uscì sul balcone a fumare. La brace della sigaretta tremava davanti ai suoi occhi. Non riuscì a resistere e fu di nuovo sulla strada.

Camminò a testa bassa per il corso, attratto dall’insegna luminosa dell’unico bar ancora aperto. All’interno pochi avventori silenziosi. Nessuno si meravigliò del suo ingresso, né lo guardò con curiosità: l’ora tarda e l’aria pesta facevano di lui un membro d’elezione del club. Un giovane biondo reggeva in mano un bicchiere con all’interno un liquore rubino. Scuoteva la testa, sussurrava a se stesso. Lupo, senza capire perché, gli si sentì sodale.

‘Non c’è età per perdere la partita della vita’ pensò. Accese una sigaretta, ne seguì con lo sguardo il consumarsi. Tutto era immobile. Acquistò il giornale locale da un extracomunitario. Lo spiegò sul tavolo: la crisi economica avanzava, ma il governo annunciava provvedimenti; una nuova sopraelevata avrebbe decongestionato il traffico in città. La banalità di quelle informazioni lo sconvolse e comprese come il mondo andasse avanti lo stesso, indifferente alle disperazioni di ognuno. Vide su una pagina interna del giornale, di spalla a molte colonne, la foto in bianco e nero di una donna. Non ebbe bisogno della didascalia per riconoscere la donna a cui aveva consegnato Schiraz. A lei, magistrato in trincea si dovevano, raccontava l’articolo, gli arresti di alcuni esponenti mafiosi. Da domani sfruttando le informazioni di Schiraz, sarebbe diventata un eroe, pensò. Ma tutto questo aveva una vita autonoma, ormai. Non serviva combattere: le cose andavano avanti lo stesso.

Guardò il ragazzo biondo a pochi passi da lui: aveva le lacrime agli occhi e lui, in quelle lacrime, misurò tutta la propria impotenza. Avrebbe voluto andargli vicino, consolarlo per la sua pena, qualunque fosse. Ma ormai sapeva: non ci sarebbe riuscito. Tutto sarebbe andato come doveva e quel dolore era inutile.

Rimase seduto e ordinò un espresso, lo condì con molto zucchero: l’unica dolcezza che poteva permettersi ormai.

 





Coppia in un interno

Piano attico di un edificio in una via centrale. Dal terrazzo si può, sorvolando serbatoi d’acqua ed antenne paraboliche, vedere il mare.

Entriamo da una finestra, con lo zoom della telecamera che trapassa i vetri della porta-finestra, e ci introduce in questo interno di un appartamento borghese.

La stanza è elegantemente arredata; tutto è molto sobrio, funzionale.

I quadri alle pareti hanno la propria illuminazione dedicata, alcuni sono olii, altri multipli d’autore, e sono perfettamente accoppiati a cornici di valore.

Su di un divano una coppia.

Una piccola foresta di kentie rende piacevole questa porzione di camera.

Lei legge un libro, ha gli occhiali da presbite leggermente scivolati sul naso, e con la mano libera si attorciglia i capelli.

Le gambe sono raccolte sotto al bacino, alcuni cuscini la sostengono nella comoda posa che si è scelta per andare avanti nella lettura del romanzo, il titolo non lo distinguiamo, ma sicuramente sarà un autore sudamericano. Forse la Allende.

Nella libreria a giorno molti titoli di Isabel Allende.

Lui guarda la televisione, il telecomando appoggiato sulle ginocchia.

Qualche anno fa avrebbe fumato la sua pipa preferita, ma il medico gli ha consigliato di smettere.

E lui ha smesso. Anche con i cocktail Martini, che gli tenevano compagnia davanti alla tivvù.

Ha un quotidiano ripiegato vicino alle gambe, lo ha aperto per controllare il titolo del programma che stanno trasmettendo.

Camera indietro, lentamente l’operatore riporta la scena all’esterno del palazzo, il sole è tramontato, il mare è colore dell’oro fuso, il traffico è impazzito, come sempre.

Lei alza un attimo gli occhi dal libro in cui era precipitata, e chiede “cosa stavi guardando?”

“coppia in un interno” risponde lui.

“ah, e di che parlava?” continua lei con una inflessione della voce che non tradisce nessuna particolare emozione.

“mah, niente di interessante, c’era una coppia in un appartamento borghese, sembrava quasi Palermo; lui guardava la televisione, lei leggeva un libro. Non si sono detti niente tutto il tempo”.

Lui spegne la televisione, lei riprende nella lettura, cambiando posizione alle gambe: un bottone del cuscino che ha sotto smaglia il collant, ma lei non ci fa caso, prima di andare a letto lo butterà nella spazzatura, ne prenderà uno nuovo dalla confezione patinata per l’indomani.

Scorrono i titoli di coda, lui riguarda sul giornale il titolo del film che stava distrattamente osservando.

Spegne la televisione e ricomincia a sfogliare il giornale.

Anch’io spengo la televisione, guardo lei che continua a leggere, non abbiamo nulla da dirci, è normale.

Vorrei dirle hai il collant sfilato, lei forse vorrebbe dirmi quando vai a letto metti il giornale nel sacchetto della carta da riciclare, ma non è il caso di turbare il perfetto equilibrio di questa sala da pranzo.

“quelli in tv sembravamo noi” dico piano.

Lei mi guarda per un istante poi riabbassa gli occhi sulle pagine del volume.

Macchina indietro, il piano di ripresa diventa panoramico, ora sorvolando le antenne paraboliche ed i serbatoi d’acqua si allarga fino a comprendere il mare, nel quale si specchia la luna, gialla da aura di scirocco, il traffico è scarso, anche stanotte nulla di nuovo sotto la luce del satellite.

Palermo, 15 dicembre 2002.

Questo racconto è tratto dal libro di Antonio Musotto intitolato Todo Mundo II, Storie umane e non, Qanat Edizioni, 2018


Immagine di copertina © Antonio Musotto




BRICIOLE DI QUOTIDIANO. Scrivi un romanzo in dieci parole.

Chiudi gli occhi, trattieni un’immagine: qualcosa che hai visto, una sensazione, un’associazione, un’idea.

Adesso prova a scrivere questa immagine, a farla diventare una storia, un racconto, ma usando solamente dieci parole. È questa la sfida di uno storico gruppo Facebook nel quale sono entrata alcuni anni fa: Scrivi un romanzo in dieci parole. Ho sempre preferito la sintesi, scrivendo, ma grazie a questo gruppo ho imparato a esercitare l’arte della brevità come non avevo mai fatto prima nella vita.

Mi chiamo Valentina D’Amico e sono insegnante. Sono anche molte altre cose, prima delle quali madre di una famiglia numerosa. Ho sempre amato scrivere, anche se non sono mai andata oltre la lunghezza del racconto. Alcuni miei testi sono stati pubblicati in passato: partecipazioni in qualche raccolta di racconti, concorsi letterari, selezioni.

Adesso invece ho deciso di pubblicarmi da sola. Ho preso circa duecento delle mie storie in dieci parole e ne ho fatto un libro: “Briciole di quotidiano. Scrivi un romanzo in dieci parole”. Si trova in vendita sul sito di Amazon, tramite cui mi sono pubblicata, al link https://www.amazon.it/Briciole-quotidiano-Scrivi-romanzo-parole/dp/1082373206/

In copertina ho scelto di mettere una mia foto che accompagna una delle dieci parole del libro: VILLEGGIATURA Nella credenza piatti scompagnati/ raccontano la storia di una vita. Racconta la poesia del quotidiano, la bellezza inaspettata che nasce a volte spontaneamente dalle cose, soprattutto quando le cose portano con sé storie di uomini e di donne, di famiglie e generazioni.

Ho raccolto le mie briciole per temi. Ci sono racconti di scuola, di meteo e stagioni, di vita famigliare, così come parole più introspettive e autobiografiche. Ad alcune sono particolarmente affezionata. Della vita scolastica voglio citarvi, per esempio, FINITI TUTTI GLI SCRUTINI Mi sento come appena emersa/ da lunga e penosa malattia, o SENZA TITOLO (BULLISMO) Oggi come ieri, come sempre. Loro ridono, io ho paura.

A volte ho cercato di guardare alle cose di ogni giorno con ironia, così ho sintetizzato il ritratto del tempo che passa: PRESBIOPIA Dopo i quarant’anni/ la soluzione definitiva ai peli superflui o ho sancito scherzosamente esperienze ripetute di vita quotidiana: INELUTTABILE C’è sempre, in fondo al cestello,/ un calzino spaiato.

C’è anche il ritratto del mondo della scuola di oggi, in cui molte provenienze geografiche si mescolano e spesso si integrano. Pensando alla classe di mia figlia ho scritto: CENA DELLE MAMME DI QUARTA A Siamo dodici,/ e siamo rumene, cinesi, ucraine, moldave, russe,/ italiane.

In alcuni casi si possono riconoscere eventi che sono arrivati sulle pagine dei quotidiani, come la terribile alluvione che ha colpito Roma nel gennaio del 2014: ALLARME MALTEMPO Sogno solo un salvagente,/ un paio di braccioli,/ una barchetta… Altre volte invece si tratta semplicemente di quell’immagine trattenuta e restituita di cui parlavo all’inizio: MARZO Cielo perfetto./ Urla di bambini, ricreazione./ Lontano risuona il Raccordo.