Augusto De Luca fotografa in Bianco e Nero

Era l’inizio degli anni ’80 e le mie fotografie a colori avevano avuto importanti riconoscimenti anche all’estero. In quegli anni di solito si iniziava a fotografare in bianco e nero per poi successivamente passare al colore; io invece feci il contrario. In quel periodo incontravo spesso alle mostre ed agli eventi di fotografia, Ken Damy, uno dei maggiori promotori, insieme a Lanfranco Colombo, della fotografia italiana nel mondo. Ken che aveva una galleria e un Museo della Fotografia a Brescia, mi propose di esporre nei suoi spazi, però desiderava un mio lavoro totalmente nuovo, anzi completamente diverso da tutto quello che avevo realizzato e si era visto fino ad allora: voleva un lavoro inedito in bianco e nero. Per me era una grande sfida che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque. Ma poiché io amo le sfide, soprattutto quelle con me stesso, senza esitare accettai. Fino ad allora mi ero confrontato con tagli geometrici e colori saturi che conoscevo bene, come potevo reinventarmi con immagini monocromatiche? Seguendo le orme di alcuni grandi fotografi che amo molto e che per me sono tra i precursori e i pionieri della fotografia di ricerca, come: Bill Brandt o Irving Penn, optai per un bianco e nero più duro e contrastato, con neri profondi, e cieli scuri, che danno vita a composizioni pregne di atmosfere e cariche di mistero. Realizzai così questo lavoro che intitolati ‘Magic Weekend’, che ho esposto appunto per la prima volta a Brescia riscuotendo un notevole consenso. Mi aiutò Maria Grazia, la mia prima moglie, che fece da modella in alcuni scatti. Da quella esperienza iniziò la mia passione per il bianco e nero con il quale tuttora continuo a lavorare. Quindi devo sicuramente ringraziare Ken Damy, perché mi ha spinto e incoraggiato a trovare nuove possibilità espressive che altrimenti, non so se avrei mai cercato e provato”.

il bianco e nero – foto Augusto De Luca_
il bianco e nero foto Augusto De Luca_

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Augusto De Luca fotografa personaggi di Ischia

Era la metà degli anni Settanta quando cominciava la mia avventura nel mondo della fotografia. L’inizio è sempre caratterizzato da una forte attrazione verso quello che è lo strumento, la macchina fotografica, che diventa quasi un feticcio e quindi, di solito, è mantenuta e conservata come una preziosa reliquia, lucidata e custodita con sacralità. Spesso, questa maniacale attenzione, limita la possibilità di produrre effettivamente delle immagini, ma è una fase che, in genere, dura poco e, subito dopo, inizia il secondo stadio: la ricerca. Si fotografa di tutto, a tutte le ore, con qualsiasi luce e in qualsiasi circostanza. È proprio in questo periodo evolutivo che, trovandomi ad Ischia (NA), girovagavo senza meta e senza sosta, con un occhio attento per le stradine di tutta l’isola verde, il cui aggettivo deriva dal fatto che sia ricchissima di una pietra tufacea, di origine vulcanica, contraddistinta, appunto, da una gradazione verde unica al mondo. Basti pensare che le attrattive turistiche naturali di questo luogo incantato sono costituite proprio di tufo verde: il “Fungo” di Lacco Ameno e “L’Aquila” e gli “Scogli Innamorati” di Forio. Fotografavo case, chiese, panorami e ogni essere vivente, compreso cani, gatti e uccelli. Insomma, stavo cercando l’oggetto o il soggetto del mio interesse, che comunque, anche in futuro, avrebbe dovuto rappresentare il centro di una mia eventuale ricerca o progetto fotografico. Le occasioni per l’immagine “giusta” non sarebbero di certo mancate, dovevo solo continuare a gironzolare, con sana curiosità, in quella che è la maggiore delle Flegree, che, con i suoi sei comuni – Barano d’Ischia, Casamicciola Terme, Forio, Ischia, Lacco Ameno e Serrara Fontana – è la terza più popolosa isola, dopo Sicilia e Sardegna, e con le sue bellezze paesaggistiche ed artistiche e con le sue specialità enogastronomiche attrae, ogni anno, milioni di visitatori da tutto il mondo. All’epoca, scattavo con diapositive a colori, perché era più semplice farle sviluppare dai tanti laboratori disseminati su tutto il territorio campano. Fu allora che in due località opposte dell’isola, fui attratto da questi due soggetti. Il primo, il giocatore di carte, lo individuai a Porto d’Ischia, ad un tavolino esterno di un bar in una piazzetta laterale. Notai subito il gruppetto, ma quello che mi colpì molto, stuzzicandomi, furono le bellissime rughe di uno di loro; sicuramente erano il risultato di lunghe esposizioni al sole. Quell’uomo, certamente, era stato un marinaio o un pescatore e tutta la sua storia la si leggeva proprio in quei segni così marcati che solcavano il suo volto. Faceva da contrasto un personaggio in secondo piano, sullo sfondo, più paffuto e sorridente. Avevo con me una macchina fotografica con un medio grandangolo: chiusi il diaframma, per aumentare la profondità di campo e quindi avere una maggiore capacità di messa a fuoco, mi avvicinai molto al suo viso e scattai velocemente, per non infastidire e, per così dire, “rubare” l’immagine. L’altro personaggio, il prete, invece lo scovai a Forio. Appena lo vidi mi ricordò il famoso Don Abbondio descritto da Alessandro Manzoni. Piccoletto, con un mantello scuro che lo copriva tutto e un grande cappello a falde larghe, di quelli che da molto tempo non vedevo più sul capo dei sacerdoti. Era un personaggio d’altri tempi. Allora mi feci coraggio, lo fermai e gli chiesi di poterlo immortalare. Lui rimase un po’ interdetto, ma acconsentì. Eravamo vicini al bar “Il Timone” il cui logo era dipinto sul muro; mi sembrò un ottimo sfondo, perché inusuale ed essenziale. Senza perdere tempo, inquadrai e scattai. All’epoca il risultato potevi verificarlo solo a pellicole sviluppate e, quindi, dopo qualche giorno, pieno di impazienza, ritirate le diapositive, rimasi molto soddisfatto di quei ritratti; successivamente, però, decisi di stamparli in bianco e nero, per sottolineare l’espressività dei volti, eliminando il colore che, in qualche modo, poteva distrarre il fruitore. Senza saperlo, queste due immagini rappresentavano l’inizio di quello che, molti anni dopo, sarebbe diventato il genere fotografico da me preferito: il ritratto. … la vita è imprevedibile!

 

Ritratto di Augusto De Luca
Ritratto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Fabrizia Ramondino

Io e la giornalista Giuliana Gargiulo nel 1987 andammo a casa di Fabrizia Ramondino, illustre scrittrice scomparsa qualche anno fa, per realizzare un’intervista e un ritratto che sarebbero stati pubblicati nel libro ‘Napoli Donna’, Centro il Diaframma – Edizioni Editphoto.?Viveva all’ultimo piano di una bella casa nel centro storico, con un terrazzo che si affacciava sui tetti della Napoli antica e il Vesuvio di fronte.
Aveva vissuto un po’ ovunque, in Italia e all’estero, soprattutto da piccola, dato che il padre era un diplomatico, ed era legata, in special modo, a Spagna, Francia e Germania.
Coltissima, dalla formazione cosmopolita, si era poi laureata in francese all’Istituto Universitario Orientale di Napoli, dandosi all’insegnamento, all’attività sociale e alla solidarietà.
Già negli anni ’60 si occupava di cronaca, inchieste sul territorio e disoccupazione, partecipando alla vita politica e aderendo al movimento della Nuova Sinistra. Da buona eclettica, si dedicava a reportage, poesia, prosa autobiografica e non, romanzi e sceneggiature, con un ottimo riscontro dalla critica, che scorse in lei un’impronta proustiana.
Era una donna minuta ed esile come una ragazzina, sorridente e delicata: dai suoi modi traspariva una fragilità che si manifestava in un modo di fare molto prudente e forse anche un po’ diffidente.
Insomma, si capiva che la sua vita non era stata facile. A cominciare dalla morte improvvisa del padre, che aveva costretto la famiglia ad un brusco rientro nel capoluogo campano in ristrettezze economiche, per passare al suicidio dell’amico Carlo Cirillo, con cui si impegnava in varie attività nell’Associazione per il Risveglio di Napoli, al fallimento del matrimonio con il nobile Francesco Alberto Caracciolo, aspirante pittore, e alla relazione turbolenta con Livio Patrizi, da cui ebbe l’unica figlia, Livia.
Ci offrì un ottimo caffè e mentre Giuliana si accingeva ad intervistarla, io cercavo un’inquadratura e uno sfondo giusto per il ritratto. Raccontò molti aneddoti della sua vita, aprendoci il suo cuore completamente e soffermandosi anche su alcuni aspetti dolorosi, che l’avevano segnata.
Fino a qualche anno prima, infatti, era stata un’alcolista, e nonostante le amiche e la sorella avessero in tutti i modi cercato di aiutarla a guarire, quello che aveva contribuito a tirarla fuori da questo tunnel era stata la lettura del libro ‘Diario’ di Elly Hillesum, incentrato sulla vita di una giovane ebrea non praticante in pieno nazismo, una narrazione che ricorda in parte quella di Anna Frank, che le fece capire che ci si può salvare anche in casi estremi, quando tutto sembra precipitare verso la fine.
Dopo questo capitolo triste ci spiegò anche che nella sua vita l’amicizia aveva avuto un’importanza maggiore dell’amore e che bisogna amare il prossimo perché è te stesso, non come te stesso.
Fui colpito da questi suoi racconti e, come d’impulso, decisi di fotografarla tra due trame, quella di una pianta e quella di una tenda, fitte come quelle della sua vita.
Nel ritrarla sottolineai ed evidenziai poi con delle aperture attraverso le foglie, soprattutto i suoi grandi occhi e quella sigaretta che la caratterizzava in modo particolare così perennemente accesa tra le sue dita.
Quello fu davvero un incontro speciale che, sicuramente, arricchì la mia vita.

 

Fabrizia Ramondino – foto di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa Pietro De Vico

Nel 1993 cominciai a lavorare al progetto fotografico di un libro ‘Trentuno napoletani di fine secolo’, pubblicato da Electa Napoli nel 1995, incentrato su importanti uomini partenopei; io mi sarei occupato appunto delle immagini, la giornalista Giuliana Gargiulo, invece, si sarebbe dedicata alle interviste.
Uno degli artisti su cui focalizzammo l’attenzione era il mitico attore Pietro De Vico, che andammo a trovare nella sua casa di Roma.
Fin da piccolo aveva “respirato” Bellezza; nonno musicista, padre amante del teatro, zio professore di musica, per cui era naturalmente approdato alla recitazione.
Esponente di spicco del teatro napoletano, macchiettista, caratterista dalla rara capacità di resa mimica, indimenticabili le sue notevoli interpretazioni comiche del balbuziente, a soli sei anni aveva debuttato con il geniale Eduardo Scarpetta, per poi creare con i suoi due fratelli, Antonio e Mario, la compagnia i Trio De Vico e proseguire una carriera straordinaria nella prosa impegnata.
Ci accolse la moglie Anna Campori, cantante di operetta e bravissima attrice con cui Pietro ha condiviso tutta la sua vita, ben 62 anni di matrimonio, molti successi teatrali e televisivi e tanto avanspettacolo.
Celebri i loro personaggi nella serie televisiva per ragazzi ‘La nonna del corsaro nero’, in onda tra il 1961 e il 1966, in cui lui vestiva i panni del balbuziente e pauroso nostromo Nicolino e lei quelli di Giovanna.
La stessa Anna era figlia d’arte, entrambi i genitori attori, aveva debuttato nella compagnia teatrale paterna.
Entrammo in un grande salone arredato con bellissimi mobili antichi, ci sedemmo, e lei, con un grande sorriso stampato sul viso, ci portò un buonissimo caffè.
Dopo poco entrò il grande attore, anche lui con uno straordinario sorriso che ispirava simpatia. Quell’espressione la conoscevo bene perché l’avevo vista in televisione nei suoi innumerevoli film e commedie con Eduardo, Totò, Macario, Anna Magnani, e con tutti i più grandi artisti del tempo.

De Vico ci raccontò molti episodi della sua lunga carriera artistica: dall’inaugurazione dei tre canali televisivi, il primo nel 1954 a Milano, il secondo a Roma e il terzo a Napoli, ai titanici registi che lo avevano diretto, Eduardo, Antonio Calenda, Steno e Mario Monicelli, Aldo Fabrizi, Vittorio De Sica, Lina Wertmüller, Monica Vitti.
Ci parlò dell’immenso Totò, che sul set cedeva anche ad una semplice comparsa la sua sedia con la scritta “Principe”, e poi disse che per lui Napoli era il paradiso, che della sua città conosceva ogni vicolo, dal primo all’ultimo, e che era proprio lì che avrebbe voluto riposare alla fine della sua vita.
Nel soffermarsi sul racconto di questo suo grande amore, si avvertiva la grande nostalgia che aveva per la sua città; un velo di malinconia offuscò per un attimo il suo sguardo, ma, al contempo, i suoi occhi brillarono e, dopo un’istante, quel sorriso inconfondibile riapparve sul suo viso.
Dal modo di parlare e dai suoi gesti trasparivano la sua bontà e una grande umiltà, dote che appartiene solo ai grandi protagonisti.
Poi si alzò, camminava con l’aiuto di un bastone a causa di un ictus, che aveva avuto di recente, e mi fece vedere dei cartelloni con il suo ritratto; fu allora che mi venne l’idea di utilizzarli per una delle foto che realizzai con una polaroid, che subito dopo manipolai.
Feci anche altri scatti in bianco e nero, ma poiché lui era stanco ed affaticato, capii che forse sarebbe stato meglio non insistere e, dopo un abbraccio affettuoso, andammo via.
Io e Giuliana eravamo emozionati e commossi per la semplicità e l’umanità di quel grande interprete che, con il suo talento, ha contributo a diffondere l’Arte napoletana nel mondo.

 

Pietro De Vico – foto di Augusto De Luca
Pietro De Vico – polaroid di Augusto De Luca




Augusto De Luca fotografa personaggi di Capri

Ritratti a Capri Negli anni 90 Salvatore Ferrari, proprietario a Napoli di diversi negozi di raffinato design per arredamento e oggettistica di grande qualità e promotore di importanti eventi culturali, mi chiese di realizzare per lui diversi servizi fotografici da pubblicare su Casamica de Il Corriere della Sera, tra i quali uno su Capri. Felice del progetto, dopo qualche giorno presi l’aliscafo e, armato della mia fotocamera Hasselblad e vari obiettivi di corredo, iniziai il lavoro. Ero già stato molte volte su questa stupenda isola del golfo di Napoli, ma non la conoscevo a fondo e, quindi, per me c’era molto da scoprire. Salvatore, inoltre, mi aveva dato un elenco di alcuni luoghi e personaggi da fotografare, tra cui un anziano signore, che si diceva fosse il possessore di un prestigioso violino Stradivari. In verità, nessuno sapeva se quello strumento fosse realmente autentico, ma stava diventando ormai una leggenda caprese, dunque l’interesse era alto. Arrivato, cominciai a fotografare l’isola, girandola in lungo e in largo e, a metà giornata, mi recai ad immortalare i personaggi suggeriti. Il fortunato possessore del famoso violino viveva in una villetta ad Anacapri. Era anziano, con degli occhiali dalle lenti molto spesse e, appena entrai nella casetta, cominciò subito a parlarmi del suo prezioso strumento. Era assolutamente convinto della sua autenticità, infatti non volle neppure che mi accostassi, perché avrei potuto in qualche modo rovinarlo. In realtà, avrei desiderato soltanto verificarne l’originalità, ma dovetti desistere per non indispettirlo. Rassegnato, cominciai a cercare l’inquadratura più adatta per il ritratto che gli avrei fatto. La casa era piena di oggetti e mobili antichi, ma mi colpì un pianoforte con sopra una foto e una scultura che rappresentavano la moglie, scomparsa, purtroppo, anni prima. La posa, poi, fu anche valorizzata da un’ulteriore inaspettata new entry: un bellissimo gatto nero che, salito sullo strumento, esattamente al momento del mio click, si mise in posa sul lato sinistro, proprio accanto alla statua. In quel momento pensai che il felino tanto caro alla signora, in qualche modo forse ne evocava la presenza e la cosa mi colpì molto. Dopo un caffè, ripresi la mia escursione fotografica e, nello slargo del belvedere vicino ai due grandi scogli dei Faraglioni, sul muretto che affacciava sul mare, trovai seduto un personaggio molto singolare che, in chiave moderna, mi ricordava il famoso pescatore di Capri, Francesco Spadaro. Costui lo si trova ritratto in tantissimi dipinti dell’Ottocento ed è diventato uno dei simboli dell’isola. Fu un incontro propizio il mio, la cosiddetta ciliegina sulla torta. Con i baffi, il basco sul capo, un bastone nodoso e una straordinaria pipa che finiva a forma di testa di toro con le corna, nell’immaginario collettivo quell’uomo rappresentava sicuramente il tipico isolano. Immediatamente gli chiesi se potevo fotografarlo e lui accettò… sembrava che non aspettasse altro. Tutto era già pronto come su di un set preparato in precedenza e non dovetti far altro che scattare. Sinceramente, quest’ultima foto valeva tutta la mia trasferta su quest’incantevole isola. Restai lì ancora un poco e poi andai al porto, dove salì sul primo aliscafo per Napoli. Era stata sicuramente una giornata stancante, ma piena di emozioni e di incontri speciali.

Ritratto di Augusto De Luca
Ritratto di Augusto De Luca



Augusto De Luca fotografa Antonio De Luca

Mio padre era un osso duro. Antonio era un uomo tutto d’un pezzo, sotto un’aria tranquilla e pacata, si nascondeva una personalità molto forte e volitiva. Figlio unico come me, avendo perso il papà da piccolissimo, ha vissuto tutta la sua infanzia e l’adolescenza in collegio e questo lo ha molto segnato ma anche in qualche modo fortificato; infatti si è sempre rimboccato le maniche risolvendo da solo qualsiasi problema. Era un uomo di poche parole e per questo motivo io avevo un rapporto speciale soprattutto con mia madre che mi ascoltava e consigliava nei momenti difficili. Antonio era medico e aveva diverse specializzazioni; per molti anni ha esercitato come odontoiatra e successivamente come analista, ma la sua grande passione era l’ornitologia. Amava infatti tutti gli animali ma prediligeva gli uccelli e a casa c’era tutti i giorni un continuo cinguettìo di tantissimi pennuti che con cura amorevole accudiva in maniera quasi maniacale: ormai io e mia madre eravamo assuefatti e rassegnati e quasi non ci facevamo più caso: ribellarsi, comunque, sarebbe stato inutile. Papà però è stato, sicuramente, la colonna della famiglia e con le sue attenzioni ci ha sempre coccolati e accuditi. Un grande uomo. Mi ha sempre voluto tantissimo bene anche se, forse per il mio carattere altrettanto forte, talvolta eravamo in disaccordo; negli ultimi anni però a causa dei suoi acciacchi, si erano invertiti i ruoli e ho dovuto io curarmi di lui vivendo per lunghi periodi a casa sua. Questa è stata per me un’occasione straordinaria per apprezzarlo ed amarlo ancora di più e il ritratto che pubblico l’ho realizzato proprio in questo magico periodo, negli ultimi anni della sua vita. Ricordo che quel giorno lui era come sempre seduto sulla sua poltrona e mentre lo guardavo sentii di volerlo fotografare, fu una vera ispirazione ed io subito gli parlai del mio desiderio. Inizialmente non si mostrò molto contento ma poi dopo qualche insistenza, si lasciò convincere. Allora cominciai a girare per casa cercando un’inquadratura che potesse soddisfarmi, perché avevo qualche idea, ma non ancora ben delineata. Dopo poco focalizzai il mio interesse su di un oblò posto sulla parete tra il salone e uno dei corridoi, che avrebbe potuto incorniciare il ritratto, esaltandolo. Allora accompagnai mio padre dietro quell’oblo, lo feci salire su di un piccolo sgabello perché l’apertura sul muro era un po’ alta e chiaramente gli portai il suo inseparabile bastone, senza il quale è come se gli fosse mancato una parte del corpo. Lui senza che io gli dicessi niente si mise in posa guardando nell’obiettivo con uno sguardo sbarazzino che sembrava quello di un attore consumato, abituato da sempre a stare avanti alla cinepresa…io feci un solo scatto. Era stato incredibilmente bravo nel posare ed io non me lo aspettavo proprio. Quando dopo qualche giorno gli portai la foto stampata, lui mi guardò e disse: ” ma sembro un vecchio “. Aveva una novantina d’anni, ma si sentiva come un ragazzino. Sicuramente è stato l’uomo più importante che ho fotografato. Grazie di tutto papà, ti voglio bene.
 
 
 
Antonio De Luca – foto di Augusto De Luca
Augusto De Luca con il padre Antonio




Augusto De Luca fotografa con Polaroid Manipolate

Dall’inizio degli anni ’80, per diversi anni ogni prima settimana di luglio andavo ad Arles in Francia ai Rencontres Internationales de la Photographie. E’ li che conobbi Barbara Hitchcock direttrice degli affari culturali per la Polaroid Corporation a Waltham, Massachusetts che si occupava dell’acquisizione di fotografie artistiche per la Polaroid Collection. Barbara dopo aver visto un mio lavoro su materiale Instant Kodak, mi chiese di realizzare delle immagini su polaroid SX-70 per la loro collezione e mi inviò molti pacchi di materiale in omaggio. Mi é sempre piaciuta la sfida e il mettermi alla prova, infatti ho affermato più volte:
“Ho sempre avuto dentro di me il germe dell’uomo madre, la creatività mi ha sempre accompagnato. Ho cercato di esprimermi con uno stile ben preciso ma attraverso tutti i materiali e i formati. Desidero scoprire come la mia creatività si manifesta nelle diverse circostanze”.
Realizzai allora per loro una ricerca sulle ombre che piacque molto e fu acquisita nella raccolta. Poiché mi rimase tantissimo materiale polaroid, cominciai ad utilizzarlo sfruttando la possibilità di manipolare le foto. Le polaroid infatti, nell’interno avevano una sostanza pastoso che sviluppava l’immagine che poi appariva sulla parte anteriore, quella lucida della piccola fotografia quadrata. Questa pasta si induriva completamente solo dopo alcune ore. quindi utilizzando uno stecchino di legno e spingendo sulla fotografia si ottenevano dei segni simili a pennellate. La polaroid quindi appariva come una via di mezzo tra una fotografia e una pittura. Io con tutto quel materiale rimasto, ad ogni evento e in ogni occasione, realizzavo dei piccoli ritratti ad artisti, addetti ai lavori, ecc. che firmavo e regalavo. In giro ce ne sono tantissimi e spesso qualcuno mi invia un file con la riproduzione della sua polaroid che io quasi sempre neanche ricordo di aver fatto. Comunque per me ogni volta é una bellissima scoperta; come quando trovi inaspettatamente in un tuo vecchio pantalone un po di euro.

Augusto De Luca 1985 intervento a RAI 3
polaroid manipolate – di Augusto De Luca
Antonella Boralevi – polaroid Augusto De Luca
Gianni Cerami – polaroid Augusto De Luca
Irio De Paulo – polaroid di Augusto De Luca
Mario Fasciano – polaroid di Augusto De Luca

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Augusto De Luca fotografa Mimmo Jodice

Quando cominciai ad interessarmi di fotografia e a frequentare persone con la mia stessa passione, il primo nome che risuonava come artista da conoscere e seguire era quello di Mimmo Jodice.
In quel periodo insegnava fotografia all’Accademia di Belle Arti di Napoli e sicuramente rappresentava la punta più alta ed innovativa della fotografia partenopea, tanto da diventare, qualche anno dopo, un maestro indiscusso sullo scenario italiano ed internazionale.
Tra i suoi innegabili meriti spicca quello di aver avuto un approccio innovativo, sperimentale, creativo verso questa contemporanea forma d’arte, partecipando attivamente al dibattito culturale che ha consentito alla fotografia italiana di distinguersi all’estero.
Così geniale da confrontarsi con le menti più brillanti e poliedriche del panorama artistico mondiale che, negli anni 60, gravitavano intorno al capoluogo campano: Warhol, Beuys, De Dominicis, Paolini, Kosuth, Lewitt, Kounnellis, Nitsch.
La sua straordinaria capacità di penetrare nell’essenza, la sua lungimirante visionarietà tendente a tratti al metafisico lo hanno spinto verso un lavoro di ricerca concettuale realizzato anche grazie ad un’attenta indagine socio-antropologica e ad una sensibilità fuori dal comune, che ha avuto l’apoteosi nella ricerca sul mito del Mediterraneo.
Il suo successo definitivo è stato sancito con l’inserimento del suo nome nell’Enciclopedia Universale dell’Arte Garzanti e nell’Enciclopedia Treccani.
Innumerevoli i riconoscimenti ricevuti, in Italia – tra cui quello più significativo è sicuramente il Premio ‘Antonio Feltrinelli’ dell’Accademia dei Lincei, nel 2003, per la prima volta conferito alla Fotografia – e all’estero, nel 2011, quando il Ministero della Cultura francese gli ha consegnato la prestigiosa onorificenza Chevalier de l’Ordre des Art et des Lettres. Nel 2013, infine, Università Svizzera Italiana gli ha conferito la Laurea honoris causa in Architettura.

Mimmo, come me, si è messo sempre alla prova, sperimentando diversi generi fotografici, passando così dal reportage alla ricerca, dall’architettura alla paesaggistica. Lo conobbi appena iniziai seriamente la mia avventura di fotografo professionale.
Ci incontravamo spessissimo alle varie mostre a Napoli, nelle gallerie di Amelio, Rumma, Morra e Trisorio, a Milano da Lanfranco Colombo e al Sicof, ed entrambi eravamo assidui frequentatori dei Rencontres Internationales de la Photographie di Arles. Lo accompagnava sempre la bella moglie Angela, che, con i suoi consigli e il suo aiuto, curava impeccabilmente le sue relazioni professionali.
Molte volte abbiamo anche partecipato insieme a grandi mostre collettive, rappresentando, con altri fotografi, la nostra stupenda città.
Un giorno io e la giornalista Giuliana Gargiulo andammo a trovarlo a casa sua, in via Manzoni a Napoli, e, come al solito, ci accolse con grande affetto.
Per l’occasione portai con me la fotocamera Contax RTS 35mm, per realizzare degli scatti in bianco e nero e la polaroid sx 70 per le immagini a colori. Finita l’intervista, cominciai a fotografarlo, soffermandomi soprattutto sul viso che, incorniciato da una folta chioma e una barba bianca, lo hanno sempre caratterizzato in modo specifico.
Desideravo evidenziare la sua espressione molto bella ed accattivante, che, in qualche modo, seduce chi lo guarda. Dopo qualche click passai alla ripresa con la polaroid, con cui realizzai un’immagine che successivamente manipolai.
In quest’ultima foto ho preferito sottolineare, invece, la sua professione, introducendo nell’inquadratura alcuni elementi peculiari, tipici della sua attività di fotografo, come le strisce dei negativi e l’obiettivo.
Al termine delle mie riprese, ci salutammo sottolineando che ci saremmo sicuramente presto rincontrati al prossimo evento partenopeo ed entrambi eravamo soddisfatti dei risultati ottenuti quel giorno.


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Augusto De Luca fotografa le colombe

Nel fotografare le città di questo nostro stupendo Paese, per la realizzazione dei miei libri commissionati dalla TAV – Treno Alta Velocità, la mia attenzione era prevalentemente rivolta ai monumenti e alle architetture che caratterizzavano i luoghi, o che, in qualche modo, mi colpivano particolarmente. Quindi, solitamente in orari diversi, per catturare la luce perfetta, cercando sempre un’inquadratura inedita proprio per evitare gli stereotipi di immagini troppo sdolcinate e cartolinesche, passeggiando, mi inoltravo in strade e vicoli, restando sempre concentrato a cogliere quel particolare, quello scorcio o quella struttura che toccava e stimolava la mia creatività. Era ogni volta come se andassi a caccia di tesori nascosti e, quando individuavo il soggetto esatto e la prospettiva corretta, mi sentivo come un cane da caccia che punta la sua preda. Tale scoperta mi dava sempre una grande emozione; era un momento magico che mi faceva dimenticare la stanchezza per i chilometri fatti a piedi, con la borsa piena di obiettivi e macchine fotografiche. Ero continuamente alla ricerca di suggestive opere, però, talvolta, ero anche attratto dai tanti pennuti che abitano le nostre belle città e che possono diventare addirittura un segno grafico, che impreziosisce ed arricchisce l’immagine stessa. Nello specifico, ad affascinarmi sono le colombe, forse anche per la loro intensa simbologia, in virtù della quale diverse culture antiche le consacravano ad importanti dei e intere popolazioni le veneravano, fino ad arrivare alla religione Cattolica, per la quale sono emblema dello Spirito Santo. A ciò si aggiunge la loro forte valenza alchemica, come rappresentazione della Luna philosophorum, ossia il Mercurio alchemico, ed esoterica, come il principio del bene, anche in virtù del loro candore.

La prima foto che vi sottopongo è stata realizzata allo Stadio dei Marmi di Roma. Mentre ero impegnato a cercare lo scatto giusto, notai che sul braccio sinistro della statua del discobolo si erano posate due colombe. Immediatamente capii che quello poteva essere un ottimo scatto se però li avessi fotografati entrambi in volo. Allora, sotto voce, chiesi a Marisa, la mia compagna di allora che era lì con me, di prendere dalla tasca una moneta con la quale avrebbe dovuto colpire la statua al mio comando: lei, sentita la mia intenzione, mi assecondò volentieri. Appena i due volatili udirono il tintinnio del metallo sul marmo, si alzarono in volo spaventati, ed io, prontamente, scattai. Avevo impostato sulla macchina fotografica un tempo veloce, proprio per cogliere quel momento irripetibile: l’espediente aveva dato ottimi risultati.

La seconda foto è di Firenze. Mentre camminavo sulle sponde dell’Arno, mi accorsi che molte colombe si erano raggruppate sul muretto: allora inquadrai e aspettai. Feci molte istantanee, perché da quel gruppetto si alzavano in volo diversi pennuti ed io scattavo a raffica, per riuscire ad avere l’immagine giusta. Alla fine, con un po’ di fortuna e tanta pazienza, fui accontentato.

La terza immagine è ambientata nella piazza del Nettuno a Bologna. Mi accorsi che molti piccioni transitavano da una parte all’altra dello spiazzo, così, anche stavolta, inquadrai la silhouette della statua e aspettai il momento opportuno, ma ci volle molto. Diversi passanti si giravano guardandomi con aria interrogativa, incuriositi perché ero fermo nello slargo, con l’occhio incollato al mirino, senza scattare e, insieme al Nettuno, sembravo essere anch’io un’altra scultura. Quell’attesa, però, fu proficua e, finalmente, una colomba, volando, si mise proprio sulla traiettoria del dito del dio del mare, che sembrava indicarlo. I giochi erano fatti e il risultato soddisfacente. Oggi, con l’aiuto del programma Photoshop avrei potuto tranquillamente “incollare” senza fatica quegli uccelli nell’immagine dove e come volevo, ma, in realtà, preferisco e preferirò sempre concludere l’atto creativo con un solo click.


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Augusto De Luca fotografa Francesco Rosi

Quella mattina avevo un appuntamento in albergo con Francesco Rosi, grandissimo regista e sceneggiatore che ha fatto la storia del cinema italiano. ?Lo incontrai nella sua lussuosa suite super panoramica; i balconi di quelle stanze affacciavano tutti sul golfo di Napoli, la veduta era mozzafiato.
Il Maestro Rosi mi venne ad aprire, era solo nella stanza e subito mi chiese gentilmente, ma serio in viso, se volevo un caffè. Su di un tavolo al lato della stanza c’era un vassoio d’argento con dolci e qualche brocchetta da  cui proveniva un magnifico profumo di caffè. Fu lui stesso a versarlo nella mia tazza e a zuccherarlo.
Quindi disse che aveva accettato di incontrarmi perché era rimasto molto colpito dalle mie foto. Mi spiegò che anche lui aveva la passione per la fotografia trasmessagli dal padre, che la domenica, in uno sgabuzzino, sviluppava e stampava le foto tra bacinelle e acidi e, quando sulla carta immersa negli acidi appariva l’immagine, si emozionava sempre moltissimo. Poi il padre, dopo aver lavato le stampe, le appendeva ad asciugare ad un filo con delle mollette da bucato.
Rimasi piacevolmente colpito da questo racconto che sicuramente ci univa in un comune interesse. Mi descrisse anche il suo rapporto con Napoli, che amava molto, anche se era andato a vivere a Roma, e che tornava a rivedere ogni volta che ne aveva occasione.
A questo punto gli chiesi se potevo iniziare a fotografarlo; lui, senza parlare, si alzò, appoggiandosi allo schienale di una delle sedie, ma la sua espressione non cambiò molto, anche durante tutti gli scatti. Traspariva sempre da quel viso una serietà che forse poteva, in qualche modo, essere scambiata per durezza.
In realtà Rosi era un uomo tutto d’un pezzo, poco incline a inutili superficialità e lo hanno sempre dimostrato i suoi splendidi film molto impegnati. Basti ricordare uno dei suoi capolavori ‘Le mani sulla città’, in cui ha denunciato l’intesa tra economia, malaffare, politica corrotta e criminalità organizzata; un cinema, insomma, che fa riflettere.
Forse il ritratto che gli ho fatto, non rispecchia a pieno il mio stile fotografico, ma sicuramente in esso traspare tutta la personalità e l’impegno di questo grande regista.
Grazie Rosi.

Augusto De Luca fotografa Francesco Rosi

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