Augusto De Luca fotografa Iabo

Quando iniziai a collezionare i graffiti su carta staccandoli dai muri della strada, non sapevo niente di street art, credevo fossero semplici disegni di ragazzi che si divertivano.
Una giornalista de ‘Il Mattino’ venutane a conoscenza, pubblicò un articolo su cinque colonne intitolato ‘Il Cacciatore di Graffiti’ al cui interno c’era anche una foto che mi ritraeva mentre avevo tra le mani un lavoro dell’artista Iabo.
Quest’ultimo, vistala, colse l’occasione e mi contattò. Fu così che lo conobbi. Mi propose una performance, un video risposta ironica degli street artist in cui mi avrebbe catturato ed imprigionato. Accettai e realizzammo insieme ‘Iabo cattura il Cacciatore di Graffiti’, che ebbe un grande successo.
Fu l’inizio di una straordinaria collaborazione artistica durata per molti anni.
Uno dei tanti lavori insieme è stato anche ‘Madre Snaturata’: performance contro il Museo Madre.
Tra noi è nata anche una forte amicizia e spesso ci incontriamo per scambiarci opinioni, consigli e discuterne insieme. Un ragazzo in gamba, molto professionale nel suo lavoro. Insomma, uno dei pochi artisti che non lascia niente al caso, proprio come me che cerco sempre di programmare nei minimi particolari ogni progetto. Le sue idee quasi sempre coincidono con le mie e abbiamo molte affinità, soprattutto per quanto riguarda il mondo dell’arte.
Spesso, mentre è all’opera, vado a fotografarlo e, tra una mangiata e una chiacchiera, passo un po’ di tempo con lui.
Anche Iabo mi ha dedicato alcuni ritratti bellissimi e quello che vi propongo di seguito è l’ultimo realizzato.
Quanto invece all’istantanea che pubblico qui è stata realizzata mentre Iabo dipingeva nel suo studio alcuni grandi quadri ironici su Hitler, che poi espose all’Auditorium Parco della Musica di Roma, nell’ambito della mostra ‘Scala Mercalli il terremoto della street art Italiana’, a cura di Gianluca Marziani.
Il click fu assolutamente casuale e inaspettato. Mentre scattavo mi accorsi che, dalla finestra, la luce proiettava il suo profilo sul dipinto, creando un netto doppione che prontamente immortalai.
Il ritratto originale è a colori ed è anche molto bello, ma ho sempre preferito proporlo in bianco e nero per evidenziare ed esaltare maggiormente la contrapposizione dei soggetti; l’osservatore, infatti, concentra e rimanda subito lo sguardo dal soggetto all’ombra, senza farsi catturare e distrarre da un eventuale cromatismo.

 

Iabo – foto di Augusto De Luca
Iabo e Augusto De Luca
Ritratto di Augusto De Luca – di Iabo




Augusto De Luca fotografa Concetta Barra

Artista per caso, grande attrice e cantante, interprete straordinaria della cultura napoletana, fu Roberto De Simone, che lavorava con il figlio Peppe Barra, a chiedere a Concetta Barra di intraprendere la carriera teatrale.?Viveva con il figlio all’ultimo piano di un palazzo antico in una stradina prima del Museo Archeologico Nazionale.
Io e il mio assistente andammo a prenderla con l’auto; volevo fotografarla in esterno, con qualche scorcio della città. Era troppo partenopea per immaginarla con uno sfondo diverso.
Appena salì a bordo cominciarono le sue straordinarie battute in napoletano. Eravamo in preda ad una continua crisi di riso. Non riuscivo più a guidare.
Ogni parola, ogni argomento provocava in Concetta un’immediata reazione verbale, una pronta ed intelligente freddura che, accompagnata alla sua mimica facciale, diventava irresistibile. Sembrava quasi che avesse dentro di sé un copione naturale da cui attingeva inesauribili gag argute e spiritose. Un vulcano in eruzione, un’esplosione di allegria compiaciuta.
Si divertiva molto a divertire e noi eravamo felici di assistere, anzi, di essere coprotagonisti in quello spettacolo di varietà del tutto improvvisato.
Ad un tratto ci disse:
“Sono napoletana e sarei stata napoletana anche se fossi nata a Milano… sono sicura che in quel caso avrei inventato ‘o panettone ca’ pummarola ‘ncoppa”.
Girammo ancora un po’ e arrivati a Mergellina cominciammo a passeggiare sul lungomare. Era una stupenda giornata di sole e io, guardandomi attorno, decisi di fotografarla insieme al Vesuvio che, appena accennato, doveva fare capolino in fondo all’immagine, per sottolineare che Concetta era Napoli e che Napoli era Concetta.
Come nella scenografia di un teatro vuoto, di un palcoscenico, di una quinta teatrale dove il protagonista è il suo viso incorniciato da un meraviglioso scialle arabeggiante e il Vesuvio il suo unico partner con cui duettare… insomma, l’apologia, l’esaltazione della napoletanità nella sua essenza più vera.

 

Concetta Barra – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa il Colore

Questa serie fotografica che io chiamo ‘Colore’ è stata realizzata dalla metà degli anni ’70 agli ’80.
In quel periodo a Napoli si faceva prevalentemente fotografia di reportage in bianco e nero, quindi il mio colore spiazzava, incuriosiva e sovvertiva il normale utilizzo del mezzo fotografico.

Di esso fu molto colpito Giuseppe Alario, direttore della Kodak per il centro-sud, che, facendomi letteralmente bruciare le tappe, mi catapultò nell’ambiente della fotografia italiana.

Era un periodo di pura ricerca. L’ambiente culturale napoletano e italiano erano straordinariamente vivaci. Chiaramente queste immagini a colori sono state realizzate con macchine fotografiche analogiche; all’epoca scattavo con una Contax 35mm.
Negli anni 80 c’erano le pellicole ed io utilizzavo diapositive Kodak Ektachrome 64 ASA che i laboratori sviluppavano in un’ora. L’uso di obiettivi Carl Zeiss poi favoriva sicuramente la saturazione, la forza e la qualità dei colori.
Per ottenere queste immagini adoperavo due tecniche: la doppia esposizione sullo stesso fotogramma ed il sandwich.

Con la doppia esposizione, prima riprendevo soli al tramonto e lune con filtri rossi, sottoesponendo lo scatto in modo da avere la restante parte della pellicola ancora vergine e, successivamente, con un secondo scatto, sulla parte vergine dello stesso fotogramma, inserivo una struttura ed elementi architettonici che non solo facessero da sfondo, ma anche da contrappunto a quelle forme rotonde, soli e lune.
Il risultato finale era un’immagine sicuramente veritiera, che però generava uno spaesamento grazie alla sua atmosfera metafisica.

Con il sandwich, invece, la scelta creativa era successiva allo scatto. Infatti, prendevo due diapositive già sviluppate e sovrapponevo le immagini scegliendo l’accoppiamento che più mi soddisfaceva, poi rifotografavo il tutto e ottenevo, così, una sola immagine, che era il risultato di due sovrapposte.
Due tecniche “preistoriche” se rapportate all’attuale Photoshop, ma ancora oggi di grande impatto visivo.
Nelle mie immagini la poetica deve essere imbrigliata dalla geometria.?La grammatica dà senso all’immagine e la rende fruibile e leggibile. Senza metrica non c’è né forma né poesia. Senza pentagramma non si può scrivere la partitura.
L’input emotivo nasce dallo scontro tra materia viva e morta: il sole e la luna si contrappongono alle linee rette e dure dei muri. La sinuosità si scontra con lo schematico angolo retto: è questo il punto focale di tali immagini, che traggono la loro forza evocativa proprio dallo scontro tra realtà antitetiche e dal contrasto materico e cromatico.
Però, con il passare degli anni e con il passaggio dal colore al bianco e nero, forse sono diventato un purista della fotografia, che, con un solo scatto, esaurisce pienamente ed interamente il processo creativo.

 
 
 
 
Il colore – foto di Augusto De Luca
Il colore – foto di Augusto De Luca
Il colore – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Fabio Donato

Quando ho iniziato a cimentarmi con la fotografia, Fabio Donato era già uno dei fotografi più noti di Napoli, capace di intuire, con estrema lungimiranza, quei cambiamenti in ambito artistico e teatrale che si sarebbero puntualmente verificati e che, dagli anni Sessanta, hanno modificato l’angolo di osservazione di chiunque si accosti alla Bellezza con sacro rispetto e venerazione.
Lo incontravo a tutte le mostre e in ogni evento culturale, era sempre presente e attivo, documentando la storia culturale della nostra città. Aveva una folta chioma alla Jimi Hendrix e sempre al collo la sua fedele macchina fotografica.
Fabio è un fotografo poliedrico, perché il suo lavoro spazia dal reportage al ritratto e alla ricerca concettuale; sicuramente è tra quelli che hanno influenzato maggiormente le nuove generazioni di fotografi partenopei. Riservato e riflessivo è molto misurato e un uomo di poche parole.
La sua maestria a penetrare il pensiero altrui, le intenzioni stesse dei protagonisti dei suoi scatti, il tentativo di trasformare i linguaggi e, con essi, mostrare la complessità del sociale, presuppone una naturale propensione all’interpretazione dei pezzi di realtà sui quali decide di soffermarsi che rende poi, in modo sublime, tramite la sua coinvolgente abilità nella comunicazione visiva, che diviene, appunto, racconto.
Ricordo che anni fa mentre sfogliavo una rivista, rimasi colpito da un ritratto di Eduardo De Filippo che aveva uno sfondo nero ed era seduto di profilo appoggiando il suo mento sulle mani sovrapposte sorrette da un bastone; era straordinario e pensai che fosse la più bella immagine del grande Artista che avessi mai visto, che, ovviamente, era stata realizzata proprio da Fabio.
Un giorno lo incontrai e, dopo aver elogiato quello splendido capolavoro, si offrì di regalarmi quella foto; ancora non sono andato da lui a prenderla, ma di certo non me ne dimenticherò e gli telefonerò presto.
Quando gli dissi che mi sarebbe piaciuto fotografarlo, Fabio ne fu entusiasta e prendemmo subito un appuntamento all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove lui insegna fotografia ormai da diversi anni.
Quel giorno andai un po’ prima all’incontro e girai in lungo e largo tutto l’edificio, cercando un’inquadratura o qualche scorcio che suscitasse particolarmente il mio interesse per lo sfondo del ritratto che avrei dovuto fare.
Proprio nel chiostro, da una porticina laterale aperta, notai, all’interno, una grande quantità di statue in gesso di varia grandezza; il mio interesse fu subito catturato e, all’istante, capii che avevo trovato l’ambientazione adatta.
Dopo poco incontrai Fabio e lo portai in quella stanza, facemmo qualche prova di inquadratura e, alla fine, scelsi una grande testa bianca; posizionai anche una luce riflessa su di un pannello, per avere una luce più diffusa, perché l’ambiente era buio. Furono diversi gli scatti, tutti buoni e soddisfacenti.
Sia il posto che il personaggio erano molto interessanti, per cui risultò facile per me lavorare in tale situazione.
Quando tornai a casa, infatti, controllando al computer i file, ero indeciso su quale immagine scegliere anche se poi optai per quella che mi aveva colpito per prima.
Devo ammettere che, solitamente, è sempre il primo scatto quello che poi risulta essere il più efficace e, anche in quell’occasione, fu confermata questa vecchia consuetudine.

Fabio Donato – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Lina Mangiacapre

Lina Mangiacapre, scomparsa purtroppo nel 2002 a soli 56 anni, era un’artista a tutto tondo: regista, musicista, pittrice, fotografa, scrittrice e poetessa.
Sicuramente un personaggio molto singolare ed eccentrico, ribelle e fantasioso della scena artistica partenopea, continuamente alla ricerca di libertà, che aveva posto il mito al centro della sua ricerca e ideato la ‘psicofavola’ come metodo teatrale e di autocoscienza.
Femminista storica, laureata in filosofia, era una donna intelligente e colta, mai banale, che faceva dell’arte e della creatività forme di lotta politica per l’emancipazione femminile, così come politiche erano le azioni performative che conduceva con uno dei gruppi più importanti del movimento femminista, le Nemesiache, il suo collettivo fondato nel 1970, che, pur avendo un ampio raggio d’azione tra Milano, Roma e Parigi, era fortemente radicato sul territorio napoletano.
Mente geniale e creativa, riteneva il cinema la ‘sintesi di tutte le arti’. A lei dobbiamo, tra l’altro, l’ideazione della Rassegna del Cinema femminista di Sorrento ‘L’altro sguardo’, primo festival del genere in Europa, e l’istituzione del Premio cinematografico ‘Elvira Notari’ alla Mostra del Cinema di Venezia, divenuto, dopo la sua morte, il Premio ‘Lina Mangiacapre’.
Le tante delle sublimi metamorfosi di Lina sono state immortalate nel docufilm ‘Lina Mangiacapre Artista del Femminismo’ di Nadia Pizzuti, che ha curato il soggetto insieme a Tristana Dini, dedicandosi personalmente alla sceneggiatura, realizzato grazie ad una raccolta di crowdfunding e dopo un attento e lungo lavoro di raccolta di materiale di repertorio.
In circa 40 minuti, tra voci fuori campo, testimonianze delle Nemesiache, vignette, disegni e animazione originali e riprese nella casa dell’artista a Posillipo e in altre zone della città, indagando itinerari collegati fra loro e valorizzando la sua verve ironica e giocosa
Presente a tutti gli eventi artistici della città di Napoli, la incontravo spessissimo ovunque e quando qualche volta mancava ad un avvenimento artistico, cosa che accadeva raramente, la sua assenza si notava sicuramente.
Sorridente, con un look molto personale, provocatorio e senza tempo, caratterizzato da quei vivaci vestiti punk rock, dark o mitologici che amava tanto, bombette e cilindri, ciocche di capelli colorate, il suo aspetto androgino da queer ante litteram la rendeva riconoscibilissima.
Altro segno distintivo erano gli stupendi occhiali a farfalla, sempre diversi, che collezionava. Era molto affettuosa con me ed io la stimavo ed apprezzavo per la sua libertà e per il suo coraggio nella diversità. Lina diceva spesso che bisognava riprendere l’arte dell’amore come pratica di rivoluzione.
Un giorno le chiesi di ritrarla e lei ne fu felicissima.
Prendemmo un appuntamento ed andai nella sua casa studio, piena di oggetti particolari, cappelli e occhiali alati. Le chiesi di indossarne qualcuno e iniziai a fotografare.
Però mi attirarono in particolar modo un violino e un manifesto di Pier Paolo Pasolini che lei adorava.
Nel primo scatto misi insieme il profilo di Lina con il ritratto di PPP su cui avevo appoggiato i suoi famosi occhiali, in modo da unire ed intrecciare in qualche modo le loro vite e le loro personalità.
Nella seconda inquadratura, invece, la ritrassi come una guerriera che al posto di un’arma, impugna e brandisce uno strumento musicale.
Quando stampai le due foto, fui molto soddisfatto del risultato perché entrambe le immagini rispecchiavano il mio progetto e il mio intento.
A Lina è stata dedicata una sezione al National Museum of Women in the Arts di Washington e il Comune di Napoli, in ricordo delle sue lotte femministe ed anche del suo amore per la città, ha deciso di dedicarle un belvedere in via Posillipo, nei pressi di Piazza San Luigi.
Siamo tutti diversi ma nessuno più di Lina è stata una persona meravigliosamente unica e irripetibile.

Lina Mangiacapre – foto di Augusto De Luca
Lina Mangiacapre – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa il MANN

Sono sempre stato affascinato dai resti delle culture antiche, pregne di storia e testimoni di bellezze classiche di tempi passati. 

Era da tanto che desideravo tornare a visitare il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, scrigno di tesori inestimabili, che ha sede a Palazzo degli Studi, uno dei più imponenti edifici monumentali della città, nel cuore del centro storico.

Quella mattina, però, volevo fare di più, era nato in me un disegno preciso: fotografare quegli spazi pieni di opere che, in qualche modo, li rendevano anche così misteriosi.

Volevo coglierne il senso surreale, interpretando gli accostamenti casuali di segni e tracce, scoprendone, forse, l’essenza più nascosta.

Allora, armato della mia fotocamera, entrai in questo luogo magico alla ricerca e alla scoperta di prospettive ed inquadrature insolite, che esprimessero anche un punto di vista del tutto personale.

Le mie fotografie, solitamente, vivono di correlazioni tra oggetti e tagli particolari, che sono parte del mio sentire. Lì ci sono io. Un modo, probabilmente, anche di fare autoanalisi.

In questa nuova avventura mi accompagnò mia moglie Nataliya, documentando tutto con una piccola videocamera.

Nel girare in quelle grandi stanze individuai composizioni inedite tra statue ed ombre, tra superfici antiche e strutture moderne che, in un gioco metafisico, si intrecciavano, formando singolari accostamenti.

Scoprivo e scattavo continuamente, totalmente rapito dalla bellezza di questi contrasti.

Una mattinata intera dedicata al lavoro: ma alla fine avevo realizzato una notevole quantità di immagini che mi aveva soddisfatto appieno e… mi ero anche divertito moltissimo.

Questo é il mio video di quel giorno al MANN…

 

https://www.youtube.com/watch?v=xEfww6Gip7o )

 

Mann – foto di Augusto De Luca
Mann – foto di Augusto De Luca
Mann – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Lino Cannavacciuolo

Il violino è uno strumento che mi ha sempre affascinato per il suono, ma anche per le venature e le sinuosità delle forme dei suoi legni.
Ricordo sempre con stupore e ammirazione, la bellezza di uno dei due Stradivari di Salvatore Accardo, che ebbi la fortuna di ammirare da vicino.
Detto questo, mi aveva sempre incuriosito il suono di un violino che molte volte avevo ascoltato nei brani e nei concerti di grandi artisti come Pino Daniele, Peppe Barra, Lucio Dalla, Adriano Celentano, Tullio De Piscopo, Edoardo Bennato e Claudio Baglioni.
Era uno strumento con un suono unico, passionale, vigoroso, travolgente, infuocato, ma anche moderno. Ma chi era quel musicista che mi aveva sempre affascinato? Di chi era quella mano dal tocco sicuro, nervoso eppure dolcissimo, capace di straziarmi l’anima, facendomi attraversare una varietà infinita di emozioni?
Quel maestro, e poi scoprii anche ottimo compositore, era Lino Cannavacciuolo ed io desideravo conoscerlo e fotografarlo.
Un musicista poliedrico, travolgente, che fa della sublime ricerca di nuovi linguaggi musicali e della sperimentazione la sua chiave di volta, e che, con tecnica sapienziale, riesce ad equilibrare in modo assolutamente personalissimo, tradizione ed innovazione.
Un vero e proprio animale da palcoscenico, dalla forte presenza scenica, che calamita l’attenzione in modo quasi ipnotico. Tanto bravo da aver lavorato anche con Eduardo De Filippo, Luca De Filippo, Roberto De Simone e aver curato la colonna sonora di importanti film per la regia di Massimo Andrei, Fabrizio Costa, Giacomo Campiotti, Luca Ribuoli, Eugenio Cappuccino, e che, nel corso della sua carriera, ha ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti.
Cominciai a chiedere ai tanti amici che ho nell’ambiente musicale, riuscii ad avere il suo numero telefono, lo contattai e, qualche giorno dopo, mi recai nella sua casa a Pozzuoli (NA).
Lino è un vero artista, innamorato del suo strumento. Quando lo prende per suonarlo gli brillano gli occhi e le sue mani volano sulle sue corde. Entrammo nel salotto di casa ed imbracciò il violino elettrico per farsi fotografare, ma io gli dissi che avrei preferito ritrarlo con un violino classico di legno; allora lui andò a prenderlo e, tornato, cominciò a suonare.
Incantato da quel suono rimasi lì, di fronte a lui, incapace di scattare, concentrato ad ascoltarlo; solo dopo un po’ di tempo realizzai che se volevo cominciare a lavorare, dovevo liberarmi di quella deliziosa suggestione .
Feci molti scatti ma poi fui attratto dal terrazzo assolato di quella stanza. Uscimmo e sfruttai tutta quella luce per utilizzare l’ombra del violino come secondo soggetto da correlare al profilo dell’artista.

Quindi decisi di realizzare anche un’altra immagine, qui pubblicata con il riccio appoggiato alla sua fronte, come se lo strumento e il musicista entrassero in una relazione più profonda, quasi simbiotica.

Alla fine, fui molto soddisfatto di quegli scatti e, mentre stavo per andarmene, Lino mi chiese di fotografare per il suo sito una piccola sala di registrazione che aveva al primo piano di quella casa.
Feci uno scatto a colori e lui, per ringraziarmi, mi regalò due suoi CD, che ascoltai in macchina al ritorno. Erano talmente belli che dei brividi mi attraversarono tutto il corpo mentre pensavo che quell’uomo era davvero un genio.

Lino Canavacciuolo – foto di Augusto De Luca
Lino Cannavacciuolo – foto Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Peppe Morra

Ho iniziato a frequentare assiduamente le esposizioni di Giuseppe Morra, noto come Peppe, dall’inizio della mia carriera di fotografo negli anni ’70. 

Gallerista raffinato e colto, collezionista, mecenate, squisito ricercatore e valorizzatore della cultura delle comunicazioni visive, senza fermarsi alla prima impressione e scavando nel profondo, si è distinto dagli altri proponendo artisti importanti ma che operano al di fuori di schemi tradizionali e commerciali, come quelli dell’Azionismo Viennese della Body Art.

A seguito di molteplici contatti con Lucio Amelio, su cui mi sono soffermato in precedenza, ne è diventato presto amico e, dopo aver creato al Vomero il Centro d’Arte Europa, con Luigi Mainolfi, Giuseppe Maraniello, Errico Ruotolo, ha accolto con gioia il suo prezioso suggerimento di inaugurare uno spazio al centro di Napoli, per poi andare oltre e diventare un promotore culturale, dando vita al Museo Nitsch e, con alcuni amici, al Quartiere dell’Arte.

Convinto assertore dell’individuale capacità di concepire l’esistenza senza legarsi a schemi mentali precostituiti o alle mode del momento, ha fatto del suo interesse per la filosofia la molla propulsiva della sua indagine sulla Bellezza, compiendo, di continuo, scelte molto singolari ma sempre vincenti.

Per citarne una: nella sua vecchia galleria Studio Morra, sita in un antico palazzo di via Calabritto a Napoli, Marina Abramovi? realizzò, nel 1974, la famosissima performance, la Rythm 0, restando passivamente immobile per sei ore, dalle 20:00 alle 2:00 del mattino, a completa disposizione del pubblico. Su di un tavolo c’erano fiori, strumenti di tortura e persino una pistola con un colpo. Chiunque, in questo lasso di tempo, dopo aver letto le istruzioni riportate a corredo dei 72 oggetti forniti, le avrebbe potuto fare tutto ciò che voleva: ferirla, muoverla, denudarla.

Insomma, si trattava di un esperimento nell’esperimento per indagare le tensioni del genere umano tra abbandono e controllo. E solo un innovatore come Peppe avrebbe potuto intuire le potenzialità di questa pièce.

Per fargli un ritratto andai a trovarlo nel suo suggestivo Museo in vico Lungo Pontecorvo, nel cuore di Napoli, un’ex centrale elettrica dedicata dal 2008 al grande artista viennese Hermann Nitsch.

Come sempre, Peppe si fece trovare vestito di nero, fatico a ricordarlo con indosso abiti di colore diverso. Mi accolse con grande affetto, mettendosi a mia completa disposizione. Girammo un po’ tutte le stanze del Nitsch, alla ricerca di un luogo che gli facesse da sfondo. In verità gli spazi erano tutti bellissimi ed io feci diversi scatti, ma alla fine scelsi le due immagini che pubblico qui.

La prima realizzata su di una scaletta che porta ad alcune stanze di sotto, perché mi piaceva il movimento di quei muri alle sue spalle, e la seconda, più essenziale e minimalista, sul magnifico belvedere all’ingresso dell’edificio, con il dettaglio del Vesuvio sullo sfondo alle sue spalle e una tenda bianca a sinistra, che bilanciava il ritratto a destra.

Prima di andar via gli chiesi di farmi incontrare Nitsch per realizzargli un ritratto, cosa alquanto difficile data l’età e la riservatezza del personaggio. Ne fu entusiasta e mi promise che appena il performance artist austriaco fosse venuto nuovamente in città, lo avrebbe convinto organizzando l’incontro… cosa che puntualmente fece, mostrandomi, ancora una volta, la sua serietà e affidabilità come amico e come uomo.

 

 

Peppe Morra – foto di Augusto De Luca
Peppe Morra – foto di Augusto De Luca

 

 

Augusto De Luca, Peppe Morra, Hermann Nitsch




Augusto De Luca fotografa Lucio Amelio

Dalla metà degli anni ’70 all’inizio degli ’90, essere presenti agli eventi della galleria di Lucio Amelio in piazza dei Martiri a Napoli, era quasi un dovere, un obbligo per gli artisti che desideravano “esserci”, quelli cioè che volevano partecipare alla vita culturale partenopea.

La sua galleria era un luogo magico, piena di stimoli, posto unico nel suo genere.

Lucio portò a Napoli artisti internazionali le cui opere avevamo prima ammirato solo su giornali e riviste. Se ci si recava nelle sue due sale, facilmente si potevano incontrare personaggi come Warhol, Beuys, Mapplethorpe, Rauschenberg e tanti altri.

Lucio, però, si occupò e preoccupò anche degli artisti napoletani.

Io presi parte, infatti, a due eventi organizzati da lui: la ‘Rassegna della Nuova Creatività nel Mezzogiorno’ e al Goethe Institut ‘L’occhio Meccanico’. Ero all’inizio della mia carriera artistica e ricordo, in particolare, che, partecipando al primo degli eventi, chiaramente da principiante inesperto, allestii personalmente la mia mostra di fotografie.

Sicuramente il montaggio dei miei lavori sui muri non era perfetto e quando Lucio, che aveva un carattere molto forte ed era un perfezionista, entrò per controllare tutto l’allestimento, mi disse:

“Augusto… ma sono fotografie o caciocavalli?”

Si tolse la giacca, si rimboccò le maniche della camicia e rimise ad uno ad uno i chiodi e i quadri alle pareti.

Era così, molto diretto, forse duro qualche volta ma molto generoso.

Questa foto che pubblico è una polaroid SX-70 che ho manipolato dopo lo scatto.

Alle sue spalle c’è un opera di Keith Haring, artista famoso per i suoi caratteristici segni e che Lucio amava molto. Sull’abito poi, muovendo la pasta di sviluppo della pellicola con uno stecchino di legno, ho inserito anche io alcuni dei miei segni in modo da sottolineare e mettere in risalto nell’immagine quella che era la caratteristica dello street artist.

(Questo é un mio video del 1985 in cui mostro il procedimento…)

Lucio Amelio – polaroid manipolata di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Pompei

Era da moltissimo tempo che desideravo tornare agli scavi di Pompei e, finalmente, qualche anno fa, era esattamente il 2011, io e Nataliya mia moglie, decidemmo di fare una visita proprio a quello stupendo sito archeologico, rimasto intatto per secoli sotto la cenere del Vesuvio.

La giornata era splendida e il cielo terso; per l’occasione, portai con me la piccolissima fotocamera Leica D-Luxe, con soli 10 megapixels.

In verità non avevo nessuna intenzione di lavorare, volevo al massimo fare qualche foto ricordo.

Quella mattina, per mia fortuna, c’era davvero poca gente e quella straordinaria città deserta appariva in tutta la sua bellezza piena di fascino, che riportava alla mente ricordi di una vita dove riecheggiavano suoni ed immagini fantasma di un passato lontano.

Cominciammo a girare per le antiche strade vuote, un tempo trafficate e piene di vita, e, quasi automaticamente, guardavo e scattavo, senza neanche rendermene conto. Tutto mi sembrava interessante e fotograficamente accattivante.

Perlustrammo il luogo in lungo e in largo per qualche ora, senza accorgercene e io feci davvero molte istantanee.

Quegli scatti volevano essere soprattutto degli appunti di viaggio, dei ricordi di scorci e frammenti che colpivano di volta in volta il mio sguardo facendomi sognare ad occhi aperti, senza nessuna pretesa e finalità professionali: souvenir di una mattina diversa in un luogo misterioso e magico, che apparteneva alla memoria, e che sollecitava in maniera così feconda la mia fantasia.

Tornato a casa, nel tardo pomeriggio, lavorando i file al computer, ho cercato di elaborare le immagini in modo da dare un carattere e un gusto retrò, che credo si addica meglio ad una città così antica e piena di storia; però, non è detto che cambi idea modificandole nuovamente, perché ancora non sono sicuro che quelle istantanee abbiano raggiunto la loro perfezione e la loro completezza, almeno per me.

Forse, prima o poi, attraverso di esse riuscirò a restituire, inequivocabilmente, proprio le stesse emozioni che provavo al momento dello scatto; mi occuperò presto di loro.

 

Pompei – foto di Augusto De Luca
Pompei – foto di Augusto De Luca
Pompei – foto di Augusto De Luca