La questione O’Connor

È sempre complesso parlare di Irlanda.
Se non altro esulando dall’immaginario sospinto da pubblicità turistiche e da quando Fiorella Mannoia ne fece una poetica/patetica rappresentazione musicale per una promozione valida per una qualsiasi estate dei primi anni ‘90.
Artisti, musicisti, attori, oriundi.
Un popolo di emigranti, con una identità forte da un lato, e vendibile da un altro.
Non sto qui a raccontare la “mia Irlanda”, quantomeno a cercare di capire cosa ha caratterizzato la persona e la voce di Sinead O’Connor nel mainstream cultural musicale.
Quello che mi fa riflettere è, però, averla relegata secondo le azioni eclatanti della donna, irlandese.
L’Isola, la chiamerò così, ha sempre desiderato l’unione delle sue 32 contee, di cui 6 in Ulster, occupate già da Guglielmo d’Orange dopo l’anno 1000 in nome della supremazia della religione protestante. Mera scusa per motivi imperialistici e politici.
La svendita della Repubblica, dopo la rivolta di Pasqua del 1916, iniziò con il progressivo allontanamento dell’ideale socialista, come rivendicazione di classe, sostenuto da Michael Collins e James Connolly.
Uno Stato, una nazione, dove il più longevo e reggente presidente del Fianna Fail, Eamonn De Valera, ha sostenuto la pace imposta dalle trattative con i britannici.
Ma le due Irlande rimangono separate, per mano della monarchia dell’isola dirimpetto, e soprattutto per le sostanziali differenze che la religione impone.
I cattolici del Nord, diversi da quelli della Repubblica, non hanno quella morale ferrea e vaticanista ad oltranza.
La Repubblica d’Irlanda ha continuato negli anni ad essere un satellite della corona britannica.
Non possiede un esercito armato, se non per scopo difensivo, ed è un paese neutrale.
I sentimenti antibritannici ne fecero un paese filonazista negli anni ’30, fino al bombardamento di Belfast della Luftwaffe.
Dopo questa sintetica e doverosa premessa, quello che mi ha dato spunto per scribacchiare un pensiero esteso, oltre alla morte di una delle voci provenienti dall’Isola, è quel gesto che fece strappando la foto di Papa Giovanni Paolo II.
Un atto più che altro proteso a cercare di comunicare ciò che è stato negli anni un paese teocratico sommerso.
Nella sua “pace” ottenuta con la svendita delle 6 contee, ha proliferato il peggio della vergogna del cattolicesimo.
Non a caso c’è una vasta letteratura e filmografia di denuncia di soprusi e violenze, se non omicidi, nelle strutture religiose sparse nell’isola.
“Magdalene sister’s” di Peter Mullan è un film che ben spiega una vicenda sommersa.
Gli irlandesi sono un popolo diverso e diversificato. A volte mi viene da citare il Molise, da cui provengo, e di cui si sa molto poco, a parte la battuta sulla sua non esistenza. Diviso al suo interno, anche per oasi linguistiche, oltre che per rivalità tra i capoluoghi.
Non voglio scrivere per una commemorazione della cantante, ma posso capire le lacerazioni interne di una donna, di quella Terra, spesso abbandonata all’alcolismo, come fuga dalla realtà, di una regione dell’Europa che era seconda solo alla Calabria per povertà e disagio.

Per la questione Nordirlandese magari mi metterò d’impegno un giorno…

 





Polvere

Eppure ne è passato di tempo.
Tornare con tutto il coraggio, tenendo per me tutte le emozioni, nascoste e celate in una razionalità che vede solo il “materiale”.
A quasi 52 anni, “tocco” oggetti dell’infanzia, della pubertà, dell’adolescenza…
Recupero qualcosa, ma solo ciò che può essere funzionale.
Il letto dove leggevo i fumetti mentre mia Madre spicciava casa, con le finestre aperte, e l’odore delle mele e dei mandarini.
Le macchie di smalto da modellismo sulla macchina da cucire.
La cassettiera dove tenevo tutte le polo Fred Perry, le camicie a quadretti, le bretelle.
Il mobile delle 14 paia di Doc Martens.
E poi.
Lo specchio dove lottavo con l’immagine riflessa della mia obesità, dove mi perdevo a schiacciare i brufoli, o a guardare i miei denti storti, e via via i capelli caduti a 20 anni…
Il silenzio.
E quella luce del pomeriggio dalla finestra della cucina.
La nicchia del mobile letto dove dormivo, l’unico metro quadrato di casa dove avevo il Cubo Philips. Altro che “vai in castigo in camera tua!”
Quale camera?
E il castigo di essere nato a Primavalle, e non poterlo dire perché i benpensanti ti bollavano…
I quaderni, le pagelle, gli adesivi della AS ROMA.
L’orologio a cucù dei nonni in Molise, le viti dei mobili fatti da mio zio Gino, smontati dall’altro zio Antonio e la tribolazione di uno sfratto all’età di 10 anni…
Il pupazzo del grillo parlante, i modellini degli aerei…
Il pavimento.
Dove mio Padre ha esalato l’ultimo respiro, nudo, ancora caldo, ed io, aprendo la porta, più arrabbiato che addolorato, per tutto quello che la Vita gli ha riservato.
Una guerra, i fallimenti, le perdite, le malattie…
Gli presi il braccio…
Nudo.
Come un bambino che “torna” da dove è venuto…
E le scale del palazzo, quelle che guardavo quando ero senza lavoro, nero, lasciato a casa perché “oggi piove”.
Niente paga.
E quelle scale, ancora, da salire ubriaco, fatto di qualcosa. E ridere su quelle scale con mio Fratello.
Per non piangere.
E camminare sempre a testa alta, nel quartiere, perché i figli di Armandino e Dalia non si sono mai immischiati col malaffare o con la droga.
E la salvazione tra preti della parrocchia e la politica, idealista, mai con nessun partito, nessuna tessera.
E infine la polvere…
Oggi mi sembra di aver mangiato tutta la polvere dei miei quasi 52 anni.
Quella polvere che molto spesso, per dignità ed integrità ho sempre tolto dalle mie spalle, rinnovandomi, con impegno e dedizione, con sofferenza soffocata.
E soprattutto col coraggio.
Grazie Mamma, grazie Papà.
Grazie a mio Fratello.
Avrei voluto di più, non è stato possibile,
ma oggi è importante per me apprezzare tutto quello che ho.
?
 




La struttura dello sfruttamento

Ho lavorato per più di 10 anni nell’edilizia in nero. Finché non si tocca con mano cos’è quel mondo, fatto di caporalato, nessuna sicurezza né tutela, non ci si rende conto. Sei malato? A casa, e ne prendo un altro. Se sei fortunato ti fanno un contratto part-time, in busta ci sono 1240€ te ne danno 850,il resto lo “trattengono”. Oltre a far lavorare persone in età pensionabile, o già pensionati che hanno sì le competenze e la maestranza, ma ormai a causa dell’età riflessi e capacità sono al minimo.
Ruspisti, gruisti, camionisti…oltre a prendere soprattutto manovalanza dell’Est Europa che lavora irresponsabilmente per “natura” causa bassa estrazione culturale. Alcolisti e derelitti vari.
Gli imprenditori, quelli che si assegnano anche appalti pubblici, lavorano con macchinari professionali con manutenzione ridotta. Ho visto trivelle per pali del 1960…
Poi c’è il grande mondo delle piccole P.IVA dell’edilizia. Evadono tutto l’evadibile, IVA, contributi, sicurezza sul lavoro, manutenzione, attrezzi, vestiario, DPI.
E tutto questo è generalizzato in tutto il paese. Ma a Roma questo schifo è presente da secoli…
Non ho mai visto in vita mia un controllo di routine sui cantieri, a parte casi particolari ed eclatanti, dove spesso ci scappa il morto.
Filippo Falotico, 20 anni.
Roberto Peretto, 52 anni.
Marco Pozzetti, 54 anni.
Morti di lavoro.
Il cordoglio non basta più. Servono più ispettori, oltre ai 2000 già sbloccati dal ministro Orlando. E servono controlli a tappeto, veri. Perché non è normale che un’azienda, fino a pochi mesi fa, avesse appena l’8,7% di possibilità ogni anno di ricevere un controllo.
Non si può assistere inermi a quella che è una strage.
Non ci si può limitare alle preghiere se, ogni anno, più di 1000 persone muoiono lavorando.
 




Il Generale rosso

Spesso mi trovo a camminare tra i saloni nel mio luogo di lavoro, la sala degli Eroi, la sala delle Nuvole, lo scalone d’onore, il dipinto di Giacomo Balla, i busti di Baracca…Guidoni…Douhet…Italo Balbo…

Entro nell’area del Capo di Stato Maggiore, nel corridoio i ritratti dei vari CSMA e dipinti di vecchie glorie dell’industria aeronautica quali Macchi 205 Velcro e Savoia Marchetti SM79 detto “Gobbo”…il Campini-Caproni primo aviogetto italiano…

Si può guardare ovunque, ammirare cimeli, aeromodelli in scala, vetrine, manoscritti, affreschi riportanti frasi come “chi vola vale, chi non vola non vale, chi vale e non vola è vile”, arredi degli anni ’30, sedie usate da dittatori, ambasciatori, capi, alti gradi…

Ma lui non c’è.

Il Generale Umberto Nobile non c’è. Forse si conserva qualcosa nell’ex palazzo della Scuola di guerra aerea, oggi archivio storico. Forse in un cassetto, o forse tutto distrutto come fosse una vergogna. Un Generale, un militare, poi entrato nel PCI nel 1961.

È l’estate del 1927 quando Umberto Nobile organizza la seconda spedizione polare, con il dirigibile Italia. Nella primavera del 1928, mentre si addensavano le nubi minacciose del destino, prese corpo anche la sua idea rivoluzionaria: non semplicemente una trasvolata. “La prima fu una trasvolata, questa volta ci fermeremo – aveva affermato Nobile, alla vigilia del volo – Ho sperimentato un sistema di ancoraggio e una speciale piattaforma che permetterà la discesa ai tre scienziati che fanno parte della spedizione”.

Il progetto era quello di esplorare la costa siberiana, la terra di Nicola II, la Groenlandia e di allestire un campo base di studio e di misurazione delle temperature, ma il sogno si rivelò troppo ambizioso e la discesa si trasformò in una caduta drammatica. Raggiungere lo “zero geografico assoluto” una sfida contro l’assoluto. Il dirigibile Italia da un rapporto stampa venne descritto come “una scintillante forma argentea, riflesso remoto sulle cuspidi di ghiaccio che dal suolo era difficile distinguere”. Il viaggio del 23 maggio 1928, verso nord, dell’Italia fu privo di insidie per le prime ore fino a quando la nebbia iniziò a lambire l’aeronave, mentre il vento artico si alzava da sud. Si apriva un ventaglio di possibilità per Nobile che scelse di rientrare nella Baia del Re. Il Polo Nord venne raggiunto ventiquattro minuti dopo la mezzanotte del radioso 24 maggio. Venne lanciato il tricolore che sventolava timidamente tra le crepe mobili dell’Artico. Con la bandiera, anche il gonfalone della città di Milano, che aveva finanziato la spedizione. La sacralità del rito prevedeva anche una grande croce con un nastro tricolore affidata a Nobile da Pio XI. Nello scenario ambiguo degli anni ’20 in Italia, prendeva quota il desiderio di gloria di molti italiani, fra cui Italo Balbo, mentre “Nobile era la quintessenza dell’uomo spaiato: uno studioso che aveva conquistato una posizione di preminenza unicamente in virtù del proprio intelletto e non come risultato di servilismo e di opportunismo”. Un uomo curioso e un perfezionista, ostinato e “capace di sincera autocritica”.

Una spedizione scientifica proprio come quella del 1928, con cui il comandante Umberto Nobile avrebbe voluto creare il primo laboratorio di ricerca volante della storia. E, invece, il dirigibile naufragò tra i ghiacci, lasciando cadere quasi tutti i suoi uomini nella fredda desolazione dei ghiacci artici. Per 48 giorni, i superstiti del dirigibile riuscirono a sopravvivere al riparo di una piccola tenda di seta che colorarono di rosso. L’epopea tragica del dirigibile Italia è legata indissolubilmente al nome e al destino controverso del suo comandante, l’ingegnere Umberto Nobile. Nel 1915, il ventinovenne Nobile, due occhi neri magnetici e un naso volitivo, per tre volte e uno strano scherzo del destino, era stato respinto alla visita di arruolamento nell’esercito. Poi, finalmente, assegnato allo Stabilimento Militare di Costruzioni Aereonautiche. Lo sguardo deciso, il carattere fermo, il volto vagamente somigliante a Peter Finch, l’attore che lo interpretò, nel celebre film La Tenda rossa, del 1969, straordinaria pellicola del regista Michail K. Kalatozov, dedicata al disastro polare. La passione di Nobile erano sempre state le grandi “aeronavi”, in grado di resistere in volo più degli aerei dell’epoca e di atterrare in piccoli aeroporti vicino alle città e agli scali marittimi. Ma la sua vocazione era pacifista e i suoi progetti dedicati al trasporto civile. “Mentre i poderosi zeppelin e altre aeronavi dell’epoca erano del tipo definito rigido, Nobile credeva fermamente nella struttura non rigida secondo la sua teoria, un’aeronave semirigida di lunghezza compresa tra i cento e i centotrenta metri era sufficientemente flessibile da piegarsi senza danno se sottoposta a vento forte”. Ma il pericolo poteva provenire dal gas d’idrogeno che gonfiava i dirigibili.

Un uomo, quindi, per molti aspetti, assai diverso dal celebre esploratore Roald Amundsen, il primo ad attraversare il Passaggio a Nord – Ovest e il primo uomo a raggiungere il Polo Sud. L’esploratore di Oslo, “l’Aquila Bianca della Norvegia” con l’americano Lincoln Ellsworth e quattro membri dell’equipaggio, aveva già tentato di raggiungere il Polo Nord in aereo, ma, nella primavera del 1925, era rimasto senza carburante e, per trenta giorni, bloccato sul pack, tagliato fuori, senza alcun contatto radio. E già allora Amundsen venne dato per scomparso. Ma miracolosamente i sei uomini erano riusciti a decollare e a fare ritorno alle Spitzbergen. Quell’esperienza, sempre secondo Cross, aveva convinto il norvegese ad entrare in contatto con Umberto Nobile e acquistare una delle sue aeromobili. Lo N-1, di 19.000 metri cubi, ribattezzato Norge (Norvegia), finanziato per la maggior parte dal club Aeronautico Norvegese, raggiunse il Polo il 12 maggio 1926, dopo aver coperto 13400 kilometri in 161 ore di volo. Molte furono, in verità, le difficoltà per raggiungere l’Alaska e, soprattutto, una ancor più complicata convivenza italo-norvegese, a bordo. Si accesero le discordie, riportate anche dalla stampa dell’epoca. Incompatibilità di carattere? Pare che Amundsen si fosse lamentato delle splendide ma inadatte uniformi degli aviatori italiani e del fatto che Nobile si era portato dietro Titina, la sua fedele cagnolina, un piccolo fox-terrier, considerata un “peso” inutile.

Se con Amundsen c’era un po’ di ruggine, Nobile aveva tessuto un buon rapporto con il meteorologo della spedizione, Finn Malmgren, che volle con sé nel nuovo progetto di trasvolata artica. Nobile accarezzava il sogno di una nuova spedizione al Polo, mentre sceglieva attentamente l’equipaggio, chiedendo di avere con sé Alessandrini, Caratti, Cecioni e Pomella, i cinque meccanici che avevano già volato su Norge. E alla spedizione prese parte il fisico Aldo Pontremoli che mise a frutto la sua esperienza e passione nel volo, coltivata durante la grande guerra a bordo di palloni frenati per impiego militare. Pontremoli progettò, insieme a Luigi Palazzo, le attività di ricerca, costruì e testò opportune camere frigorifere, che riproducevano le condizioni termiche dell’Artide. È l’estate del 1927 quando Umberto Nobile organizza la seconda spedizione polare, con il dirigibile Italia. Nella primavera del 1928, mentre si addensavano le nubi minacciose del destino, prese corpo anche la sua idea rivoluzionaria: non semplicemente una trasvolata. “La prima fu una trasvolata, questa volta ci fermeremo – aveva affermato Nobile, alla vigilia del volo – Ho sperimentato un sistema di ancoraggio e una speciale piattaforma che permetterà la discesa ai tre scienziati che fanno parte della spedizione”. Un ancoraggio che avrebbe permesso la trivellazione del pack.

Dopo aver brindato con del liquore all’uovo, il dirigibile riprese il largo verso la sciagura. Il primo incidente fu l’incastro della barra del timone di altitudine. A questo si aggiungeva un forte vento e una possibile fuga di idrogeno. La mattina del 25 maggio, l’Italia si schiantò sulla banchisa dell’Oceano Artico a nord-est delle Spitzbergen, a circa 81°14’ di latitudine nord, l’aeronave era squarciata e l’involucro argenteo del dirigibile, come un palloncino ad elio sgusciato via dalle mani di un bambino, tornava a volare. A bordo sei uomini, tra cui Attilio Caratti, Calisto Ciocca, il giornalista Ugo Lago, Renato Alessandrini, e Aldo Pontremoli, gettavano il loro sguardo atterrito attraverso la ferita mortale dell’aeronave. Il capo-motorista Ettore Arduino, eroicamente, dalla creatura mutilata in volo, lanciò a terra la salvezza per i superstiti: combustibile, provviste ed equipaggiamento. Tra questi la “tenda rossa”. Nell’impatto con la banchisa, Giuseppe Biagi, sottufficiale di seconda classe, aveva tenuto le braccia avvolte intorno alla radio di emergenza. Una esile tenda bianca, di due metri e ottanta per due e ottanta, fu montata sopra una spessa crosta di ghiaccio. Le pareti all’interno di un blu tenue, riposante rispetto al bianco polare. Una tenda troppo piccola per ospitare nove uomini di cui due gravemente feriti, Nobile e Cecioni, e la cagnetta del comandante, Titina.  Biagi, con la piccola radio Ondina 33, si affannò a lanciare il messaggio SOS – captato da un giovane contadino sovietico Nicolaj Schmith nella città di Arcangelo – che permise ai soccorritori di raggiungerli. Nel film La Tenda Rossa si ricostruiscono fedelmente i passaggi della spedizione, con una licenza poetica: Umberto Nobile incontra i suoi fantasmi in un processo postumo. Nobile aveva preso malaugurata decisione di mettersi per primo in salvo con il pilota svedese Einar-Paul Lundborg.

Doveva essere un vanto dell’Italia fascista, ma dopo la morte di sei membri dell’equipaggio il comandante Nobile subì un durissimo processo. Avevano ucciso, a sangue freddo, un orso polare per sopravvivere, nel cuore dell’Artico, i “naufraghi” italiani della spedizione del dirigibile Italia, nella fredda primavera del 1928. Con il revolver Colt e tre proiettili, il meteorologo svedese Finn Malmgren, nel chiarore dell’aurora boreale, aveva abbattuto l’orso, una prelibatezza, dopo duri giorni di razionamento. Mentre il sangue dell’orso schizzava caldo sulla banchisa di ghiaccio, scricchiolante, il pensiero correva alla sua carne. E alla sua pelliccia. La vita sull’Artico era stata necessariamente crudele. Tra quegli stessi ghiacci inospitali e selvaggi, nei pressi della sperduta isola di Foyn vicino a dove avevano trovato rifugio, i superstiti del dirigibile.

Costretto ad abbandonare l’Italia si reca dal 1931 al 1936 in Unione Sovietica dove è invitato a lavorare e a proseguire le sue ricerche, quindi dal 1939 al 1944 sarà negli Stati Uniti.

Resta tuttavia colpito positivamente dalla prima e dalla “uguaglianza di opportunità”, così scrive, offerta da questa ai suoi cittadini.

Dell’Unione Sovietica aveva apprezzato: “… l’enorme rimescolìo di uomini e di idee che era stata la rivoluzione d’ottobre. Ero stato affascinato da quell’atmosfera vibrante di passione dove tutte le forze, tutti gli spiriti sembravano tesi verso la costruzione di una nuova società umana basata sugli ideali che mi avevano attirato da adolescente.” E ancora: “ … un sistema politico che fa appello all’unione dei lavoratori di tutto il mondo, che è, praticamente, quanto dire l’unione di tutti gli uomini … la spinta del profitto individuale è stata abolita e sostituita dal motivo del dovere da compiere verso la collettività e se stessi.
Ad un siffatto sistema, che costituisce un ordine sociale superiore, non può non volgersi con la simpatia più profonda lo sguardo di tutti gli uomini di buona volontà.“

Molte altre pagine del suo libro pubblicato nel 1945 e intitolato “Quello che ho visto nell’Unione Sovietica” smentivano luoghi comuni che la propaganda anticomunista iniziava a diffondere, a partire da quelli  dedicati ai temi religiosi. La libera frequentazione delle messe domenicali in piena Mosca urtava quanti volevano far credere che così non fosse. Nobile chiude le sue pagine di racconti sulla quotidianità sovietica con considerazioni più che lusinghiere, affermando: “… innanzi a me si svolgeva l’insieme di un quadro grandioso.”

Quando nel 1946 si preparano le liste per l’Assemblea Costituente la Democrazia Cristiana gli avanza un’offerta di candidatura poco convinta, ma forte del fatto che Nobile è membro dell’Accademia Pontificia delle scienze. Negli stessi giorni il generale viene contattato da Eduardo D’Onofrio, segretario della Federazione romana del PCI, che gli propone di essere presente, come indipendente, nelle liste comuniste. Dopo qualche titubanza e i duri attacchi di ambienti vaticani che lo costringono alle dimissioni dall’Accademia e lo accusano di sbagliare gravemente, accetta.

Attivo e presente nei due anni di attività parlamentare, dal 1946 al 1948, così commenterà questa sue esperienza: “Ai comunisti fui grato per aver mantenuto lealmente fede alla promessa fatta di lasciarmi libero di parlare ed agire in piena indipendenza. In fondo fu gradevole per me constatare che – a differenza di altri partiti – tra le loro file non vi erano intrighi personali. L’ interesse personale appariva sempre subordinato a quello collettivo, e questa disciplina mi piaceva.”


Frasi virgolettate fonte Rai Storia


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. In copertina: il Generale Umberto Nobile e Titina 




Metamorfosi di una quarantena

Se per una volta le si presta fede, una speranza dura per lungo tempo
Spes tenet in tempus, semel est si credita, longum
Ovidio

Roma. Quarantena A.D. MMXX

Inizio questo scritto raccontando delle mie sensazioni, muovendomi in una città in sospensione, in un paese in sospensione. Così come mentre batto le dita su uno schermo, nella mia abitazione spira un vento da nord, che prende a schiaffi il lato più esposto, scivola attraverso i mattoni vivi del perimetro, muove le foglie di edera sul balcone completamente soleggiato e rientra dalla finestra a sud, facendo ondeggiare le tende. In un silenzio di periferia semi rurale…
Uso spesso i puntini di sospensione, a me tanto cari, perché mi danno l’impressione delle sfumature dei pensieri, come se fossero degli haiku collegati tra loro, senza metrica, ma solo per materializzare i grigi che stanno tra il primo pensiero al risveglio e l’ultimo prima di addormentarmi. Insieme a quelli notturni, che a volte schizzano fuori dai miei sonni spesso disturbati da paralisi ipnagogica, dove il peso dell’Uomo Nero si posa sulle mie spalle…

Reduce da un lutto, con cui ho iniziato a fare i conti molto prima che questo avvenisse, una calma apparente maschera ciò che l’inconscio accumula, elabora e manifesta. Tutto questo è parte di un avvenimento traumatico mondiale, che sembra come se il mal comune possa alleviare l’impegno, lo stress e la capacità di reagire, con una elaborazione ed analisi costante, che porta all’accettazione dello status quo di giorno in  giorno. Tra morti, bollettini della Protezione Civile e stupide polemiche politiche di idioti dallo scranno parassitario.

Le mie esperienze di “istituzionalizzazione forzata” quali scuola, caserma, carcere, struttura psichiatrica e presente ambiente lavorativo, mi hanno dato l’opportunità di riprendere e sviluppare l’origine del personale carattere che contraddistingue una certa propensione alla solitudine. Ricercando continuamente quell’auto-mutuo-aiuto che proviene da un percorso di pulizia dell’Anima, anche con la condivisione di spiritualità legata soprattutto alla connessione con il pianeta, che ospita il mio passaggio su di esso…

Cosa mi manca…

Prima di tutto mi manca il mio Paese. Che non è la totalità della sua “gens”, per usare un termine latino o più propriamente popolo, che racchiude tutte le diversità, che sono ricchezza, o motivo di separazione, e che sono particolare occasione di conoscere, incontrare e stabilire una connessione. Temporanea, stabile, effimera, distanziata, stabile o a termine.
Questo accade, quando nel proprio paese di nascita, si viaggia attraverso di esso, mossi dalla curiosità di un bambino che si perde con la fantasia in ogni angolo. Apprezzando le sensazioni, adoperandosi ad amplificare non solo ciò che è tattile, visivo, olfattivo, uditivo o gustativo, ma nell’insieme accendere quello stato mentale che porta ad una “cura catartica”.

I vecchi non  dormono

Questo si dice di chi raggiunge un età avanzata, come se fosse un luogo comune da citare insieme a tanti altri.
I vecchi dormono eccome. Questo l’ho sempre pensato da quando osservavo mio Padre che spesso si adagiava. Sembra come se si abituino già alla Morte, quando il loro sonno diventa anche diurno, o come se volessero spegnersi anche per un dosaggio di “nulla” della Mente.
Questa ultima settimana mi sono recato al lavoro, necessità di spostarmi in un clima di quarantena consigliata, attenendomi a tutti i dettami declamati per la prevenzione. Azioni che dovrebbero essere la normalità di un popolo responsabile, che per molte delle sue azioni , decantando scenari dittatoriali e uomini unici dal pensiero unico, oltre a non avere un minimo senso civico, mettono in pericolo quella che è la collettività.

Mi vengono alla mente i  comportamenti che tengono i cittadini cresciuti nelle socialdemocrazie, spesso tacciati di tendenze suicide o eccessiva freddezza nei rapporti sociali. La prossemica varia da paese a paese, ed usi e costumi, anche nel nostro Bel Paese, sono differenti.

Un virus

La parificazione delle vite passa dall’eliminazione delle sovrastrutture, spesso involucro presentabile secondo i canoni di un modello ipercapitalistico. Per dirla alla Fromm (Erich) l’Homo Consumens ha dato e sta dando la massima spallata a questo pianeta. E questo reagisce con una difesa biologica, forse, anche diffondendo un virus, emanazione di un decadimento sociale e purtroppo naturale, che l’antropizzazione ha accelerato. A suo danno.

Da sempre sono esistiti individui convinti che per essere felici sarebbe bastato raggiungere il piacere, il potere, la fama e la ricchezza, e che l’unica cosa da imparare non fosse tanto l’arte di vivere quanto il modo per ottenere abbastanza successo da acquisire i mezzi per vivere bene. Eppure, se anche esistevano individui e gruppi che praticavano il principio di un edonismo radicale, tutte le culture avevano maestri di vita e maestri di pensiero. Questi proclamavano che vivere bene è un’arte che va imparata, che imparare quest’arte richiede fatica, dedizione, comprensione e pazienza, e tuttavia costituisce la cosa più importante da apprendere.
Una delle ragioni che spiegano questo sviluppo va ascritta al fatto che viviamo in una società dominata dalle macchine, nella quale il lavoro artigianale è stato sostituito da quello meccanico o informatico. Un tempo produrre una scarpa o un tavolo era un compito arduo, per imparare il quale occorrevano anni. Oggi chi produce scarpe o tavoli utilizzando delle macchine non compie più un’operazione complessa né ha bisogno di anni di apprendistato. Sempre meno professioni specializzate richiedono una formazione paragonabile a quella di un muratore.

Lo stesso sviluppo, la possibilità cioè di fare le cose con facilità, si può osservare nel settore dei consumi. Cucinare, guidare un’auto, usare un computer o telefono…ebbene quasi tutte le attività legate al consumo non richiedono più capacità, né sforzo o concentrazione: basta seguire le semplici istruzioni per l’uso. Perché sobbarcarsi la fatica di imparare quest’arte, quando invece ogni cosa può essere sbrigata facilmente, quando ogni bambino, schiacciando il pulsante di un televisore, può produrre per incantesimo un intero mondo?

Eppure, vivere non è facile…

L’uomo è dotato solo di alcune pulsioni istintive, che non può fare a meno di soddisfare per la sopravvivenza tanto del singolo quanto della specie. Sotto tale profilo non siamo diversi dagli animali. Ma, a differenza di questi, non possediamo un corredo istintivo innato che di volta in volta ci indichi come organizzare la nostra vita e che contenga un progetto per l’arte di vivere. Se noi uomini, nelle nostre azioni, fossimo determinati da queste necessità biologiche, agiremmo allora “razionalmente” e – per fare solo un esempio – non ci uccideremmo a vicenda per questioni di onore, di fama o di ricchezza, ma saremmo solidali tra noi con l’obiettivo della sopravvivenza. Se il nostro agire fosse determinato solo dalla ragione, non sorgerebbero problemi…

In confronto all’animale, l’uomo viene al mondo prematuramente e completa la propria nascita fisiologica solo molti mesi dopo la nascita vera e propria. Ciò vale per l’aspetto psichico più ancora che per quello fisico. Sotto il profilo psichico all’uomo occorre tutta la vita per portare a pieno compimento la propria nascita. Nel corso di questo processo può anche accadergli di perdersi; in ogni momento del suo sviluppo può cessare di crescere per finire con l’approdare, come un menomato psichico, nella “distruttività”, nella depressione, nell’incapacità di amare e nell’isolamento.

L’uomo è soggetto alla legge di ogni vita fisica e psichica: vivere significa crescere ed essere attivi; se la crescita si interrompe, subentrano il decadimento e la morte. Non è difficile riconoscere la morte fisiologica, mentre la morte psicologica è figlia del decadimento.

A.D. MMXVI. Qualche tempo fa….

Mutevolezza. Attraverso il mio paese. Le mie mancanze passano per delle strade, quelle dove il silenzio è la sola presenza, rotta dalla mia presenza.

Due alberi. Piccoli. Su un crinale.
La strada é quella che porta a Macereto.
Ci sono quei luoghi, che io chiamo “emozionali” dove ognuno trova il suo essere animale, primordiale.
Quando.
Il silenzio della mattina poco dopo l’alba è inteso nell’insieme delle luci, dei profumi del vento che entra dalle cuciture del giubbotto.

Le curve che scendono da Fiastra verso Sarnano.
Si snodano su 25 km e sette tornanti che rapidamente poggiano la quota di altitudine.
In tempi diversi, la terra ha tremato. Forte.

Nello scorrere del tempo su queste strade, la faglia sismica si è spostata, da sud verso nord. Come a dividere la terra e i suoi due mari Adriatico e Tirreno.
Poi, in solitudine, lontano dalla diffusione mediatica, solo così si può sentire come la Terra nella sua Vita, in un piccolo tremore, nella sua scala di intensità di movimento, cerca di comunicare con chi vi poggia i piedi sopra.
Le case, in cui l’Umano vive, poggiano come i suoi piedi, ma se queste hanno fragili radici, inevitabilmente crollano.
Così come le certezze, che solo dalle sovrastrutture, inutili, fanno di un tetto, un luogo non sicuro. Non collegato alla vera struttura, dell’insieme.
Solitamente, i viaggi, hanno bisogno di una preparazione, in base al luogo dove c’è intenzione di recarsi. Un carico di responsabilità spirituale, misto a razionalità organizzativa. Fosse anche spostarsi con l’autobus.
Ma quei due piccoli alberi….li ho immaginati quando la “botta grossa” li ha strapazzati.
Così come ero sdraiato nella mia tenda, solo, con la motocicletta accanto.
Il tintinnìo delle pentole e gli argini del lago di Fiastra che si sono riversati nell’acqua.
Un giorno dei tanti. Quelli vissuti attraverso. Come il Sacro volto di Manoppello.
Un altro evento di trauma.

Argini

I limiti sono volubili, spesso determinati da quei numeri che vanno a costruire i grafici che ogni sera vengono esposti nei telegiornali. Un terremoto, una popolazione, i decessi, i guariti…
E l’Anima che a stenti guarisce, sempre toccata da quei bollettini di guerra. Troppo spesso paragonati ad un conflitto dove il nemico lo puoi vedere in faccia, ma che le nostre facce vengono eguagliate da una mascherina. Dove il virus rende tutti uguali. Un dittatore molto democratico…

Quello che non c’è è ciò che mi manca di più. Senza darlo per scontato. Prendere la metro, camminare dritto sul pavimento della stazione, tra il desiderio mattutino di evadere nei silenzi, di quegli angoli del mio paese. Tra i colori e le sue tradizioni. L’essenza.

Niente sarà più come prima? Questo non lo sa nessuno. Almeno io ogni giorno non sono mai lo stesso.

E rimarrà Storia del secolo XXI…

(R)

Sopporta e persevera; cose molto più gravi sopportasti.
Perfer et obdura: multo graviora tulisti.
Ovidio


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Nessun rimorso.

Contravvenendo alla mia indole, nel non seguire argomenti osannati o pompati dalla massa, mi ritrovo, su proposta, a recensire un film appena visto. Per curiosità, e senza alcuna velleità di critico cinematografico, cercherò di esprimere impressioni e sensazioni che la visione di ”Joker” mi ha trasmesso.

È  d’obbligo da parte mia fare alcune premesse riguardanti la mia passione per i fumetti, nata dalla raccolta della carta che mio Fratello faceva nel suo associativismo scoutistico in quel di Primavalle. Spesso mi trovavo tra le mani numeri sparsi della Marvel, quasi niente della DC comics, sovente fumetti erotici. Sovente…

Avrò avuto quasi una decina di anni. E l’Uomo ragno, Hulk, Fantastici Quattro e Supergulp accompagnavano i miei mondi Stendhaliani…

Ho sempre avuto una certa simpatia negli antieroi, o gli antagonisti degli eroi. A parte saghe fumettistiche come Sin City o Watchmen che a mio avviso sono ”roba per pochi”.

Spesso, negli USA, una denuncia sociale, a mezzo stampa o cinema, viene trasmessa attraverso versioni celate o poco esplicite. Saranno gli strascichi del Maccartismo, che doveva individuare pericolosi messaggi di ”radicali” o bolscevichi in ogni dove. E a contraltare di quello che fu l’URSS,la spia o il sovversivo erano dovunque.

Scritti come ”“Il seme del male” di Joanne Harris o ”IT” di Stephen King sono stati letti e visti come semplici horror. Ma l’intrinseco è recepito da pochi, e va oltre la paura che viene instillata attraverso la faccia, o facciata che viene recepita in superficie.

Quindi, come far passare un messaggio riflessivo, analitico, senza incorrere in mattoni semiseri, o esplicite emanazioni minanti l’ordine costituito, reggente sui giuramenti con la Bibbia nella mano? Attraverso la creazione di personaggi.

Ed entrerei nel profilo univoco e personale, del singolo, potenziale, criminale che è insito in ognuno. Sintesi antropologica ed arcaica.

Lo studio criminologico della personalità riceve e individua quattro tratti principali determinanti il nucleo centrale della personalità criminale che sottendono il passaggio all’atto e sono presenti in ciascuno di noi ( “In ogni persona sonnecchia un delinquente”).

I tratti sono caratterizzati dall’egocentrismo, che permette di ignorare i giudizi; labilità, che consente di non tenere conto delle conseguenze dell’atto criminale; aggressività, che porta ad effettuare alcune azioni criminali senza badare agli ostacoli per compierle; indifferenza affettiva, che fa ignorare le sofferenze della vittima.

Tali ipotesi sembrerebbero aver ricevuto conferme da studi di verifica effettuati  su campioni di delinquenti. Ricerche successive non sono state però in grado di chiarire se esistano dei tratti tipici di personalità nei soggetti criminali o se questi prestino una particolare intensità di tratti diffusi in tutti gli individui e se tali caratteristiche siano la causa o l’effetto di una vita da criminale.

Ripercorrendo la storia di tale ambito di ricerca, si è individuata una “sindrome della personalità criminale”, caratterizzata da una specifica struttura psicopatologica, che favorisce l’acting-out ed è caratterizzata da tre tratti fondamentali: l’iperattività delittuosa, l’antisocialità ed un notevole egocentrismo.

I grandi dittatori, ad esempio, soffrivano della mancata accettazione da parte di gruppi o persone. Nella loro apoteosi, hanno messo in atto personali vendette ai danni di rivali o particolari antipatie sviluppate nell’età formativa. E l’abilità nel trasformare ciò in odio, derivante da rabbia, ha dato loro l’opportunità di perpetrare crimini di massa. Come semplice e unica vendetta. Mussolini ce l’aveva con la Massoneria, Hitler con gli ebrei, Pol Pot con gli intellettuali, Stalin era un edipico, Franco e Salazar avevano una formazione assurdamente cattolica. Lasciamo stare i nobili, che come dice il prof. Alessandro Barbero ”i nobili non servono a niente”, con i loro imperi…

In questo mio scritto mi concedo un pizzico di personalismo, avendo tatuato sull’avambraccio sinistro un Joker con pergamena che recita ”Nessun rimorso”, tanto per manifestare il criminale insito in ognuno.

Gotham City.

Una oscura metropoli decadente, vogliosa dell’uomo forte, reazionario, come tutti i personaggi di quella casa editrice. Il contrasto con l’altra, la Marvel, è sempre stato vivo.

Chiariamo subito una cosa: a nascere è stata prima la DC Comics. La Marvel – con gli Avengers, gli X-Men e i Fantastici Quattro – è arrivata circa un paio d’anni dopo. In ogni caso entrambe sono state fondate nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, quando le persone avevano bisogno di leggere qualche cosa di semplice e rassicurante come il bene che vince sul male. I primi supereroi rispecchiavano anche il modello di personaggio dominante americano: prima dell’introduzione di Wonder Woman quindi, erano tutti bianchi, eterosessuali, con un buon lavoro e anche abbastanza giovani. Solo qualche anno dopo hanno iniziato ad assumere forme più complesse.

La prima cosa che si dice quando si parla di differenze tra i supereroi Marvel e quelli della DC, è che i primi sono molto più complessi dei secondi. I disegnatori della Marvel avevano realizzato personaggi dalle mille sfaccettature psicologiche, con paturnie e problemi d’amore come tutte le persone normali ed estremamente combattuti nelle loro azioni. I supereroi DC erano molto più semplici: ad animarli era o la vendetta o la sete di giustizia. Negli anni ’80, con “Watchmen”, Alan Moore ha mostrato a tutti l’altra faccia della medaglia dell’essere un supereroe e non ha avuto paura di farlo. Così si è visto che i vigilanti potevano anche essere in realtà delle persone orribili e non per forza i buoni di cui prendere le parti.

Ecco l’antieroe.

«Io credo semplicemente che quello che non ti uccide, ti rende… più strano.»

Joker. In fondo, vedendo il film, traspare subito un vero e profondo disagio sociale, che mi riporta al disagio di Adolf Hitler quando dormiva per strada, vendeva acquerelli e fu rifiutato dall’Accademia di belle arti di Vienna. Il personaggio ha avuto nel tempo diverse interpretazioni venendo caratterizzato da alcuni autori come un personaggio sadico, burlone, psicopatico, perfido, crudele, ambizioso, eccentrico, carismatico, estremamente brillante, astuto, pittoresco, vanitoso, egocentrico, intrattabile, loquace e imprevedibile e, in altre interpretazioni – a seconda dei casi – un innocuo ladro o un grottesco folle. La sua follia lo rende uno dei più terribili criminali della città di Batman, Gotham City, nonché uno dei personaggi col più alto numero di omicidi a carico.  Nella graphic novel Arkham Asylum: Una folle dimora in un folle mondo, l’autore – Grant Morrison – suggerisce che non si tratti di follia, ma di un caso di “super-normalità”, una sorta di percezione sensoriale estrema. Inoltre non sembra qui essere dotato di una vera e propria personalità: in base al momento e alla convenienza può scegliere di essere un amabile comico o uno spietato assassino e gli autori presentano un personaggio la cui follia viene anche accompagnata da latenti comportamenti omosessuali.

lo interpreta Joaquin Phoenix, il fratello di River, morto in seguito ad un’overdose di eroina e cocaina, sotto forma di speedball. Personalmente lo ricordo come Commodo nel film ”Il gladiatore”, come Johnny Cash o in  The Village di M. Night Shyamalan. Visibilmente dimagrito come si addice ad un attore veramente calato nella parte. Fuma in una maniera disgustosa. E ho trovato molto strano che in un film USA, dove la guerra al tabacco è in ogni dove, vi sia questo smodato eccesso di nicotina. Joaquin è stato fidanzato con l’attrice Liv Tyler.  Nel 2012 ha avuto una relazione, durata circa un anno, con la modella Heather Christie. A seguito, è stato fidanzato con la disc jockey, modella e fashion designer Allie Teilz dal 2013 al 2015. Dal 2016 frequenta l’attrice Rooney Mara. Nell’aprile del 2005, Joaquin si fece ricoverare per alcolismo presso una clinica di riabilitazione. E fu protagonista anche d’un singolare episodio: il 26 gennaio del 2006, mentre percorreva una strada di montagna poco fuori la zona di Hollywood, perse il controllo della propria auto, finendo fuori strada e ribaltando rovinosamente la propria vettura. Scosso e frastornato per l’incidente, sentì d’un tratto qualcuno che bussava al suo finestrino, che, dopo aver sfondato il vetro del bagagliaio, lo aiutò ad uscire dalle lamiere della sua vettura; si trattava del regista tedesco Werner Herzog, che, una volta sopraggiunti i soccorsi, se ne andò prima che potesse ringraziarlo.  Joaquin è vegano dall’età di tre anni ed è un attivista sociale, oltre che per i diritti degli animali e per l’ambiente. Ha, infatti, supportato diverse organizzazioni ed associazioni umanitarie nel corso degli anni, come Amnesty International.

Torno al personaggio, oltrepassando la doverosa descrizione da catalogo dell’attore. Personalmente il primo Joker che ricordo sullo schermo fu quello interpretato da Cesar Romero in Batman, la serie degli anni Sessanta. Inquietante, grottesco, in fondo, la Nemesi di Batman. Jack Nicholson e Heath Ledger li porrei ex aequo per interpretazione, quantomeno per la prosecuzione psichiatrica. Questo è il fondamentale filo ”logico” che lega la scelta di singoli attori pro tempore. Jared Leto oltre che starmi antipatico lo passo, probabilmente un riflesso della mia insopportabilità dei suoi Tirthy Seconds to Mars…

Mark Hamill e Zach Galifianakis altri interpreti….ma nemmeno so chi siano.

Gotham City.

A parte un bel disco live dei Bauhaus, la città è una sorta di decadente metropoli alla ricerca della difesa reazionaria, di un politico, Thomas Wayne, padre di Bruce Thomas Patrick Wayne, ricchissimo uomo d’affari che, dopo aver assistito da bambino all’assassinio dei propri genitori da parte di un ladro, decide di intraprendere una personale guerra contro il crimine indossando un costume da pipistrello. Ma questo film, essendo una monografia di Joker, la nemesi, non lo nomina affatto. Solo per riconducibilità di chi sa come funziona il panorama Batman. Che è corredato di altri criminali, tronfi di anarchia [termine usato in maniera impropria, per indicare caos ed assenza di Regole. Altresì l’Ordine assoluto, proprio perché privo di regole imposte] e antitesi dell’élite ricca e potente. In fondo Batman è l’amante di Robin, ma questo non si deve sapere. Come descritto nel libro” Tecniche di masturbazione fra Batman e Robin” di Efraim Medina Reyes:

 “Mai per nessuna ragione devi essere te stesso, se ti fosse servito a qualcosa essere te stesso non staresti leggendo questo manuale. In un mondo più giusto, tutti avremmo l’aspetto fisico di un divo della televisione, l’intelligenza di una vecchia volpe e l’aggressività di un guerriero celtico, ma sai per dolorosa esperienza che questo mondo non è giusto, che la maggior parte di noi ha l’aspetto fisico di una vecchia volpe, l’intelligenza di un divo della televisione e l’aggressività di una torta di compleanno. Ti consigliamo di imitare qualcuno, chiunque sia meglio di te, non ti sarà difficile trovarlo. Una volta che avrai cessato di essere te stesso ti sentirai subito più sicuro e predisposto, che rischio può correre qualcuno che non è neppure se stesso?”

Il film si sviluppa sulla reazione di una mente offesa, mentita, drogata da farmaci che cerca la sua rivincita nella sofferenza dei soprusi, e che alla fine sfocia in una completa assenza di limiti morali o etici, che possano fermare una mano, a commettere un omicidio.

Il crescendo della mitizzazione di un personaggio, attraverso la maschera, come fu anche con ”V per vendetta”, passa per l’eguaglianza di piazza di quel radicalismo che tanto fa paura da anni negli USA. E che ha mandato a morte innocenti come Sacco e Vanzetti. Un ribelle è automaticamente considerato un criminale. O malato psichiatrico da internare.

Nel film, come nel fumetto, sono presenti i cardini principali dell’istituzionalizzazione coatta delle persone ”che funzionano male”, ospedale, manicomio, scuola, lavoro, carcere. Dove la strada e la ribellione passano per una società fortemente decadente, menzognera, celante vergogne e sporche verità. Puramente, la descrizione di una classe borghese. Corrotta in ogni senso.

Il singolo, si trasforma in molti. Manifestanti senza identità. Ma con un personaggio inversamente pirandelliano.

Torno per un attimo al mio Joker tatuato, un pò per nutrire l’Io o forse vabbè anche l’Ego. Il mio Joker esce fuori dalla carne dell’avambraccio, ghignante, con un dito puntato verso chi guarda. Non per giudicare, forse per indicare un punto. Con un asso di picche sul petto, ed un asso di cuori in mano.

Nessun Rimorso.

[R]


Foto copertina © MjZ




La botta grossa.

...qualche anno fa…
 
Montavo la tenda in un angolo di un campeggio tra montagna e lago. Il materassino gonfiato, la coperta di soccorso, il sacco a pelo, le masserizie, la motocicletta accanto alla “casa” provvisoria…
Una birra trangugiata in fretta dopo una doccia veloce e la spesa nella scatola di cartone legata come passeggero. Un cavolo, delle carote, uova, tonno, un vaso di yogurt, una pagnotta, legumi in scatola.
Di notte, nel silenzio assoluto, la dimensione si sente con meno sfaccettature e colori. A volte, nel cambio dei suoi odori in base  all’ora, neanche la fauna circostante ha il permesso di far rumore. Il lago artificiale non ha moto ondoso. Il vento non è molto impetuoso. A parte quando si sale al Pian del Ragnolo o si scende nel vallone scavato dal fiume Fiastrone. Tra gole e monasteri demoliti dal Tempo. Dormo senza alcuna paura. Qualche voce di bambino dalle tende circostanti tiene compagnia…
 
Dove sono. Praticamente sotto al Monte Bove, alle spalle dell’antro della Sibilla. In una gola scavata dalle ere geologiche. La mattina mi sveglio presto per fare un bagno nel lago. Mi piace essere avvolto da acqua gelida e nebbia che si condensa al sorgere del Sole dietro il paese di Podalla. Rocce bianche che degradano nelle acque. Qualche ginestra gialla e quercette in riva.
Passato ferragosto il campeggio si è svuotato. Rimangono gli “stanziali”, cioè chi va da 30 anni sempre in quel luogo.
I primi due giorni li passo tra un piatto di pasta e qualche giro in moto nei bei paesetti deserti intorno. Scoprendo scorci nascosti, tra i fiumi Metauro e Potenza. Abbazie. E paesi fantasma, dove mi sento nel mio completo habitat. I morti…i fantasmi…le ossa…non hanno mai fatto male a nessuno.
 
Terza notte.
 
La tenda è posata su una delle faglie appenniniche. Dove dal 1997 l’attività sismica è quiescente. Sulla s.s. 77 si attraversano paesi lasciati al loro tempo, semidistrutti, dove si vedono ancora mobili e suppellettili lasciate lì … uno specchio riflette la luce del faro al mio passaggio. Un altro ritorno da un giro in motocicletta … una birra gelata per stordirmi dai pensieri che ho lasciato sulla Strada.
Una frittata per cena e due pomodori. Due fugaci chiacchiere con i campeggiatori adiacenti e a nanna. Da buon Ramingo.
Crollo coccolato da me stesso e dal materasso morbido avvolto dal buio totale. Inutile tenere l’orecchio a captare rumori che non ci sono. Creo il vuoto e sono nel nulla. Come mi è stato insegnato.
Nei miei sogni, come ricordo, mi sono apparse persone che nella loro Vita ultraterrena hanno sempre messo la mano protettrice in ogni viaggio che ho fatto. Addirittura come spesso mi capita, sento la mano calda di mio Padre appoggiarsi sulla spalla. Una sensazione benevola e rassicurante. Capita spesso.
 
Non sono in una casa. Il mio Corpo ed il mio sonno sono poggiati sul terreno, dove posso percepire in una sorta di “collegamento” elettrico con ciò che ho sotto di me.
 
 
La botta grossa.
 
Non ho avuto paura nel sentire il tintinnìo delle posate nelle pentole, o lo scricchiolìo della motocicletta sul cavalletto o sentire gli argini del lago franare nelle acque.
Gea è viva…per questo si muove.
L’umano non può mettersi contro ad una energia incontrollabile se costruisce case non rispettose della connessione naturale. Se non rispetta. In Giappone lo sanno. 
 
Mi sveglio. 
 
I bambini non sono impauriti, quanto meravigliati. Non siamo in una casa. Siamo direttamente poggiati sul Pianeta.
 
La responsabilità è solo dell’umano.
Solo sua.
 



Ritorno a Roma.

Ritorno a Roma: esempio di come in questa città si sia perso ogni senso di Umanità.
Sveglia presto. Molto presto.
L’autobus in perfetto orario (per ora) apre le porte davanti al mio Corpo guidato dalla mia Mente.
Le solite facce lunghe, a cui ho dato dei soprannomi.
L’Abissina scontrosa, l’Efebo filippino, la Comitiva dei Puzzafiato Romeni, la Vampira, il Collettivo delle Colf del Pollame cerebrale, l’Africano pregante, il Consumato, er Fracico, il Sordo paraculo, la vecchia traballante (e altri personnages).

Trasbordo bus/metro. Altre facce oblunghe.
Il mio Corpo si siede.
Termini, dove tutto termina, vite alcoliche, tassisti, edicolanti, ferrovieri, binari, morti anche loro.
Entro in uno di quei luoghi che definisco “punitivi” per antonomasia, caserma, scuola, manicomio, carcere.
Per me è caserma. Per ora.
Rivedo persone a me care, stringo mani, abbraccio persone. Altre non le cago (cinico,sì!)
Battute, quei “sì, eh?!” “maddài” che tanto vanno di moda ora.
Nanni Moretti ne farebbe un altro Ecce Bombo.
Maschere. Diffido.
Mi limito ad allungare la prossemica.
La giornata lavorativa è dinamica, mi incazzo puntualmente per l’imperizia dei fornitori.
In fondo molto spesso mi dicono che ho una mente “nazista”. Cazzi loro, pensino ciò che vogliono, Io sono nato così.
I miei colleghi sono intenti a spostare materiale nel pessimismo e fastidio.
Neanche Sisifo sbuffava così tanto, Ercole faticava e non rompeva i coglioni a nessuno.
Finisce la giornata lavorativa.
Firmo ed esco; è appena partito il treno per Ancona sul binario 1.
Metro A.
Riprendo il “rapido” (si fa per dire) 904.
Mi siedo. Dopo due fermate sale una donna con aspetto claudicante, all’apparenza.
Poi sale una ragazza incinta, a giudicare dalla “panza” credo sia al 5/6 mese.
L’apparente claudicante sbuffa e lancia strane occhiate.
Penso: se vuole può chiedere, ma non mi fido. Più che altro non sono sicuro che abbia questo handicap.
Chiamo la ragazza “panzuta”, la invito a sedersi.
Ne nasce una assurda diatriba tra le due su chi abbia la “precedenza”.
Mi sento chiamato in causa, in quanto il posto lo sto cedendo io.
Scelgo a chi darlo. la “panzuta” per me ha priorità, in fondo faccio sedere due persone insieme.
Dopo qualche fermata la ragazza mi chiama dicendomi di rimettermi a sedere.
Grazie. Ora tocca alla “zoppa”.
Tutti seduti.
Tutti felici.
Ringrazio di Essere in buona Salute, Mente e Corpo.
Andrò ovunque mi porteranno i miei piedi, peraltro molto grandi.
Ramingo è sempre in piedi.

Grazie, Ramingo.

(R)

 





… tuuuu pallida Luna perchéééé…

… tuuuu pallida Luna perchéééé…
Così recitava una canzone citata in una striscia di Lupo Alberto, che lui, essendo lupo, canticchiava. E la luna rispose: “Hai idea di quanto tempo è che sono sveglia la notte”?

Sulla Luna si può fare un intero trattato favolistico, filosofico, culturale, religioso, agronomico, militare e magico.

Luna.
Base lunare Alfa. Il primo avamposto umano di colonizzazione del nostro satellite in una produzione BBC degli anni sessanta-settanta. Dove le pulzelle dai capelli viola gestivano, pilotavano e combattevano contro gli UFO dalla forma a semicono rovesciato. Roteanti e minacciosi.
Georges Méliès ne fece un primo soggetto cinematografico tratto dal fantasioso romanzo di Jules Verne.
Ludovico Ariosto…Dante Alighieri…Munchausen…Keplero…
Ma le analogie a dir poco strabilianti furono quelle di Dalla Terra alla Luna (1865) di Jules Verne, che, assieme al seguito Intorno alla Luna (1870), narra di un viaggio all’interno di un proiettile lanciato dalla Florida e che, dopo una rivoluzione attorno alla Luna, ritorna sul nostro pianeta ammarando nell’Oceano Pacifico, e che presenta diverse coincidenze con il programma Apollo.

Procedo per associazione di idee…

Apollo … è una divinità della religione greca e romana. Come molti altri Dèi greci, Apollo ha numerosi epiteti, atti a riflettere i diversi ruoli, poteri ed aspetti della personalità del Dio stesso. Il titolo di gran lunga maggiormente attributo ad Apollo (e spesso condiviso dalla sorella Artemide) era quello di Febo, letteralmente “splendente” o “lucente”, riferito sia alla sua bellezza sia al suo legame con il sole (o con la luna nel caso di Artemide). Quest’appellativo venne mutuato ed utilizzato anche dai Romani. Questi nacque in una notte di plenilunio, che fu, da allora, il giorno del mese a lui consacrato, nel momento in cui nacque il dio. Come la domenica per gli anglosassoni chiamata Sunday, Sonntag.
Dunque Apollo e Artemide sono legati non strettamente ma per intercessione della Madre Terra. Gea. O, per i greci, Gaia. La “a” e la “i” vengono fuse e lette “e”. 

Il nostro pianeta, dunque si interpone spesso tra Luna e Sole, ma per uno strano e periodico gioco di luci ed ombre, le eclissi variano per tipo, durata e colori. La mediazione tra questi corpi celesti trova posto nella creazione di un equilibrio che ha condizionato popoli e culture, creando miti e leggende, regole agronomiche e credenze.
Il periodo orbitale di questo satellite è di 27,321 661 55 giorni. Più semplicemente ventotto. A questi giorni viene attribuito un calcolo matematico legato a molte regole terrestri. Il ciclo mestruale, l’umore lunatico, lo svinamento legato al travaso del vino dopo la spremitura, le maree.
A volte capita di vedere la Luna che, nel momento in cui sorge, possiede un colore rossastro.
Mi ha incuriosito il nome della sottile polvere che ricopre il satellite: la Regolite. Che è uno strato di materiale sciolto e di granulometria eterogenea che ricopre la maggior parte del suolo lunare. Estremamente abrasiva, associata un po’ alla polvere di pietra pomice.

Dalla prima missione Apollo, le mire sul satellite sono state soprattutto militari. Tanto che esisteva un progetto di installare testate nucleari.

Il contraltare tecnologico e antagonista alla più eclatante e mediatica impresa della NASA fu il programma sovietico. Poco o niente si sa di tutto questo fino alla caduta del Muro e di conseguenza alcuni programmi spaziali non strettamente legati alla corsa agli armamenti furono divulgati. Tra questi il principale Lunochod 1, portato sulla Luna dalla sonda Luna 17, fu il primo rover controllato a distanza ad atterrare su un altro mondo. Dopo un primo tentativo fallito, terminato con la distruzione del vettore e del suo carico il 19 febbraio 1969, Luna 17 fu lanciata il 10 novembre 1970 e, dopo aver raggiunto un’orbita di parcheggio, fu acceso l’ultimo stadio del vettore che pose la sonda sulla rotta per la Luna. 
Aleksandr Leonovic Kemurdžian. Uno sconosciuto per molti. Anzi per il mondo. Ingegnere di origini armene, fu il principale fautore del programma lunare sovietico. Nel pieno della corsa allo spazio, USA e URSS si sfidavano continuamente cercando il primato: primo satellite, primo essere vivente, primo uomo nello spazio, prima donna nello spazio, prima ‘passeggiata’ spaziale; fino al “colpo” di grazia per il programma sovietico con lo sbarco degli astronauti americani sulla Luna e che sostanzialmente chiuse la corsa russa al nostro satellite ma non del tutto. La navicella atterrò con successo sulla Luna nel Mare Imbrium il 17 novembre: il lander era costituito da due diverse rampe dalle quali il rover poteva scendere sulla superficie. La macchina effettuò i primi passi sul nostro satellite. Rimase attivo per 322 giorni terrestri, percorrendo circa 10,5 km e trasmettendo oltre 20.000 immagini durante il suo periodo di attività. Smise di funzionare il 14 settembre 1971. 

Nel 1969 il programma russo Lunochod per l’esplorazione della superficie lunare, la raccolta di immagini e lo studio di altri parametri ambientali della Luna fu messo in ombra dai successi dell’Apollo 11 ma solo per un guasto tecnico che lo fece arrivare sul nostro satellite solo dopo l’allunaggio americano.

Ma oltre a tutto questo che racchiude tanto, mi sovviene anche di dare uno sguardo ai dischi che ho in casa. E attraverso la musica riesco a trovare tanti titoli di album o canzoni che citano il satellite. 

Pink Floyd – Dark side of the moon.

Il moto di rotazione della Luna è il movimento che compie intorno all’asse lunare nello stesso senso della rotazione terrestre, da Ovest verso Est, con una velocità angolare di 13° al giorno. La durata è quindi uguale a quella del moto di rivoluzione pari a 27 giorni, 7 ore, 43 minuti e 11,6 secondi. Poiché il periodo di rotazione della Luna è esattamente uguale al suo periodo orbitale, dalla superficie della Terra è visibile sempre la stessa faccia del satellite.

Type O Negative – Wolf Moon.

Il lupo mannaro, detto anche licantropo (dal greco lycos «lupo» e ànthropos «uomo»), è un uomo che nelle notti di luna piena si trasforma in un orrifico lupo. La licantropia potrebbe essere solo uno stato di allucinazione che porta un uomo a credersi lupo. Parliamo allora di licantropia clinica. Si chiama comunemente licantropia clinica quella rara sindrome psichiatrica che induce chi ne è affetto a credere di potersi trasformare in un animale.

Police – Walkin on a moon.

Il primo astronauta a camminare sulla superficie lunare fu lo statunitense Neil Armstrong, comandante dell’Apollo 11. L’ultimo fu Eugene Cernan.
Nella biografia di Neil Armstrong, si leggono le seguenti parole:
«Per coloro che ancora credono che l’allunaggio non sia mai avvenuto, l’esame dei risultati di cinque decenni di esperimenti LRRR dovrebbero dare la prova di quanto veramente deludente sia il loro rigetto della realtà dell’allunaggio»

Moonlight Serenade – Glenn Miller Orchestra
Blue Moon – Billie Holiday
Fly me to the moon – Frank Sinatra
Mesecina – Goran Bregovic
Signora Luna – Vinicio Capossela
Caparezza – Vengo dalla luna
Tom Waits – Grapefruit moon
Rolling Stones – Child of the moon

Dopo aver citato i titoli relativi alla Luna presenti in casa, vorrei dare attenzione ai legami fisiologici e psicologici attribuiti al Satellite. La prima che mi sovviene è la dicitura di chi è contrassegnato caratterialmente da cambiamenti frequenti di umore, volubilità, un’irascibilità. Lunatico.

Non è un caso se l’epilessia è stata chiamata anche mal di luna e se ci portiamo appresso espressioni caratteriali come “lunatica”. Ma la Luna anche stavolta non c’entra niente; sono sempre fenomeni antropici. Se non esistono dati a favore di queste credenze è possibile smentirle facilmente. Un mito duro a morire è quello sul collegamento tra fasi lunari e cicli mestruali. Uno degli argomenti più frequenti nelle donne che ci credono è “quanto sono in ritardo o in anticipo rispetto al previsto”, il che è un tutto dire: la credenza non si discute, è il corpo che sbaglia. Ad oggi non esiste un dato statistico che confermi il collegamento tra fasi lunari e fertilità. Verificate voi stessi con una ricerca avanzata.

Luna, barbiere e barbarie. C’è ancora chi sostiene (persino certi dermatologi) che la Luna abbia una qualche influenza sulla crescita della nostra peluria, per via di non meglio precisate influenze magnetiche. La Luna condizionerebbe anche ondate di crimini. 

Questo scritto, fatto anche documentandomi su interessi personali, rileggendolo mi sembra un po’ come la superficie della Luna, corrugato…bucato…oscuro da una sola parte, luminoso dall’altra…..ma sono le prime idee che mi hanno messo in relazione col Satellite.

Un ultimo aneddoto, da motociclista romantico ed incallito: tempo fa, nelle mie peregrinazioni notturne, spesso giocavo con la Luna. Marciando di notte a luci spente quando Selene era piena, per vedere come la luce riflessa dal bianco satellite potesse illuminarmi la strada. A volte l’ho trovata riflessa nelle campagne intorno casa mia, nelle pozze che hanno allagato i campi nei temporali estivi. Oppure nei viaggi ellenici in notturna, per prendere il traghetto. O ancora, la Luna del nord sospesa sul mar Baltico con la luce del Sole che mai tramonta completamente. O che entra dalle pieghe della tenda in Abruzzo, nel silenzio accompagnato dai grilli di fine Agosto. E ancora quella Luna che tramontò la sera del terremoto di Amatrice, dopo la scossa. O quella che malinconicamente osservavo da una finestra munita di sbarre. Con una mano che cercava di prenderla …

[R]





La vergogna e il coraggio.

No Obelix. La pozione magica tu non la puoi prendere, ci sei caduto dentro da piccolo.

Un Corpo che cambia, la forza e la sensazione di onnipotenza. Facile cadere nella tentazione di acquistare un aiutino, magari assumendolo con diagrammi studiati a tavolino, al fine di non farsi troppo male e non sovraccaricare gli organi interni. Facile certo. Ma la tentazione quando dopo vari ammiccamenti e richieste al banco della reception, si trasforma in possesso di fiale e pastiglie allora esce fuori quell’euforia della prestazione aumentata.

A quell’epoca ci facevamo di tutto.
Deca Durabolin, Dianabol, Testoviron, TestoDepot, Sustanon, Testosterone decanoato, undecanoato, dodecanoato, beta bloccanti, pastiglie per l’asma, Clenil, Clenasma, clenbuterolo, efedrina, gonadotropina corionica umana, antidolorifici, morfinosimili, corticosteroidi, creatina, aminoacidi ramificati, proteine del latte, uovo, soia.
Abbiamo mangiato e non mangiato, dieta iperlipidica, iperproteica, ipoglicemica.
Per i più ricchi si reperiva l’ormone della crescita.

Farmacisti compiacenti, prodotti provenienti per corrispondenza da Canada, USA, Germania. E dulcis in fundo, tutti i prodotti ormonali di sintesi fabbricati in Olanda.

Cosa ci spingeva a fare tutto questo?
Partiamo dalla base. Il culturismo non è uno sport. Il fitness non è uno sport. Ma all’interno di queste diciture di massa, che muovono un business mondiale, vi è insita la competizione.
Prima di tutto la competizione è con se stessi. È la causa psicologica che rimane sottomessa, ma mascherata dall’assunzione di sostanze, che all’apparenza non danno assuefazione, ma un senso di superamento dei naturali limiti che un Corpo, ed una Mente, possiedono nella natura fisiologica dei ritmi veglia-sonno-allenamento-riposo-alimentazione.
Il Corpo Umano è un grande laboratorio chimico, il fegato sintetizza la maggior parte delle molecole introdotte, l’alcool soprattutto, con grande lavoro assieme ai reni.
Le palestre di fitness, grande moda scoppiata negli anni, complici film americani di successo, hanno degli ambienti pressoché uguali. Spesso cambiano gli attrezzi automatici, ma la base che deriva dal Sollevamento pesi che è una disciplina olimpica, rimane quella. Fatta di manubri e bilancieri.
Ora. Cosa spinge uno pseudoatleta a fare uso di sostanze chimiche che incrementano la sintesi proteica, di conseguenza la massa muscolare?
Un bluff.

Vedersi. Con quegli specchi che si ergono a giudici, col martello battente fino a dare una sentenza, tra gli sguardi ammirati di chi vorrebbe osare ma non ne ha il coraggio, e chi usa ma non è mai contento di sé. A perseguire una perfezione che non esiste, fino a portarsi alla morte. Malformazioni cardiache, impotenza, insufficienza renale, ipertensione, prostatite, aggressività, turbe psichiche, crescita neoplastica, infiammazioni articolari, tendinee e muscolari. I rischi dell’abuso di pozioni magiche sono molteplici. Ma la differenza tra l’uso e l’abuso c’è. In fondo anche un abuso di aspirina porta ulcera o difficoltà di coagulazione.

Pharmacos. In greco significa veleno. Ogni molecola estratta ed isolata può essere medicina o veleno.

Per quanto un maratoneta possa essere veloce, un arciere preciso, un ciclista resistente, fare un raffronto diretto della sua prestazione rispetto a quella di un sedentario, di se stessi, o di uno sportivo medio è assai complesso per chi non ha competenze specifiche o non è appassionato. Quando invece si guarda un bodybuilder, magari un professionista, la sua mole fisica non può passare inosservata, né può lasciare dubbi su come sia stata costruita. Non si trovano simili volumi muscolari in nessuna altra categoria di sportivi. La differenza salta subito agli occhi, del resto così come una mela in natura non arriverebbe mai ad avere le dimensioni di un’anguria, anche un essere umano, per quanto si dedichi con assiduità all’allenamento e all’alimentazione, non potrebbe mai raggiungere le dimensioni di un bodybuilder professionista senza l’uso di anabolizzanti. Chi afferma il contrario o è in malafede o non ha ben chiaro il ruolo funzionale dei muscoli. Generalmente è in malafede.

Oppure si vergogna. Un tossicodipendente, qualunque essa sia la sostanza, è un tossicodipendente. Alcool e fumo compresi, dichiaratamente legali per lo Stato. Di cui detiene il monopolio quantomeno fiscale.

Quando purtroppo a causa del doping si muore, sia vittima degli anabolizzanti un calciatore, un ciclista, un maratoneta o un bodybuilder, si scatena l’ira e l’indignazione dei “colleghi”, soprattutto dei colleghi dopati, o ex dopati, o che fanno affari col doping sulla pelle degli altri e fomentano gli ingenui per farli salire sul loro carro. Obiettivo di tutto questo è negare l’evidenza.

Nessuno ha il coraggio di ammettere l’uso, se non l’abuso, di molecole esogene.
Un Corpo Umano generalmente acquista circa due chili di massa magra al mese. Finito il tempo fisiologico di memoria muscolare, la naturale fisiologia ha quei limiti. E non si va oltre.
Farsi dei danni, permanenti o transitori, o peggio morire di doping forse è un’infamia, ma è un’infamia solo perché si sa d’aver sbagliato e non si vuole avere il peso del giudizio degli altri, ci si sente colpevoli dentro, e non potendo rimuovere la voce della coscienza, si aggredisce l’interlocutore, se si ha un nemico contro cui scagliarsi allora per un po’ si può smettere di pensare.

Il dilemma è psicologico. Basta poco per indossare un mantello rosso con la S e sentirsi invulnerabili. Bastano i canali giusti e un po’ di audacia. Ma la vergogna rimane. Il coraggio no. Almeno di ammettere di averne fatto uso. E soprattutto ai non addetti ai lavori viene subito lo sghiribizzo di moralizzare, condannare e giudicare. Chi sono costoro? Fumatori, consumatori di farmaci, sedentari da automobile, o da salotto.

La Scienza. Il primo giugno 1889 l’eminente tisiologo francese Charles Edouard Brown-Séquard annunciò alla Société de Biologie di Parigi di aver scoperto una terapia per il ringiovanimento del corpo e della mente. Il settantaduenne professore riferì di avere drasticamente contrastato il proprio declino inoculandosi un estratto ottenuto dai testicoli di cani e cavie. Queste iniezioni, spiegò al pubblico, avevano incrementato la sua forza fisica e il suo vigore intellettuale.
Per molti secoli, fin dall’antichità, i medici avevano prescritto l’ingestione di tessuto cardiaco umano o animale per stimolare il coraggio, di materia cerebrale per curare l’idiozia.
Gli organi sessuali e le loro secrezioni avevano un posto d’onore in questa pratica terapeutica. Gli antichi egizi attribuivano poteri medicinali ai testicoli. Io stesso, figlio di macellaio, ho assunto carne equina dalla prima pappa ingerita in tenera età. Come fosse doping. Certo, siamo quello che mangiamo, e se l’equazione ”mangio bianco e morbido, sono bianco e morbido, mangio rosso e duro sono rosso e duro” probabilmente un Corpo Umano risente di carenze o surplus di alimenti base. Che possono scatenare la gotta o il diabete, malattia sociale insita nel consumismo.
Si è passati dalle malattie da carenza alimentare alle malattie da eccessi alimentari.

Allora. Perché indignarsi se qualcuno fa suo l’uso di sostanze chimiche solo per edonismo? Perché l’edonismo è l’espressione dell’immagine. Quella propinata dai media, dai selfie, dal riscontro sociale o magari da una voglia di rivincita su qualcuno o qualcosa. Una sorta di rivalsa. Alla base vi è un dismorfismo da riflesso.

Mens sana.

Nel 1911 A. Pézard scopri che la cresta di un cappone cresceva in misura proporzionale alla quantità di estratti testicolari animali che gli venivano inoculati. Questo la dice lunga sull’immagine…
Negli ultimi trent’anni l’impiego degli steroidi anabolizzanti si è esteso ad altri sport olimpici, fra cui l’hockey su ghiaccio, il nuoto, il ciclismo, lo sci, la pallavolo, la lotta, la pallamano, il bob e il calcio.
L’uso di steroidi è ben documentato tra gli atleti dilettanti o semidilettanti. Del milione di consumatori di steroidi stimato negli Stati Uniti, molti assumono queste sostanze per il body building.

Tutto per soldi. Le società sportive hanno fiutato il business delle grandi vincite, spesso quelle quotate in borsa hanno spinto i loro atleti ad assumere fiale, pastiglie e compresse a loro totale inconsapevolezza di ciò che loro veniva inoculato. Ed ancora funziona così. I programmi antidoping destinati a reprimere l’uso di steroidi nello sport si sono dimostrati altamente inefficaci fin da quando furono introdotti negli anni settanta. Le analisi spesso non sono abbastanza sensibili per cogliere in fallo i consumatori e molti atleti di primo piano e funzionari sportivi corrotti hanno imparato a eludere i controlli.

Non solo body building.
Molti ciclisti professionisti si servono di farmaci antiasmatici che contengono steroidi di sintesi, anche se l’asma non sembra di certo una patologia comune in questa categoria di sportivi.

La terapia.

Fin dagli anni quaranta gli androgeni sono stati utilizzati per curare stati di grave defedazione associati a malattie croniche debilitanti (come per esempio quelle sofferte dalle vittime dei campi di concentramento nazisti) e traumi (comprese le ferite subìte in guerra), ustioni, interventi chirurgici e radioterapia.
Dal momento che gli steroidi anabolizzanti accelerano l’eritropoiesi, sono stati impiegati come terapia di elezione per diverse forme di anemia, prima che si diffondessero il trapianto di midollo e i trattamenti con eritropoietina sintetica. La scoperta di queste sostanze ha avuto anche una sorta di salvavita. Più di recente alcuni medici hanno cominciato a sperimentare gli steroidi anabolizzanti come terapia per la debolezza e la perdita di tono muscolare che si manifesta durante la progressione dell’infezione da HIV.

Cosa divide allora tutto l’uso e l’abuso… la vergogna di averli usati, viene soppressa dal coraggio di ammetterlo. Fino a quando il limite non ha danneggiato Mens e Corpore.
L’unico limite rimane accettare i propri limiti e averne paura.

Solo la paura salva.

Anche Obelix…