Augusto De Luca fotografa Roberto De Simone

Quella mattina avevo un appuntamento con Roberto De Simone, grandissimo regista teatrale, compositore e musicologo partenopeo, studioso dell’espressività popolare di Napoli e della Campania, attento al recupero e alla riproposta del patrimonio culturale, teatrale e musicale della tradizione popolare regionale orale e scritta, che indagava sul “campo”, ma anche particolarmente dedito all’approfondimento di quella colta.
Mente brillante, talento acclarato ovunque nel mondo, capacità immensa.
Ha insegnato Storia del teatro all’Accademia di Belle Arti di Napoli ed è stato direttore artistico del Teatro San Carlo e direttore del Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli.
Nel 1998 è nominato Accademico di Santa Cecilia e successivamente insignito del Cavalierato delle Arti dal Presidente della Repubblica francese e del premio Roberto I Sanseverino, organizzato dal comune di Mercato San Severino (SA) e dall’associazione La Magnifica Gente d’o Sud.
Quando arrivai nel foyer del Teatro San Carlo lui era già lì e mi accolse con un grande sorriso luminoso, anche se, solitamente, è un uomo molto riservato e schivo, che secondo me, dietro un aspetto molto serio e composto, nasconde anche un po’ di timidezza.
Il Maestro mi chiese di seguirlo ed io, con la mia borsa piena di obiettivi e macchine fotografiche, gli andai dietro. Insieme ci incamminammo tra gli infiniti corridoi e cunicoli del teatro, salendo e scendendo strette scalette disseminate un po’ dovunque; mi sembrava di essere in un labirinto senza fine.
Dopo poco, in un corridoio più appartato, lontano dalla grande sala del palcoscenico, De Simone aprì una porticina ed entrammo in una stanzetta laterale.
Notai subito un pianoforte e dei manichini con due meravigliosi abiti di scena. Nella stanza c’era anche l’autrice di questi straordinari manufatti, la famosa costumista Odette Nicoletti, che io conoscevo e che avevo già fotografato per il libro ‘Napoli Donna’ e per la rivista CasAmica.
Una persona molto solare e affettuosa, che mi salutò abbracciandomi, manifestando la sua contentezza per avermi nuovamente incontrato.
Dopo qualche chiacchiera amichevole fra noi, in cui De Simone, con grande umiltà, raccontò anche che la sua famiglia molto povera era sopravvissuta alla guerra grazie alla madre che vendeva il sapone che faceva in casa, mi misi al lavoro.
Feci qualche scatto ad entrambi insieme e poi mi concentrai sul Maestro. Decisi di fotografarlo al pianoforte con al lato uno degli abiti che aveva dipinto sul davanti un enorme angelo color argento. La pellicola della macchina fotografica era in questo caso bianco-nera e lo sfondo della ripresa scuro, per evidenziare meglio i soggetti.
Poi, per realizzare anche un ritratto in polaroid, quindi a colori, pubblicato nel libro ’31 napoletani di fine secolo’, chiesi al Maestro di togliere il giaccone, in modo da poter sfruttare il giallo del suo pullover.
Inquadrai in primo piano uno spartito musicale con De Simone dietro, in piedi, leggermente di lato, e scattai, manipolando subito dopo la superficie dell’immagine polaroid.
Mentre con la prima, per vedere il risultato aspettai lo sviluppo del negativo, con la polaroid, il risultato soddisfece immediatamente le mie aspettative.
Quel piccolo ritratto piacque molto ed io, compiaciuto, dopo aver riposto nella borsa le fotocamere, andai via contento del risultato ottenuto ed anche soddisfatto per aver accontentato uno straordinario autore della tradizione napoletana.
 
 
Roberto De Simone – foto Augusto De Luca
Roberto De Simone polaroid – foto Augusto De Luca



Augusto De Luca fotografa il Cimitero delle Fontanelle

Questo è un luogo unico al mondo dove storia, tradizione e devozione popolare si intrecciano dando vita a molte leggende. Alle Fontanelle, cimitero napoletano, ci sono resti umani di tantissime persone disseminati su un’area molto grande, costituita da tre enormi gallerie. E’ impressionante il numero di teschi, femori e tibie ospitati. La storia del cimitero ebbe inizio nel 1654, quando Napoli fu colpita da una grande pestilenza. Poiché le chiese, che fino ad allora erano gli unici luoghi deputati ad accogliere i defunti, non erano più sufficienti, si ricorse a queste cave di tufo dismesse. A questa tragedia si aggiunsero anche le vittime di altri rilevanti eventi funesti, in particolare dell’epidemia di colera del 1836.   
Ma i resti di questi poveri anonimi defunti hanno toccato il cuore dei napoletani dando luogo ad una spontanea e curiosa forma di devozione. Si trattava dell’adozione del teschio, detto “capuzzella”, in cambio di una sorta di protezione celeste. Innanzitutto il cranio prescelto veniva pulito, lucidato e posto in teche di legno, contornato da lumini, fiori e successivamente anche da un rosario. Alla capuzzella veniva poi attribuito un nome ed una storia e alla sua anima si indirizzavano preghiere in cambio di una grazia o dei numeri da giocare al lotto. Se però le aspettative venivano disattese il teschio poteva essere abbandonato a favore dell’adozione di una nuova capuzzella.
Sicuramente è un posto da fotografare e come sempre anche questa volta ogni mia foto è filtrata dall’emozione, dal rapporto che si crea tra me ed il luogo da ritrarre e il Cimitero delle Fontanelle mi ha sempre affascinato e mai impaurito; la collocazione di quelle centinaia di migliaia di ossa in maniera così precisa, puntuale e geometricamente ineccepibile, infonde una tranquillità interiore, una sensazione di “sistemato”, di “organizzato”, che rende il luogo meno minaccioso, anche se sempre straordinariamente misterioso. Questo, insieme alle storie ed ai racconti, mi ha spinto però ad interpretarlo in modo del tutto personale, del resto nella storia della fotografia molti illustri fotografi hanno fotografato i teschi: da Nadar a Irving Penn… In alcune immagini mi sono ispirato allo ‘still life’, uno stile fotografico molto diffuso in pubblicità, utilizzato per la rappresentazione di oggetti inanimati che ha lo scopo di contribuire alla vendita di prodotti e che solitamente si realizza in studio; in altre invece ho utilizzato un ’semi-mosso’, impostando sulla macchina fotografica un tempo lungo e muovendo leggermente la mano al momento dello scatto, dando così la sensazione di un oggetto che si sdoppia, un oggetto dal quale esce la sua anima. Queste foto le ho realizzate in due occasioni diverse e presto ci ritornerò: quello spettacolo insolito ispirerà sicuramente altri scatti ed altre interpretazioni inconsuete. Il Cimitero delle Fontanelle è un patrimonio culturale singolare ed originale, dove vita, morte e spiritualità si intersecano e si fondono con una spontaneità e una naturalezza propria dell’animo altrettanto unico del popolo partenopeo.

 

Il Cimitero delle Fontanelle – foto di Augusto De Luca
Il Cimitero delle Fontanelle – foto di Augusto De Luca
Il Cimitero delle Fontanelle – foto di Augusto De Luca
Il Cimitero delle Fontanelle – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Eugenio Bennato

Ho sempre ammirato ed apprezzato Eugenio Bennato, perché, nonostante la sua infinita bravura, è sempre rimasto umile come persona e coerente nel suo stile musicale.
Fratello di Edoardo e di Giorgio, noto come Giorgio Zito, si è laureato in fisica ma ha seguito la sua vena artistica, che l’ha portato ad essere un rinomato rappresentante della scena musicale italiana ed internazionale.
Cantautore e musicista, tra i fondatori della Nuova Compagnia di Canto Popolare, nel 1969, e dei Musicanova, nel 1976, insieme a Carlo D’Angiò, ha vinto, nel 1999, il Nastro d’argento per la miglior colonna sonora per il film ‘La stanza dello scirocco’, diretto da Maurizio Sciarra.
A lui dobbiamo la nascita, nel 1998, del movimento culturale e musicale Taranta Power per valorizzare e promuovere la Taranta attraverso musica, cinema e teatro, che fonde, in modo squisitamente originale, sonorità tipicamente mediterranee, antropologia culturale, tradizione e contaminazione.
Nel 2006, poi, in qualità di accademico, ha insegnato al Laboratorio di Etnomusicologia presso l’Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli. Acclamato anche a livello delle più alte istituzioni, nel novembre 2018 è stato invitato dal Parlamento Europeo di Bruxelles a suonare in occasione della giornata dedicata ai diritti umani.
Credo sia chiaro il perché desiderassi da tanto tempo fargli un ritratto e l’occasione giusta fu il mio incontro con la moglie, artista di indiscusso talento.
Infatti, quando andai a casa della mia carissima amica Pietra Montecorvino per ritrarla, le dissi che mi avrebbe fatto molto piacere fotografare anche il marito. Lei, prontamente, mi rispose che non ci sarebbero stati problemi e, dopo qualche giorno, mi telefonò, dandomi il suo numero cellulare e fissandomi un appuntamento nel suo studio al Vomero.
Mi recai all’incontro con la mia fotocamera Leica e un piccolo bank per illuminare la scena. Chiacchierammo amabilmente soprattutto di quando avevo conosciuto sua moglie subito dopo il film di Renzo Arbore ‘… che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?’, che le aveva dato una grande notorietà e gli raccontai anche di alcune polaroid che le avevo fatto in quel periodo e che, purtroppo, con mio grande rammarico, non riuscivo più trovare.
Poi mi mostrò le varie stanze per trovare uno sfondo adatto al ritratto che avrei dovuto realizzargli. Fui subito colpito da una notevole quantità di strumenti a corda che erano in giro un po’ ovunque e capii che erano proprio quelli che dovevo utilizzare nella foto. Li raggruppai insieme, posizionai la luce lateralmente, per creare l’ombra di uno di essi sulla parete e scattai.
Feci pochissime foto, perché guardando gli scatti, mi resi conto che il risultato era già ottimo e, dopo un bel caffè, che non presi prima perché avevo premura di cominciare il lavoro, lo salutai e andai via soddisfatto. Qualche giorno dopo inviai il file anche a Pietra che mi disse che lo scatto era piaciuto molto anche a lei… non potevo essere più contento.

Eugenio Bennato – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Napoli per Telecom

Nella metà degli anni ’90, quando vivevo nella città capitolina, pubblicai il libro ‘Roma Nostra’, Gangemi editore.
Questo volume ebbe un discreto successo tanto che, dopo pochi mesi dalla sua uscita e dalla mostra di presentazione nel Museo di Roma a Palazzo Braschi, ci fu una riedizione più economica venduta addirittura nei chioschi dei giornalai.
Per caso il libro fu visto dagli addetti alle immagini che illustravano le schede telefoniche Telecom. In quel periodo fioriva un collezionismo appassionato di card per telefonare dagli apparecchi pubblici, che erano in ogni strada. Telecom le pubblicava anche decorate con opere molto selezionate di importanti artisti e fotografi di tutto il mondo. Fu allora che mi contattarono chiedendomi tre foto per altrettante schede su Napoli.
Ne fui lusingato e realizzai subito tre polaroid manipolate che risultarono, però, essere troppo particolari ed innovative per il grande pubblico. La Telecom voleva degli scatti più classici, che fossero vicini a quelli presenti nel libro realizzato su Roma.
Allora mostrai loro queste tre immagini tratte da un’altra precedente pubblicazione, ‘Napoli Mia’. Piacquero subito ed andarono velocemente in stampa. Prima dell’accordo però, come conditio sine qua non, volli che su ciascuna ci fosse stampato il mio nome.?E così fu.
Ricordo che molti collezionisti mi chiedevano di autografare le loro schede e, quando andavo a qualche mostra mercato da loro organizzata, tantissimi ragazzi e adolescenti si ammassavano tutt’intorno sgomitando per conoscermi e farsi firmare le loro “reliquie telefoniche”.
Quello fu un periodo molto intenso anche perché Telecom, successivamente, mi chiese di illustrare altre quattro schede con le foto di alcune capitali europee… ma questa è un’altra storia!
Le tre schede telefoniche, il cui valore era ancora espresso in lire, furono emesse in occasione del Summit Internazionale della Comunicazione promosso dalla Telecom Italia nel 1997. Erano ad elevata tiratura e commercializzate su tutto il territorio nazionale.
La scheda del leone di piazza del Plebiscito era da lire 5.000 ed aveva una tiratura di 5.000.000 di pezzi.
La scheda di Castel dell’Ovo era da lire 10.000 ed aveva una tiratura di 1.500.000 pezzi.
La scheda del Maschio Angioino era da lire 15.000 ed aveva una tiratura di 600.000 pezzi.


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Augusto De Luca fotografa con Polaroid Big Shot

Cercavo da tempo qualche testimonianza di una mia mostra che feci all’inizio degli anni ’80 in una storica galleria napoletana che, in quel periodo, era molto attiva: Ricerca Aperta.
Proprio l’altro giorno, sfogliando un mio libro, ho trovato inaspettatamente, fra le sue pagine, alcune foto di quell’evento, non ricordavo assolutamente la loro esistenza e, sfortunatamente, non ne conosco l’autore.
Sono istantanee un po’ sfocate e piene di grana, che mi hanno fatto rivivere quello straordinario e particolare avvenimento della mia carriera di fotografo.
Lo spazio espositivo, punto di riferimento per la diffusione della cultura fotografica a Napoli, il cui impegno era tutto profuso a diffondere l’idea della fotografia come traccia d’identità, si trovava nella zona di Materdei ed era anche il posto dove i due proprietari e bravissimi fotografi Gianni Rollin, che purtroppo ci ha lasciato diversi anni fa, e la moglie Lucia Patalano, lavoravano, stampavano e accoglievano affettuosamente gli amici che passavano di lì.
Insieme a loro collaboravano anche Rino Vellecco e, come critico, Gabriele Perretta. Erano anche in contatto con la galleria ‘Il Diaframma’ di Milano, il cui Direttore era Lanfranco Colombo, personaggio chiave della fotografia italiana, che, spesso, si poteva incontrare anche nelle stanze della galleria partenopea.
In quello spazio hanno esposto la maggior parte dei fotografi campani e anche io ebbi il piacere di organizzare una mia mostra che però aveva qualcosa di particolare: era un work in progress.
Una mia amica e bravissima artista, Lucia Gangheri, si occupò dell’allestimento di ‘Mostra a Ricerca Aperta’. Usò dei pannelli neri, contornati da sottili cornici gialle che, durante la serata inaugurale, avrei poi riempito poi con i ritratti polaroid manipolati e non, realizzati ai visitatori.
Infatti, fotografavo gli intervenuti all’evento in una stanzetta laterale, adoperando due diverse fotocamere, una Polaroid LAND 1000, con pellicola SX 70 manipolabile, e una rarissima Polaroid BIG SHOT a strappo, una vera icona. Quest’ultima, di colore nero e molto lunga, era uguale a quella che solitamente utilizzava Andy Warhol per realizzare la maggior parte dei suoi ritratti. La Big Shot è stata una delle fotocamere Polaroid più insolite mai introdotte dalla Polaroid. Prodotta dal 1971 al 1973, era progettata solo per l’uso in ritratto e aveva una distanza fissa di solo un metro circa. Poiché la fotocamera era a fuoco fisso, il fotografo doveva muoversi avanti e indietro finché il soggetto non appariva a fuoco. Warhol era particolarmente entusiasta di questa macchina fotografica, che oggi, per la sua eccentricità, è diventata un cult tra le Polaroid. La qualità dei ritratti era sorprendente. Mi aiutavano a reggere alcuni sfondi e anche per altre operazioni, alcuni miei assistenti, tra cui Bruno Cristillo, che, oggi, è un rinomato fotografo casertano.
A fine serata tutti i riquadri dell’allestimento nella galleria che prima erano vuoti, furono pieni di immagini scattate una dopo l’altra e l’esposizione fu completata. Fu una sfida riuscita, il cui ricordo, tuttora, mi dà una grande soddisfazione.
Mi piacerebbe, un giorno, poter ripetere quell’entusiasmante esperimento, anche se, purtroppo, il materiale polaroid di oggi o non esiste più o, se si riesce a trovare, non ha la qualità e le caratteristiche di una volta. Bei tempi!

 

Polaroid big shot – con Augusto De Luca
Polaroid big shot – con Augusto De Luca
Polaroid big shot – con Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Roberto Murolo

Abito a Napoli, nel quartiere Vomero, dall’età di otto anni e, fino ai trenta, ho vissuto a casa di mio padre, dietro piazza Vanvitelli.
Quasi ogni giorno, uscendo, passavo in via Domenico Cimarosa, dove, alla finestra del primo piano di un antico palazzo di inizio Novecento, era sempre affacciato Roberto Murolo, che rispondeva, agitando la mano, a tutti i passanti che gli sorridevano.

Anche io, ogni volta, lo salutavo, e lui faceva un cenno, alzando la testa, come se mi conoscesse.
Amavo la timbrica della sua voce, che rendeva uniche tutte le sue canzoni. Poi, nel 1994, io e la giornalista Gargiulo andammo a casa sua per ritrarlo ed intervistarlo.
Appena entrai nel salone della sua casa, Murolo, vestito con jeans, scarpe da ginnastica e un gilet rosa, diede il benvenuto alla giornalista e, rivolgendosi a me, disse:
“Ciao, come stai? Ma abiti qui vicino?”
Io gli risposi:
“Sì maestro, proprio qui dietro, non pensavo che mi riconoscesse”.
E lui, facendosi una bella risata, replicò:
“Ho ottantadue anni, ma sono ancora lucido e con gli occhiali ci vedo benissimo”.
Rimasi sorpreso, perché erano molte le persone che passavano ogni giorno sotto la sua finestra salutandolo. Ci fece accomodare e cominciò a raccontare tutta la sua vita. Era molto preoccupato per l’inquinamento, lo smog, ma soprattutto per la politica italiana.
Alla fine gli chiesi di prendere la sua chitarra, che era appoggiata sul divano, e cominciò a suonarla. Immediatamente, afferrai la mia fotocamera e cominciai a scattare.

Mi colpì molto il fatto che per tutto il tempo avesse stampato sul viso uno stupendo sorriso luminoso che infondeva simpatia, allegria e una sorta di serenità interiore che lo caratterizzava.
Dopo una buona mezz’ora, ci accompagnò alla porta e, sull’uscio di casa, mentre ci allontanavamo, mi disse sorridendo:
“Allora ci vediamo domani…”.

 
 
 
Roberto Murolo – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Marisa Laurito

Marisa Laurito ha iniziato la sua carriera artistica lavorando con la compagnia teatrale di Eduardo De Filippo e, alla fine degli anni ’80, dopo il successo avuto con la trasmissione Quelli della notte, era diventata la regina indiscussa della televisione.?Dovevo fotografarla per il mio libro ‘Napoli Donna’, ma in quel periodo era talmente ricercata e piena d’impegni che assolutamente nessuno riusciva ad avere un appuntamento con lei, anche perché aveva appena iniziato con grande successo la conduzione del suo nuovo programma televisivo Marisa la nuit.
L’unica possibilità per me era allora ritrarla alla RAI. Dopo vari tentativi, finalmente riuscii a trovare un aggancio e ad intrufolarmi nello studio televisivo proprio durante una puntata della trasmissione.
Nella sala l’artista, con la sua grande verve, presentava alcuni personaggi e filmati e, di fronte, senza mai essere inquadrato dalle telecamere, c’era Renzo Arbore, di cui si sentiva soltanto la voce mentre interagiva con lei.
Il mio fu veramente un blitz rischioso in tutti i sensi, anche perché il tempo a mia disposizione per il click era praticamente quasi nullo. Infatti, Marisa mi spiegò che avrei potuto fare qualche scatto solo durante quei due o tre minuti di pausa in cui andavano in onda i filmati e lei non era in diretta. Non ci sarebbe stato altro tempo materiale, dati i ritmi serrati.
Nello studio, tra i tanti oggetti di scenografia, c’era una palma con una luna sullo sfondo e ne approfittai; le chiesi di mettersi in posa proprio lì e, in un lampo, la fotografai. Feci un unico scatto.
Alla fine degli anni ’80 le fotocamere erano analogiche ed il risultato lo si poteva visionare solo dopo che la pellicola veniva sviluppata, quindi, fino ad allora tenni, il fiato sospeso. Fortunatamente andò tutto bene e questa che pubblico è la foto di cui parlo.
Come amo le fotocamere digitali e la possibilità di vedere subito nel piccolo monitor sul retro le immagini appena realizzate!
Marisa venne alla mia mostra agli Incontri Internazionali d’Arte a Roma e poi la rividi anche successivamente, in diverse altre occasioni. Donna vulcanica e simpaticissima, dalla battuta sempre pronta. In una parola: meravigliosa.

Credo che sia molto appropriata la stupenda descrizione che fa di lei la giornalista Gargiulo:
“Il suo fascino è soffice come un babà al rhum, pastoso come un gattò di patate e cremoso come un bignè alla crema”.

 

Polaroid con Marisa Laurito e Augusto De Luca
Marisa Laurito – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Mario Insenga

Sono amico di Mario Insenga da quando ero ragazzino, più o meno una cinquantina d’anni. Conoscevo bene anche tutta la sua famiglia e d’estate ci incontravamo nella sua splendida villa ad Ischia, dove preparavamo brani da suonare in diversi locali dell’isola.
Insieme abbiamo fatto parte di molti gruppi dalle denominazioni più strane, in quel periodo, infatti, erano di moda nomi lunghi e particolari e noi ci adattammo. Ricordo una band che chiamammo ‘La Tristezza del Rospo’, che dopo innumerevoli variazioni diventerà, con il tempo, ‘Blue Staff’.
Avevamo ottimi strumenti musicali e, di solito, i brani da montare li provavamo nello scantinato della mia casa al Vomero.
Mio padre si era preoccupato di far foderare di legno la stanza, il che la rendeva sicuramente più bella, ma, soprattutto, per quanto possibile, provava ad isolarla almeno un po’ acusticamente, così da placare le lamentele dei condomini del palazzo che, puntualmente, pretendevano abbassassimo il volume degli amplificatori.
Mario, dopo essersi laureato in ingegneria, decise di dedicarsi totalmente alla musica blues, io, invece, dopo la laurea in giurisprudenza, ho smesso di suonare e ho continuato professionalmente quello che avevo iniziato per gioco: fotografare.
Bravissimo percussionista, autore della maggior parte dei testi, cominciò successivamente a sfruttare anche la sua voce molto adatta a quel genere musicale che affonda le radici nell’anima tormentata della Chicago dei primi del Novecento. Oggi, a distanza di anni, è un punto di riferimento, un maestro nel panorama del blues italiano.
L’ultima volta che abbiamo suonato insieme è stato alla fine degli anni 90, quando mi invitò per una jam session insieme nel Big Mama, storico locale di Roma. Io portai la mia chitarra e con il suo storico gruppo i ‘Blue Stuff’, fondato nel 1982, ci divertimmo tantissimo.
Una band rivoluzionaria nell’ambito della musica del diavolo, che, reinterpretando il blues delle origini fa della ricerca e della sperimentazione i suoi punti di forza, usando il napoletano come lingua nei testi delle canzoni.
Una carriera strepitosa, con tournée in Italia e all’estero e jam session con bluesman come Willie Mabon, Jimmy Dawkins, Blind John Davis, Little Pat Rushing, Magic Slim, Sammy Lawhorn, Albert Collins, Billy Preston, Sarasota Slim, Billy C. Farlow, Little Willie Littlefield, Charlie Musselwhite, Luisiana Red, Sunnyland Slim e tanti altri.
Ormai da anni, Mario tiene laboratori di blues e seminari per associazioni musicali, istituti scolastici, librerie, festival. Che meraviglia ascoltarlo!

Per fotografarlo andai in una sala prove fuori Napoli, dove, in un cortile laterale, c’era una struttura in legno che mi ricordava le copertine dei dischi di alcuni gruppi americani di country blues. Era proprio quello che volevo; avevo sempre immaginato il mio amico in un ambiente simile, molto rurale, campestre, che evocava le musiche dei Canned Heat o Creedence Clearwater Revival.
Dopo lo scatto ci spostammo e, mentre chiacchieravamo, mi accorsi della sua ombra sul muro. Mi piacque molto e lo immortalai in una seconda immagine.
È da un po’ che non lo incontro, ma la nostra amicizia rimane salda e ogni volta che ci vediamo sembra sempre di esserci lasciati il giorno prima…

 

Mario Insenga – foto di Augusto De Luca
Mario Insenga . foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa con Instant Kodak

Alla fine degli anni 70, Giuseppe Alario, Direttore Kodak per il mezzogiorno Italia, mi chiese di realizzare una ricerca fotografica su materiale Instant Kodak.
Accettai la sfida e, con questa economica fotocamera in plastica, mi cimentati nell’impresa colossale.

Negli anni settanta la Kodak iniziò la produzione di pellicole autosviluppanti denominate Instant Kodak, che, a differenza delle Polaroid, erano rettangolari, l’immagine sulla superficie, infatti, misurava 9 x 6,8 cm.

Dopo aver perso una battaglia di brevetti con la Polaroid Corporation, Kodak poi ha lasciato il business Instant Camera il 9 gennaio 1986 e tutto il materiale e le fotocamere sono state ritirate dal mercato.

Le istantanee che ho realizzato sono frutto di varie manipolazioni ed esposizioni sulla stessa pellicola a sviluppo immediato.
Tutte le immagini furono esposte per la prima volta nello stand Kodak al ‘Fotocine 80’, la manifestazione fieristica di settore che si tenne alla Mostra d’Oltremare di Napoli e, successivamente, in varie rassegne.

Nessun altro fotografo ha mai realizzato con la fotocamera Kodak Instant una ricerca fotografica, quindi questo mio lavoro rimarrà per sempre nella storia della Kodak e dei suoi prodotti. Ovviamente ne sono lusingato.

Instant Kodak – di Augusto De Luca
Instant Kodak – di Augusto De Luca
Instant Kodak – di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Salvatore Accardo

Quella mattina andai al Teatro San Carlo di Napoli dove avevo un appuntamento con Salvatore Accardo.
Entrai e un signore garbato si offrì di accompagnarmi dal Maestro. Attraversammo stanze, corridoi e cunicoli piccoli e grandi. Sembrava di essere in un labirinto senza fine.
Dopo vari saliscendi, arrivammo in un ambiente stretto e lungo e cominciai a sentire, in lontananza, una stupenda melodia, era il meraviglioso suono di un violino; subito capii di essere vicino alla meta.
Entrai in una stanza laterale dove vidi Accardo che, nello scorgermi, smise di suonare e mi salutò agitando l’archetto con la mano destra.
Dopo i soliti convenevoli cominciammo a parlare di musica.
Cosa poteva chiedergli immediatamente, un amante come me di antiquariato e di oggetti d’arte in generale?
“Maestro, ma è vero che lei possiede due autentici violini Stradivari?”
Lui, senza parlare, mi fece cenno di seguirlo mentre si dirigeva verso alcune custodie che erano su di una panca in fondo alla stanza.
Delicatamente, come se stesse scoperchiando uno scrigno prezioso, ne aprì una: dentro c’era uno splendido violino. Avrei voluto accostarmi, ma lui, con gentilezza, mi fece capire che non dovevo toccarlo.
Rimasi estasiato da quella visione, dalle calde venature di quel legno lavorato trecento anni fa da Antonio Stradivari. Non avevo mai visto così da vicino uno strumento che è sicuramente un’icona per tutti ed ero affascinato, quasi ipnotizzato da quell’opera d’arte.
Il Maestro mi confessò che per lui il violino era come il prolungamento del suo corpo, cosa che mi colpì molto, perché anche io ho sempre affermato lo stesso della mia fotocamera.
Dopo tutte queste emozioni ci mettemmo al lavoro.

Scattai molto e poi scelsi una polaroid manipolata, che avrei pubblicato nel mio libro “Trentuno napoletani di fine secolo”, per Electa Napoli, 1995, e un’altra in bianco e nero più tradizionale, in cui mi piacevano i suoi occhi socchiusi e il volto assorto e concentrato, come immerso in una sorta d’ispirazione.
Quella era stata proprio una mattinata da ricordare e raccontare.

 

Salvatore Accardo – foto Augusto De Luca
Salvatore Accardo – polaroid di Augusto De Luca

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