6 agosto 2026 … Il Tuo Autunno è arrivato lasciando un silenzio enorme, tipico di quegli agosto di tanti anni fa, di quelle città desertiche quando già da Luglio si svuotavano e il malcapitato che non era partito rimaneva così, solo, con i suoi pensieri davanti a strade vuote, insegne spente e serrande abbassate… Oggi mi sento così, con lo stereo che da stamane manda le tue canzoni e nella mia testa, film su film, di tutto ciò che ho vissuto con la tua musica come colonna sonora. Inutile dire che “la tristezza poi ci avvolse come miele” , lacrime, sorrisi, bevute, falò, strade, fumogeni, allegria, viaggi…. So che tutto ciò mi tornerà col sorriso, davanti a del buon vino e a una chitarra magari in qualche osteria fuori porta… Il cuore tornerà a pulsare davanti a una locomotiva o a commuoversi guardando Un vecchio e un bambino presi per mano… Potrei andare avanti per ore, ma la finiamo così… In un mondo dove tutti pensano di sapere tutto e di conoscere ogni verità, io sono la Bambina Portoghese… Un punto al limite di un continente, “Sentì che era un niente L’ Atlantico immenso di fronte”. Grazie per avermi indicato un punto di vista differente. Ciao, Francesco…
Rosalind Franklin e il sessismo nella scienza
Da quando ho iniziato a frequentare la scuola, studiando molte discipline, una frase su tutte mi ha sempre colpito, soprattutto quando si affrontavano tematiche riguardanti i grandi “uomini” che fecero la storia: dietro un grande uomo si nasconde sempre una grande donna. In effetti, studiando la storia, la letteratura, la filosofia, l’arte, le scienze, difficilmente ci si imbatte nell’universo femminile, se non come un mondo di muse ispiratrici, donne che hanno saputo sorreggere o assecondare le stranezze dei grandi compagni condividendone la vita e spesso la morte, consolatrici o alle volte cause delle disfatte altrui. Ogni tanto qualche nobile ha rubato la scena, ma se si tirano delle somme, obiettivamente ci si convince che la storia, le grandi imprese o scoperte siano frutto quasi sempre del “Genio maschile”.
Ricordo Caterina de’ Medici, Isabella di Castilla, la regina Elisabetta, Caterina la Grande. Ad eccezione di Giovanna D’Arco direi donne salvate dalle origini regali, impossibili da non citare.
Spesso ho sentito dire che il problema principale era l’accesso agli studi e, in effetti, se si pensa all’Università di Cambridge, tra le più antiche e acclamate nel mondo, bisogna sapere che alla fine dell’800 si era aperta una discussione sull’opportunità o no di dare accesso agli studi alle donne, ritenute, già da allora, possibili destabilizzatrici degli studiosi uomini. Nel 1869 fu permesso ad alcune ragazze di intraprendere il percorso di studi, in un numero non superiore al dieci per cento degli iscritti; dovevano sedere per forza ai primi banchi in modo da non destare troppe attenzioni e non distrarre i corsisti. La cosa più imbarazzante è che alle donne venisse data la possibilità di frequentare, di sostenere esami ma non di laurearsi.
Oltre che in Inghilterra anche in altre parti del mondo le donne iniziano a dimostrare le loro qualità, pensiamo a Marie Curie, premio Nobel nel 1903 in fisica e nel 1911 in chimica; pensiamo ad Amelia Earhart che nell’aprile del 1928, insieme ad un equipaggio di soli uomini, trasvola l’Atlantico, stabilendo, nel 1931, il nuovo record di altitudine mai raggiunta.
Nel 1928 in Inghilterra si arriva finalmente al suffragio universale ma, come abbiamo detto prima, ciò non comporterà una parità dei diritti almeno per molti anni a venire.
In questo scenario, il 25 luglio del 1920 nasce a Londra Rosalind Franklin, in una famiglia ebrea di banchieri collocata nell’alta borghesia dell’epoca. All’età di nove anni, insieme al fratello, viene mandata in un collegio a Bexill sulla costa del Sussex. Ciò che resta di questo periodo sono le lettere che scrive alla madre dove fa presente le critiche ricevute dalle insegnanti, che la ritengono eccessivamente pedante e puntigliosa, con l’incapacità di passare sopra alle cose, mostrando sempre un’attenzione esasperata verso i dettagli. Cosa che sarà la croce e la delizia della sua vita.
Rientrata a Londra, nel 1932, frequenta la scuola St. Paul nella sezione femminile; ai lavori sul cucito preferisce di gran lunga lo studio della matematica e soprattutto delle scienze. Anche qui problemi con gli insegnanti, ma il suo pessimismo risulta infondato quando le viene riconosciuta una borsa di studio, con la quale potrà frequentare la scuola superiore dove darà seguito ancor più alle sue passioni.
Nel 1938, mentre l’Inghilterra firma il patto di Monaco con la Germania Nazista, lei si iscrive alla facoltà di Fisica nel college di Newnham a Cambridge, proprio mentre la sua città si riempie di esuli ebrei, molti dei quali aiutati dalla fondazione dei suoi genitori.
A Cambridge ha modo di partecipare alla riunione dell’Association of Scientific Workers presieduta da Lawrence Bragg, premio Nobel per l’uso della diffrazione dei raggi X sui cristalli. Politicamente schierata a sinistra si colloca tra i pacifisti e i comunisti. Molto irritata per l’indifferenza di Cambridge alla notte dei cristalli del 1938, dopo il patto di non aggressione tra la Germania e l’URSS del 1939, torna a Cambridge dopo una breve vacanza in Norvegia.
Frequenta il secondo anno e studia con John Desmond Bernat, dal quale impara a dedurre la struttura atomica dei cristalli ed a individuare facilmente gli angoli migliori dai quali inviare i raggi x per ottenere una migliore diffrazione.
Durante la guerra inizia a lavorare e a studiare il carbone e i suoi studi saranno determinanti anche per la futura struttura del carbonio. Nel 1940 inizia il suo terzo anno di college e nel 1941 si laurea.
Finita la guerra decide di trasferirsi a Parigi, dove accetta un lavoro nel Laboratoire central des services chimiques de l’État per specializzarsi nella tecnica della diffrazione dei raggi X.
Al di là dell’incontro con Vittorio Luzzati, esperto cristallografo dei raggi X determinante per la sua carriera, ciò che va messo in luce è quanto l’atmosfera parigina la contaminerà: ciò che ama di Parigi è la possibilità di incontrare molti personaggi nei Cafés, con i quali scambiare idee e pensieri, ma soprattutto il fatto che la posizione delle donne sia così diversa dalla puritana Londra.
Sono gli anni in cui Edith Piaf canta La Vie en rose, gli anni in cui Simone de Beauvoir, scrittrice, saggista, filosofa esistenzialista, insegnante e femminista pubblica Il secondo sesso: “le donne non devono più essere madri e mogli ma possono avere un ruolo sociale”.
Nel 1950, su pressioni della madre, decide di tornare a Londra, ma con gli insegnamenti parigini, scientifici e non solo, ormai nel suo DNA.
A questo punto della sua vita comincia a studiare l’acido desossiribonucleico. Molti fisici nel pianeta, dopo il progetto Manhattan, quello che portò alla creazione e all’utilizzo della bomba atomica nel 1945, sentono il bisogno di riportare la Fisica a qualcosa di utile al mondo dopo che ne avevano usato i princìpi per provocarne la distruzione. Così decidono di riconvertirsi nella biologia dando vita alla biologia molecolare e poi alla genetica.
Rosalind Franklin nel 1951 inizia a lavorare a Londra al King’s College diretto da Maurice Wilkins come ricercatrice associata. Appena entra si rende conto che il dipartimento è un distaccamento di teologia, regna un maschilismo sovrano che tende a un separatismo tra maschi e femmine. Personalmente entra subito in conflitto con Wilkins che la crede una sua assistente personale, poiché in quanto donna non credeva fosse una sua pari. Dal punto di vista professionale capisce che non si dovrà occupare della diffrazione ai raggi X di proteine in soluzione, bensì deve analizzare la struttura di particolari fibre biologiche: il DNA.
Nel 1951 Wilkins sostituisce il suo capo Randall ad un convegno a Napoli, dove svela al mondo che il King’s ha ufficialmente iniziato lo studio del DNA. Tra i partecipanti c’è un certo James Watson, ricercatore al Cambridge, il quale capisce che ormai qualunque riconoscimento nella comunità scientifica passerà per la scoperta della struttura e del modus replicandi del DNA.
Sempre nel 1951, a Stoccolma, Rosalind partecipa ad un convegno dove il famoso fisico Pauling racconta di una scoperta trionfale: l’alfa elica, la più importante struttura all’interno delle proteine.
Tornata a Londra, inizia a fare una serie di studi su immagini sempre più nitide del DNA attraverso le quali fa la prima grande scoperta: esistono due forme di DNA.
Divide lo studio con Wilkins , lei analizza la forma A mentre l’altro quella B.
In tutto questo Franklin, ormai in rotta con Wilkins, continua i suoi studi (per dimostrare che la forma A è a forma di elica) in un seminterrato, il massimo che ha ottenuto come ricercatrice donna.
Giorno dopo giorno si rende conto che il suo laboratorio, ogni volta che si assenta, viene preso in rassegna da qualcuno che vuole controllare e rubare i suoi studi.
Wilkins racconta degli studi del King’s a Watson e Crick i quali attraverso il lavoro di Londra danno vita ad un primo modello di DNA.
Rosalind Franklin, pur cosciente dell’utilizzo fatto dei suoi studi, rivela al mondo un errore fondamentale sul modello di Cambridge. Tornata a lavoro, inizia a migliorare gli angoli dei suoi raggi X fino alla data tra il primo e il due maggio del 1952, quando la scienziata scatta la foto diventata celebre come la numero 51.
In questa foto sarà possibile vedere per la prima volta in maniera nitida la famigerata elica.
La storia purtroppo ci racconta che Wilkins, impossessatosi della Foto 51, decide di mostrarla a Watson e Crick i quali un mese dopo rivelano al mondo la struttura reale del DNA.
Il suo lavoro è stato pubblicato come terzo nella serie dei tre articoli Nature Articles, preceduto da quelli di Watson e Crick, apparendo solo come un contributo a sostegno delle loro tesi.
Rosalind Franklin anche senza nessun riconoscimento effettivo torna a lavorare prima sul mosaico del tabacco e poi su studi pioneristici relativi al virus della poliomelite.
Un po’ come la sua grande predecessora Marie Curie, paga il suo lavoro, causa una forte esposizione ai raggi X: Rosalind si ammala di tumore ovarico e a 37 anni, nel 1958, si spegne nel quartiere Chelsea di Londra.
Nel 1962 Watson, Crick e Wilkins vengono insigniti del premio Nobel. Il premio Nobel non può essere consegnato ad un defunto, ma nella biografia di Watson il contributo di Rosalind Franklin viene relegato a questa frase: “la terribile e bisbetica Rosy, una donna non attraente e dal carattere pessimo, molto gelosa del proprio lavoro che trattava gli uomini come ragazzini cattivi e che vestiva da liceale “.
Nello stesso anno Mary Ellman scrive il libro “Riflessioni sulle donne” accusando apertamente la “doppia elica” di misoginia, contribuendo a fondare la critica letteraria femminista.
Negli anni a venire Franklin è diventata il simbolo dell’inferiorità della posizione delle donne nel pantheon della scienza.
Anni dopo Watson scriverà : “come sapete, le leggende narrano che io e Francis abbiamo rubato la struttura ai ricercatori del King’s. Mi avevano mostrato il difrattogramma ottenuto ai raggi X da Rosalind Franklin: wow! Era un’elica! Ed ecco che un mese dopo avevamo la struttura; Wilkins non avrebbe mai dovuto mostrarmi la foto”.
Dietro ogni uomo si nasconde sempre una grande donna! Siete sicuri? O forse spesso “grandi uomini” si sono anteposti a qualche donna per nasconderne la grandezza?
La palestra non è “un locale”
Secondo il concetto classico, ripreso poi dall’Umanesimo e oggi predominante, la cultura fisica è parte integrante dell’educazione generale. Essa non “si aggrega” a quella dello spirito ma va invece considerata come una vera e propria formazione morale, in quanto è una componente essenziale della civiltà dei popoli e ha sempre rivestito un ruolo determinante nell’evoluzione dell’uomo.
Mi chiedo come si possa spiegare o far comprendere Omero, la nascita degli Eroi, senza toccare l’argomento Olimpiadi. Come spiegare l’astio tra Atene e Sparta senza menzionare il diverso modo di intendere l’educazione, ovviamente motoria, in primis? Come spiegare il modo in cui il crescere del “professionismo” tra i vari pro e contro, spinse gli antichi a studiare la medicina, la traumatologia, la dietistica? O il modo in cui il Sofismo, che criticò aspramente la pratica fisica per quella intellettuale, storicamente coincida con la fine della potenza greca, prima per mano di Alessandro il Grande e in seguito per la dominazione Romana?
Eppure furono i Greci a creare il “Ginnasio”, che non era esattamente il biennio dell’odierno Liceo Classico, bensì il luogo ove gli studenti potevano esercitarsi nella pratica motoria, da “gymnos”, nudo, così come lo studente si esercitava, accanto ai “perìpatos”, le passeggiate coperte, da cui prese il nome la scuola “peripatetica” di Aristotele.
Nel 2020 siamo in pieno dibattito se sia il caso o no di utilizzare le palestre scolastiche per creare delle classi. Quindi fondamentalmente stiamo qui a dire che ci dispiace, ma che le Scienze Motorie possono essere sacrificate a fronte di una didattica di serie A, (il termine calcistico è volutamente usato), o meglio per mancanza di locali adatti a svolgere la didattica di serie A, perché questo è oggi considerata la Palestra: un locale. Quindi le Scienze Motorie cosa sono? O meglio, l’Educazione Fisica cos’è?
Siamo al paradosso, tanto per citare la scuola Eleatica e a chiederci se Achille abbia mai raggiunto o no la tartaruga.
Chiedetelo agli Etruschi, ove la donna conobbe l’unico momento di parità di diritti. Non solo potevano assistere alle manifestazioni sportive, al contrario della democratica Grecia, ma potevano loro stesse praticarle, ottime danzatrici. Superfluo citare i molteplici reperti che ci narrano di un popolo dedito ad ogni disciplina sportiva. I Romani, nella loro apparente contrapposizione alla Grecia, concepirono le manifestazioni sportive come mero divertimento, dagli etruschi capirono l’importanza della donna nella vita sociale ma fondamentalmente furono sempre “spettatori”. Anche se la grande pratica militare impose a Roma uno studio approfondito della ginnastica e della “tattica”, creando un attaccamento e un senso dello Stato che la portò leggermente ad influenzare il mondo per qualche secolo. Fu proprio la perdita di questo senso di appartenenza e dei suoi valori una delle cause della sua caduta.
Nel Medioevo, l’avvento del Cristianesimo porta una scissione forte tra Anima e Corpo a vantaggio della prima e anche l’attività fisica ne risente. Ma presto l’importanza data al corpo sia per fini militari sia salutistici obbliga filosofi e intellettuali dell’epoca ad un brusco dietro-fronte
Fu in primis Carlo Magno a capirne l’importanza, non solo per motivi bellici, ma come mezzo di aggregazione e attaccamento della popolazione locale al proprio feudo. I Normanni tolsero ogni dubbio, risultando oltre che abili costruttori di navi, guerrieri formidabili, fisicamente difficili da contrastare. L’epica cavalleresca come quella di Omero, vede nei Cavalieri introdurre quello che oggi chiameremmo fair-play. Nascono i tornei, i percorsi di abilità dove i nobili dovevano cimentarsi per dimostrarsi pronti a guidare il proprio popolo diventandone beniamini. La loro educazione motoria e intellettuale andava di pari passo.
Con l’umanesimo e poi il Rinascimento l’educazione motoria diventa oggetto di grande interesse.
Oggi si sente molto parlare di individualizzazione dell’insegnamento. Ottimo, il primo a parlarne fu Francesco Filelfo, che intorno al 1420 fu chiamato ad insegnare dal Doge di Venezia, nelle cui opere non fa mistero della sua dottrina e oltre a credere in un insegnamento individualizzato nel rispetto della personalità del discente che non deve essere mai traumatizzato o impaurito dal proprio docente, sottolinea come la pratica fisica debba andare di pari passo con quella spirituale. L’educazione del giovane deve essere unitaria. Vittorino da Feltre andò ben oltre. Ospite dei Gonzaga a Mantova, trasformò la sua splendida villa in una scuola, chiamata “La Casa Giocosa”. Fu il primo a tentare un’istruzione di massa, permettendo a studenti non abbienti di frequentare grazie alle quote pagate dai figli dei Signori. Promosse lo spontaneo sviluppo delle personalità dei suoi allievi, attraverso i giochi e gli esercizi fisici. Preoccupandosi di intravedere le attitudini dei propri giovani per indirizzarli alle professioni ove risultavano più portati. Considerava, per la salute, fondamentale la pratica di esercizi fisici tutti i giorni, all’aperto, in qualsiasi condizione climatica, come conditio sine qua non per le attività mentali. Aveva intuito, nel 1423, che una buona predisposizione fisica avrebbe favorito l’apprendimento delle lettere e dei classici, come della musica e delle Arti. Leonardo da Vinci, oltre che nei suoi studi di anatomia, recitava che l’aspetto fisico e quello spirituale andavano educati di pari passo, fino ad affermare che il corpo umano è lo specchio del mondo: microcosmo-macrocosmo. Superfluo citare Machiavelli o Castiglione che nei loro trattati, davanti all’importanza della guerra, credono fortemente nell’esercizio fisico e militare, come quasi attività principale del “Principe” o del “Cortegiano”.
Intorno al 1500, la Rivoluzione non risparmia il mondo ecclesiastico. Erasmo da Rotterdam vede nell’educazione un dovere delle famiglie verso la società, il corpo è lo strumento della mente, che risulta essere uno strumento indispensabile per l’anima, ergo, la sua cura era imprescindibile. La Francia risponde qualche anno più tardi con Francois Rabelais che, nel suo Gargantua, arriva a descrivere con minuziosa capacità gli esercizi fisici giornalieri alternati alle discipline umanistiche, spiegando la sua dottrina educativa a stampo naturalistico che doveva riguardare il copro, la mente e la volontà del suo allievo. L’Inghilterra con Mulcaster e la sua ginnastica come disciplina sperimentale, rincara la dose affermando che l’assenza di salute dinamica impedisce a molti uomini di sviluppare pienamente la propria personalità, che quindi doveva essere praticata da tutti, soprattutto da quelli dediti a una vita sedentaria. Ai già citati vanno aggiunti pedagoghi del calibro di Montaigne e Botero; quest’ultimo influenzerà l’educazione e la scuola Gesuita. Per Martin Lutero, frate agostiniano, l’educazione non poteva essere solo un problema familiare, ma doveva occuparsene sia lo Stato sia la Chiesa; l’educazione andava portata ad ogni ceto sociale e anche alle donne. Nella sua visione contro la chiesa cattolica, il corpo non poteva più essere trascurato, anzi, doveva essere necessariamente valorizzato. Filippo Neri, gesuita, capisce l’importanza dello svago, delle ricreazioni, dei giochi e degli esercizi fisici, formando le prime scuole del popolo e i primi oratori. Nel 1600 è Tommaso Campanella e la sua Città del Sole a condannare l’ozio, e vede nel gioco e negli esercizi fisici un modo per preparare i bambini alla vita da adulti. Seguirono Antonio de Ferraris con “l’educazione degli Italiani” e Girolamo Mercuriale che, nel 1569, pubblicò il “De arte gymnastica”.
In questo periodo nascono soprattutto a corte, ma non solo, i primi giochi “sportivi” che daranno poi vita a quelli conosciuti ai giorni nostri, ma soprattutto nasce l’acrobatica con Gianni Tuccaro, e la Danza classica alla corte del Re Sole.
Nel ‘600 ad esprimersi sono personaggi di spicco come Bacone, che nella sua Città Ideale vedeva l’attività fisica come mezzo per correggere qualsiasi tendenza al male e all’indebolimento e proponeva tutti gli esercizi che giovavano alla conservazione della salute. Galileo Galilei studiò il corpo dal punto di vista biomeccanico e recepì l’importanza della cura del corpo attraverso il movimento. Comenio, autore della “scuola materna”, sottolineò l’importanza dell’attività motoria non solo per i “normodotati” ma soprattutto per i “minorati”, dando molta importanza, soprattutto per questi, a quanto le esperienze concrete potessero giovare sia sotto l’aspetto fisico sia psicologico. Milton, autore del Paradiso Perduto, raccomandò di praticare esercizi fisici perché atti a preparare un cittadino “utile” alla società. Locke, padre dell’empirismo inglese, vede nel gioco dei bambini qualcosa di utile e di affine al futuro lavoro, ed evidenzia come un corpo debba conoscere le proprie capacità, e quindi in caso contrario apprenderle attraverso l’esercizio.
L’illuminismo, padre del pensiero moderno, sia con Rousseau e poi con Helvetius tracciano l’idea di un’educazione fisica, morale ed intellettuale concatenate tra loro. Diderot studierà la possibilità di inserire l’educazione fisica nei programmi scolastici e sosterrà la necessità dell’istruzione elementare obbligatoria e gratuita per tutti. Con Basedow, padre del filantropismo tedesco, verrà dato ampio spazio all’attività fisica, formando docenti con una specifica preparazione. L’insegnamento dell’educazione fisica trova il suo compimento in Pestalozzi; anche per lui l’insegnamento fisico va impartito parallelamente a quello intellettuale da docenti specializzati non solo dal punto di vista fisico ma soprattutto pedagogico e psicologico.
In questo periodo si creano due scuole di pensiero differenti, quella sportiva militare soprattutto di stampo tedesco e quella correttiva salutista di stampo svedese, di cui molti probabilmente ricordano il famigerato “quadro”, per non dire le spalliere e la trave, elementi onnipresenti in ogni palestra scolastica. A questa lunga, ma pur sempre superficiale ricostruzione, mi piace aggiungere che la sconfitta con la Prussia della Francia nell’omonima guerra portò a riflettere un pedagogo francese sull’importanza della preparazione fisica dei soldati. Costui era un certo Barone di De Coubertin, che volò in Inghilterra, studiò i più famosi college Inglesi e tornò in patria riformulando l’intera struttura della scuola francese dando uno spazio considerevole alle attività motorie, ritenute essenziali alla formazione delle generazioni a venire. Sulla spinte delle scoperte archeologiche e al ritrovamento delle rovine di Olimpia, pensò di ricreare le Olimpiadi cercando, come allora, di trovare modi diversi per combattersi tra nazioni, auspicando quella “pace” cara già nell’ VIII secolo a.C., quella pace che come tutti sanno terminò nel 1914.
Lo sport e l’educazione fisica da quel momento sono sopravvissuti a tutto. Alle Rivoluzioni, alle Dittature, alla Guerra fredda, al terrorismo, agli attentati, alle crisi finanziarie e alle guerre civili, regalandoci, malgrado tutto, momenti indimenticabili che non possono essere scissi dalla storia. Pensiamo al 1920 e alle donne ammesse ufficialmente ai giochi Olimpici, dopo che nel 1912 a Stoccolma l’Australiana Fanny Durak in una gara non riconosciuta aveva eguagliato il tempo dei 100 metri maschili del 1896, dimostrando che il “gentil sesso” non era secondo a nessuno. Pensiamo a Jesse Owens nel 1936 a Berlino; pensiamo alle battaglie dei “neri”, ai film come “Glory Road”, il “sapore della Vittoria”, pensiamo alle Olimpiadi di Messico ’68 e ai pugni al cielo. Pensiamo al Pugilato di Mohammed Alì, pensiamo al film “Coach Carter” – lo sport contro l’emarginazione sociale in parallelo con lo studio. Pensiamo alle mille storie di campioni nati nella fame e arrivati sul tetto del mondo, pensiamo alle due Coree a braccetto insieme durante la sfilata olimpica, pensiamo ad una partita di calcio Iran – Usa; pensiamo a Nelson Mandela e a “invictus”; pensiamo ai tanti atleti para-olimpici e a cosa abbia significato lo sport nella loro vita. Pensiamo ai tanti ragazzi e ragazze che nelle nostre palestre comprendono il senso di appartenenza, di sacrifico, di amicizia, a quanti di loro trovano nelle varie discipline uno sfogo alla loro passione e che, in un mondo che ormai ci rende spettatori in tutto, trovano il modo di essere protagonisti, di crescere e di diventare uomini e donne seguendo regole e valori unici, sperando di vincere e partecipare alle “loro”olimpiadi. Pensiamo ai nostri alunni gareggiare con la maglia della loro scuola, rappresentare con orgoglio i loro istituti. Pensiamo a chi non può permettersi uno sport e trova nella scuola un modo di farlo. Pensiamo a tutti coloro citati, e non, che si sono espressi sul valore dell’educazione fisica e pensiamo ad oggi.
Per chi come noi, insegna lo “sport” e “l’educazione fisica” sotto ogni forma, questi non saranno mai un locale, ma sempre e soltanto una PALESTRA di vita.
Jesse Owens e i 45 minuti che cambiarono la storia dell’atletica
Tra il 20 e il 21 maggio 1927 un figlio di immigrati svedesi, di nome CharlesLindeberg, trasvola per la prima volta l’Oceano Atlantico partendo dai pressi di New York e arriva in quelli di Parigi a bordo di un monoplano leggero chiamato Spirit of St. Louis. In realtà già due aviatori inglesi erano riusciti nell’impresa, coprendo la distanza, più breve, tra Irlanda e Canada, ma l’America è in piena recessione, ha bisogno di miti, e il fatto di aver compiuto l’impresa in solitaria fa di Charles “the man of the year”.
In questo stesso anno si assisterà alla fine della produzione del modello T, o più semplicemente Lizzie, la prima auto creata in serie e con il nuovo sistema della catena di montaggio ideato da Henry Ford, il padre dell’auto Americana, che, dopo aver lavorato nella società elettrica del padre della lampadina Edison, si darà allo sviluppo del motore a combustione interna creato da Karl Benz in Germania. Per gli americani sarà l’Uomo del Secolo, accumulando una ricchezza che lo renderà uno dei nove uomini più ricchi di sempre.
Cosa unisce questi due uomini? Entrambi nati nell’area di Detroit, rappresentano in pieno quella faccia oscura dell’America mai chiara, tra libertà e schiavismo, tra dittatura e democrazia, tra diritti civili e segregazione razziale, tra padri fondatori, discendenti di lavoratori dal nord Europa in cerca di fortuna o figli di tratte senza dignità. Charles ed Henry fanno parte di quell’America che, finita la Grande Guerra, deciderà di sovvenzionare lo stato che la causò e contro il quale mandò i suoi soldati a combattere in Europa: la Germania. Quando la crisi del ’29 fa precipitare il dollaro, anche per la Germania si prospetta il baratro ma gli Americani riescono a darle l’ultima boccata di ossigeno nel 1931, quando gli viene assegnata l’organizzazione dei giochi olimpici del 1936. Nel 1933 in Germania si assiste alla scalata al potere di Adolf Hitler. Nuovo punto in comune: sia Charles sia Henry sono due aperti sostenitori del cancelliere tedesco; Charles non nasconde la sua ammirazione e la difesa delle posizioni nazionalsocialiste, Henry finanzia in prima persona il partito di Hitler, arrivando, a detta di molti, a donare tutti i proventi della filiale Ford in Germania al governo tedesco, nonché ispirando la fondazione da parte di Hitler della Volkswagen, l’auto del popolo, nel 1937. Sia Charles sia Henry vedranno premiare la loro dedizione con due medaglie consegnate dal Fuhrer in persona: Croce dell’Aquila Tedesca il primo, Gran Croce del Supremo Ordine dell’Aquila Tedesca il secondo. A questo punto sarebbe lecito indignarsi ed è proprio quando il dito punta contro lo Zio Sam, che la realtà si intorbidisce e lascia spazio al sogno e come un filo mosso da un ago inizia ad intrecciare e a cucire pezzi impensabili da poter mettere insieme.
Nella società dove per eccellenza aleggia il dubbio, in questa storia nemmeno il nome è una certezza.
James Cleveland Owens nasce nel 1913, sarebbe il tredicesimo dei suoi fratelli, ma tre sono morti per parto, quindi risulterà il numero 10. Se si parlasse del calcio, la storia sarebbe già fatta, il numero del predestinato. James nasce e cresce nel pieno mondo del latifondo, i suoi genitori sono dei mezzadri, coltivano una terra per conto di un latifondista. La sua salute è più precaria che mai, a soli 5 anni contrae per ben due volte la polmonite. Queste sue disavventure portano la madre a comprendere che questo figlio sarà il più speciale, come spesso era solita dire. Un giorno il piccolo James chiama la madre facendole notare un’escrescenza sul petto vicino al cuore. La madre comprendendone la natura tumorale, manda il padre a pregare nei campi mentre lei con un coltello da cucina opera di persona il figlio estirpandogli il male. Il figlio si dimostra in effetti subito speciale, pochi giorni dopo è già in piedi. I soldi non bastano mai, e in tutta l’America si sparge una voce, un grande imprenditore del nord cerca operai da inserire in una catena di montaggio umana, e che pagherà 5 dollari al di là del colore della pelle: è Henry Ford che a Detroit ha appena creato la prima auto di serie, Lizzie. A 9 anni James Cleveland si trasferisce con tutta la famiglia a Cleveland! Qui inizia a frequentare le scuole elementari, portando con sé l’insegnamento principale che il padre gli aveva dato fin da bambino: quando incontri un bianco, stai sempre con la testa bassa e non guardarlo mai negli occhi. James è ossequioso nel rispettare questo comandamento, anche troppo, decidendo di non rispondere nemmeno alla maestra quando gli chiede il suo nome. Costretto dall’insegnante a pronunciare il suo nome, James con un filo di voce e con un accento da sudista proferisce le sue iniziali: J.C. che alla maestra fanno intendere Jesse. Lui non risponde e da quel giorno, per tutti, diviene Jesse Owens. A 13 anni fa l’incontro della sua vita: coach Riley.
In America, l’educazione fisica è molto importante sin da bambini e quando si arriva alla prima stretta di mano, con Riley, non c’è bisogno di presentazioni, il coach fa capire che lo segue da tempo e sa perfettamente quale sia il suo nome, Jesse per la prima volta alza gli occhi davanti ad un bianco e sorride. Riley lo mette alla prova su un vialone alla periferia di Cleveland insieme ad altri ragazzetti più grandi di lui. “100 yard, ragazzi, 100 yard, tutto qui”.
Pronti, ai posti… GO!
Sulla partenza c’è poco da insegnare, la testa bassa e china l’aveva appresa dal padre in Alabama, doveroso nello stato con il più alto numero di linciaggi sui neri e nessun processo. Alzarla lentamente, davanti a Riley, lo aveva fatto per la prima volta e la cosa lasciava ben sperare, per il resto, le cinque fasi della corsa, come le marce di un’automobile, Lizzie. Il cucciolo parte, crea il vuoto dietro di sé, taglia il traguardo, non si ferma, torna indietro dal Coach e chiede come sia andato.
Undici secondi netti. Il record del mondo all’epoca è di nove secondi e quattro centesimi.
Riley capisce che davanti a sé ha qualcosa di unico in natura. Un giorno va a prendere Jesse con il suo modello T, il suo, perché è senza marmitta. Un rombo assordante impedisce anche di parlare, come a dire, lascia stare la storia delle marce, l’auto è qualcosa di costruito non fa per te. Arrivano all’ippodromo dove in ossequioso silenzio il coach lo fa assistere a tutte le gare dei cavalli. In natura l’animale più di tutti predisposto alla corsa e forse l’animale che più di tutti ha cambiato la vita degli uomini.
Tre i punti su cui riflettere: il cavallo corre velocissimo; il cavallo pur sforzandosi alla morte non lo dà mai a vedere; il cavallo non si guarda mai intorno, corre solo verso il traguardo.
Jesse non dimenticherà mai questi tre insegnamenti.
Ma un atleta ha bisogno anche di figure di riferimento simili a lui, e coach Riley decide di regalare al suo protetto un incontro fondamentale: Charley Paddock, l’eroe delle Olimpiadi di Anversa del 1920, colui che, nel 1924, intreccerà la sua vita con quelle di Abrahams e Liddell, gli eroi di Momenti di Gloria, ma questa è un’altra storia.
Jesse passa all’Istituto Tecnico di Cleveland. Quando la notizia dell’iscrizione arriva al tecnico di atletica dell’Istituto, la chiamata a Riley non tarda ad arrivare. Owens è una promessa troppo importante e a Riley viene chiesto di continuare il suo lavoro con il ragazzo.
Le conferme non tardano ad arrivare e Jesse a soli 19 anni eguaglia il record del mondo di 10 secondi e 3 centesimi.
La notizia fa il giro del paese e tutte le università sono pronte ad accogliere la freccia nera. Proprio tutte no, ovviamente non quelle del sud, quel sud da dove la sua famiglia è scappata, dove la segregazione si protrarrà fino agli anni ‘60/’70 , o ‘71 come in Virginia quando un Coach di colore verrà chiamato ad allenare per la prima volta una squadra di football mista: i Titans, o per molti Il sapore della vittoria – Uniti si vince, meraviglioso film del 2000; come in Texas quando coach Haskins vincerà il torneo NCAA del 1966 con un quintetto di soli neri, per molti Glory Road, meraviglioso film del 2006. Ma queste sono altre storie.
Jesse sceglie con il cuore l’Università dell’Ohio perché l’allenatore dell’università Snyder è un caro amico di Riley ma soprattutto perché Jesse aspetta una figlia da colei che diverrà poi sua moglie: Minnie Ruth Solomon.
Coach Snyder è un allenatore di quelli che sono anni luce avanti, che ti fanno guardare l’America da un altro punto di vista, facendoti dimenticare tutte le cose inspiegabili di questo paese. Coach Snyder è un degno erede di quella generazione di professori di ginnastica che alla fine del secolo scorso hanno visto James Naismith nel 1891 e William Morgan nel 1895 coniare rispettivamente il Basketball e il Volleyball.
Coach Snyder intuisce che ad un talento nato con la testa bassa che ha imparato ad alzarla così velocemente, bisogna solo aiutarlo a gestire e controllare il tempo. Snyder è il primo a capire che il ritmo è alla base di ogni movimento e che è possibile riconoscerlo, gestirlo ed allenarlo. Si presenta a ogni allenamento con un grammofono e dice a Jesse di trovare una musica che gli piaccia, che lo esalti e che gli permetta di cantarsela in testa aiutandolo così a gestire il ritmo nella corsa.
Swing, swing, swing è quello che rimbomba nell’America del 1935, accompagnato dal ballo Lindy Hop, nome dato durante una maratona di ballo da Shorty George Snowden, che dedicò un passo caratterizzato da un grande balzo proprio a colui che in quel momento stava balzando dall’America all’Europa: Charles Lindbergh.
Ci siamo, la colonna sonora è pronta, il protagonista anche, manca il luogo dell’appuntamento per quel 25 maggio del 1935, che nel mondo dell’atletica si continua ancora oggi a chiamare il D-Day.
Big Ten Meet di Ann Arbor nel Michigan. Giochi studenteschi e in pista gli atleti delle due università che da sempre nel campo del football hanno contrassegnato la più grande rivalità sportiva di tutti I tempi.
Se oggi vi chiedessi di pensare ai 45 minuti più importanti dello sport, credo che tutti andrebbero a cercare nelle imprese del calcio, a qualche rimonta clamorosa o a qualche goleada o al risultato più storico della propria squadra. Ma che nel calcio in 45 minuti si possa vincere un mondiale, una finale ci sta, nell’Atletica mai più nessuno oserà tanto. Il D-Day inizia alle ore 15:15, testa bassa per il ragazzo che viene dai campi dell’Alabama, ready? Go! La testa si alza allo sparo, 1-2-3-4-5 neanche Lizzie, taglio del traguardo… i cronometri dicono uno 9,3 e l’altro 9,4. Gli danno 9,4 record del mondo uguagliato. Chiunque si sarebbe alterato, ma lui no, non è questo che gli ha insegnato il padre. Torna in pedana per il salto in lungo, ma non può perdere tempo perché alle 15:35 ci sono i 200 yard. Un solo salto… swing swing e qui deve aver pensato al Lindy Hop, che in realtà si sarebbe trasformato nel Jesse Hop perché nessuno fino al 1960 avrebbe fatto meglio: 8 metri e 13, “antropologicamente impensabile per l’epoca”. Di corsa tanto per cambiare; 15:35 start per i 200 yard, ready? Go! 20,3 e terzo primato del mondo. Ore 16:00 tempo di mettere 10 ostacoli sulla pista e si parte per i 200 yard ostacoli. 22,6 e quarto record del mondo.
Il mito narra che Jesse fosse anche infortunato alla schiena e che prima della prima gara fosse stato anche vestito da un suo compagno. Finite le gare, Jesse saluta Snyder e se ne torna a casa dalla sua Ruth con coach Riley e il suo modello T, quello sempre senza marmitta, quello dal rumore assordante. Ma sulla strada di ritorno ancora un insegnamento dal suo Coach, la concentrazione. “Quella ti ha fatto vincere da infortunato, sapevi che non potevi sprecare tempo ed energie. Ricordatelo Jesse, ricordatelo sempre anche quando starai bene”.
Invitato ovunque per la sua fama, tra Hollywood, locali e Night Club, Jesse dimostra di non riuscire a gestire quell’ambiente, ma tra i tanti incontri uno avrebbe dovuto illuminarlo, quello con Jim Thorpe, il più grande atleta americano fino a quel momento, vincitore di due ori nel Pentathlon e nel Decathlon a Stoccolma nel 1912, vincitore di medaglie entrambe tolte, per volere dello stesso comitato olimpico Americano, con la scusa che Jim avesse giocato a Baseball da professionista. Le vere motivazioni di questa privazione, invece, vanno ricercate nelle sue origini amerinde, il suo vero nome Wa-Tho-Huk, “sentiero lucente” e in quelle di un paese che ancora non aveva fatto i conti con il razzismo. Jesse scoprirà ben presto quelle due facce dell’America mai definite, mai “chiare”.
Il 4 luglio del 1935, nel Nebraska sotto 40 gradi, davanti ad uno stato gremito Jesse Owens conosce una doppia sconfitta nei 100 metri e nel salto in lungo. Eulace Peacock stabilì il nuovo record dei 100, in 10”2, tempo che non fu mai omologato per la presenza di troppo vento. Tempo che poi anche Jesse otterrà nella sua carriera. Nelle gare successive Peacock batterà Jesse in ogni meeting fino all’aprile del 1936 dove un infortunio interromperà la sua carriera impedendogli di partire per Berlino 36 lasciando quindi a Jesse la possibilità di passare alla storia come il nero che umiliò il regime.
Al ritorno da Berlino, acclamato dalla folla, a Jesse e sua moglie non fu dato alloggio in nessun albergo del centro, se non a patto di passare per la porta di servizio. Il presidente Roosevelt in piena campagna elettorale gli negò l’incontro alla Casa Bianca, perché temeva potesse compromettere i voti degli Stati del Sud.
La moglie di Lindbergh scrisse il libro The Wave of the future considerato la bibbia di ogni nazista americano. Lui si oppose fino alla fine all’intervento americano in Europa considerandola una causa giudaica e non americana. Prima cacciato dall’aviazione americana fu richiamato per collaudare i bombardieri Ford, quel Henry Ford finanziatore del regime tedesco. Entrambi collaborarono con l’America e parteciparono alla guerra nel Pacifico. Alla fine risultarono eroi nazionali.
Wa-Tho-Huk finì in miseria, nel 1950 si curò un tumore alla bocca solo grazie alla beneficienza. Lo stesso anno veniva riconosciuto come il più grande atleta del secolo. Nel 1951 un film sulla sua storia ne celebrò le gesta. Purtroppo per lui molti anni prima aveva ceduto i diritti e quindi non ne ricavò nulla. Nel 1953 si spense dentro una roulotte in California.
Eulace Peacock dopo aver prestato servizio sulla guardia costiera americana durante la seconda guerra mondiale, aprì un negozio di alcolici e officiò molti meeting di atletica. La sua lapide oggi recita così:
L’umano più veloce del mondo.
C’era una volta in America
Il 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo, nel tentativo di scoprire una nuova rotta per le Indie, regala al vecchio mondo la convinzione che ci sia un intero continente da scoprire e quindi da conquistare. La sua visione è resa possibile dal finanziamento principale della corona spagnola nelle vesti dell’allora regina Isabella di Castiglia. Ed è proprio da una donna spagnola, o meglio dalla sua “famiglia”, che partiremo per raccontare la storia di colui che ha conquistato l’America riorganizzando il crimine, rendendolo la più grande multinazionale della storia: Salvatore Lucania, passato alla storia come Lucky Charles Luciano.
Toledo, Spagna 1412. Viene creata un’associazione segreta chiamata La Garduña, fondata sui valori comportamentali dell’epica cavalleresca: onore, codice etico e religiosità. Tra gli affiliati vanno annoverati tre fratelli: Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Per anni agirono nella più completa impunità accomodando richieste di giudici, governanti, amministratori e uomini di chiesa. Un giorno, però, la loro sorella venne oltraggiata da un uomo vicino al Re di Spagna, ma ciò nulla valse perché i tre fratelli scelgono di vendicare l’onore della sorella lavando quest’ultima con lo stesso sangue del malcapitato. Riconosciuti colpevoli di omicidio i tre fratelli vengono mandati in prigione nell’isola di Favignana, allora territorio Aragonese, all’interno della fortezza di Santa Caterina. I tre scontano ben trent’anni di carcere, passando il tempo a scrivere codici e formule segrete, regole, riti di iniziazione e di affiliazione, simboli esoterici e interi manuali di regole e comportamenti. Con tanto di segno della croce i tre si votano uno a Gesù, uno a San Michele Arcangelo e l’altro a San Pietro, rispettivamente colui che dal cielo tutto crea e disfa, colui che con la spada e la bilancia in mano decide ciò che è giusto o no e, infine, colui che con le sue chiavi può decidere di aprire o no ogni porta. Accade così che una volta liberi si abbracciano per un’ ultima volta decidendo di partire ognuno per la propria strada per formare adepti per una “società” che si sarebbe giurata fedeltà sul sacro vincolo della “Famiglia” e della “Fede”. Mastrosso attraversa lo stretto e si stabilisce in Calabria dove fonda la ‘Ndrangheta; Carcagnosso prosegue verso la Campania dove fonda la Camorra e Osso sceglie di rimanere in Sicilia dove fonda la Mafia o meglio Cosa Nostra.
La Mafia risulta essere un’associazione Segreta, ma neanche tanto, perché gli uomini devono sapere a chi rivolgersi quando intendono servirsi di qualche “favore”; clandestina, ma neppure molto perché bisogna sapere dove andare quando è necessario interloquire con qualcuno di loro.
Un magistrato dell’800 la deninisce “il rimedio omeopatico alla Criminalità“. I Mafiosi stessi, pur riconosciuti come criminali, vengono chiamati a mantenere l’ordine nelle aziende come custodia; tra le aziende e il territorio nel subappalto edilizio; nella politica con il controllo dei voti; a controllare settori affaristici importanti che non possono essere regolati secondo il normale sviluppo industriale, come la droga, la prostituzione, il racket e il contrabbando.
In questo scenario Salvatore Lucania nasce nel 1897 a Lercara Freddi, un piccolo centro in provincia di Palermo, noto per le sue miniere di zolfo dove lo stesso padre, Antonio, lavorava. Il mito del sogno Americano porta la sua famiglia a cercare fortuna oltre oceano e così, all’età di otto anni, insieme al papà e alla mamma Rosalia si imbarcano come molti loro connazionali. Arrivati nel nuovo continente vengono sbarcati ad Ellis Island dove soggiornano per un anno circa prima di trasferirsi a New York.
Giunti nella Grande Mela la famiglia Lucania trova alloggio a Lower East Side, ai margini fra il quartiere ebraico e quello irlandese. Qui, ogni giorno, assiste ai continui scontri tra le gang rivali e, un giorno come tanti, a scuola interviene in quello che a lui sembra l’ennesimo sopruso effettuato su un ragazzo ebreo da parte di un ragazzo irlandese. Salvatore non si tira indietro e decide di prendere le parti del ragazzo ebreo, ma subito si rende conto che il fanciullo è tutt’altro che indifeso. Tra i due dopo un piccolo litigio nasce una grande amicizia che li legherà per tutta la vita: il giovane in questione si chiama Meyer Lansky ed è a capo di una banda dedita ad ogni forma di illegalità. Salvatore e Lansky si intendono da subito ed entrambi cercano di prendere l’aspetto positivo delle rivalità tra gang nella scuola stessa decidendo di estorcere un penny al giorno ai ragazzi che intendono avere protezione nei confronti dei ragazzi irlandesi. Questa unione apparentemente casuale sarà decisiva per le future idee di Luciano stesso. A dieci anni Salvatore finisce per la prima volta in riformatorio per quattro mesi per taccheggio, ma questa esperienza non cambierà la sua natura. Tornerà in carcere a diciotto anni per spaccio ed uso di eroina e morfina. Di nuovo a piede libero, entra nella banda criminale Five Points Gang con a capo il Gangster Johnny Torrio dove conosce Frank Costello e Al Capone. Stanco delle continue prese in giro sul suo nome italiano che da Salvatore diventava spesso il femminile Sally decide di americanizzare il suo nome in Charles Luciano.
Perfettamente ambientato nel nuovo continente, del quale aveva scelto già da tempo di diventarne cittadino perdendo la cittadinanza italiana, Charles viene preso alla sprovvista dalla chiamata alle armi nel 1917. Il ragazzo non ha la minima intenzione di andare al fronte (non certo per la sua repulsione verso le armi che ormai maneggia da tempo) così decide di farsi contagiare volutamente da un’infezione di clamidia attraverso rapporti sessuali non protetti avvenuti probabilmente in qualche bordello.
Nel 1920 entra a tempo pieno in una gang ebraica appartenente al gangster Arnold Rothstein insieme all’inseparabile amico Lansky, Costello, Bugsy Siegel ed altri “bravi ragazzi”.
Il 16 gennaio del 1920 il senatore Andrew Volstead, a seguito del Volstead Act e del XVIII emendamento degli Stati Uniti d’America che metteva al bando l’alcol, dava inizio all’era del Proibizionismo con la seguente frase: “I quartieri umili presto apparterranno al passato. Le prigioni e i riformatori resteranno vuoti. Tutti gli uomini cammineranno di nuovo eretti, tutte le donne sorrideranno e tutti i bambini rideranno. Le porte dell’inferno si sono chiuse per sempre”.
Probabilmente a Charles e ai suoi compari devono essere tornati in mente i tre fratelli spagnoli e i voti fatti ai santi, e, così, alle porte dell’inferno contrappongono lo spalancarsi delle porte del loro paradiso.
Alla mezzanotte e tre quarti del 15 gennaio a Chicago una banda armata assalta un treno con un carico di whiskey dando ufficialmente l’avvio al contrabbando. Charles e la sua banda si occupano direttamente di smistare per tutta Manhattan gli ingenti carichi di alcol che riescono a far sbarcare tramite le loro conoscenze portuali. Charles non si accontenta e decide di reinvestire gli enormi introiti in prostituzione e gioco d’azzardo insieme al suo amico Joe Adonis. Un noto pettegolezzo dell’ambiente racconta che gli abbiano attribuito l’appellativo di “infame” nel mondo dei bordelli le molte prostitute che aveva ridotto in schiavitù dopo averle rese dipendenti dall’eroina.
Le imprese di Charles non passano inosservate e pertanto viene assoldato dall’importante gangster di New York Joe Masseria detto Joe “the Boss”. Per lui parteciperà all’assassinio del gangster Umberto Valenti, acerrimo nemico del “Boss”. Ma Masseria parla a stento l’inglese e la sua visione è ancorata a quella Sicilia da cui era scappato da bambino. Sa che le sue frequentazioni del mondo ebraico e le sue implicazioni nella prostituzione non sono ben viste dagli emigrati italiani, così, in autonomia, continua a disegnare il suo piano cosmopolita recandosi ad Atlantic City, insieme a Torrio, Adonis e Costello, dove alcuni gangster italiani ed ebrei concordano alcune strategie comuni per la divisione del contrabbando di alcolici. Al ritorno a New York viene aggredito da alcuni uomini mai identificati; accoltellato gli viene tagliata la gola con un punteruolo e viene lasciato in fin di vita sulla spiaggia di Staten Island. Viene trovato da un agente di polizia e portato in ospedale dove riescono a salvargli la vita, vicenda che gli fa avere l’appellativo di “fortunato”, così da diventare per tutti Charles Lucky Luciano. Portato in questura Charles mantiene il codice d’onore rispettando l’omertà. Il 1930 vede scoppiare quella che viene definita la guerra Castellamarese tra Joe Masseria e il boss alla ribalta Salvatore Maranzano. Luciano non ha mai amato i bagni di sangue e ritiene questa guerra dannosa per gli affari, così, in accordo con Maranzano, progetta l’assassinio del suo capo in un ristorante di Coney Island con la complicità di una squadra di killer formata da Bugsy Siegel, Vito Genovese e Joe Adonis. Stabilita la pace con Maranzano, Lucky Luciano eredita il giro d’affari di Masseria ma, contravvenendo ai patti Maranzano, si proclama capo dei capi e, conoscendo la contrarietà di Charles a questa carica, progetta il suo assassinio e quello di Vito Genovese. Invitati nel suo ufficio a Park Avenue, poco prima dell’appuntamento, quattro killer ebrei assoldati da Lanskey travestiti da agenti del fisco irrompono nell’ufficio di Maranzano uccidendolo con la complicità del boss Gaetano Lucchese che, in prima persona, accompagna i killer per eludere la sorveglianza.
Ormai divenuto il principale boss di tutta l’America, Luciano si rifiuta di nominarsi Capo dei Capi e, per evitare altre guerre, decide di creare una Commissione formata dalle cinque famiglie di New York, dalla Chicago Outfit di Al Capone e dalla famiglia di Buffalo di Stefano Maggadino in rappresentanza delle famiglie minori, autorizzando chiunque a collaborare con gangster non siciliani e non italiani, dando vita al poi ribattezzato “sindacato nazionale del crimine”, che avrebbe controllato, in cooperazione, l’intero contrabbando di alcolici, traffico di stupefacenti, della prostituzione, del gioco d’azzardo e i sindacati del porto di New York. Ormai all’apice del potere Luciano vive nella suite del lussuoso Waldford-Astoria-Hotel, frequenta i più lussuosi nigth club , veste altissima moda e frequenta personaggi dello spettacolo del calibro di Frank Sinatra. Ormai convinto di aver conquistato l’America a capo della più grande multinazionale mai concepita, Luciano inizia a fare i conti con un altro uomo che intende inseguire il sogno Americano della celebrità ma per sua sfortuna dalla parte opposta della barricata: Thomas E. Dewey, che, nel 1935, viene nominato procuratore speciale per indagare sul gangsterismo. Dewey capisce che l’unico modo per incastrare Luciano è attraverso il racket della prostituzione; così, fa arrestare decine e decine di ragazze che lavorano nei suoi bordelli. Si accanisce sulle tossicodipendenti tenendole in astinenza per giorni fino a quando, ormai logorate, decidono di parlare in cambio di una dose. Luciano prova a rifugiarsi in Arkansas ma il primo aprile del 1936 viene arrestato, processato e condannato a oltre trent’anni di prigionia e spedito in un carcere di massima sicurezza al confine con il Canada dove i suoi contatti sono pressoché assenti. Nel 1942, in pieno conflitto mondiale, torna ad accendersi la “L” di Lucky. Il sabotaggio di alcune navi nel porto di Manhattan tra cui la SS Normandie, che prese fuoco e affondò nelle acque dello Hudson, fanno tremare la sicurezza degli Stati Uniti che credono in infiltrazioni di spie tedesche o di simpatizzanti fascisti tra le file dei molti italiani sul suolo Americano. La Marina, su suggerimento del capo dei sindacati portuali, decide di andare a parlare con Luciano, chiedendo la sua collaborazione per la protezione dei porti in cambio di un trasferimento ad un penitenziario vicino New York ribattezzato “l’hotel a cinque stelle”. Luciano accetta e per molti la sua collaborazione finisce qui. Ma per altri non è stato proprio così, infatti sembra certa la sua mano nello sbarco in Sicilia degli alleati nel luglio del 1943, dove si narra che sulla spiaggia venne fatta trovare una bandiera gialla con le iniziali “LL” , come a suggellare che la richiesta di collaborazione era stata avallata dal Boss dei Boss. Il tutto troverebbe credibilità soprattutto dal fatto che Vito Genovese in persona ha fatto da interprete a Napoli per le truppe Americane. Va detto che molti mafiosi, per qualcuno scritti su una lista consegnata da Luciano stesso agli apparati militari americani, vengono liberati, altri messi a capo di istituzioni; tra i più noti Don Calogero Vizzini, sindaco di Villalba. Nel febbraio del 1946 Thomas Dewey, diventato da giudice ormai governatore dello stato di New York, decide di liberare Luciano per i servigi resi all’America condannandolo però all’esilio. Dopo vari soggiorni in Brasile, Colombia, Venezuela, Luciano si trasferisce a Cuba dove investe, insieme a Lansky e in accordo con il Presidente Batista, nell’Hotel Nacional e in alcuni casinò Cubani. Qui riceve gli esponenti delle maggiori famiglie americane con cui continua a disegnare il traffico di stupefacenti. Sotto pressione del governo americano viene espulso da Cuba e portato in Italia per essere incarcerato. Ma Lucky sembra scampare ad ogni processo per mancanza di prove. Continua ad occuparsi di traffico di stupefacenti, addirittura creando una fabbrica di confetti dal ripieno “stupefacente” che esportava in tutta Europa. Ormai stabilito in Italia tra Sicilia, Campania, passando per la Calabria, sembra più che mai devoto a seguire le gesta dei tre cavalieri spagnoli, sicuramente contribuendo all’ammodernamento delle strutture criminali italiane sul suo modello americano. Nel 1960 Ian Fleming, ideatore di James Bond, lo intervistò a Napoli. Nel 1962 un produttore cinematografico lo contatta per girare un film sulla sua vita. L’appuntamento all’aeroporto di Napoli è un buco nell’acqua perché sulla strada per Capodichino, la fortuna lo abbandona così come il suo cuore, che smette di battere. Il suo corpo oggi si trova al Saint John’s Cemetery nel distretto del Queens. Dimenticavo, la versione ufficiale della morte è “arresto”cardiaco, quasi una beffa per chi agli arresti riuscì sempre a farla franca.
ADIDAS VS PUMA
La nostra storia inizia il 04/07/2006 a Dortmund, dove va in scena la semifinale del mondiale di calcio tra i padroni di casa della Germania e L’Italia. Al 119esimo minuto, Grosso, imbeccato da Pirlo, mette a segno il vantaggio; la Germania si getta all’attacco e un contropiede lanciato da Cannavaro porta la palla a Gilardino che vede arrivare alle sue spalle Alex Del Piero che, con un destro a giro, mette la palla sotto il sette e, così, si vola a Berlino.
Sugli spalti cade il gelo: la Germania è ammutolita. Siete sicuri? Beh, non proprio tutta, anzi, cinque giorni dopo, quando da buon “Re francese” Zidane perderà la testa colpendo Materazzi, lasciando la sua nazionale in dieci a guardare esultare la nostra Italia dopo i calci di rigore, in una piccola cittadina della Baviera, per la precisione in una parte di questa cittadina, la birra scorrerà a fiumi mentre dalla parte opposta saranno le lacrime a bagnare i volti dei cittadini.
Per capire come un solo tedesco possa aver esultato al gol di Del Piero bisogna fare qualche “passo” all’indietro e, ovviamente, di corsa! Herzogenaurach. Finita la Grande Guerra, i bambini tornano a correre e a giocare. Due fratelli in particolare sembrano cimentarsi in ogni disciplina: sono Adolf e Rudolf Dassler, figli di un calzolaio. I due sono sempre in competizione e sembra che il più piccolo, soprannominato Adi , non perda occasione per umiliare il fratello maggiore Rudi. La passione per lo sport si unisce al lavoro del padre e così, nella lavanderia della mamma, il piccolo Adi comincia a creare calzature sportive. Il primo lavoro importante, non a caso, arriva con la commissione della squadra di calcio della cittadina.
Le qualità artigiane del piccolo Adi lo portano ad aprire una piccola attività nel 1924 ed il fratello maggiore Rudi decide di sfruttare le sue doti da “seduttore” per far conoscere le scarpe del fratellino ed aumentare il mercato. La Gebrüder Dassler Schuhfabrik, ovvero la fabbrica di scarpe dei Dassler, sembra non conoscere la crisi post bellica e soprattutto quella portata dal crollo della borsa americana nel ‘29. I due sembrano andare molto d’accordo e la divisione dei compiti va a meraviglia. Nel 1933 la salita al potere di Hitler e l’importanza data allo sport come veicolo per affermare il nazional socialismo non lasciano indifferenti il fiuto per gli affari dei fratelli Dassler, che non appena vedono comparire le croci uncinate in città, decidono immediatamente, nel maggio del ‘33, di aderire al partito.
Qualche anno dopo rimpiangeranno di averlo fatto ma, al momento, lo sviluppo dello sport fa decollare gli affari. I fratelli, ormai sulla cresta dell’onda, mettono su famiglia e decidono di abitare tutti insieme nella splendida villa di fronte alla fabbrica. Sotto uno stesso tetto, però, i diversi caratteri delle mogli iniziano a minare i rapporti dei fratelli: sarà soprattutto Kathe, la moglie di Adi a non volere un ruolo marginale. Ma nel 1936, le Olimpiadi di Berlino e le opportunità che ne derivano lasciano in secondo piano le acredini familiari. I migliori atleti del mondo sono in arrivo e, soprattutto, è in arrivo la stella americana Jessy Owens. Goebbels, con la promessa di investire in America, anche se riesce a non far partecipare alcuni atleti di religione ebraica, nulla può sugli atleti di colore. Adi, deciso ad ogni costo di trovare il primo testimonial per l’azienda, sembra riuscito ad infiltrarsi nel villaggio olimpico, e, dopo aver mostrato le sue calzature alla stella “nera”, gli prende il calco e realizza un modello su misura con delle innovative punte sulla parte anteriore delle calzature. Il resto è Storia. Jessy stravince ed impressiona il mondo, e mentre il più noto Adolf si mangia le mani, in quella piccola cittadina, come sarà nel 2006, un meno noto Adolf se la ride alla grande, perché più grande pubblicità non può ottenere: le foto di Owens fanno il giro del mondo, così come le calzature Dassler. Il giro degli affari si moltiplica ma il risvolto della medaglia è in arrivo, il nazional socialismo porta l’Europa verso la catastrofe della Seconda Guerra mondiale ed altro tipo di calzature dovranno indossare i fratelli Dassler. Entrambi vengono richiamati alle armi,ma dopo nemmeno un anno ad Adolf viene concesso, in quanto artigiano, di poter tornare a dirigere la fabbrica per assicurare la continuità della fornitura, prima di stivali e poi di bazooka a buon mercato.
Rudolf invece sembra sia entrato a far parte della Gestapo, anche se successivamente rinnegherà tutto, e viene continuamente impiegato in missioni. Quando gli alleati bombardano Herzogenaurach Rudolf è lontano, mentre la sua famiglia si ritrova nel bunker insieme a quella di Adi. Il conflitto tra le due mogli sembra essere arrivato ad un punto di non ritorno, ed una frase di Adi: “sono tornati i porci”, chiaramente riferita ai piloti alleati, viene intesa come riferita alla famiglia di Rudolf; è questo il pretesto per la famiglia di Adi di tirar fuori tutto il rancore verso Rudolf e il suo essere despota negli affari dell’azienda, mentre la moglie di Rudolf si convince che suo cognato voglia togliere i diritti dell’azienda a suo marito. La fine della guerra accende ancora di più il conflitto tra le famiglie: entrambi i fratelli vengono interrogati dalla polizia americana e, mentre ad Adi viene permesso di tornare alla fabbrica in virtù di aver fornito le sue calzature agli atleti americani nelle Olimpiadi del ‘36, Rudolf viene mandato in un campo di prigionia a causa delle sue ammissioni, poi ritrattate, di aver fatto parte della Gestapo. Ma Rudolf inizia a maturare un sospetto, che sia stato proprio il fratello ad averlo denunciato o molto più plausibilmente sua cognata, che reputa una vera e propria manipolatrice, ciò al fine di prendere le redini dell’azienda, che è tornata ai massimi livelli da quando gli Americani hanno chiesto ad Adi forniture di scarpe da baseball, da football e da basket per esportarle negli Stati Uniti; questi sport, arrivati alla conoscenza europea grazie ai soldati americani, lanciano la marca Dassler all’avanguardia.
Rudolf viene liberato dopo circa un anno, la villa di famiglia è requisita dai soldati americani e la famiglia va a vivere nella torre della fabbrica. In un contesto così ristretto la resa dei conti è vicina. Adi, nella sorpresa generale viene interrogato di nuovo, palesemente tirato in ballo da accuse del fratello usate per essere liberato a sua volta; gli americani, stanchi della faccenda, decidono per l’archiviazione del caso, ma Rudolf e Adi ormai sono acerrimi nemici. Rudolf così decide di convocare tutti i dipendenti, di dire loro che l’azienda si sarebbe divisa, e che a loro toccava scegliere con chi stare. L’intera cittadina sembra chiamata ad una scelta, il gossip impazza fino ad affermare che tra i motivi del litigio dei fratelli ci sia una storia segreta tra Rudolf e Kathe e che addirittura il figlio di Adi sia in realtà del fratello. Sembra assurdo, ma in questi frangenti la fama di donnaiolo di Rudi prevale sulla realtà.
La forza lavoro si divide come facilmente pensabile per le loro competenze e quindi gli artigiani con Adi e gli addetti alle vendite con Rudolf. A soli 500 metri di distanza, tra il 1948 e il 1949, Adolf detto ADI DASler fonda l’ADIDAS, mentre RUdolf DAssler la RUDA, poi ribattezzata PUMA. Anche la città viene risucchiata in questa guerra, così difficilmente si vede un lavoratore dell’Adidas seduto ad un pub a parlare con un lavoratore della Puma. A breve però la battaglia si allarga fino a decretare che se un ragazzo avesse avuto un familiare in una delle due aziende non avrebbe potuto praticare uno sport con una società che vestiva il marchio rivale. Il primo grande scontro arriva con i mondiali del ‘54 vinti dalla Germania di Joseph “Sepp” Herberger, il quale, dopo aver ritenuto troppo basso il compenso offerto dalla Puma di Rudi, trova un accordo con l’ADIDAS di Adi, portandolo addirittura in panchina con sé. Da quel giorno l’ADIDAS diviene un marchio internazionale e contribuisce non poco alla vittoria della nazionale, visto che tutti i giocatori tedeschi dicono che grazie all’invenzione dei tacchetti rimovibili sono riusciti a giocare meglio degli altri. Per la Puma è un vero colpo, altro che festa mondiale. Rudolf va su tutte le furie anche perché rivendica il fatto che l’Hannover due anni prima ha vinto il campionato tedesco indossando scarpini PUMA con tacchetti rimovibili. Con molta probabilità nessuno dei due marchi li inventa ma da lì in poi inizia una vera e propria guerra di spionaggio ma, soprattutto, di caccia a nuovi testimonial tra le stelle dello sport. Tuttavia in breve tempo i due fratelli si rendono conto che la loro guerra non fa che alzare le pretese degli sportivi; così, in maniera molto pacata iniziano a dividersi con un tacito accordo i club e gli atleti onde evitare una guerra al rialzo, fino ad arrivare ad un segreto accordo di non belligeranza sulla più grande stella del calcio, “il Patto Pelè”: nessuna delle due aziende avrebbe cercato in nessun modo di contattarlo. Ma il patto tra “buoni fratelli” non fa proprio al caso loro, così Rudolf, nel 1970, spedisce il figlio in Messico per contattare più calciatori possibili, tutti tranne la Perla Nera. Ma la tentazione è troppo forte, così Armin viene mandato con 100.000 dollari in Brasile alla fine del mondiale. La vicenda infiamma ancora di più i rapporti tra le due aziende e per questo motivo anche i cugini, un tempo compagni di gioco, si affrontano in malo modo. Nel frattempo terminato ogni accordo, è di nuovo la nazionale di calcio a riaccendere i veleni. Adi si è assicurato lo sponsor tecnico della Nazionale ma molti calciatori nel campionato calzano Puma. Quando i calciatori comprendono il giro di soldi, minacciano di non giocare il mondiale senza avere una percentuale e, dopo una notte di trattative, ottengono il giusto compenso. Se vi state chiedendo: chi fu a pagare? La risposta ovviamente è ADIDAS, che, da qui in poi, continuerà a rappresentare la nazionale tedesca fino ai giorni di oggi. Nuovo titolo mondiale è ancora una volta, non tutti i tedeschi gioiscono. Nell’autunno del ‘74 Rudolf si ammala e sul punto di morte esprime la volontà di rivedere il fratello per un’ultima conciliazione. Malgrado anche l’intercessione di un prete, Adi sceglierà di non rivedere il fratello e nemmeno il giorno del funerale, dove presenziò tutta la cittadina, fu visto da alcuno. Dopo quattro anni, nel 1978, muore anche Adolf che tuttavia viene seppellito nel lato opposto dello stesso cimitero cittadino. Le due aziende vengono seguite per alcuni anni dalle rispettive famiglie e soprattutto dai figli Horst e Armin, ma nulla cambia, anzi, continua lo spionaggio e la guerra senza pudore. Entrambi i marchi rischiano il fallimento quando trasferiscono “la guerra” dal campo di calcio a quello da tennis; la Puma ingaggia Becker, l’ADIDAS la Graf. Una tregua arriva con l’acquisto di Lothar Matthäus del Bayer Monaco. La squadra veste Adidas, il calciatore Puma, oltre ad essere figlio di un custode dell’azienda di Rudolf. Per la prima volta viene concesso ad un calciatore di indossare calzature Puma pur giocando con un completo Adidas, ed è addirittura garantito che se il padre di Lothar fosse stato licenziato dalla Puma, sarebbe stato assunto dall’Adidas.
Nel
frattempo la guerra dei marchi sportivi si è decisamente globalizzata e le loro
produzioni sono decisamente uscite dalla cittadina di Herzogenaurach, anche
perché, nel frattempo, una ditta di vendita di scarpe Tiger giapponesi
dell’allora Onizuka, oggi Asics, chiamata Blue Ribbon Sport, si è messa in
proprio, e, nel 1971, ha cambiato il suo
nome in Nike, diventando, grazie alla sponsorizzazione di Micheal Jordan negli anni
‘80, e con il modello Nike Air Jordan, l’avversario numero uno da battere.
Ma tornando all’inizio del racconto, a quel luglio 2006 , ben 82 anni dopo la prima azienda Dassler, i fratelli, nati per far correre coi piedi per terra, se ne saranno stati lì, coi piedi tra due nuvole sicuramente distanti tra loro, a dominare il cielo su Berlino, e, per nostra fortuna, Rudolf ha avuto la sua rivincita.
Dal fuoco della guerra, alla terra dei campi da gioco, all’aria del cielo sopra Berlino, se qualcuno pensa che manchi un elemento, sappia che nel 1973 il figlio di Adi, Horst Dassler ha fondato l’Arena, leader mondiale nel mondo del nuoto.
Le illusioni della guerra
“Equo ne credite, Teucri. Quidquid id est, timeo Danaos et dona ferentes”.
Con questa frase il poeta Virgilio racconta la storia di Laocoonte, nel secondo libro dell’Eneide. Siamo ad Ilio. Gli Achei, ridotti alla fame e scoraggiati da dieci anni di assedio, salpano dalle coste troiane lasciando un grosso cavallo di legno sulla spiaggia. Mentre i Troiani gridano alla vittoria, un sacerdote, devoto a Nettuno, scaglia una freccia sul ventre del cavallo, mentre il rimbombo e alcuni gemiti provenienti dall’interno sembrano convincere i troiani della veggenza di Laocoonte; due soldati troiani portano al cospetto di tutti il prigioniero Silone, che, scampato alla morte dopo essersi inimicato Ulisse, viene a svelare il “vero” significato del dono. Un omaggio a Minerva, che, se condotto nelle mura, avrebbe reso Ilio inespugnabile. Verità o menzogna, realtà od illusione strisciano nelle menti dei Troiani, come serpenti, quelli che Poseidone manda ad uccidere i figli del sacerdote, che muore nel tentativo di salvarli. Punizione divina ed il cavallo entra nella città.
A raccontarci tutto questo è Enea, scampato alla fine della sua città, in viaggio verso l’Italia, approdato alla corte di Didone. Siamo in Africa, dove la bella regina, con uno stratagemma legato alla pelle di una vacca, acquista, dal principe indigeno Iarba, un terreno dove fonderà Cartagine. Sono tutti intorno ad Enea, a bocca aperta, rapiti dalle sue storie, affascinati da questa guerra di inganni, di occultamenti, da questa linea sottile che divide le passioni degli uomini e degli dèi, cosi diverse e così uguali.
Didone si suiciderà, perché non regge all’illusione dell’Amore, sedotta e abbandonata dal suo Eroe, che, salpato per le coste Italiche, sposerà un’altra donna, Lavinia, figlia del re dei Latini, e che, dopo aver sconfitto il suo promesso sposo Turno, dà inizio alla stirpe della discendenza di Roma, o almeno così vuole farci credere Timeo, storico greco, così convincente che Virgilio ne ricaverà il suo Eroe. Verità o finzione, storia o epica, Cartago delenda est, povera Didone!
Alla caduta dell’Impero, una nuova leggenda attraverserà la manica, Romolo Augusto. Scampato alla caduta di Roma, viene tratto in salvo nella Britannia dove ancora la IX legione ne possiede il comando. Ha con sé la Spada di Caesar, colui che per primo ne aveva tentato la conquista; l’esercito a lui fedele sconfigge i Sassoni, da tempo incaricati di uccidere l’ultimo Cesare. Vinta la battaglia grazie all’aiuto del suo precettore Merlinus, sposerà una ragazza locale, dalla quale avrà un figlio: Artorius, o Artù.
Ora proviamo a fare un viaggio a ritroso e che l’illusione abbia inizio … o meglio: non abbia mai fine!
Il mito di Merlino si fonde alla tradizione dei Druidi e in Inghilterra darà vita ad una lunga stirpe di maghi fino alla modernità. Dall’impero austro-ungarico nasce colui che per sempre renderà l’illusionismo e l’escapologia (capacità di un prestigiatore di liberarsi in situazioni estreme) famose nel mondo contemporaneo. Trasferitosi all’età di quattro anni in America Ehrich Weisz poi Erik Weiss, divenne illusionista nel 1891; da mago delle carte si trasforma, raggiungendo il successo, nel più grande escapologo di tutti i tempi, con il nome di Harry Houdini, tributando il famoso mago francese Jean Eugène Robert- Houdin. La fama è talmente grande che riattraversa l’oceano, dove un’altra famiglia di illusionisti calca il palcoscenico: John Nevil, Nevil e Jasper, per la precisione Nonno, Padre e Figlio.
Immagine tratta da: http://www.magoleo.com/jasper-maskelyne-il-mago-della-guerra/
Jasper Maskelyne, famosissimo negli anni trenta, vede nello scoppio della seconda guerra mondiale la fine del suo successo. Il bombardamento del 1940, lascia poco spazio alle illusioni e getta nella dura realtà l’intera popolazione della Gran Bretagna che, dai tempi dei Romani, per la prima volta, torna ad essere attaccata sul suo territorio. Jasper raccoglie le preghiere di Winston Churchill e, come cittadino Inglese, vuole dare il suo contributo. Chiede di essere arruolato ma non sa sparare e non intende iniziare a farlo. Cosa se ne può fare l’esercito della Corona di un Mago? Lo inizieranno a capire quando con un gioco di luci e specchi costruirà il suo cavallo di Troia, facendo apparire una nave tedesca sul Tamigi. Lo spettacolo, dopo la paura iniziale, apre le porte al consenso intorno alla sua figura così che viene incaricato di mimetizzare un bunker. La leggenda narra che Montgomery in persona, all’interno di un campo militare inglese, arrabbiato per non trovare nulla del lavoro richiesto, andò su tutte le furie, fino ad inciampare su un manico di scopa; fu allora che Jasper gli disse che il lavoro era stato fatto e che in realtà stava camminando proprio sopra il bunker.
Jasper così inizia il nostro viaggio a ritroso, e, dall’Inghilterra, viene spedito in Africa. Qui gli viene affidato il comando della Magic Gang, la squadra Magica, composta da quattordici persone tra cui scenografi teatrali, restauratori, ingegneri, chimici, architetti, falegnami e pittori.
Hanno la capacità di far sparire il porto di Alessandria, ricostruendone uno identico a circa dodici chilometri più a sud, creando un black-out su quello vero, lasciano illuminato quello finto, creando con il cartone e la cartapesta navi ed equipaggi. Minano il tutto e fanno saltare per primi loro alcune strutture; questo viene scambiato per la Luftwaffe, come il segnale lanciato dal capo-squadriglia, e così, per ore, viene bombardato il nulla. Poco tempo dopo vengono incaricati di salvare il canale di Suez, obiettivo principale dell’aviazione tedesca, per costringere i rifornimenti per gli alleati ad un’improbabile circumnavigazione dell’Africa. La Magic Gang progetta una folta fila di mulini sugli argini del canale montando, sulle pale, enormi specchi. Allo scoccare delle sirene, i mulini vengono azionati e luce in abbondanza viene sparata su di essi. L’effetto “strobo” non solo impedisce agli aerei di centrare l’obiettivo ma addirittura molti aerei si scontrano in volo. Nel 1942, prima della battaglia di El Alamein, inganna il generale tedesco Rommel, facendo supporre che l’attacco inglese sarebbe venuto da sud anziché da Nord. Camuffano mille carri armati in camion e, viceversa, costruiscono una linea ferroviaria finta, inviano false comunicazioni su trasmissioni radio, fanno accompagnare i finti carri da effetti sonori, mentre al nord camuffati da esuli e mezzi di rifornimento si muove il grosso dell’esercito britannico. Sembra vero anche il suo coinvolgimento in uno degli inganni del D-Day e sembra che, sempre grazie alla costruzione di falsi mezzi alleati, i tedeschi abbiano scelto di spostare oltre quattrocentomila uomini sulle coste norvegesi convinti che sarebbe avvenuto tra i fiordi l’arrivo degli alleati tramite mare. Finita la guerra, della Magic Gang trapela poco se non da filmati dell’epoca che riprendono i lavori dei vari camuffamenti; i suoi studi ed i suoi progetti vengono secretati dall’MI6, fino al 2021. In seguito molti cercheranno di sminuire l’importanza di Jasper nei fatti narrati, ma un libro frutto di una sua intervista ne racconta in modo dettagliato gli avvenimenti: “Il mago della guerra” di Fisher.
Dopo aver fatto il giro del tempo e dello spazio, la nostra storia finisce in Africa, a Nairobi, Kenya, dove Jasper ha aperto senza troppa fortuna una scuola guida. Siamo nel 1973 dove, morendo, compie l’ultima magia, lasciando solo sul palcoscenico una bottiglia di alcool vuota, portandosi con sé il suo mistero.
Come Ulisse, paga il suo ingegno, scomodo per chi dalla guerra cercava eroi con un fucile in mano o grandi strateghi militari; forse ha inventato tutto, forse fu mandato in Africa a tirare su il morale ai soldati con qualche gioco di carte, forse è tutto vero, forse è stato un agente segreto al servizio di sua maestà, forse…
“gli eventi descritti in quest’opera sono reali”… così fa cominciare David Fisher il suo libro.
Verità od ennesima illusione? … forse lo scopriremo nel 2021 …
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12 ottobre 1492. Colombo, tra visioni ed incertezze.
Columbus Monument – Barcelona
Il 12 novembre 1492 si dice che sia il giorno riconosciuto come la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, o meglio, il giorno in cui approdando su un isola dei Caraibi il navigatore Colombo dimostrò che la terra non fosse piatta.
Molti si soffermarono sul fatto che Colombo, in realtà, non scoprì l’America ma vi sbatté contro, nella convinzione di trovare una nuova via per le Indie che evitasse la famosa “via della seta”, oramai quasi completamente in mano all’impero ottomano, diventata estremamente pericolosa ed economicamente tempestata di dazi.
Così l’America prese il nome di colui che, per primo, intuì l’esistenza di un nuovo continente, il sempre italiano Amerigo Vespucci, anche se altri ipotizzano che la scelta del nome fu presa dal famoso Amerik, lord gallese che finanziò la traversata di un altro navigatore, Caboto.
In tutti questi casi, comunque, prese il sopravvento la parola “scoperta”: la scoperta di chi riconobbe un nuovo territorio e lo consegnò al mondo come tale. Già, perché ad essere chiari, quei territori erano stati già battuti dai vichinghi, dai baschi, dai danesi e alcuni di questi avevano anche costruito capanne e piccoli centri abitati, ma sembravano ignari del reale luogo in cui si trovassero. Anche perché a guardar bene i tratti degli indigeni, quei luoghi non erano disabitati, ergo, scoperti e colonizzati lo erano stati già, ed è molto più plausibile pensare che la razza mongola avesse chissà in che tempi attraversato lo stretto di Bering e si fosse trasferita in parte in quelle terre. Il concetto di “scoperta” , quindi, dovrebbe essere limitatamente inteso nel momento in cui il vecchio mondo prese atto di non essere il solo a popolare la terra.
Credo che la figura di Colombo debba essere arricchita, non solo come grande Navigatore, scopritore od altro, ma soprattutto come visionario. Ogni impresa nasce da una visione, in questo caso una visione nata probabilmente davanti al mare, magari proprio mentre leggeva il meraviglioso libro “Il Milione”, certo mezzo di ispirazione verso quel mondo orientale che conquistò la sue fantasie all’istante.
Ognuno di noi credo abbia avuto il piacere di sedersi su una riva a fissare l’orizzonte; il mare ha sempre rappresentato quel senso di libertà, quel suo senso di infinito che poi infinito non è, ma alla mente umana quella linea curva d’orizzonte è sempre stata metafora di riflessioni, sulla piccolezza o sulla grandezza dell’uomo; quel rumore di risacca, così simile ai nostri respiri che tutto assopisce ci rigetta con forza verso quell’ambiente naturale che diede inizio alla vita stessa.
È tutto vero, il mare è anche questo, ma in Colombo quella linea creò quell’idea malsana che la terra non fosse piatta, o meglio, lo convinse che quelle stravaganti idee in campo scientifico, che aleggiavano nel primo Rinascimento, non fossero così eretiche, creò quella curiosità di cosa ci fosse al di là della terra dove ancoravano le certezze e le vite di tutti. Sfidò la religione, le credenze dell’epoca, ma per farlo sapeva che non poteva essere solo.
Così forse “inventò” la storia delle Indie, convinse i ricchi di poterlo diventare ancora di più, promise oro agli spagnoli, ai portoghesi, ai Medici di Firenze ed ebbe in cambio tre imbarcazioni di dubbia tecnologica fattezza e un equipaggio di poco di buono, di scarti della società, di galeotti sottratti alla forca, che si portò nel cuore fino a quando, per la popolazione del nuovo mondo, propose l’indulto nel vecchio mondo; insomma, un manipolo di uomini che non avevano nulla da perdere, per i quali quell’impresa poteva solo essere un’alternativa alla prigione.
Fu Colombo che li convinse ad andare avanti, davanti alle tempeste, alla fame, al sole cocente; la leggenda narra che proprio mentre la ciurma si votava all’ammutinamento, Colombo fu salvato da quel grido, “Terra”!, circa 526 anni fa. Non erano le Indie, ma un paradiso terrestre degli odierni Caraibi, quella che lui definì l’isola più bella del mondo, frase quasi anacronistica per chi, proprio in quel momento, attestava con ignara ragione che il mondo non fosse conosciuto affatto nella sua interezza, da colui che più di ogni altro si convinse di essere arrivato sulle coste del Giappone, idea tratta da un errato calcolo della sfericità della Terra e dell’assurda convinzione che le coste del Giappone fossero così vicine all’Europa, ma soprattutto da colui che confuse l’indigena parola Cibao, con quella di Cibango, medioevale termine con cui si era soliti chiamare la terra del Sol Levante.
Il fatto è tutto qui, in queste poche righe si cela l’arcano; forse a dare il nome al nuovo continente furono i soldi di Amerik, fu il nome di Amerigo Vespucci che fornì dettagliati particolari della nuova terra, ma ciò che dovrebbe restare nelle menti degli uomini è la potenza delle visioni di Colombo, la sua ferrea convinzione che non potesse finire lì, che dovesse esserci qualcosa al di là dell’orizzonte; quella visione rappresentava la volontà di salpare davanti alle difficoltà e ad affrontare quel viaggio che sembrava un suicidio, che malgrado mesi di onde e di tempeste, restò lì anche quando tutto sembrava perduto.
Andare avanti, navigare mentre tutti chiedevano di fermarsi, mentre tutti chiedevano di tornare indietro per porre fine a quella follia. La sua visione lo tenne lì, fermo davanti a quella linea d’orizzonte; nulla lo scostò dall’idea di portare a termine ciò che aveva iniziato.
Sarebbe troppo facile affermare che ognuno debba sentirsi un Colombo, crearsi una visione di ciò che vorrebbe essere, di cosa vorrebbe trovare dall’altra parte dell’orizzonte, e limitarsi a pensare che non saranno le tempeste o le paure a fermare il Colombo che è in noi, per quanto quella visione possa essere chiara, limpida e più forte di ogni cosa che vorrà impedire di farci sentire quella voce: “terra”! L’America esiste, esisteva già, come esistevano gli oceani, le tempeste, come esistevano le navi, il vento e le vele, come esistevano le stelle.
Allora si potrebbe dire che in realtà non sempre bisogna scoprire qualcosa, ma ricordare che un viaggio è una visione dove è necessario mantenere saldo il timone verso una meta, fino a scorgerne il profilo, sempre più nitido, fino a vederne chiaramente le fattezze, una riva, gli alberi, i colori, fino a toccarla con le proprie mani e farla parte di sé. È tutto qui, non esistono mezzi navigatori, non esistono mezze rotte, l’oceano è questo: o si arriva o si finisce in fondo al mare, o si arriva o si leggono i libri di avventura, o si arriva o aspetti qualche cartolina con scritto “saluti da….”.
Colombo non sarebbe potuto tornare indietro, perché quella domanda non lo avrebbe mai lasciato vivere in pace: “cosa c’è dietro l’orizzonte”? Colombo arrivò, perché la sua visione era chiara, forte e nitida, lui la terra ce l’ha sempre avuta davanti agli occhi. Partì solo per dire al mondo che la sua visione era reale, che chi credeva ad un mondo piatto, si sbagliava.
Colombo non fu un eroe, Colombo fu un realista, perché pretese l’Impossibile, e proprio mentre la geografia rendeva palesi i suoi errori di calcolo e le sue mancanze sulla conoscenza della fisionomia terrestre, la Storia gli diede ragione.
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