Bigliettai si nasce
– Cornuto! Quasi quasi gli vado appresso e gli rompo la testa!
– Ehi, con chi ce l’hai?
– Con quell’operaio dei Cantieri Navali, ce l’ho!
– Bravo! Te la pigli con i compagni, ora?
– Disonorato! Deve ringraziare che sono un pubblico ufficiale.
– Pubblico ufficiale? Non ne sono sicuro. Bigliettaio sei. Che ti ha fatto?
– Hai visto il gruppetto che aspettava davanti ai Bagni Virzì?
– Eh!
– Certo, che l’hai visto. Sei l’autista.
– Allora?
– La vettura era ancora vuota, no? Sale il primo viaggiatore: Abbonato, dice, e passa avanti. Il secondo: Invalido civile. Il terzo: Invalido di guerra. Il quarto: Militare. E passa pure lui. L’operaio sale per ultimo, si siede davanti al mio gabbiotto: Profugo, fa. Mi viene da dire: Nuddu cuinnutu paa ‘u bigliettu, stamatina?
– Come?
– Nessun cornuto paga il biglietto, stamattina? Il siciliano non lo capisci?
– Lo sai che son nato a Lodi.
– Vero è, ma tua madre è dell’Albergheria e tuo padre della Kalsa. Finiscila, sei di Lodi a convenienza tua. Comunque, l’operaio mi guarda, scuote la testa: Dura la vita del bigliettaio, ah? Facile non è, dico io. Non immagini che quella dell’operaio sia tutta rose e fiori. Vita di sacrifici. Pensi che io, nel ’35, partii da solo per l’Abissinia: ero sposato da un mese e mia moglie già aspettava. Ma il bisogno è bisogno e feci di necessità virtù. Per fortuna sono sempre stato un gran lavoratore. Trovai subito la mia strada. In capo a un anno avevo impiantato una fabbrica di camere d’aria che rendeva una fortuna. Intanto mio figlio era nato, cresceva in fretta. Mia moglie, che già era cagionevole, era debole per la gravidanza e il parto. Aveva bisogno di qualcuno che la assisteva, non se la sentiva di raggiungermi. Di tornare in patria non se ne parlava. Mi dovetti rassegnare. Ma io – lei è uomo e capisce – non potevo restare solo. Un masculu ca è masculu, un vero maschio, deve avere una donna che lo accudisce, per il mangiare, la pulizia, la biancheria. Per aver un po’ di conforto la notte.
– Soltanto! Come dargli torto!
– Già.
– Ti ha raccontato tutta la sua vita?
– E io, cretino, che lo stavo a sentire. Così, qualche mese dopo il mio arrivo, mi metto dentro una ragazza di vita che ho conosciuto in un casino, mi dice. Una giovane tuicca…
– Eh?
– Turca, scura di pelle, va’.
– Ma i turchi sono chiari. Spesso biondi.
– Che ne so. Così mi disse quello e così ti dico. Una turca, bellissima, mi dice. Le affido la casa, i denari. La tratto come una moglie. Tanto che quando resta incinta, visto che sono sempre stato cattolico apostolico romano osservante e praticante, non solo le permetto di tenere il bambino ma gli do il mio nome e lo cresco come un figlio legittimo. E siccome mia moglie era sì malaticcia, ma aveva un carattere di quelli… ce l’ha tuttora, a dire il vero… è capace di cancellarti dalla sua vita se le fai un torto piccolo così; se viene a scoprire l’esistenza di questo bambino… meglio che lo sappia da me. Ci penso e ci ripenso. Sì, meglio raccontarle tutto. Quello che succede, succede. Lei si piglia il suo tempo ma alla fine mi risponde: “Giovanni, il primo impulso che ho avuto dopo aver ricevuto la tua lettera è stato quello di rivolgermi a un buon avvocato per ottenere l’annullamento del nostro matrimonio presso la Sacra Rota. Ma poi mi sono detta: doveva succedere. Un uomo come Giovanni non può restare senza una donna per troppo tempo. Almeno hai fatto del bene; hai sfamato e redento una povera traviata. Io non posso più avere bambini, e la mia salute non mi consente di assolvere i doveri di una buona moglie. Così ho deciso di darti il mio consenso”. Felice della sua benedizione, vissi bene per qualche anno. Poi scoppiò la guerra. Pareva dovessimo fare sfracelli, finì come lei sa. Fatima morì sotto un bombardamento degli inglesi. Io persi la fabbrica. Restai solo, con quel povero figlio e con una valigia piena di banconote che non valevano più niente: me ne tornai a casa, più povero di quando ero partito.
– Che è successo poi? Com’è andata a finire?
– Ti sei appassionato?
– Che male c’è?
– Nessuno! Stronzo pure tu. Ora ti conto il resto, vediamo se non ho ragione a volergli rompere la testa. Non immagina la consolazione di mia moglie. Accolse Antonio, il bambino di Fatima, come se fosse stato suo, e riuscì a farlo accettare a nostro figlio. In quegli anni gli aveva raccontato di questo fratello sconosciuto e Francesco lo aspettava con ansia. Un comportamento ammirevole, gli dico. Cosa devo dirle, mi fa. Per anni ho creduto di aver voluto bene ai miei figli alla stessa maniera. Ma l’altro giorno, Francesco, il grande, dopo cena, mi dice: “Papà, se sei d’accordo, dopo la maturità vorrei fare l’università. Ho pensato a medicina”. E io: “Posso dirti di no, figlio mio? Certo, saranno sacrifici, ma tu meriti e sarai accontentato”. Poco dopo si avvicina Antonio: “Papà, l’anno prossimo pure io mi voglio iscrivere all’università, magari in ingegneria”. E io: ” No gioia mia, non te l’avere a male: tu che sei figlio di buttana fai il bigliettaio…”.
– Togo – Togo? Che cosa, togo! Ti devo alzare le mani?
– No, no. Per cortesia! Chi la porta la macchina, poi? Andiamo, non te la prendere: ti offro un caffè, se mi offri una sigaretta.
– È stato fortunato che l’ho capita tardi.
– Ma tu pure, che ti ricordi tutta la storia, coi nomi, persino.
– Ancora!
– Scusa, come non detto. Però: No gioia mia, tu che sei figlio di … scusa… scusa… ahi! Chi si, pazzu?
– Ma tu non eri di Lodi?
Da un fatto realmente accaduto a Palermo, nel secondo dopoguerra, sulla linea 1 Via Oreto – Leoni, una storiella di Pino Caruso e un breve racconto.
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