Scuola, architettura, capitale

Un piano di adeguamento edilizio delle strutture scolastiche è ormai divenuto assolutamente necessario, ma, su questo, l’unanimismo che si registra, mi pare frenare la sua attuazione anziché determinarne la concreta realizzazione. Del resto, nella prospettiva del PNRR (una diligenza che passa tra anfratti e nascondigli ottimi d’agguati), non c’è chi ne parili. Tuttavia, in attesa di riscontri fattuali, vale la pena provare a metter su una riflessione più approfondita sulla cosa, poiché, se è evidente l’impellenza di dotare la scuola di strutture efficienti– e la pandemia ne ha dimostrato tutta l’ineluttabilità –, questo non può prescindere da un’analisi attenta e profonda sul modo con cui si è determinato il riassetto urbanistico del paese e di come la scuola, dunque, vi si possa inserire inserirsi nel nuovo contesto.

 

La città, l’architettura, le trasformazioni sociali.

Lo spazio urbano assembrato, diventa fantasma della sua crescita indiscriminata, sempre più privato, sempre meno pubblico, sociale, definitivamente distanziato, come si compete nei giochi d’ossimori, tanto più è affollato. Il reale, trasformato in immagine spettacolare (come nei fantasmagorici skyline di Dubai, ma senza andare troppo lontano, certe periferie di grandi città, da nord a sud), è quinta scenografica d’una rappresentazione farsa, in cui le mura cingono d’assedio gli assedianti, e non sono più le mura di Campanella dov’è la storia della scienza, il progetto educativo condiviso dei destini magici e progressivi dell’uomo. Le mura s’attrezzano a prigioni da cui non s’evade, ma dentro cui ci si rinchiude spontaneamente, sovvertendo l’ordine mentale costituito, quello che cerca l’orizzonte libero e di vertigine dello sguardo dell’animale in gabbia. Ma se l’agnello o l’orrendo porco s’avvedono del loro imminente sacrificio all’altare della tavola imbandita, con lacrima ed urlo straziante, il residuo umano vi s’immola con fanciullesca indifferenza. Le immagini degli eloquenti muri della città ideale di Platone, sono ora grate elettrificate e luminescenti, gli orrori della merce che trabocca dalla caricatura d’una cornucopia di svendite morali e materiali. Pure l’effimero, in quanto concetto, sparisce nelle celle delle fiumane umane, diventa superfluo necessario, vocazione definitiva. Le architetture/prigioni delle periferie commerciali, e di dormitori, pure quelle di centri storici divenuti non luogo di relazione ma turistifici, non sono innocenti oggetti devitalizzati, ma espressione urlante del potere sociale del mercato che reclama le sue vittime. Le mura cittadine, anche quelle dei centri più piccoli, s’attrezzano a prigioni da cui non s’evade, ma dentro cui ci si rinchiude spontaneamente, si ha quasi il desiderio di farlo. Una sindrome della capanna ante litteram. Rinchiudersi diventa principio identitario, quando si cerca di definire quello come identità culturale da difendere contro l’altro, l’invasore, lo straniero. Dunque, vi si legge una dimensione quasi caricaturale.

La progressione verso la forma estrema del mercato, il narcisismo individualista, ha soppiantato persino le gerarchie dei rapporti di produzione convenzionali. Ed il consumo diventa una sorta di dogma definitivo. Le città si sono attrezzate per assecondare questo processo. Le città prese d’assalto hanno perso ormai persino quel flebile richiamo al modernismo, financo superato le creazioni monolitiche della dittatura ceauseschiana, le volontà di Marinetti di deviare canali per affogare la vetusta Venezia, o Le Corbusier che anelava l’autostrada che spaccasse in due Parigi. Gli spazi vitali non esistono se non nel sentire, ormai folle, di chi deraglia dalla “normalità” di chi è persona e non gente.

 

Il ruolo dell’architettura scolastica

La scuola pare però soggetto passivo di questo processo, non ne è l’esatto contraltare, non torna al centro dell’ambiente urbano per riaffermare il suo ruolo di fondamentale istituzione di formazione sociale, di luogo della partecipazione e di pratica democratica. Se, dunque, vi è la necessità del suo ammodernamento strutturale, questa è condizione non sufficiente per ri-pensare una scuola protagonista negli spazi del quotidiano. Gli architetti progettano i nuovi edifici scolastici senza avvertire il bisogno di un confronto innanzitutto con la collettività, nemmeno con la natura trasmissiva ed inclusiva da attribuire alla scuola. Piuttosto accettano la mediazione con la politica, assecondano e/o rincorrono il taglio dei nastri, le fasce tricolore. Scuole d’eccellenza diventano nell’immaginario i poli scolastici progettati dalle archistar, sganciati dal proprio contesto sociale ed urbano, corpi estranei che contribuiscono a cementificare, a consumare territorio, dunque antiecologici per definizione. Ubicati in un altrove ancora più periferico, diventano altro rispetto alle condizioni sociali di chi le frequenta, dagli alunni ai lavoratori. Non partecipano al recupero dell’esistente, al rapporto con la comunità. Sono organizzazioni separate e burocratiche, con una fortissima gerarchizzazione dei rapporti che non lascia esprimere compiutamente prospettive creative, non sono nel corpo vivo delle città e dei territori, quali laboratori permanenti di partecipazione. Va quindi ripensata l’architettura scolastica come strumento di crescita per l’intera società, che ponga al centro i processi educativi e la maturazione della personalità dei cittadini, ma anche occasione di creazione di spazi aperti e condivisi, dialettici, se occorre, senz’altro democratici, improntati alle forme più alte dell’ecologia ambientale e sociale. È piuttosto evidente che i maghi del cubo di cemento magico non apprezzano una scuola che recupera l’esistente, che collabora alla riscrittura dell’ambiente sociale in termini partecipativi e solidali. Temono un nuovo protagonismo dei lavoratori della scuola, un rilancio della democrazia interna, poiché l’efficacia dei percorsi educativi e l’attenzione per essi non si misura solo costruendo edifici funzionali, ricchi di belle aule, ampie ed attrezzate, ma, dentro questi, amplificando il ruolo formativo e pedagogico della scuola, eliminando la pletora di orpelli burocratici il cui proliferare l’ha mortificata, impedendone l’osmosi necessaria con l’ambiente urbano.

Per ciò che attiene l’architettura stessa dell’edificio, dello spazio scolastico, infatti, il consumo del territorio stride con il ruolo formativo della scuola. La costante aggregazione dei plessi, sino alla creazione di immensi ed affollatissimi edifici, rema contro i percorsi di inclusività, poiché va gestito in modo opposto alla creazione di sistemi di relazione tra chi frequenta la scuola – a qualsiasi titolo – e tra questi e l’ambiente sociale. La necessità di recuperare gli spazi urbani esistenti, anche con le opportune strategie di adeguamento antisismico, energetico e funzionale (da questo punto di vista vi sono stati passi in avanti notevolissimi nelle pratiche ingegneristiche e architettoniche), sarebbe un punto di partenza per ridare centralità alla scuola, oltre ad essere, alla lunga, anche economicamente vantaggioso per il pubblico. Riduce i costi per gli spostamenti, ha impatto ambientale minore, crea isole di salubrità culturale in luoghi che ne sono privi, consente a chi vi abita di riconoscersi nelle azioni formative della scuola. In definitiva, crea “identità” autentica, non un suo artificio retorico. E si comprende come nel PNRR questi aspetti appaiano lontani e marginali. Mica si vorrà stemperare la natura di centri commerciali di certi centri storici, mica si vorrà creare discontinuità strutturale nei dormitori per consumatori, mostrando loro le vie della cultura e dell’istruzione?

Questo articolo esce in simultanea su www.labottegadelbarbieri.org




ANARKIKKA, SOPHIE LAMDA, EMMA DANTE OVVERO …

… mai mettere lucchetti ai destini

Barbara Bonomi Romagnoli su «Smettetela di farci la festa», «L’amore non basta! Come sono sopravvissuta ad un manipolatore», «E tutte vissero felici e contente»

 

Il tratto prima di tutto mi ha colpito, quando anni fa mi imbattei in una vignetta di Anarkikka, nome d’arte – mai più azzeccato – di Stefania Spanò: un segno geometrico e al tempo stesso morbido, il bianco e nero alternato a spruzzate di colori e l’essenzialità, anche nell’uso di un lessico puntuale e mai banale per i messaggi trasmessi.
Nella raccolta ragionata edita da People dal titolo «Smettetela di farci la festa» – con l’eloquente sottotitolo “Di discriminazioni in genere” – si ritrovano molte delle sue storie in pillole, vignette ma anche brevi riflessioni sui temi a noi cari, dall’uso dei linguaggi violenti alle molestie e discriminazioni negli studi e nel lavoro. Alcune istantanee sono sempre attuali, altre “datate” perché riferite a notizie del momento, come quella del 2 settembre 2016 in cui Anarkikka sottolinea lo stupro all’italiana caratterizzato dal commento «se l’è andata a cercare», commento che sentiamo anche oggi ma in quel caso era riferito allo stupro di una ragazza violentata per tre anni, dai tredici ai sedici, da nove uomini. Ma ovviamente il giudizio della comunità è ricaduto sulla ragazza, con tutte le attenuanti del caso riferite ai maschi coinvolti. È proprio alla cronaca che spesso Anarkikka fa il controcanto, per contrastare narrazioni retoriche sulla violenza e sui femminicidi ancora dominanti sui media. E per «disinnescare alla base la cultura maschilista e patriarcale di cui i media si fanno specchio» come ricorda Giulia Siviero nella prefazione. Perché Anarkikka fotografa dettagli e comportamenti generalizzati «con la leggerezza di un battito d’ali sa ‘planare sulle cose’, per poi inchiodarle al muro. Sa, soprattutto, levare macigni: e le sono grata, per questo» chiosa Siviero. E, aggiungo, dobbiamo esserle grate anche per la sua arguta ironia e la sua capacità di dialogare e tessere relazioni, una delle pratiche femministe più importanti che Anarkikka ha saputo ripensare anche nell’epoca del mordi&fuggi dei social media.

 

Accanto al testo di Anarkikka, è uscito un altro fumetto che merita attenzione: «L’amore non basta! Come sono sopravvissuta ad un manipolatore», 294 pagine disegnate da Sophie Lamda, giovane illustratrice francese al suo primo libro, già bestseller in Francia, in Italia edito da Laterza. Lamda racconta la sua storia, si mette a nudo consapevole che quanto le è accaduto può succedere ad altre persone e che sia importante disegnare anche i sentimenti non sani, relazioni distruttive in cui la persona che amiamo è narcisista e manipolatrice al punto da farci ammalare, anche solo per sostenere la vergogna di doverne parlare. Anche l’autrice francese ha il dono dell’ironia e il fumetto scorre veloce in un lungo flashback che ripercorre la storia del suo amore malato, in uno sdoppiamento fra cuore e cervello, fra la parte di lei che cade nei tranelli del partner – in una altalena continua di autosvalutazione, autocommiserazione e depressione – e quella che inizia ad avere dubbi e intesse un divertente dialogo con il pungente Chocolat, orsetto di peluche che diventa la “voce” della sua coscienza, facendole capire che non è lei il problema. Il testo mantiene una forte godibilità anche quando si trasforma in una sorta di manuale d’uso, con riferimento esplicito alle teorie e agli studi scientifici che possono aiutare a capire chi si ha dinanzi, prima che sia troppo tardi e che la sindrome della crocerossina accechi più dell’amore romantico.

 

Anche perché, come ha ben riscritto Emma Dante, regista e drammaturga di fama internazionale, in «E tutte vissero felici e contente» [La nave di Teseo] chi lo dice che si debbano avere come modelle di riferimento le protagoniste tradizionali delle favole: perché non immaginare nuove personagge a cui ispirarsi che non hanno bisogno di principi o salvatori, di amori a immagine e somiglianza degli uomini? Dante non solo reinterpreta le classiche Cappuccetto Rosso, Rosaspina, Biancaneve e Cenerentola con l’ausilio di bellissime illustrazioni di Maria Cristina Costa ma vi aggiunge anche uno sguardo contemporaneo: «dal soggiorno arrivano le voci della televisione e nella penombra del corridoio la matrigna e le figlie, in vestaglia e tappine, camminano avanti e indietro. In fila. Sembrano tre pazze». Come le tante donne della porta accanto omaggiate da Alda Merini che continuano a ribellarsi a chi mette lucchetti ai loro destini.

 

 





Strange days

Mary-Jo
Mary-Jo ha scelto da sola il suo nome e il suo nuovo avatar ha
iniziato a comporsi in base alle specifiche scelte sul catalogo, e
alla personalizzazione-con supplemento-gestita da lei stessa.
Ora Mary-Jo ha un ologramma nuovo, molto attraente, che
prende docilmente il suo posto se non le va di uscire di casa.

Vetrina
Nei negozi specializzati, dal tetto pendono i fermentatori in cui,
illuminati da luci fredde, galleggiano i feti, costruiti secondo le
specifiche di chi li ha ordinati.
In linea di massima, anche i neri vogliono figli bianchi, con
grandi occhi azzurri e capelli biondi.
In linea di massima, scelgono quasi tutti il modello baby angel,
nelle sue ventiquattro varianti somatiche.
In linea di massima, il mondo sta avviandosi a diventare banale,
un mondo in cui i desideri dei genitori finiranno per
condizionare definitivamente i figli, che si assomiglieranno
tutti, ed il futuro della specie.

Scarpe
Mary-Jo desiderava un paio di scarpe adatte alla serata, ne dettò
le caratteristiche al sintetizzatore materiale, il biomisuratore
calcolò la taglia esatta, in pochi minuti furono scolpite dentro la
stampante tridimensionale.
Mary-jo indossò le scarpe, dopo averle lasciate raffreddare sul
condizionatore, pensando con soddisfazione interiore a quando
era costretta ad andare in giro nel traffico congestionato della
metropoli, perdendo un sacco di tempo nei negozi a cercare le
scarpe che le piacevano. Per non parlare della delusione
derivante dagli acquisti online: problemi con i materiali, con i
colori, con le taglie.
Mary-Jo prese una lastrina di psicofarmaci liofilizzati, dosati
secondo le esigenze della sua condizione emotiva, la mise sotto
la lingua, si guardò le gambe fasciate nelle calze fluorescenti,
rimirò le scarpe nuove, si sentì pronta alla festa.

Fiera
Alla Fiera della Psicoanalisi, gli stand sono arredati in maniera
sobria, si nota la prevalenza di chaise-longue d’autore, spesso
provenienti da collezioni private.
Scrivanie fine ottocento, manufatte in legni ormai estinti, e i
venditori di felicità ben pettinati e con il loro sicuro sorriso
sereno, dello stesso tipo di quello che saranno capaci di traslare
sul vostro viso. Denti bianchissimi inclusi, una équipe di
igieniste orali ora pronta a rifarvi la luminosità del ghigno,
a n c h e s i n t e t i z z a n d o u n a f o r n i t u r a d i d e n t i d a
installare, completamente nuovi.
Tutte le carte di credito sono accettate, pagate anche con il
vostro terminale palmare, la Banca Mondiale vi ricorda la
comodità di associare al pass digitale di accesso alla fiera un
conto con plafond illimitato, spendi oggi e paga dopodomani,
questo recitano gli ologrammi fluttuanti negli stand della fiera.
E se non volete partecipare di persona, potrete prenotare un
appuntamento online con il terapista desiderato, pagando anche
con criptovalute.
Fuori, negli ordinati parcheggi, branchi di Figli di Nessuno
aspirano idrogeno dagli scarichi ecologicamente corretti delle
limousine in attesa dei ricchi padroni.

Ratti
Il cielo brulica di astronavi, che lasciano scie argentate sul
verde muschio dello sfondo.
Le cupole urbane, climatizzate con immissione di mix
bilanciati di essenza profumate e neurotrasmettitori,
garantiscono un eccellente livello di soddisfazione per gli
abitanti delle colonie.
Nel sottosuolo invece, gli indigeni divorano tonnellate di
spazzatura, rinforzandosi sempre di più.
Da lì a poco, senza che nessun guru comunicazionale lo abbia
previsto, inizierà l’era del Ratto Dominatore.
Settecento milioni di ratti ipernutriti sono pronti a dominare
alcune migliaia di cloni umani, indeboliti dalle troppe comodità
dispensate dai robot: le macchine avrebbero tradito la loro
fiducia, ma ancora gli umani non lo sanno.


Foto di copertina: © Antonio Musotto




5 giugno 2013 – Back tomorrow: Garcia Lorca-Patti Smith

Back tomorrow: Patti Smith si fa ritrovare all’appuntamento dato da Federico Garcia Lorca
“Un morto in Spagna è più vivo da morto che in qualsiasi altro luogo del mondo” (Federico Garcia Lorca)

 
New York, sul palco della Bowery Ballroom, nel Lower East Side Patti Smith celebra con un reading a più voci e un concerto il compleanno di Federico Garcia Lorca e l’esposizione del manoscritto originale di Poet in New York, scritto, annotato e illustrato dal poeta spagnolo durante il suo soggiorno tra il 1929 e il 1930.

Patti Smith solo pochi anni prima aveva parlato di Lorca come uno dei poeti a cui riconosceva un debito per attitudine, sensibilità e approccio pubblico dell’atto poetico. La poesia come scambio, lettura ad alta voce, incontro con l’ascoltatore, musicalità ed esaltazione del suono della parola. Poesia che ha origine nella tradizione popolare e che ha la sua collocazione nella componente popolare della società. Poesia come arma di riscatto e trasformazione, presa di coscienza e creazione di comunità. Durante un concerto a Granada aveva conosciuto Laura Garcia Lorca, nipote del poeta e organizzatrice dell’evento che aveva visto Patti Smith protagonista ospite della Fondazione Lorca. Era stato allora che aveva preso corpo l’idea di organizzare una serie di eventi in occasione del ritrovamento del manoscritto originale del componimento smarrito e ritrovato di Poet in New York. Ora sul palco della Bowery Ballroom sono presenti entrambe. Con loro alla chitarra Lenny Kaye per un set che prevede nella prima parte un reading musicale e un concerto nella seconda.

 
Federico Garcia Lorca era arrivato a New York nel giugno del 1929 per un periodo di studi e conferenze alla Columbia University, su invito del suo amico e maestro Fernando de Los Rios, che vi insegnava letteratura spagnola. Un viaggio e una permanenza, che comprende anche un soggiorno di due mesi a Cuba e che durerà sino ad aprile del 1930, nel pieno della crisi personale del poeta e nel mezzo del tracollo economico americano, con il crollo della Borsa di New York il 24 ottobre e l’inizio del devastante periodo della Grande Depressione.

 

L’aurora di New York possiede
quattro colonne di fango
e un uragano di colombi neri
che sguazzano nell’acqua torbida.
L’aurora di New York geme
su per le immense scalinate
cercando in mezzo agli spigoli
nardi di angoscia disegnata.

 
 

Fernando de los Rios aveva offerto a Federico la possibilità di frequentare un corso di inglese per stranieri e soprattutto di conoscere una realtà diversa da quella chiusa e provinciale in cui il poeta era costretto a vivere la lacerazione tra il grande successo e il favore per la sua opera poetica, teatrale e di ricerca e l’impossibilità di affermare liberamente la sua omosessualità, allora considerata nella moralista società spagnola alla stregua di vizio, malattia, devianza mentale, disdicevole vezzo comportamentale. Una contraddizione percepibile soprattutto nelle quattordici lettere inviate alla famiglia dall’America, tranquillizzanti e premurose, ricche di rassicurazioni su una vita da normale studente in terra straniera. Tutto trascorre nella più assoluta normalità, nuove amicizie e frequentazioni, adattamento tranquillo ai nuovi ritmi e alle consuetudini locali.

 

L’aurora arriva e nessuno l’accoglie nella bocca
perché là non c’è domani né speranza possibile.
Talvolta le monete fitte in sciami furiosi
traforano e divorano bambini abbandonati.
I primi ad affacciarsi comprendono nelle ossa
che non avranno l’eden né gli amori sfogliati;
sanno che vanno al fango di numeri e di leggi,
a giochi privi d’arte, a sudori infruttuosi

Oltre che studiare inglese, Federico gira la città, frequenta nuove persone, va con i colleghi nei jazz club di Harlem, osserva, partecipa, soffre nell’immergersi negli squilibri estremi della città dell’ostentata opulenza e della tragica estrema miseria, delle discriminazioni razziali, della velocità urbana che inibisce rapporti umani e espressione dei sentimenti: una “Babilonia palpitante e che rende folli”.

La luce è seppellita da catene e frastuoni
in impudica sfida di scienza senza radici.
Nei quartieri c’è gente che barcolla d’insonnia
come appena scampata da un naufragio di sangue

E soprattutto scrive, appunta pensieri, compone versi, corregge, disegna, illustra le sue poesie e le legge in pubblico, compone in progressione quotidiana una delle opere più conosciute della sua grande produzione letteraria “Poeta a New York”.

“Ho detto ‘un poeta a New York’ e avrei dovuto dire “New York in un poeta”. E quel poeta sono io. Semplicemente; io che non ho ingegno né talento ma che riesco a scappare dal bordo fosco di questo specchio del giorno, a volte prima di molti bambini. Un poeta che viene in questa sala e che vuole illudersi di essere nella sua stanza e che voi … loro, siate suoi amici, e che non ci sia poesia scritta senza occhi schiavi del verso oscuro né poesia parlata senza orecchie docili, orecchie amiche dove la parola che scaturisce porti, attraverso di esse, sangue alle labbra o cielo alla fronte di chi ascolta.”

Per tutta la vita Lorca, attraverso studi e ricerche all’interno della tradizione popolare, della cultura orale e delle figure poetiche contadine, tzigane e andaluse aveva approfondito e spiegato i due perni intorno a cui ruotava la conoscenza, la comunicazione e in ultimo la poesia. La musicalità che precede il linguaggio e che lo sostiene, come nel canto jondo di antiche origine indiane, arrivato con la cultura Rom in Andalusia e poi fuso coi canti moreschi, diventando base del flamenco, della poesia pastorale e di quella colta, epica e popolare insieme. E l’altro perno è un’attitudine carismatica, una facoltà che non s’impara, l’incantesimo che avvolge e coinvolge, l’energia che si irradia e che gli altri percepiscono. Ha un nome, Duende.

Patti Smith ci teneva proprio a celebrare pubblicamente il compleanno di Garcia Lorca, intonare Happy Birthday Federico, quel 5 giugno, perché quei due concetti le sono sempre apparsi come ispirativi, decisivi e prima ancora formativi. Il giorno prima alla New York Public Library, dove era allestita la mostra Back Tomorrow, Federico Garcia Lorca/poet in N.Y., Aveva partecipato alle letture dedicate al poeta spagnolo con John Giorno, Will Keen and Maria Fernandez Ache, Philip Levine, Christopher Maurer, Paul Muldoon, eTracy K. Smith, esattamente trentanove anni dopo la pubblicazione del suo primo singolo Piss Factory, uscito il 4 giugno del 1974, un percorso artistico, poetico, musicale in cui ogni sua passione si traduceva in poesia, il rock e la controcultura, la spiritualità e l’anarchia, la beat generation e il cinema della Nouvelle Vague e soprattutto l’amore per i poeti europei, Arthur Rimbaud, Federico Garcia Lorca, Pier Paolo Pasolini. In tutti loro vedeva il continuo ricorso al duende, all’incantesimo insottraibile. In tutto quello aveva trovato la musicalità ancestrale, il suono comunicativo che spinge a sintonizzarsi col respiro del cosmo e restituire al mondo il regalo del suono, della parola, del linguaggio.

Esattamente come Garcia Lorca presentava il suo lavoro newyorchese: “Prima di leggere a voce alta e davanti a molte creature dei poemi, quel che si dovrebbe fare è chiedere aiuto al duende, perché questo è l’unico modo in cui tutti possono capire senza aiuto dell’intelligenza né dell’apparato critico, superando istantaneamente la difficile comprensione della metafora e catturando, con la stessa velocità della voce, il disegno ritmico del poema. Perché la qualità di una poesia di un poeta non può mai essere apprezzata alla prima lettura, soprattutto questo genere di poemi che leggerò e che, essendo pieni di fatti poetici esclusivamente all’interno di una logica lirica e fittamente collegati al sentimento umano e all’architettura del poema, non sono atti a essere compresi rapidamente senza il cordiale aiuto del duende.”

Così sul palco della Bowery Ballroom, Patti Smith presenta gli amici che porteranno le parole di Lorca. C’è Lenny Kaye, chitarrista della sua band, e la nipote di Lorca, una vecchia amica del college conosciuta e diventata amica dopo averle rubato la colazione, un ragazzo conosciuto in una stazione ferroviaria e una ragazza conosciuta in strada. Le occasioni che diventano legami di affinità e comunità.

“Lorca ha visto la bellezza e la grinta di New York e parla di tutte queste cose“, dice Patti Smith, durante il suo tributo al poeta . “Le sue poesie [nella raccolta] sono una finestra sulla libertà che sentiva qui.” Parla della repressione morale che subiva nell’esprimere il suo orientamento sessuale, parla della repressione che le espressioni più alte e ribelli in quei giorni stanno subendo, i giovani di Gezi Park nell’Istanbul militarizzata di Erdogan e le Pussy Riot nell’oppressiva e sessista Russia di Putin. “I giovani sono perseguitati ovunque. Non possiamo permettere che questo accada. Posseggono tutto, cazzo, non possederanno la nostra voce. Dobbiamo tenere a cuore il nostro diritto di parlare“, ha detto ancora,”La nostra voce è l’unica cosa che abbiamo e dobbiamo preservarla“. Poi incoraggiata dal pubblico inizia a leggere le parole di Lorca.

 
Federico Garcia Lorca, era tornato in Spagna nel giugno del 1930 e si era impegnato nella politica culturale del nuovo governo repubblicano eletto nel 1931, costruendo un circuito teatrale, un vero teatro ambulante capace di arrivare ovunque e stare in mezzo ai contadini e agli strati sociali da sempre esclusi dall’offerta culturale. Aveva anche continuato a lavorare ai testi del suo diario poetico di “Poeta a New York” e nel 1936, aveva lasciato il manoscritto sulla scrivania del suo editore. Con un biglietto “Torno domani, Back Tomorrow”. Non tornò più. Una banda di nazionalisti fascisti, appena scattato il colpo di stato del generalissimo Francisco Franco il 18 luglio del 1936, lo catturò, lo fucilò, ne nascose per sempre il cadavere.

Back Tomorrow. Patti Smith si è fatta trovare all’appuntamento.

Il bellissimo booklet che accompagna la mostra  è preso da accioncultural.es la foto del Patti Smith Group scattata il 5/6/2013 è presa da brooklynvegan.com
(che contiene altre bellissime foto e info sui set musicali)

Patti Smith: Wing at Bowery Ballroom – 6/5/13


RIPRESO da www.bizarrecagliari.com ovvero «Storie della Beat Generation, della Controcultura e altro»: da gennaio racconta OGNI GIORNO vicende, persone, movimenti che il pensiero cloroformizzato e sua cugina pigrizia preferiscono cancellare. 





Laura Conti: ma chi ha detto che non c’è?

Ha passato la notte a scrivere Laura Conti. Ha quasi 100 anni e dunque è comprensibile che «tutte le 206 ossa in corpo e le relative 68 articolazioni» le facciano male. «Un’affascinante signora dai capelli bianchi, piena di acciacchi ma sempre una bastian contraria: divisa, nei confronti della cultura ambientalista di questi ultimi anni, fra la collera e la stupefazione».

Siamo all’inizio di «Laura non c’è» ovvero «dialoghi possibili con Laura Conti» inventati con maestria da Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi. Non c’è più Laura Conti perché è morta il 25 maggio 1993 ma «non c’è» anche perché di lei quasi nulla si parla. Possibile? Purtroppo sì. Il suo pensiero e l’agire politico, i tanti libri sono quasi assenti «nei grandi discorsi ambientalisti ed ecologisti della sinistra italiana negli ultimi 30 anni». Se si fosse chiamata Giorgio «sarebbero tutti a onorarla». È tornata invisibile, «una condizione tipica per molte donne».

Eppure… ma chi ha detto che non c’è? «Laura è qui, a disposizione di chi avesse voglia di conoscerla attraverso i suoi tanti testi» scrivono le autrici. E c’è ancora Laura, grazie agli incontri immaginari con donne e ragazze di oggi in questo libro vivace, persino divertente in qualche passaggio. Costruire una storia del genere era difficile, al confine fra presunzione e incomprensibilità: non bastava avere tutte le citazioni giuste sottomano, occorreva ricostruire una credibile Laura centenaria in un verosimile contesto. Lode alle due autrici ché ci sono riuscite, inventando 7 donne e gatta di contorno. Luba è quasi una comprimaria: un’insolita badante che dalla biblioteca di Leopoli finisce nel “manicomio” di Laura passando per umiliazioni e disavventure. Invece Enza lavora in ospedale e pur essendo un’amica di vecchia data per Laura ancora si scandalizza per le sue “irriverenze”. Poi ci sono le giovani donne e una ragazzina che dialogano con quella “vecchia e strana signora”: la ricercatrice Emma, Rita (contadina alternativa), la diciassettenne Anna che vuole salvare il mondo al più presto e la giornalista Ilaria.

All’interno delle micro-storie incontreremo Seveso e l’aborto, Rachel Carson, la biologia e l’ambientalismo scientifico, i libri di Laura Conti (soprattutto «Questo pianeta» e «Una lepre con la faccia da bambina»), la Resistenza e il Pci, la scuola e la fabbrica, i danni sconosciuti dell’agricoltura, «il senso del futuro», le tre leggi dell’ecologia (più una: in natura «non si distribuiscono pasti gratuiti»)…

Nell’ultimo capitolo si esce dalla fiction – pur così realistica – e le due autrici ricordano «come le donne sono capaci di spiegare il mondo, soprattutto quando non è loro richiesto…». E ci gettano nell’oggi dove «un virus ha sfruttato l’organizzazione sociale, economica e politica del capitalismo per sconvolgere il pianeta» rendendo «ancora più evidente che siamo in bilico fra una catastrofe ecologica o l’inizio di un mondo diverso». Poi le utilissime note, condite con un bel pizzico di ironia.

Citazione finale per un documento che Laura Conti scrisse (con altre/i) poco prima di morire: «Abbiamo avuto una pratica politica che non ha saputo o spesso non ha voluto aggredire i meccanismi forti del modello dio sviluppo capitalistico che sono alla base del degrado ambientale». Il risultato è sotto gli occhi.

Barbara Bonomi Romagnoli, Marina Turi.

«Laura non c’è – Dialoghi possibili con Laura Conti»

Fandango Libri

128 pagine, 12 euri

 





N.1

Il paese si svuotava di esistenze con la fine dell’estate, mentre chi ci abitava poteva riprendere la propria, quella individuale che, sommata a quella dei tuoi compaesani determina la routine di un paese.
Il Corso – in genere Garibaldi – le piazze e le panchine e la scuola e il municipio e la chiesa e il circolo operaio e il rotary.
È tutto molto ordinato in un paese rispetto a una città.
Ovviamente anche per un luogo esiste la vita della vacanza e quella dell’operosità, se durante l’inverno le due fasi si alternano armoniosamente, in estate i luoghi di vacanze piombano nel caos, in un’assenza di riferimenti temporali che determina una netta frattura tra coloro che lavorano e chi gode del lavoro altrui.
Finalmente il primo temporale di settembre si era portato via dall’isola gli ultimi vacanzieri e le loro soverchie esigenze di vita, non avrebbe mai capito il senso di andare in un’isola lontana da tutti, per poi pretendere quello che trovi ovunque, ma tant’è; quando una comunità vive di quello, deve accettare anche di montare le luminarie cinesi per attirare profitto.
Aveva deciso che alla prossima estate non ci voleva arrivare, né aveva intenzione di delegare a altri il termine della sua esistenza, quello che aveva non le lasciava scampo, sì certo il testamento biologico…
ma davvero bisognava coinvolgere altri nella propria solitudine?
Come si fa a chiedere a chi ti vuole bene: “Fammi morire…” ci si sente egoisti e insensibili, come se non bastasse tutto il resto;
forse a 20 anni lo fai, ma a 70 non ti viene proprio, non sai se tuteli te dagli altri o gli altri da te.
Continuava a guardare il mare, aveva deciso che quella sarebbe stata la via, più che morire un riciclarsi consapevole, si potevano dire apertamente certe cose?
Se lo fai tutti ti guardano sgomenti e anche imbarazzati, quasi stessi svelando loro che alla fine della vita c’è la morte.
Non si sarebbe mai scordata di quel cugino che era venuto a trovarli per un lutto, lei era piccola, mentre sua madre raccontava della lunga malattia che si era portato via il nonno lui impercettibilmente si toccava i genitali, era là per obbligo, non certo per affetto.
Adriano si chiamava, come l’imperatore, di imperiale non aveva mai avuto nulla.
Certi nomi andrebbero riflettuti meglio.
Per quanto fosse lucida, la paura c’era, la morte è l’unica esperienza umana davvero individuale, nessuno può raccontarla e – assistervi – crea sgomento; una parvenza umana che respira sempre più piano, che non ti vede più, ti stringe la mano; per poi diventare altro dal tuo ricordo.
Eeeh la morte andrebbe insegnata meglio, così come la vita.
Invece da piccoli ce la nascondono, a proteggerci da che?
Non è che da bambini non vediamo, non sentiamo; rimaniamo là come tonti e senza spiegazioni, finché non ti costruisci una tua idea sull’argomento; ma ci penserai sempre con quel senso di tabù che ti hanno inoculato silenziosamente.
Da quel settembre il cosiddetto progetto riciclomi iniziò a essere quasi la sua unica occupazione, quale il punto migliore?
Dove la marea e le correnti avrebbero trascinato fuori il corpo?
Certo a riva non ci voleva tornare.
Ricordava il grosso cadavere di cavallo visto da bambina – affogato chissà come – arrivato a riva, va detto i cadaveri a lungo nell’acqua sono davvero impresentabili, il decoro e la dignità estetica le impedivano una tal fine.
Dopo tre mesi era tutto pianificato.
Si sarebbe ubriacata come non mai e poi via verso la nuova meta, a cavalcioni tra il sollievo e la paura.
Mancava un piccolo dettaglio, forse non così piccolo, qualcuno doveva assistervi, non di certo per salvarla, ma per condividere la sbronza, il suicidio con sbronza triste e solitaria non era proprio contemplato.
I fari agli estremi dell’isola colloquiavano con il nulla, decise che ciò che era pianificato da quel punto in poi poteva essere improvvisato, avrebbe atteso al Faro di Cala turca ogni sera, prima o poi qualcuno si sarebbe presentato.
Passavano i mesi, lei ogni sera puntualissima nella sua improvvisazione pianificata andava al Faro e aspettava fino alle 23, pioggia, freddo o caldo erano del tutto irrilevanti.
Finalmente – per lei – in una gelida sera di febbraio mentre attendeva con grappa e sigarette il suo involontario complice arrivò una macchina, si spensero i fari, qualcuno scese; la fiammella dell’accendino.
Lei pensò: “Sono davvero fortunata è qualcuno che fuma”
Ora che fare? Avvicinarsi o aspettare?
Si accese una sigaretta sperando che l’altra persona si accorgesse di ciò, contando sulla necessità umana di essere socievole quando non si è intenti nel darsi contro.
E così fu, capite?
Se a 70 anni sei in grado di prevedere gli accadimenti, è il tuo momento, sei tu che ti devi stupire con un atto finale strepitoso, perché dall’esterno sarà difficile che arrivi qualcosa.
Si avvicinò un’altra donna, più giovane di lei, incuriosita da quella figura rotonda e curva seduta vicino al faro.
“Vuoi un goccetto? Fa freddo stasera”
“Ma sì, anche se fra un po’ non mi servirà a niente…”
“In che senso?”
“Mbè ti dico il mio segreto, tanto sarai l’ultima persona con cui parlerò, sono qua per suicidarmi, è l’ultima cosa che mi resta da perdere”
Oh cazzo! E adesso come avrebbe potuto convincere l’altra a non suicidarsi quando, in linea di massima, la trovi una scelta abbastanza sensata?
Con quale sicurezza e arroganza elencare le magnifiche cose che la vita offre sapendo contemporaneamente che non contano nulla se non ti toccano, se non ti arrivano.
Come dire che il mondo era popolato di altruismo e bontà, o che ne valesse comunque la pena, già che ci fosse la parola pena di mezzo era una bella contraddizione.
Perché arriva il momento in cui per te non vale più la pena, è diverso per tutti, ma pare arrivi.
Continuarono a bere, la grappa scaldava e le lingue si scioglievano, le faceva tenerezza quella donna sulla quarantina così disincantata, le ricordava lei alla sua età, esattamente quando l’ultimo amore in cui aveva creduto si rivelò un inganno, lo raccontò con quella confidenza che l’estraneità a volte rende più semplice, via le inibizioni e le raccontò la sua storia.
La donna più giovane fumava, beveva e ascoltava e alla fine un unico commento: “Come vedi è una questione di scelta, so che non ti interessa che sia giusta o sbagliata; ma è sempre una questione di scelta, oggi hai scelto di parlare. E ora diamoci la mano e torniamo indietro, ci pensiamo domani sera”
“Qualcuno l’ha vista tornare tenendosi per mano.”




… ma Trilussa lo aveva scoperto già cento anni fa

La formazione dell’attuale “Governo Draghi” è stata, a mio parere, l’ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse ancora bisogno, di quanto sia difficile, almeno per una buona parte del ceto politico, resistere al richiamo delle Sirene di un facile arricchimento, non solo di natura strettamente monetaria. Perché il tutto è sempre originato da incarichi politici spesso dovuti ad una facile operazione di trasformismo. Situazioni che poi vengono ammantate da incredibili e a volte ridicole giustificazioni di natura politica senza capo né coda, che quasi mai riescono a nobilitare scelte che sono di potere e di soddisfacimento di ambizioni soprattutto a titolo personale. Infatti come accennato sopra basta aver seguito la formazione dell’ultimo Governo in carica da qualche settimana, per comprendere che neanche una persona con autorità e carisma, come sempre è stato dipinto Mario Draghi, sia riuscito a sottrarsi al cosiddetto “mercato delle vacche”. Come purtroppo viene oramai definito quello che dovrebbe essere una normale assegnazione di incarichi politici, secondo competenze e capacità. Senza spartizioni che invece derivano ancora dal famoso “manuale Cencelli”, di rito democristiano se non ricordo male.

Dove gli incarichi erano direttamente proporzionali al peso politico di ogni partito, e/o addirittura in base al peso politico delle correnti esistenti all’interno dello stesso partito.

Detto questo è stato veramente sorprendente scoprire che, più di 100 anni fa, un grande poeta dialettale come Trilussa riusciva, con pochi versi, a dipingere con leggerezza, ma anche a dissacrare con grande ironia, quella che noi oggi chiamiamo appartenenza politica. Un’appartenenza che, già allora, evidentemente, mostrava tutta la sua fragilità quando veniva messa di fronte ad una scelta dove, dall’altra parte, c’era un miglioramento, soprattutto a titolo personale, sia dal punto di vista politico che da quello economico. In ogni caso, la cosa più triste, a mio modo di vedere, che mi sembra del tutto evidente, è che in questo breve ritratto, il Poeta non salva proprio nessuno.

LA POLITICA – (1915)

Ner modo de pensa’ c’è un gran divario:

mi’ padre è democratico cristiano,

e, siccome è impiegato ar Vaticano,

tutte le sere recita er rosario;

de tre fratelli, Giggi ch’è er più anziano

è socialista rivoluzzionario;

io invece so’ monarchico, ar contrario

de Ludovico ch’è repubbricano.

Prima de cena liticamo spesso

pe’ via de ‘sti principi benedetti:

chi vo’ qua, chi vo’ là… pare un congresso!

Famo l’ira de Dio! Ma appena mamma

ce dice che so’ cotti li spaghetti

semo tutti d’accordo ner programma            

Carlo Alberto Salustri / TRILUSSA – (1871 – 1950)

 





La Divina Commedia nell’arte

Quest’anno si celebra il settecentesimo anniversario dalla morte del “ghibellin fuggiasco” Dante Alighieri, avvenuta fra il 13-14 Settembre 1321, a causa della malaria, contratta durante il viaggio di ritorno da Venezia, ove era stato mandato in qualità di ambasciatore per la famiglia Da Polenta, a Ravenna. Il Sommo Poeta veniva esiliato dalla sua “Fiorenza” in base a due sentenze, emanate dai guelfi Neri, vittoriosi sui guelfi Bianchi (per i quali Dante parteggiava), grazie soprattutto agli aiuti sia di Papa Bonifacio VIII sia del Re di Francia Carlo di Valois. La prima è datata 17 gennaio 1302 e la seconda 10 marzo, questa riporta «Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia”».    

Si arriva a queste sentenze quando il Sommo Pontefice Benedetto Caetani, intravisto dal poeta come il supremo emblema della decadenza morale della Chiesa, aveva inviato il Cardinale Matteo d’Acquasparta, in qualità di pacere, per limitare la potenza nascente dei guelfi bianchi, ma la sua presenza non aveva ricucito lo strappo tra le due fazioni dei guelfi, anzi le aveva peggiorate. In seguito Sua Santità mandava il Conte di Valois, Carlo, come nuovo pacere, ma visto dal letterato fiorentino come falso “paciaro” e conquistatore; allora per limitare le mire espansionistiche del papato, la Repubblica di Firenze mandava a Roma tre ambasciatori, tra cui Dante. Questi veniva trattenuto a Roma dallo stesso Pontefice, mentre a Firenze Carlo di Valois prendeva sempre più forza e potere e sistemava a capo della Repubblica il podestà Cante Gabrielli da Gubbio, esponente dei guelfi Neri, iniziatore di una politica persecutoria degli esponenti politici di parte bianca, ostili al papato. Da quel momento come annuncia l’antenato del Poeta, Cacciaguida, nel XVII Canto del Paradiso (vv.55-60) “Tu lascerai ogne cosa diletta più caramente; e questo è quello strale che l’arco de lo essilio pria saetta. Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”.

Durante l’esilio avviene la stesura della celeberrima opera del poeta fiorentino, la “Commedia”, titolo accompagnato successivamente dall’aggettivo “Divina”, dato dal poeta di Certaldo, Giovanni Boccaccio[1]. L’inizio della stesura dell’Inferno avveniva nel biennio 1304-05 oppure in quello 1306-07, in ogni caso dopo l’esilio del 1302, mentre il poeta si trovava in Lunigiana. Un possibile ritocco veniva fatto riguardo al papato di Clemente V (1305-14), poi non sono stati trovati altri accenni al 1309. La scrittura del Purgatorio per alcuni studiosi si accavallava con l’ultima parte dell’Inferno e in ogni caso non presenta riferimenti a fatti accaduti dopo il 1313. Tracce della sua diffusione si riscontrano già nel 1315-16 e la scrittura del Paradiso veniva collocata tra il 1316 e il 1321, data della morte del poeta. Durante il soggiorno ravennate (dal 1318 al 1321) scriveva la stesura dell’ambientazione dell’Eden, il Giardino dei progenitori, prendendo spunto dal parco di Classe ed è proprio nel Canto XVII, che si legge: «tal qual di ramo in ramo si raccoglie per la pineta in su ’l lito di Chiassi, quand’Ëolo scilocco fuor discioglie.»

La durata del viaggio è di sette giorni, dal venticinque Marzo al primo Aprile del Milletrecento, anno confermato nei versi 98-99 del Canto II del Purgatorio “veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta pace
”.

La “Divina Commedia” inizia a essere ricopiata dagli amanuensi e questo la porta ad avere una grande fortuna letteraria, tanto che presto verrà anche miniata. Il più famoso e primo codice miniato dell’Opera è il “Codice Palatino 313”, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, e realizzato intorno al 1325-1350, adornato da 37 miniature della bottega di Pacino da Bonaguida, vicino allo stile pittorico di Giotto da Bondone. Contenente gran parte del commentario di Jacopo Alighieri, il Codice è appartenuto a Piero del Nero, letterato e uomo politico fiorentino, poi si sono perse le tracce finché nel 1807 viene acquistato da Gaetano Poggiali, che ha usato il medesimo Codice per l’edizione della sua “Commedia”, conosciuta anche con il nome di ”Dante Poggiali“.

Da questo manoscritto miniato estrapolo due miniature. La prima miniatura presenta il Canto VIII dell’Inferno e si vedono Dante e Virgilio ai piedi della torre sulla sponda della palude Stigia, presso la quale arriva il traghettatore Flegias, che li trasporta fino alla città di Dite.
La seconda miniatura rappresenta il Cielo della Luna, dove Dante e Beatrice “alati” incontrano gli spiriti difettivi come quello di Piccarda Donati, che spiega al Poeta i gradi di beatitudine e l’inadempienza al suo voto e infine viene mostrata l’anima dell’Imperatrice Costanza.

 

Un altro importante Codice conosciuto con il nome di “Yates-Thompson 36”, realizzato nella metà XV secolo, è conservato presso la British Library di Londra. Realizzato in Toscana su committenza del re di Napoli Alfonso d’Aragona detto il Magnanimo, umanista e bibliofilo, viene decorato con oltre 100 miniature e iniziali istoriate in apertura di ciascuna cantica, opera di due diversi autori senesi: Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta (capilettera e illustrazioni dell’Inferno e Purgatorio) e Giovanni di Paolo (illustrazioni del Paradiso).

Da questo manoscritto ho estrapolato la prima miniatura, quella della “selva oscura”, dove Virgilio aiuta Dante a uscirne fuori, dopo essere stato spaventato e impedito di raggiungere il Monte del Purgatorio da tre fiere. In basso si nota l’araldica degli Aragonesi. Dante presenta una veste azzurra e non la canonica veste rossa, mentre il poeta latino in veste rosa ha la barba (già raffigurato in tal modo da Simone Martini nel 1340 sul frontespizio “Frontespizio del Commento di Servio a Virgilio”).

 

Un’altra scena riguarda un’altra selva infernale, quella dei suicidi, dove si trova l’anima “arborea” di Pier delle Vigne. Virgilio spiega a Dante, che per parlare con queste anime, che si sono tolte la vita prima del tempo, deve spezzare dei ramoscelli così da liberarne la voce. Antica memoria di quello che succede nel Terzo Libro dell’Eneide quando Enea e i suoi compagni strappano delle erbe per ricoprire l’altare appena eretto, e sentono un lamento provenire da queste; è la voce di Polidoro, figlio di Priamo ed Ecuba.

Il terzo importante codice miniato è conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, nella Città del Vaticano, sotto il nome Urbinate Lat.365, datato 1474-1480. Il codice viene realizzato per Federico da Montefeltro, con miniature di Guglielmo Giraldi (attivo a Ferrara tra il 1445 e il 1477) e aiuti.
Ecco presentata un’immagine tratta dal Purgatorio, Canto XVII, dove Dante e Virgilio si trovano davanti una luce improvvisa, che altro non è che l’Angelo della Mansuetudine, che li esorta ad avanzare verso la prossima Cornice (IV), dopo aver cancellato la terza P dalla fronte del Sommo Poeta.

Le scene tratte dalla “Commedia” sono molteplici, ma si arriva all’apice dell’illustrazione dell’Opera con tre grandi pittori, diversi per periodi storico-pittorici e per età: William Blake, Gustav Dorè e Salvador Dalì.

Il pittore inglese viene incaricato nel 1824 dal pittore John Linnell di realizzare delle illustrazioni delle tre Cantiche dantesche per ricavarne delle future incisioni. La morte prematura del pittore ha fatto sì che l’opera non venisse completata e oggi rimangono 102 acquarelli (72 dell´Inferno, 20 del Purgatorio, 10 del Paradiso), in diversi stati di elaborazione. Uno scritto autografo lasciato da Blake dichiara che «Ogni cosa nella ‘Commedia’ di Dante dimostra che, per scopi tirannici, egli ha fatto di questo mondo le fondamenta di tutto e della Dea natura e non dello Spirito Santo.»

Dal Canto XXIX al XXXII viene presentata la processione mistica, che annuncia la comparsa di Beatrice e rappresenta tutta una scena allegorica. Nell’acquarello di Blake si vedono i quattro animali circondanti un carro trionfale a due ruote, trainato da un grifone che porta il giogo al suo collo. Le due ali del grifone si ergono tra la lista luminosa al centro e le altre tre da ciascun lato, salendo tanto in alto da non essere vedute; l’animale ha le parti da uccello di colore dorato, le altre di colore bianco e rosso. Non solo l’antica Roma non aveva un carro così bello con cui celebrare i trionfi di Scipione o Augusto, ma addirittura il carro del Sole sarebbe povero a paragone di esso (Dante ricorda come questo deviò dal suo cammino sotto la guida di Fetonte, occasione nella quale Giove esercitò la sua giustizia in modo misterioso). Sarà sul carro che apparirà Beatrice  “così dentro una nuvola di fiori che da le mani angeliche saliva e ricadeva in giù dentro e di fori, sovra candido vel cinta d’uliva donna m’apparve, sotto verde manto vestita di color di fiamma viva”.

Dante non la riconosce subito ma “d’antico amor sentì la gran potenza”.

Sempre legato al tema dell’amore presento l’acquerello raffigurante il vortice dei Lussuriosi dell’Inferno (Canto V), dove dentro si trovano Paolo e Francesca. Le loro anime come quelle dei lussuriosi vengono rappresentate come avvinghiate, entrambe formano un’unica materia. Francesca è la sola a parlare, mentre Paolo tace e piange alla fine del racconto della donna. Francesca da Ravenna si presenta e ricorda l’assassinio subìto ad opera del marito, poi (su richiesta di Dante) spiega la causa del loro peccato, ovvero la lettura del romanzo di Lancillotto e Ginevra, che li spinse a intrecciare una relazione amorosa.

 

Nel 1861 Gustav Dorè, raggiunta la fama e il prestigio artistico, pubblica delle illustrazioni sulla “Divina Commedia”.         

Una scena riguarda il Canto XXX del Purgatorio quando Dante beve l’acqua dell’Eunoè, per riportare alla memoria delle anime pronte al Paradiso ogni bene da esse compiuto, dopo aver bevuto prima l’acqua del fiume Lete, che cancella la memoria del peccato. Ora ad affiancare il poeta fiorentino non c’è “il duca mio”, Virgilio, ma Stazio, incontrato in Purgatorio e Beatrice, che indica a Matelda il fiume Eunoè.       

 

 

 

 

Un’altra scena del litografo e pittore francese è quella di Minosse, collocato nel Canto V dell’Inferno, quale giudice dei dannati che indica loro a quale Cerchio sono destinati. Minosse è posto all’ingresso del II Cerchio (lussuriosi) e ha caratteri bestiali: ringhia, ha una lunga coda che avvolge attorno al corpo tante volte quanti sono i Cerchi che il dannato (il quale gli confessa tutti i suoi peccati) deve discendere. Dorè lo rappresenta con la corona in testa, dal momento che è stato un giusto Re di Creta e per questo posto come giudice nell’Inferno.
Arrivando più vicini ai nostri giorni per quanto riguarda le celebrazioni dantesche, non si può non citare il pittore catalano surrealista Salvador Dalì. In occasione della commemorazione del 700° anniversario della nascita di Dante Alighieri, il Governo italiano commissiona a Dalí le illustrazioni dei canti della “Commedia”. L’artista inizia a realizzare 102 acquarelli per l’Istituto Poligrafico dello Stato, ma con il passare degli anni si animano delle polemiche, riguardo la decisione di far realizzare a un artista straniero le illustrazioni di un’opera di un poeta italiano. Alla fine si decide che l’opera di Dante deve essere illustrata da un pittore italiano e il contratto tra il pittore catalano e la Libreria dello Stato viene così revocato. Gli acquarelli sarebbero stati restituiti al pittore dopo quattro anni, il quale alla fine decide di venderli nel 1959 all’editore francese Josep Foret.

Di seguito sono presentati tre acquarelli uno per ogni cantica, le immagini nascono dal torbido agitarsi dell’inconscio del pittore e riescono a prendere forma solo grazie alla razionalizzazione del delirio.

L’applicazione del suo metodo porta alla creazione di scene e soggetti all’interno di spazi onirici ritratti con leggi prospettiche irrazionali.

Il primo rappresenta “Cerbero” il cane a tre teste a difesa dell’ingresso degli Inferi, dalla barba sudicia, gli occhi rossi e dagli artigli lunghi e temibili; quindi un mostro orribile, che si agita continuamente fino a quando non addenta qualcuno. Realizzato con il colore nero, tipico dell’Inferno, e dal tratto veloce e vorticoso, come è veloce l’azione in cui impenna sulle zampe posteriori per evitare che i due personaggi entrino nell’Inferno. Di questo mostro si vedono le sei zampe e le tre teste, più che un cane sembra un cavallo.

 

La seconda è tratta dal Purgatorio e illustra il congedo di Virgilio da Dante, dal momento che sarà Beatrice ad accompagnarlo nel terzo mondo, il Paradiso, dal momento che il Poeta latino non può entrare nel Regno di Dio. Nel Canto XXVII Virgilio dichiara “non aspettar mio dir più né mio cenno; libero, dritto e sano è tuo arbitrio, e fallo fora non fare a suo senno: per ch’io te sovra te corono e mitrio”. Dante non deve più attendere le indicazioni del “duca” poiché il suo arbitrio è finalmente sano e sarebbe un errore non affidarsi ad esso, quindi Virgilio lo incorona come signore di se stesso. Le figure sono ancora caratterizzate da materia sotto le vesti, come succede anche per i personaggi infernali; ma non per le anime beate del Paradiso, dal momento che sono impalpabili per la loro leggerezza e impossibili da descrivere e tratteggiare con la parola umana.

Il terzo dal Paradiso rappresenta colui, che citato all’inizio, dichiara al suo discendente Dante le sorti dell’esilio: Cacciaguida. La sua figura contiene ed emana luce, tanto che il Sommo Poeta descrive con queste parole la veduta nel Canto XV:
“Quale per li seren tranquilli e puri
discorre ad ora ad or sùbito foco,
movendo li occhi che stavan sicuri,
e pare stella che tramuti loco,
se non che da la parte ond’e’ s’accende
nulla sen perde, ed esso dura poco:
tale dal corno che ‘n destro si stende
a piè di quella croce corse un astro
de la costellazion che lì resplende;
né si partì la gemma dal suo nastro,
ma per la lista radial trascorse,
che parve foco dietro ad alabastro”.

Nel V Cielo, quello di Marte, si trovano gli spiriti combattenti per la fede e stanno disposti sui bracci di una croce, simbolo del trionfo di Cristo e della fede.

Con questo excursus sulla Divina Commedia vista dal punto di vista artistico, grazie all’aiuto delle illustrazioni artistiche, posso augurarvi di poter “tornar a riveder le stelle”.

                                                                                                                                                 


[1]Dal momento che non è pervenuto alcuno scritto autografo di Dante, ma sono conservati tre manoscritti della “Commedia” copiati integralmente da Giovanni Boccaccio, che a sua volta si era servito di manoscritti copiati a loro volta.  




ESSERE MONTAGNA di Davide Sapienza

Cari lettori di Diatomea, mi piace ricordare il senso profondo della geopoetica, ben rappresentata da Davide Sapienza, forse spinta da pressanti considerazioni sull’ambiente e i destini del pianeta, in particolar modo in un periodo così difficile per tutta l’umanità flagellata dalla pandemia.

Autore del bellissimo libro Il geopoeta – avventure nelle terre della percezione, Davide ripropone nel suo sito questa riflessione sulla montagna, la sua natura, la sua essenza vitale.

È necessario un richiamo al concetto di metabletica come trasformazione, spinta evolutiva che può produrre metamorfosi sul piano emotivo, cognitivo e relazionale per  innestarsi, di conseguenza, nel tessuto sociale. A questo riguardo è facilmente comprensibile quale può essere la nostra responsabilità di abitanti e co-creatori di un ambiente fisico e psichico che va oltre l’idea di territorio. In assenza di questo procedimento, si rimane in superficie, ancorati alle categorie di pensiero novecentesche e, parole come “orientare lo sguardo”, “promuovere il cambiamento” e altre locuzioni care alla politica rischiano di rimanere il solito cantiere di buone intenzioni che mai si realizzano.

È auspicabile per l’autore che la metabletica agisca da medium affinché lavori tra gli strati profondi della personalità, connettendo quelli latenti che il territorio rende vivi, chiedendoci il dolce sforzo di prestare attenzione a come siamo diventati.

Ciò significa essere montagna, promuovere la trasformazione, essere il cambiamento.

Profondo conoscitore della montagna, Davide Sapienza si impegna in un dialogo fitto e fecondo con se stesso e chi possiede la medesima sensibilità nell’indagare, tra cognitivo e sensoriale, il DNA della montagna e come ciò si riflette nell’immaginario umano.

Davide intende ribaltare i modelli culturali a cui siamo assuefatti: si sente spesso parlare di transizione ambientale senza che questo tema, con tutte le sue importanti implicazioni, sia considerato con l’attenzione che merita; sovente accade che grandi idee e ambiziosi progetti siano accolti distrattamente dall’opinione pubblica sfiancata da politiche fallimentari.

L’autore, infine, rivolge un invito alle giovani generazioni nate da una felice mutazione che le rende capaci di Essere Montagna, l’invito a riscrivere la storia futura partendo da questa consapevolezza.

Link al testo ESSERE MONTAGNA (reprise 2021)

INCONTRIAMOCI https://www.davidesapienza.net/2019/01/01/incontriamoci/


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Immagine di copertina © Davide Sapienza




IL CORTEO DELL’ACQUA, DI YOSHIMURA AKIRA

Il Corteo dell’acqua  di Yoshimura Akira (1927 – 2006), edito da Atmosphere libri, è una serie di tre racconti, il primo dei quali dà il titolo al libro. Buona narrativa giapponese che si legge con piacere, agevolati dalla prosa fotografica che valorizza i dettagli e conduce il lettore nei luoghi delle vicende tratteggiate e nell’interiorità dei personaggi.
Narrazione di grande efficacia descrittiva che mette in luce l’essenzialità dello spirito giapponese, poco incline al ridondante, anche nei momenti di intensa drammaticità. Nelle storie affiora un’impronta poetica che non cede all’esasperazione dei toni lasciando spazio al naturalismo opportunamente dosato.

Lo scenario del primo racconto è uno sperduto villaggio montano scoperto a seguito della caduta di un bombardiere durante la guerra. Qui si insedia il cantiere di un’impresa dedita alla costruzione di una diga situata sul fondo valle. Il protagonista, precedentemente detenuto in carcere per l’assassinio della moglie, si presenta come lavoratore nel cantiere.
Nel flusso della narrazione egli non esita a fornire, con lucida freddezza, il resoconto dell’uccisione della moglie fedifraga, fatto che gli procura una condanna lieve; le radici del gesto efferato sono rintracciabili in un’infanzia sofferente e un’adolescenza solitaria. Un’acuta sofferenza alimenta la coscienza inquieta di un adulto che, con razionale distacco esibisce il suo macabro feticismo consistente nel conservare parte dei resti scheletrici della defunta moglie.

Credevo che avere sempre con me le sue ossa avrebbe affievolito la mia collera nei suoi confronti.

Il turbamento del protagonista si manifesta in un’amalgama rivelatore di un animo rassegnato al tormento accolto con doverosa forza d’animo.

Nel duro lavoro alla diga la morte è un accadimento che non desta alcuna sorpresa.

Nel computo dei costi di progettazione lavori pareva fosse contemplato anche il risarcimento alle vittime commisurato alla potenza massima in kilowatt.

Una natura battuta dalla pioggia e rigogliosa fa da cornice agli avvenimenti.
La storia è animata dal dialogo silenzioso del protagonista che osserva la reazione degli abitanti del villaggio provati dalla presenza del cantiere; l’uomo agisce per delega del lettore: noi conosciamo i fatti filtrati dalla sua coscienza e osservazione turbata, e non si può dire che gli accadimenti non contribuiscano ad accentuare il suo turbamento. Una coscienza a tratti autoaccusatoria ma distaccata.

Nel secondo racconto, La ferrovia sulla schiena, il protagonista, altro io narrante, insiste sistematicamente nella sua ossessione per le ossa. Durante un intervento chirurgico ai polmoni, il chirurgo estrae cinque costole che l’uomo pretende di riavere indietro e conservare, affascinato in parallelo dalle orate scarnificate, ridotte a semplici lische – dirà la moglie – presenti in fotografia sulla rivista Graph.  Le lische costituiscono l’evidenza che sollecita in lui il desiderio di osservarle da vicino. Parte per un breve viaggio esplorativo lasciando a casa la moglie incinta e il figlio di due anni.

Mentre osservavo la pioggia dalla finestra mi sono tornati in mente gli occhi luminosi delle orate che mi guardavano dal vaso e le lische in trasparenza. E spontaneamente ho rivisto il colore delle mie costole che rilucevano in un contenitore dopo l’operazione.

Delle costole asportate ne otterrà una, conservata con cura per una decina d’anni, sottratta poi dal fratello minore dell’uomo, infastidito da questo comportamento morboso.

La cicatrice sulla schiena è occasione di gioco per il figlio piccolo del protagonista.

Mi sono immerso nel futon e ho chiuso gli occhi. Nitida come non mai ho percepito la cicatrice sulla mia schiena. Curve rotaie di ferro. Immaginavo un trenino con su il mio bambino avanzare mezzo storto su di loro, cigolando sulle piccole ruote, lungo la mia schiena.

Qui la finzione si mescola alla realtà, infatti Yoshimura Akira fu sottoposto a intervento chirugico ai polmoni a ventuno anni; lo veniamo a sapere  dalla postfazione a cura della traduttrice Maria Cristina Gasperini. L’intervento chirurgico  fu elemento cruciale nella scelta definitiva della carriera letteraria dell’autore.  Ashimura non mancò di incontrare Yukio Mishima [1] durante gli studi universitari, come riportato nell’autobiografia Watashi no bungaku hyoryu.

Inseguire le proprie ossessioni è un tratto distintivo osservabile in questa serie di racconti di fattura accurata, unitamente a elementi fattuali tratti da svariate materie fra cui la storia, con un’attenzione particolare alla storia della guerra, la medicina, la geografia, l’ingegneria e la zoologia. Puntare sulla ricerca meticolosa in questi campi, funzionale alla stesura delle trame, è la cifra stilistica dello scrittore, apprezzato nel mondo della moderna letteratura giapponese.
Da alcuni suoi lavori anche risalenti agli anni dello studio universitario sono stati tratti radiodrammi, sceneggiati e film trasmessi da radio e televisioni giapponesi a partire dagli anni Settanta.

Anche se metto al centro i fatti, io scrivo romanzi. Tolto il superfluo, scrivo la storia che ho in mente: noto come lo scrittore che fa ricerca, Yoshimura Akira è considerato un innovatore della kirokubungaku, la letteratura di genere documentario basata sulla raccolta dei dati e l’aderenza al fatto (dalla postfazione di Maria Cristina Gasperini).

Nel terzo racconto, La Fila, la morte torna ad affacciarsi persecutoria nelle ansie del protagonista. Durante viaggi di lavoro anche brevi telefona a casa per ricevere rassicurazioni sullo stato in vita dei parenti afflitti da una salute precaria. Infausti ricordi d’infanzia tempestano la sua memoria rendendolo incline a tali preoccupazioni.

Neppure con il matrimonio ero riuscito a liberarmi dall’angoscia che accadesse qualcosa in mia assenza. In effetti mia figlia da piccola si era procurata una grande ustione dalla guancia all’orecchio mentre ero fuori una notte, e mia moglie era stata investita da un’auto, aveva perso conoscenza ed era stata ricoverata in ospedale sempre una volta che ero via per lavoro.

Successivamente l’attenzione si concentra sul giovane nipote Shunsuke, la cui “stranezza” è conseguenza della visita di commiato alla defunta nonna. Stranezza aggravatasi a seguito della sua partecipazione a due funerali. Shunsuke assimila l’idea della morte come evento ineluttabile.
A seguito del peggioramento del bambino, lo zio gli fa visita ascoltando il suo ragionamento al limite della presa di coscienza circa la fila:

Al secondo episodio di stranezza, mio nipote aveva pronunciato la parola “fila”. «Gli uomini muoiono tutti?» mi aveva chiesto con gli occhi impauriti» (…) «Allora stiamo tutti in fila verso il giorno in cui moriremo…» «È vero, è una fila. Dici una cosa molto appropriata. Una fila, è proprio una fila» convenni, e per la prima volta sul suo viso era affiorato un sorriso.

La conversazione fra zio e nipote è il sigillo che chiude il racconto lasciando al lettore le considerazioni sulla naturalezza di un rapporto costruito sull’ascolto del bambino da parte dell’adulto, rispettandone la delicata percezione della sorte non negoziabile che ci accomuna tutti.

[1] Di Yukio Mishima non possiamo non ricordare il suicidio rituale e l’estetica della morte, ossessione che ricorre frequentemente nei racconti de Il Corteo dell’acqua.


Yoshimura Akira (1927-2006) è un pluripremiato scrittore giapponese. Ha scritto, tra gli altri, Hagoku, 1983 (da cui è stato tratto il soggetto del film Unagi, L’anguilla, Palma d’Oro al festival di Cannes nel 1997), Mizu no soretsu (Il Corteo dell’acqua 1967), Hasen, 1982.

Dopo il catastrofico tsunami dell’11 marzo 2011, il suo Sanriku kaigan otsunami (Il grande tsunami della costa del Sanriku, 1970) fu ristampato in 150.000 copie. Sposato alla scrittrice Tsumura Setsuko, è stato presidente della Nihon bungeika kyokai (Japan Writer’s Association) e membro del PEN Club.