Il “CRETTO DI GIBELLINA” di Alberto Burri, la storia di una piccola altura.
Valle del Belice, 14 gennaio 1968.
Un violento evento sismico cambiò per sempre la vita degli abitanti della Valle compresa tra le province di Trapani, Agrigento e Palermo. In nove mesi si registrarono circa 345 scosse, le più devastanti avvennero nei giorni successivi alla prima, ma non smisero fino a settembre dello stesso anno.
Un mese dopo il sisma, solo nella provincia di Trapani, più di 10.000 persone si trovarono senza un tetto e si stima che altrettante emigrarono in altre province ed all’estero. In quel caso gli stanziamenti economici, anche se tardivi, ci furono, ma si pensi solo al fatto che nella prima metà degli anni ’70, i baraccati in totale erano ancora quarantasettemila.
Compresa in questa porzione della Sicilia occidentale vi è Gibellina, Ibbiddina in dialetto siciliano, nome derivante dall’arabo Gebel (che significa altura) e Zghir (che significa piccola) e, secondo alcuni storici, fondata proprio dagli stessi nel periodo dell’Alto Medioevo.
Gibellina Vecchia, come ormai la chiamano oggi gli abitanti del luogo, nasceva sul bacino del fiume Belice, così da soddisfare esigenze insediative di tipo agricolo, e si estendeva urbanisticamente come un tipico borgo rurale dell’entroterra siculo, il cui tessuto urbano, costruito nel XIV secolo, si sviluppava attorno al castello costruito da Manfredi Chiaromonte, Signore di Trapani; presentava un impianto urbano pressoché policentrico, in cui trovavano ampio spazio gli agglomerati centrali, più grandi e regolari, mentre, e gli agglomerati più piccoli e frammentati, andando verso le estremità del borgo. All’interno di questo impianto gli assi viari principali erano due, ortogonali fra di loro, e delimitavano a loro volta altri allineamenti dei comparti, a seconda, anche, dell’andamento dell’altura, creando così nuovi tracciati viari di espansione edilizia.
Un sistema complesso, lo potremmo definire oggi, ma che seguiva una logica urbanistica precisa.
Immagine tratta da https://www.primapaginamazara.it/46-anniversario-del-terremoto-del-belice-gibellina-seconda-parte/
È importante sottolineare come fosse l’assetto urbanistico di Gibellina per avere una lettura complessiva di quello che era, di quello che non esiste più e di quello che è oggi.
Negli anni ’70, per volontà dell’allora sindaco Ludovico Corrao, che voleva far diventare la ricostruzione di Gibellina il simbolo della rinascita post-terremoto della Valle del Belice, vennero chiamati i più grandi artisti contemporanei del tempo ad intervenire, con le loro opere, in una parte di territorio allora libera da insediamenti urbani e che dista a circa 20 km da dove sorgeva la vecchia città. Artisti di ogni nazionalità risposero all’appello del sindaco offrendo le loro opere ed i loro progetti architettonici per far risorgere la città in quella parte di territorio che oggi è identificato come Gibellina Nuova.
Rimando ad un altro articolo le vicende che accompagnarono e che accompagnano questo piano di costruzione/recupero della comunità locale dislocata rispetto al luogo in cui avevano vissuto fino ad allora; certo è che, oggi, Gibellina Nuova è un museo en plein air che contiene, all’interno, interventi di architettura ed arte moderna.
Cito solo alcuni dei professionisti chiamati a dare il loro contributo: Mario Schifano, Andrea Cascella, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Paladino, Franco Angeli, Leonardo Sciascia, Ludovico Quaroni, Franco Purini. Tra questi grandi maestri fu chiamato anche Alberto Burri ma quello che fece, fu di gran lunga differente rispetto alle scelte prese dagli altri artisti.
Quando, nel 1981, Burri fu invitato dal sindaco ad intervenire, con la sua opera all’interno del piano di ricostruzione, e fu portato a visitare Gibellina Nuova, l’artista si dimostrò piuttosto scettico nei riguardi delle scelte che erano state fatte, come piano di intervento, e chiese, quindi, di essere accompagnato a vedere la vecchia città, ridotta ormai ad un cumolo di macerie.
Venti chilometri, per chi è abituato a girare in città, sembrano cosa da niente.
In realtà, la strada da percorrere, per arrivare dalla città nuova a quella vecchia, è una strada quasi di montagna, tipicamente piena di curve ed in salita: si impiega più di mezz’ora per arrivare, ed alcune tratte viarie di collegamento sono ancora “chiuse per lavori” , tanto da non essere percorribili.
I chilometri che accompagnano i visitatori verso il vecchio sito, portano con sé tutta la drammaticità di quello che avvenne durante la notte del 1968, anche a discapito del magnifico panorama di cui si gode percorrendo la strada, perché non appena si arriva, si percepisce davvero il dramma da cui si è tentato di prendere le distanze ma che, non appena vi si scorge oggi l’opera di Burri, ti piomba addosso come un macigno. Figuriamoci quando ancora era visibile ciò che era rimasto del borgo di Gibellina, “un cambiamento di scena netto ed un impatto traumatico” – dice Massimo Recalcati nel suo bellissimo libro intitolato “Alberto Burri. Il grande Cretto di Gibellina”, per la cui presentazione, il celebre psicoanalista e saggista ha tenuto una conferenza al Maxxi di Roma dedicata al lavoro di Burri ed a cui ho partecipato con grande interesse.
Questo è lo scenario che gli si presentò davanti.
La prima immagine è tratta da https://www.primapaginamazara.it/46-anniversario-del-terremoto-del-belice-gibellina-seconda-parte/ ; la seconda immagine è tratta da http://www.meteoweb.eu/foto/terremoto-ingv-50-anni-dal-sisma-del-belice-foto/id/1030664/#1
“Andammo a Gibellina con l’architetto Zanmatti, il quale era stato incaricato dal sindaco di occuparsi della cosa. Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l’idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento”
Alberto Burri, 1995
Ed è proprio guardando questo scenario che Burri ha l’intuizione di ciò che nella sua mente già vedeva, di ciò che quel poco di assetto urbano rimasto gli ha trasmesso e comunicato nell’anima e che ha fatto sì che realizzasse quella che oggi è considerata l’opera di “land artsite-specific” più estesa d’Europa, con i suoi circa 86.000 metri quadri di superficie: Il Cretto di Gibellina o più comunemente conosciuto come il Grande Cretto di Alberto Burri.
“In quest’opera il rapporto tra la pratica dell’arte e l’eccesso ingovernabile della vita e della morte risulta centrale. Burri prova a restituire in uno stesso movimento d’insieme sia la forza impetuosa e matrigna della vita (il terremoto) che l’esperienza del lutto e della morte che ad essa si accompagna. Guardando la distesa bianca e grigia del Grande Cretto sono due le prime impressioni che colpiscono: la potenza della scossa sismica, restituita attraverso le crepe che solcano il Cretto, e l’esperienza del lutto e della morte, consegnata dalla pietas con la quale la “mano” dell’artista scrive la sua silenziosa orazione funebre commemorando i morti”
Una spiccata sensibilità e compassione sono così espressi attraverso la sua opera.
Ma chi è stato davvero Alberto Burri? Come ha fatto un uomo ad entrare così in sinergia con il concetto della morte e della vita allo stesso tempo, tanto da riuscire contemporaneamente, attraverso la sua arte, sia a restituire la potenza della devastazione sia quella della vita, attraverso la nascita di nuove forme?
Alberto Burri è nato nel 1915 a Città di Castello, in Umbria, e le sue prime opere si collocano tra la fine degli anni Quaranta e gli inizi degli anni Cinquanta. La formazione dell’artista, da sempre, è stata una formazione tesa alla sperimentazione e all’indagine delle qualità espressive della materia, tanto da escludere in campo pittorico tutto ciò che fosse figurativo, a favore di immagini assolutamente astratte ed “informali”. L’interesse per Burri è stata la forza espressiva della materia: tele tinte di rosso o nero su cui incollava sacchi di iuta, utilizzo di oggetti usati e logorati, intesi come residui solidi dell’esistenza. Dal 1957 in poi, con la serie delle “combustioni” ha introdotto il fuoco tra i suoi strumenti di lavoro artistico e la sua arte ha compiuto una svolta lì dove l’usura che segnava i materiali non era più quella della «vita», ma quella di un’energia che ha assunto un valore quasi metaforico primordiale e che ha accelerato la corrosione della materia stessa. La sua massima espressione poetica del concetto di “consunzione”, inteso come logoramento ed usura della materia, ha trovato la giusta applicazione nella serie dei Cretti, che ha avuto corso dagli anni Settanta in poi: le opere, non più pittoriche, ma decisamente plastiche, venivano realizzate su grandi superfici di cellotex, compensato o alluminio, sulle quali distendeva un’amalgama di materiali, solo a lui tutti noti, tra cui il bianco, lo zinco e le colle viniliche, (impasto scoperto da lui stesso e da lui denominato “acrovinilico”) e dove non era più il fuoco a rendere drammatica la materia, “ad infliggere la ferita” come dice Recalcati, ma la disidratazione, cioè il processo naturale dell’essiccazione della stessa.
La tematica dei Cretti non era quindi nuova a Burri, era un tema che aveva già trattato in passato nella sua ampia produzione e che in qualche modo aveva anticipato la realizzazione di quest’opera di land art, dove si può, oggi, ben cogliere quale sia il nesso tra le prime opere e quella di Gibellina: il tema del tempo, dunque, il tema della vita e della morte come percorsi sostanziali dell’essere.
In questo caso non è stata la forza violenta del sole a segmentare la terra, come quella che Burri vide nel viaggio che fece nella Death Valley, o il processo di consunzione a segmentare la materia, ma è stato il movimento della terra a spezzare un territorio.
L’approccio di Burri a Gibellina Vecchia, a mio avviso, è un approccio inverso rispetto a quanto fatto fino ad allora: non fa in modo che emerga il taglio provocato dal tempo ma fa in modo che il tempo tenga traccia dello squarcio emerso.
È questa, senza dubbio, la forza che emerge dall’opera, forse troppo introdotta nei clichés degli artisti quando la si definisce un’opera di land art. Al di là della delineazione delle fenditure, entro cui si cammina e che ripercorrono le vie ed i vicoli ricalcando la planimetria del Borgo, ed al di sotto dei blocchi, compattati con cemento armato ed alti circa un metro e sessanta, tanto da permettere una vista aperta e complessiva, ci sono le macerie di un paese che non esiste più, vi è la vita perduta di tante persone, vi è la loro casa, la loro identità.
Quello che Burri non aveva messo in conto, sicuramente, essendo morto nel 1995, proprio nel decennio in cui la tecnologia avanza e la portabilità dei telefoni cellulari è tale che vengono messi a disposizione dei consumatori medi, è che non tutti i visitatori del Cretto si rendono conto di dove stiano camminando ed il metro e sessanta di altezza, che li costringe ad una foto tra le vie del Borgo e li separa dal selfie dell’anno o dalla foto di gruppo delle vacanze, è superata anche a costo di arrampicate fisicamente complicate e salti di discesa rocamboleschi a rischio rotule.
Il Cretto di Alberto Burri, il Cretto di Gibellina, è un monumento alla memoria, è la testimonianza di un accaduto, è la storia di un pienorimasto che racconta di un vuotolasciato…
LE BORGATE ROMANE DI PRIMA GENERAZIONE – PRIMA PARTE
Immagine tratta da Mappe storiche di Roma scala 1:12000 (Guida Rossa TCI 1925, prima edizione) Sono ancora intatte le aree che verranno sventrate
Si è aperta all’insegna della romanità una delle due giornate di Open House Roma 2018, che mi ha visto partecipare, come primo evento, alla presentazione del libro “Borgate Romane. Storia e forma urbana” a cura di Milena Farina e Luciano Villani – organizzato dall’associazione “Primavalle in Rete” presso la Biblioteca Franco Basaglia, in via Federico Borromeo 67.
Ho dei ricordi che mi legano alla Biblioteca Franco Basaglia, che risalgono agli anni ’90, anni in cui, pur frequentando la Facoltà di Architettura, un’amica mi coinvolgeva nei suoi studi di Lettere e Filosofia, indirizzo Discipline dello Spettacolo, e con la quale passavamo pomeriggi interi a vedere film, altrove introvabili, che andavano dalla più “spietata” filmografia sovietica di Sergej Michajlovi? ?jzenštejn e Andrej Arsen’evi? Tarkovskij, ai padri del neorealismo italiano, Roberto Rossellini, Luchino Visconti e Vittorio De Sica, fino ai contemporanei Wim Wenderse Quentin Tarantino. Sono circa 6.000 i film che la Biblioteca ha nel suo archivio storico, tra VHS e DVD, e che da sempre sono a disposizione dei cittadini, così come lo sono le numerose attività che svolge durante il corso dell’anno, tra cui, solo per citarne alcune, le partecipazioni ai Festivals delle Letterature e delle Scienze, il progetto Cinema in Biblioteca, i corsi gratuiti di chitarra, ed i numerosi laboratori per far avvicinare bambini e ragazzi all’arte ed alla lettura.
Il contesto in cui è stato presentato il libro non è avulso dall’oggetto di studio che i due curatori hanno portato avanti in questi anni. La Biblioteca Franco Basaglia, infatti, è sita nell’attuale quartieredi Primavalle, ed è proprio in occasione dell’80° anniversario della nascita della borgata, che si è scelto di dedicare questa giornata ai “nuclei” di periferia romani edificati dagli anni Trenta in poi. L’area in cui insiste l’edificio bibliotecario è quella porzione di lotto, inserita nella “programmazione di costruzione” del nucleo di casette, voluto dal Governatorato di Roma, in cui furono fabbricati, tra gli anni ’30/’32, i due dormitori pubblici (oggi la conformazione dei volumi esistenti è diversa) a sussistenza dei “senza tetto” che avevano perso il proprio domicilio, a seguito dello sbaraccamento volto a risanare la zona che si trovava in Via di Santa Maria delle Fornaci, reso urgente per la costruzione di una scuola.
Che cosa accade a Roma intorno agli anni Trenta, e soprattutto, quali sono le spinte che porteranno al formarsi delle borgate romane?
Prima valutazione da fare. Durante gli anni che intercorrono tra il 1930 ed il 1934, Il Governatorato di Roma, sotto l’allora direzione del principe Francesco Boncompagni Ludovisi e la supervisione costante del Duce, decide di mettere in atto una politica, innanzitutto sociale e poi edilizia, che interviene sul decoro che una città come Roma doveva avere e cioè, procede con vari interventi di “bonifica” effettuati sulle parti di territorio in cui il baraccamento spontaneo non rispondeva ai princìpi di estetica del fascismo.
Scrive Villani: “Si avvia il processo di liberare la città dall’onta delle baracche, connesso alle politiche anti-urbane e di riequilibrio demografico, per il quale furono necessari gli allestimenti temporanei di ricoveri e convenzioni pattuite su criteri di libera gestione degli alberghi, atti ad ospitare gli sfollati” e la costruzione di casette organizzate in nuclei”.
Fin qui, sembra un discorso che trova il consenso della razionalità e della coscienza etica, e cioè quello di mettere in condizioni di salubrità e di decoro sociale, tutte quelle persone che non avevano la possibilità di avere un alloggio degno di essere chiamato tale. Ed è quello che la propaganda fascista mette in luce in quegli anni, dando voce solo a coloro che lodavano le casette al posto delle baracche e a coloro per i quali, “i favoritismi concessi per ottenere un alloggio in borgata li faceva essere dei privilegiati più che dei confinati grazie al benefattore di turno”, di solito un rappresentante dello Stato, che, grazie al potere che esercitava, decideva non solo chi dovesse, ma anche, chi potesse usufruire dell’alloggio popolare. Più mi inoltro nella lettura di questo libro e più diventa chiaro il concetto che si sia trattata di una “deportazione di categorie sociali sgradite” e non di una migrazione al contrario, di un “esodo agricolo”.
Il secondo discorso da chiarire, che è anche quello che accompagna noi romani da sempre, è che il costituirsi delle borgate poco o nulla c’entra con gli sventramenti che Mussolini decise di mettere in atto nelle aree centrali della capitale per aprire grandi e maestose arterie, e poco o nulla c’entra con la dinamica di “mobilità” ed emergenza abitativa che ne seguì.
Nelle borgate ufficiali, quelle denominate di prima generazione, le borgate governatoriali, (tra cui la borgata Prenestina, Sette Chiese, Primavalle, Appio, Teano, Gordiani, Tor Marancia e Pietralata) cominciarono a vivere famiglie di bassa e bassissima estrazione sociale, sia romane, sia provenienti dai comuni della provincia, del Lazio e di altre regioni soprattutto centrali e meridionali, stabilitisi ormai da molti anni a Roma.
Scrive Villani: “Tra gli abitanti di queste borgate, pochi provenivano dalle aree centrali sottoposte a demolizione. La descrizione del processo di ricollocamento degli sfrattati alla stregua di una indiscriminata “deportazione” in periferia, anzi, non coglie l’estrema varietà di status degli abitanti del centro storico, risultando poco convincente sia ai fini di una ricostruzione del tessuto socio-economico presente negli antichi Rioni al momento delle demolizioni, sia di un’adeguata comprensione delle procedure che sovraintesero l’intera operazione e, più in generale, delle dinamiche di mobilità urbana che contraddistinsero il periodo fascista” (…) buona parte di loro si sistemò per proprio conto non lontano dalle zone evacuate, usufruendo dei sussidi contrattati con gli uffici governatoriali (..) altri si avvalsero dell’assistenza edilizia dell’Istituto Case Popolari ed andarono in alloggi di tipo economico e popolare in quartieri non lontani dal centro a condizioni di affitto vantaggiose (…) gli sfrattati dal centro non costituivano un blocco omogeneo”.
Terzo aspetto fondamentale per capire il motivo per cui nascono questi nuovi nuclei decentrati: a partire dal 30 giugno 1930, si dichiarava cessato il regime vincolistico degli affitti.
Scrive ancora Villani: “La liberalizzazione degli affitti, per via della quale si viene a capo di uno dei fili che condussero alla decisione di realizzare le borgate ufficiali, fu tra i fattori che più influirono sulla crescita della mobilità abitativa, considerato il forte incremento subìto mediamente dai canoni rispetto ai valori dell’anteguerra e le sempre più numerose richieste di sfratto per fine locazione o morosità. (…) La crescita dei valori immobiliari delle aree centrali e della prima periferia urbana, avviano un progressivo processo di espulsione delle categorie sociali più povere dal mercato libero dell’affitto”. E da qui la necessità, da parte delle classi meno abbienti, di sottostare alla delocalizzazione forzata.
Quarta analisi cruciale e a suo modo anche molto attuale: “Ma quanto corrispondeva al vero che gli ammassati nelle borgate fossero per la gran parte immigrati, per giunta oziosi e incapaci ?”- chiede sempre Villani.
È innegabile che la città di Roma fosse il punto di passaggio delle principali correnti migratorie che attraversavano l’Italia in quel periodo e che, nonostante non fosse in grado di garantire un’occupazione stabile ai migranti, a causa del limitato comparto industriale di cui usufruiva, doveva comunque far fronte alla temporaneità del loro trasferimento. Ma di certo, le approfondite analisi di Villani dimostrano esattamente il contrario rispetto a quello che la propaganda fascista faceva credere: “I dati che, paradossalmente, proprio l’Ufficio di assistenza era chiamato a raccogliere dimostrano come le cose stessero diversamente. Nella borgata Teano su 160 capofamiglia censiti, quasi la metà (48,7 per cento) era nato a Roma(…) Ancora più alta era la quota dei romani a Primavalle, dove raggiungevano il 63 per cento (…) anche a borgata Prenestina le famiglie romane superavano la soglia del 60 per cento, mentre a Gordiani (…) quelle che usufruivano del sussidio ministeriale risultavano difficilmente rimpatriabili perché romane o perché dimoranti nella Capitale da oltre venti anni (…)”
Le borgate di prima generazione sono la materializzazione, in termini di spazi e di conformazione dei luoghi, dei confini stabiliti dall’esclusione sociale delle classi meno agiate, messa in atto dal regime fascista.
Poco importava come e dove delocalizzare, l’importante era deportare lontano dal centro storico. La rapidità di esecuzione, la carenza di servizi pubblici (tra cui l’approvvigionamento idrico, l’illuminazione, la raccolta dell’immondizia), la fragilità delle strutture ed il precoce deterioramento delle stesse, non ha lasciato traccia, ad oggi, degli agglomerati sorti in quegli anni.
Immagine tratta da https://www.romaierioggi.it/piano-regolatore-di-roma-1931/ piano regolatore di Roma del 1931. In bianco sono evidenziate le borgate governatoriali.
Se si considera l’assetto del Piano regolatore del 1931 e si guarda ai nuovi nuclei extra-urbani, si può facilmente dedurre quello che accadde in quegli anni. Ad una attenta vista d’insieme, non è identificabile alcun “organismo” che si possa chiamare tale alla base della scelta della zona dell’insediamento e la nascita delle borgate, che diventerà negli anni “crescita di interi quartieri”, non è articolata in zone riconoscibili, ma è sparsa ovunque. Si può senza dubbio parlare di agglomerati di alloggi, più che di agglomerati edilizi, di “non luoghi”.
Impossibile non considerare che, con il Piano Regolatore del 1909, redatto da Edmondo Sanjust ed approvato dal sindaco Ernesto Nathan, sono arrivati i primi quartieri operai localizzati nei pressi dei siti destinati alle attività produttive; i luoghi scelti erano sì decentrati, ma senza dubbio connessi all’intera città attraverso una rete tranviaria completa ed integrata. Sono un esempio la nuova città universitaria, la zona industriale costruita ad Ostiense, l’area di sezione artistica sorta a Valle Giulia e quella di sezione etnografica sviluppata a Piazza d’Armi. L’isolato urbano di matrice ottocentesca, inteso come unità elementare dello spazio urbano, è regolato da un preciso rapporto tra pieno e vuoto ed è aggregato e connesso al tessuto urbano esistente.
Con il Piano Regolatore del 1931, invece, firmato da Piacentini e Giovannoni, l’assenza di nuove forme urbane, senza disegno e progettualità, i pesanti sventramenti effettuati per favorire i flussi di traffico di attraversamento ed il tentativo di isolare i monumenti e le aree archeologiche, a scapito dell’edilizia storica minore, ha condizionato negativamente tutta l’urbanistica della città di Roma ponendo le basi e promuovendo una “espansione a macchia d’olio”, i cui effetti sono tutt’oggi visibili nella città contemporanea.
In questo senso, Villani spiega bene il concetto di quanto la formazione della città pubblica degli anni Trenta abbia influito sull’assetto contemporaneo della nostra città: “Le borgate ufficiali costruite in epoca fascista hanno avuto un ruolo cruciale nella storia di Roma contemporanea (…) Legate intimamente alla struttura economica e sociale della città, hanno funzionato da nuclei primigeni della cintura periferica esterna e da capisaldi per il successivo processo di espansione urbana”.
L’isolato urbano, pur mantenendo le caratteristiche di progettazione corrette nel rapporto tra pieno e vuoto, all’interno del tessuto urbano complessivo si trasforma in uno spazio urbano isolato dalla città consolidata.
La seconda immagine è tratta da Mappe storiche di Roma (Guida Rossa TCI 1925, prima edizione) I percorsi delle linee tranviarie e degli autobus dimostrano come le borgate di prima generazione fossero isolate dalla città consolidata, che è selezionata in blu nella prima immagine.
La lettura di questo libro, anche per chi non è addetto ai lavori, conduce un’analisi precisa ed accurata della situazione che ha portato, ad oggi, noi romani a vivere ed a condurre la nostra quotidianità nelle attuali periferie.
Meritano un approfondimento a parte tutte le vicende che si sono susseguite dopo gli anni ’35, che hanno visto come principale esecutore dell’evolversi del processo di edilizia economica e popolare nella Capitale, le cosiddette borgate di seconda generazione, l’Istituto Fascista Autonomo Case Popolari (IFACP), sotto le direttive del governatore Giuseppe Bottai, un gerarca romano il cui profilo, intellettuale e politico, era ben lontano dal mondo aristocratico del suo predecessore, il principe Francesco Boncompagni Ludovisi.
Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati, tratte dal libro“Borgate Romane. Storia e forma urbana” di Milena Farina e Luciano Villani e fornite per la stesura del libro dall’Archivio ATER
IL COLLEZIONISTA DEI COLLEZIONISTI. PIERO FORNASETTI “CITAZIONI PRATICHE”
“(…) Portando qui le fantasie e creazioni di mio padre e le mie, esponendole allo sguardo non solo dei visitatori contemporanei, ma anche di queste grandi opere della classicità (…)”
Palazzo Altemps fu edificato nel XV secolo e, nella seconda metà del Cinquecento, diventò residenza aristocratica del cardinale Marco Sittico Altemps, nipote di Papa Sisto IV. Nel 1982, lo Stato italiano ne acquisì la proprietà e, dopo un lungo restauro, oggi diviene una delle quattro sedi del Museo Nazionale Romano. È un museo del collezionismo e la sua duplice valenza di “museo-casa”, conferisce al luogo, scelto per la mostra di Piero Fornasetti, la collocazione perfetta per condividere ed aprire al pubblico, il dialogo che intercorre, da sempre, tra l’arte antica e le sue creazioni visionarie. L’ottica in cui ci si immerge sin dai primi passi all’interno del cortile, è quella della partecipazione, che è alla base del messaggio culturale per cui è nato il Museo Nazionale Romano, volta al superamento dei confini tra l’archeologia e le altre Arti.
Lì dove la cultura contemporanea affonda le sue radici nell’arte classica, Fornasetti ci regala, attraverso un viaggio dotto e sapiente, gli anni di studio approfondito che ha condotto, immergendosi in quelle che sono state le sue fonti di ispirazione: libri antichi, vecchie stampe, studi delle immense raccolte di collezionisti, pitture pompeiane, affreschi rinascimentali, volumi d’arte e litografie, solo per citarne alcune.
Barnaba Fornasetti, il figlio, che con grande dedizione porta avanti l’eredità del padre, in una delle sue interviste, racconta:
“La sua esperienza, come stampatore, fu caratterizzata dalla collaborazione attiva con De Chirico, Lucio Fontana, Aligi Sassu, Massimo Campigli. Lui si permeava di questa creatività e la ritroviamo in tutta la sua esperienza pittorica”.
Comprendere l’arte di Fornasetti non può prescindere dal capire l’ambiente culturale in cui ha vissuto e le persone con le quali è venuto in contatto fin dalla sua giovane età. È stato un pittore, scultore, decoratore d’interni, stampatore di libri d’arte, designer e creatore di oltre 13.000 oggetti, di scenografie e di costumi, organizzatore d’esposizioni e iniziative a livello internazionale.
Nato nel 1913, a soli 20 anni partecipa ad una mostra di lavori di studenti all’Università e propone alla Triennale di Milano, la prima organizzata nella città, una “serie” di foulards in seta stampata, che la commissione rifiutò perché non attinente al tema proposto nella rassegna. Riesce, però, ad esporre alla Triennale nel ‘36, una stele in bronzo e un fregio decorativo in ceramica, nel Padiglione di Parco Sempione; nel ’40, fazzoletti in seta dipinti a mano, un panchetto per pianoforte e vasi in vetro, nella sezione dei metalli e dei vetri e nella sezione dei tessuti e dei ricami; e nel ’51, una serie di trumeau in legno stampato, nella sezione Arredamento e mobili isolati.
Questi lavori catturarono l’attenzione di Gio Ponti, in quegli anni alla guida della Triennale, e con il quale nasce una profonda amicizia ed una collaborazione professionale che dura fintanto che è in vita.
Sono note le dinamiche che hanno portato all’allontanamento immeritato della figura di Fornasetti dal fermento culturale milanese, tanto che dal ’53 al ’73 non è più riuscito ad esporre in Triennale. Sono gli anni del modernismo razionalista, della visione purista del design, in cui la funzione dell’oggetto non doveva essere contaminata da qualsivoglia forma di decorativismo. In realtà, i profondi conoscitori della sua arte, tra cui Silvana Annicchiarico, direttrice dal 2007 del Triennale Design Museum della Triennale di Milano ed una delle curatrici della Mostra a Palazzo Altemps, insieme ad Alessandra Capodiferro, Responsabile di Sede, lo ha definito “decoratore agli antipodi del decorativismo, che si è imposto con la sua libertà di spirito e la capacità di invenzione”
Anticonformista, nemico delle etichette, per voce del figlio Barnaba “padre autoritario, con l’idea di temprare il mio carattere a ribellarmi e a combattere i conformismi e le mediocrità”, Fornasetti ha utilizzato sempre la sua straordinaria creatività mettendola a servizio degli oggetti di uso quotidiano e restituendoli, poi, trasformati dalla sua immaginazione. Un mobile in quanto tale non doveva perdere la sua funzione pratica, poteva essere decorato fino all’eccesso ma mai restare privo della sua utilità.
“Guarda il bambù per dieci anni, poi dimenticalo, poi dipingi il bambù. Interiorizzare, creare, produrre”.
“(…) gli incantevoli surrealisti vieux jeu, sono gli antecedenti, i prodromi di questa attualissima dimensione del gusto – moda, costume, alto artigianato, arte, poesia? – che giocoforza va definita fornasettismo (…)”
Luciano Budigna, 1966
Una vita dedicata e dedita all’arte, in ogni sua forma e contenuto.
Una personalità articolata, “Sono un collezionista di collezionisti” come si definiva lui stesso “(…) da tanti anni raccolgo, sotto forma di schede, informazioni sulle collezioni più strane e curiose che sono in Italia. Dal collezionista di apparecchi chimici in vetro al collezionista di carte per arance, da quello di barche lariane al collezionista di anitre, da chi colleziona capitelli antichi a chi lo fa con le lamette da barba e gli elefanti, ma solo se rossi. Mi sono servito di queste mie raccolte, per i disegni degli oggetti. Il collezionismo è una forma di amore, una forma di attenzione segreta”.
Seppur bizzarra fosse la sua personalità, Fornasetti non ha mai smesso di ricercare l’equilibrio tra la funzionalità e la sua immaginazione, fantasia visionaria legata anche alla natura e ai riferimenti dei miti classici. Le immagini del passato vengono manipolate, rovesciate, sfoderate, assemblate e tagliate, ma mai profanate: rigore-ordine-armonia, sono i suoi tre princìpi dove “l’artista deve mettere ordine per creare un altro mondo, una seconda natura”.
Quello che il figlio Barbaba evidenzia come “la capacità di riutilizzare immagini dell’immaginario collettivo e di dargli una propria identità”, fa sì che gli oggetti dell’artista non siano avulsi dal contesto, ma che dialoghino attraverso una rilettura identitaria.
Ventisette sono le incursioni artistiche realizzate, da oltre ottocento pezzi di Fornasetti, nella mostra “Citazioni Pratiche”, in un dialogo a tratti ironico e surreale , evocativo e colto.
“Ho così vestito di vestigia ceramiche, mobili e cose e ho così riposto in ogni opera un messaggio, un piccolo racconto certe volte ironico, senza parole evidentemente, ma udibile da chi crede nella poesia”
“Credo che Fornasetti un giorno, quando era giovane, abbia avuto una visione allucinante. Non so se era di giorno o se era di notte, ma deve avere visto, tutto ad un tratto, tutto il mondo che saltava per aria, tutto il mondo e tutta la storia del mondo e tutti i depositi di figure e di memorie (…). Ma evidentemente il ragazzo, invece, non si deve essere scomposto più di tanto. Sembra abbia pensato che se per terra non gli restava a disposizione che uno spessore di detriti, di roba rotta e se quello doveva essere il pavimento su cui camminare, se doveva camminare sul terreno soffice di una specie di discarica, informe, di frammenti, di brani, di segni senza collocazione, lui, Fornasetti (…) l’avrebbe rifatto tutto, il mondo”.
Ettore Sottsass, 1989
Video realizzato nella Stanza delle Variazioni presso il Palazzo Altemps.
“La variazione non è soltanto un alto motivo o esercizio musicale; è una tradizione intellettuale e un virtuosismo dell’immaginazione”.
“Sciopero alla rovescia”. Se si guarda il significato di questa locuzione ci si imbatte nella spiegazione: “forma di protesta sindacale attuata svolgendo un lavoro non richiesto o vietato dall’imprenditore”. Una spinta, forse, diversa quella che si sviluppa negli anni ’50 nel nostro paese, dove c’è, sì, una forma di protesta alla base dell’azione, ma è tesa ad una finalità differente da quella descritta nel dizionario. Mi piace di più tradurre il concetto descrivendo che alla base dello sciopero alla rovescia ci sia l’idea che, se un operaio, per protestare, si astiene dal lavoro, un disoccupato può scioperare invece lavorando.
Impossibile non riportare l’Art. 4 della Costituzione della Repubblica italiana:
“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società.”
Ben diverso dal dire di “svolgere un lavoro non richiesto o vietato dall’imprenditore”. Negli anni cinquanta era diffusa in Italia questa forma di protesta alla Rovescia. Operai e contadini, per far valere i propri diritti, anziché astenersi dal lavoro, come in un normale sciopero, lavoravano di più. Si trovano casi in tutta Italia, dal Nord al Sud. Sono vicende, queste, che vengono per lo più raccontate in modo frammentato e spesso considerate episodi locali, quando invece non lo sono affatto, perché mosse da un “unico movimento” dove centinaia di disoccupati si organizzavano per riattivare pacificamente opere pubbliche, soprattutto di urbanistica primaria, non consegnate dalle Amministrazioni locali. E’ emblematico il caso accaduto il 2 febbraio 1956 dove Danilo Dolci, architetto, sociologo, poeta, educatore e attivista della nonviolenza italiano, veniva arrestato mentre guidava un gruppo di braccianti a lavorare nella Trazzera vecchia, una strada nei pressi di Partinico abbandonata all’incuria. Quando intervenne il commissario di polizia per interrompere quello Sciopero alla rovescia, Dolci rispose che “il lavoro non è solo un diritto ma, per l’art. 4 della Costituzione, un dovere: che sarebbe stato, era ovvio, un assassinio non garantire alle persone il lavoro, secondo lo spirito della Costituzione”
È questo il motore propulsore dell’evento “Primo Maggio a Primavalle” che si sta tenendo nel quartiere tra via Bonelli 8 (cortile esterno e interno) e via Federico Borromeo (angolo via Bonelli), iniziato il 25 aprile e che culminerà il 1 maggio, quando è prevista la lettura di poesie ed un concerto lirico. L’evento è organizzato dalla CGIL e da Invisibile – Ex Muracci Nostri.
Abbiamo intervistato entrambi per entrare nel vivo della loro collaborazione.
Emanuele Ferretti, ci puoi presentare questa iniziativa a nome della CGIL?
“La CGIL, di concerto con Invisibile – Ex Muracci Nostri ed il Collettivo FX, in particolare con Simone Ferrarini, ha deciso di fare un progetto che legasse l’arte al territorio, i valori del Sindacato al movimento dei lavoratori e, in questo senso, Primavalle è un quartiere storico.
L’idea è nata partendo dalle considerazioni sul quartiere ed anche dal fatto che gli “scioperi al contrario” sono delle forme di lotta che la CGIL utilizzava negli anni subito dopo la guerra. Quindi, da una parte la scelta del tema del progetto, dove tutto è legato ad un personaggio che si chiama Giuseppe Tanas, un disoccupato di Primavalle, iscritto alla CGIL che fu ucciso durante uno di questi scioperi al contrario, e da cui abbiamo cominciato a costruire l’idea che poi l’artista ha rappresentato con il murale “Mantieni i diritti”; dall’altra la scelta del luogo dove fare questa iniziativa, in particolare nella sede della CGIL a via Bonelli che esiste da oltre 40 anni, ed è una sede storica frutto dell’idea di decentramento, iniziato negli anni ’80, dove dalla Camera del Lavoro di Roma si pensa di andare nei territori, in particolare nelle periferie dove c’erano i lavoratori e c’era il disagio. L’idea motrice del progetto è quella di riscoprire questo passato, sia del sindacato sia della società di quel tempo e legarla alla riqualificazione delle periferie, atta anche a riscoprirne i valori.
All’interno dei personaggi del murale troviamo dei sindacalisti che sono figure storiche dell’inizio del ‘900, come Giuseppe Di Vittorio e Argentina Altobelli, una donna segretaria della FederBraccianti, all’apice di una categoria importante nel Sindacato, ed altri personaggi che, insieme, sono il filo che collega il lavoro svolto nella società del tempo a quello di oggi.
Anche la scelta delle date in cui fare questo evento ha una connotazione specifica, dal 25 aprile al 1 maggio, date concettualmente “vicine” al sindacato, e che, storicamente, segnano anche l’inizio degli scioperi al contrario. Un fil rouge che collega il giorno della Liberazione al giorno della Festa dei Lavoratori. Un parallelismo tra quello che è accaduto dal ’45 in poi e quello che hanno fatto gli operai ed il mondo dei lavoratori fino ad oggi. Il murale rappresenta il Diritto che è di tutti. Giuseppe Tanas, un semplice lavoratore, tiene in mano delle bilance con altre persone del quartiere, scendendo dall’alto verso il basso, proprio a testimoniare che il diritto lo dobbiamo tenere tutti, ed ai diritti dobbiamo tendere tutti insieme. Spero che questo messaggio rimarrà anche nei prossimi anni, a simboleggiare il rapporto stretto tra la CGIL, i lavoratori ed il diritto.”
Il lavoro contestuale che Maurizio Mequio, Poeta del Nulla, e co-fondatore (insieme a Daniele Roncaccia e Franco Durelli) di Invisibile – Ex Muracci Nostri, ed il Collettivo FX stanno portando sulle strade del quartiere è frutto di un anno di ricerche sulla storia dello “sciopero alla rovescia” a Primavalle.
Siamo andati a via Bonelli ed abbiamo incontrato gli ideatori del progetto ed i realizzatori dei murales. Ecco cosa ci hanno raccontato di come è nata l’idea e di come la stanno restituendo al quartiere attraverso la loro arte.
Maurizio, raccontaci come è nato questo progetto e la valenza sociale che ha sul quartiere.
“Tutto l’evento è organizzato insieme alla Cgil di Roma e del Lazio. Abbiamo cercato di coinvolgere le realtà vive del quartiere per raccontare “gli scioperi al contrario” a Primavalle. Con il Collettivo FX, ci eravamo interessati a questa tematica, che riteniamo molto importante per quello che riguarda il rimosso nella Storia d’Italia. Tra il ’47 e la metà degli anni ’50, in tutta la penisola, si praticava questa forma di protesta che otteneva tanti risultati. Il Collettivo FX parte dall’Emilia Romagna e lì gli scioperi al contrario, attraverso le occupazioni di fabbriche, avevano dato vita a nuove prospettive per le fabbriche stesse, con interessanti similitudini al modello SudAmericano. Nel Sud Italia, in Sicilia, la letteratura, attraverso gli scritti di Danilo Dolci, ce ne testimonia bene la presenza; esistevano tantissime situazioni di occupazioni di terre, cosa tra l’altro che già precedentemente aveva caratterizzato la storia d’Italia. Abbiamo scoperto che in città, forse, il primo “sciopero alla rovescia” cittadino sarebbe avvenuto proprio a Primavalle. Nel nostro quartiere veniva fatto uno sciopero alla rovescia che è di un’attualità incredibile: opere pubbliche attese che non venivano realizzate dalle Amministrazioni, venivano fatte dai disoccupati. Ad esempio: attendiamo l’allaccio alla fognatura, ve lo facciamo tra un mese. Passa un mese e nulla accade. Ve lo facciamo tra due mesi. Ancora niente. Passano tre mesi e nulla accade. Va bene. Noi disoccupati del quartiere andiamo e lo facciamo. Dopo di che si passa alla pratica, cioè si va sotto l’Istituzione che doveva fare il lavoro e si rivendica il pagamento del lavoro che è stato fatto.
In quegli anni era consuetudine sedare col sangue le proteste, soprattutto in periferia, erano vicini gli anni del governo Scelba, metà anni ’50. Già nel dicembre del 1947, però, un operaio sardo che viveva a Primavalle fu ucciso. Fu ucciso proprio qui, dove abbiamo fatto il murale grande dal nome “Mantieni i diritti” all’incirca su via Borromeo mentre veniva da uno “sciopero alla rovescia”che si stava tenendo a via Bonelli, questa dove siamo ora, dove stavano costruendo delle case popolari.
Il suo nome era Giuseppe Tanas ed è un personaggio che a Primavalle si stava dimenticando. Questa forma di protesta ha fondato la nostra comunità, ne sono stati fatti diversi: 1974 via della Borgata di Primavalle, una delle strade più importanti che mancavano all’epoca, di connessione con via della Pineta Sacchetti; dicembre 1947 in via Bonelli, quella di cui parlavamo prima; 5-6 maggio 1950, via San Melchiade Papa; 2 marzo 1951, piazza Capecelatro.
Questi sono soltanto alcuni, quelli di cui è stata trovata testimonianza nell’Archivio storico di “Primavalle in rete” che ci ha aiutato in questa ricerca. Abbiamo usato i loro lavori ed abbiamo confrontato gli archivi storici della CGIL e di alcuni giornali del tempo, insieme alle testimonianze del quartiere.
Se questo è il riferimento della nostra storia, si assume anche una certa consapevolezza di una identità di comunità, che c’è qui a Primavalle, che non si può dimenticare e che va soltanto rispolverata. Allo stesso tempo questa è una storia che è stata rimossa, non soltanto dal nostro quartiere, ma a livello nazionale ed anche da chi prima quelle proteste le appoggiava, cioè la CGIL. Adesso il sindacato si è preso la responsabilità della memoria. Siamo molto contenti di questo. Visto il luogo in cui abbiamo deciso di creare questo progetto, qui ci sono tutti i servizi CGIL di Roma Nord, stiamo raccontando anche un discorso sui Diritti attraverso le opere di tanti amici artisti di strada romani.
L’opera che sta fuori invece, quella che ritrae Giuseppe Tanas, di cui si sta occupando il Collettivo FX, vede l’operaio come un gigante che si tiene in equilibrio con dei pesi, tiene in mano un bilanciere e su ogni bilancia c’è un’altra persona che tiene altri bilancieri. Quei pesi sono sia dei personaggi importanti per il nostro quartiere, sia chi è stato ed è un punto di riferimento per le realtà del quartiere. Troviamo, infatti, Annarella Bracci, che rappresenta il Diritto all’Infanzia, un tenore partigiano sindacalista, un primavallino morto alle Fosse Ardeatine, una signora di quasi 100 anni che abita qui e che sa tutto del quartiere. 32 sono i personaggi, 32 i ritratti, 32 i ricordi che sono dei pesi che ci aiutano a mantenere i Diritti ed a ricordare la nostra storia. Il Collettivo FX sta coordinando i lavori, lavori che stiamo curando noi di Invisibili – Ex Muracci Nostri, con il nostro grande Daniele Roncaccia e Franco Durelli. Cosa significa curare un progetto? Per noi significa stare per strada e metterci cuore, coraggio e un po’ di testa.
La logica, che contraddistingue da sempre i nostri progetti, è che chi vuole partecipa alla pittura; ha partecipato un signore che aveva dipinto anche a Tor di Nona, stanno lavorando Phobos, Tina Loiodice e speriamo in tanti altri amici. Le poesie le ho scritte io, che sono il Poeta del Nulla. L’idea è quella che chi vuole, viene e dipinge, non è importante il nome ma il progetto.
Siamo molto legati al quartiere e pensiamo che occorra raccontare delle storie di cui la strada ha bisogno, soprattutto a Roma, dove siamo pieni di streetart ma meno di contenuti. Noi vogliamo andare in posti difficili e raccontare storie difficili.”
Incontriamo lo streetart Phobos, che sta lavorando poco più in là.
Phobos, parlaci del tuo lavoro all’interno dell’evento.
“Quella che sto rappresentando è la storia della morte di Giuditta Levato, una contadina calabrese che nel secondo dopoguerra fu uccisa durante la lotta per l’assegnazione delle terre non coltivate alle cooperative di contadini. Lei costituì nel suo paese – Calabricata – una Cooperativa, che divenne poi una Lega di braccianti agricoli, che ottenne dallo Stato l’assegnazione di alcuni terreni non coltivati di proprietà del latifondista per cui lavoravano. Nei giorni in cui questi terreni furono assegnati legalmente, il proprietario terriero fece invadere i campi dai buoi per distruggere tutto quello che i braccianti avevano seminato, per cui ci fu un’opposizione dei braccianti contro il latifondista e durante questo scontro, inizialmente verbale fra le due parti, partì un colpo di fucile che ferì Giuditta Levato, che morì pochi giorni dopo all’ospedale di Catanzaro. Da allora Giuditta è diventata il simbolo della lotta per il riscatto delle terre e dei contadini.
Le frasi che sto scrivendo, di cui ho fatto una sintesi, sono tratte dalle ultime parole che Giuditta Levato pronunciò in punto di morte e che furono raccolte da Pasquale Poerio, Senatore del Partito Comunista.
“Compagno, dillo a tutti i capi ed agli altri che io sono morta per loro, che io sono morta per tutti. Ai miei figli dirai che io sono partita per un lungo viaggio, ma ritornerò certamente. A mio padre, a mia madre, ai miei fratelli ed alle mie sorelle dirai che non voglio che mi piangano, voglio che combattano per vendicarmi. A mio marito dirai che l’ho amato e muoio perché volevo un libero cittadino e non uno umiliato ed offeso (…)”
Questa parte di murale, a sinistra, rappresenta l’uccisione di Giuditta. Non volevo realizzare un’immagine di lettura troppo immediata, per cui sono partito dall’episodio dei buoi che furono mandati a distruggere ciò che i contadini avevano seminato: i buoi sono diventati un toro, allegoria della brutalità e dell’oppressione contro il popolo, che uccide un cavallo.
Incontriamo anche la streetartist Tina Loiodice a cui rivolgiamo la stessa domanda.
“Questo murale ritrarrà un anziano. Stiamo parlando di diritti e ho ritenuto che fosse bello trattare il tema degli anziani. Io dipingerò questo anziano che fa delle bolle di sapone, come un bambino, perché l’anima è sempre quella. In ogni bolla di sapone ci sarà scritto un diritto, il diritto alla vita, alla salute, ad un’esistenza serena. La bolla, che è sempre una cosa molto delicata, porta questi messaggi e si spera che qualcuno li possa raccogliere.
Francesca, parlaci della Cooperativa a cui appartieni ed il messaggio che state ritraendo attraverso questo murale.
La nostra Cooperativa è nata nel 1977 con uno “Sciopero alla rovescia” e quindi con un’occupazione di terre abbandonate da parte di molti disoccupati che non lavoravano, per questo noi ci chiamiamo COBRAGOR che è l’acronimo di Cooperativa Braccianti Agricoli Organizzati. Stiamo nel Parco agricolo di Casal del Marmo e dentro la Riserva Naturale dell’Insugherata. Terreni che erano abbandonati da 30 anni ed erano stati definiti edificabili. Noi li abbiamo occupati e li abbiamo messi a coltura pur avendo avuto numerose vicissitudini, chiaramente, perché erano terreni edificabili ed appetibili.
In questo murale di Paolo Ramondo, presidente della Cooperativa, che io sto colorando, è rappresentato un palazzo che viene scalzato dagli alberi e dalle piante, viene buttato giù e comincia la parte agricola con i due lavoratori. È un modo per dire “basta cementificazione” e andiamo avanti con l’agricoltura.
Ritengo che progetti come questi siano importanti non solo per il quartiere dove vengono realizzati, ma anche per risvegliare una presa di coscienza sociale e culturale che ha sempre contraddistinto il nostro paese.
Non è un caso, a mio avviso, che la memoria sia un’esigenza sempre più significativa e fondamentale per poter guardare al futuro di tutti noi, e non è un caso che a questa iniziativa abbiano partecipato, con il loro sostegno ed il loro appoggio, la Cgil di Roma e Lazio, l’Ater, che ha autorizzato l’intervento, e tutte le Associazioni ed i Comitati di quartiere.
Insieme, per un futuro migliore. Partecipate, partecipiamo.
Con l’adesione di
Coordinamento Comitati e a Associazioni Municipio XIV
Vengo da Primavalle
Associazione Cotogni
Primavalle in rete
Mercato di Primavalle I
Be Filmaker in Palestina
Casa del Popolo Giuseppe Tanas
Energia
Pineto United
Interazioni Urbane
…(in aggiornamento)
Nomade sono
per il viaggio raro
sotterraneo
Haiku, da Isolanotte di Edda Billi
È un ambiente molto informale quello in cui si entra e l’aria che si respira è estremamente colta non appena si stabilisce un contatto con le persone che lavorano nella Casa Internazionale Delle Donne.
La prima richiesta è quella di condivisione di una lotta comune, quella di far sopravvivere un luogo, un’idea, una casa. Sottoscrivo la petizione per far sì che questo luogo mantenga la stessa vitalità che mi colpisce non appena entro. Ad accoglierci è Noemi Caputo, una volontaria della Casa. Di evidente valutazione il fatto che per chiamare questo luogo in maniera informale ed intima ci si esprima solo con il termine Casa. Se si va oltre alla definizione strettamente legata al significato del termine, con cui si designa uno spazio abitato da un nucleo di persone, e se si scavalca quello legato all’aspetto architettonico, che fa del luogo un complesso di ambienti costruiti da persone per svolgere l’attività dell’abitare, è quasi impossibile non approdare al legame che esiste tra il concetto architettonico-funzionale e quello antropologico-sociale.
Il Movimento Moderno in architettura, con uno dei suoi massimi esponenti, Le Corbusier, partendo dal problema del suo tempo nei riguardi delle tipologie di insediamento umano a seguito dei bombardamenti, pensa ad un’abitazione che diventi un vero e proprio edificio-città. Ed è proprio questo il principale contributo che ha dato all’architettura moderna, quello di aver concepito luoghi fatti per le persone e costruiti a misura delle stesse.
In questo senso, è impossibile tralasciare le nozioni storiche sulla destinazione d’uso che aveva la struttura prima che fosse legittimamente assegnata nel 1983 dalla Giunta Comunale del Sindaco Ugo Vetere ai gruppi femministi che lasciavano la sede di via del Governo Vecchio, e designata come luogo per la cittadinanza femminile e femminista, ed è altresì fondamentale porre l’accento sull’alto significato simbolico del perché della scelta della nuova sede della Casa delle Donne in via della Lungara.
“Nato nel 1615 come primo reclusorio femminile laico carmelitano dello Stato della Chiesa, denominato Ospizio della S. Croce per Pentite, nella seconda metà del Seicento, l’Ospizio diventò il Monastero della S. Croce in cui le Oblate vivevano un’esperienza di stampo teresiano e le loro educande vivevano in silenzio e in preghiera, catechizzate, alfabetizzate e addestrate nei lavori di cura o lavori donneschi. Ridotte a pochissime, nel 1802 le Oblate misero il Monastero a disposizione del Collegio dei Parroci, che v’internò, a suo criterio, adulte e bambine dirette, con criteri volontaristici, da un Patronato di Dame. Nel 1838, il Cardinal Vicario Carlo Odescalchi affidò la gestione all’ordine vandeano Nostra Signora della Carità del Buon Pastore. L’ingresso delle suore francesi avviò un profondo cambiamento nell’organizzazione del carcere monastero e, nel 1854, con l’ampliamento dell’edificio, carcere statale dove si scontavano ergastoli e lavori forzati. Entrarono nelle sue celle recluse di altri carceri femminili, patriote e filosofe perseguitate per le loro idee, suore di cui gli ordini volevano liberarsi e donne in transito verso o dal manicomio. Nel 1895 il Regno d’Italia trasferì il carcere statale a Regina Coeli e affidò la gestione della struttura ad una serie di Opere Pie che proseguirono l’operato delle suore. Il Riformatorio monarchico diventò, con la Repubblica, un Osservatorio minorile (Osm), mentre la vendita dell’edificio al Comune di Roma, nel 1941, da parte dell’Opera Pia, si concluse con varie cause legali nel 1983. Quello stesso anno, l’edificio fu assegnato a finalità sociali, con particolare riguardo alla cittadinanza femminile e destinato dal Comune, in parte, al Centro Femminista Separatista, costituito da dieci Associazioni e gruppi che in cambio lasciarono la Casa della donna occupata di Via del Governo Vecchio.
Le condizioni in cui versava l’edificio, quando divenne la Casa delle Donne, erano di profondo degrado e solo la loro forza, animata da lotte amate, ha fatto sì che questo complesso oggi sia il frutto del legame stretto che esiste tra una struttura progettata architettonicamente per un vivere funzionale ed il concetto antropologico-sociale del luogo che lo rende uno spazio dell’abitare comune, un’edificio-città, un luogo di incontro, una Casa.
La storia del vissuto all’interno di questi spazi ci viene incontro non appena oltrepassiamo l’atrio dove troviamo di fronte a noi un’intera parete tappezzata di nomi di donne uccise, morte per femminicidio. Noemi ci spiega che l’idea di fare dei necrologi delle donne morte nel corso degli anni è un progetto nato anni addietro di cui ne rimane traccia in una delle ex-celle di reclusione per sole donne che si trovano al secondo piano, dove, Illuminata all’interno da un cono di luce intensa che entra dalla finestra, c’è il pavimento tappezzato di necrologi ‹‹Lì – racconta Noemi – venivano internate tutte quelle donne che decidevano di non seguire il destino che era stato loro designato, tutte quelle donne definite “trasgressive” che si ribellavano alle decisioni imposte da altri››.
La parete al piano terra, invece, è stata fatta per continuare a dare voce a queste donne, seppur morte per cause diverse; si è deciso di farlo in occasione della Notte Bianca del 2017, in una serata gremita di persone che ha visto una grande partecipazione tra le Associazioni che lavorano per La Casa e che ha segnato un’esperienza molto bella nella memoria di tutti. ‹‹Durante la Notte Bianca, il 30 settembre, qui sembrava tutto rinato, gli spazi erano attivi contemporaneamente – racconta Noemi – Abbiamo fatto una chiamata a tutte le Associazioni perché proponessero delle attività in modo da aprire le porte della Casa e, soprattutto, per farlo tutti insieme. È stata una bellissima occasione per raccontarsi e per far conoscere le Associazioni, di quello di cui si occupano ed i servizi che offrono nella Casa. Donne senza Confini, questo è il nome che abbiamo dato alla serata, che ha visto 100 eventi svolgersi contemporaneamente, dalle ore 17 fino a notte inoltrata ed alla quale tutti hanno partecipato. È stato proprio per questa occasione che abbiamo pensato di recuperare tutti i nomi delle donne uccise tra il 2015 ed il 2017 per femminicidio, cioè donne uccise in quanto donne da mariti, compagni, padri, fidanzati che non sopportavano di essere lasciati, e di mettere i loro necrologi attaccati alla parete, così che non siano nomi dimenticati››.Martina Agrosi, 14 anni, uccisa con un colpo di pistola dal padre; Nona Movila, 42 anni, sgozzata dal marito; Antonella Lettieri, 42 anni, massacrata di percosse dall’amante; Gina Paoli, 82 anni, uccisa a fucilate dal marito che uccide anche la figlia; Sabrina Magnolfi, 44 anni, figlia di Gina Paoli, uccisa da suo padre a fucilate; questi sono solo alcuni dei nomi che leggo.
Non posso che concordare con Noemi quando dice che ‹‹In questa casa c’è un’energia trasmessa che è talmente travolgente che ti fa appassionare ed innamorare ed è quella stessa forza che porta a prendere decisioni tutte insieme. La Casa delle Donne per chi ci lavora diventa una vera e propria Casa in cui passiamo tutta la giornata, anche dopo le ore lavorative, per fare tutte quelle attività che normalmente si svolgono al di fuori dell’ambito professionale, il pranzo, la palestra, la cena. Entri la mattina ed esci la sera››. Sono tante le Associazioni e le Cooperative presenti che danno un contributo reale ed attivo a diversi livelli ed insieme formano l’APS Casa Internazionale delle Donne. Gli ambiti sono molteplici, dai diritti tutelati da associazioni di avvocate a consulenze per la salute, dall’assistenza psicosociale delle donne vittime di violenza alla consulenza lavorativa per donne senza distinzione di età, nazionalità e formazione culturale, dal turismo accessibile per persone sorde ad un centro di documentazione servito da una biblioteca. ‹‹Tutte queste Associazioni di tradizione sociale – ci dice Noemi – che concorrono a sviluppare idee ed eventi all’interno della Casa, sono una realtà del luogo, alcune vengono dall’esterno, altre hanno sede qui, per dare atto all’idea di entrare nella Casa fisicamente››.
‹‹La Magnolia è il simbolo della Casa, quando fiorisce c’è un profumo che arriva in tutta la casa. Questo albero è centenario e, insieme al Noce detto il Nocioche si trova nell’altro cortile e che è stato piantato da Giovanna Olivieri, coordinatrice di Archivia, il Centro di Documentazione della Casa, ed Edda Billi, Presidente onoraria dell’Affi, Associazione Federativa Femminista Internazionale e fondatrice di Archivia, sono, insieme, i nostri simboli così come Giovanna ed Edda sono la nostra memoria storica››.
Attraversando il giardino, possiamo entrare in contatto con alcune delle Associazioni che hanno sede all’interno della Casa. Incontriamo Azucar Family-lab e spazio Baby Care. Dolcemente insieme.
‹‹Qui si organizzano dei laboratori sulla lettura, sulla scrittura e sulla produzione dei libri per bambini. Durante l’estate tirano fuori tutti i seggiolini quando si mangia e l’ora di pranzo diventa un momento di condivisione per loro e per noi che lavoriamo qui››; la foresteria Orsa maggiore, che si trova al secondo piano, e che è l’unico Ostello per donne dedicato anche all’accoglienza delle donne che viaggiano da sole. Insieme al Centro Congressi, sono direttamente gestiti dal Consorzio della Casa e sono un’importante risorsa sia per le Associazioni che per gli ospiti che ne fruiscono;
il Ristrò Luna e l’altra, che come cooperativa sociale è interamente rivolta all’inserimento lavorativo per donne, e che offre “pappa buona” e calorosa accoglienza.
Eco Diversità che si occupa dell’integrazione delle ragazze sorde nella gestione dell’orto e nella vendita del mercatino biologico, inserendole nella produzione e nella vendita. ‹‹Sono loro – racconta Noemi – che si sono occupate di risistemare l’Orto ed hanno iniziato queste aiuole di permacultura, una tecnica particolare di coltivazione del terreno intesa anche come filosofia di approccio››. Sono più di quaranta associazioni femministe hanno dato vita a questa struttura aperta, un vero e proprio laboratorio dove coniugare impresa culturale e servizi e che racchiude la storia ed i successi del movimento di liberazione delle donne.
Le Donne della Casa sono Donne testarde che non si sono mai arrese, donne che continuano a combattere per i diritti delle donne…. e non solo.Pensano e lavorano in grande.
È proprio davanti ad Archivia che incontriamo una di loro, Edda Billi, una delle memorie storiche della Casa, la donna che ha scalfito a mano le pietre, durante l’occupazione, per rivendicare i loro diritti ed ottenere che fossero riconosciuti, insieme ad uno spazio tutto per sé.
Che cosa significa oggi questa casa e perché è importante questo spazio ancora oggi?
Perché finalmente abbiamo una casa nostra e ci abbiamo messo tanto per averla, perché dobbiamo ancora combattere perché ci sono dei pericoli che incombono, perché sembra che vogliano togliercela, ed in questo credo che siano dei pazzi a pensarlo, avranno tutte le donne contro. Li trovo di una stupidità infinita però sai, siccome sono stupidi, c’è da aspettarsi di tutto. Il significato è semplice, è che ogni città dovrebbe averne una, perché uno spazio di donne significa libertà, libertà delle donne.
Questa Casa c’è costata tantissimo, c’è costata 10, forse 12 anni, in cui abbiamo occupato perché cercavano di riprenderla tentando di darne un pezzo all’Ente Santa Croce (forse longa mano di CL).
Ci era stata assegnata dopo una lunga trattativa con una delibera bellissima del sindaco Vetere, che parlò per la prima volta di una casa data ai movimenti femminili e femministi. Per la prima volta veniva usata la parola femminista su una delibera comunale.
Dopo Vetere era arrivato un sindaco fascista, di cui non ricordo il nome, che tentò di assegnarne una parte a quest’Ente della chiesa e da lì è iniziata l’occupazione anche di quella parte. Questo posto era fatiscente, non avevano restaurato che 400 mq circa, mentre il resto era tutto da rifare. Qui non c’era nulla, si camminava nelle buche, era un luogo in disfacimento totale. Noi abbiamo lottato anche perché fosse rimesso a posto, ed in questo ci siamo riuscite con i soldi di Roma Capitale del Giubileo ma il restauro totale è durato quasi 10 anni
Che anno era?
No. Mai chiedere a me gli anni. I numeri per me hanno dei colori, degli odori, passeggiano. Non hanno nessun significato.
C’è della filosofia in quello che dice.
Sarei una matematica favolosa! – continua Edda – Gli anni li dovete chiedere alla “donna delle date” Paola Mastrangeli, fra un po’ arriva. Siamo fiere di aver lottato per così tanti anni. Nel freddo, nel buio, senza luce, senza acqua.
È stata dura. Molto dura
Questi lavori sono stati fatti a vostre spese?
I primi accorgimenti sono stati nostri, in una fase in cui veramente questo stabile andava a pezzi. Poi no. Non sarebbe stato possibile, è un complesso enorme, come vedete.Il restauro è stato opera del Comune che ne è il proprietario e sono rientrati nel progetto per il Giubileo del 2000. Ma posso garantirvi che sono occorsi molti soldi per far sì che venisse così bella come è adesso. Questa è una conquista per tutte noi.
Quand’è precisamente che avete deciso di occupare?
Vi posso raccontare come è nata questa occupazione. Eravamo in quei primi 379mq, che il sindaco Vetere ci aveva dato, accomodati, che era una stanzona collocata dalla parte dove è piantato il N?cio. La delibera ci aveva dato l’intero spazio, invece notte-tempo, il sindaco che era succeduto ne assegnava quasi metà dell’altra struttura al famoso Ente quello di CL.A quel punto decidemmo di occupare. Buttammo giù il cancello di ferro, e siamo entrate. Eravamo in riunione in questo stanzone e c’era Anita Pasquali – che ricordiamo essere stata una “Donna battagliera con grande passione politica e una volontà d’acciaio, sempre in prima linea nella battaglia per i diritti delle donne e del movimento femminista” – che aveva contatti con la Provincia e che seppe in tempo dell’assegnazione all’Ente Santa Croce alla Lungara. Allora noi aprimmo, entrammo e occupammo. Questa occupazione è durata molti anni ed è stata molto, molto dura.
Tutto il resto, comprese le finestre e le porte, era chiuso con grandi massi ed io, con poche altre, li abbiamo tutti smantellati. Piano, piano, con forza, la forza delle donne.
Devo dire che questa è una delle più belle Case delle Donne e lo posso dire con orgoglio e con cognizione di causa perché ormai molte città ne hanno una ma sono sempre piccole, con poche stanze, con pochi spazi. Questa è stata una bella follia.
Immagino sia senza dubbio difficile gestire degli spazi così grandi.
La difficoltà della gestione di un posto come questo comporta non so quanto denaro. Noi non siamo imprenditrici. C’è un Direttivo con una Presidente in cui votiamo, ci sono le Associazioni di promozione sociale, ci sono le singole, insomma il Consorzio, ma noi non siamo donne imprenditrici. La Presidente, Francesca Koch, è una donna semplicemente eroica e non so come abbia fatto a resistere per così tanti anni pur essendo già in vacatio da circa un anno; per questo bisognerà fare le elezioni con la spada di Damocle della Sindaca Raggi, una donna purtoppo, ma Koch continua a reggere la Casa delle Donne. E’ una Presidente bravissima e non è pagata
È incredibile, no? Quando uno racconta questa cosa le persone stentano a crederci e a volte faccio fatica anche io a crederci. Devo dire che sono riuscite in una maniera miracolosa a provare ad essere imprenditrici femministe, che è una cosa difficile, molto difficile. Qui bisogna che i soldi entrino in qualche modo perché dovete sapere che questo posto non è gratuito. Noi paghiamo 9.000 euro al mese perché il Comune ci ha messo addosso anche gli anni di occupazione, con una mora e sono diventati 12.000 euro e avere questi soldi ogni mese è quasi impossibile. In molti sono convinti che sia gratuito, invece non lo è purtroppo. Dovrebbe esserlo perché hanno dato a tutti degli spazi gratuiti.
È quindi questo il motivo dello sfratto.
Sì, questo è il motivo per cui siamo state sfrattate, perché non siamo in grado di pagare l’affitto. Noi diciamo che offriamo servizi alle città che valgono diecimila volte di più del dovuto. Loro sono obbligati a valutare questi servizi che noi diamo in maniera gratuita alla città e lì dove il servizio non lo è, ad esempio quello delle avvocate, ha sempre dei prezzi politici alla base. Dalla nostra abbiamo il fatto di essere donne.
Nel frattempo è arrivata la “donna delle date”, Paola Mastrangeli, alla quale Edda Billi si rivolge: “Amore, quando è successo tutto questo?
‹‹Quale delle cose? La rivoluzione gentile? L’unica rivoluzione possibile dopo il cristianesimo, dopo quelle di Ottobre, quelle d’inverno…l’unica possibile? Nell’ ’84 ci avevano assegnato solo una piccola parte e intanto il resto doveva essere tutto ristrutturato, però nel frattempo la nostra amica Anita Pasquali, alla quale abbiamo dedicato una targa a piazza San Cosimato, ci avvertì che l’altra parte sarebbe stata aggiudicata all’Ente santa croce. Abbiamo detto no. Sfondato il cancello e presa tutta l’altra parte. L’occupazione è durata tanto e con quelle donne che hanno deciso di vivere, sopravvivere e di tenere acceso il braciere del fuoco della passione››.
Continuando a parlare di femminismo, di diritti delle donne, di lotte amate e di passione, ci raggiunge anche Giovanna Olivieri, attraverso la quale si giunge a parlare del fatto che, fino a non molti anni fa, gli uomini non potessero accedere alla Casa. Ci racconta un aneddoto ed il motivo per il quale, ad oggi, questa condizione è cambiata.
‹‹La cosa importante di questa faccenda sono i livelli di separatismo che c’erano allora – dice Giovanna Olivieri – Tutto è nato perché Alma Sabatini, donna “radicale” la cui vita è stata dedicata al servizio dell’idea femminista, muore tragicamente, all’età di 65 anni, a Roma nel 1988, a causa di un incidente automobilistico nel quale resta ucciso anche il marito e compagno amatissimo, Robert Braun. Abbiamo fatto due giorni di assemblea per decidere se i funerali laici potessero essere fatti ad entrambi all’interno della Casa, perché a quel tempo l’uomo non poteva entrare. Alla fine, data l’importanza dell’evento tragico, si decise di fare un’eccezione singolare alla regola separatista, che è stata subito ripristinata fino alla consegna totale della Casa restauratanel 2002, per cui anche gli uomini potevano accedere. Quella allora fu la prima volta››.
Quando le chiediamo che cosa significhi essere femministe, risponde:
‹‹La domanda è: chi è la donna? quella definita dai maschi o qualcos’altro? Per trovare la risposta e per fare questo percorso personale, le donne hanno deciso che si dovevano parlare fra di loro. Quello che il femminismo ha cercato di fare, proprio partendo da chi siamo noi e da chi sono gli altri, era stabilire che c’è un conflitto, e le donne hanno deciso che si parlavano fra di loro perché tutte le volte che c’era un maschio diceva cosa dovevano essere, cosa dovevano fare e come si dovevano comportare. A monte di questo confronto, c’è sempre stata la nostra cultura che è profondamente sessista, misogina e quindi un luogo di discussione a partire da quello che ci dicevano e che noi dovevamo essere, confrontandoci con la nostra realtà. Per questo il “partire da sé”, il “personale èpolitico” sono slogan che avevano una forte valenza per noi. Se non parti da quello che sei tu e da quelle che sono le tue esigenze, non arrivi a nessun risultato. All’inizio si parlava di privato, perché il privato veniva considerato un campo non politico, non indagabile e quindi: perché la violenza sessuale era un reato contro la morale? Perché era considerata una cosa privata e non un reato pubblico contro una persona che dice “io non sono consenziente”. Il grande rivolgimento è avvenuto nel ’79, quando è stata fatta la proposta di legge popolare delle donne contro la violenza, e diceva: “Derubricare questo reato da un reato contro la morale ad un reato contro la persona”. Poi c’è stato questo percorso per cui non tutte le donne erano d’accordo con la denuncia d’ufficio, molte erano per la denuncia personale, perché c’erano posizioni diverse all’interno del dibattito sulla legge. Noi qui siamo un puzzle di identità di donne ma quello che ci tiene insieme, è evidente, è un luogo in cui questo puzzle esiste e ciascuna può confrontarsi con le altre oppure può trovare un input alle proprie esigenze, alle proprie richieste. Certo è che non possiamo rispondere a tutte, ma ci proviamo››.
‹‹Vi volevo far notare – interviene Paola Mastrangeli – che, la raccolta di firme per la legge contro la violenza sessuale è stata sempre basata su questa parola: sessuale. Ci abbiamo messo quasi 30 anni per ottenere la definizione sessista perché l’analisi a monte è che era una violenza sessista e non sessuale, ma soprattutto violenza maschile contro le donne. La stampa continua a parlare di “124 donne vittime di femminicidio” se la stampa stessa non sposta il focus dalla vittima all’assassino, avremmo sempre le donne vittime di femminicidio. In questo paese esiste un problema di “124 assassini di donne”. Bisogna spostare l’ottica perché se cominci a pensare che non è più violenza sessuale, ma è violenza sessista, che è violenza maschile contro le donne, l’analisi è diversa perché non mi possono dire che tutti hanno avuto un raptus, che tutti l’amavano troppo e non ce l’ha fatta a resistere››. E’ lo stesso problema che c’è quando si parla di prostituzione e si mette tutta l’attenzione sulla figura della prostituta condannandola e usandola come parolaccia per offendere: figlio di p….. Allora quando vado nelle scuole comincio sempre con lo spiegare che i soggetti del contratto di compravendita di rapporto sessuale sono due: il cliente e la puttana. Ma la parolaccia è stata inventata solo per lei. Lei è da condannare perché prende i soldi e lui no perché li dà? Allora li invito a cominciare a dire anche “figlio di cliente” se proprio vogliono offendere qualcuno. E quando qualche pischello più smaliziato mi dice: Ma è il mestiere più antico del mondo!!! Io ribatto anche l’omicidio con Caino e Abele è cosa antica. Ma l’omicidio è un tabù. La prostituzione rispetta solo la più semplice legge economica del mondo: quella del mercato. Laddove c’è domanda, nasce l’offerta. Ragazzi e ragazze chiedetevi perché gli uomini “da sempre” hanno bisogno di sesso a pagamento. Non sarà una questione di potere? e vi assicuro che nascono delle bellissime discussioni.
È chiaro che la consapevolezza di se stesse e la presa di coscienza sia il passo obbligato attraverso il quale poter cambiare, non solo il proprio essere, ma anche la vita che ci circonda. La Casa delle Donne è prima di tutto una Casa per tutte, un luogo di incontro dove poter parlare, confrontarsi, chiedere aiuto e vivere.
Le Donne che abbiamo incontrato nel corso della giornata sono state tante. Donne attive, Donne orgogliose di essere Donne. Ognuna di loro ha regalato un pezzo di sé, ha parlato della propria presa di coscienza e di quello che fa per tenere attiva la Casa. Le donne della Casa sono tante e sono tutte unite.
È per questo che ritengo sia importante divulgare la notizia che questa struttura rischi di chiudere, a causa della burocrazia e della “non presa di coscienza” da parte delle autorità, che i servizi che offre alla città siano di gran lunga più onerosi dell’affitto mensile che si chiede loro di pagare. Chiunque voglia aderire all’iniziativa di sostegno per far sì che la Casa rimanga aperta, può sottoscrivere la petizione attraverso questo link
Dell’antica fondazione che risale al XIII sec., a cui erano legate le esigenze commerciali della Repubblica di Venezia, non rimane nulla a causa di un incendio datato nel 1505, questo ha fatto sì che l’edificio fosse interamente costruito sulla base del progetto di “Girolamo il Tedesco”.
E’ uno dei monumenti più celebri della mercatura veneziana, sorge ai piedi del Ponte di Rialto e si affaccia direttamente sul Canal Grande.
Immagine tratta da https://www.comune.venezia.it/it/archivio/52001
Nato come punto d’approdo delle “merci” trasportate da mercanti tedeschi e divenuto “archivio napoleonico” nell’ottocento, in seguito è stato il “Palazzo delle Poste” per diventare, oggi, la sede di un “centro commerciale” in cui trovano spazio i brand di lusso della scena mondiale.
Dei materiali originari cinquecenteschi del Fondaco è rimasto poco da quello che le testimonianze ci dicono, avendo subìto negli anni Trenta, sotto il regime fascista, una pesante ricostruzione in calcestruzzo moderno, dovuta al primo cambiamento di destinazione d’uso, che ha portato questo edificio ad essere riutilizzato come ufficio postale.
Quello che è rimasto ad oggi, è la tipologia della struttura, nella quale si sono inseriti gli interventi dell’ultimo progetto di restauro e di ristrutturazione.
Si tratta di un edificio a pianta quadrata, disposto su diversi livelli che si affacciano sul cuore del Fondaco, un cortile interno a tutta altezza dove è conservato, al centro, un antico pozzo e da dove si vede la copertura in vetro e acciaio.
Interno del Fondaco dei Tedeschi nel 2016 e come era nel XIII sec. http://afasiaarchzine.com/2016/06/oma-48/
All’esterno, arcate a tutto sesto si alternano a bifore e mofore, che racchiudono un portico dove si scaricavano le merci e dove ancora oggi si possono vedere i simboli che i mercanti incidevano sulla pietra delle colonne, per segnalare i vani in cui depositare le merci. La sommità del palazzo, invece, è merlata.
Esterno del Fondaco dei Tedeschi nel 2016. Immagine tratta da http://www.canalgrandevenezia.it/index.php/palazzi-canal-grande/lato-destro?limit=30&start=30
Dopo otto anni di chiusura, nel 2008 la famiglia Benetton rileva il Palazzo dal Demanio e questo segna l’inizio dell’operazione commerciale e dell’opera di restauro e di ristrutturazione che ha fatto tanto discutere il popolo veneziano, non solo per il grande investimento che c’è stato, ma soprattutto per l’accordo stipulato tra Comune e committente di “cancellare i vincoli ad uso pubblico del Fondaco”, in favore di un utilizzo commerciale, di carattere privato, in cui si inseriscono prevalentemente attività di shopping, eventi culturali ed incontri sociali.
Almeno 40 sono i milioni spesi per il risanamento ed il restauro firmato dallo studio Oma di Rem Koolhass e per l’allestimento, firmato da Jamie Fobert, che ha trasformato il “Fontego dei Tedeschi” in “T Fondaco”
Il cuore dell’intervento dello Studio Oma e delle varie collaborazioni, è rappresentato dall’aggiunta di un quarto piano, dall’inserimento di grandi scale mobili rosse, inizialmente concepite come sospese, oggi in realtà racchiuse da un telaio in legno, e dalla progettazione di una terrazza panoramica in legno.
A questo si aggiunge sia una sensibilità nel mantenere gli elementi storici fondamentali , come le camere ad angolo, che non hanno subìto alcuna modifica, sia nel far riprendere vita ad alcuni elementi architettonici, come le pareti delle gallerie, rimaste abbandonate per anni e che oggi torneranno ad ospitare affreschi in chiave contemporanea.
Il quarto piano, posto al di sotto del vecchio lucernario, il Velero, è interamente sospeso sul cortile interno ed è visibile e percepibile da sotto come un nuovo soffitto in vetro.
Un soffitto, visto dal piano terra, ed un vero e proprio piano in vetro e acciaio sul quale si cammina, al quarto piano, al cui interno si sviluppa una grande sala destinata a conferenze e a mostre e da cui si accede alla terrazza/passerella, la più alta di Venezia, da cui poter mirare una vista unica sul Canal Grande.
La convenzione, firmata dal Comune di Venezia, oggetto della cancellazione dei vincoli ad uso pubblico dell’edificio, prevede un calendario di spettacoli e mostre, che saranno aperte al pubblico, ed un accesso libero sia per il Centro commerciale sia per la terrazza panoramica, accesso questo, organizzato su prenotazione e vincolo di orario, per limitare attraverso flussi controllati il numero dei visitatori.
C’è chi ha definito il Fondaco dei Tedeschi come un “palinsesto storico, di sostanza moderna, che ha attraversato cinque secoli di tecniche costruttive” .
Io aggiungo cheil nostro secolo, forse, è quello che veramente ha ideato una sostanza interna nuova, condivisa ad una “pelle” esterna antica, levigando così le linee che attraversano il corpo dell’edificio e ravvivandone le cellule interne.
Senza dubbio, tutto ben si addice alla nuova destinazione d’uso dell’edificio, in cui il lusso fa gli onori di casa e la ricerca della bellezza diventa il nuovo credo.
L’Astrattismo in pittura nasce nei primi decenni del ‘900 e darà vita a un processo di interiorizzazione della composizione pittorica intesa come espressione della necessità interiore, principio alla base della ricerca di uno dei fondatori di questo movimento, Vassily Kandinsky.
Un percorso, questo, che porterà alla negazione stessa dell’opera d’arte così come tradizionalmente intesa in favore di una composizione in cui il linguaggio delle forme e dei colori diventa un mezzo per influenzare direttamente l’anima.
Questi sono anni in cui la trasposizione fedele del mondo, della sua quotidianità e della sua oggettività è ceduta alla fotografia, mentre la pittura si svincola del tutto dalla rappresentazione ed inizia a costruire immagini basate sul segno, sulla geometria, sulla superficie, sulle linee, sulle macchie di colore, sulla materia.
Composizione VIII_Vasilij Kandinskij
“Per giungere a una composizione puramente pittorica i mezzi sono due: Il Colore e La Forma. Questa inevitabile relazione fra colore e forma ci fa notare gli effetti della forma sul colore. La forma, anche se è completamente astratta e assomiglia a una figura geometrica, ha un suono interiore: è un essere spirituale che ha le qualità di quella figura”.
Vassily Kandinsky _Lo spirituale nell’Arte
Ma la fotografia è davvero così avulsa da questa nuova logica di rappresentazione?
Il processo di interiorizzazione cominciato da Vassily Kandinsky e le esperienze astrattiste che hanno ritrovato nuova vitalità nel secondo dopoguerra, dando luogo a diverse correnti, quali l’Action Painting, l’Informale, il Concettuale, l’Optical art sono rimaste circoscritte al mondo dell’arte? La ricerca estetica che mira a provocare effetti fisici e psichici in chi la guarda, interessa solo la pittura?
La risposta è no.
L’input nasce da un fermento culturale che eredita concetti dalle avanguardie anteguerra e che rappresenterà il punto di riferimento fondamentale per tutti i movimenti d’innovazione nel campo del design e dell’architettura, della fotografia e della grafica, della scultura, delle arti applicate e del teatro.
Nella fotografia, ad esempio, il modo in cui alcuni fotografi raccontano le proprie sperimentazioni è legato ad immagini che si contrappongono al racconto realistico che, pur partendo da analisi differenti, giungono a risultati similari attraverso l’uso di nuovi strumenti.
È il caso di Man Ray, pittore, fotografo surrealista, grafico statunitense esponente del Dadaismo, fabbricante di oggetti e autore di films d’avanguardia che, considerando la propria ricerca fotografica come equivalente ai suoi stessi dipinti, attraverso l’utilizzo della solarizzazione scompone la forma sottolineandone i contorni, appiattendo l’immagine.
O ancora, quello di Lazlo Moholy-Nagy, pittore e fotografo ungherese esponente del Bauhaus che, parallelamente a Man Ray, svolge ricerche sull’immagine astratta scomponendo le forme con foto scattate dall’alto e angolari.
Entrambi vogliono esentare l’immagine dal peso della funzione riproduttiva di tradizione borghese per giungere alla liberazione culturale e sociale degli individui.
Lazlo Moholy-Nagy
Place de la Concorde_Paris Ph. Man-Ray
Ne seguirà una ricerca sempre più spinta al di là dei confini fino ad ora dettati.
Il soggetto che si fotografa, sia esso materiale, immateriale o fisico, perde la propria identità.
Sottrazione del contesto
attraverso il taglio dell’inquadratura
Avvicinamento
fino ad ottenere una visione incombente
Ingrandimento
snaturando la visualità naturale
Ne deriva un nuovo genere fotografico, l’Astrattismo.
La rilettura di un linguaggio in cui lo scatto fotografico assume una valenza simile alla pittura:
Blu di Cielo_Kandinskij
Festival Aquiloni
“IL COLORE E’ UN MEZZO PER INFLUENZARE DIRETTAMENTE L’ANIMA. LA FORMA HA UN CONTENUTO INTERIORE. LA FORMA DUNQUE È L’ESPRESSIONE DEL CONTENUTO INTERIORE L’ARTISTA È LA MANO CHE, TOCCANDO QUESTO O QUEL TASTO, FA VIBRARE L’ANIMA”
IL COLORE COME FORMA DI AZIONE POLITICA – GIVE ME COLOR_Cambiare il volto alle periferie
Uno dei processi di trasformazione e di rinnovamento delle città che si sta mettendo in atto negli ultimi anni è quello del Relooking il cui fine è porre l’accento su quanto quello che ci circonda e quello che guardiamo ogni giorno, benché il più delle volte sia dato per scontato, se non addirittura ignorato, sia invece il punto di partenza di un intervento volto a migliorare una problematica di così grande scala, quale la degradazione dell’ambiente in cui viviamo.
Si parla tanto di periferia, si dibatte sulle problematiche sociali e sociologiche che intervengono lì dove gli ambienti che si vivono sono degradati ed abbandonati all’usura che, in parte si produce naturalmente e in parte è indotta dalla mancanza di senso etico e civico degli abitanti. A me piace pensare che il cittadino stesso debba essere educato alla manutenzione dell’ambiente in cui vive ma per fare questo è necessario anche che le Istituzioni diano un segno forte e deciso. Tra i tanti dibattiti e i possibili interventi di ArchiStar e politici che in questi anni ho ascoltato, studiato ed esplorato uno in particolare oggi richiama la mia attenzione
Può l’utilizzo del colore avere una valenza politico-sociale sulle nostre periferie? In che modo?
Due sono i progetti sui quali pongo l’attenzione quali risultante di un insieme di meccanismi che, interagendo fra di loro, danno sicuramente una risposta a questo quesito. L’uno è un intervento in cui l’istituzione si è fatta carico del progetto coinvolgendo il cittadino e l’altro è un intervento di cui il cittadino si è fatto carico chiamando in causa l’istituzione.
ART WAS PART OF THE ANSWER
Dipingere la città per ridare la speranza_Città di Tirana_Albania
L’Istituzione in questione è rappresentata da Edi Rama, l’attuale Primo Ministro dell’Albania, ex sindaco della città di Tirana. Si avvale della collaborazione di Anri Sala, artista albanese specializzato nel campo delle Arti Visive ed i due danno vita ad un video costruito sulla base del processo di trasformazione attraverso i colori. Dammi il colore
“Il colore come espressione di un sentimento forte, di una necessità di bellezza, di un segno politico”
Il primo segnale forte che viene dalle Istituzioni è quello di agire innanzi tutto sul territorio attraverso l’abbattimento dell’abusivismo edilizio, sviluppatosi senza nessuna regola di pianificazione urbana e a causa del quale circa 500 edifici sono stati demoliti, attraverso la restituzione alla comunità di aree che erano pubbliche, la costruzione di nuove strade, scuole e parchi. Da questo punto in poi inizia la lotta del Primo Ministro dell’Albania che è stata quella di inserire in un contesto post-rivoluzione un’idea rivoluzionaria:
“L’utilizzo del colore al fine di ridare la speranza
che era stata persa.
Dove il colore non è solo un atto artistico ma è una forma di azione politica in un contesto in cui il budget che si ha a disposizione è pari a zero”
Trasformare la città ridipingendo le facciate di edifici degradati con colori sgargianti e forme irregolari, rompendo le rigide griglie geometriche dell’architettura post-socialista.
“Quando abbiamo dipinto il primo edificio con un arancione acceso su una oscura facciata di un edificio all’entrata di Tirana è successo qualcosa di inimmaginabile. Si è creato un ingorgo del traffico e una folla di gente si è raccolta come se in quel posto qualcosa di spettacolare stesse accadendo o come se avessero avvistato all’improvviso la visita di una pop star. Il funzionario francese incaricato del finanziamento, si precipitò a bloccare la pittura, strillò che avrebbe bloccato i fondi. “Perché” chiesi io. “Perché i colori che voi avete ordinato non rispettano gli standard europei” rispose.
Il funzionario mi ha proposto un compromesso ma io gli ho detto “No, mi dispiace” “Il compromesso ha un colore grigio e noi ne abbiamo abbastanza da durare una vita”
E’ tempo di cambiamenti. La città è un corpo sociale, un luogo di discussione e di dibattito della collettività.
“La restituzione delle aree pubbliche ravvivano il sentimento di appartenenza alla città che la gente ha perso, l’orgoglio delle persone verso i propri spazi da vivere. E ci sono sentimenti che sono stati sepolti in profondità per anni sotto l’incremento barbarico delle costruzioni abusive che sorsero su aree pubbliche. E quando i colori sono usciti fuori “perforando” gli occhi ovunque, uno stato d’animo di cambiamento ha iniziato la trasformazione dello spirito della gente”
Immagini tratte da http://art-now-and-then.blogspot.it/2015/07/edi-rama.html
Abbiamo fatto una piscina, la più bella piscina che io abbia mai visto nella mia vita e abbiamo chiesto alla gente “volete questo intervento e avere costruzioni pitturate come questa?” e poi la seconda domanda è stata ”volete che tutto questo si fermi o che continui?” Alla prima domanda il 63% della gente ha detto: “Sì, ci piace” ed il 37% ”No, non ci piace” Ma alla seconda domanda, metà di quelli a cui non piaceva, volevano che si continuasse”.
“Così noi abbiamo notato il cambiamento. Le persone hanno iniziato a buttare meno rifiuti nelle strade, per esempio. Hanno cominciato a pagare le tasse. Hanno cominciato a sentire qualcosa che avevano perso. La bellezza agiva come una guardia lì dove la polizia municipale o lo Stato stesso si era perso. Un giorno ricordo che camminavo lungo la strada, che era stata appena colorata e dove noi stavamo iniziando a piantare gli alberi, quando ho visto un negoziante e sua moglie montare una vetrata nel loro negozio e gettare le vecchie persiane nel luogo della raccolta dei rifiuti. “Perché avete gettato via le persiane?” chiesi loro “Perché adesso la strada è più sicura” hanno risposto. “Più sicura? Perché? Abbiamo messo più polizia qui?”
“Qui ci sono i colori, strade illuminate, nuove pavimentazioni, senza buche, ci sono alberi. É bello. È sicuro.”
E infatti, era la bellezza che stava dando alla gente la sensazione di essere protetti. Anche dai criminali.
“Le pitture sui muri non sfamano un bambino né curano un malato né educano l’ignoranza. Ma danno luce e speranza e hanno contribuito a far vedere alla gente che ci potrebbe essere un modo diverso di affrontare le cose, uno spirito differente, un sentimento differente nella propria vita e che se diffondiamo la stessa energia e la stessa speranza per la nostra politica, noi potremmo costruire una vita migliore per ogni altro e per il nostro paese“.
“Abbiamo mosso 123.000T di cemento solo per gli argini. Abbiamo demolito più di 5.000 costruzioni abusive intorno a tutta la città, abbiamo piantato 55.000 alberi e cespugli nelle strade. Abbiamo stabilito una GreenTax che tutti hanno accettato e che tutti i lavoratori pagano regolarmente. Mediante concorsi pubblici siamo riusciti ad assumere nella nostra amministrazione molti giovani e siamo riusciti a costruire un’Istituzione Pubblica depoliticizzata dove uomini e donne sono paritari. Tutto questo ci ha aiutato anche nella corruzione”
Immagine tratta da https://www.informagiovani-italia.com/tirana.htm
“La corruzione non dipende dal gene, non dipende dal fatto che alcuni hanno una profonda coscienza ed altri non la hanno. Dipende dal sistema. Dipende dall’organizzazione. Dipende dall’ambiente e dal rispetto. Noi abbiamo rimosso i chioschi. Abbiamo costruito una nuova e luminosa sala d’attesa. Abbiamo creato un sistema di controllo online in modo da velocizzare tutti i procedimenti. Noi mettiamo il cittadino prima e non gli impiegati. La corruzione, in uno stato di amministrazione dei paesi come l’Albania, può essere combattuta solo con la modernizzazione“.
Reinventare i governi attraverso il rinnovamento degli stessi politici è la risposta. E non reinventare le persone sulla base di una formula confezionata “Ready-Made” che lo sviluppo del mondo spesso cerca invano di imporre a gente come questa.
Mobilitare le persone, ascoltare le esigenze delle persone, avere delle risposta da loro, questa è politica. La politica non sono i leader, è la gente.
“L’utilizzo del colore può mettere in atto il cambiamento. Io voglio fare più cambiamenti, quale Primo Ministro, ma ognuno di voi può mettere in atto il cambiamento, se lo si vuole“.
Il caso di Tirana si pone come manifesto di un’idea di arte vista come strumento per il rinnovamento sociale, che non si limita a un intervento di “beautification”, di una estetizzazione di superficie. Il valore della sua operazione artistica e politica sta nell’aver liberato nuove energie democratiche di azioni e reazioni in un dibattito pubblico collettivo, permettendo un ripensamento del concetto di res publica e della vita politica di una comunità.
COLORE SPONTANEO_LA RINASCITA DELLE PERIFERIE Pittori anonimi_Quartiere del Trullo_Roma
Il Dipartimento delle politiche abitative non riesce a garantire più i servizi basilari. Il progetto è quello di dare colore al quartiere attraverso gli streetartist, attraverso i pittori, attraverso i bambini, lì dove il concetto di periferia non è tanto da associare alla posizione che il quartiere occupa rispetto al centro della città ma quanto al sinonimo di degrado e di ghettizzazione sociale.
Il colore utilizzato per cambiare il volto alla periferia. Il fine è quello di
Non cambiare quartiere ma cambiare il quartiere
Ci troviamo a Roma, il quartiere in questione è quello del Trullo.
“La borgata del Trullo è una città di fondazione, progettata dagli architetti Nicolosi e Nicolini. I terreni vengono acquistati nel ’39 con la prospettiva di edificarvi lotti di abitazioni popolari. La prospettiva del ritorno in massa degli espatriati per l’imminente scoppio della guerra comporta il ripensamento del progetto in «abitazioni popolarissime»: segue il rapido appalto e l’edificazione in soli 8 mesi. La borgata viene inaugurata da Mussolini il 27 ottobre 1940. Il Duce, secondo l’aneddoto, definisce i lotti squadrati «più simili a una caserma che a case». Nel 1943, a seguito del rovesciamento del regime, la borgata cambia nome in Borgata Duca d’Aosta e dal 1946 assume quello attuale.
Così nascono i quartieri. La partenza è quasi sempre l’edificazione di massa e l’abusivismo, sviluppatosi negli anni in cui non era necessario avere un permesso di costruire per innalzare la propria abitazione, ha lasciato il posto alla speculazione edilizia con tanto di agibilità. Ma ad un certo punto, in questa piccola parte di periferia, un giorno si è deciso di intervenire lì dove le istituzioni non lo facevano ed un gruppo di persone, oggi “identificate” come
Non hanno nessun finanziamento dal Comune, gli unici soldi che hanno a disposizione per comprare i barattoli dei colori sono dati loro dagli abitanti stessi del quartiere che li supportano ed in qualche caso li aiutano manualmente. Al bar del mercato rionale c’è un salvadanaio che raccoglie le offerte.
«Un tocco di colore, un colpo di ramazza. Non cambiamo quartiere. Cambiamo il quartiere per chi ci vive e per chi ci passa. Per me, per te, per loro, per tutti»
“Lo facciamo perché questa cosa funziona: la gente socializza e ha un altro stato d’animo”
In molti pensano che quello che i Pittori Anonimi stiano facendo sia, oltre che bello, anche dotato di un fortissimo valore sociale.
Anche io lo penso, ne sono convinta. Nel presentare queste due azioni di rinnovamento ho detto che:
L’uno è un intervento in cui l’Istituzione si è fatta carico del progetto coinvolgendo il cittadino e l’altro è un intervento di cui il cittadino si è fatto carico chiamando in causa l’Istituzione.
Differiscono nel contesto, nelle premesse, nelle azioni ma non differiscono nella finalità. Non si tratta solamente di riqualificare la propria città, ma di rimpossessarsene. Non è solo una forma d’arte, ma è l’espressione di una comunità. Attraverso il colore si dà voce ad una popolazione viva e di nuovo protagonista.
Concludo con due frasi estrapolate da questi progetti:
“L’utilizzo del colore può mettere in atto il cambiamento. Io voglio fare più cambiamenti, quale Primo Ministro, ma ognuno di voi può mettere in atto il cambiamento, se lo si vuole”.
Edi Rama
… “noi mettiamo delle gocce ma tutti insieme possiamo diventare un mare di decoro e pulizia. Fatevi sentire”.