Scuola, architettura, capitale
Un piano di adeguamento edilizio delle strutture scolastiche è ormai divenuto assolutamente necessario, ma, su questo, l’unanimismo che si registra, mi pare frenare la sua attuazione anziché determinarne la concreta realizzazione. Del resto, nella prospettiva del PNRR (una diligenza che passa tra anfratti e nascondigli ottimi d’agguati), non c’è chi ne parili. Tuttavia, in attesa di riscontri fattuali, vale la pena provare a metter su una riflessione più approfondita sulla cosa, poiché, se è evidente l’impellenza di dotare la scuola di strutture efficienti– e la pandemia ne ha dimostrato tutta l’ineluttabilità –, questo non può prescindere da un’analisi attenta e profonda sul modo con cui si è determinato il riassetto urbanistico del paese e di come la scuola, dunque, vi si possa inserire inserirsi nel nuovo contesto.
La città, l’architettura, le trasformazioni sociali.
Lo spazio urbano assembrato, diventa fantasma della sua crescita indiscriminata, sempre più privato, sempre meno pubblico, sociale, definitivamente distanziato, come si compete nei giochi d’ossimori, tanto più è affollato. Il reale, trasformato in immagine spettacolare (come nei fantasmagorici skyline di Dubai, ma senza andare troppo lontano, certe periferie di grandi città, da nord a sud), è quinta scenografica d’una rappresentazione farsa, in cui le mura cingono d’assedio gli assedianti, e non sono più le mura di Campanella dov’è la storia della scienza, il progetto educativo condiviso dei destini magici e progressivi dell’uomo. Le mura s’attrezzano a prigioni da cui non s’evade, ma dentro cui ci si rinchiude spontaneamente, sovvertendo l’ordine mentale costituito, quello che cerca l’orizzonte libero e di vertigine dello sguardo dell’animale in gabbia. Ma se l’agnello o l’orrendo porco s’avvedono del loro imminente sacrificio all’altare della tavola imbandita, con lacrima ed urlo straziante, il residuo umano vi s’immola con fanciullesca indifferenza. Le immagini degli eloquenti muri della città ideale di Platone, sono ora grate elettrificate e luminescenti, gli orrori della merce che trabocca dalla caricatura d’una cornucopia di svendite morali e materiali. Pure l’effimero, in quanto concetto, sparisce nelle celle delle fiumane umane, diventa superfluo necessario, vocazione definitiva. Le architetture/prigioni delle periferie commerciali, e di dormitori, pure quelle di centri storici divenuti non luogo di relazione ma turistifici, non sono innocenti oggetti devitalizzati, ma espressione urlante del potere sociale del mercato che reclama le sue vittime. Le mura cittadine, anche quelle dei centri più piccoli, s’attrezzano a prigioni da cui non s’evade, ma dentro cui ci si rinchiude spontaneamente, si ha quasi il desiderio di farlo. Una sindrome della capanna ante litteram. Rinchiudersi diventa principio identitario, quando si cerca di definire quello come identità culturale da difendere contro l’altro, l’invasore, lo straniero. Dunque, vi si legge una dimensione quasi caricaturale.
La progressione verso la forma estrema del mercato, il narcisismo individualista, ha soppiantato persino le gerarchie dei rapporti di produzione convenzionali. Ed il consumo diventa una sorta di dogma definitivo. Le città si sono attrezzate per assecondare questo processo. Le città prese d’assalto hanno perso ormai persino quel flebile richiamo al modernismo, financo superato le creazioni monolitiche della dittatura ceauseschiana, le volontà di Marinetti di deviare canali per affogare la vetusta Venezia, o Le Corbusier che anelava l’autostrada che spaccasse in due Parigi. Gli spazi vitali non esistono se non nel sentire, ormai folle, di chi deraglia dalla “normalità” di chi è persona e non gente.
Il ruolo dell’architettura scolastica
La scuola pare però soggetto passivo di questo processo, non ne è l’esatto contraltare, non torna al centro dell’ambiente urbano per riaffermare il suo ruolo di fondamentale istituzione di formazione sociale, di luogo della partecipazione e di pratica democratica. Se, dunque, vi è la necessità del suo ammodernamento strutturale, questa è condizione non sufficiente per ri-pensare una scuola protagonista negli spazi del quotidiano. Gli architetti progettano i nuovi edifici scolastici senza avvertire il bisogno di un confronto innanzitutto con la collettività, nemmeno con la natura trasmissiva ed inclusiva da attribuire alla scuola. Piuttosto accettano la mediazione con la politica, assecondano e/o rincorrono il taglio dei nastri, le fasce tricolore. Scuole d’eccellenza diventano nell’immaginario i poli scolastici progettati dalle archistar, sganciati dal proprio contesto sociale ed urbano, corpi estranei che contribuiscono a cementificare, a consumare territorio, dunque antiecologici per definizione. Ubicati in un altrove ancora più periferico, diventano altro rispetto alle condizioni sociali di chi le frequenta, dagli alunni ai lavoratori. Non partecipano al recupero dell’esistente, al rapporto con la comunità. Sono organizzazioni separate e burocratiche, con una fortissima gerarchizzazione dei rapporti che non lascia esprimere compiutamente prospettive creative, non sono nel corpo vivo delle città e dei territori, quali laboratori permanenti di partecipazione. Va quindi ripensata l’architettura scolastica come strumento di crescita per l’intera società, che ponga al centro i processi educativi e la maturazione della personalità dei cittadini, ma anche occasione di creazione di spazi aperti e condivisi, dialettici, se occorre, senz’altro democratici, improntati alle forme più alte dell’ecologia ambientale e sociale. È piuttosto evidente che i maghi del cubo di cemento magico non apprezzano una scuola che recupera l’esistente, che collabora alla riscrittura dell’ambiente sociale in termini partecipativi e solidali. Temono un nuovo protagonismo dei lavoratori della scuola, un rilancio della democrazia interna, poiché l’efficacia dei percorsi educativi e l’attenzione per essi non si misura solo costruendo edifici funzionali, ricchi di belle aule, ampie ed attrezzate, ma, dentro questi, amplificando il ruolo formativo e pedagogico della scuola, eliminando la pletora di orpelli burocratici il cui proliferare l’ha mortificata, impedendone l’osmosi necessaria con l’ambiente urbano.
Per ciò che attiene l’architettura stessa dell’edificio, dello spazio scolastico, infatti, il consumo del territorio stride con il ruolo formativo della scuola. La costante aggregazione dei plessi, sino alla creazione di immensi ed affollatissimi edifici, rema contro i percorsi di inclusività, poiché va gestito in modo opposto alla creazione di sistemi di relazione tra chi frequenta la scuola – a qualsiasi titolo – e tra questi e l’ambiente sociale. La necessità di recuperare gli spazi urbani esistenti, anche con le opportune strategie di adeguamento antisismico, energetico e funzionale (da questo punto di vista vi sono stati passi in avanti notevolissimi nelle pratiche ingegneristiche e architettoniche), sarebbe un punto di partenza per ridare centralità alla scuola, oltre ad essere, alla lunga, anche economicamente vantaggioso per il pubblico. Riduce i costi per gli spostamenti, ha impatto ambientale minore, crea isole di salubrità culturale in luoghi che ne sono privi, consente a chi vi abita di riconoscersi nelle azioni formative della scuola. In definitiva, crea “identità” autentica, non un suo artificio retorico. E si comprende come nel PNRR questi aspetti appaiano lontani e marginali. Mica si vorrà stemperare la natura di centri commerciali di certi centri storici, mica si vorrà creare discontinuità strutturale nei dormitori per consumatori, mostrando loro le vie della cultura e dell’istruzione?
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Da questo manoscritto miniato estrapolo due miniature. La prima miniatura presenta il Canto VIII dell’Inferno e si vedono Dante e Virgilio ai piedi della torre sulla sponda della palude Stigia, presso la quale arriva il traghettatore Flegias, che li trasporta fino alla città di Dite.
Un altro importante Codice conosciuto con il nome di “Yates-Thompson 36”, realizzato nella metà XV secolo, è conservato presso la British Library di Londra. Realizzato in Toscana su committenza del re di Napoli Alfonso d’Aragona detto il Magnanimo, umanista e bibliofilo, viene decorato con oltre 100 miniature e iniziali istoriate in apertura di ciascuna cantica, opera di due diversi autori senesi: Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta (capilettera e illustrazioni dell’Inferno e Purgatorio) e Giovanni di Paolo (illustrazioni del Paradiso).
Da questo manoscritto ho estrapolato la prima miniatura, quella della “selva oscura”, dove Virgilio aiuta Dante a uscirne fuori, dopo essere stato spaventato e impedito di raggiungere il Monte del Purgatorio da tre fiere. In basso si nota l’araldica degli Aragonesi. Dante presenta una veste azzurra e non la canonica veste rossa, mentre il poeta latino in veste rosa ha la barba (già raffigurato in tal modo da Simone Martini nel 1340 sul frontespizio “Frontespizio del Commento di Servio a Virgilio”).
Un’altra scena riguarda un’altra selva infernale, quella dei suicidi, dove si trova l’anima “arborea” di Pier delle Vigne. Virgilio spiega a Dante, che per parlare con queste anime, che si sono tolte la vita prima del tempo, deve spezzare dei ramoscelli così da liberarne la voce. Antica memoria di quello che succede nel Terzo Libro dell’Eneide quando Enea e i suoi compagni strappano delle erbe per ricoprire l’altare appena eretto, e sentono un lamento provenire da queste; è la voce di Polidoro, figlio di Priamo ed Ecuba.

Sempre legato al tema dell’amore presento l’acquerello raffigurante il vortice dei Lussuriosi dell’Inferno (Canto V), dove dentro si trovano Paolo e Francesca. Le loro anime come quelle dei lussuriosi vengono rappresentate come avvinghiate, entrambe formano un’unica materia. Francesca è la sola a parlare, mentre Paolo tace e piange alla fine del racconto della donna. Francesca da Ravenna si presenta e ricorda l’assassinio subìto ad opera del marito, poi (su richiesta di Dante) spiega la causa del loro peccato, ovvero la lettura del romanzo di Lancillotto e Ginevra, che li spinse a intrecciare una relazione amorosa.
Una scena riguarda il Canto XXX del Purgatorio quando Dante beve l’acqua dell’Eunoè, per riportare alla memoria delle anime pronte al Paradiso ogni bene da esse compiuto, dopo aver bevuto prima l’acqua del fiume Lete, che cancella la memoria del peccato. Ora ad affiancare il poeta fiorentino non c’è “il duca mio”, Virgilio, ma Stazio, incontrato in Purgatorio e Beatrice, che indica a Matelda il fiume Eunoè.
Un’altra scena del litografo e pittore francese è quella di Minosse, collocato nel Canto V dell’Inferno, quale giudice dei dannati che indica loro a quale Cerchio sono destinati. Minosse è posto all’ingresso del II Cerchio (lussuriosi) e ha caratteri bestiali: ringhia, ha una lunga coda che avvolge attorno al corpo tante volte quanti sono i Cerchi che il dannato (il quale gli confessa tutti i suoi peccati) deve discendere. Dorè lo rappresenta con la corona in testa, dal momento che è stato un giusto Re di Creta e per questo posto come giudice nell’Inferno.
Il primo rappresenta “Cerbero” il cane a tre teste a difesa dell’ingresso degli Inferi, dalla barba sudicia, gli occhi rossi e dagli artigli lunghi e temibili; quindi un mostro orribile, che si agita continuamente fino a quando non addenta qualcuno. Realizzato con il colore nero, tipico dell’Inferno, e dal tratto veloce e vorticoso, come è veloce l’azione in cui impenna sulle zampe posteriori per evitare che i due personaggi entrino nell’Inferno. Di questo mostro si vedono le sei zampe e le tre teste, più che un cane sembra un cavallo.
La seconda è tratta dal Purgatorio e illustra il congedo di Virgilio da Dante, dal momento che sarà Beatrice ad accompagnarlo nel terzo mondo, il Paradiso, dal momento che il Poeta latino non può entrare nel Regno di Dio. Nel Canto XXVII Virgilio dichiara “non aspettar mio dir più né mio cenno; libero, dritto e sano è tuo arbitrio, e fallo fora non fare a suo senno: per ch’io te sovra te corono e mitrio”. Dante non deve più attendere le indicazioni del “duca” poiché il suo arbitrio è finalmente sano e sarebbe un errore non affidarsi ad esso, quindi Virgilio lo incorona come signore di se stesso. Le figure sono ancora caratterizzate da materia sotto le vesti, come succede anche per i personaggi infernali; ma non per le anime beate del Paradiso, dal momento che sono impalpabili per la loro leggerezza e impossibili da descrivere e tratteggiare con la parola umana.