Rovistando fra rete e social network, osservo il fiorire di scuole e laboratori di scrittura creativa, da almeno un paio d’anni. Quasi si sentisse l’urgenza di dare alle stampe i propri pensieri ricavandone imperdibili romanzi e racconti.
Un’amica
psicoanalista sostiene che per farsi notare occorre scrivere almeno un libro,
pena l’oblio al quale ci costringe la nostra finitudine, e ciò probabilmente
riferendosi a individui che palesano incertezze sul proprio valore.
Vorrei
dire quello che penso senza peccare di supponenza o eccessiva severità: quando
scriviamo per dare al mondo un segno significativo e memorabile del nostro
passaggio, occorre dimostrare talento e vocazione come requisiti minimi.
Esclusi
i meritatamente grandi autori della narrativa mondiale, oggi assistiamo alla
consacrazione rituale di alcuni autori minori per qualità delle loro opere,
osannati dal grande pubblico e dai mass media; preferisco sorvolare sul
velleitarismo di talune soluzioni.
La vocazione da sola non basta e il talento è una dote naturale o è rinforzato da una buona pratica sull’uso dei ferri del mestiere?
A tal proposito faccio ricorso alla testimonianza di Murakami Haruki, riconosciuto romanziere di successo, il quale ci spiega come fare, nel suo libro intitolato Il Mestiere dello scrittore, in modo confidenziale, coinvolgente e impeccabile nello stile.
Un
saggio alla Murakami, perfettamente identificativo del suo essere uno scrittore
non convenzionale: leggerlo è come entrare a casa sua, sedersi sul divano e
ascoltarlo raccontare.
Murakami, lungi dal presentare tesi accademiche sulla scrittura, divulga il suo metodo nel quale spiccano espedienti, alcuni apparentemente stravaganti: dal semplice invito alla lettura come abitudine connaturata – è indispensabile leggere per comprendere gli altrui costrutti, confrontandoli con i propri -, alla non futile flânerie di chi si perde nel girovagare. Infatti, compito del flâneur è perdersi nell’osservazione attenta di cose, persone, fenomeni, senza dare giudizi di valore; trasformare poi il tutto in materiale utile alla costruzione del romanzo.
“Autori
eccelsi, autori così così, autori insignificanti…non ha (alcuna) importanza,
l’essenziale è leggere in continuazione. Far passare dentro di sé il maggior
numero possibile di storie. Frasi scritte in modo meraviglioso, ma a volte
anche mediocre.”
Sottolineo “far passare dentro di sé” (mi fido della traduttrice).
Un cenno al capitolo quinto dedicato al cosa scrivere; Murakami ci soccorre spiegando quanto sia importante non tanto esprimere giudizi, quanto immagazzinare informazioni attivando un “processo minimo” di organizzazione delle medesime: accumulare materiale con la pertinacia del collezionista e trattenere dettagli peculiari; infine riporre il tutto in una Wunderkammer del pensiero. Curioso il procedimento di estrazione e utilizzo di questo materiale apparentemente inerte, che diventerà “vivo” e “altro” entrando nel contesto narrativo. Come? Leggete il libro e lo scoprirete.
“Inutile
dire che per me, che sono uno scrittore, le informazioni stipate in quella
cassettiera sono un bene insostituibile, di grande valore.”
Ora, cari lettori di Diatomea passo a sottoporvi una recensione del libro, ad opera di LorenzoLeone, nel suo blog Cabaret Bisanzio. Recensione accurata, tale da rendere inutile che io faccia altrettanto.
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Le città visibili
La
narrazione sulla città è ampia e ricca di trappole mentali nelle quali non
vorrei cadere: stereotipi in abbondanza, tesi pro e contro la definizione di un’identità
subordinata al sentire comune, la diffusa ignoranza sul tema dell’innovazione,
la mistica degli archistar e il potere delle amministrazioni locali in fatto di
scelte e visioni strategiche dello sviluppo urbano.
Premetto
che non faccio di mestiere l’architetto, ho altre competenze, quindi il mio
intervento è quello di una cittadina osservatrice auspicabilmente lucida, nel
considerare il “cosa” e il “come” per quanto attiene allo sviluppo delle città.
Quindi aspettatevi più quesiti che risposte confezionate per l’occasione.
La città di riferimento è Milano, dove sono nata e vivo tuttora e che conosco bene.
Da qualche tempo spuntano come funghi classifiche sulla vivibilità delle città; recentemente Milano si è guadagnata nientemeno che il primo posto, nonostante la qualità dell’aria che non può certo dirsi soddisfacente, stante la diffusione delle polveri sottili e qualche altro antipatico inquinante.
Vero
è che negli ultimi dieci, quindici anni la città ha fatto passi da gigante nel
miglioramento dei servizi: dal trasporto pubblico alla gestione dei rifiuti,
dalla volontà di sviluppo della mobilità dolce, alle politiche di accoglienza e
inclusione.
Pare che Expo 2015 abbia dato un buon contributo all’incremento del turismo e dell’offerta culturale in fatto di mostre d’arte e raffiche di eventi che dinamizzano la partecipazione cittadina.
Non tutti, però, sono d’accordo che ciò basti a trasformare una metropoli a vocazione internazionale, in una smart city. Già, cosa si intende per smart city ? Avere il Wi-Fi libero in tutti i quartieri, finanche al cimitero ? Non credo proprio.
Cimitero di Greco, Milano.
La
prima questione riguarda il cosiddetto “modello di città”. Ha senso parlare di
modelli, quando si sa per certo che non esiste una città ideale, spesso fondata sul confuso concetto di
organismo?
“La
città è l’insieme non ordinato di frammenti, parti separate che per lo più non
hanno legami, e che appartengono indifferentemente alla città antica o alle più
recenti espansioni.”
I frammenti della città e gli elementi semplici dell’architettura, G.Motta, A. Pizzigoni, ed. Clup
Secondo
questi autori, la città è vista come una combinazione di particelle e non come
un insieme coerente: “È questa attenzione al particolare che caratterizza
oggi la rappresentazione della città; un marciapiede, una vetrina, la scala di
una casa, un balcone, la panchina di un giardino pubblico, […] sono le immagini
che hanno permesso di rappresentare la città nel modo più convincente.
L’analisi dei frammenti non cerca di ricreare un insieme coerente, ma accetta e
persino celebra la complessità della situazione.
Milano dopo il miracolo, John Foot, ed. Feltrinelli
Date queste premesse, mi corre l’obbligo di introdurre l’annosa questione delle periferie, cavallo di battaglia dell’attuale giunta comunale che ha varato il Piano Quartieri, un grande progetto di riqualificazione delle periferie, covato con discreta ansia dai gruppi di opinione pro e contro, per esempio, alla riapertura dei Navigli e considerato con attenzione dai comitati cittadini che praticano la democrazia partecipata in fatto di rigenerazione urbana.
Insomma quello delle periferie è storicamente considerato un vulnus al quale si deve porre rimedio per rendere più organico l’assetto urbano e meno stridente il divario tra centro e periferia. Questo nelle intenzioni e nell’immaginario collettivo.
Allora
proviamo a definire la periferia, in contrapposizione al centro urbano. Una
zona ai margini del centro storico, una cintura esterna, un’area urbana ben
definita, per così dire, che è poi il termine tecnico di periferia. Francamente
inesatto, poiché la periferia continua a spostarsi.
Se consideriamo, ad esempio, i quartieri Isola e Garibaldi che fino ai primi anni novanta erano prettamente quartieri popolari, grazie alla trasformazione delle ex Varesine (dove un tempo c’era un grande luna park) nel rinomato e plurifotografato quartiere di Porta Nuova con il Bosco verticale, Piazza Gae Aulenti con il grattacielo Unicredit che ha rivoluzionato lo skyline cittadino, ci rendiamo conto di quanto astratto e impreciso sia parlare di periferia come di un insediamento immodificabile.
Certo, considerati i tratti distintivi e convenzionali della periferia: il grigiore uniforme delle case, l’edilizia speculativa, i giardinetti sguarniti e, da qualche tempo, l’azzeramento delle piccole imprese e botteghe artigianali, sostituite da immensi supermercati, mi domando se sia lecito definirli elementi semiotici [1], ossia tratti corrispondenti a un codice iconologico ben definito.
Paesaggio urbano.
In
questo caso la periferia denuncia tutta la sua marginalità, diventando corpo
estraneo, un territorio desolato da evitare.
Eppure non tutte le periferie si assomigliano mettendo in mostra la loro fragilità. Una variazione sul tema ce la offre Nolo (North of Loreto), la social street per antonomasia.
Periferia nord-est, quartiere popolare e multietnico, per nulla uniforme nell’estetica degli edifici, divenuto una community dapprima virtuale su Facebook, poi comunità reale di individui che praticano il buon vicinato, frequentandosi e attivando quella socialità fatta di momenti di intrattenimento collettivo e senso di appartenenza. Una sorta di gentrificazione, anche se gli abitanti negano questa attribuzione; di fatto si riduce la distanza fra le persone che un tempo nemmeno si salutavano incontrandosi per le scale.
Piccola nota a margine: nel cuore di Nolo si trova Casa Lavezzari, edificata nel 1934, progetto degli architetti Giuseppe Terragni e Pietro Lingeri, un esempio di architettura razionalista.
Casa Lavezzari a Nolo, 1934. Architetti Giuseppe Terragni e Pietro Lingeri. Immagine tratta dal web.
“Dobbiamo
sfatare un mito: la periferia non esiste più”
Stefano
Boeri
Allora cerchiamo di non stigmatizzare la città contemporanea intesa come degenerazione o superamento della città antica: oggi emergono nuove potenzialità, stili di vita, commistioni tra il vecchio e il nuovo che nulla hanno a che spartire con una rigida divisione della società in classi, un tempo ripartita tra quartieri eleganti e rioni popolari che, di questi tempi, hanno smarrito la loro originaria natura di milieux ben rappresentati. Semplicemente prendiamo atto della complessità.
Un capitolo di questa breve ricognizione sulla città e le sue controverse articolazioni, lo riserverei al fenomeno degli archistar. City Life (ex Fiera Campionaria), Porta Nuova, Apple Store alle spalle del Duomo. Questi siti interessati da un radicale rinnovamento dell’estetica degli edifici – non entro nello specifico tecnico – hanno sortito differenti reazioni da parte dei milanesi: dall’accoglienza entusiastica degli amanti del nuovo e appariscente look delle torri Isozaki e Hadid a City Life, le case transatlantico, sempre progetto Zaha Hadid e l’edificio residenziale Liebeskind, ai detrattori sistematici verso qualunque rinnovamento. Tutto intorno all’iperbolico insediamento, la sobria eleganza delle case della Milano bene, costruite mediamente negli anni trenta per la borghesia abbiente.
Render delle torri di Isozaki, Hadid e Liebeskind a City Life, Milano, immagine tratta dal web.Casa transatlantico, architetta Zaha Hadid. Immagine tratta dal web.
Che
si diceva all’inizio? Frammenti, particelle, parti separate…
Infine, la ciliegina sulla torta nell’ambito di queste considerazioni è decisamente l’Apple Store (progetto Stefan Behling dello Studio Norman Foster), di recente inaugurazione: la fontana di vetro, un parallelepipedo alto otto metri all’interno del quale l’acqua zampilla saturando il manufatto; la fontana sormonta la scala che conduce a un ipogeo, l’ingresso del megastore.
In un mio articolo pubblicato su altra testata, l’Apple Store è stato inizialmente oggetto di “turismo totemico” da parte dei visitatori attratti dalla novità. Il che mi fa pensare, con un’ardimentosa ellissi, tra realtà e finzione, ai primati che si raccolgono attorno al monolite, nel film di Stanley Kubrick 2001 Odissea nello spazio.
Apple Store, Milano. Immagine tratta dal web.
Il
tutto a una manciata di chilometri dalle bistrattate periferie sopra descritte.
Tutto
ciò premesso, cosa sarà più straniante secondo voi ?
[1] Sia detto per inciso, sulla relazione tra architettura e semiotica, ha indagato Gillo Dorfles: Simbolo comunicazione consumo, 1962.
“Ritengo invece (e questo punto mi sembra fondamentale tanto più perché contrasta con quanto viene sostenuto oggi dalla maggior parte dei ricercatori) che esista, non sempre, ma spesso, un « quid formale » – potremmo definirlo un gestaltema – capace di comunicare qualcosa esclusivamente in base al suo aspetto formale-configurazionale.”
Gli instancabili Gemelli del giallo, Alberto e Giorgio Ripa, di nuovo sulle scene con un avvincente thriller culturale: L’alba di un nuovo giorno, il loro quinto romanzo dato alle stampe.
Personaggi
e interpreti il detective italo-inglese Tobia Allievi e il London team, la
squadra investigativa dell’Europol, composta da esperti nelle varie discipline
forensi.
In questa vicenda Tobia Allievi si trova alle prese con il ritorno di una vecchia conoscenza: Latin killer evade dal carcere rendendosi latitante (abbiamo incontrato Latin killer in un precedente romanzo: Melodia fatale).
Domitilla
Di Mauro, la terminologa del London Team, nel corso del tempo divenuta moglie
di Tobia Allievi e madre della piccola Aurora, anche in questa avventura ha il compito di scardinare un sofisticato
labirinto lessicale, che è la vera singolarità dei romanzi dei fratelli Ripa. Leggeteli
e capirete.
Una sfida condotta dal serial killer, volta a confondere chi si farà carico dell’indagine, rendendo ancor più enigmatica la ricerca della verità.
Alberto
e Giorgio Ripa, di professione chimici, si sono scoperti, quasi per caso,
navigati ideatori di fitti intrecci narrativi che catturano il lettore
risucchiandolo in un vortice di misfatti e depistaggi, chiedendogli di cooperare. In qual modo potrà
farlo? Seguendo il filo di Arianna che lo guiderà verso l’uscita dal labirinto
narrativo.
Per catturare l’assassino è d’obbligo percorrere un dedalo ricco di rimandi al mondo classico, ideato da una mente deviata, appartenente a un soggetto criminale al quale non basta la “soddisfazione” di aver commesso più di un delitto; Latin killer deve espandere il suo perverso piacere seminando indizi costituiti da frasi in latino, per tenere in scacco gli investigatori: segnatamente l’introverso profiler Tobia Allievi – Allievi sente ancora vivo dentro di sé il dolore del bambino traumatizzato dalla perdita precoce del padre – affiancato dalla consorte Domitilla, ruolo chiave al pari del titolare delle indagini.
Il cadavere di una ragazzina di undici anni è ritrovato nel fossato della Torre di Londra; Kate Scott, così si chiama la prima vittima, indossa un tutù, ha un dito indice mozzato e infilata in gola una cartolina raffigurante la Danza macabra di Clusone, provvista di un messaggio in latino scritto a mano con il sangue e firmato con la lettera H; accanto alla vittima un tappeto persiano e un carillon che suona un brano dal quarto movimento della sinfonia numero quarantacinque di Haydn.
In questo coinvolgente thriller c’è spazio anche per una new entry nelle fila del gruppo investigativo: Bianca Valenti, grafologa amica di Domitilla; Bianca collabora alle indagini per quanto di sua competenza, ossia contribuire alla cattura dell’autore della serie di omicidi di cui si narra, per mezzo dell’analisi grafologica: “Non riesce a controllare le sue spinte emotive e spesso agisce in modo irrazionale. E cosa c’è di più irrazionale di un omicidio? ”
Ricostruire il profilo psicologico dell’assassino è di sicura utilità per far luce sulle vicende di cui è costituito il caso e dissolvere il mistero: tra una Londra alle prese con le Olimpiadi del 2012, Ginevra e la Val Seriana, tra circostanze risalenti alla seconda guerra mondiale e fatti più recenti; cruciale il coinvolgimento del noto apparato di sicurezza nazionale, il Servizio segreto di Sua Maestà.
Anche in questa storia criminale alquanto adrenalinica, non mancano gli ingredienti di un buon thriller: ritmo, tensione, immedesimazione, agnizione; effetti garantiti dai tecnicismi costruttivi del testo che ben si accordano accontendando, in tal modo, anche il lettore più esigente e smaliziato. Con L’alba di un nuovo giorno Alberto e Giorgio Ripa si confermano autori capaci di trovare la misura aurea per stimolare l’attenzione di una platea che cerca sia l’intrattenimento, sia il ragionamento. Un’opera riuscita è quella che favorisce la rilettura.
Cari lettori, l’alba di un nuovo giorno sta per arrivare.
Dei Gemelli del giallo ricordiamo i seguenti titoli: Melodia fatale, L’ultima mossa, Attrazione fatale,Le ali della vendetta.
Alberto e Giorgio Ripa sono nati a Milano nel 1962. Hanno frequentato entrambi il liceo classico, diplomandosi con la stessa votazione, e si sono laureati nel 1985 a poche ore di distanza l’uno dall’altro. Alberto in chimica e Giorgio chimica industriale; non indovinereste mai: stesso voto di laurea.
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Umberto Eco. Sulla televisione. Scritti 1956-2015
“I mezzi di massa non trasportano ideologie; sono essi stessi ideologia.”
Umberto Eco
È ancora attuale parlare di televisione come mezzo o come linguaggio, considerata l’evoluzione dei mezzi di comunicazione di massa? A questa domanda potrebbe rispondere, anche in retrospettiva, questa interessante e prima d’ora inedita raccolta di scrittisulla televisione, dal 1956 al 2015, opera dell’autorevole filosofo, medievista, semiologo e massmediologo Umberto Eco, scomparso nel 2016 e del quale qualcuno, sono pronta a scommettere, sente la mancanza.
Il libro, edito da La Nave di Teseo, è destinato al lettore colto interessato a compiere una ricognizione sul fenomeno televisione in alcune sue sfaccettature: la televisione come mezzo di comunicazione e strumento capace di trasformazione sociale e antropologica, ça va sans dire; potrebbe apparire scontato ma non lo è: grazie alla folta raccolta di saggi, relazioni congressuali e articoli di giornale, viene spontaneo pensare, a beneficio di noi lettori, a delle iniziali “istruzioni per l’uso” del mezzo televisivo, molto meno subìto passivamente, ma esperito con l’occhio vigile del critico che ognuno di noi a modo proprio può diventare. Riflessioni che coprono un arco temporale dall’avvento delle prime trasmissioni con una diffusione ancora limitata, ai tempi nostri, quando la televisione si vede affiancare da internet e dalle piattaforme social. Caleidoscopico.
In apertura l’immancabile e sempre godibile “Fenomenologia di Mike Bongiorno” (Diario Minimo, ed. Bompiani, 1963), dedicato all’alfiere pop della televisione italiana dal suo esordio; a seguire un mix tra saggi (nei quali l’esperto semiologo trova ampio spazio), testi per una definizione di critica televisiva, analisi di trasmissioni, personaggi, miti e contesti. Un viaggio attraverso le epoche della televisione per quanto, come avverte la prefazione a cura di Gianfranco Marrone non ci sia, al momento, una lista completa e filologicamente ricostruita di tutti gli scritti di Eco sul tema.
Nei saggi o negli appunti Umberto Eco è sempre un buon provocatore – lo stimolo provocatorio nei sui scritti è sempre sotteso, se non apertamente dichiarato – ben distante dal praticare quel “cogitus interruptus” (pp. 133-151) del quale non sentiamo il bisogno.
Senza contare la volontà di smascheramento della mistificazione ad opera della ripresa diretta dagli albori della TV – verità, ai più recenti reality show là dove c’è più continuità di quanto non si ammetta nella direzione di una “pretesa realista che, dal canto loro, tutte le arti e le filosofie del Novecento avevano ben messo a tacere.” Così ci informa la prefazione.
Come
potrei tralasciare un cenno a Marshall McLuhan, citato senza risparmio
dall’umanista medio nelle conversazioni fra amici, che si vede travolgere dal
rigore critico del nostro autore in vena di solleticare i lettori circa
l’opportunità di leggere McLuhan:
” Si può compiere lo sforzo di leggere Understanding Media? Sì, perché l’autore sembra assalirci con una congerie enorme di dati (Arbasino ha splendidamente supposto, in un suo articolo, che questo libro sia stato scritto da Bouvard e Pécuchet) ma l’informazione centrale che esso ci dà è una sola: il medium è il messaggio […] l’intero messaggio è più volte ripetuto sui cerchi di una spirale concentrica e con apparente ridondanza.”
Un solo appunto: la ridondanza non è apparente, è reale.
Come
aggiungere il rosso d’uovo al purè per renderlo ancor più gustoso.
Potrei
continuare oltre il divertimento, ma lascio ai lettori il piacere della
scoperta. Concludo con una citazione riportata da Umberto Eco, ossia ciò che
scrisse una spettatrice:
“Dico la verità, non mi piace molto questa televisione, che spesso è noiosa, per non dire peggio, e che mi obbliga a restare attaccata ai video per ore e ore, mentre avrei mille altre cose da fare.”
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“Quaranta di 180”. Un ricordo in fotografia.
Il 13 maggio 1978, l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone firmò la promulgazione della rivoluzionaria legge 180, fortemente voluta dallo psichiatra Franco Basaglia. La stesura vera e propria del testo di legge fu curata dall’onorevole democristiano Bruno Orsini, psichiatra anch’egli. A quarant’anni dall’approvazione di questa legge sulla chiusura dei manicomi, dai risvolti civili e sociali di ampia portata, Barbara Tovazzi, classe 1971, decide di esporre in una mostra a Milano alcuni suoi scatti eseguiti nelle strutture manicomiali abbandonate. Barbara è amante del genere Urbex, la fotografia dei luoghi abbandonati. Molti autori più o meno noti si dedicano a questo tipo di fotografia, per motivi tra i più disparati che spaziano dall’interesse per il decay in architettura, estetizzante e voyeuristico, a chi ne fa un’indagine a sfondo storico-urbanistico, con l’intento di “rivitalizzare” le costruzioni degradate per mezzo della fotografia, grazie al suo potere evocativo. L’autrice racconta che dopo un periodo iniziale di casuale avvicinamento agli edifici un tempo sede di ospedali psichiatrici, di solito soggetti fra i più selezionati nella fotografia Urbex, qualcosa è scattato dentro di lei al punto che ne ha ricavato un progetto fotografico dal titolo “Quaranta di 180”, esposto alla Libreria universitaria Franco Angeli a Milano, quartiere Bicocca, fino a fine novembre 2018.
Vorrei qui ricordare anche “Morire di classe” il reportage sui manicomi realizzato alla fine degli anni sessanta da Gianni Berengo Gardin e Carla Cerati, in un periodo di grande fermento politico e sociale. Morire di Classe voleva essere un documento sulla drammaticità della condizione manicomiale. Questo per evidenziare quanto il mondo disperato della malattia mentale doveva essere reso noto allora, anche per denunciare la necessità di un superamento della situazione manicomiale di vecchia concezione nel nostro Paese
I trattamenti a cui i pazienti erano sottoposti sono noti: i letti di contenzione, la camicia di forza, i bagni freddi e altre dure pratiche. Inoltre i malati erano allontanati dal loro mondo familiare, dagli affetti, privati anche degli oggetti personali, le fotografie e i piccoli ricordi di una vita che contribuivano a definire la loro identità di esseri umani con una storia alle spalle. L’esperienza di Franco Basaglia all’Ospedale di Gorizia fu quello di avviare una trasformazione della struttura da fortilizio munito di sbarre atto a segregare, a un luogo che consentisse agli internati di vedere il cielo, espandersi verso quella vita all’esterno fatta anche di emozioni negate dalla detenzione. Non furono rose e fiori, il progetto di Basaglia non rimase privo di polemiche anche a causa di un incidente: il caso Miklus; Miklus, in temporanea libera uscita, uccise la moglie a colpi d’ascia. I detrattori non persero occasione per dichiarare fallito l’esperimento di Basaglia. Poi qualcosa è cambiato quando la legge 180 è entrata in piena applicazione: le porte si sono spalancate e i malati dimessi.
Che ne è stato degli edifici ormai inutilizzati? Il resto della storia ce lo racconta Barbara Tovazzi con le sue fotografie.
L’autrice afferma nella sua presentazione di aver provato un sentimento di inquietudine quando visitò per la prima volta un’ospedale psichiatrico abbandonato:
“Una sensazione di inquietudine che mi ha investito fin dai primi passi finché non sono uscita da quella silenziosa struttura: un silenzio assordante lo definirei. Beh, quella sensazione, forse data dalla suggestione provata nel camminare lungo i lunghi corridoi buttando lo sguardo nelle stanze semivuote, mi ha colpito l’anima come una lancia.”
Gli ospedali psichiatrici non più operativi, anziché essere convertiti in luoghi aperti di accoglienza, in servizi di igiene mentale di stampo innovativo, rivolti ai pazienti già emarginati dalle famiglie che non potevano farsene carico per gestirne il recupero, furono abbandonati e nessuno si è occupato di avviare alcuna conservazione o riconversione. Lo stato di degrado è evidente e ben documentato dalle fotografie di Barbara. Il suo racconto prosegue:
“Una volta uscita ho sentito il bisogno di andare oltre, quella era stata un esplorazione diversa da tutte quelle che avevo fatto prima. E allora è cominciata la mia ricerca visitandone altri, tutti in abbandono, documentandomi e leggendo storie di ex internati per cercare di capire cosa avevano passato, perché ci erano finiti, come erano riusciti a sopravvivere a quelle celle, a quelle finestre sbarrate, ai soprusi provenienti dalle persone che in teoria erano li per curare la loro malattia, nei casi in cui ci fosse stata.”
Illuminante la frase erano lì per curare la loro malattia, nei casi in cui ci fosse stata. Pensiamo a quante persone ritenute “scomode”, dalla famiglia o da quella parte di società organizzata in gruppi di potere che non tolleravano il “diverso” o il “dissidente”, sono state rinchiuse in un manicomio.
Pensiamo a un esempio famoso: la poetessa Alda Merini che trascorse dieci anni della sua vita in internamento; allora Barbara Tovazzi, fotografa sensibile, ha deciso di corredare le sue immagini con gli scritti e gli aforismi di Alda Merini, testimone eccellente degli orrori che ha visto con i suoi occhi e che ha trasmesso a noi con la grande e dolente intensità di cui è stata capace.
“Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra. Ma del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”.
1969, quell’anno del secolo breve che vede l’uomo camminare sulla luna mentre solo due anni prima, il 3 dicembre 1967, il cardiochirurgo Christian Barnard eseguiva il primo trapianto di cuore sull’uomo. In alcuni strati della società serpeggia un ottimismo pionieristico che spinge a sognare un avvenire carico di promesse.
Un freddo pomeriggio di dicembre nell’attivissima Milano sotto l’effetto del Natale alle porte. In pieno centro cittadino le signore bene di una florida società dei consumi, ancora benedetta dai rosei cascami del boom economico, si aggirano per le vie che costeggiano il Duomo, prese dalla frenesia degli acquisti natalizi; a completare la scena gli studenti della vicina Università Statale e la gente che lavora nei palazzi adiacenti.
Un ordinario e rituale spaccato di vita quotidiana. Fino al momento dell’esplosione. Nel pavimento della sede centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, immediatamente alle spalle del Duomo, si apre uno squarcio causato da una forte esplosione. Nessuna fuga di gas, si tratta di una bomba che ferma la vita di 17 persone, morte nello scoppio, più 88 feriti anche gravi. La banca era frequentata da imprenditori agricoli, contadini, affaristi del settore e chi, avendovi aperto un conto, ebbe la disgrazia di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Un’altra bomba collocata nella sede della Banca Commerciale in piazza della Scala e rimasta inesplosa, fu fatta brillare dagli artificieri ostacolando il compimento di indagini che potevano evidenziare elementi utili all’inchiesta. Un terzo ordigno esplose a Roma in un sotterraneo collegato con la Banca Nazionale del Lavoro, tra via Veneto e via San Basilio. La cronaca parla anche di altre due bombe all’Altare della Patria, per concludere la nefasta triangolazione che lasciò alcune vittime sul campo.
Corriere della Sera, 13 dicembre 1969
Una concertazione da manuale, si potrebbe definire, per alimentare la tesi della necessità di misure d’emergenza a tutela della sicurezza dei cittadini terrorizzati dagli attentati.
L’evento di piazza Fontana, definito dai commentatori “la madre di tutte le stragi” segnò l’inizio della cosiddetta strategia della tensione.
All’epoca ero una giovanissima studentessa di liceo, figlia di quella solida borghesia imprenditoriale attiva da alcuni decenni. Nel bozzolo confortevole che mi avvolgeva, al riparo dalle brutture della vita, ma già esposta ad alcuni traumi dell’esistenza, sentivo confusamente che c’erano delle stonature nel consorzio civile e politico, che allora non ero in grado di decifrare.
Ma facciamo un passo indietro.
Giusto un cenno per meglio inquadrare lo scenario politico del momento e lo faccio introducendo un rapido rimando tratto da un libro di Giorgio Bocca: Il terrorismo italiano 1970/1978, Rizzoli Editore:
“Si è detto dei vari filoni del terrorismo; aggiungiamo che la causa scatenante va ravvisata nella disperazione da immobilismo che coglie non pochi italiani dopo il riflusso del ’68 e dopo piazza Fontana dove una bomba esplode nella Banca dell’Agricoltura facendo strage: disperazione da immobilismo causata da ignavia politica del partito di governo, la Democrazia Cristiana, e dal mancato funzionamento dell’opposizione.”
Italiani sfiancati dalla politica della provvidenzialità democristiana di cui fu noto teorico Aldo Moro.
Alla pista anarchica che coinvolse Giuseppe Pinelli, morto “suicida” dopo un volo da una finestra della Questura di Milano in via Fatebenefratelli, la notte fra il 15 e 16 dicembre, fanno seguito anni di indagini, inchieste e processi frammentari, alcuni risoltisi nella prescrizione o nell’assoluzione degli imputati per giungere, infine, alla matrice neofascista di Ordine Nuovo e, verosimilmente, ai servizi segreti deviati. Una continua narrazione sconvolgente fatta di depistaggi e intrighi volti a intorbidire le acque.
Pier Paolo Pasolini, un anno dopo la morte di Pinelli in circostanze misteriose, si recò a casa della famiglia dell’anarchico e intervistò la moglie Licia: uno scomodo intellettuale sempre alla ricerca della verità; una verità arenatasi in una serie di archiviazioni e nessun processo. Pasolini fu anche autore del documentario “12 dicembre”, nel quale sosteneva la tesi della strage di Stato.
Scopo di questo articolo non è riassumere un’orrenda catena di azioni criminali che hanno coinvolto innocenti cittadini colpiti da una casualità brutale e gratuita; molti articoli e libri sono stati scritti sull’argomento, nel tentativo di chiarire vicende volutamente rese opache al fine di impedire l’individuazione dei mandanti. Scopo di questo articolo è rinfrescare la memoria o informare i più giovani i quali, per loro fortuna, quei tempi oscuri non li hanno vissuti.
Gli anni di piombo che hanno marcato il decennio successivo, la lotta armata contro i simboli del potere politico, istituzionale e finanziario, non sono altro che la risposta dirompente di militanti politici chiusi in una clandestinità succedanea alla frustrazione provocata dagli esiti della contestazione studentesca, il ’68, partita con la necessaria ribellione all’autoritarismo patriarcale, dissoltasi poi in fantasie di cambiamento che non hanno fatto presa sulla realtà.
Dunque terrorismo di sinistra, di destra e la colpevole “distrazione” degli apparati di Stato, hanno di fatto alzato i toni ad uso di una platea di cittadini attoniti e disorientati.
In un susseguirsi di governi immobilisti incapaci di intercettare il disagio sociale e politico che gradualmente amplia la sua base di generale discontento, il terrorismo delle brigate rosse (più altri gruppi sovversivi che ne riprendono le mosse) e le trame nere, si mescolano senza soluzione di continuità, dando luogo alle manipolazioni eversive di uno stragismo di cui molto si è parlato.
La sinistra istituzionale, naturalmente ferma nella condanna, viveva le sue ansie: nella fattispecie il bisogno di legittimazione da parte non solo politica ma anche dell’opinione pubblica era molto sentito e la Primavera di Praga un ricordo ancora vicino. Il socialismo dal volto umano: un percorso accidentato per il Partito Comunista Italiano, per ragioni sulle quali non mi soffermerò e che merita una trattazione a parte.
“È il 15 dicembre 1969, davanti alle bare allineate stanno i ministri democristiani, al centro il presidente del consiglio Mariano Rumor, con quei volti un po’ lucidi sotto le luci dei riflettori. Prima della benedizione il cardinale Colombo con la sua voce da gran prete lombardo incomincia a dire: “Avanti così non si può andare”, e vedi i ministri immobili, il volto di Rumor impassibile, senti che quella frase ambigua passa sopra le teste dei ministri, sopra coloro – magistrati, poliziotti, politici – che da anni conducono la danza feroce delle trame nere, dei fascisti mercenari mandati avanti sulle piazze, sempre protetti dalla polizia. E ognuno di noi capisce che domani tutto riprenderà come prima, con un ministro democristiano al posto di un ministro democristiano”.
Giorgio Bocca, Il terrorismo italiano 1970-1978, Rizzoli Editore.
Il 5 maggio 2009, giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, l’allora Presidente Giorgio Napolitano riabilita Giuseppe Pinelli nominandolo diciottesima vittima dell’attentanto alla Banca Nazionale dell’Agricoltura.
“Miracolo a Milano”, 1951 di Vittorio De Sica Nella foto: comparse che interpretano degli spazzini fotografate in Piazza del Duomo durante la lavorazione di una scena del film @ArchiviFarabola
Inclini a considerare Cinecittà, a Roma, come rinomata sede delle nostrane produzioni cinematografiche, talvolta dimentichiamo che Milano ha avuto un ruolo nel settore e vanta alcuni brillanti trascorsi.
Vero per alcuni registi fra quelli che nominerò più avanti, eccezion fatta per Fellini, Bertolucci, Rossellini, Germi e alcuni altri, che l’hanno snobbata.
Ce lo racconta con buona volontà documentale la mostra inaugurata a Milano, a Palazzo Morando, dall’8 novembre 2018 al 10 febbraio 2019 dal titolo Milano e il Cinema, promossa dal Comune di Milano Cultura, Direzione Musei Storici.
Evidentemente Milano è in piena fase propulsivo-promozionale voluta dalle più recenti giunte locali, e ciò riverbera anche negli aspetti culturali sui quali l’amministrazione cittadina investe più sentitamente che nel passato.
In una realtà espositiva sobriamente immersiva mi sento autorizzata a compiacere la memoria e la malcelata cinefilia, riportando le mie impressioni circa gli scenari che fanno da sfondo alle opere selezionate dal curatore Stefano Galli; scopo della mostra è quello di avvalorare la tesi che Milano ha avuto una sua peculiare tradizione cinematografica.
L’esposizione a carattere storico-antologico inizia il suo racconto nel 1909, quando Luca Comerio edifica in zona Turro ben attrezzati stabilimenti cinematografici con i mezzi a disposizione all’epoca. Ma non solo, alcuni anni dopo apre i battenti Armenia Films in zona Bovisa, ex Milano Films di Comerio, mentre nel 1945 sorgono gli stabilimenti ICET nel quartiere Barona. La proverbiale vocazione imprenditoriale milanese si fa viva anche in questo comparto.
Nonostante le felici promesse di una Milano filmica inizialmente del tutto sperimentale, c’è chi la pensa criticamente:
“Milano è piatta: Non ha fiumi. La sua luce è spesso avara. Ci sono pochi monumenti di rilievo: Già solo queste caratteristiche fisiche ed estetiche danno ragione dei pochi film girativi dal dopoguerra in poi. Si può affermare che Milano non è mai stata una città “cinematografica” nel senso tradizionale della parola: le sue qualità cinematografiche sono moderne, sottili, nascoste“.
John Foot, Milano dopo il miracolo, ed. Feltrinelli
Secondo questa tesi c’è da domandarsi cosa vi abbiano trovato di interessante cineasti quali Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni, Vittorio De Sica ed Ermanno Olmi che ricordiamo per le loro realizzazioni indimenticabili: Miracolo a Milano di De Sica, La Notte di Antonioni, Rocco e i suoifratelli di Visconti e Il Posto di Olmi.
“Rocco e i suoi fratelli” 1960 di Luchino Visconti Nella foto: (da sin.) l’attore Renato Salvatori, il regista Luchino Visconti (Luchino Visconti di Modrone) e gli attori Claudia Cardinale (Claude Joséphine Rose Cardinale) e Alain Delon (Alain Fabien Maurice Marcel Delon) in una pausa durante la lavorazione del film @ArchiviFarabola
Film “Audace colpo dei soliti ignoti” 1959 di Nanni Loy
Nella foto: l’attore Vittorio Gassman (Vittorio Gassmann) durante la lavorazione del film @ArchiviFarabola
“La Notte”, 1961 Locandina del film
“Milano calibro 9”, 1972 Locandina del Film
Probabilmente sono proprio le sue qualità moderne, sottili e nemmeno tanto nascoste a fare da substrato a film passati alla storia del cinema. Milano in piena ricostruzione nel primo dopoguerra, un concentrato di ciò che di “propositivo” può esserci in una società che promette di investire nel capitale umano creando, di fatto, alienazione, nel suo essere socialmente divisiva: dai poveri straccioni di Miracolo a Milano alla tronfia imprenditoria di nuovo conio de La Notte; dai sottoproletari immigrati di Rocco e i suoi fratelli, pervasi da un’inquietudine sofferta quotidianamente nel loro essere “etnicamente altri”, alla triste attesa di uno squallido impiego per il malinconico protagonista de Il Posto, non meno marginale degli immigrati meridionali venuti a lavorare nelle fabbriche.
In questi film sono ben evidenziati i simboli della città ricca dell’alta borghesia dalle case eleganti, il Duomo e la sua grande piazza e le invitanti vetrine della Rinascente, responsabile della democratizzazione del lusso [1], in contrasto con la periferia misera del proletariato urbano.
L’esposizione a mezzo di fotografie, manifesti, contributi video e memorabilia – così recita il comunicato stampa – spazia fra i decenni attraverso i vari generi, dalla commedia al poliziottesco degli anni settanta a base di sbirri dallo sguardo bieco che usano le maniere forti, senza tralasciare il filone industriale e pubblicitario che permane nell’immaginario collettivo: pensiamo ai filmati etici di Bruno Bozzetto e al gruppo Campari, per fare un esempio, che ha sempre puntato alto nel promuovere il suo marchio.
Esaurito il tema forte dell’integrazione tra i nuovi arrivati e i cittadini milanesi, il cinema a Milano sfumerà progressivamente nel décalage di una società globalizzante, meno capace di sorprendere; non vedremo più la Stazione Centrale, cardine del passaggio dal paese alla città ostile e poco ospitale, ma l’avvento di nuovi soggetti sociali.
“Gli anni ottanta videro la comparsa di un genere di film “yuppie”, come Sotto il vestito niente e Via Montenapoleone,[2] che riflettono perfettamente lo spirito della “Milano da bere” inventata dalla pubblicità. Alcuni di questi film sembrano proprio appendici della pubblicità stessa, e i due mondi si intersecano spesso con il passaggio di diversi registi e scrittori da uno all’altro“.
John Foot, Milano dopo il miracolo, ed. Feltrinelli.
[1] Grandi Magazzini di Mario Camerini, 1939 [2] entrambi diretti da Carlo Vanzina, 1985-1987
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A Milano non ci si annoia. Una città in crescita vertiginosa verso aperture multiculturali, inimmaginabili ai tempi di una borghesia costruita ad imitazione degli stili e dei vezzi della classe egemone.
Nell’odierno arioso scenario di un’offerta culturale che non si limiti a soddisfare il gusto occidentale, anche in fatto di moda, e in prossimità della Milano Fashion Week, l’Assessorato alla cultura del Comune ha organizzato un evento a dir poco curioso.
L’Unità Case Museo e Progetti Speciali, nell’ambito della manifestazione “Fantasmi del ‘900” comprendente undici episodi, ha presentato un “evento che, attraverso lo sguardo dell’arte, intende far tornare a vivere ed esperire le storie incorporate nei percorsi, nelle strade, nei luoghi della città: storie fatte di ricordi nostri e altrui, veri o immaginari, che, negli spazi privati e pubblici, disfa le superfici e crea nella città pianificata una città metaforica – come quella che sognava Kandinsky – evocando i fantasmi e le leggende che hanno accompagnato la storia dell’umanità”.
Dal comunicato dell’ente promotore.
Il quinto atto di “Fantasmi del 900” si intitola Fas(h)ionazioni Africane, a cura di Eleonora Fiorani:
“Il camminare diventa atto estetico in un’espansione di campo d’azione della letteratura nelle arti visuali, assumendo le forme della visita collettiva con i Dada, della deambulazione e della deriva con i lettristi e i situazionisti. Un filo rosso collega Tzara, Breton e Debord. È così che l’arte si fa vita, esplorazione percettiva, sonora, tattile, visiva degli spazi urbani in trasformazione”.
E con ciò parliamo di S.A.P.E. (Société des Ambianceurs et des Personnes Elégantes), i Sapeurs del Congo, le cosiddette persone di eleganza. Il 10 settembre 2018, la Galleria Vittorio Emanuele ha beneficiato di un’insolita passerella, di dandy abbigliati con completi sgargianti composti con quella fantasia che vuole épater les bourgeois, scandalizzare con garbo i benpensanti: il Sapeur lo fa con una classe tutta sua, deve avere uno stile che lo caratterizzi, deve creare un personaggio (o due, tre personaggi), deve essere qualcuno, non un manichino che indossa un abito elegante.
Quindi i Sapeurs sfilano obbedendo alle dieci regole di comportamento, che prevedono diversi modi di camminare, come atto estetico, in ossequio a una gerarchia dell’eleganza suggerita dal portamento e dal guardaroba, compiendo infine una danza rituale.
La S.A.P.E. nasce negli anni ’50 a Brazzaville e annovera anche chi emigrò in Francia; è infatti ben radicata a Parigi e Londra ma anche a Milano, con una presenza consistente sebbene meno nota.
Già dagli anni ’80 Papa Wemba, star della rumba congolese, risulta essere il padre nobile del variegato fenomeno, suscettibile di valenza non solo artistica ma anche sociale.
Vogliamo anche ricordare che i genitori e i nonni dei Sapeurs dovettero scegliere tra mantenere le loro dignitosissime tuniche o camuffarsi, non sempre con altrettanta dignità, con una “veste all’occidentale”, scontrandosi con un satrapo locale che voleva a tutti costi che vestissero come straccioni, solo per un malinteso senso di ritorno alla negritudine.
Sono stati gli stessi padri – alcuni di loro, invero – ad opporsi alla scelta tra una mascherata all’occidentale e una all’africana e cercare di diventare qualcosa di diverso. La risposta è quella degli “Ambianceurs et Personnes Elégantes“, un fenomeno artistico del tutto particolare, sicuramente estroverso, raramente di gusto discutibile, fondando e mantenendo in vita una loro comunità: S.A.P.E. ne è appunto l’acronimo.
Di seguito riporto il testo del decalogo dei Sapeurs, per meglio definirne lo spirito:
1er commandement Tu saperas sur terre avec les humains et au ciel avec ton Dieu créateur.
“Insaporisci” la terra per gli uomini e il cielo per il tuo Dio.
2ème commandement Tu materas les ngayas (non connaisseurs), les nbéndés (ignorants), les tindongos (les parleurs sans but) sur terre, sous terre, en mer et dans les cieux.
Tu neutralizzerai, calmerai, gestirai e spiegherai a quelli che non ne sanno niente, gli ignoranti e gli inconcludenti presenti sulla terra, in mare e nel cielo.
3ème commandement Tu honoreras la sapelogie en tout lieu.
Onora ovunque la legge della Sape.
4ème commandement Les voies de la sapelogie sont impénétrables à tout sapelogue ne connaissant pas la règle de trois, la trilogie des couleurs achevées et inachevées.
Le vie della Sape sono impenetrabili a chi non conosce le regole del tre, cioè la magica trilogia armonica dei colori.
5ème commandement Tu ne cèderas pas.
Non tirarti indietro
6ème commandement Tu adopteras une hygiène vestimentaire et corporelle très rigoureuse.
Rispetta rigorosamente l’igiene nell’abito e nel corpo.
7ème commandement Tu ne seras ni tribaliste, ni nationaliste, ni raciste, ni discriminatoire.
Non essere tribalista, nazionalista, razzista, né colui che compie discriminazioni.
8ème commandement Tu ne seras pas violent, ni insolent.
Non essere né violento né insolente.
9ème commandement Tu obéiras aux préceptes de civilité des sapelogues et au respect des anciens.
Segui i precetti della cultura sapeologica e rispetta gli anziani.
10ème commandement De par ta prière et tes 10 commandements, toi sapelogue, tu coloniseras les peuples sapephobes.
La tua preghiera e il rispetto dei dettami della sapeologia sapranno conventire coloro che non aderiscono a questa filiosofia.
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Dell’Africa non si è mai tanto parlato come ai giorni nostri, a causa del fenomeno dei cosiddetti flussi migratori, risultante nell’abbandono del proprio territorio da parte delle popolazioni minacciate dalla guerra e da condizioni di estrema povertà, tali da rendere insostenibile la vita in quei luoghi.
Un abbandono che si potrebbe ormai definire coattivo negli effetti, stante la difficoltà, mi si passi l’eufemismo, a porvi rimedio a breve, medio e forse lungo termine da parte degli Stati coinvolti a vario titolo nel manifestarsi e perdurare di tale fenomeno, senza contare il deterioramento del clima e l’incombente desertificazione che spingerà le popolazioni a cercare rifugio altrove, non bastassero le guerre.
Si parla di più di un centinaio di milioni di migranti climatici, entro il 2040, come riportano alcune fonti.
Dell’Africa, di fatto, sappiamo molto poco; chi non è direttamente coinvolto in operazioni umanitarie o gli occidentali che ci vivono, potrebbe coltivare una visione alterata e parziale, talvolta mediata dalla narrazione diffusa dalle forze politiche più conservatrici: i sovranisti difensori dei confini.
Oppure chi, rinchiuso nella bolla protettiva di un resort ad uso turistico, scarsamente entra in contatto con la realtà del paese ospitante.
Quella parte del mondo occidentale affetta da una forma grottesca di nazionalismo feticcio quanto mai anacronistico, manifesta l’attitudine a considerare predatori coloro che sono depredati, in una sorta di transfert che addormenta e assolve le coscienze; alle prese con integrazione e multiculturalismo, il termine più alla moda è melting pot, tanto per sentirsi a à la page in qualche fittizio salotto o nelle conversazioni da social network.
Questa, in linea di massima, è la retorica ricorrente che alimenta l’immaginario collettivo.
Un chiarimento circa le nostre zone erronee intorno ai misteri del continente nero potrebbe giungere
da un libricino, esile nel formato ma denso nel contenuto, esito di un viaggio nel continente africano, da parte dello scrittore Giorgio Manganelli, dal titolo “Viaggio in Africa”, pubblicato recentemente da Adelphi Edizioni.
Il sedentario ma lucido interprete, Manganelli, – godetevi la postfazione a cura di Viola Papetti: trapassato di colpo a scrittore in cammino per il mondo, – riceve, nel 1970, uninsolitoincarico da parte di Carlo Castaldi, all’epoca dirigente della società di ingegneria Bonifica. Tale compagnia progetta l’edificazione di una strada – la Transafricana1, mai realizzata – lungo la costa dell’Africa orientale, precisamente dal Cairo a Dar es Salam, e Castaldi pensa bene di documentare quest’avventura imprenditoriale avvalendosi dell’apporto di consulenti esterni: una fotografa, un ingegnere, altri specialisti, e perché no, una voce narrante lontana dalla reportistica tecnica.
Giorgio Manganelli entra in scena in questa veste:
“Alle spalle del viaggiatore l’Africa della memoria si atteggerà
in modo vario e contraddittorio,
a seconda che egli ne viva le immagini da cittadino europeo consenziente,
o perplesso o infine succube del fascino assimilatore del mondo africano;
ed è probabile che egli passi di volta in volta dall’uno all’altro di questi ruoli ”.
Giorgio Manganelli, Viaggio in Africa.
Il vero volto del continente, la sua singolarità, l’arcaicità umana, la precarietà della legge collettiva, i paesaggi ardui e poderosi fanno dell’Africa un sorprendente catalogo di simboli, qualcosa che serve a chiarire il mondo del malessere europeo.
Di questa esperienza rimasta inedita fino ad oggi, colgo recensione dal blog Cabaret Bisanzio, a cura di Lorenzo Leone
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Starbucks apre le porte a Milano.
Starbuckssbarca in Italia e apre il più grande caffè d’Europa a Milano negli eleganti locali di Palazzo Broggi nella centralissima Piazza Cordusio.
In collaborazione con Artevitae, Diatomea è lieta di ospitare oggi Rita Manganello con il suo articolo “Starbucks apre le porte a Milano”. Buona lettura!
ArteVitae è una rivista online che, come Diatomea, ha lo scopo di divulgare e promuovere l’arte in ogni sua forma e contenuto. L’idea della collaborazione nasce dalla volontà di offrire ai nostri lettori un’assortita selezione di argomenti e contenuti, attraverso la pubblicazione di articoli scelti dalla nostra redazione tra quelli già pubblicati o in via di pubblicazione su ArteVitae, con lo scopo di ampliare e variegare la già ricca proposta editoriale del Blog #diatomea, contaminandola attraverso una forte sinergia tra le due redazioni.
Starbucks Milano – Foto di Elle Decor
Il caffè: bevanda esotica naturalizzata italiana. La parola caffè rivitalizza la memoria e mi riporta indietro nel tempo quando, da bambina, osservavo incuriosita le illustrazioni e i testi contenuti nell’enciclopedia per ragazzi “Vita Meravigliosa”, riguardanti le piantagioni, la fazenda, i cicli di lavorazione del frutto fino alla torrefazione:
“La torrefazione viene compiuta sui mercati di consumo: è durante questa operazione che si sviluppano e si fissano quelle sostanze aromatiche che rendono tanto gradito l’infuso”.
Vita Meravigliosa, vol. 1, Confalonieri.
La torrefazione, appunto. A quel tempo accompagnavo la mamma ad acquistare il caffè alla vicina torrefazione, un locale elegante, arredi in noce scuro che spiccavano sul mosaico dorato delle pareti. Ero molto interessata alla macinazione dei chicchi della miscela prescelta, all’interno di un imbuto di vetro che li faceva saltellare triturandoli finemente, fino a ottenere la polvere bruna, pronta per la preparazione di un buon caffè casalingo. Ricordo con affetto alcune coffee experience vissute nel corso del tempo: il caffè garbatamente dolce e cremoso gustato in un bar di Roma dalle parti di via Veneto, e quello denso e sabbioso della botteguccia imbiancata di Atene, nei pressi del Museo nazionale.
E poi il caffè americano, ma di questo parlerò più avanti.
Èvenuto il momento di condividere, con i lettori di ArteVitae, le mie impressioni sul nuovo locale milanese del rinomato brand Starbucks – The best coffee and espresso drinks – la multinazionale americana di caffetterie, fondata il 30 marzo 1971 a Seattle da Howard Schultz.
I fondamentalisti del caffè espresso, tutto italiano, gli integralisti della tazzina declinata in svariati modi: “me lo faccia lungo, ristretto, deca, macchiato caldo o freddo” e giù di fantasia, probabilmente alzeranno il sopracciglio. Non mi è dato saperlo con certezza al momento, tuttavia suppongo che la globalizzazione dei gusti sarà addomesticata in omaggio alla tradizione italiana.
Trovo in rete questa enfatica introduzione all’avvento del brand:
“Starbucks a Milano: una delle caffetterie più belle del mondo.
Il colosso americano apre nel cuore del capoluogo lombardo col nuovo e sorprendente format Reserve Roastery, sperimentato fino ad oggi a Seattle e a Shanghai.
Italia protagonista nella sperimentazione di una nuova esperienza di retail”.
Manageritalia
La sede è nientemeno che Palazzo Broggi, che in passato ospitò la Borsa ed ex palazzo delle poste nella centralissima piazza Cordusio, a due passi dalla City milanese e prospiciente la storica via Dante, strada a vocazione commerciale, sul fondo della quale si affaccia il Castello Sforzesco. Gli americani fanno le cose in grande, si sa. L’articolo prosegue trionfante:
“Starbucks ha recentemente lanciato un nuovo brand, Reserve Roastery, con un look e un’esperienza totalmente unici nel panorama mondiale del food & beverage,
e il megastore di Milano sarà solo il terzo a livello globale, dopo l’apertura del primo a casa di Starbucks, a Seattle, nel 2014 e il secondo a Shangai lo scorso dicembre.
In primo luogo la Roastery è una vera e propria torrefazione, dove vengono tostati
diversi caffè rari. Mentre ci si trova in negozio un pannello un po’ in stile aeroporto
comunica in tempo reale i caffè che stanno venendo torrefatti e si assiste al trasporto
dei chicchi di caffè attraverso tubi pneumatici.
La torrefazione è in diretta, con tutti i sensi che vengono stimolati: olfatto, vista, udito”.
Manageritalia
Quindi non aspettiamoci la caffetteria standard coi bicchieri di plastica per il caffè da passeggio, ma qualcosa di più sofisticato a cui si aggiunge la pasticceria e altri prodotti da forno del nostrano Princi.
C’è di che rimanere impressionati da tale turboimprenditorialità. Pare che il signor Howard Schultz, Chairman of the board della società statunitense, abbia deciso di avviare l’avventura italiana di Starbucks perché affascinato dai nostri rituali di preparazione del caffè, considerati romantici. Saper coniugare romanticismo e imprenditoria è sicuramente una dote che può accompagnare l’impresa verso il successo. Intanto procedono i preparativi per la presentazione dell’esclusivo evento di apertura al pubblico del megagalattico locale: 2300 metri quadri e pavimentazione in marmo di candoglia, omaggio alla cattedrale retrostante. Il giorno prima dell’inaugurazione piazza Cordusio è transennata e chiusa al traffico, i tram deviati dal loro percorso per lasciare spazio ai ballerini dell’Accademia della Scala che si esibiranno per l’occasione, mentre i milanesi in assetto lavorativo si dimostrano infastiditi dal disagio provocato dall’invadente manifestazione: Starbucks o no, devono correre a fatturare, e inviano le loro lamentele al Comune di Milano.
Piante ornamentali e gazebo esteticamente arredati posti all’esterno del locale, introducono il consumatore in uno spazio dilatato dove domina al centro la macchina tostatrice, un bancone lungo una decina di metri anch’esso in marmo di Candoglia e i consueti tavolini per le consumazioni. Qualcosa che mi ricorda più che altro un’area ristoro aeroportuale, molto distante dalla nostalgica bottega del caffè; il tutto molto glam, naturalmente; un luogo nel quale si passa inosservati: potrei uscire senza pagare e non se ne accorgerebbe nessuno. Il primo piano è adibito a bar denominato “Arriviamo”, destinato al bere alcolico e analcolico. Direi che non manca niente.
A poche ore dall’apertura Codacons insorge con un esposto presentato all’Antitrust circa il prezzo elevato della tazzina di caffè, 1,80 euro, cappuccino 4,50 e caffè americano 3,50 euro. Prezzi troppo elevati, a danno degli utenti italiani che vogliono provare l’ebbrezza di una consumazione fornita dal colosso mondiale della caffetteria.
Altri negozi seguiranno, ma di profilo più basso, i quali dispenseranno il tradizionale caffè americano servito nei bicchieroni d’asporto, classico beverone dei detective delle serie TV, trangugiato durante gli appostamenti in auto.
Chiudo con la citazione di un illustre autore:
“Il caffè americano può essere un intruglio servito a cento gradi in bicchieri di plastica
con effetto thermos, imposto di solito nelle stazioni a fini di genocidio,
ma il caffè fatto con il percolator, come lo si può trovare in certe case private o
in modeste luncheonette, servito con le uova al bacon,
è delizioso, fragrante, si beve come acqua, e poi vi vengono le palpitazioni,
perché una tazza contiene più caffeina di quattro espressi”.
????????????Umberto Eco, Come viaggiare con un salmone, La Nave di Teseo.
Sia resa giustizia alla vera icona di Starbucks, altro che Reserve Roastery!
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