Augusto De Luca fotografa il Cardinale Sepe

Devo ammettere che ho sempre avuto un desiderio: ritrarre un Cardinale.? Mi hanno sempre affascinato le cartes de visite dell’Ottocento su cui i pionieri della fotografia come Nadar, Disderi, Alinari ed altri, stampavano i ritratti di Papi e di alti prelati dell’epoca.?L’occasione si presentò nel 2017 con l’insediamento del nuovo curato nella Parrocchia Corpus Christi e Regina del Rosario di Napoli. Il Cardinale Crescenzio Sepe sarebbe venuto nella chiesa di via Manzoni a presiedere l’incontro con tutti i fedeli e il reverendo, il nostro amato don Giuseppe Ferrara, mi chiese, timidamente e con riserbo, un ritratto in sua compagnia come ricordo dell’evento.
Immediatamente accettai; sinceramente non solo per la grande stima che nutro per il mio sacerdote, ma anche perché avrei realizzato finalmente un vecchio sogno nel cassetto.
Subito, insieme ad Eugenio Sales, il segretario del prete, e di mia moglie Nataliya, cominciammo a cercare il posto più idoneo per le riprese.
La seconda stanza della sacrestia, quella più interna e riservata, sembrò essere la più adatta.
Preparammo uno sfondo, posizionammo una luce e facemmo alcuni scatti di prova; anche perché, sicuramente, non avrei avuto molto tempo a disposizione.
Arrivò il gran giorno. La chiesa era gremita ed io, nella saletta, ultimai i preparativi.?Alla fine della celebrazione, prima che togliesse l’abito cardinalizio e la mitra, invitai lui e don Giuseppe ad accomodarsi sul set precedentemente allestito.
Inquadrai, feci uno scatto a loro due insieme e due al Cardinale Sepe. Sì, due scatti perché nel primo click il porporato aveva un’espressione funerea ed afflitta, forse per la stanchezza dovuta alla lunga funzione religiosa appena officiata.
Allora, per scuoterlo, provocandolo gli dissi:
“Sua Eminenza, ma i cristiani non devono sempre comunicare gioia? Lei con questa espressione fa una brutta pubblicità. Mi regali un bel sorriso”.
Il Cardinale annuì e, sorridendo bonariamente, si mise in posa; il secondo scatto, quindi, fu soddisfacente e con esso si realizzò il mio desiderio.

Più tardi, salutandoci, Sepe pronunciò a tutti la sua famosa frase in napoletano:
“ ‘A Maronna v’ accumpagna “.
Ed io risposi sottovoce:
“Speriamo…”.

 

Cardinale Crescenzio Sepe – foto di Augusto De Luca
Augusto De Luca e il Cardinale Sepe




Augusto De Luca fotografa Lucia Trisorio

Lo Studio Trisorio, alla Riviera di Chiaia, è una delle più importanti gallerie napoletane, punto di riferimento per tantissimi artisti, inaugurata il 16 ottobre 1974, dove hanno esposto tanti nomi illustri del panorama internazionale, molti dei quali precursori dei loro tempi. 

Conobbi i proprietari, Pasquale e Lucia, alla fine degli anni 70. Spesso andavo da loro per parlare dei miei nuovi lavori e ricevere qualche consiglio.

Lui, che purtroppo non c’è più, era un amico di cui fidarmi; mi incoraggiava con suggerimenti preziosi che ancora oggi mi sono utili. La moglie Lucia, per la grande esperienza che aveva, era per me, che cominciavo a compiere i primi passi nel mondo dell’arte, una fonte inesauribile di grande competenza da cui poter attingere. Persona di grande valore, è sempre stata al fianco del marito, con una presenza costante ma discreta. Come è vero che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna!

Oggi è soprattutto una delle loro tre figlie, Laura, ad occuparsi dello spazio, e con il guizzo tipico di chi appartiene da sempre a questo meraviglioso universo, ha dato vita, nel 1996, ad ArteCinema, un suggestivo festival internazionale di film sull’arte contemporanea, che ha avuto un riscontro fortunatissimo anche tra i giovanissimi, avvicinandoli a queste magiche atmosfere. Da dietro le quinte, la madre, con la sua straordinaria abilità, continua ad aiutare e a dare indicazioni di rara maestria.

Nel corso del tempo la galleria, proseguendo nel suo lungimirante percorso di ricerca e innovazione, è divenuta tappa obbligata anche per gli studenti universitari, che hanno la possibilità di frequentare quegli stessi personaggi che si troveranno poi a studiare nei manuali di storia dell’arte.

Non per niente si tratta di una delle gallerie più longeve d’Italia, che, con competenza e passione, è in grado di collaborare attivamente anche con Istituzioni politiche e non, teatri importanti, come il San Carlo, e musei prestigiosi, come quello di Capodimonte, con il quale, prima della pandemia, è stato realizzato, con enorme successo, il progetto Incontri sensibili, con esibizioni importanti di artisti quali Louise Bourgeois e Jan Fabre.

Il 22 febbraio del 2020 Lucia è stata la prima di tre donne a ricevere, dalla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, il Matronato alla carriera con laudatio pronunciata da Andrea Viliani.

Con la sua innata sensibilità per la Bellezza e il suo spiccato senso estetico lo Studio Trisorio ha ritenuto la fotografia una forma d’arte da esaltare, tanto che nella cerchia di amici di famiglia si annoverano tanti fotografi che hanno puntualmente esposto nei loro spazi, con mostre fotografiche divenute, ormai, appuntamenti imprescindibili nella programmazione degli eventi della galleria.

Nel 1980 organizzarono una mia mostra di fotografie a colori con la presentazione di Marina Miraglia, importante critica e storica d’arte. In quell’occasione i Trisorio riuscirono a vendere tutti i miei lavori e ricordo che, dopo l’inaugurazione, Lucia ci invitò a casa sua per terminare la serata con deliziose pietanze preparate con le sue mani per l’occasione. Era molto gratificante sentirsi coccolati dai propri galleristi.

Un giorno andai allo Studio con Osvaldo, uno dei miei due assistenti, ed una grande luce fissa da 2000 watt, per ritrarre Lucia. Lei, sempre schiva, era un po’ intimidita dall’idea di essere al centro dell’attenzione e certamente non si sentiva a suo agio. Pensai di realizzare un ritratto evidenziando proprio la sua riservatezza e il suo desiderio di anteporre sempre e comunque l’artista a tutto e a tutti.

Allora proiettai la luce sul mio assistente che, con una cartella sotto il braccio, avrebbe dovuto rappresentare uno dei tanti artisti che si avvicendavano nella galleria, creando un’ombra gigante rispetto alla figura di Lucia, che, in un angolo, quasi nel nascondimento, ma comunque presente e vigile, lo guidava e promuoveva, ricalcando così, il suo pensiero che mi ricordava il famoso motto “ubi maior minor cessat”.

A scatto avvenuto, mi accorsi che l’immagine rispecchiava in pieno la mia idea e fui soddisfatto del risultato.

Oggi incontro di rado Lucia, ma ogni volta che succede, provo una grandissima gioia e una profonda gratitudine.

 

Lucia Trisorio – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Sergio Bruni

Io e la giornalista Giuliana Gargiulo quel giorno ci recammo all’Hotel Vesuvio in via Partenope a Napoli, dove puntualmente ogni mattina Sergio Bruni incontrava giornalisti e gestiva il suo lavoro tra un caffè e una sigaretta. 

Ci stava aspettando, era vestito di nero ed era molto serio in viso.

Di tanto in tanto, guardava fuori al finestrone, dove c’erano una splendida veduta di Castel dell’Ovo e del Vesuvio. Ogni volta che alzava lo sguardo e contemplava il panorama, si capiva che amava la sua città.

Disse che guardare il Golfo nutre i napoletani e li rende felici.
Poi ci parlò dell’inizio della sua carriera, della frequentazione nella Galleria Umberto I e di tutti i suoi successi, ma si infervorò particolarmente descrivendo la sua stretta amicizia con Eduardo.

Raccontò che un giorno il grande drammaturgo gli telefonò e gli disse:

“Sergitié, ‘a gente ‘o ssaje che dice?
Ca tu si ‘a voce e Napule e che Napule song’io.
Cheste che vene ‘a dicere?
Ca tu sì a voce mia”.

Io, pur emozionandomi molto mentre Bruni narrava la sua vita, continuavo a scattare con la mia fotocamera.

Feci molte foto; erano immagini che lo riprendevano mentre gesticolava parlando, io, invece, volevo fargli un ritratto ed avevo già in mente come realizzarlo: desideravo fotografarlo mentre cantava.

Gli chiesi di alzarsi e di attaccare con un suo brano, guardando fisso nell’obiettivo della mia Hasselblad.

Non si fece pregare, mi accontentò subito e, come se stesse sul palcoscenico di un teatro, con estrema disinvoltura, cominciò ad intonare quello che era stato da sempre il suo cavallo di battaglia, ‘Carmela’, interpretandolo con grande maestria.

Sergio Bruni cantava per me, chi l’avrebbe mai detto!

Scattai per tutta la durata della canzone che il talentuoso Artista eseguì a cappella per intero.

Poi, sempre molto serio in volto, ci salutò e si mise a sedere al suo solito posto. Dopo aver acceso l’ennesima sigaretta, cominciò ad ammirare nuovamente, con occhi sognanti, quella straordinaria veduta di Napoli che aveva di fronte.

Di quell’incontro mi rimane soprattutto il ricordo di un uomo che amava follemente la sua città.

 

Sergio Bruni – foto di Augusto De Luca
Sergio Bruni – foto di Augusto De Luca
Sergio Bruni – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Luigi Mazzella

Sono andato nel suo studio – laboratorio a Villa Haas, in piazza Fuga a Napoli, un paio di anni fa. Ne ricordo il fascino, le enormi lastre da lavorare appoggiate ai muri e le innumerevoli sculture in ferro ed altri materiali metallici dalle forme più bizzarre e astratte. Era un luogo dove la fantasia non aveva limiti e l’impossibile diventava possibile.

Il Maestro mi fece da cicerone, accompagnandomi in quegli stanzoni alti, superaffollati di opere. Mi spiegò le varie fasi di lavorazione e mi raccontò la storia di molti dei suoi capolavori.

Era l’uomo dei metalli, viveva ed amava quei materiali che conosceva meglio di chiunque altro e che, in qualche modo, erano parte di lui.

Passai molto tempo ad ascoltarlo e, senza indugio, decisi di ritrarlo proprio immerso nei suoi lavori, diventando così egli stesso scultura nelle sculture, anima viva delle sue materie fredde e lavorate. Volevo fondere insieme il creatore e la creatura e, dopo pochi tentativi, capii di avere la foto che desideravo.

È una sensazione particolare, che non si può spiegare… mi accorgo e “sento” quando lo scatto è quello giusto per me, cioè esprime a pieno quello che dentro di me c’é ma non ha ancora una forma.

Ci salutammo e, mentre mi allontanavo, mi disse:

Venga a trovarmi presto, le farò scegliere un’opera che poi le donerò.

Di frequente ripensavo a quell’appuntamento e a quella promessa, ma, come spesso succede, ho rimandato troppo e di quell’impegno rimane solo un ricordo di grande umanità e generosità.

 

Luigi Mazzella – foto di Augusto De Luca



Augusto De Luca fotografa Luciano De Crescenzo

Incontrai Luciano De Crescenzo in un albergo napoletano dove lui solitamente preferiva alloggiare quando veniva in città. Era una persona straordinariamente simpatica, allegra e soprattutto colta.
Ogni parola, ogni frase diventavano motivo e spunto per raccontare aneddoti e storie incredibili.

Rimasi affascinato nel sentirlo parlare per un’oretta. A lui piaceva moltissimo conversare, incurante del tempo che trascorreva. Era un uomo che non aveva fretta.

Io, chiaramente, non riuscii a dire molto; erano talmente accattivanti i suoi discorsi che avevo solo voglia di ascoltarlo.

Il tutto era condito sempre e comunque da uno spiccato senso di ironia e comicità.

In particolare, in quell’incontro ricordo che mi parlò di una storia che lui aveva condiviso con Bud Spencer, pseudonimo di Carlo Pedersoli, proprio qualche mese prima a Napoli nella zona del Pallonetto, vicino al rione Santa Lucia, dove Bud era nato e dove spesso i due tornavano insieme a passeggiare.

Luciano mi raccontò che mentre camminavano, si avvicinò a Carlo uno scugnizzo, un ragazzino di circa sette, otto anni che continuava a ripetergli:

“Come sei grande, come sei forte, come sei grande, come sei forte…
io non ho un papà e mi piacerebbe che fossi tu il mio papà”.

Allora Carlo, imbarazzato, emozionato, commosso e, con gli occhi lucidi, gli rispose:

“Se vuoi puoi chiamarmi papà”.

Il ragazzino, prontamente, replicò:

“Papà, me le dai diecimila lire?”

All’epoca, infatti, c’erano ancora le lire.

Questa storia, raccontata da De Crescenzo, fu assolutamente esilarante ed io risi di cuore, a crepapelle, per un buon quarto d’ora.

Finalmente ci mettemmo a lavoro e realizzai una polaroid che manipolai e pubblicai poi nel libro ’31 Napoletani di fine secolo’ e molti altri scatti tra cui la foto che presento in questa pagina.

Rividi Luciano qualche tempo dopo e, con mia grande sorpresa, mi donò un suo disegno a penna da inserire nel mio libro ‘Napoli Grande Signora’.

Ne fui sinceramente onorato e gli promisi una mia fotografia di Napoli che a lui piaceva molto.

Grazie Luciano per le tue battute, per i tuoi film e i tuoi libri; i napoletani ti amano e ti ricordano con grande affetto insieme agli altri personaggi che hanno dato lustro alla città.

Luciano De Crescenzo – foto di Augusto De Luca
disegno di Luciano De Crescenzo




Augusto De Luca fotografa Salvatore Pica

Come tanti intellettuali e uomini di cultura napoletani, Salvatore Pica, classe 1939, esperto di arte e design, è sempre stato un assiduo frequentatore delle gallerie cittadine, soprattutto quella di Lucio Amelio, suo caro amico, ed è proprio lì che l’ho conosciuto non so più nemmeno quanto tempo fa. 

Salvatore era una persona eclettica, speciale, un creativo come pochi. Sempre ironico e dalla battuta pronta, un uomo certamente molto simpatico, che subito riusciva a conquistare chiunque con i suoi aforismi originali.

Un’energia instancabile la sua improntata alla Bellezza e alla promozione della Cultura a tutto tondo: mostre, dibattiti, convegni, tutto pur di stuzzicare la curiosità ed andare oltre…

Un percorso di vita straordinario. Un ragazzo come tanti, cresciuto negli affascinanti intricati dedali della Pignasecca, che è riuscito a realizzare il suo sogno più grande: vivere d’arte.

Per lui, infatti, essa ha rappresentato un rifugio dal volgare quotidiano, un’oasi rassicurante dopo un’adolescenza segnata dalla morte di entrambi i genitori. I suoi coetanei si sarebbero persi, lui no, lui ha fatto della sua passione un lavoro, fino all’approdo sicuro al design, il suo pane quotidiano, la sua scelta di vita.

“L’incontro con il design è stato per me l’incontro con l’idea della vita altra, con una sua progettualità”.

Una frase che ripeteva spesso.

Oltre a promuovere il design italiano, nel suo originalissimo spazio, il Centro Ellisse di piazza Vittoria a Napoli, inaugurato nel 1968, il cui allestimento scenico fu curato proprio da Lucio Amelio, che lo abbellì con opere pittoriche e scultoree di diversi artisti, erano numerosi gli eventi dove spesso si potevano incontrare personaggi straordinari, come il geniale architetto e designer Alessandro Mendini.

Con la sua lungimiranza ha sempre utilizzato l’arte e la cultura come veicolo sociale di aggregazione del mercato, attirando l’attenzione di studenti di architettura, architetti o arredatori interessati alle esposizioni di mobili firmati da personaggi di rilievo del settore a cui seguivano puntualmente raffinate pubblicazioni esplicative.

Scopritore di talenti, ha spesso anche promosso esposizioni di artisti emergenti; insomma, un uomo poliedrico dai mille interessi, amante dell’arte, continuamente in fermento per inventare nuove soluzioni ed eventi e promuovere la creatività in ogni suo aspetto.

Una mattina sono andato nella sua bellissima casa in via Mergellina per fotografarlo e mi ha accolto, come sempre, con sincero affetto. Elegantissimo, in perfetto stile dandy, ma io volevo catturarne l’anima. Gli ho chiesto quindi di mettere un cappello a falde larghe, che spesso indossava e che lo caratterizzava in maniera particolare. Salvatore, senza indugiare, è corso dentro a prenderlo.

Dopo qualche scatto di prova ho notato nel salone della casa una scultura in plexiglass trasparente con la forma di un’ellisse che, immediatamente, mi ha ricordato proprio il nome del suo celebre spazio a piazza Vittoria.

La luce laterale creava un’ombra netta, dividendo il suo viso in due parti, e insieme al grande cappello quell’inquadratura diventava anche una straordinaria citazione alla famosa fotografia di Irving Penn scattata a Picasso.

Subito capii che sarebbe stato il ritratto che al termine delle riprese avrei scelto. Poi scattai ancora per un po’ di tempo, facendogli dei primi piani molto stretti e alla fine scelsi anche una di queste successive foto.

Ancora una volta andai via soddisfatto, come quando sono certo di avere l’immagine giusta. È una sensazione molto appagante che sicuramente mi ricorda costantemente quanto sia gratificante fotografare, cosa che mi fa amare sempre di più questo lavoro.

 

Salvatore Pica – foto di Augusto De Luca
Salvatore Pica – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Rick Wakeman

Era il 1987 e fui contattato per realizzare la copertina di un disco di Rick Wakeman, lo straordinario tastierista del famoso gruppo inglese Yes, doveva registrare proprio a Napoli.?Come ex chitarrista rocchettaro ero al settimo cielo; stavo per incontrare un mito della musica, un compositore storico, che ha creato uno stile molto personale e ha suonato con artisti del calibro di David Bowie, Elton John, Cat Stevens e Lou Reed.
Mi recai nella sala di registrazione con l’attrezzatura fotografica, l’assistente e un mio amico culturista con un viso molto particolare che avrei inserito nello scatto.
Quando lo incontrai ci sedemmo e cominciammo a parlare chiaramente di musica.
Appena Rick seppe che io suonavo e avevo fatto parte di alcuni gruppi rock, mi chiese, spiazzandomi e mettendomi in crisi:
Prima del ritratto vogliamo fare un blues insieme?
Nella sala c’erano tutti gli strumenti per la registrazione ed in particolare una stupenda chitarra Gibson Les Paul anni ’60, color miele, del suo chitarrista, un modello realizzato in quell’anno molto ricercato dai collezionisti, valutato dai centocinquantamila euro in su se appartenuta a qualche artista famoso; insomma, il sogno di tutti i musicisti.
Suonare con Rick anche solo per gioco sarebbe stato per me come vincere il SuperEnalotto; imbracciai la chitarra e, timidamente, cominciai la mia performance.?Fu una goduria sia per lo strumento che per il magistrale accompagnamento. Mi sembrava di suonare alla Royal Albert Hall di Londra.
Finimmo dopo circa mezz’ora anche se io non avrei mai smesso e iniziammo le riprese fotografiche. Lui voleva un’immagine forte e provocatoria ed io, senza manipolazioni e fotomontaggi, ma in un unico scatto lo accontentai. L’idea era di creare una foto in cui un orco o un genio della lampada lo gustasse, lo mangiasse.
Alla fine il mio click gli piacque molto e fummo entrambi soddisfatti, ma la cosa per me più importante era che in futuro, senza possibilità di smentita, avrei potuto dire:
“Sì, è vero… ho suonato con Rick Wakeman”.

 

Rick Wakeman – foto di Augusto De Luca

 

Rick Wakeman e Augusto De Luca

 





Augusto De Luca fotografa Carlo Alfano

Carlo Alfano, classe 1932, è stato un punto di riferimento importante del panorama culturale partenopeo, che ci ha lasciato purtroppo il 25 ottobre del 1990.
Pittore e scultore di rara intensità, ha fatto della ricerca concettuale il perno di tutta la sua produzione artistica, lavorando di base a Napoli, per poi trovare rinnovato slancio all’estero, soprattutto in Germania, dove era solito soggiornare a lungo.
Come artista non è mai appartenuto ad un movimento specifico, pur sperimentando di continuo, anzi, forse la sua vera forza è stata proprio quella di giungere sempre a nuovi approdi, ponendosi profondi interrogativi sul significato dell’esistenza umana, che ha riportato, artisticamente, come indagine del Sé.
A ben guardare, ognuna delle sue opere travalica la mera intenzione artistica, che va a sfociare in una serie infinita di interessi che toccano vari ambiti, tra cui la musica, la filosofia e l’antropologia, che, in qualche modo, riesce a riprodurre anche, se solo accennate, nei suoi capolavori: immagini pittoriche e scultoree vedono la compresenza di leggerezze coloristiche e concrezioni materiche di matrice informale, ambiguità segniche e spaziali in stretta connessione con il tempo, che per lui ha una connotazione particolare.
Molti dei suoi lavori poi, in qualche modo, giocando su sapienti geometrie che tendono a stuzzicare la percezione e la soggettività dello spettatore, prevedono il suo coinvolgimento totale, in modo che divenga egli stesso parte attiva dell’opera e del suo flusso temporale.
Lo conoscevo da tempo, perché era sempre presente alle mostre nella galleria di Amelio e di Rumma, dove ci incontravamo spessissimo, raccontandoci i nostri progetti più ambiziosi, le nostre intuizioni, i nostri sogni.
Carlo era una persona sempre sorridente, ma di poche parole. Erano, infatti, i suoi capolavori a parlare per lui.
Quel giorno andai nel suo studio per ritrarlo e, quando entrai, fui colpito dalla bellezza e dall’eleganza dei suoi grandi dipinti, dove il nero era il colore dominante. Raramente compariva la figura umana e spesso le tele erano tagliate e poi ricomposte attraverso una fitta trama di fili a simboleggiare l’animo frastagliato dalle esperienze di vita e ricomposto dalla stessa necessità impellente di rinascita. Mi trovavo di fronte a delle opere sicuramente maestose e raffinatissime; una meraviglia ed un piacere per gli occhi.
In particolare, una grande tela attrasse la mia attenzione. Posizionai la luce e una sedia avanti al quadro e lo feci sedere. Quel lavoro aveva una cucitura centrale che sembrava dividerla in due e io, nello scatto, inquadrai in modo che la figura nel lato sinistro entrasse in relazione con quella di Carlo, posizionato dall’altra parte, nel lato più scuro che gli faceva da sfondo.
Poi volli realizzare un altro scatto, ispirandomi ai ritratti di profilo del 400 italiano, come quello famoso del duca Federico da Montefeltro, posto, questa volta, il suo profilo al centro delle due parti del quadro, che bilanciavano lo sfondo.
Il risultato, originalissimo e di forte impatto visivo, si sposava a perfezione con la sua analisi sulla figura umana, ormai scissa e non più centrale, a dispetto della preesistente concezione classica sull’individuo. In pratica, era diventato egli stesso soggetto – oggetto dei suoi lavori, come si trattasse di un singolare autoritratto di una potenza espressiva dirompente.
I ritratti gli piacquero moltissimo, tanto che mi chiese di regalargli le due foto con la mia firma ed io, con grande piacere e soddisfazione, dopo averle fatte incorniciare, gliele donai. Per entrambi, quel giorno rimase un momento prezioso da ricordare.

 

Carlo Alfano – foto di Augusto De Luca

Carlo Alfano – foto di Augusto De Luca

 





Augusto De Luca fotografa Graziella Lonardi

Conobbi Graziella Lonardi Buontempo alla fine degli anni ’80. Mecenate, collezionista e organizzatrice di mostre, era una donna bellissima e coltissima.
Di lei si erano innamorati molti uomini famosi. Addirittura per lei Ricciardi e Cesareo avevano scritto ‘Luna Caprese’.
Amica di artisti come Warhol, Rauschenberg, Beuys, Twombly, viveva tra Napoli, Capri e successivamente Roma, in uno splendido appartamento a Palazzo Taverna.
In quel meraviglioso palazzo gestiva anche uno spazio dedicato alle mostre, gli Incontri Internazionali d’Arte, che aveva come Presidente Alberto Moravia; un luogo cult dove, il 7 marzo del 1988 ho avuto il privilegio di inaugurare la mia mostra di fotografie: ‘Napoli Donna’.

Spesso Graziella mi ospitava nella sua stupenda villa di Capri dove c’era un via vai di attori, giornalisti e intellettuali e dove le ho fatto anche diversi ritratti, ma non questo che pubblico qui e che credo sia uno dei più riusciti.
Quella mattina avevo con me la fotocamera ed ero andato dal mio editore vicino piazza Navona. Trovandomi non lontano da casa di Graziella le telefonai e mi autoinvitai a pranzo.
Era sempre felicissima di avere la compagnia di qualche amico che le facesse una sorpresa.
Ricordo ancora che non avendola avvisata prima, dovetti accontentarmi di un panino con il prosciutto e un bicchiere di buon vino.
Poi cominciammo a discutere di arte e Graziella mi parlò di alcuni suoi progetti e delle difficoltà che aveva; era un po’ arrabbiata con le istituzioni che erano latitanti.
Allora io per distrarla, indicando la mia fotocamera le dissi scherzando:
“Ta vuo’ fà fà na foto?”
E lei, inaspettatamente, con un’espressione divertita mi rispose subito di sì.
La sua casa era piena di opere sia antiche che moderne e in una stanza c’era un lavoro di Giulio Paolini intitolato ‘Mimesi’: due calchi in gesso bianchi uno di fronte all’altro. Decisi di sfruttarli contrapponendo la bellezza di quella classicità con quella di Graziella e scattai.
Successivamente, al momento dello sviluppo in camera oscura, solarizzai parzialmente la stampa, modificando i bianchi in grigio argento. In realtà, nella stampa positiva, le zone solarizzate risultano negative. Per ottenere questo risultato basta esporre alla luce per pochi secondi, quando ancora la carta fotografica è nell’acido di sviluppo, la parte dell’immagine da solarizzare.
Quando, dopo qualche giorno, le mostrai la foto, Graziella fu molto colpita dal risultato finale di questa manipolazione e, abbracciandomi con affetto, sorridendo, mi disse:
“Sei un artista”.
Talvolta le foto non programmate sono quelle che riescono meglio.

 

Graziella Lonardi Buontempo – foto di Augusto De Luca

 

Alla mia mostra – Graziella Lonardi Buontempo, Augusto De Luca, Pupella Maggio; Lina Mangiacapre

 





Augusto De Luca fotografa Riccardo Dalisi

Una figura poliedrica, che spazia in più campi artistici e non può essere racchiusa in una singola definizione quella di Riccardo Dalisi. 

Artista, architetto, designer, docente universitario alla Facoltà di Architettura dell’Università Federico II di Napoli, ma soprattutto mente intuitiva, innovativa, che fa della creatività la sua ragion d’essere e che restituisce al mondo, amplificandolo, il caleidoscopio della Bellezza in tutte le sue possibili sfaccettature.

Abituato com’era alla perfezione, con il suo inconfondibile guizzo era perennemente alla ricerca di altro; incontentabile nel senso più proficuo del termine, sperimentava di continuo per aprirsi a nuove possibilità artistiche, con risultati sempre eccellenti. Non a caso le sue opere trovano dimora fissa in alcuni dei più prestigiosi musei internazionali, oltre che in collezioni private di fortunatissimi pochi eletti.

Quella mattina andai a prenderlo a casa sua e, con la mia auto, ci recammo al suo studio in via Aniello Falcone.

Dalisi era una persona estremamente gentile ed affabile. Sul suo viso era perennemente stampato un sorriso dolcissimo, ma anche sbarazzino, dal quale traspariva una vena di autoironia.

Un artista sicuramente geniale, che plasma i materiali, creando sculture estremamente essenziali, ma di grande effetto e significato. Quelle stanze erano affollate di suoi lavori di ogni grandezza, uno studio “uovo”, ripieno di arte: c’erano opere in ferro di pochi centimetri e strutture enormi che arrivavano al soffitto.

È inimmaginabile la quantità di idee e di forme che affollavano ogni angolo, ogni parete e ogni ripiano di quei locali. Non dovevo far altro che guardarmi intorno e scegliere l’opera con cui ritrarlo. In verità realizzai diversi scatti, ma, alla fine, mi concentrai su di una grande scultura di ferro battuto. Feci in modo che il suo viso fosse incorniciato da quelle strutture metalliche e scattai proprio quando lui, spontaneamente, sfoggiò quel suo inconfondibile, malizioso, furbetto ed incantevole sorriso.

Si percepiva che il Maestro si stava divertendo molto. Al termine del nostro incontro volle regalarmi una piccolissima scultura che custodisco gelosamente e che spesso mostro con orgoglio agli amici che vengono a trovarmi… un bellissimo ricordo di un momento speciale.

Riccardo Dalisi – foto di Augusto De Luca