L’altra metà del cielo
Chi vola vale. Chi non vola non vale. Chi vale e non vola è un vile.Così recita un motto dipinto in una delle sale nel luogo del mio lavoro.
Oltre a ciò che il volo ha sempre suscitato nella mia mente di bambino (il mio sogno di “cosa farò da grande?” era quello di essere pilota d’aereo), avere a che fare con tutto ciò che ruota intorno all’aviazione, seppur militare, è stata una costante, per ironia della sorte, sino alla mia attuale età.
Sempre per destino ho praticato uno sport sul fiume di Roma che mi ha fatto conoscere lo Scalo de Pinedo; e, ancora, aver costruito modellini per molti anni ha rafforzato questa mia passione per il volo, la tecnica, la progettazione.
Un aereo.
Da quando i fratelli Wright compirono il primo volo, o, se si vuole, realizzare il sogno di Icaro, l’industria aeronautica si è sviluppata negli anni in modo esponenziale. Sono cambiati ed evoluti i materiali, le tecniche costruttive, la potenza e la resistenza, grazie anche a quei pionieri che, molte volte, in imprese ardue hanno anche messo a rischio la propria vita, quando anche non l’hanno persa.
Molti nomi potrebbero essere menzionati, tanti, soprattutto per imprese legate a momenti storici, ahimè, con dittature, ma anche democrazie, poi divenute potenze mondiali.
Ma il sogno di portare avanti imprese audaci, come il lancio di volantini su Vienna, idea dannunziana e atto futurista, hanno avuto modo di essere portate a termine.
Bisogna solo vedere queste imprese senza pregiudizio, togliendo l’occhio critico sugli idealismi autoritari che in quegli anni hanno, forse, potuto dare spazio a dei fondamentali romantici …
Molti piloti sono legati strettamente al velivolo che scelgono, probabilmente per affinità, o valutazione tecnica. Altri hanno addirittura partecipato alla loro progettazione e costruzione.
Le fabbriche di velivoli nascevano quasi dal nulla, oppure riconvertite ed ampliate da fabbriche di biciclette. E tutto questo ha avuto modo di essere ribaltato nel secondo dopoguerra, tra residuati bellici adibiti a macchine agricole, o motociclette. Purtroppo e per fortuna il “non si butta via niente” nel post bellicismo ha dato natalità a grandi idee come la Vespa o le motociclette Triumph.
Ma ciò che mi ronza in testa da qualche giorno, complice una pubblicità alla stazione, è la persona di Amelia Earhart.
Una Donna.
Nel mio luogo di lavoro, un ambiente prettamente maschile e maschilista, le donne, soprattutto le Donne-Pilota, non hanno spazio ad affermarsi, o a dimostrare le loro capacità. E per questo vorrei raccontare di Amelia.
Della sua intraprendenza, nel pensare e voler affermarsi soprattutto come donna, in un periodo storico tra le due guerre.
Non voglio citare numeri, record o primati, né celebrare la vincita di una competizione, poiché la sfida è solo con se stessi.
Amelia Earhart nasce il 24 luglio del 1897.

A 23 anni, si reca, insieme col padre, a un raduno aeronautico presso il Daugherty Airfield e, per la prima volta, sale a bordo di un biplano per un giro turistico di dieci minuti sopra Los Angeles. È in quell’occasione che decide di imparare a volare. Comincia a frequentare le lezioni di volo e, a un anno di distanza, con l’aiuto della madre, acquista il suo primo biplano, con il quale stabilirà il primo dei suoi record femminili, salendo a un’altitudine di 14.000 piedi.
Nel 1928 a Boston (Massachussets), Amelia viene scelta da George Palmer Putnam, suo futuro marito, per essere il primo pilota donna a compiere il volo trans-oceanico.
… chi vola vale …
Il coraggio e l’audacia di Amelia Earhart, che si applicano ad attività che allora erano aperte principalmente agli uomini, si coniugano mirabilmente alla grazia e al gusto tipicamente femminili. La donna diviene infatti disegnatrice di moda studiando un capo particolare d’abbigliamento: la mise di volo per le donne aviatrici.
Disegnerà, infatti, nel 1932 (lo stesso anno della trasvolata), per la Ninety-Nines, un capo di abbigliamento particolare costituito da pantaloni morbidi, corredati da cerniere e grosse tasche. Modello che poi diverrà di uso comune, anche oggi, tra i piloti anche militari.

La trasvolata.
Amelia Earhart nel 1935 è la prima donna al mondo ad aver effettuato voli in solitaria nel Pacifico, ma anche la prima ad aver volato in solitaria sia sull’Oceano Pacifico, sia sull’Oceano Atlantico. Il suo sogno più grande rimane però quello del giro del mondo in aeroplano.
Lady Lindy, come viene soprannominata, completando l’impresa il 21 maggio con un Lockheed Vega, ha impiegato quattordici ore e cinquantasei minuti per volare da Terranova a Londonderry nell’Irlanda del Nord. Il suo soprannome nasce dal fatto di averla paragonata a Charles Lindberg. Con un paradigma poco appropriato. Certo Lui ha dato inizio a molto nella storia dell’aviazione. Ma Amelia è unica e non accetta molto il paragone con un uomo per fare di sé una affermazione vivente, anche se è uno dei suoi padri ideativi.
La figura di Amelia Earhart è il frutto di una grande operazione di marketing fin dall’inizio delle sue imprese ed è un’immagine commerciale che ancora funziona.
Dopo il successo della trasvolata atlantica in solitaria nel 1932, Amelia visita l’Europa dove viene accolta come un Capo di Stato. A Roma incontra Mussolini e Italo Balbo che poi si ispirerà proprio a lei per la sua impresa atlantica.
Il velivolo.
Un Lockheed L-10 Electra EA, con la dicitura aggiuntiva EA appunto per Amelia Earhart, che venne appositamente modificato: infatti la fusoliera venne attrezzata con serbatoi del carburante realizzati su misura (in modo da poter sostenere senza problemi viaggi più lunghi).

Ad accompagnarla in questa impresa fu Fred Noonan. Attraverso dei contatti nella comunità di aviatori di Los Angeles, Fred Noonan venne scelto come secondo navigatore, perché c’erano numerosi ulteriori fattori significativi che si dovevano gestire usando la navigazione astronomica in volo. Noonan aveva una grande esperienza sia nella navigazione marina sia aerea.
Amelia e Fred decollarono da Miami il 1 giugno 1937 facendo rotta verso est. Fecero varie tappe in Sud America, Africa, India e Indocina, arrivando a Lae, in Nuova Guinea, il 29 dello stesso mese. Avevano percorso circa 35.000 chilometri e dovevano ora affrontare l’ultimo balzo attraverso l’Oceano Pacifico. Il 2 giugno decollarono da Lae alla volta di Howland Island – a oltre 4000 chilometri – dove avrebbero dovuto fare tappa.
Ma non tutto va sempre per il verso giusto. Navigazione aerea e condizioni avverse a volte possono essere un colpo per disorientarsi o peggio finire il carburante.
Ultimo messaggio:“Dovremmo essere sopra di voi, ma non riusciamo a vedervi e il carburante si sta esaurendo. Non siamo riusciti a raggiungervi via radio. Stiamo volando a 1.000 piedi”.Di Amelia e Fred si persero le tracce.
Le ricerche coinvolsero, oltre ad un sostanziale impiego di denaro, anche mezzi della marina militare statunitense. Le ricerche ufficiali terminarono il 19 luglio 1937. Con un costo di 4 milioni di dollari, le operazioni di ricerca della Marina e della Guardia Costiera furono la più costosa e intensiva operazione di ricerca della storia degli Stati Uniti fino a quel momento.
Ma … Molti anni sono passati fino a quel giorno. Tesi di fine carburante, di schianto in mare, perfino di sopravvivenza o di rapimento da parte dei giapponesi: nel 1939, dopo mesi di ricerche, furono ufficialmente dichiarati morti ma nessuno seppe mai realmente cosa avvenne. Fino a quando quelle ossa vennero ritrovate, insieme ad alcuni oggetti riconducibili al perido storico, sull’isola di Nikumaroro, insieme ad un sestante ed una bottiglia di liquore, e analizzate da un moderno laboratorio forense. Ossa che risultarono essere di Amelia.
Chi vola vale…chi non vola non vale…chi vale e non vola è un vile?
Amelia Earthart rimane un icona del femminismo. Anche se forse sconosciuta a molti, per essere stata relegata nell’oblìo. Sicuramente per me che sognavo di volare rimane una Donna che meglio ha rappresentato il suo sogno. Ed i sogni spesso rimangono tali …
L’Olimpica.

Ce n’era per tutti gli occhi e le orecchie.
Ognuno poteva esprimersi con la sua personale performance su quei due km di asfalto che separa ancora oggi Villa Pamphilj.
Le “corse der sabbato sull’Olimpica” erano una sorta di attrazione fatale per il pubblico e per i partecipanti, con ogni tipo di due ruote a motore.
Ci si vedeva prima a fare il pieno da “Niki Lauda”. Miscela per i cinquantini, benzina per le varie enduro…
Si partiva dal Ciao passando poi per Honda XL 350, Suzuki DR600 fino alle RG500 GAMMA …
Io con il mio modesto Fantic GT50 potevo solo tirare le 4 marce fino alla velocità spremuta da quel combo fatto di carburatore 19 marmitta ad espansione e pneumatici maggiorati.
Certo.
Tutto era fuorilegge.
Tanto fuorilegge che dovevamo mettere dei “pali” alle estremità del tracciato in cui ci si lanciava, lungo quella direttrice, si partiva in salita da piazza Pio XI, fino a scollinare e curvare verso destra costeggiando il guard rail sul ponte che sta sospeso sulla via Aurelia.
Dopo quel salto vi era un kilometro dritto verso la velocità massima.
“Er banana” aveva una Suzuki RG500 Gamma. A quell’epoca non c’era il casco obbligatorio, ed ogni sera ci si giocava la vita alla roulette russa. Partiva con quei 4 cilindri a 2 tempi sparato su una ruota. La folla ai lati acclamava. Apriva sempre lui la serata. Seguivano le varie enduro dai pochi cavalli, ma quanto bastava per continuare lo spettacolo. Uno spettacolo intriso di adrenalina pura. C’era il fiore dei “coatti” di mezza Roma.
Il gruppone di ponte Milvio, quelli di Centocelle, quelli della Cassia, gli agiati, quelli ricchi…
E poi c’erano i residuali di Primavalle … sempre a margine, a parte Prandazzo, che in realtà era di Boccea, e, oltre ad avere una certa predilezione per le rapine, teneva anche una concessionaria di motociclette. Ovviamente non poteva escludersi dalle performance del sabato in corsa. Fino a quando, inseguito dalla polizia, non rimase zoppo per un incidente.
A tutte quelle sere di gesta teppistiche non sono mancati i morti, purtroppo, per l’estremo agire in quel contesto.
Le lapidi sono ancora lì, sull’Olimpica, anzi su quella che in verità si chiama via Leone XIII, dove oggi spesso sono appostati i vigili urbani con l’autovelox.
Ed ogni volta che passo sembra come che quelle Anime goliardiche, teppiste e coatte si prendano gioco di quei tutori dell’ordine che un tempo spesso disperdevano in un attimo l’assembramento o l’adunata sediziosa di quei motociclisti urbani che cercavano solo sfogo. Magari salvandosi dall’eroina … o trovando comunque il rischio su una “lama” da 200km/h.
Ricordo la fibrillazione al distributore di benzina, appunto detto “da Niki Lauda” per il suo gestore appassionato di corse. Tanto appassionato da aprire anche la notte per rifornire i corsaioli del sabato sera.
Spesso si accendevano risse oltre ai motori, specialmente per la rivalità tra zone di Roma.
Quelli di Centocelle erano gemellati con quelli di Primavalle. Da sempre.
Qualcuno cercò anche di infiltrarsi con le scommesse, ma non trovò appoggi, in quanto si correva non per gareggiare, ma solo per il “gusto” di farlo. In fondo era aperto a tutti, anche a quelli col 70 Pinasco sotto al Piaggio Ciao.
Lo spazio per la fantasia era qualcosa di quasi illimitato. Nomi altisonanti dei principali marchi, ovviamente giapponesi, di quei modelli evocativi, Katana, GPZ, FZR … insomma anche se non era un nome da mitologia orientale, probabilmente la presenza delle lettere Z o R davano l’impressione affilata.
Una sera, quello con la Yamaha RD 350, quella rossa e nera, partito dalla piazza, ci lasciò la pelle.
Dopo la curva, quella in salita, perse il controllo e andò a finire addosso al guard rail.
Un diciottenne che tentava di farsi notare.
Perché notare?
In quel contesto di teppismo urbano, c’erano i proprietari delle scuderie di corse del Lazio e dintorni, e venivano ad assistere alle prodezze e sfrontatezze di quei piloti da strapazzo. Per poi ingaggiarli a correre in pista.
In un certo qual modo, li salvavano. Togliendoli dalla strada, valutando la loro abilità nel pilotare.
Così iniziai anche io …
Avere una motocicletta a Roma era una sorta di sfida continua. Aleggiava il mito della Parigi-Dakar, le corse erano intrise di olio di ricino, e, ad ogni semaforo, si scambiavano sguardi provocatori. Si andava dal coatto di periferia al ricco borghese dei quartieri bene. Le tirate allo scattare del verde mangiavano benzina, gomme e polso. E come ho detto sopra a quei tempi non c’era neanche il casco obbligatorio. Celebrità e mito erano presenti ai lati delle strade. Quella più eclatante era “er Coccia”, che, inseguito da una volante da via Boccea fino a Porta Cavalleggeri, scivolò contro un guard rail, dopo che gli avevano sparato alle gomme. Decapitandosi.
Un capitolo importante nella storia delle motociclette a Roma fu la “banda der kawasaki”, una sorta di collettivo a delinquere con assenza di gerarchia e struttura verticistica. I “proventi” delle rapine venivano reinvestiti. Ma mai in droga. Più che altro venivano ridistribuiti ad opere di bene ai più bisognosi. Sembra paradossale ma nel crimine vi era la presenza di un “codice Robin Hood”.
Tutto questo si diluì … arrivarono gli anni Novanta e quello spirito di sfida ed insubordinazione si perse.
Una sorta di legalità acquisita si rimpossessò delle strade, restituendo anche quel silenzio su miti e leggende su due ruote. Un balzo in avanti ed una sorta di revival agli inizi degli anni 2000. Sembrava tutto tornato alla ribalta, le vendite schizzavano ed era un momento in cui tutti avevano una motocicletta, bastava fare un po’ di rate e si smanettava ancora ai semafori.
La crisi …
La fine del consumismo mascherato da prosperità iniziò nel 2008 e, nonostante abbigliamento tecnico e conquiste della tecnologia, in quegli anni molte lapidi si aggiunsero ai lati delle strade. Giovani, meno giovani. Il rischio era costante. Lo è ancora oggi.
In motocicletta si hanno il 60% di probabilità di morire.
Ancora oggi.
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Il Sorpasso

Immagine tratta da https://www.planetizen.com/node/91276/mapped-ghost-bikes-chicago
Dino Risi ne fece anche un film.
Il simbolo di quel periodo italiano definito “boom economico” era quell’Automobile Lancia. Un modello nato male, non frenava, ed è stato causa di incidenti anche mortali, come si vede anche nel film. Uno sbruffone personificato da Vittorio Gassman che percorre la via Aurelia , dando sfogo a quell’italiano modo di fare dove ognuno deve essere al di sopra di qualcun altro. Con furbizia, disonestà e sopraffazione.
Oggi.
La “cultura del sorpasso” non è mai cambiata. In ogni modo o tempo, nel luogo di lavoro, nella famiglia, ci deve essere chi deve eccellere a tutti i costi, anche ignobilmente. A questo, la guida in strada dà modo di “esprimersi” nel più sporco istinto.
In ogni dove si vedono le ghost bike, quelle biciclette dipinte tutte di bianco ai lati della strada. A commemorare chi ha perduto la Vita per pedalare. Per sport o mobilità diversa.
Dicevo.
La “cultura del sorpasso” nel settimo paese più industrializzato al mondo risiede nelle menti, retaggio di quel periodo in cui si compravano lavatrici, televisori… il volano di un consumismo che si è radicato come forma di economia con base “oltrecapitalistica”.
I bisogni indotti, la svendita del tempo, le mancanze indotte. I fallimenti indotti.
Su questo un ciclista, che viene affiancato prima dalla rombante decappottabile, a cui viene chiesto se si vuole attaccare, come a proporre una diversità di fondo.
Lui pedala per sé e non ne vuole saperne di barare.
Più avanti… Il gruppone…
“Daje la bomba che sso’ moooortiiii!!!” Altro gesto di dinonestà di fondo. Le scorciatoie, i sorpassi , tutto per arrivare prima. Ma dove?! Anche a scapito della Vita altrui.
La maggior parte delle morti in strada avvengono per distrazione ed eccessiva velocità.
I ghost bikers tra l’altro anche motociclisti, sono ai lati delle strade.
Evanescenti, come a salutare chi passa loro davanti. Sono “presenze” di quelle Anime strappate dal sorpasso, dall’affrettarsi a voler comprimere il tempo, quando non c’è spazio.
Personalmente ho provato ad avere una mobilità diversa girando qualche volta con la bicicletta a Roma.
La penalizzazione grande è che i suoi colli, non sette, ma molti di più, non rendono vita facile ad un ciclista. Un paio di volte ho rischiato di farmi veramente male: Roma è caotica. I suoi abitanti fremono dietro a chi ha un’andatura civile ed “a codice”. Almeno per me muovermi per andare a lavoro sarebbe impossibile. Non ci può essere una mobilità sostenibile in una città poco sostenibile per ritmi di lavoro, vita quotidiana. Un operaio si stanca, un impiegato meno.
Pedalare in una città meravigliosa sarebbe il massimo, ma vivere un pendolarismo quotidiano dalla periferia sarebbe aggiungere stress a chi deve muoversi in una vera giungla dell’Urbe.
SENTI…E TREMA

Lago di Fiastra ©(R)amingo
In attesa … mi avvicino all’edicola antistante l’ospedale S. Filippo Neri e trovo, nella vetrina “dimenticatoio” , un numero di Meridiani Montagne del 2012. L’attrazione principale è stata soprattutto la cartina allegata in scala 1:50.000. Fra mappe e zainetti sono un morboso collezionista. Come se fossi sempre pronto alla fuga…
Inizio a sfogliare la rivista, edita negli anni in cui ho conosciuto i Sibillini. Oltre alla tristezza, particolarmente legata all’emotività per aver vissuto la terra tremante, inizio a notare molte foto che per me sono un vero colpo al cuore.
Guardo le immagini, belle foto di quei paesi soleggiati in cui mi sono spesso rifugiato nelle mie “ramingitudini”, le mie fughe misantropiche: Norcia, Visso, Castelluccio, Castelsantangelo sul Nera, Macereto, Sarnano, Amandola.
L’altro versante dell’Appennino. Ogni volta che oltrepasso la cresta, quella della sua sommità, mi succede come le balene quando perdono l’orientamento. Appunto ad Oriente, essendo io un italico occidentale. Col mare a sinistra e il nord magnetico… non riesco a concepire che, guardando verso quel punto cardinale che per il Feng Shui è la direzione in cui tutto va come base per posizionarsi (corpo, casa e suppellettili) il mare sia a destra, ad Oriente…
Torno all’emozione.
I paesi delle foto, quelle belle foto colorate, oggi sono un cumulo di macerie, chi più, chi molto meno, per fortuna, o per impegno dei volontari e di quelle minime, molto discusse garanzie statali.
L’Italia è il mio paese, che amo, di cui però amo molto meno il suo popolo per molti, certi verso. Avrebbe delle potenzialità enormi, soprattutto per il turismo enogastronomico, ma anche solo per quel semplice panino mangiato in viaggio, magari appoggiato su un muretto o sulla sella della motocicletta.
Leggo di Lupi, della Sibilla, dell’Infernaccio, del Lago di Pilato, di quella pietra calcarea dove arrampicarsi e “sentirsi nulla nel Nulla, o tutto nel Tutto”, in quel silenzio in cui si crea il vuoto, privo di pensieri, di convenzioni numeriche legate al Tempo, alla civiltà irrispettosa dello scandire fluente vitale della Natura. Giro pagina. Altro colpo al cuore. Leggo “Corpo Forestale dello Stato”, quello Stato che ha ricollocato 7000 unità dei Carabinieri ambientali. Che ne ha soppresso il servizio antincendio affidandolo ad aeromobili privati. Con costi superiori. Molto.
Il Pian di Ragnolo. Una distesa di erba in altitudine con quel Rifugio dei Fratelli Cioci, un rifugio in tutti i “sensi”… ombre e luci… di quel tramonto sui tornanti con solo il borbottìo sommesso di un mezzo meccanico, un po’ timido nel rompere quella pace… Tutto con rispetto…
Due anni fa per una fase meditativa presi la motocicletta e seguii la strada che portava al lago di Fiastra. 2016. L’anno della botta grossa.
Dormivo nella mia minuscola tenda, una delle mie compagne di viaggio, al lato fuori sul cavalletto.
Il silenzio della notte in montagna, neanche un piccolo, sottile rumore.
Stentavo un po’ ad addormentarmi, ma quella piccola tenda era accogliente, protettiva.
Cominciò a muoversi. Un’onda proveniente da sud verso nord. La sentii nettamente. Ma quello che mi svegliò fu il tintinnìo delle posate delle masserizie appoggiate sulla motocicletta. Poi gli argini del lago… dove le rocce superficiali crollarono dentro l’acqua, producendo un rumore simile ad uno scarico di calcinacci.
Buio. Tutto buio e solo quelle stelle a fare da riferimento. Non impaurii fino a quando due ore dopo un’altra scossa… Pensai che da qualche altra parte avesse fatto danni…
2017. Sono tornato un anno dopo. Ho girovagato con la motocicletta nei dintorni. San Ginesio…Tolentino… Camerino… Pioraco… Amandola…Sarnano…Sant’Eutizio…
La visione di quei luoghi, la semplice chiacchierata al bar con quegli abitanti che hanno dovuto rivoluzionare la loro vita da sopravvissuti… tutto questo mi ha arricchito. Da viandante solitario…
2018. Ora ho quella mappa. Davanti ai miei occhi…. Un po’ perdersi… un po’ tornare.
Ma soprattutto dimenticare e non dimenticare.
Questa volta saremo in due.
(R)
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ER 19

(R)amingo © (R)amingo
Per intrecci amorosi mi ritrovo a frequentare una parte di Roma che non ho mai visto, se non di sfuggita: l’Oltre-tevere o la riva destra, quella linea di demarcazione che un tempo separava i Latini e gli Etruschi dai Sabini, la via Praeneste che si snoda verso sudest, finendo a Palestrina; da Porta Maggiore la divisione fuori le Mura insieme alla Casilina, le pietre miliari delle due strade iniziano proprio da questo varco.
Dicevo. Il 19

Linea del tram 19 ©(R)amingo
Il tram 19 lo vedevo solo scritto sulle locandine dei concerti al Forte Prenestino.
Quando ci sono sopra posso sentire la coppia disponibile del motore elettrico, lo sferragliare sui binari che si intersecano sotto gli archi, permettendo, così, tra sincronismi semaforici, di far trafficare diverse linee di trasporto pubblico.
Andando avanti, il 19 prende velocità, la sua strada ferrata è, a tratti, non perfettamente rettilinea.
Scendo.
La zona intorno, dell’Acqua Bullicante, sembra strappata all’Agro Romano dai suoi palazzoni alti.
Per chi è come me, nato in quel di Roma Nord-ovest, tra zone ancora rurali, non avere l’orizzonte a portata di occhio suscita un po’ di stranezza, ma ci si abitua subito, più che altro si entra in amalgama con le presenze degli utenti della linea. Oltre a numerosi immigrati dai più vari profumi e colori, vedo una miriade di giovani , studenti universitari , ragazzi “alternativi “ e abiti che osano…
Indubbiamente, questa zona dell’Urbe è molto più mitteleuropea di altre. Come ad esempio la mia, ancora legata a equilibri rurali, al confine con la Etruria Meridionale, ma Etruschi e Latini hanno sempre intrecciato buoni rapporti; l’impero ha lasciato, qua e là, i suoi resti su questa Strada e, ai suoi lati, le sostruzioni di stampo militare, perfettamente visibili dai finestrini del tram.
Scendo, e mi inerpico in un palazzo di otto piani, dove al suo interno, nel cortile, si odono musiche sparse, si intravedono finestre illuminate, e si può ascoltare anche qualche litigio mattutino…
Sicuramente una certa rimembranza alla Hitchcock…O forse, anche, il ricordo del mio “vissuto” berlinese, in tempi di quasi trent’anni fa. Ma certo, in Italia tutto arriva in ritardo.
E forse i luoghi di pasoliniana memoria potrebbero anche essere un Einstürzende Neubauten … il rumore dei palazzi che crollano.
A Berlino va bene, cantava Garbo qualche anno fa.
Molti furono attratti da quella città divisa dal Muro, dove i binari del tram gli finivano addosso e dove io passeggiavo tra quei silenziosissimi viali alberati. Ci ho “vissuto” intensamente, in quella casa con il cortile interno, da cui si intravedeva quel cielo. La fermata della Bahnhof sopraelevata era Kottbusser Tor ed il treno giallo attraversava un bel pezzo di quartieri…Mitte… Schöneberg …
Binari … rette parallele della vita … da Garbo a Claudio Villa il passo è breve.
Oggi Berlino è un museo a cielo aperto. I tanti turisti la osservano come la capitale di una Germania riunificata, vanno ad Alexanderplatz piena di palazzi di vetro e acciaio.
Ma la mia Berlino rimane quella. La città degli Angeli.
E dei tram che sferragliano… e dei palazzi che ancora sono in piedi.
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RAVERS A ROMA
Un Rave è un Rave. E “to rave” si traduce in devastare….ma ironia della sorte un rave era tutto il contrario, ovvero recuperare, seppur per una notte, quello che avevano devastato altri….dargli valore, ricordare e riscostruire, passando e dimenticando poi. E la presenza non rimaneva mai, non lasciava nulla del suo passaggio. A parte i Watt del suono, il formichìo delle persone che arrivavano solo dopo aver inteso il segnale della presenza del rave in qualche posto…
Era come se tutti sapessero che in ogni modo, il sabato, c’era sempre in qualche posto. Si sentiva……
Le orecchie attaccate alla radio, la trasmissione di Hard Raptus Project, nata da una costola di Prove Tecniche di Trasmissione. Radio Onda Rossa, a Roma “LA radio”, perché era nostra, e solo nostra!
Si, indubbiamente si faceva un po’ la concorrenza a quella che era il Virus.
Ma l’impronta politicizzata ne faceva una forza, anche se a molti non fregava niente e ci tenevano solo a quella botta di adrenalina del “andare e perdersi”. Fino a mattina.
Cultura…sottocultura…probabile che in quel periodo era la novità, della metà degli anni 90, un po’ un esistenza in un deserto di orfani…..
Ci venivano tutti: punk, skin, dark, cyberpunk, writers……era una sorta di unione di intenti.
…..dicevo…..
Avevo le trance in mano….
I camion erano già carichi…..acqua….birre….le casse…i tavoli….i generatori…..
Il luogo era l’ex SNIA Viscosa, un fallito tentativo di industrializzazione nel cuore della città. I rifuti tossici all’interno, e sulla sinistra quel capannone, dove al primo sopralluogo trovammo sporcizia e medicinali sparsi, quintali di farmaci buttati…
….dicevo…..
Due settimane prima il sopralluogo, la pulizia, la crew dei writers fece un “pezzo” gigantesco dove campeggiava un enorme Goldrake in giallo e bianco con la scritta HRP.
L’Identità tramite il logo, e ad ognuno un compito assegnato. Quasi una organizzazione militare senza gerarchia. E per la prima volta sentii la parola Empatia, pronunciata da un caro Amico poi “spostarsi a Berlino”, quando ormai tutto questo era esaurito qui da noi…..
Riprendersi la città…..con le sue strade nel nulla.
Ricordo sempre con piacere quando albeggiava, e se era sereno i toni di blu dal più scuro, sfumavano verso l’arancione, con tutte quelle stelle….
Spesso ero dietro alla console dalle 1 ale 3. Quelle erano le mie due ore dove “non esistevo”. La cuffia su un orecchio solo, le mani sui dischi, i dischi sui “1200”…..ferma, stacca, metti in battuta, prendi il disco sulla base, inserisci l’altro sul suono, blocca, preascolta, rallenta, switcha, regola, togli gli alti, potenzia i bassi sull’altro piatto….
Quei vinili erano spesso incisi solo su un lato…uno di quelli che mi è rimasto impresso nei ricordi e che ancora ho in cantina era della Underground Resistance, poi Plastikman e tutti i vari Autori romani. Uno su tutti il metallaro della techno. Lory D. E PCB, Frankfurter, Drop Bass Network……
All’entrata avevamo organizzato un banchetto dove si divulgavano opuscoli sull’uso e manutenzione delle “sostanze che giravano”, ed è inutile negarlo, non per vergogna, nè per sentirsi illegali….ma giravano.
A volte era presente anche qualche medico o infermiere…..
Alle 22, quando finiva la trasmissione, l’annuncio per radio, dove si indicava il luogo. E vedevi arrivare appunto il formicaio nel giro di un paio d’ore. Sembrava come se l’invasione fosse scaturita dal silenzio prima, e dalla parola d’ordine poi, come in un sottomarino….
Questa era Roma in quegli anni.
Mi tirai indietro al momento giusto, dopo tre anni di attività intensa, tra il ’92 e il ’95, mattinate a riprendersi il sonno….a riportare tutto il necessario nei depositi.
E già a pensare al prossimo luogo, da invadere e fare tornare al suo abbandono.
Temporaneamente Autonomi……..per sempre Autonomi.
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