Le parole sbagliate

Nella mia famiglia la parola gay non si poteva usare, neanche la parola omosessuale e neanche tutti gli appellativi usati in senso negativo tipo frocio o finocchio, nella mia famiglia si usava dire che lo zio Tommaso viveva in modo eccentrico.
Lo zio Tommaso era andato via, viveva a Milano con un amico; quindi un altro modo di dire era: “Eeeeh vive a Milano…”
E io, ragazzina insipiente, morivo dalla voglia di vivere in modo eccentrico in quel di Milano; abbandonando la placida Roma, a me già questo vivere a Milano sembrava una cosa enorme.
Sicché non mi ponevo troppe domande.
A parte l’incomprensibile gesto di mio padre che si picchiettava l’indice sul naso dicendo: “E’ da naso…”
Mi ricordo nonna però, che invece è sempre stata una donna davvero aperta e emancipata, tentare di spiegarmi meglio il concetto di vive a Milano e di amico.
Mia nonna è sempre stata forte nello spiegarmi le cose, nella sua infinita semplicità e con modi pieni d’amore.
Lo zio era da parte di mio padre, ma non parlava mai con mio padre, in compenso chiamava mia nonna per confidarsi.
Comunque dicevo, quando ero bambina se ci penso c’erano tante parole vietate.
Ricordo che zia Aurelia leggeva gli Harmony di nascosto, li metteva sotto al letto, lo so perché ovviamente li ho trovati ben presto, tra l’altro sono stati il primo approccio col mio corpo e la masturbazione; che dio sesso comunque li benedica.
Scusate la divagazione.
Fatto sta che lo zio di Milano si ammalò di AIDS,  morì; ero più grande e ovviamente sapevo dell’AIDS, anche se parlarne in casa risultava disdicevole.
I ragazzi di buona famiglia si facevano le pere e morivano a fiumi, ma guai a dire AIDS.
Erano i primi anni in cui si parlava di questa malattia.

Mia madre un giorno entrò in camera mia e mi disse: “Sai cos’è un preservativo?”
Lo sapevo, ma dissi no.
E lei mi spiegò tutto per filo e per segno.
La mia mamma.
Fece la rivoluzione, spiegò a una ragazzina cos’era il preservativo, usò termini come pene e vagina, sdoganò la parola gay e AIDS.
Nella sua casa mia madre fece la rivoluzione.
Finchè un giorno, a Natale; parlando dello zio di Milano disse: “Tommaso era gay ed è morto di AIDS, se non volete che muoiano anche i vostri figli chiamate le cose come vanno chiamate e adesso basta che porto in tavola il pollo arrosto.”
Rivoluzione e pollo arrosto con patate.

Quest’ultima parte non è mai esistita, ma volevo un lieto fine, soprattutto per lo zio Tommaso.
La libertà di dire, di essere; è il lieto fine che preferisco.
Perchè come fai a pensare nella giusta direzione, se nella testa hai le parole sbagliate?




N.1

Il paese si svuotava di esistenze con la fine dell’estate, mentre chi ci abitava poteva riprendere la propria, quella individuale che, sommata a quella dei tuoi compaesani determina la routine di un paese.
Il Corso – in genere Garibaldi – le piazze e le panchine e la scuola e il municipio e la chiesa e il circolo operaio e il rotary.
È tutto molto ordinato in un paese rispetto a una città.
Ovviamente anche per un luogo esiste la vita della vacanza e quella dell’operosità, se durante l’inverno le due fasi si alternano armoniosamente, in estate i luoghi di vacanze piombano nel caos, in un’assenza di riferimenti temporali che determina una netta frattura tra coloro che lavorano e chi gode del lavoro altrui.
Finalmente il primo temporale di settembre si era portato via dall’isola gli ultimi vacanzieri e le loro soverchie esigenze di vita, non avrebbe mai capito il senso di andare in un’isola lontana da tutti, per poi pretendere quello che trovi ovunque, ma tant’è; quando una comunità vive di quello, deve accettare anche di montare le luminarie cinesi per attirare profitto.
Aveva deciso che alla prossima estate non ci voleva arrivare, né aveva intenzione di delegare a altri il termine della sua esistenza, quello che aveva non le lasciava scampo, sì certo il testamento biologico…
ma davvero bisognava coinvolgere altri nella propria solitudine?
Come si fa a chiedere a chi ti vuole bene: “Fammi morire…” ci si sente egoisti e insensibili, come se non bastasse tutto il resto;
forse a 20 anni lo fai, ma a 70 non ti viene proprio, non sai se tuteli te dagli altri o gli altri da te.
Continuava a guardare il mare, aveva deciso che quella sarebbe stata la via, più che morire un riciclarsi consapevole, si potevano dire apertamente certe cose?
Se lo fai tutti ti guardano sgomenti e anche imbarazzati, quasi stessi svelando loro che alla fine della vita c’è la morte.
Non si sarebbe mai scordata di quel cugino che era venuto a trovarli per un lutto, lei era piccola, mentre sua madre raccontava della lunga malattia che si era portato via il nonno lui impercettibilmente si toccava i genitali, era là per obbligo, non certo per affetto.
Adriano si chiamava, come l’imperatore, di imperiale non aveva mai avuto nulla.
Certi nomi andrebbero riflettuti meglio.
Per quanto fosse lucida, la paura c’era, la morte è l’unica esperienza umana davvero individuale, nessuno può raccontarla e – assistervi – crea sgomento; una parvenza umana che respira sempre più piano, che non ti vede più, ti stringe la mano; per poi diventare altro dal tuo ricordo.
Eeeh la morte andrebbe insegnata meglio, così come la vita.
Invece da piccoli ce la nascondono, a proteggerci da che?
Non è che da bambini non vediamo, non sentiamo; rimaniamo là come tonti e senza spiegazioni, finché non ti costruisci una tua idea sull’argomento; ma ci penserai sempre con quel senso di tabù che ti hanno inoculato silenziosamente.
Da quel settembre il cosiddetto progetto riciclomi iniziò a essere quasi la sua unica occupazione, quale il punto migliore?
Dove la marea e le correnti avrebbero trascinato fuori il corpo?
Certo a riva non ci voleva tornare.
Ricordava il grosso cadavere di cavallo visto da bambina – affogato chissà come – arrivato a riva, va detto i cadaveri a lungo nell’acqua sono davvero impresentabili, il decoro e la dignità estetica le impedivano una tal fine.
Dopo tre mesi era tutto pianificato.
Si sarebbe ubriacata come non mai e poi via verso la nuova meta, a cavalcioni tra il sollievo e la paura.
Mancava un piccolo dettaglio, forse non così piccolo, qualcuno doveva assistervi, non di certo per salvarla, ma per condividere la sbronza, il suicidio con sbronza triste e solitaria non era proprio contemplato.
I fari agli estremi dell’isola colloquiavano con il nulla, decise che ciò che era pianificato da quel punto in poi poteva essere improvvisato, avrebbe atteso al Faro di Cala turca ogni sera, prima o poi qualcuno si sarebbe presentato.
Passavano i mesi, lei ogni sera puntualissima nella sua improvvisazione pianificata andava al Faro e aspettava fino alle 23, pioggia, freddo o caldo erano del tutto irrilevanti.
Finalmente – per lei – in una gelida sera di febbraio mentre attendeva con grappa e sigarette il suo involontario complice arrivò una macchina, si spensero i fari, qualcuno scese; la fiammella dell’accendino.
Lei pensò: “Sono davvero fortunata è qualcuno che fuma”
Ora che fare? Avvicinarsi o aspettare?
Si accese una sigaretta sperando che l’altra persona si accorgesse di ciò, contando sulla necessità umana di essere socievole quando non si è intenti nel darsi contro.
E così fu, capite?
Se a 70 anni sei in grado di prevedere gli accadimenti, è il tuo momento, sei tu che ti devi stupire con un atto finale strepitoso, perché dall’esterno sarà difficile che arrivi qualcosa.
Si avvicinò un’altra donna, più giovane di lei, incuriosita da quella figura rotonda e curva seduta vicino al faro.
“Vuoi un goccetto? Fa freddo stasera”
“Ma sì, anche se fra un po’ non mi servirà a niente…”
“In che senso?”
“Mbè ti dico il mio segreto, tanto sarai l’ultima persona con cui parlerò, sono qua per suicidarmi, è l’ultima cosa che mi resta da perdere”
Oh cazzo! E adesso come avrebbe potuto convincere l’altra a non suicidarsi quando, in linea di massima, la trovi una scelta abbastanza sensata?
Con quale sicurezza e arroganza elencare le magnifiche cose che la vita offre sapendo contemporaneamente che non contano nulla se non ti toccano, se non ti arrivano.
Come dire che il mondo era popolato di altruismo e bontà, o che ne valesse comunque la pena, già che ci fosse la parola pena di mezzo era una bella contraddizione.
Perché arriva il momento in cui per te non vale più la pena, è diverso per tutti, ma pare arrivi.
Continuarono a bere, la grappa scaldava e le lingue si scioglievano, le faceva tenerezza quella donna sulla quarantina così disincantata, le ricordava lei alla sua età, esattamente quando l’ultimo amore in cui aveva creduto si rivelò un inganno, lo raccontò con quella confidenza che l’estraneità a volte rende più semplice, via le inibizioni e le raccontò la sua storia.
La donna più giovane fumava, beveva e ascoltava e alla fine un unico commento: “Come vedi è una questione di scelta, so che non ti interessa che sia giusta o sbagliata; ma è sempre una questione di scelta, oggi hai scelto di parlare. E ora diamoci la mano e torniamo indietro, ci pensiamo domani sera”
“Qualcuno l’ha vista tornare tenendosi per mano.”




È state

Siate romantici, ma con discrezione.
Siate poetici, facendo finta di nulla.
Fate come vi pare, guardandovi intorno.
Sorridete, se necessario.
Piangete a vanvera.
E mangiate molti frutti rossi, lasciano un bel colore sulla labbra.
Ricordate sempre che il basilico non cresce tutto l’anno, potremmo mai riuscirci noi?
La cioccolata torna tra un po’, ma ci sono i gelati.
Il cambio di stagione ci starà sulle palle anche quest’anno, ma lo faremo, forse.
Uscendo poco ho calato 4 vestiti, forse neanche mi va più di uscire, non va bene?
Lo so, ma non basta.
Il sole non è più lo stesso, ma in fondo in fondo neanche noi.
La ricorderemo come l’estate della resistenza, quella in cui tra una mascherina e un vaffanculo, ognuno di noi ha sentito vicina la paura di morire e continua a sentirla; anche quelli che dicono è solo un raffreddore più forte degli altri, negando hanno più timore di tutti, ma così tanto che se lo nascondono.
La ricorderemo come l’estate pirandelliana, finalmente è evidente che tutti abbiamo una maschera, sperando di ricordarlo e che tutto questo abbia un termine.
I tramonti sono solo scelte di emisfero che la luna sfrutta a suo vantaggio, ma in certi momenti è meglio non pensarci; se vi dovesse capitare non era il tramonto giusto, cambiate viale.
Buon.
 
 




Tecno Notiziario

Buonasera a tutti i nostri affezionati consumatori!

Purtroppo l’infezione non si ferma.

Oggi i Mostri hanno attaccato un centro commerciale alle porte di Roma.

Ecco le immagini.

Si vede il Mostro avvicinarsi dal parcheggio, come vedete, indossa un lungo impermeabile, vietato dalle leggi speciali per la sicurezza del Ministero della Tranquillità e del Sobrio Decoro.

I nuovi tecnoscanner in dotazione hanno identificato l’aggressore come Marco Rossini, ventisette anni, laurea in fisica, inserito nella lista nera avendo esaurito i 12 mesi del nuovo contratto di rotazione lavorativa come scaffalista.

Ora vediamo il cecchino della Fanteria Tecnofederalista abbatterlo, purtroppo, ancora una volta la rete illegale, fuori dal controllo dell’authority per la Coesione Familiare, ha funzionato da richiamo per decine d’infetti, che nel giro di poche ore si sono radunati intorno al centro commerciale e l’hanno attaccato in massa e, nonostante l’eroismo della Fanteria Tecnofederalista e dei Miliziani territoriali, hanno sterminato molte famiglie mentre svolgevano il loro compito di consumatori.

Il Ministro della Tranquillità e del Sobrio Decoro giunto sul posto, ha diretto il contrassalto delle forze tecnofederaliste che ha portato all’abbattimento di tutti i mostri.

Il Ministro ha annunciato un inasprimento della lotta ai contagiati, con la creazione di nuovi campi di contenimento e riadattamento al consumo ragionevole.

A Roma, il Ministro dello Star Bene, ha annunciato un nuovo stanziamento straordinario per la ricerca del vaccino contro il morbo, per la cui sperimentazione saranno usati gli ospiti dei campi di contenimento, ovviamente volontari.

Ci giunge ora la notizia che le forze tecnofederaliste hanno eliminato un altro mostro su un treno, questa volta si tratta di una donna, Francesca Pazzi trentadue anni, biologa molecolare. Era stata notata alla stazione di Torino e un rapido controllo ha permesso di accertare che proprio oggi era stata sostituita in un call center, i tecnocacciatori sono saliti sul treno e l’hanno abbattuta prima che potesse arrecare danno ai viaggiatori paganti.

Ripetiamo l’appello diffuso dalla Presidenza del Tecnoconsiglio: chiunque noti un giovane, con elevato titolo di studio, che non ha i tre semi tatuati in fronte, comprovanti la partecipazione ad almeno tre programmi del Ministero della Formazione Visiva trasmessi dalla nostra emittente, in possesso di libri carta non approvati dalla commissione dello stesso Ministero, non usa carte di pagamento, è tenuto  immediatamente segnalarlo alle stazioni della Milizia Tecnoterritoriale, anche in forma anonima; si ricorda che: chi non ha almeno tre account e non acquista quotidianamente per la cifra stabilita dalle tecnotabelle ministeriali in base al suo bisogno, calcolato dal Ministero del Tecnopil, è un nemico del Paese e del Consumo Sovrano.

E ora veniamo ad argomenti certamente importanti, ma più lievi.

È collegata Alessia, per la puntata settimanale di “Un’Amica per il Presidente”, programma obbligatorio del Ministero della Formazione Visiva. Ci sei Alessia?

Sì, Barbara buonasera.

Allora? Grandi novità stasera vero Alessia?

Certo Barbara, come tutte le settimane, intanto l’eliminazione tra Giovanna, la neurochirurgo marchigiana, e Flora, filosofo del diritto, piemontese, chi vince entra direttamente in finale, chi perde torna nei campi di contenimento e riadattamento al consumo; ma la vera sorpresa è un’altra: una nuova concorrente entrerà nella casa e la prossima settimana si giocherà la finale.

Il pubblico sarà chiamato a scegliere tra, niente popò di meno che, due ex Mostri catturati dalla Fanteria Tecnofederalista, che hanno superato il programma di ricondizionamento; Emilio, che sappiamo essere grande vanto della nostra emittente, infatti, grazie all’innesto direttamente nel nervo ottico di tutte le nostre trasmissioni in poco più di un mese è diventato un consumatore affezionato. E Luisa che, anche lei con un innesto ad hoc, ha ripreso il suo ruolo di madre e di moglie ed è stata guarita da una forma regressiva infantile che la portava a cercare la sua mamma – uccisa dalla tecnomilizia perché sorpresa a rubare ai Grandi Magazzini del Pil – attraverso il sesso saffico.

Mamma mia due ex Mostri addirittura!

Sì Barbara, il programma è stato voluto dall’Amministratore Delegato della Corporazione per trasformare questi esseri mostruosi in lavoratori della grande industria nazionale e poter scontare i loro orribili delitti.

E inoltre si offre loro la possibilità di competere per il prestigiosissimo titolo di Amico del Presidente, ma ci puoi dire qualcosa su di loro Alessia?

Guarda, non dovrei, ma vi posso dire che tutti e due hanno contratto il virus in un orribile paese straniero e poi l’hanno manifestato una volta rientrati nel nostro bellissimo paese alla fine del loro contratto di prestito temporaneo europeo.

Una storia molto triste di ingratitudine, avere la possibilità di tornare nel nostro grande Paese, dopo aver avuto l’onore di rappresentarlo in Europa gratuitamente e poi fare cose tanto orribili.

Infatti, ma stasera ci divertiremo molto con loro, sarà davvero una puntata elettrizzante. Ciao Barbara.

Vi seguiremo con grande interesse come sempre. Ciao Alessia!

Torniamo alle notizie del telegiornale: oggi il Ministro della Scienza Infusa ha inaugurato il nuovissimo parco divertimenti  Pompeiano, una meraviglia della tecnologia simbolo della rinascita di una terra deturpata dalla vergogna  dei resti romani, che il nostro governo è riuscito a risolvere definitivamente…. Ma che succede?

O mio Dio!

Amici e Amiche del Consumo, ci comunicano che i Mostri hanno circondato il nostro centro di produzione, ecco le immagini, vedete questi orribili esseri che si avvicinano agli ingressi, i miliziani aziendali li stanno già abbattendo e siamo in attesa dell’arrivo della Fanteria Tecnofederalista.

Sono centinaia e si avvicinano con il loro passo strascicato e antitelegenico, con orribili abiti dai colori non abbinati, ovviamente scarmigliati e ancor peggio è evidente che non abbiano fatto uso delle creme per la pelle imposte dal Ministero dello Star Bene… ricordate chi non contrasta il processo di invecchiamento (stanno lavorando per risolverlo) è antitelegenico e non rispetta le norme riportate nella tecnocostituzione: sei uno dei nostri eroici consumatori? Essere giovane e bello rende il tuo Paese giovane e bello.

Le ultime notizie dicono che alcuni sono penetrati nell’ala ovest, ma che sono stati fermati dagli eroici miliziani.

Il Ministro della Tranquillità sta seguendo in diretta la vicenda e presto sarà qui con le sue truppe, ora ci rilascerà una dichiarazione, colleghiamoci in diretta con il Ministero.

Il Ministero è stato invaso dai Mostri interrompete immediatamente!

Ci arrivano notizie di attacchi a tradimento in diversi punti del paese, ma la situazione è tenuta sotto controllo dalle truppe.

S’invitano i cittadini a rimanere nelle proprie case, a seguire lo svolgimento degli eventi, potranno compiere il loro dovere giornaliero di consumatori acquistando on line: il Ministero del Tecnopil – grazie ai suoi tecnici 24h – sta attivando linee di consumo connesse a tutte le case, ricordate sempre: “un Paese è bello e forte se ogni giorno rimpingui le tue scorte”

Stiamo facendo uno share mostruoso!

O Dio Pil eccoli!

Stanno entrando! Stanno entrando!

 

 





Adiós amigo

Vi ricordate quando da bambini si giocava a cosa vorresti essere da grande? Ecco io da grande avrei voluto essere – anche – Luis Sepúlveda. Poche le persone che mantengono un cuore puro e capace di scrivere parlando ai bambini come se fossero adulti, agli adulti come se fossero bambini; chi non vorrebbe avere un’anima così duttile e incline al sorriso? Quella che scaturisce dalla consapevolezza che ognuno di noi ha un verso per essere accarezzato. Sudamericano anzi cileno, che è come dire italiana anzi romana; ci sono luoghi così forti, così connotati che appartieni a essi anche per pochi centimetri al giorno, anche quando vai via perché diventano poco accoglienti, anche in esilio. Perché arrivano personaggi come Pinochet e se ne vanno personaggi come Allende, e ti torturano, ti mettono in carcere e non puoi più assistere allo scempio e neanche vuoi morire di dolore, perché la vita ti piace. Luis nasce che è già in viaggio, in una camera d’albergo, mentre suo padre fuggiva per motivi politici; del resto il nonno paterno con cui crescerà, è un anarchico andaluso che si rifugia in Sudamerica sempre per motivi politici. Mi viene da immaginare che respiri un’aria anarchica, stimolante, vicina al popolo di cui parlerà in tutti i suoi romanzi, anche tramite personaggi non umani. È pieno di gabbianelle che si sentono gatti, affrontando con immensa delicatezza il tema del corpo e dell’anima, quando si nasce in un corpo, ma non lo si riconosce. Quindi questa è la storia di un uomo che ha viaggiato tanto, di un comunista che non ha potuto fare a meno di esserlo, soprattutto con la sua scrittura colta, ma popolare. Questa è anche una storia d’amore, perché i lettori si innamorano eccome; aspettano di mandare avanti il segnalibro, di avere qualche minuto per vivere quella sensazione di relazione intima che ti dà leggere; leggendo tra le righe le proprie storie, per provare quelle emozioni che rimarranno fra te e quella pagina, te e quella frase. Esule politico, attivista per i diritti umani, ecologista, viaggiatore, guerrigliero, scrittore: un uomo libero che ha saputo interpretare la propria libertà. Ho letto il suo primo libro e il motivo per cui continuai a leggerlo con assiduità, è perché come tutte le storie vere, quelle in cui credi, i cattivi non sono mai del tutto cattivi, i buoni mai del tutto buoni; perché in ogni scelta c’è una percentuale di errore e lui questo lo raccontava. E quasi tutte le azioni hanno la loro ragione, individuale; che non sempre si può dividere tutto in giusto e sbagliato. La mia prima relazione con Luis fu “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”. Antonio José Bolívar Proaño, un uomo costretto a dare la caccia a una femmina di tigrillo che è perdutamente addolorata dall’uccisione dei suoi cuccioli e bisognosa di vendetta. Antonio alla fine riuscirà nell’impresa di uccidere il tigrillo, ma con viltà, con la doppietta e non è contento di sé, non si sente vincitore, ma un carnefice perché non ha combattuto ad armi pari. Esattamente come nel nostro mondo, uno non vale uno se l’altro ha una doppietta e tu no, quindi Bolívar tornerà nella sua capanna a leggere romanzi d’amore, romanzi che gli porta il dentista e selezionati da una prostituta. Financo i titoli dei suoi libri raccontano la contraddizione che ci manda avanti, penso a “Diario di un killer sentimentale” e come non pensare che in fondo anche la terra è nata da un’esplosione, allora un’esplosione è una cosa deprecabile? Un killer sentimentale è cattivo? Sepúlveda mi ha insegnato che “dipende” e questo rimarrà sempre la cosa che mi porterò dentro, per sempre. Luis Sepúlveda Calfucura nato a Ovalle in Cile il 4 ottobre del 1949, vissuto un po’ qua e un po’ là, fino a stabilirsi in Spagna dove muore oggi: 16 aprile 2020, ucciso da un virus infame, ma lui direbbe che un virus non sa di essere cattivo, fa quello per cui è nato.  Adiós amigo.”

 

 





Profili dalla quarantena – Giovanni

Giovanni è un operaio, uno di quelli fortunati però, lavora in un luogo dove gli operai sono ben pagati e tutelati.
 
Giovanni è un bell’uomo di origine messinese, un siciliano biondo con gli occhi grigi; uno di quelli che mi piacciono tanto, direi un bell’ombroso, nella sua vita ha molto amato, tre donne e sei figli.
 
Giovanni lavora in una stamperia, pochi contatti con l’esterno per il lavoro in sé, ma poi ognuno, terminato di lavorare torna alla sua vita, e la rete relazionale si estende creando ragnatele impensabili.
 
Del resto quante volte ci è capitato di stupirci perché coso conosceva cosa che tu conosci dai tempi dell’università, da questo punto di vista il mondo è una sputazzata diceva mia nonna, anche se adesso immaginare una sputazzata ci riporta subito a goccioline, saliva, inspiro virus, oddio il male invisibile!
 
20 giorni fa uno dei colleghi di Giovanni risulta malato ovvero positivo al covid19, ricoverato; è relativamente giovane, come Giovanni e come me è in quell’età limbo dove ancora ricordi bene l’energia degli anni precedenti e hai la netta percezione che il tempo passa con o senza di te, di alzarti ti riesce uguale, ma ogni volta ci vuole un cincinino di più; la testa però va a mille, forse a consolarti del fatto che nuove risorse arrivano e altre ti abbandonano.
 
Giovanni è solo, vive alla porta accanto, fuma sigarette infinite sul terrazzo, ha un’aria triste, non chiedo, capisco che è meglio lasciare stare; siamo vicini, ma tra i vicini non c’è più il contatto di prima spesso sono estranei, adesso più che altro dei vicini ci si lamenta, come se vivere in un condominio non richiedesse pazienza reciproca e comprensione, (questo mi riporta a un’altra storia, la storia di una che si diceva tanto amante degli essere umani purché non vivessero nel suo palazzo) poi una mattina mentre stracuravo le mie piante sbotta in uno sfogo come se ci conoscessimo da sempre: “Sono a casa da 11 giorni, adesso sono in preda a un’angoscia che non capisco, non mi manca nulla, Glovo ha risolto per me… – poi si adombra – no non è vero che non mi manca nulla, mi mancano i miei bambini e adesso ho anche paura di averli infettati, io in quarantena, la mamma in quarantena e loro che non capiscono cosa succede. Il più grande – otto anni – ha tanti problemi relazionali e ogni giorno aveva psicomotricità; adesso ci vediamo in video e non capisce perché non ci vado, la sua routine si è interrotta è molto agitato, stringe forte forte il fratello piccolo al punto da fargli male. Non ho più neanche voglia di annaffiare le piante… guarda che schifo!”
Gli sorrido: “Se vuoi alle tue piante ci penso io”
Giovanni sorride: “Ancora poco e finisce questa quarantena, non mi hanno fatto il test, dici che sarà sicuro andare a trovarli, ovviamente dopo la quarantena di Isabella? Che avendomi incontrato è in quarantena anche lei.”
 
E adesso cosa rispondo? “Giovanni cosa sia sicuro io non l’ho mai saputo prima, adesso men che meno, ma tu stai bene, non hai sintomi, ‘mbè credi a questo, non c’è molto altro da fare.”
 
Questo virus non sta solo mangiando avidamente i polmoni delle persone, sta mangiando gli affetti, ma ci sta anche riavvicinando, ci porta a raccontarci di nuovo con meno diffidenza; perché sì avremo anche tutti paura, ma questa paura ci sta unendo, ci fa sentire – paradossalmente tutti uguali – e anche se a volte i nostri nervi saltano e ci danno fastidio i comportamenti altrui, le relazioni vivono di una nuova confidenza, una confidenza che serve a scaldare il cuore.
 
Oggi Giovanni esce, Isabella anche ha concluso la quarantena, sono una coppia separata, ma finchè c’è questa situazione hanno deciso di vivere assieme, dicono per i bambini, ma penso che invece sia perché c’è bisogno di stare vicini, anche per i bambini; forse potrebbe rinascere la loro storia adesso, su nuove basi, sulla consapevolezza che questa separazione fisica ha fatto “male” a tutti.
 
Forse no, ma mi piace tanto pensarlo.
Buon.

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina: Renato Guttuso, Balcone a Velate, al tramonto, 1967. Olio su tela cm. 190×270 (due elementi di cm. 190×135 ognuno) 




Casa

Io qui potrei anche tornarci tra mille anni, trovare solo macerie o un grande supermercato; comunque girerei col naso in aria, come i cani, finché non avrei ritrovato il posto.

Comunque mi struscerei alle pareti come i gatti. Anche con una benda nera sugli occhi ci sarei potuta tornare.

Una di quelle cose su cui non credo potrei barare.

Non è una questione di strade, di indicazioni, di probabili smarrimenti.

E, in fin dei conti, non è nemmeno una questione di certezze o di solidi investimenti.

È casa.

Fatta di cose messe insieme e mescolate con una certa aria.

È casa, ci torno per forza e desiderio.

Giro la chiave e sento la continuità con il mio odore.

Trascino con me gli odori di fuori, spalanco le finestre per cambiare aria, ma non cambia davvero, per un attimo l’aria di fuori prende il sopravvento, poi ritorna esattamente quell’odore di vita tua.

Il detersivo per i pavimenti, l’olezzo rimasto in cucina del tuo cibo – che ogni sugo ha la sua personalità – ai mille soprabiti appesi all’ingresso, le sigarette, i gatti, il dentifricio che non è mai il caso di chiudere… sì, sì anche lui ci mette del suo.

Tutto pronto per essere casa.

Siamo tre + due, due + due in verità, ma l’odore di Matteo è sempre là: una formula precisa di gesti e aliti che fanno odore, ognuno porta il suo, che diventa un po’ l’odore dell’altro.

Ci puoi mettere gli stessi odori e sapori e abitudini in un qualsiasi altrove, imitare il tutto nel migliore dei modi, con dovizia e meticolosa ricerca dei particolari.

Niente.

Quella cosa sarà sempre un clone.

Te ne rendi conto quando torni, non puoi accorgertene mentre ci sei, almeno se prima non sei mai andato via.

Te ne accorgi quando annusi altri posti che sono “casa”, ma non per te.

Te ne accorgi quando assaggi un’altra vita.

Ora potrei ricordare anche quanto sia importante ricordare che una casa non è fatta solo di mattoni, ricordare tutte le case che sono state casa e gli anni esatti che hanno impiegato a diventarlo; ma non riesco granché.

Casa in me assume un concetto unico, le mie case si sono sovrapposte le une alle altre, tutto il buono e tutto il marcio adesso sembrano ingredienti di un unico calderone.

Vivisezionare una casa è la cosa più stupida del mondo.

Una casa è come una vacanza presa in pacchetto full.

Ha i balconi, le finestre, le pietre, il lato al sole e, chi ha fortuna, un po’ di giardino. Di certo ha le pareti ed il tetto.

Tutto il resto è altamente variabile, ma si chiama casa.

Ed è tutto quello che voglio, non proponetemi mai alberghi, se possibile, li detesto e non ci dormo mai bene, figuriamoci sognare.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina ©Laurent Chéhère




Desidero esistere

Carla viveva a Roma ormai da più di 25 anni, era partita dal suo paese per frequentare l’università, Roma rappresentava la libertà attesa dalle scuole medie, il mettersi alla prova, le piazze grandi e tanti cinema.
Carla non si era mai pentita di questa scelta, anzi le piaceva vivere nella Capitale.

Lo vede subito. Immobile con le mani in tasca, sembra anche spaventato, le 4 del mattino; si sta pentendo di essere andata via tanto tardi e pure da sola, ma una serata così piacevole, in terrazza a fine maggio, ballare e chiacchierare, era rimasta fino all’ultimo.

La vede anche lui. Qualche rapido passo e svanisce dietro l’angolo, a metà del sottopassaggio, ‘forse dovrei girare i tacchi e andarmene”, ma no Carla non ci riesce, sa che se lascia vincere la paura potrebbe anche smettere di uscire, dopo tanti anni di libertà non se la sente di rinunciare, poi dovrebbe rinunciare al cinema da sola, al ristorante, alla visita culturale, al chiaro di luna, a tutto quello che ha sempre fatto.

“Stai calma stai calma stai calma. Non è niente non è niente.” quasi a ritmare il passo e il battito del cuore.

Si gira, nessuno. Nessuno dietro, nessuno davanti, eppure accelera il passo, arriva all’angolo, pochi passi e sarà a casa al sicuro.

Un movimento rapido, rosa tra abiti scuri, tra le pareti dello stomaco. Un baluginare di carne che si agita nella mano: è come se stringesse il suo cuore e lo facesse sobbalzare su e giù. Continua a pensare ho 45 anni ed è come se ne avessi 5, non posso fare nulla.

Giovane, giovanissimo, diafano con la pelle butterata, continua a masturbarsi; Carla si vede dall’esterno ormai, quasi fosse la scena di un duello; è costretta, ma spera sia solo un esibizionista di quelli che lo fanno tanto per, certo è orribile, ricorda i discorsi di casa in cui si diceva che un esibizionista violenta la tua anima, ma non il tuo corpo, in certi momenti ci si accontenta davvero di niente.

Noi donne lo sappiamo benissimo cosa non dovremmo mai fare, ma prevale la voglia di esistere, certo che Carla lo sapeva che mai i sottopassaggi, mai da sola tanto tardi, eppure lo faceva uguale; avete mai provato la sensazione di dover limitare la vostra libertà solo perché potrebbe essere troppo pericolosa?

È inaccettabile, considerare “saggio” condizionare le proprie scelte non è possibile, però sin da bambina te lo chiedono, sempre preceduto da un “ma” avversativo, un “avresti anche ragione, ma”. Ma cosa?

Ma sei nata donna.

Il biondo slavato adesso si muove rapidamente, mi butta in ginocchio, sento qualcosa puntato alla tempia, non posso guardare, preme, fa male, mi abbassa la testa e me lo mette in bocca, ho paura vorrei vomitare, non riesco, non posso, se lo faccio magari mi ammazza.

Finisce, si rimette dentro il pezzo di carne, si calca il cappellino in testa e se ne va; Carla rimane stordita e nauseata, pensa “poteva andarmi peggio” e mentre lo pensa lo sa che è un pensiero sbagliato, ma anche inevitabile, lo stupro è una minaccia alla vita; l’ultima cosa che difendiamo.

Sale a casa, chiama un’amica, di corsa si recano in Questura; Carla racconta l’accaduto, continuando a sfregarsi la bocca con la manica, l’agente di turno la squadra, osserva la gonna, poi la guarda negli occhi e le dice: “In questo quartiere contiamo circa una ventina di aggressori sessuali, può sporgere denuncia contro ignoti, faremo del nostro meglio, ma sa come sono questi maniaci, difficile identificarli con sicurezza quando è notte, si ha paura… alla fine possiamo fare poco.”

Carla non sa più che fare, è arrivata già la paura successiva, quella di una malattia; certo non le va di andare a casa, la sua amica la prende sottobraccio e se la porta via, il giorno dopo andranno in ospedale per le analisi, nessuna delle due riesce a parlare, ma si intuisce un pensiero arcaico di vendetta, un qualcosa che ti fa venir voglia di segnarli tutti con una lettera scarlatta, di esibirli, di mostrarli, nelle piazze, che se essere donna è uno stigma allora provalo anche tu cosa significa, che ogni sottopassaggio, androne, vicolo venga illuminato, vorresti infliggergli il supplizio del sole, come a un vampiro, per strapparlo dalle pieghe della vergogna che provi, per far sì che il sole illumini la verità, io mi vergogno del silenzio che ogni giorno mette a tacere tutto questo, mi vergogno per me, mi vergogno di ritirare le analisi, mi vergogno e non posso smettere di vergognarmi anche se vorrei.





#1

Beatrice coi suoi 30 anni aveva già quell’aria da zitella ringalluzzita che avrebbe dovuto acquisire con il passar del tempo.
Potevi immaginarla, a 45-50 anni, come madre di successo, anche senza figli; con una bella pelle idratata e i capelli lunghissimi, un culo da urlo e una grande competenza in ritocchini.
Cosa la rendesse tale penso fosse quel sottostrato di conformismo e di bisogno di piacere a tutti, insicura fino al parossismo; non rispondeva mai in modo spontaneo, vedevi che si fermava, per carità non è detto che riflettere sia sbagliato, anzi; ma se ti chiedo la vuoi la pasta? mi aspetto risposte semplici, non contorte elaborazioni intellettuali per arrivare a proferire – comunque – un sì o un no.

Nature come quella di Vincenzo erano al tempo stesso attratte e repulse da donne così, ma indubbiamente anche lui era uno di quelli che a retropensiero ci andava pesante, e lei era bella, molto.
Si erano incontrati a una noiosissima “cenetta” tra amici, la noia fu galeotta, essendo gli unici muti della combriccola, inevitabilmente iniziarono a conversare fra di loro.

Partirono parlando dei comuni amici per arrivare a scoprire di aver frequentato la stessa scuola elementare; ecco quando scopri un passato in comune con qualcuno ti rilassi, come se quel passato fosse una garanzia, una sicurezza, qualcosa che non può che averti reso buono e affidabile, almeno quanto me.

Beatrice si fidò di Vincenzo, iniziarono a frequentarsi, si piacevano davvero? Mah, secondo i comuni amici non c’era niente di più distante da Vincenzo di Beatrice e viceversa, eppure avevano la scuola elementare che li univa e questo – loro – non potevano capirlo.
Finché all’improvviso, un déjà vu; quel ragazzino stronzo che la pigliava in giro, più grande di lei, che ripeteva la quinta elementare da due anni; assomigliava moltissimo a Vincenzo, gli anni non corrispondevano, però.
Beatrice iniziò a osservarlo di sguincio, a sospettare, non avevano ancora fatto l’amore, a quel punto un’angoscia incontenibile la assalì e se si fosse ritrovata a letto con lui e scoperto che aveva IL neo a forma di ananas all’interno caviglia? quel neo che ricordava quando lui la buttava a terra nella polvere del cortile, gridandole “cicciona quattr’occhi, tuo padre vende i fiori al cimitero per farti essere così deforme?”

Fu allora che per Beatrice riuscire a vedergli la caviglia divenne un’ossessione, più del culo, dei ritocchini, di tutto; e riprese a mangiare, mangiare, come se la bambina fosse riapparsa dalle nebbie del passato; ma lui pareva non accorgersene, finché un pomeriggio sonnacchioso in cui lui era andato a trovarla – sperando che si arrivasse a concludere qualcosa – lei lo stordì con un caffè ‘corretto’ e, alla prima occasione, gli sollevò il pantalone, il neo era lì; la donna non si scompose e con un coltello asportò il neo in un colpo solo, mentre lui urlava di dolore e lei sussurrava: “Ora sì che siamo tutti e due diversi da quei bambini; io non sono più una cicciona quattr’occhi e tu non sei quello cattivo con il neo a forma di ananas”





Roma città Eterna?

È una bella giornata di inverno solare a Roma, è raro che sia così limpido
da vedere i castelli dal mio balconcino, torno da una felice e pensierosa
passeggiata al parco della Caffarella.
Mi piacciono le ville di periferia, sono pezzi di natura che casualmente la
città non ha inghiottito. In mezzo ai palazzoni dell’Appio un tocco di
poesia che commuove ancora di più per il contrasto.
Le ville di periferia non sono eleganti e istruite come le altezzose ville
del centro, gonfie di visitatori che non sanno che non stanno vedendo Roma, ma quello che tutti sanno di questa città.
Non sanno delle panchine occupate sempre dagli stessi occhi, degli uomini
soli che cercano rifugio in donne culturalmente sconosciute, ma una carezza non ha nazione – non trovi? -, non sanno dei bambini sudati e dei genitori che ripetono il vecchio ritornello: “còprite che sei sudato e poi te piji er rafreddddore…”, non sanno dei giovani che sballano in tanti modi, delle coppiette un po’ coatte che ciancicano gomma e si sbaciucchiano e si dicono: “A ci’, t’amo da mori’!”. Non sanno, ma soprattutto non vogliono saperlo perché ce l’hanno anche a casa loro, allora ogni giorno questa città si sveglia e cerca di mantenere intatti i sogni su se stessa.
Nessuno viene qua per vedere la realtà, per essere eterna questa città si
deve inventare uno spazio al di fuori del tempo: i busti severi di villa
Borghese ci fissano e si indignano per le inevitabili mutilazioni, il
Colosseo che essendo un circo non riesce proprio a credere di essere così
interessante, e tante tante chiese che mi chiedo sempre perché sono chiuse
proprio la notte quando l’uomo è più solo e ha freddo, perché sono chiuse
quando ce ne è più bisogno? È la notte che si ha bisogno di Dio.