Liberare i corpi

A novembre la popolazione mondiale ha superato gli 8 miliardi. L’ultimo rapporto del Fondo delle Nazioni Unite ci invita a capovolgere le domande: invece di chiederci se le donne fanno troppi o pochi figli, per cambiare le cose dovremmo concentrarci sullo stato della libertà di scelta

04/05/2023

 

Troppo spesso si parla dell’umanità come di un numero e molti governi tendono ad affrontare problemi economici o ambientali, come il sistema pensionistico o la crisi climatica, con politiche demografiche mirate soprattutto al controllo delle nascite. A novembre scorso la popolazione globale ha superato la soglia degli 8 miliardi. I dati dell’ultimo rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) sullo stato della popolazione nel mondo ci dicono che i due terzi delle persone sul pianeta vivono in luoghi in cui il tasso di fecondità è sceso al di sotto del cosiddetto “livello di sostituzione”, 2,1 figli per donna. Questa cifra, spesso propagandata come garanzia di stabilità demografica, è diventata la linea rossa che porta media e governi a usare termini catastrofici come “bomba demografica” – quando viene superata – o “disastro/inverno demografico/crisi delle nascite” – quando non viene raggiunta.

L’analisi del nuovo rapporto Unfpa rivela una crescente ansia difronte alla prospettiva di un aumento esponenziale della popolazione in un mondo di crisi sovrapposte e di popolazioni longeve. I governi sempre più spesso trasmettono l’idea che esista un problema demografico che richiede l’intervento delle autorità pubbliche.

 

Nel rapporto, Unfpa, che svolge anche il ruolo di agenzia per la salute sessuale e riproduttiva delle Nazioni Unite, dichiara che i corpi delle donne non devono essere tenuti prigionieri delle politiche dei governi o delle “narrazioni allarmistiche” riguardanti la crescita della popolazione, e invece ci ricorda che tutti gli esseri umani hanno il diritto di scegliere quando (o se) avere figli, quanti averne e con chi. Si parla di diritto all’autonomia corporea e significa proprio questo: una scelta libera e informata, non ostacolata da esigenze di vita al servizio di qualsiasi rivendicazione più ampia di tipo demografico, economico, sociale, politico, ambientale o di sicurezza.

Le Nazioni Unite ritengono che l’approccio che trasforma il corpo delle donne in uno strumento per avere figli, porti spesso alla “manipolazione delle cifre” e a letture errate o distorte che conducono il più delle volte a soluzioni inutili. “Noi guardiamo i numeri, ma la popolazione riguarda le persone e i loro diritti”, riassume Natalia Kanen, direttrice esecutiva del fondo.

Troppo frequentemente si istigano politiche che, invece di promuovere la capacità delle donne di esercitare i propri diritti sessuali e riproduttivi, li strumentalizzano e li trasformano in un mezzo per raggiungere un fine. Negli ultimi 20 anni, alcuni paesi hanno lanciato programmi per incoraggiare famiglie più numerose in cambio di incentivi finanziari e premi per le donne e i loro partner; tuttavia, l’indicatore di fecondità non ha poi superato i due figli per donna. D’altra parte, ci sono state gravi violazioni dei diritti umani sotto forma di azioni che cercano di rallentare la crescita della popolazione attraverso sterilizzazioni forzate e contraccezione con mezzi coercitivi. Tra i casi più estremi c’è l’Iran che ha attuato restrizioni sull’aborto e ha vietato al servizio sanitario pubblico di offrire contraccettivi gratuiti per aumentare il tasso di natalità. O alcuni stati dell’India – paese che ha superato la Cina come il più popoloso al mondo – che stanno promuovendo misure per limitare le nascite, come la politica di imporre un massimo di due figli per donna.

Quindi, ci sono poche persone al mondo? O ce ne sono troppe? C’è chi evidenzia l’esistenza di una relazione tra demografia e riscaldamento globale, ma l’Unfpa avverte che spesso questa interpretazione porta a conclusioni perverse: “Il presupposto logico che indica le catastrofi globali come il risultato di troppe persone è che il numero di persone deve essere ridotto, cioè che un numero imprecisato di persone deve sopravvivere e riprodursi, mentre altre non dovrebbero farlo”. Secondo le autrici e gli autori del rapporto, l’argomentazione secondo cui la popolazione mondiale è troppo numerosa per un pianeta con poche risorse limita la responsabilità dei sistemi e delle società nel trovare soluzioni a problemi complessi e mette in secondo piano la necessità di promuovere il consumo e la produzione sostenibili e l’uso di energia verde.

Il problema sono i giovani? Oggi una persona su sei ha un’età compresa tra i 15 e i 24 anni e quasi la metà della popolazione mondiale ha meno di 30 anni. Ma in un mondo limitato dalle risorse, dove la crescita demografica tende a essere vista come un problema e le grandi masse di giovani come il seme di una “bomba demografica”, l’Unfpa invita a considerare l’elevato numero di giovani come un punto di forza.  Secondo l’Onu “i persistenti stereotipi negativi sui giovani li inquadrano come un problema da risolvere” mentre “più che un problema, i giovani sono sempre più parte delle soluzioni”, poiché le loro “azioni creative” sfidano lo status quo.

 

Di fronte a una popolazione mondiale per lo più giovane, paradossalmente, alcuni dei paesi più sviluppati con popolazioni più anziane, optano per politiche di incremento della natalità con il pretesto di poter garantire la sostenibilità dei propri servizi pubblici e sistemi pensionistici. Tuttavia, i nuovi nati non saranno in grado di pagare le pensioni attuali, ma avranno bisogno di istruzione e assistenza sanitaria, sostiene l’Unfpa.

Limitare il tasso di natalità nei paesi con popolazioni molto giovani non rallenterà l’aumento del numero di persone sul pianeta, che si prevede raggiungerà i 10 o addirittura gli 11 miliardi nei prossimi anni. Questa cifra è il risultato di una “certa inerzia”, dovuta alla giovinezza della popolazione attuale, che continuerà a fare figli indipendentemente da un calo del tasso di fecondità, insieme a un’aspettativa di vita più lunga.

Le proiezioni fornite dall’Unfpa indicano che il tasso di crescita della popolazione entro il 2100 sarà negativo in gran parte del mondo – a eccezione di Africa e Oceania – a causa del calo della fecondità e dell’aumento delle migrazioni.

Sempre secondo il rapporto, i paesi che intendono aumentare la fecondità e quelli che non attuano alcuna politica di controllo delle nascite hanno indici di sviluppo simili. Tuttavia, questi ultimi “hanno livelli di libertà umana molto più elevati”. 

Il calcolo di 2,1 figli per donna per garantire il ricambio della popolazione si basa su bassi livelli di mortalità infantile e non considera la migrazione, non tiene conto di come l’arrivo degli immigrati di fatto alimenta le popolazioni.

 

I tassi di fecondità, quindi, non sono l’unico meccanismo che influenza le dimensioni della popolazione. In molte parti del mondo, dagli anni ’70, si registrano tassi di fecondità molto bassi, senza un conseguente calo della popolazione totale, perché molti di questi paesi sono tipicamente soggetti a immigrazione di massa. Secondo i demografi delle Nazioni Unite, questa tendenza è destinata a continuare. “Nei prossimi decenni, la migrazione sarà l’unico motore della crescita demografica nei paesi ad alto reddito, poiché il numero di decessi supererà progressivamente il numero di nascite”. Ma anche questo aspetto è spesso visto con preoccupazione, in genere per timori di natura economica e culturale. In tutti i paesi, a eccezione di Giappone e Nigeria, l’opinione più diffusa sull’immigrazione è che i livelli attuali nel proprio paese siano già troppo alti.

La rinascita di una ideologia anti immigrazione, con una forma ultranazionalista e xenofoba sulla popolazione come quella di Georgia Meloni in Italia, dell’estrema destra francese di Marine Le Pen, di Vox in Spagna, di Viktor Orban in Ungheria e di Vladimir Putin in Russia e adesso anche in diversi paesi del nord Europa e in molte nazioni a maggioranza bianca, sembra, più che manifestare un problema demografico, evidenziare un problema ideologico. L’Onu avverte che “Una visione etnonazionalista della demografia spesso nega la facoltà riproduttiva dell’individuo, adottando un’ideologia di genere che subordina i diritti delle donne, in particolare i loro diritti riproduttivi, agli obiettivi di un gruppo etnico o politico”. Secondo le Nazioni Unite, “l’etnonazionalismo può utilizzare una retorica volta a convincere sia le donne che gli uomini ad aumentare la fecondità” e nota un aumento delle politiche volte a rendere più difficile l’accesso ai contraccettivi o a limitare il diritto all’aborto.

Oltre ai punti di vista legati all’etnonazionalismo ci sono, ovviamente, molte norme socioculturali che cercano di subordinare la capacità riproduttiva delle donne e delle ragazze ai desideri di altri. Molte norme sulla disparità di genere, diffuse in tutto il mondo, ritengono che la funzione sociale primaria della donna sia quella di diventare madre e custode, mentre quella dell’uomo sia di diventare il capofamiglia. Questo modello eteronormativo di famiglia nucleare è visto come “tradizionale” e “naturale”, anche se le definizioni e le manifestazioni della famiglia sono variate ampiamente nel tempo e nella geografia. Sia che la disuguaglianza di genere sia perpetuata attraverso gli sforzi etnonazionalisti o attraverso le spinte contro il cambiamento delle norme di genere, le conseguenze per la salute riproduttiva e la fertilità delle donne sono spesso terribili. 

“I corpi delle donne non possono dipendere da obiettivi demografici”, ha affermato la direttrice Unfpa, Kanem. “Se vogliamo costruire società prospere e inclusive, indipendentemente dalle dimensioni della popolazione, abbiamo bisogno di ripensare radicalmente il modo in cui parliamo del e pianifichiamo il cambiamento demografico”. Quindi se c’è una crisi climatica la soluzione non può essere quella di convincere le donne ad avere meno figli, né se le società invecchiano si può convincerle a farne di più.

Insomma “la riproduzione umana non è né il problema, né la soluzione” afferma Kanem. “Quando mettiamo parità di genere e diritti al centro delle nostre politiche demografiche, siamo più forti e più capaci di affrontare le sfide derivanti dal rapido cambiamento delle popolazioni. Inseguire obiettivi di fecondità e cercare di influenzare il processo decisionale riproduttivo delle donne lo farà solo finire in un fallimento”.

“Le persone non sono unità di procreazione destinate a soddisfare un livello ideale di riproduzione o costrette a riprodursi secondo una quota o una formula” continua Kanem. “Le persone – gli esseri umani – possiedono intrinsecamente una serie di diritti, tra cui, molto importante, i diritti sulle scelte riproduttive che fanno. La domanda da porsi non è quanto velocemente le persone si riproducono, ma se tutti gli individui e le coppie sono in grado di esercitare il loro diritto umano di base di scegliere se, e quanti figli vogliono. La risposta a quest’ultima domanda, tragicamente, è no”.

Unfpa propone di cambiare la prospettiva e di capovolgere le domande. Anziché chiedersi se il tasso di fecondità sia troppo alto o basso, è più importante capire se le persone siano in grado di realizzare i propri diritti sessuali e riproduttivi o se hanno accesso completo all’assistenza sanitaria o se è garantito per tutte e tutti lo spazio per poter scegliere, come richiedono gli standard dei diritti umani.

I dati pubblicati nel rapporto dimostrano chiaramente la mancanza di libero arbitrio sperimentata da milioni di donne in tutto il mondo. Secondo il rapporto, circa il 24% di donne e ragazze non ha il diritto di prendere decisioni informate sul proprio corpo in relazione ai rapporti sessuali (il numero cresce a 44% in un gruppo di 68 paesi), mentre l’11% non è in grado di prendere decisioni sull’uso di contraccettivi o di cercare assistenza sanitaria, una proporzione davvero schiacciante. A livello globale, si stima che 257 milioni di donne abbiano un bisogno insoddisfatto di contraccezione sicura e affidabile.

Le prove raccolte in questo rapporto possono essere riassunte in grandi linee come segue: le politiche che limitano i diritti riproduttivi non funzionano e danneggiano le società nel loro complesso; le politiche che sostengono i diritti riproduttivi, invece, liberano il potenziale di tutte le persone per prosperare e adattarsi alle mutevoli realtà del nostro mondo. In effetti, i diritti sono solo teorici se non ci sono politiche forti a sostenerli.

 

La disuguaglianza di genere, le disuguaglianze razziali, le ingiustizie di classe e altre ingiustizie sistemiche minano la realizzazione del benessere sessuale e riproduttivo, ma non sono sufficientemente affrontate dai sistemi legali o sanitari. Le organizzazioni della società civile, le organizzazioni di base, le organizzazioni femminili e altri forum che valorizzano i punti di vista e le esperienze dei più emarginati sono leader e partner essenziali per far progredire la giustizia riproduttiva e assicurare la responsabilità dei sistemi legali e sanitari che possono altrimenti perpetuare intenzionalmente o meno i danni. 

La parola popolazione viene anche usata in modo intercambiabile per descrivere gruppi locali o nazionali, etnici o religiosi, regionali o globali. La popolazione di un paese comprende anche i migranti irregolari e i rifugiati? Se no, queste persone hanno i meccanismi necessari per garantire i loro diritti? Quando i politici parlano in generale di popolazioni che crescono troppo velocemente o troppo lentamente, si riferiscono implicitamente ad alcune persone o ad alcuni gruppi minoritari e non ad altri?

Quando i commentatori si torcono la mano per l’imminente “collasso demografico”, stanno dicendo che le donne stanno fallendo nel loro ruolo di macchine riproduttive, o stanno dicendo che le condizioni sociali e legali non permettono alle donne e alle coppie di realizzare i loro obiettivi riproduttivi?

Quando i leader chiedono di aumentare l’uso dei contraccettivi per ridurre i tassi di fecondità nelle comunità più svantaggiate, stanno dicendo che quelle comunità dovrebbero avere meno figli o che questi individui non sono sufficientemente in grado di esercitare l’agenzia riproduttiva alle loro condizioni?

Per parlare in modo più significativo di popolazione, dobbiamo usare un linguaggio e una specificità che affermino i diritti. Alla fine, l’ansia da popolazione è un modo semplice per evitare la complessità delle sfide che dobbiamo affrontare.

Immagini tratte dal rapporto State of World Population 2023 – 8 Billion Lives, Infinite Possibilities

 

Questo articolo è stato già pubblicato su inGenere.it

 





S1: E4 “Addison”

Addison ha dodici anni e, come si dice in questi casi, tutta la vita di fronte a sé. È nata nella parte ricca del mondo, è una giovane donna bianca e questo è ancora in molti casi un privilegio. È una studente delle medie alla Buffalo Middle School di Kenova, nel West Virginia, Stati Uniti d’America. Fa parte della squadra di pallavolo scolastica, pratica l’atletica e corre in pista, pensa, come tante ragazze della sua età, che l’istruzione sia importante per lei che vuole fare grandi cose. Una piccola grandissima cosa per il suo bene e per il bene comune l’ha già fatta. Ha testimoniato in opposizione alla nuova legge statale sull’aborto, di fronte ai parlamentari della Camera del West Virginia, mostrando di avere un coraggio che a molte persone adulte spesso manca. Addison ha parlato contro la Camera che approvava un disegno di legge per vietare l’aborto nello Stato, dove attualmente è legale fino a 20 settimane dopo la fecondazione, consentendo esenzioni limitate per emergenze mediche e complicazioni, ma non per stupro o incesto. Lo stato del West Virginia  è uno dei molti Stati a guida repubblicana a limitare l’accesso alle strutture per l’aborto dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti, lo scorso 24 giugno, ha rovesciato la sentenza Roe v. Wade ribaltando 50 anni di precedenti legali e rispedendo il diritto di aborto nelle mani dei singoli Stati, tranne per quei rari casi in cui il Congresso degli Stati Uniti non decida di intervenire.

Addison la mattina che doveva intervenire ha deciso di indossare una bandana verde sulla testa proprio per ricordare il colore scelto dalle donne argentine come simbolo di chi protesta per conservare il diritto di scelta in materia di aborto. Senza incertezza nel tono di voce ha sfruttato i 45 secondi a sua disposizione, si è rivolta ai legislatori e ha chiesto: “Se un uomo decide che sono un oggetto e mi fa cose indicibili e devastanti, dovrei, io, una bambina, essere costretta per vostra scelta a portare a termine una gravidanza indesiderata e dare alla luce un altro bambino?” e ha esortato la Camera a riconsiderare la decisione che stavano per prendere, dicendo: “Alcuni qui dicono di essere pro-vita. E la mia vita? La mia vita, il mio futuro forse non importa? Non contano nulla per voi?”. Durante la pubblica udienza insieme a Addison hanno parlato altre 90 donne, condividendo le loro storie personali sull’aborto o sui diritti delle donne. Tra loro anche Rita Ray, oggi una elegante signora di 80 anni che ha abortito nel 1959, 14 anni prima che le interruzioni di gravidanza fossero considerate un diritto costituzionale e, dopo di lei, ha parlato Ash Orr: “Sono stata violentata a 10 anni, ditemi perché sarebbe stato giusto portare in grembo il figlio del mio violentatore”. È stata una sessione molto animata, con la sicurezza costretta a scortare fuori dall’aula molte donne giudicate troppo scalmanate. La lucidità di Addison ha fatto impazzire la rete: il video del suo intervento è subito diventato virale, è stato rilanciato in America e nel mondo milioni di volte. Soprattutto dopo le polemiche sul caso della bimba di 10 anni, stuprata e rimasta incinta in Ohio, costretta ha raggiungere l’Indiana – altro Stato dove la legge potrebbe cambiare presto – per vedersi riconosciuta la possibilità di praticare l’interruzione di una gravidanza non voluta.

Peccato che l’accorato appello di Addison non è bastato a convincere i deputati del West Virginia. Accogliendo l’invito di chi voleva modernizzare la legislazione vigente per adeguarla alla decisione della Corte Suprema, hanno infatti approvato, con una votazione dal risultato schiacciante di 69 a 23, un disegno di legge restrittivo.

I legislatori hanno previsto eccezioni alla legge nei casi in cui il feto non abbia battito cardiaco o non abbia comunque alcuna possibilità di sopravvivere, durante un’emergenza medica o una gravidanza ectopica – quando il feto si impianta fuori dall’utero e rappresenta un rischio per la salute della madre. Il discorso di Addison è forse servito perché venisse adottato un emendamento che consentirebbe l’aborto in caso di stupro o incesto, ma anche qui c’è un imbroglio: per il disegno di legge HB 302 l’aborto si potrebbe effettuare solo entro le 14 settimane di gravidanza e solo se lo stupro o l’incesto vengono denunciati alla polizia. Altri tentativi di emendamento da parte di legislatori democratici sono falliti, compreso un emendamento che avrebbe eliminato le sanzioni penali per chi pratica l’aborto.

 





Una risaia lontana dai mercati dell’arte

Documenta è il museo dei cento giorni, la rassegna d’arte contemporanea che ogni cinque anni, dalla città di Kassel nella Germania centro-occidentale, promuove movimenti artistici all’avanguardia. Arrivata quest’anno alla sua quindicesima edizione, dà letteralmente uno scossone all’idea di arte e di diffusione dell’arte, per diventare una mostra che vuole sovvertire le regole dell’arte e quelle della società. Si inizia con “un approccio curatoriale che mira a un diverso tipo di modello di utilizzo delle risorse orientato alla comunità – dal punto di vista economico, ma anche in termini di idee, conoscenze, programmi e innovazioni”. Il cambio è dato dalla nomina alla direzione artistica non a una sola persona, quasi sempre europea, ma ai nove membri di Ruangrupa, un collettivo indonesiano di artisti, architetti, ingegneri, sociologi, designer, musicisti e scrittori. “Cerchiamo di produrre una nuova estetica, un paradigma etico in cui lo spettatore è obsoleto”, afferma il gruppo nel manuale della mostra. “Il nostro lavoro non dovrebbe essere giudicato da un estraneo, ma in termini di benefici che porta alla comunità che lo crea”. Sovvertire le regole del circuito “altamente competitive, espansive a livello globale, avide e capitaliste” e fare di tutto per capovolgere l’istituzione di Documenta.

I Ruangrupa parlano di creazione attuale come di un ecosistema popolato da collettivi e professionisti non convenzionalmente associati all’arte contemporanea, ma piuttosto a “un’arte a misura d’uomo che opera nei servizi pubblici, nelle scuole, nelle banche, negli ospedali e nelle università, con un ibrido di prassi e forme”. Hanno scelto di organizzare la mostra secondo i principi del lumbung, termine indonesiano per indicare un granaio di riso dove la comunità del villaggio immagazzina il raccolto e lo gestisce collettivamente. Lumbung diventa il modello artistico ed economico interdisciplinare che risponde ai principi di collettività e equa condivisione delle risorse. La modalità con cui definire e organizzare la rassegna è l’altra piccola rivoluzione. Il risultato è un’opera corale firmata da 15 collettivi e 54 artisti per un totale di 1.500 creatori, la maggior parte proveniente dall’emisfero meridionale, praticamente sconosciuti o i cui nomi scompaiono sotto la sigla di un collettivo, divisi tra i cosiddetti membri lumbung e artisti lumbung, in riferimento al metodo di raccolta e gestione del riso. Chi visita Documenta 15 entra in una manifestazione “practice-based”, si trova in una mostra che è un racconto di pratiche ambientaliste, sociali, educative, economiche che appartengono al sud globale del mondo. Una rassegna che si dipana per 32 sedi, distribuita lungo quattro distretti, ciascuno contrassegnato da un colore e da un concetto: il giallo, al centro, corrisponde al cuore della città con i luoghi tradizionali di Documenta; il rosso a nord, nella zona universitaria, dedicato alle questioni sociali; a est, il circuito viola, nell’area di Bettenhausen, nei colossali spazi industriali della società Hübner, il riferimento è all’industria e alla produzione; e il percorso verde legato all’ecologia sulle rive del fiume Fulda. Per tutta l’esposizione l’idea dei Ruangrupa: “Dalla letteratura, alla sociologia, all’economia, alla musica elettronica o all’architettura, creiamo ambienti in cui le persone si relazionano o semplicemente si siedono per parlare di storia dimenticata, nuovi colonialismi e narrazioni migratorie. Non ci sarà molto lavoro, ma ci saranno molti processi”. Uno striscione di protesta è ben visibile sulla facciata Fridericianum: STOP THE KILLINGS. È realizzato dall’artista attivista Kiri Dalena, è un messaggio di RESBAK (Respond and Break the Silence Against the Killings) un collettivo di artisti fondato per organizzare la guerra alla droga nelle Filippine. All’interno dell’austero edificio neo-classico lo spazio espositivo è diventato Fridskul, una scuola utilizzata da artisti e collettivi per discutere e praticare diversi modelli di educazione orizzontale. È proprio questo il lumbung, luogo domestico e spazio sociale dove tutti possono riunirsi, trasformando il freddo spazio museale del Fridericianum in un luogo caldo e dinamico.

Il Wajukuu Art Project, un gruppo basato nello slum di Nairobi, ha realizzato un tunnel che conduce all’interno della Documenta Halle immergendo chi gira per la mostra nell’atmosfera Mukuru con metalli, giochi di luci e suoni che ricordano quelli della città d’origine. In Kenya il gruppo organizza corsi d’arte per i bambini abituati a lavorare nelle discariche. Il Baan Norg Collaborative Arts and Culture, viene dalla Thailandia e gestisce un progetto diviso in tre parti: una rampa per skateboard nella Halle, un teatro di ombre tipico tailandese, il Nang Yai, e un programma per aiutare lo scambio di latte e formaggio tra le fattorie di Nongpho e quelle di Kassel.

Britto Arts Trust è un collettivo del Bangladesh e si concentra sulle politiche nutrizionali e sulle comunità che subiscono gli effetti dell’industrializzazione. C’è anche chi lavora sul riconoscimento della diversità neurologica con artisti e creatori con complesse esigenze di supporto e chi ha organizzato una passeggiata nel parco lungo il fiume tra installazioni fatte da spazzatura per attirare l’attenzione sul trasporto di rifiuti elettronici e tessili verso i paesi del sud del mondo. Il collettivo The Black Archives con il proprio archivio storico composto da documenti e libri di scrittori e scienziati di origine surinamese o africana mostrano cosa possono diventare le pratiche archivistiche quando sono legate alle proteste di una comunità. Così come Les Archives des luttes des femmes en Algérie con più di 60 cartelloni di film, manifesti politici e fotografie relativi ai collettivi di femministe algerine dal 1962, anno di indipendenza del Paese, fino alle rivolte popolari del 2019. Sono esposte le opere di Ceija Stojka, artista rom, che ha raccontato l’olocausto del popolo gitano insieme a quelle di János Balázs, il primo artista rom-ungherese ad affermarsi come tale. Nell’Hallenbad Ost, la piscina costruita nel 1929 in stile Bauhaus , il collettivo indonesiano Taring Padi, che considera compiti primari l’organizzazione, l’educazione e il conflitto, presenta tutto il suo archivio su 600 metri quadri di esposizione. Striscioni di grande formato, poster xilografici e wayang kardus, le marionette di cartone a grandezza naturale, sono le opere d’arte che testimoniano le lotte operaie, contadine e sociali degli ultimi 22 anni. La chiesa di St. Kunigundis è stata trasformata da Atis Rezistans, collettivo di sculture haitiane, in un santuario voudou, pieno di assemblaggi di teschi e ossa umane, reperti di discarica e vecchie parti di automobili. Nella rotonda dell’Hessisches Landesmuseum vengono consegnati ai visitatori tablet e cuffie per attivare una scultura, che rende visibile con la realtà aumentata il sistema di credenze cosmologiche pan-pacifiche che ha ispirato i segni sulla facciata dell’opera d’arte. È uno dei tre contributi artistici di FAFSWAG, un collettivo di artisti lgbtq indigeni della Nuova Zelanda che protestano contro la “cancellazione delle persone e delle identità diverse di genere nelle culture del Pacifico”.

Nel grande piazzale della stazione ferroviaria, per terra, si trovano i disegni di Dan Perjovschi, è il suo Horizontal Newspaper su cui lavora in Romania dal 2010, i temi trattati sono appartenenza, comunità e futuro. Ovunque disseminate nei tanti luoghi di questa edizione di Documenta sono visibili le

insegne del pollo fritto Halal Fried Chicken di Hamja Ahsan, sono lì per mappare gli aspetti della storia islamica, fra sottoculture di fastfood urbane diasporiche e passato coloniale.

La città di Kassel fu il centro cruciale nella politica del Terzo Reich, snodo ferroviario e sede delle principali industrie di armamenti. Venne rasa al suolo dai bombardieri britannici nel 1943 e ricostruita in cemento armato compresso solo negli anni ’50. Per la poca distanza dal confine con la Deutsche Demokratische Republik divenne la “periferia del mondo libero”. Oggi questa risaia comune di arte fatta di archivi e pratiche dialogiche ed esperenziali più che visuali, racconta temi legati ai cambiamenti climatici, alle lotte contro le censure e le oppressioni politiche, contro le speculazioni che distruggono le economie locali, parla di antirazzismo e decolonizzazione, di riconoscimento di soggettività diverse, sposta lo sguardo occidentale verso la collettività nel suo significato più ampio. Con una guerra a un migliaio di chilometri di distanza a est non è solo un esercizio di stile.





Conferenza Globale delle Donne Indigene

Partecipazione alla politica, impatto della violenza sulle comunità e difesa dei territori, sono questi i temi di cui si è parlato durante la seconda Conferenza Globale delle Donne Indigene. L’evento ha riunito, in forma virtuale a causa della pandemia, 500 leader di donne indigene provenienti da diverse regioni ed esperienze – parlamentari, artiste, donne delle Nazioni Unite, sindache e attiviste sociali –  per dialogare e rafforzare il loro movimento globale. Con l’obiettivo di riscrivere e definire una nuova tabella di marcia per tutto il mondo indigeno. Dalla metà di agosto ai primi di settembre un calendario fitto di dibattiti e workshop con un orizzonte comune: “Niente di noi, senza di noi”, per ottenere visibilità e scrivere una agenda politica globale. Dalle maori della Nuova Zelanda alle ambientaliste delle Filippine, dalle comunità del Burundi e dalle donne Twa del bacino del Congo alle nepalesi e alle donne Sami della Norvegia, alle donne Quechua, le Maya, le Mapuche, le Yucateco e le Otom delle tante realtà indigene dell’America latina.

Venticinque anni dopo la Dichiarazione e la Piattaforma d’azione di Pechino, considerata un punto di svolta per l’agenda mondiale sulla parità di genere, donne e ragazze indigene, seguite da poche osservatrici esterne, si sono date appuntamento per dire quello che vogliono, con l’idea di rafforzare l’organizzazione per il riconoscimento dei loro diritti, perché ancora si ritrovano a dover combattere la violenza strutturale e la discriminazione e l’emarginazione che le colpisce, spesso costrette da sole a contrastare l’espropriazione delle terre che abitano, la violenza ambientale, il cambiamento climatico e l’imposizione di progetti di sviluppo decisi per loro da altri. Con i loro sistemi di vita e cultura sempre sotto assedio e delegittimati dagli stati egemoni, provenienti da quei sistemi coloniali economicamente dipendenti dal saccheggio delle risorse naturali e oggi politicamente organizzati dal neoliberismo e dalla politica di mercato. Così come si legge nelle conclusioni dello “Studio globale sulla situazione delle donne e delle ragazze indigene”, allegato al kit di lancio della conferenza.

Secondo le informazioni raccolte dalle organizzazioni partecipanti, le popolazioni indigene rappresentano il 6,2% della popolazione mondiale, ma costituiscono il 15% delle persone più povere del mondo. Inoltre, mentre c’è stato un miglioramento nell’accesso all’istruzione per le donne e le ragazze in tutto il mondo, le donne indigene si trovano ancora a dover lottare per l’accesso all’istruzione di base in particolare in Africa e nella regione Asia-Pacifico, così come all’istruzione secondaria e terziaria in tutte le altre regioni dove vivono, una difficoltà legata alle gravidanze infantili, ai matrimoni forzati, all’imposizione di svolgere un lavoro anche se minorenni o spesso una discriminazione vera e propria, legata al razzismo.

In più per tutte le donne indigene, indipendentemente dalla loro posizione geografica o dalla situazione socio-politica, gli indicatori di salute assumono valori costantemente più bassi rispetto a quelli delle popolazioni non indigene, con una aspettativa di vita più bassa e tassi più alti per la morbilità e mortalità materna.

La pandemia ha esacerbato disuguaglianze già esistenti: i vaccini non raggiungono queste comunità e, nei pochi territori dove arrivano, l’importanza della vaccinazione non viene spiegata nella lingua nativa e l’uso del monolinguismo dei servizi pubblici non permette un accesso equo all’assistenza sanitaria. Anche nella sfera economica le donne indigene sono state particolarmente colpite, perché la maggior parte di loro è coinvolta in attività produttive del settore informale. In molti paesi per il coronavirus gli imprenditori hanno avuto sussidi dai governi per poter sostenere la propria economia, ma nel caso delle donne indigene e delle loro imprese locali, non c’è stato alcun sostegno. Aumentando un divario sempre più difficile da superare.

Aprendo la conferenza Tarcila Rivera Zea, ex-membro del Forum Permanente per le Questioni Indigene dell’ONU e fondatrice di Chirapaq, l’associazione formata da donne andine e amazzoniche, ha detto: “Sappiamo che ogni sorella, ogni donna indigena, in ogni angolo del mondo, in ogni comunità, lotta, si sforza e affronta situazioni perché i nostri popoli e le nostre culture sopravvivano, e molte volte non siamo visibili. Contribuiamo, collaboriamo, resistiamo attivamente, ma siamo spesso invisibili”.

Tutto quello che ha detto Tarcila Rivera Zea nasce dalla sua storia. Da lei bambina di dieci anni che ha iniziato a lavorare come collaboratrice domestica, a lei giovane donna che ha dovuto imparare lo spagnolo per sopravvivere in Perù. La ribellione che sostiene è iniziata con lei, con la sua vita materiale, e lo stesso si può dire per la tante altre donne che hanno raccontato le proprie storie e le troppe violenze subite. Violenze dovute alla militarizzazione dei territori, violenze fisiche, psicologiche, economiche e lavorative che si ripetono sia all’interno che all’esterno delle comunità indigene.

Incontrarsi e dare voce alle tante realtà rappresentate è stato utile per analizzare la continuità dei progetti politici globali, per capire come rafforzarsi e quali buone pratiche hanno dato sostenibilità finora, per capire come andare avanti. Come stabilire nuove alleanze tra le loro comunità, il loro movimento, e altri settori. Come avviare un dialogo con le autorità invitate per dare eco agli accordi e alle risoluzioni che sono emerse come spazio di advocacy e per dare risonanza alle tante che chiedono di sradicare il razzismo e la discriminazione che si esprime nell’esclusione, nella negazione dei diritti e nell’invisibilità.

“Non siamo esotiche, non siamo folklore, siamo popoli con vita”. Essere indigene è una ricchezza per tutte loro, ma sembra che per il sistema formale sia ancora una fonte di vergogna. O comunque di disinteresse.

Questo articolo è stato già pubblicato sulla rivista Left

 





Città femministe

Articolo già pubblicato su Left

A chi appartiene lo spazio urbano? Le città che abitiamo sono a misura di uomo o di donna? O, per dirla meglio, le città rispondono ai bisogni di tutte le persone che le compongono? La pianificazione urbana certo non è mai stata neutra. Quando 30 anni fa nelle grandi città spagnole sono state fissate le linee guida per la mobilità si è pensato di più a soddisfare un cittadino standard che era maschio, bianco e di classe media. Così le strade e lo spazio pubblico sono state associate alle attività produttive, un tempo svolte soprattutto dagli uomini, e alle automobili che venivano usate per spostarsi verso i luoghi di lavoro. In questo modo si è avviata una narrazione urbana declinata al maschile che ha portato a un disegno delle città dove le donne venivano pensate nelle case, dedite solo alla vita familiare.

Ancora oggi nonostante la massiccia incorporazione delle donne nel mondo del  lavoro, l’area urbanistica delle principali città spagnole stenta a proporre una soluzione alle difficoltà delle donne nel combinare la loro vita professionale e familiare, quel ruolo di caregiving che spesso sono costrette a svolgere e che non prevede solo una mobilità lineare con un punto di partenza e uno di arrivo, ma molti di più. Sono soprattutto le donne che nel tragitto da casa al luogo di lavoro devono accompagnare figli e figlie a scuola, poi quando escono dal lavoro devono ricordarsi di andare al panificio o dal fruttivendolo per comprare quello che trasformeranno in pranzo o cena, devono ripassare dalla scuola per riprendere figli e figlie, devono trovare anche il modo e il tempo di andare dal medico per accompagnare un genitore anziano o un parente non autosufficiente. Poi, quando possono, raggiungono anche il parco o il giardino più vicino per portare a spasso il cane.

A Madrid come a Barcellona, a Valencia o Siviglia, la forma urbanistica è spesso il risultato e la prova dello stretto legame tra patriarcato e capitale. Nei diversi spazi che abitiamo – le case, le strade o le piazze – il modello urbano risponde principalmente alle esperienze e ai bisogni di un soggetto maschile considerato più redditizio e a un modello economico basato sullo sfruttamento. Così poco alla volta, seguendo questa logica, l’urbanistica e l’architettura hanno favorito l’esclusione dallo spazio urbano delle donne e di altre soggettività non egemoniche, come le persone razzializzate, gli anziani, i bambini o le persone con diversità funzionale.

Di fronte a questa concezione della città, che costringe le persone che la abitano ad affrontare grandi spostamenti quotidiani, privilegiando l’uso di veicoli privati, e concepisce le strade come luogo di transito e non di incontro, è emersa l’idea dell’urbanistica femminista e dell’urbanistica inclusiva, che racchiude i contributi di vari campi dell’urbanistica e dell’architettura sulla proiezione di città sostenibili, adatte alla vita quotidiana e centrate sui bisogni delle persone. Negli ultimi tempi è aumentata la richiesta di progetti che rivendicano la necessità di pianificare le città dando priorità alla mobilità necessaria alla cura, principalmente responsabilità delle donne e proprio per questo spesso invisibile, in opposizione alla supremazia della mobilità lineare, cioè quella da casa al lavoro, che mette al centro gli aspetti produttivi e remunerativi, tradizionalmente legati agli uomini.

Ce lo chiede l’Europa quando parla di transizione ecologica e sostenibilità? Città come Vienna o Parigi sono andate oltre la progettazione e hanno già realizzato zone urbane “ dei 15 minuti” basate sul concetto di prossimità, dove il lavoro, i negozi, l’assistenza sanitaria, l’istruzione, il benessere, la cultura, lo shopping e il divertimento possono essere tutti raggiungibili entro quindici minuti da casa propria, a piedi o in bicicletta. La pandemia, il cambiamento climatico e molte altre sfide dimostrano che il mondo ha bisogno di solidarietà, azione collettiva e capacità di lavoro interdisciplinare. La crisi del covid-19 ha esacerbato le disuguaglianze nei confronti delle persone vulnerabili, comprese le donne e le ragazze, ma ha esaltato il loro ruolo predominante nella risposta alla pandemia. Le ha rese consapevoli del divario tra la città costruita e la città che la vita quotidiana richiede per svolgere tutti i suoi compiti. In contrasto con quanto realizzato finora mettere la cura e la socializzazione al centro della progettazione incoraggerebbe tutti, forse anche gli uomini, a partecipare a questi compiti.

In Spagna collettivi di urbaniste femministe come Dunak Taldea nel nord del paese o il Col·lectiuPunt 6, formato da architette e sociologhe riunite in una cooperativa con sede a Barcellona, o UrbanIn+, per l’urbanismo inclusivo, da anni reclamano il recupero dello spazio pubblico,  per garantire il diritto alla città e per costruire città inclusive e socialmente emancipate che incorporino le esperienze e i bisogni del luogo e delle persone che usano e vivono nei loro spazi. Nella pianificazione urbana, la visione femminista delle città spagnole si sta facendo strada nelle istituzioni dopo oltre vent’anni di lotta in ambito accademico e professionale. L’analisi parte dalla consapevolezza che la pianificazione urbana non è neutrale rispetto al genere e che è arrivato il momento di ribaltare le principali linee guida di pianificazione urbana che hanno dato priorità alle esigenze del genere maschile. Si tratta di mettere la vita delle persone al centro delle decisioni urbane. Urbanistica di genere o femminista? Si parla di urbanistica femminista e non solo di urbanistica con una prospettiva di genere perché sebbene il genere sia uno strumento analitico che permette di rendere visibili le differenze negli usi degli spazi dovute al fatto di essere donne e uomini, e i compiti, gli stereotipi e i ruoli attribuiti a ciascuno, si vuole fare un passo in più e si vuole analizzare come questi ruoli di genere influenzano e hanno implicazioni dirette nelle decisioni urbane.

L’impegno è quello di trasformare la società ripensando gli spazi, perché anche gli spazi contribuiscono a plasmare le realtà. Le città progettate dall’urbanistica femminista non pensano solo alle donne, non c’è un disegno che si riduce alle “cose che riguardano le donne”, ma cerca di incorporare una visione intersezionale che parla di problemi universali. La sfida è tener conto della diversità di genere incrociata con altre variabili identitarie, come l’età, l’origine, l’identità sessuale, il tipo di unità di convivenza in cui si vive, la classe sociale, la diversità funzionale, e così via. E come queste variabili si intersecano e si materializzano sotto forma di privilegi e oppressioni nella città e negli spazi che vengono utilizzati. Non c’è altra scelta che reinventare le città e introdurre la diversità delle esperienze e delle necessità in qualsiasi  progetto di pianificazione urbana, perché non è la stessa cosa vivere e sperimentare la città per un giovane adolescente omosessuale di origine straniera, come per una donna anziana, quasi ottantenne, che vive da sola e deve muoversi con un girello negli spazi pubblici o ha bisogno di una panchina dove sedersi ogni 200 metri.

 

 

 





S1:E3 “Daniela”

Diciassette anni. Avete presente il cliché dello studente che si innamora dell’insegnante? Ecco. È lei. È Daniela la studente(ssa) innamorata della professoressa Donati, l’insegnante di disegno e storia dell’arte, l’insegnante dai lunghi capelli neri e il corpo da ballerina.

Daniela dice di avere iniziato a farsi domande un po’ concrete sulla sua sessualità a 12 o 13 anni, ma in realtà ha sempre saputo di essere lesbica, già dall’asilo. Tra turbamenti e groppo alla gola ha avuto le sue prime cotte, spesso non ricambiate. Quando era piccola non ha mai percepito come un problema il suo orientamento sessuale, neanche quando i suoi genitori sembravano infastiditi dalla sua amicizia con Flavia, dal loro stare sempre insieme e dal loro tenersi sempre per mano. Ma si sa, sono adolescenti, sarà più un capriccio che una infatuazione, con il tempo passerà, rassicurava la mamma di Flavia. Vedrai – diceva il papà di Daniela – è una fissazione di cui si libererà crescendo. Poi è arrivato forte e chiaro, proprio tra i banchi di scuola, il messaggio che il suo non è un comportamento corretto, soprattutto non è normale. Non è bene innamorarsi di una compagna di classe o di una insegnante. Così sono iniziati gli anni di non accettazione, fatti di paranoie adolescenziali e di pianti isterici di negazione.

Il coming out in una città del sud Italia, ma al nord non è poi così diverso, è stato tutt’altro che facile. Quanto si era illusa. Daniela era fermamente convinta di ricevere il supporto di sua madre, che ha sempre difeso i diritti di tutti e tutte, anche degli animali, e certa che anche suo padre non ci avrebbe trovato niente di male, né di sbagliato.  O meglio, per Daniela è stato facile dirlo quella prima volta proprio perché consapevole che non stava mica commettendo un crimine. All’epoca era innamorata e felice e voleva urlarlo al mondo. Ecco era il mondo che non era preparato ad accettarla o meglio che non voleva proprio accoglierla e, dopo quella prima volta disastrosa, ci ha pensato mille volte prima di dirlo ancora. Forse è andata meglio quando l’ha detto al suo giro di amicizie quella sera al bar, davanti a un gelato, dopo una bella giornata di mare e di vento. Daniela è felice di aver accettato la parte migliore di se, la parte più viva, la parte che non vedeva l’ora di essere lasciata libera. Adesso, un po’ per gioco e un po’ per stare in allerta, ha questa abitudine di appuntare su un quaderno tutte le banalità, gli stereotipi, le piccole violenze verbali che proprio amiche e amici le riserbano quando dice che le piacciono le donne. “Ma, secondo noi, non hai ancora trovato l’uomo giusto. Forse potrebbe essere solo una fase passeggera. Ah, bene, visto che ti piacciono le donne faresti una cosa a tre con me e la mia fidanzata? Lesbica? Va bene, quindi ti piace la birra? no? ma sai, ho sentito che tutte le lesbiche bevono birra. Toglimi una curiosità? nella coppia chi fa l’uomo e chi fa la donna? Però il sesso tra donne non è vero sesso, dai, come fate senza il pene? E come mai non hai i capelli corti? Forse odiate gli uomini, per questo non vi piacciono. Dai, se sei lesbica ti aspettiamo per la partita di calcetto domani sera. Comunque, secondo noi, non lo sei davvero, dovresti conoscere Giovanni, lui si che ti farà cambiare idea”.

La sigla LGBTQ+ spesso spunta fuori da un articolo o da un libro con quelle quattro lettere che sono le iniziali di lesbica, gay, bisessuale, transgender, queer, mentre il + indica tutte le altre identità possibili e  non assimilabili né alle precedenti né a quella eterosessuale. C’è anche intersessuale, asessuale, pansessuale. Quindi la sigla LGBTQ+ rivela che le realtà, le soggettività dietro quelle lettere, sono così tante e diverse e multiformi tra loro da sfuggire a definizioni e incasellamenti. L’Ilga-Europe (International Lesbian and Gay Association) calcola l’indice Rainbow Europe. L’Italia è in fondo al 35esimo posto, su 49 Paesi europei, per la protezione dei diritti LGBTQ+: solo il 23% dei diritti umani per questa comunità è infatti garantito. I problemi segnalati sono molti, dalla diffusione di discorsi e iniziative alimentate da pregiudizi, agli episodi di violenza omotransfobica, dalla mancanza di protocolli medici condivisi per le persone intersessuali, al mancato riconoscimento dei figli adottivi delle coppie dello stesso sesso. Daniela fa parte della comunità LGBTQ+ e conosce la discriminazione basata sull’orientamento sessuale, l’identità di genere e le caratteristiche sessuali. È una comunità che coinvolge dai 2,4 ai 3,6 milioni di abitanti. Persone che, pur costituendo circa il 6% della popolazione italiana, è come se non avessero il diritto di esistere.

 


Copertina: tatuaggio della calciatrice spagnola Maria Leon. Looks Can Be Deceiving.
immagine della fotografa sportiva Charlotte Wilson.




S1:E2 “Anna”

Anna ha ricevuto il referto del tampone Covid-19, è negativo. Può preparare la borsa da viaggio e partire, finalmente. Quante altre volte l’ha riempita in fretta con le sue cose dentro, solo l’essenziale. Una sciarpa per proteggersi dal freddo, un libro da leggere la sera, un portafortuna che può sempre servire, la crema idratante, gli occhiali da sole e l’inseparabile e preziosa attrezzatura fotografica. Come quella volta quando è andata ad Amsterdam per fotografare le distese di tulipani e vedere i quadri di girasoli al Van Gogh Museum. O quando ha attraversato il deserto del Sahara, ha bevuto il the nella tenda berbera e ha fotografato le ombre dei cammelli al tramonto. La vacanza fatta quell’ultima volta che si è innamorata, quando sembrava proprio una bella storia, importante, duratura, fatta di convivenza, buona cucina e feste di compleanno in giardino e invece no, quasi due anni per capire che era una relazione difettosa, disfunzionale, che non la rendeva felice. Anna ha poco più di cinquantanni, un matrimonio finito che ormai è un’altra vita, un figlio molto amato diventato grande in fretta, una rete di amicizie con interessi comuni e lei che non risparmia mai un sorriso o un consiglio. Ha due occhi luminosi, la pelle delle mani screpolata e la voglia di lasciarsi alle spalle un sentimento che le ha spezzato la vita, ancora una volta. È una infermiera e, dopo tanti percorsi di studio, le piace dire che lei nasce infermiera, che quella è la sua vocazione. È per quello che è sempre accogliente e attenta o forse è accogliente e attenta perché ha studiato da infermiera, chissà. Ricorda ancora l’emozione del giuramento, tanto tempo fa.  [..]Giuro di perseguire come scopi esclusivi la difesa e il recupero della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale […] Anna si è subito sentita parte di qualcosa e dopo la laurea in scienze infermieristiche, tanti anni ancora di studi, di master di perfezionamento per acquisire pratica e conoscenze. Ricorda tante situazioni lavorative difficili e faticose, spesso mal retribuite e precarie, con sfiancanti turni di notte, con paure e incertezze prima di realizzare davvero cosa significasse per lei fare l’infermiera. Anni di sfruttamento, assunta da questa o quella cooperativa, anche se prestava servizio nella sanità pubblica, senza un contratto a tempo indeterminato, mai libera da quell’idea di ausiliarietà a cui viene troppo spesso relegata la sua professione. Quando è dilagata la pandemia da Covid-19 il personale sanitario in ospedale, in corsia, è stato coinvolto nel tentativo di fermare i contagi, cercando di salvare quante più vite possibili in una lotta contro il tempo e contro l’inadeguatezza di un servizio pubblico reso carente dai troppi tagli indiscriminati perpetuati negli anni a favore di una sanità privata, ora dimostratasi inutile e incompetente. Anna invece era in lockdown nella sua casa in città, ferma come tutti e tutte, a seguire una serie tv, a pulire i vetri, a cercare nel disordine quel libro che voleva rileggere, a potare l’ulivo in giardino, a ripensare a quella relazione finita che tanto l’ha delusa. Un pomeriggio viene contattata da una cooperativa che le offre un lavoro a tempo determinato, determinato dall’urgenza di reperire in fretta personale, come infermiera specializzata in un reparto di terapia intensiva in un ospedale romano. Un contratto indecente per una retribuzione lorda di 9 euro all’ora, per un lavoro sfiancate con l’emozione gratuita, però, di mettere a rischio la propria salute per salvare le vite degli altri. Anna si è indignata, ha risposto di no, ha sfogato la sua rabbia sui social, ha cercato di distrarsi cucinando una eccellente parmigiana che ha potuto dividere solo con il gatto Anselmo. Ma poi, come un ritornello, di nuovo in testa quel giuramento solenne e pomposo […] Giuro di  mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell’autorità competente, prestando la mia assistenza professionale a qualsiasi malato che ne abbia bisogno […] Così, con la stessa impulsività con cui scatta una foto o con cui si lascia sempre coinvolgere in una nuova esperienza, decide di rispondere al bando indetto dalla protezione civile per la ricerca di 500 infermieri per l’emergenza Covid-19 da destinare alle regioni più colpite. Ora la sua borsa da viaggio è pronta, può raggiungere l’ospedale di Vignola dove già l’aspettano. Anna farà parte della task force sanitaria volontaria “infermieri per Covid”, 9.400 candidature spontanee raccolte in appena 48 ore.
Mentre continua ad aumentare il numero dei medici morti per l’epidemia, arrivato già a 131, dalla Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche arriva il dato che gli infermieri deceduti sale a 34, mentre gli infermieri contagiati dal virus SarsCov2 sono ad oggi più di 8.000. Infermieri e infermiere, ovviamente.


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S1: E1 “Rozeta”

Rozeta, anzi la dottoressa Rozeta, oggi vive ad Asti e quando indossa il suo camice bianco e si cinge il collo con lo stetoscopio, come fosse una collana preziosa, sorride felice. Visita i suoi pazienti nell’ambulatorio, dipinto di bianco e verde acqua, in corso Casale, perché finalmente è anche lei una medica di famiglia. Proprio come quando a 24 anni, appena laureata, lavorava come medica di base per quattro diversi paesini intorno a Shkoder, nel nord dell’Albania ai confini con il Montenegro, in un piccolo centro sanitario con solo sei posti letto riservati ai casi più urgenti. È proprio qui che si è specializzata in microbiologia, lei che fin da piccola si divertiva a guardare una goccia di saliva o l’ala di un insetto con il microscopio giocattolo, regalo di compleanno. Rozeta la medica che poi ha sposato Leonard il bravo violoncellista biondo e ha iniziato, come tante, come tutte, a dividersi tra il lavoro fuori di casa con i pazienti e quello in casa, con lui spesso in giro a fare concerti e lei a badare ai due bambini, a crescerli. Niente che la turbasse e le facesse pensare di mollare tutto per andare via. Poi, correva l’anno 1997, è iniziato il “periodo dell’anarchia albanese”, come scrive anche Wikipedia. Una vera guerra civile, con le persone armate per le strade, la crisi economica che aveva portato il paese alla rovina e spinto tanti albanesi, disperati e terrorizzati, a scappare. Anche per Rozeta e Leonard, e il violoncello e i figli, l’idea è stata quella di andare via, appena possibile, abbandonare tutto per raggiungere quella parte della famiglia che da dieci anni viveva ad Asti e ricominciare. Ovviamente saper suonare uno strumento è qualcosa di riconosciuto, e apprezzato, in tutto il mondo, anche in Italia, e iniziare a dare lezioni di musica o suonare per la banda cittadina per Leonard non è difficile, la musica è una lingua universale, anche quando l’italiano è stentato. Rozeta già sa che una laurea in medicina presa in un altro paese, anche se europeo, in Italia non ha alcun valore legale. Per ottenere il permesso di soggiorno si fa prima se si inizia a fare la sarta o la badante in una residenza per anziani, anzichè  aspettare  tempi e peripezie burocratiche per il riconoscimento del titolo di studio. Senza scoraggiarsi, cercando di cavarsela, studiando una nuova lingua, provando a capire e ad abituarsi a un modo di vivere diverso, sfidando la diffidenza degli sguardi e i pregiudizi. Solo quattro anni per avere una risposta dal ministero della salute: “per quanto riguarda la domanda della sig.ra Rozeta …, di nazionalità albanese, in possesso di Laurea in Medicina e Chirurgia, la Commissione Didattica, esaminata la documentazione allegata, invita la Facoltà ad ammettere la richiedente, senza obbligo di frequenza, direttamente al VI Anno del Corso di Laurea Specialistica a Ciclo Unico in Medicina e Chirurgia, con obbligo di sostenere i seguenti esami di profitto: Emergenze Medico-Chirurgiche, Clinica Medica, Clinica Chirurgica, Pediatria Generale e Specialistica, Ginecologia e Ostetricia, Medicina Legale, Sanità Pubblica e Medicina del Lavoro.”.  Ovviamente la facoltà è quella  dell’università Sapienza di Roma, facilmente raggiungibile da Asti, capoluogo della provincia omonima, in Piemonte. Rozeta studia, ci mette due anni, spostamenti compresi, a superare brillantemente gli esami richiesti e poi, quando la legge lo ha permesso, si è iscritta al corso triennale per diventare una medica di famiglia e oggi è la prima, e per ora unica, straniera medica di famiglia in Italia.

Secondo i dati dell’Associazione Medici Stranieri in Italia, a fine 2019, in Italia ci sono 80mila professionisti della sanità di origine straniera, di cui 19mila medici: il 65% non ha la cittadinanza italiana, o è in attesa di riconoscimento titoli conseguiti all’estero, e per questo l’85% lavora nel privato non potendo accedere ai concorsi pubblici.





Ellas conducen

 

Un adagio che si sente ripetere spesso ancora oggi è “donna al volante, pericolo costante”, poi c’è chi preferisce la versione “pericolo ambulante”, comunque lì a sottolineare quanto le donne alla guida mettano a rischio l’incolumità planetaria, non per negligenza, proprio perché sono donne e guidare, si sa,  è da sempre cosa da uomini.  Per non parlare dei parcheggi:  “una donna in auto non vuole i sensori di parcheggio, perché si regola con il rumore del muro”. Tanti gli stereotipi sulla donna maldestra o imbranata quando guida, anche se ormai soppiantati dalle statistiche sulle strade di mezzo pianeta.

Tutto il mondo è paese e anche in Spagna esiste un modo di dire sessista per deridere le donne al volante: “Mujer tenía que ser”, per rafforzare l’idea che le donne valgono meno. Uno dei tanti detti machisti che andrebbe cancellato dal vocabolario. Per cercare di renderlo almeno meno popolare all’inizio del mese  luglio dell’anno 2019, ventunesimo secolo,  è stata lanciata la campagna #EllasConducen (loro guidano) focalizzata nel superare questo stereotipo di genere e finalizzata a dare autonomia a donne a rischio di esclusione sociale, perché anche avere una patente di guida è una forma di autonomia, di indipendenza. L’iniziativa è stata pensata e avviata  dalla motorizzazione, d’accordo con la ONG Ayuda en Acción,  associazione di cooperazione internazionale, e con Midas-Spagna, catena internazionale specializzata nella manutenzione dei veicoli.  Ambasciatrice della campagna #EllasConducen è la pilota Ana Carrasco, 22 anni, vincitrice del campionato mondiale di motociclismo con la sua Kawasaki Ninja 300.  Se l’obiettivo è rompere gli stereotipi di genere che accompagnano ancora le donne quando guidano è intanto cosa buona e giusta evidenziare quello che le statistiche rilevano.

Le donne corrono meno rischi al volante e sono più rispettose delle regole del traffico, il che significa che hanno meno incidenti e meno gravi. In Spagna ci sono 26,6 milioni di patenti automobilistiche: 15,4 milioni sono titolari maschi e 11,2 milioni sono intestate a femmine. Il divario esiste, ma sembra diminuire. La differenza si estende a sfavore dei maschi se parliamo di automobilisti alla guida deceduti: dei 1.170 deceduti nel 2017, solo il 10,8% erano donne. Questa differenza è spiegata da diversi fattori. Secondo il rapporto dell’Istituto di tossicologia e scienze forensi,  tra i deceduti che sono risultati positivi per alcol, droghe o psicofarmaci, ci sono undici maschi per ogni conducente femmina. Gli studi e i dati confermano che le donne sono più rispettose delle regole di circolazione, ma nonostante tutto, senza alcuna base scientifica come supporto, persiste lo stereotipo sul fatto di essere goffe, impacciate e dannose al volante. Ecco perché, attraverso l’hashtag #EllasConducen, si vuole provare a ribaltare l’ordine di idee, a infrangere il mito sulla guida femminile. La campagna ha anche un importante risvolto solidale. È stato deciso di sostenere il progetto, sviluppato da Ayuda en Acción, che promuove l’occupabilità, l’integrazione e l’empowerment di donne senza risorse. Sarà fatto finanziando le spese da sostenere per ottenere la patente di guida per le partecipanti al programma Women in Action, che ne hanno bisogno per viaggiare, per motivi familiari e lavorativi. Non è una sciocchezza. La patente non è solo un pezzo di carta plastificato. È uno strumento di lavoro, è autonomia e libertà. Per non dipendere da nessuno o non dover chiedere favori. In diverse occasioni c’è chi si vede costretta a rifiutare un lavoro proprio perché senza la patente di guida.

Questo aspetto sociale ha indubbiamente contribuito all’iniziativa e l’ha fatta diventare virale, ottenendo il supporto di comunità molto diverse tra loro, dai tifosi del calcio, agli appassionati di cinema, fantascienza o videogiochi, da personaggi della televisione, da insegnanti e da modelle di professione.

Quindi tutte al volante, perché vedendo le donne che fanno ciò che vogliono fare, altre donne sapranno che possono farlo.

 


Foto copertina tratta da: https://www.cinematographe.it




App per femmine.

Donne dinamiche e super tecnologiche: ecco le migliori app dell’anno per le donne. Le app che ogni donna dovrebbe avere sul proprio smartphone. Le migliori app che ogni donna dovrebbe scaricare. App per donne: come lo smartphone può semplificarti la vita. Le 5 migliori app pensate per le donne. Le 7 app più utili che ogni donna dovrebbe avere.  Questi sono solo alcuni dei titoli che si incontrano on line e che ricordano che esistono applicazioni scaricabili sui telefonini di nuova generazione, dedicate espressamente al genere femminile, il genere portatore del cromosoma X.

Se poi si va a curiosare si scopre che sono applicazioni che “alleggeriscono la borsa e facilitano la vita quotidiana” e che “una volta provate non ne potremo (noi donne!) più fare a meno”. A questo punto è d’obbligo scendere nel dettaglio anche perché, tanto per galleggiare tra gli stereotipi sessisti, la curiosità è femmina. Per controllare di essere sempre in ordine c’è l’applicazione che trasforma lo smartphone in un vero e proprio specchietto da borsa. Pratico e a prova di rottura per scongiurare i 7 anni di sfortuna, indispensabile per aggiustare la ciocca ribelle di capelli che ti ostacola e ti fa apparire disordinata proprio mentre fai la spesa al supermercato. Volendo ti puoi scattare anche un selfie con il cespo d’insalata o con il prestante addetto al banco dei surgelati. A questo proposito con l’applicazione giusta non corri più il rischio di dimenticare la lista della spesa sul frigorifero, puoi memorizzare tutto in una lista digitale che ti seguirà ovunque chiedendoti “hai comprato i ravanelli?”, “ti sei ricordata dei sacchetti della spazzatura?”. Leggendo ancora si scopre che nella Silicon Valley, non scevra da accuse di sessismo, c’è comunque un team di donne che pensa app esclusivamente per altre donne. Deve essere una sorta di inquietante sorellanza digitale.

C’è quella in cui è possibile inserire età e dati personali riguardanti il tipo di pelle che hai, per ricevere info e consigli sui prodotti da usare o da evitare, qualora ti fossi persa una pubblicità o ti fossi distratta. Ma c’è di più, c’è una app discreta e dal funzionamento facile e intuitivo –  si sa donne e motori (o tecnologie) gioie e dolori – che permette di localizzare centri estetici a pochi passi dalla propria geo localizzazione. La guerra al disordine, alla trascuratezza, al pelo superfluo è ufficialmente dichiarata e si deve vincere. Poi c’è un’app che unisce 350 esercizi cardio e di resistenza studiati proprio per modellare il corpo femminile, tonificare, snellire, per ottenere solo le curve giuste al posto giusto, sennò che donna sei? A chi piacerai? Piacere a se stesse non è considerata opzione valida, né sufficiente.

C’è anche la vocina che ti ricorda di farli quegli esercizi, pigra! E sei hai un momento di sconforto tra una applicazione che ti  ricorda che devi idratarti e un’altra che ti comunica quante calorie hai già assunto e in quante poche ore danneggerai il tuo peso forma, ecco che ti supporta una app per aumentare la fiducia in te stessa, che ti fa fare un respiro profondo e riequilibra i livelli di stress presenti nella tua mente. E poi, tra tutte, le app che monitorano il ciclo mestruale, per non sbagliare mai il giorno. Si può sapere con esattezza quando iniziano le prossime mestruazioni, quali sono i giorni più fertili o se usi la pillola anticoncezionale ti ricorda di prenderla ogni 24 ore.

Tenere sotto controllo il peso, l’umore, la fertilità, l’appetito, la digestione, la contabilità domestica, il trucco. Tenere sotto controllo sembra essere quello che accomuna tutte queste applicazioni che, tra buone intenzioni e cattivi stereotipi, dovrebbero chissà perché e come facilitare la vita delle femmine.

Deve aver pensato proprio a questo  il governo dell’Arabia Saudita quando ha realizzato e diffuso sulle piattaforme Apple e Google, che si sono prestate con buona pace del liberalismo nell’era digitale, l’app Absher. 

Si scarica gratis e, con la scusa di semplificare la burocrazia, permette con un click l’accesso ai servizi forniti dal governo arabo, consente il rinnovo delle licenze, la presentazione di domande per un lavoro pubblico e persino la segnalazione di reati alle autorità o la registrazione ufficiale di nuove nascite.

Sembrerebbe tutto normale, se non per una delle sue sezioni tutta incentrata sul controllo delle donne che dipendono dagli utenti della app, a cui l’applicazione si riferisce definendole proprio come “dipendenti”.

Così gli uomini sauditi che usano l’applicazione possono revocare i permessi di viaggio, stilare una lista dei luoghi dove le donne a loro affidate (mogli, figlie, sorelle …) possono o  non possono andare, sottoponendole alla totale perdita di autonomia e privacy, sconfinando in uno strumento di controllo opprimente e maniacale. Ma questa è una app per maschi.


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