Una finestra sul mondo: la vita degli altri

Finalmente piove! Oggi 14 aprile la tanto attesa pioggia è arrivata.

Niente donne di Botero sulla spiaggia di Copacabana, incontri di kick-boxing, irriducibili runner che corrono come leoni in gabbia, patiti dello sport che non possono fare a meno di giocare a pallone, proprio così, e saltare la corda sulla mia testa! Manipoli di fumatori che all’improvviso si materializzano all’imbrunire, anziani che arrancano guardinghi insidiati da ragazzini in bici.

Oggi che il sole non c’è tutti a casa a lamentarsi sull’impossibilità di fare e di muoversi, solo qualche sporadica bandiera al vento.

Il virus ha fatto scoprire i terrazzi.

Luoghi abbandonati e semisconosciuti ai più sono stati improvvisamente rivalutati come spazi furtivi di socializzazione.

Dal mio settimo piano “fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare”, avrebbe detto Guccini ne Il vecchio e il bambino, non ce n’è uno che non sia occupato da una qualche attività, eccetto quella di stendere i panni che, essendo tutti in casa e non avendo balconi abbastanza grandi, sarebbe l’unica che avrebbe diritto di essere praticata lassù.

Nelle case di una volta gli stenditoi e i lavatoi erano “spazi pertinenziali” obbligatori in ogni nuova costruzione, poi, nel tempo, alcuni di questi, con nuove normative ad hoc, sono stati trasformati in piccole abitazioni, altri sono rimasti ai condomìni per uso comune.

Ma quando mai sono stati così affollati come in questo momento!

Sempre deserti eccetto in estate quando sporadicamente il sabato qualche grigliata aggregava sempre lo stesso piccolo gruppetto di persone o per un uso modesto di spiaggia per poveri.

Ben nascosti ai controlli, il giorno di Pasqua pullulavano di vita con scambi di battute dai terrazzi confinanti “guarda che chiamo le guardie” e giù risate.

Ma che c… avete da ridere non lo so!

Quando si è in gabbia la trasgressione per un momento di libertà diventa vitale e forse è il momento più atteso della giornata, il momento clou. Andare a fare la spesa, portare a spasso il cane, tutte attività che normalmente erano noiose e schivate, se non schifate, da tutti i componenti della famiglia specialmente i giovani. Adesso invece valgono oro.

Se per caso, in tempi ante corona virus, provavi a chiedere ad un figlio di portare fuori il cane la risposta puntuale sarebbe stata: “a ma’ ma adesso non posso c’ho da fa’, vacce te” oppure “ce vado dopo, ma che c’hai fretta”, io no ma il cane sì. A Roma così avrebbero risposto. Adesso invece, come dicono alcuni comici, questi cani sono stressati dall’uscire in continuazione, essendo l’unica scusa plausibile. “Il telegrafo del crepuscolo” di Peggy e Pongo nella Carica di 101 ormai è a tutte le ore considerando la quantità di cani di tutte le taglie e razze che girano. Incredibile quante ce ne sono!

Solo la Protezione Civile opera senza fermarsi nel cortile in basso, loro sono autorizzati…anche a distanze più ravvicinate rispetto a quelle degli altri, senza molto rispetto delle norme salvo quando si riuniscono sparpagliandosi in circolo e noi, guardoni, alle finestre ad osservare i loro movimenti che scandiscono le ore della giornata. Il rumore delle serrande alzate al mattino, l’arrivo dei mezzi, le loro voci, le serrande che si riabbassano e quando tutto diventa silenzio sai che è pomeriggio inoltrato. Un’oretta e un’altra serranda si alza, la pizzeria che consegna a domicilio apre e nuovi suoni si aggiungono.

Non avrei mai pensato di vivere anche la vita di emeriti sconosciuti e di osservarla con una certa curiosità e nell’alzare lo sguardo notare di essere in buona compagnia.

Minuscoli balconcini, meno di 1,5 mq, sono strapopolati.

Bimbi che saltano, panni, cani, gente che prende il sole, telefona, legge, fuma e scruta come il capitano Achab l’orizzonte, non il mare infinito, ma i palazzi di fronte. Inimmaginabile che un posto così piccolo potesse servire, oltre che ad ospitare piante, a così tante attività.

I primi giorni alle 18,00 i concerti erano momenti densi di pathos, ho visto alle finestre e nei balconi molte persone, il quartiere echeggiava di suoni, ogni gruppo di palazzi si era organizzato con i suoi piccoli concerti, addirittura c’era un Dj che a richiesta eseguiva canzoni, chitarre, sassofoni, di tutto. Ma, almeno dalle mie parti, è durata poco, non più di 2/3 giorni, eccetto il Dj che è resistito qualche giorno di più.

Per fortuna? Non lo so ma non mi è mancato quel “rumore di socialità” mi ricordava il film Quinto potere nel quale a comando la gente rispondeva alle sollecitazioni del presentatore: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”.

Oggi alle 18,00 concerto, domani alle 12,00 l’inno d’Italia e poi l’applauso ai medici e a chi si prodigava con il proprio lavoro per il nostro benessere…purché rimanessimo a casa.

A raga’ diamogli un taglio a tutto sto’ bordello e poi le canzoni che fate mi annoiano e tutti i giorni con la stessa sequenza, Azzurro, Nel blu dipinto di blu, Rino Gaetano…, uffa, belle ma basta.

Però lasciando vagare lo sguardo sui palazzi ad osservare bene non sapevo che ci fossero così tanti giovani.

Abituata ad uscire e rientrare secondo gli orari di lavoro, non mi ero accorta che, nel tempo, la composizione degli abitanti era cambiata, ma la scelta delle canzoni era comunque datata, come se i vecchi motivi fossero un trait d’union transgenerazionale.

Poi il silenzio, per fortuna, è ritornato ad incombere sulle nostre vite, lasciando spazio ad altri suoni forse poco cittadini.

È scemato il verso dei gabbiani e delle cornacchie, strano a dirsi ma questi volatili ormai appartengono alla vita di molte città, sarà perché c’è meno spazzatura in giro? Mi sono domandata chissà dove la portano adesso mentre prima pareva non ci fosse soluzione al problema, lo scopriremo sicuramente quando ritorneremo alla normalità.

Sono diventati prevalenti, con l’arrivo della primavera, il garrito delle rondini ed il fischio dei merli, quest’ultimo devo dire, musicalmente molto variegato.

La Natura, nonostante tutto, ha le sue regole inderogabili e va avanti lo stesso a dispetto di tutto. Le piante fioriscono, prima i fiori e poi le foglie o viceversa? Dipende, secondo il proprio ciclo vitale.

Ma, con l’avvicinarsi della sera, il silenzio diventa innaturale, tombale, abituati come siamo al rumore continuo di sottofondo, resta solo il fracasso o il suono dei nostri pensieri. Pensieri che si perdono o si fissano in un tempo sospeso, illimitato.

Tempo perduto, tempo bene impiegato, tempo ben organizzato, chi ha tempo non aspetti tempo, tempo che passa, tempo infinito…una condizione insolita, che ci obbliga a fare i conti con una nuova consapevolezza del tempo e dello spazio.

Spazi talvolta piccoli o anche no, ma come umani non più abituati a convivenze forzate tutto sembra rimpicciolito, anche i nostri pensieri rischiano di ridursi alla routine quotidiana, in un’affannosa ricerca di “cose da fare” che scandiscano la nostra giornata in cerca di occasioni da sfruttare per dare un senso a questo nuovo status di reclusi in cui la nostra generazione, vissuta in un nirvana di eterna giovinezza, si è trovata catapultata improvvisamente senza rendersene conto ed è costretta a confrontarsi con il nemico invisibile…e con se stessa.

 


Foto copertina  © Lucilla Brignola




Anche Roma ha una Stalingrado

In estate ti sembra di “sentire” la città in un modo differente.

Il perenne rumore di fondo, al quale ci si crede abituati al punto di ritenere che faccia parte della stessa natura intorno a te come quello di una cascata africana in lontananza, quasi scompare. Ancor più evidente, nel silenzio generale, arriva la solita moto che scorrazza disturbante e indisturbata su e giù anche in piena notte con la sua marmitta insolente. A parte queste interruzioni che però quasi confortano ricordandoti che la vita umana, pur nelle forme più fastidiose, non è andata via, ti accorgi che la rarefazione dei suoni crea un diverso stato d’animo. Uno svuotamento della mente che ti costringe a guardarti intorno con un atteggiamento diverso dal solito, come se fosse cambiato qualcosa, come a cercare di sostituire i rumori con qualcos’altro. Le voci degli “umani” non più sovrastate dal frastuono del traffico escono dai cortili dei palazzi popolari per riportare nella giusta lunghezza d’onda i rapporti con i tuoi simili e fra di loro.

Nella “fortezza proletaria di Stalingrado”1 gli abitanti protetti dalle loro case utilizzano i cortili e i giardini come se fossero a Villa Borghese, cercando un po’ di frescura al caldo agosto romano. Un enorme condominio su via di Valle Melaina, che occupa un’area consistente del quartiere che da sempre mi ha affascinato e che più volte, anche se con molta fretta, avevo attraversato. La definizione di fortezza proletaria di Stalingrado non fu data a caso. Sin da quando fu edificata qui, come in tutto il quartiere del resto, il regime fascista ebbe filo da torcere. Fu rifugio di ricercati politici e di fuggiaschi e luogo di lotta e di sedizione tra i più irriducibili e valorosi. Nel dopoguerra rimase un quartiere “difficile” e non sembra aver perso questa connotazione poco “conciliante”. Proprio all’angolo tra Via Scarpanto e Via Gran Paradiso c’era, fino a poco tempo fa, un circolo politico intitolato a Teresa Gullace, la martire del fascismo cui si ispirò Rossellini per il personaggio femminile di Roma Città Aperta interpretato da Anna Magnani.

Nato tra il 1930/’32 con il sostegno dell’Ifacp (Istituto Fascista Autonomo Case Popolari), allora diretto da Calza Bini e Costantini conta circa 534 appartamenti con 14 scale, individuate dalle torri che emergono dall’edificio, per un’altezza di 7 piani. A questo complesso di case popolari alla fine degli anni quaranta ne furono aggiunte altre a fianco ma di diversa tipologia.

In questi edifici ci sono frammenti di storia nelle lapidi sparpagliate all’interno e all’esterno: nel 1933 le suore Orsoline di S. Girolamo di Somasca iniziarono la loro opera educativa inserendo anche un asilo all’interno del comprensorio, un’altra lapide posta in su uno dei muri perimetrali in Via Scarpanto ricorda i quattro antifascisti Riziero Fantini, Filippo Rocchi, Antonio Pistonesi, Renzo Piasco catturati dopo i rastrellamenti del 1943 e condannati a morte, nel 1948 in via del Gran Paradiso vennero girate alcune scene del film di Ladri di biciclette di Vittorio De Sica (https://www.youtube.com/watch?v=SmI1kAdZzAY) fino ad arrivare al 1968 Il medico della mutua di Luigi Zampa, 1968, con Alberto Sordi.

Insomma un bagno di storia, di umanità e di architettura in una Karl Marx Hofe capitolina in un afoso pomeriggio d’estate tra un racconto e l’altro strappato agli abitanti che si godono il fresco nei cortili e che ti accolgono con la frase: “Qui c’è Storia! È una giornalista”? Nel sentire che sono un’architetta restano un po’ interdetti. Forse volevano parlare dell’eroica difesa di Stalingrado fatta dai genitori o dai nonni ma qualche utile notizia la danno volentieri e ti salutano con semplicità. Buona passeggiata!

1.Le Borgate del fascismo. Storia urbana, politica e sociale della periferia romana

Luciano Villani (https://books.openedition.org/ledizioni/108)

 





COMPLESSO RELIGIOSO O SALOTTO BUONO? Il Tempio della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni a Roma.

Ingresso al Tempio. Immagine tratta da www.media-mormoni.it

L’occasione fornita da ALOA (Associazione Ludica dell’Ordine degli Architetti di Roma) il 19 gennaio scorso di visitare il complesso della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni edificato dalla Comunità Mormone a Roma, prima della dedicazione del Tempio agli scopi religiosi con conseguente sua chiusura al pubblico non praticante ma con accesso consentito a tutti negli spazi e servizi esterni, mi ha fatto tornare alla memoria la circostanza in cui sono entrata in contatto, anche se indirettamente, con il mondo di questa Comunità.

Mi riferisco al romanzo di Sir Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso (A study in scarlet), pubblicato nel 1887, in cui il celebre detective Sherlock Holmes, con la sua indiscutibile e quasi irritante abilità, riesce a districarsi nella risoluzione di un omicidio che aveva le sue radici nella lontana America, e, precisamente, nello stato dell’Utah, per poi avere un drammatico epilogo a Londra. Nonostante sia sempre stata un’appassionata di romanzi gialli devo dire di essere rimasta molto colpita dal clima di quel racconto forse perché l’omicidio aveva origine in un contesto un po’ oppressivo.

La possibilità di visitare il Tempio mi è sembrata una buona occasione per cercare di acquisire una conoscenza meno superficiale, attraverso un contatto diretto con la sua rappresentazione architettonica, di un clima culturale alquanto diverso da quello in cui sono cresciuta, approfittando di una manifestazione espressamente dedicata agli Architetti e, quindi, almeno nelle attese, volta a far conoscere le particolarità di quel mondo sotto questo profilo.

Il Tempio © Lucilla Brignola

L’ultimo complesso religioso, di notevole rilevanza, edificato a Roma era stato quello del Centro Culturale Islamico alla cui inaugurazione, nella giornata dedicata alle sole donne, avevo partecipato nel lontano giugno del 1995. Con questo nuovo imponente complesso Roma, sede per eccellenza della Chiesa Cattolica, aggiunge un altro esempio del profondo legame tra architettura e religione e, come accaduto per il complesso della Moschea, edificato con le risorse private della Comunità Islamica, anche questo è stato interamente finanziato dalla Comunità Mormone con grande profusione di mezzi come abbiamo potuto constatare.

L’intero complesso. Immagine tratta da www.media-mormoni.it

Appena entrati nell’Edificio polifunzionale facente parte dell’imponente struttura che si estende su una superficie di ben 6 ettari, siamo stati introdotti in una delle tante sale al piano terra, dotata di impianto televisivo, dove due serafiche ragazze, provenienti dallo Stato dell’Utah, si alternavano nelle spiegazioni di quello che avremmo visto con l’ausilio di un video molto curato che, peraltro, introduceva quasi esclusivamente alla loro cultura. Pura e semplice pubblicizzazione del loro credo. Uno spot pubblicitario. Dopo il video siamo stati presi in carico dalla nostra guida, un giovane e sorridente architetto, e abbiamo cominciato il tour nel Tempio vero e proprio, con divieto di fotografare e, ovviamente, guardati a vista. Ma sempre con il sorriso sulle labbra.

Edificio polifunzionale © Lucilla Brignola

All’entrata gentili, servizievoli e sorridenti signore ci hanno infilato ai piedi apposite soprascarpe di plastica per non sporcare, visto anche il tempo inclemente, pavimenti e tappeti, e siamo stati ammessi nell’edificio. Per chi, come me, non era mai entrata in un Tempio Mormone la sorpresa più grande è stata quella di non essere introdotti, dopo un ingresso che sembrava la reception di un albergo di lusso con espressi ed accentuati riferimenti decorativi che riproducono quelli della Piazza del Campidoglio di Roma, in un’unica sala grande di preghiera o di meditazione e di non vedere dall’interno la verticalità delle guglie, ma solo una serie di ambienti più o meno grandi, secondo la necessità, con profusione di decorazioni di vari stili e materiali che si sviluppano su tre livelli per una superficie di quasi 4.000 mq. Insomma un labirinto di stanze che mi è sembrato in evidente contrasto con l’imponente volumetria del Tempio, in granito sardo, visto dall’esterno.

Come ci ha spiegato la guida, dal 10 marzo in poi, quando l’edificio del Tempio verrà aperto ufficialmente al culto, l’ingresso al pubblico sarà vietato e consentito solo ai fedeli, i quali entreranno sempre con i loro migliori vestiti, per poi cambiarsi e indossare una veste bianca perché in questo luogo non ci devono essere distinzioni fra i gli aderenti alla Comunità.

Mentre ci introduceva alla nostra visita ci spiegava un po’ di tutto rispondendo alle nostre domande in modo affabile e sorridente come si fa con dei bambini che per loro natura sono pericolosi perché non si sa mai dove vanno a parare e schivando, non sempre in modo convincente, le domande che di volta in volta il gruppetto di noi ospiti poneva sollecitato anche dalle sue parole. Ci ha fatto notare che, man mano che salivamo verso i piani alti, i colori erano sempre più chiari come anche la luce sempre più abbagliante. Espresso ed ovvio riferimento al progressivo avvicinarsi alla Divinità. La luce artificiale è diffusa da enormi lampadari di Murano e di Swarovsky mentre quella naturale filtra da finestre, provenienti da laboratori americani, decorate con motivi floreali o vegetali. La giornata piovosa e grigia, secondo la guida, non era però favorevole ai riflessi delle vetrate sui muri che sarebbero stati invece, molto suggestivi in una giornata di sole. Tra le varie stanze la Sala Celeste, che certamente rappresenta la serenità dei cieli e luogo principe per la meditazione, è forse quella che abbonda di più delle altre in ornamenti, luci e decorazioni mentre quella che mi è sembrata avere un’imponenza maggiore delle altre è il Battistero. Un’enorme vasca sorretta da 12 buoi in vetroresina che simboleggiano le 12 tribù di Israele e nel quale è officiato il battesimo oltre che dei vivi anche degli antenati deceduti alla quale, la Comunità, da quello che si è capito, sembra tenere moltissimo. Provo una strana sensazione. Interpretare la volontà dei defunti?

Sala Celeste e Battistero. Immagini tratte da www.media-mormoni.it

Il tour prosegue. In tutti gli spazi interni si è cercato di rendere omaggio al Genius Loci con utilizzo massiccio e alquanto ridondante e quasi ossessivo di materiali e stilemi come il travertino romano, le forme concave e convesse prese in prestito da Bernini e Borromini e la ripetuta riproduzione del disegno della piazza del Campidoglio di Michelangelo su soffitti, pavimenti, tappeti e ovunque si presentasse la pur minima occasione di decorare. Tentativo apprezzabile ma superficiale.

La progettazione di tutto il complesso è stata curata dallo studio VCBO Architects nella persona dell’architetto Valentinier, mormone, come ha tenuto a sottolineare la nostra Guida sollecitato da una mia domanda. La provenienza del progettista dalle fila della Comunità facilita molto la realizzazione dell’opera, ma, ha aggiunto immediatamente che questa non è una regola…salvandosi in corner da una raffica di domande con le quali lo avrei sommerso! Ma un’altra ho dovuta fargliela lo stesso. Avevo notato che in tutte le rappresentazioni pittoriche non era mai mostrata la sofferenza né si erano visti Crocefissi. La sua risposta è stata che sì, esiste la sofferenza, ma è solo un momento che deve essere superato con la gioia di vivere e che non è necessario esibirla, nemmeno se è quella del Cristo.

Preso atto di questa impostazione filosofica generale sulla quale ognuno può fare le sue valutazioni e tornando agli aspetti più pertinenti allo scopo della visita, l’unica cosa che ha suscitato vivo interesse è stata la ricerca dell’imperfezione costruttiva sia all’interno sia all’esterno. Sembrava il gioco che si trova sui giornali enigmistici (indovina le differenze tra due figure), ma alla fine siamo stati rassicurati perché ci è stato detto dal nostro Vate che per la costruzione dei Templi Mormoni esiste un apposito e tassativo libro di specifiche al quale si devono attenere tutti quelli che realizzano le opere per loro e che, durante l’esecuzione dei lavori e in continuazione, veniva verificata l’assoluta perfezione e aderenza alle prescrizioni ivi stabilite. Devo riconoscere che effettivamente è così. L’impresa costruttrice, la Cg Edilcoop, con l’apporto di numerose altre imprese anche estere, ha fatto il miracolo che ogni architetto vorrebbe vedere in cantiere!

Di fronte al Tempio, collegato da un corso d’acqua, c’è il Centro Visitatori e, alla sinistra, la Foresteria. I due edifici, ovviamente, hanno un aspetto architettonico molto più sobrio, nell’uso dei materiali e nelle forme architettoniche rispetto agli ambienti e alla struttura architettonica del Tempio. L’utilizzo di porticati, di materiali come mattoncini e travertino per sottolineare l’identità romana, vegetazione autoctona e articolazione degli spazi molto equilibrata che infonde un’atmosfera di grande calma e serenità.

Che mi è sembrata somigliare al loro sorriso un po’ stereotipato.

In alto la Foresteria, in basso il Centro visitatori © Lucilla Brignola

Un altro momento di grande enfasi si vive all’interno del Centro Visitatori. Varcata la soglia, nella vetrata curvilinea il Cristo Risorto, circondato dai Dodici Apostoli, accoglie gli ospiti con lo sguardo rivolto verso il Tempio e, dulcis in fundo, altro particolare degno di nota, con tutto il rispetto, esilarante, è la presenza, all’interno del Centro, di una costruzione in stile vecchio casale dell’agro romano localizzato in una fantomatica “Piazza S. Giovanni”, che loro chiamano installazione interattiva.

Il Cristo risorto © Lucilla Brignola
Installazione interattiva © Lucilla Brignola

Sarà
forse una riflessione un po’ superficiale ma, osservando le immagini disponibili
dei Templi Mormoni attualmente esistenti nel mondo, si potrebbe dire che,
nonostante il tentativo di adattarli al luogo di appartenenza, ciò che risulta
più evidente, non tanto per il linguaggio architettonico utilizzato per gli
esterni quanto per gli ambienti interni, è che sembra si somiglino tutti. Una serie
di stanze, legate sicuramente ai riti, molto sfarzose con il quale loro
celebrano Dio, quasi come IKEA realizza, pur con le dovute doverose differenze,
i suoi centri vendita.

Passeggiando all’esterno, ormai senza guida, e volgendo lo sguardo alla piazza (il Foro Romano), circondata da aree verdi ben curate e osservando questi spazi, il pensiero che il luogo migliore per la meditazione e per avvicinarsi a Dio sia quello esterno piuttosto che quello degli ambienti interni sfarzosi e super decorati del Tempio forse è lecito. Anche se piove un po’.


Tutte le immagini contenute in questo articolo, lì dove specificato, sono tratte dal web e possono essere soggette a copyright, tutte le altre sono coperte da diritto d’autore © Lucilla Brignola




Una macchina…da abitare. Le Corbusier, Unité d’Habitation a Berlino – Seconda parte

L’Unité d’Habitation a Berlino © Lucilla Brignola

…vai a Una macchina…da abitare. Le Corbusier, Unité d’Habitation a Marsiglia – Prima parte

Come in ogni romanzo giallo che si rispetti…l’assassino ritorna sui suoi passi!

In questa seconda parte parliamo di un altro misfatto di Le Corbusier. Questa volta siamo a Berlino e l’edificio di cui si dirà è stato oggetto di una illuminante passeggiata che sono riuscita ad inserire, tralasciando per un attimo le mete più battute, in un mio recente viaggio nella scorsa estate. Qui LC ha costruito il clone di Marsiglia ma, anche questo edificio, ha avuto le sue traversie.

Anche la Corbusierhaus, come è ufficialmente denominata, ebbe il suo soprannome. Wohndampfer, abitazione a vapore. Ad una prima rapida occhiata sembra molto simile a quella di Marsiglia, ma, in realtà, presenta alcune significative differenze tanto da essere stata definita Typ Berlin (in stile berlinese), 135 m di lunghezza per 23 m di larghezza, 17 piani per un’altezza di 56 m, 527 cellule abitative composte da una a cinque stanze per circa 2.000 abitanti. L’edificio è sollevato dal terreno di 7 m da enormi coppie di piloni cavi al cui interno sono alloggiate le canalizzazioni per gli impianti tecnologici costantemente manutenuti come ho potuto constatare quel giorno dalla rilevante presenza di Ditte specializzate nel settore.

 

L’Unité d’Habitation a Berlino. Vedute esterne ©Lucilla Brignola

Fu costruito nel 1957 in 18 mesi in occasione dell’Interbau, Internationale Bauausstellung Berlin (IBA), l’esposizione internazionale per l’edilizia, realizzata nell’area dell’Hansaviertel. A causa delle sue dimensioni, fu però collocato in una zona verde sulla collina nei pressi dello stadio olimpico, sulla Flatowallee, ai margini di un’area boscosa scelta da LC tra le varie alternative proposte.

È orientato in direzione nord-sud per poter avere il massimo dell’irraggiamento solare sulle logge degli appartamenti. Non furono mai realizzati i servizi nelle strasse (i corridoi interni, les rues di Marsiglia) e il tetto attrezzato/giardino come prevedeva il progetto iniziale; le uniche strutture collettive edificate al piano terra sono state la lavanderia, un piccolo negozio e la sala condominiale.

Il Regolamento Comunale dell’epoca non permetteva la costruzione dei servizi sul tetto e non fu utilizzato Le Modulor come riferimento per le altezze degli appartamenti che furono fissate a 2,50 m. Nel 1979 le abitazioni in affitto sono divenute di proprietà e, nel 2007, per i 50 anni dell’Interbau, sono stati ripristinati i colori originali delle finestre, dei balconi e delle strade interne. Ogni strasse ha riacquistato il suo colore, tutti diversi nei 17 piani, anche se questo non elimina un certo qual senso di claustrofobia, mentre le porte degli appartamenti sono verniciate con colori alternati. Anche questa costruzione è tutelata per il suo valore storico culturale e si percepisce chiaramente la cura e il rispetto degli abitanti per questo edificio simbolo della Storia dell’Architettura.

Anche all’osservatore più superficiale, ma non era il mio caso in quanto l’aggirarmi per quei luoghi era guidato quasi in stato di trance da una forte emozione suggerita dalla consapevolezza di trovarmi in un percorso profondamente segnato dalla presenza quasi fisica del Grande Architetto, non deve sfuggire il grande graffito scolpito nella facciata posteriore rispetto all’ingresso principale. In esso si legge (foto):

Charte d’Athenes CIAM IV 1933 ©Lucilla Brignola

Charte d’Athenes CIAM IV 1933 Congrès Internationaux d’Architecture Moderne

Dans ce villages vertical de 2000 habitans
On ne voit pas son voisin
On n’entend pas son voisin
On est une famille placées
“Dans les conditions de nature” 

Soleil espace verdure 

C’est la liberté acquise:

  1. Sur le plan de la cellule
    1. L’individu
    2. Le groupe familial
    3. Le foyer
  2. Au plan du groupe social c’est le benefice des services commun sconfirmant la liberté individuelle

Binome indisocialble     Individue
                                  Collective

Carta di Atene CIAM IV 1933 Congresso Internazionale di Architettura Moderna IV

Dentro questo villaggio verticale di 2000 abitanti
Non è possibile vedere il vicino
Non è possibile sentire il vicino
Siamo una famiglia
“Nelle condizioni della natura”

Sole spazio verde

È la libertà acquisita:

  1. Nella cellula
    1. L’individuo
    2. Il gruppo familiare
    3. La casa
  2. Per il gruppo sociale i benefici dei servizi comuni al di là della liberta individuale

Binomio indissolubile    Individuale
                                  Collettivo

È il manifesto programmatico e la sintesi estrema del Suo credo architettonico che prende le mosse da quanto fu dibattuto nei vari congressi del CIAM, Congresso Internazionale di Architettura Moderna, fondato nel 1928 presso il castello di H. de Mandrot a La Sarraz in Svizzera che rimase per lungo tempo il luogo ove si forgiavano i presupposti del nuovo verbo architettonico nel quale forte si presentò l’identità di LC.

La Carta di Atene, citata nel graffito, fu un documento redatto nel 1933 sulla nave Patris II in un viaggio di andata e ritorno da Marsiglia ad Atene. Fu pubblicato nel 1943 dopo 10 anni di rimaneggiamenti e doveva essere, nell’intenzione degli autori, il manifesto nel quale codificare principi generali e regole per una migliore qualità della vita nella città moderna allo scopo di individuare e soddisfare le aspirazioni e le necessità degli abitanti ed era rivolto principalmente ad amministratori pubblici e governanti.

Nel documento non era peraltro individuato un preciso e rigido modello formalmente concluso di progettazione urbana degli insediamenti, ma erano proposti principi e spunti di riflessione per la costruzione della città futura che ebbero poi magnifica realizzazione nelle opere di LC e nella sua aspirazione quasi maniacale alla Città Radiosa e Funzionale.

Sempre nel tour dell’emozione sono stata accolta e avvolta da una mostra in corso nella quale non immaginavo di imbattermi.

Nell’atrio d’ingresso della Corbusierhaus era stata allestita, per i 60 anni dall’inaugurazione del complesso, una mostra intitolata Farbdialog (7 luglio-30 settembre 2018), a cura di Florence Cosnefroy. L’Autrice, come aveva già fatto in altre mostre riguardanti le opere di LC, pone l’accento sui colori per comprendere come questo aspetto sia oggi percepito dagli abitanti. LC aveva, nel 1931, selezionato 43 sfumature di colore aggiungendone poi nel 1959, altre 20. Sulla base di questa tavolozza l’Autrice ha chiesto ai residenti di scegliere il colore che ognuno riteneva più evocativo e di associare ad esso un pensiero per poi esporre, nell’atrio, tutte le tavole dei colori scelti con sovrapposti i testi riportanti le impressioni degli abitanti. Sempre in un clima quasi di gioco erano state realizzate alcune installazioni al piano terra tra i pilotis e sulle vetrate dell’atrio riproducendo qui i colori delle logge della facciata (foto ingresso rosso e blu). Un capitolo a parte meriterebbe una più approfondita esposizione del lavoro che questa sapiente Autrice ha condotto sulle opere di LC. Qui ho voluto solo testimoniare in estrema sintesi l’emozione che mi ha pervaso nella mia passeggiata in questo inaspettato omaggio a LC che ha aggiunto non poco pathos al mio tour dell’emozione.

Immagini tratte dalla mostra Farbdialog, a cura di Florence Cosnefroy©Farbdialog, Unité d’habitation Le Corbusier, Berlin / FLC-ADAGP – photos: F. Cosnefroy, Markus Fisher, B. Högner, M. Strauch

Come a Marsiglia, anche a Berlino gli inquilini hanno costituito nel 2004 un’associazione, la Fördervere in Corbusierhaus Berlin e. V. (Associazione Amici della Corbusierhaus) con lo scopo, oltre che di curare la manutenzione delle strutture comuni, di promuovere eventi di carattere scientifico e culturale organizzando anche mostre attinenti, ad esempio, alla percezione che, nel corso del tempo, i residenti hanno elaborato passando dallo stato di abitanti di una costruzione del tutto inusuale e quindi da considerarsi brutta collocata in un luogo periferico all’orgoglio e al senso di appartenenza che nasce dalla vita in un edificio che è un Manifesto dell’architettura moderna. La mostra che ho visionato costituisce un eloquente esempio di queste attività.

L’Unité d’Habitation a Berlino ©Lucilla Brignola

Il mio breve ma sentito viaggio in un’opera di LC mi suggerisce un collegamento, con un’esperienza di casa nostra.

Con le debite proporzioni e attenzioni è un po’ quello che sta gradualmente accadendo per l’edificio di Corviale a Roma, la famosa stecca di un chilometro, ancor meglio noto come il Serpentone, edificio di edilizia popolare nella periferia romana, figlio estremo delle Unità di Abitazione di Le Corbusier. Da quando fu costruito negli anni ’70 (1972/’82) è stato tra gli edifici più bistrattati, amato e odiato, senza vie di mezzo, da chi lo voleva abbattere e da chi lo voleva ristrutturare. Finalmente, e dopo molte diatribe, si sta attuando una prima rivisitazione, risultato di un concorso indetto allo scopo di ripensare gli spazi comuni ubicati al quarto piano che, negli anni, erano stati occupati abusivamente a causa della mancata realizzazione dei servizi che pur erano stati previsti nella progettazione iniziale.

Al termine di questa passeggiata a puntate tra due opere di LC che ne rappresentano il paradigma architettonico potrebbe delinearsi una riflessione generale.

Gli esempi passati in rassegna presentano certamente un comune denominatore: l’innegabile relazione tra le scelte architettoniche e la nascita e lo sviluppo della convivenza umana. Su tale presupposto documenti come la Carta d’Atene che hanno ispirato l’attività di un’intera generazione di progettisti ed urbanisti, pur con qualche eccesso realizzativo nel tempo che non ne inficia la validità sostanziale, possono e, auspicabilmente, dovrebbero rappresentare, la base per assicurare una migliore qualità della vita umana. In questa convinzione può risiedere la vera motivazione per la conservazione di edifici come quelli di cui si è parlato che non sono solo freddi monumenti da contemplare poiché in essi le comunità che ancora li utilizzano per la loro vita quotidiana esprimono e realizzano concretamente la loro storia compiendo così pienamente gli intenti di coloro che li hanno pensati, progettati e realizzati.


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Una macchina…da abitare. Le Corbusier, Unité d’Habitation a Marsiglia – Prima parte

L’Unité d’Habitation a Marsiglia ©MjZ

Il 14 ottobre del 1952 fu inaugurata l’Unité d’Habitation di Marsiglia, edificio simbolo di un nuovo modo di vedere e vivere l’architettura, espressione delle più moderne tecniche progettuali e costruttive, emblema del Razionalismo, delle teorie del Bauhaus e sintesi di tutte le esperienze e teorie di Charles-Édouard Jeanneret-Gris.

Questo nome, per i non addetti ai lavori, potrebbe non essere significativo, ma se lo si sostituisce più semplicemente con Le Corbusier o Le Corbu o anche LC tutto appare più chiaro anche per coloro che non si interessano di architettura. Lui stesso aveva già utilizzato questo nome per firmare alcuni articoli sull’Esprit Nouveau, giornale fondato in collaborazione con il pittore Ozenfant adottandolo poi definitivamente anche sulla carta d’identità ed è quello con cui oggi tutti lo conoscono e con il quale ha firmato le sue opere, a volte molto discusse, come appunto l’edificio in questione.

Pur non laureato in architettura ma alla scuola d’arte fu un grande teorico che seppe trasfigurare i principi dell’architettura classica in chiave moderna senza frapporre distinzioni tra Architettura e Urbanistica e ponendo al centro delle sua visione creativa l’Uomo come misura di tutte le cose.

Le Modulor di Le Corbusier.

Le Modulor divenne la sua unità di misura (2,26 metri) che corrisponde a un uomo con il braccio alzato. Fusione di module (modulo) e or (sezione aurea) era una scala dimensionale in parte di derivazione matematica e in parte antropomorfica riferita all’uomo di sesso maschile e non femminile e non disabile e quindi, dagli avversari delle sue teorie, considerata una misura standard arbitraria.  L’atteggiamento alquanto negativo nei confronti del sesso femminile rappresentava una manifestazione della sua identità e la storia dei murales nella villa E-1027 a Cap Martin di Eileen Gray forse è esplicativa del suo pensiero nei riguardi delle donne, o almeno di alcune donne. Le Modulor era anche inteso come base per la standardizzazione del processo costruttivo e della duplicazione in serie ed è stato utilizzato anche per la progettazione dell’Unité d’Habitation.

Quello di Marsiglia, secondo Le Corbusier, doveva essere il primo di una serie di edifici che avrebbero contribuito a risolvere i problemi abitativi del dopoguerra.

Con alterne vicende, ne furono costruiti altri quattro: a Rezé-les-Nantes tra il 1953/’55, a Berlino nel 1957, a Briey Forestnel nel 1961e a Firminynel nel1967.

L’edificio di Marsiglia prese forma in Boulevard Michelet nell’8° Arrondissement dopo cinque anni di lavoro tra molte difficoltà dovute soprattutto ai problemi legati alla necessità per le maestranze delle varie imprese di adattarsi all’uso dei nuovi materiali, come il beton brut, ed alla nuova tipologia edilizia, inconsueta per quei tempi, in cui si stava sperimentando il processo di prefabbricazione. Come disse Le Corbusier all’inaugurazione:

“Faite pour deshommes, faite à l’échelle humaine,
dans la robustesse des techniques modernes,
manifestant la splendeur nouvelle du béton brut,
pour mettre les ressources sensationnelles de l’époque au service du foyer”
.

“Fatto per gli uomini, fatto a misura d’uomo,
con la robustezza delle tecniche moderne,
che mostrano il nuovo splendore del cemento grezzo,
per mettere le strabilianti risorse di quest’epoca al servizio della casa”
.

Nato, come già detto, dopo la guerra per la necessità di avere alloggi sociali, fu commissionato dal Ministero della Ricostruzione a Le Corbusier lasciando ad architetti più tradizionalisti la ricostruzione del centro città.
La Cité Radieuse, il luogo nel quale veniva ristabilito il rapporto uomo-natura sorse, quindi, in un’area periferica di circa 3.500 metri quadrati immersa nel verde. L’edificio, che poteva contenere circa 1.600 persone, si estende per 140 m di lunghezza e 24 m di larghezza, su 18 piani per un’altezza di 56 m, 337 appartamenti tutti duplex (su due piani) con 23 differenti tipologie e con 26 servizi comuni.

Piante e sezioni de l’Unité d’Habitation di Marsiglia con l’indicazione degli appartamenti duplex su due piani (blu scuro e blu chiaro) e della tipologia dei servizi comuni ad un piano (rosso)

Rappresentazione dei duplex distribuiti su due piani e serviti da la Rue Interieure

Rue Interieure ©MjZ

Il Municipio di Marsiglia all’inizio decise di consegnare i primi appartamenti, a chi ne aveva diritto come risarcimento per i danni di guerra, ai dipendenti pubblici. In seguito fu deciso di venderli tutti, cosa che avvenne tra il 1952/’59.

Al tempo fu definito la maison du fada (casa del pazzo) o le cube de béton (cubo di cemento) ma oggi è considerata una meta turistica obbligata per chi è di passaggio a Marsiglia, anche per i non architetti.

Fin dall’inizio l’edificio fu criticato e osteggiato; rappresentava il moderno in tutte le sue parti.

Per l’uso del materiale principale, il cemento, per il suo aspetto esteriore assolutamente inedito ma sempre diretta espressione delle necessità funzionali.
La vita nella Cité Radieuse era organizzata in tutti i particolari.
Era un villaggio in miniatura, una città verticale con i servizi distribuiti lungo la rue (corridoio) centrale e sul tetto giardino. Il modello ispiratore di questo prototipo di città verticale era stata la Certosa di Ema al Galluzzo (Firenze) che Le Corbusier aveva visitato nel lontano 1907. La Certosa era una miscela assolutamente equilibrata di vita comune ed intimità; ogni cella racchiudeva tutto il necessario per vivere e i cortili, gli orti comuni e le aree per la preghiera erano gli spazi collettivi.
Questo fu illuminante per lui su come doveva “funzionare” un edificio di abitazione.

L’Unità di abitazione doveva essere una machine à habiter. Una struttura in cemento armato simile ad una scacchiera nella quale i 337 appartamenti si incastravano come in un puzzle. Le cellule abitative, posizionate trasversalmente al profilo longitudinale dell’edificio, rappresentavano la dimensione privata nella quale andava salvaguardata l’intimità della vita familiare ma con la possibilità, anche con un interfono, di conversare con gli altri inquilini.

Le cellule erano tutte uguali, non erano legate alla classe sociale di appartenenza, cambiava solo la superficie dei singoli appartamenti e tutti gli ingressi si affacciavano sui corridoi centrali, le 5 rues intérieures. In questi spazi destinati alla vita comune, che rappresentavano la dimensione pubblica, si svolgeva la socializzazione.

 

©MjZ

Al settimo e ottavo piano una rue percorre longitudinalmente l’edificio in tutta la sua lunghezza rendendo facilmente usufruibili tutti i servizi da parte degli abitanti: una scuola, una biblioteca, un asilo, un supermercato, un hotel con ventuno stanze, una lavanderia, i negozi e, sul tetto giardino, una piscina, un parco giochi, l’asilo nido, un solarium, un auditorium all’aperto e un percorso ginnico di 300 metri. Il colore è posto come connotato distintivo che caratterizza gli spazi in netto contrasto con il grigio del cemento e dal tetto, si contempla la vista da un lato della montagna e dall’altro del mare.

Viste esterne ©MjZ

Il verde e il sole erano gli elementi indispensabili che dovevano caratterizzare la Cité Radieuse.

Niente in questa costruzione era stato lasciato al caso, tutto era stato progettato fin nei minimi particolari e, in quegli anni, era un fatto inusuale. L’arredo delle cucine era stato curato da Charlotte Perriand e queste erano aperte sui salotti, avevano la cappa sui fuochi e la ghiacciaia che si poteva caricare dall’esterno. Armadi a muro, porte scorrevoli, parquet, la scala interna in legno, una biblioteca per dividere gli spazi, cassette esterne nelle quali si inseriva la lista della spesa che poteva essere evasa dagli stessi negozi presenti nell’edificio. Bagni essenziali e non maiolicati, superfici vetrate lungo tutto l’appartamento e riscaldamento centralizzato con bocchette all’interno delle abitazioni.

Interni di un appartamento ©MjZ

Una nuova organizzazione degli spazi significava necessariamente un nuovo modo di vivere, ma questo aveva come risultato una scarsa possibilità, per chi ci abitava, di apportare modifiche sostanziali, d’altronde l’abitazione era corredata di tutti i comfort disponibili all’epoca. Le forme erano elementari, geometricamente pure, sparivano gli stili del passato.
I noti Cinque punti di LC, che erano già stati attuati nella villa Savoye a Poissy (1928/’31), abitazione privata oggi sede della fondazione Le Corbusier, venivano finalmente sperimentati in un edificio pubblico che permetteva una loro utilizzazione su larga scala e in maniera strutturale.
I pilotis, le piante, le facciate libere, le finestre a nastro e il tetto giardino, questo era il suo programma progettuale innovativo che finalmente poteva mettere in opera.

Viste d’insieme e prospetto laterale de L’Unité d’Habitation a Marsiglia ©MjZ

L’uso dei pilotis, in questo caso massicci pilastri di forma tronco-conica, permetteva di sollevare la costruzione da terra consentendo l’utilizzazione dello spazio sottostante anche per altre funzioni e, soprattutto, che l’edificio non fosse a contatto con l’umidità del terreno.

Le piante, le facciate libere e le finestre a nastro erano consentite grazie all’uso dei telai in cemento armato in sostituzione dei setti in muratura e alla possibilità di arretrare i solai rispetto alla facciata utilizzando gli spazi liberamente e con ampie finestrature.

Vetrate interne ©MjZ

Non più tetti a falde, finalmente lo spazio delle coperture poteva essere recuperato e utilizzato per attività e servizi comuni ad uso degli abitanti e per inserire il verde che non doveva essere necessariamente al piano terra.
Col trascorrere del tempo le abitudini e le esigenze degli abitanti sono cambiate; anche tra gli inquilini c’è stato il ricambio generazionale e, pur restando l’albergo e la scuola, alcuni servizi hanno lasciato il posto ad altre attività.

Questo edificio, molto discusso al momento della sua costruzione, oggi è diventato un luogo molto alla moda e alquanto dispendioso per vivere; ambita residenza di artisti, sede di vivacissima attività culturale molto condivisa dalla comunità degli abitanti che hanno formato un’associazione, una vera e propria comunità verticale apolitica e apartitica nata per difendere i loro interessi e sviluppare le relazioni umane.

Nel 1986 l’Unité d’Habitation è diventata monumento storico che, nel 2016, l’UNESCO ha inserito nella lista dei siti del patrimonio mondiale dell’umanità insieme ad altre 16 opere di Le Corbusier, un dovuto riconoscimento per uno dei Padri dell’Architettura.


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Mi ritorni in mente – Buon compleanno MAXXI

Per caso, come succede qualche volta in uno studio, nel cercare alcuni documenti, sono affiorati da un cassetto alcuni cartoncini bianchi della dimensione di biglietti da visita con disegni a fil di ferro e frasi ermetiche.

Gli schizzi erano forse un po’ infantili, disegnati con mano incerta, ma avrebbero potuto benissimo somigliare ad ideogrammi abbozzati da architetti di altri tempi, quando si disegnava solo a mano, per fissare le idee o le impressioni di un luogo o di un progetto. Ma le frasi, prese così da sole senza contesto, Verdone avrebbe detto avulse, erano incomprensibili! Girato il cartoncino scoperto l’arcano: “Progetto: Se navigando uso la bussola…a cura del Dipartimento Educazione del MAXXI e del Dipartimento di Salute Mentale ASL RMA”.

Disegno realizzato per il progetto “Se navigando uso la bussola”… a cura del Dipartimento Educazione del MAXXI e del Dipartimento di Salute Mentale ASL RMA

Come d’incanto, la mia memoria è andata a quando, con i colleghi di Amate l’Architettura, eravamo entrati a visitare il MAXXI a Roma, prima che fosse allestito il museo e prima ancora della sua inaugurazione. Il ricordo sembrava recente ma invece risaliva ad almeno otto o nove anni fa quando con la dott.ssa Stefania Vannini, responsabile del Dipartimento Educazione del museo per il MIBAC, un piccolo gruppo, uno dei tanti scoprimmo in seguito, eravamo entrati in avanscoperta dentro questo strano oggetto che era piombato come un’astronave sul Flaminio. Un’altra perla sullo stesso asse dell’Auditorium di Renzo Piano, in aggiunta al Palazzetto dello Sport e allo Stadio Flaminio di Nervi e, come ultimo arrivato, il Ponte della Musica, mentre a poca distanza, sulla perpendicolare al di là del fiume, si distende imponente l’area sportiva del Foro Italico.

Il MAXXI è stato inaugurato il 28 maggio del 2010 ed è il primo museo nazionale di architettura in Italia e quest’anno ha compiuto otto anni dalla sua inaugurazione.

Il MAXXI è stato il risultato di un concorso in due fasi indetto dal Ministero dei Beni Culturali dopo aver acquisito le aree delle ex caserme Montello dal Ministero della Difesa per la creazione di un polo museale nazionale. Scelto tra 15 progetti selezionati su 273 partecipanti sará vincitore quello di Zaha Hadid “per la sua capacità di integrarsi nel tessuto urbano e per la soluzione architettonica innovativa di interpretare le potenzialità della nuova istituzione e di dotarla di una straordinaria sequenza di spazi pubblici”.

Chiunque abbia visto il MAXXI, architetto o no, non potrà negare di aver avuto, per un edificio del genere a Roma e nel quartiere Flaminio, l’impressione di vedere un UFO, un corpo estraneo atterrato in una zona a caso di Roma. Ma Zaha Hadid o si ama o si odia, anche se come detto prima l’area accoglieva già prestigiose architetture non sempre purtroppo conservate all’altezza del loro valore. Perché noi eravamo finiti lì?

Non perché fossimo per la maggior parte architetti, ma perché il MIBAC all’epoca sotto la guida dell’arch. Pio Baldi della DARC, Direzione Generale per l’Arte e l’Architettura contemporanea, aveva sviluppato un grandissimo lavoro di preparazione del quartiere per l’avvento del nuovo museo.

Una sorta di progetto partecipativo alla rovescia.

Attualmente in applicazione della Delibera 57 del 2 marzo 2006 del Comune di Roma, l’ente pubblico ha l’obbligo di promuovere Il processo partecipativo per i progetti di trasformazione urbana al fine, non ultimo, di favorire la qualità, la trasparenza e la coesione sociale. Per esperienza diretta, queste pratiche a volte sono delle pure formalità e non influenzano minimamente le decisioni spesso assunte in anticipo e all’insaputa degli ignari cittadini che vi partecipano. Senza che il materiale prodotto da questa partecipazione sia realmente utilizzato per lo scopo per cui era stato elaborato. Questo modo di intendere ed attuare il processo partecipativo genera soltanto un maggiore scollamento con la popolazione e, di conseguenza una grande sfiducia nelle istituzioni.

Per ritornare al MAXXI, Stefania Vannini è stata per tutto il periodo della sua costruzione, una delle artefici di questo scambio con il quartiere, le associazioni, le persone disabili e chiunque fosse interessato a interfacciarsi con la nuova realtà che si andava concretizzando.

Noi architetti lo sappiamo, ma a volte non vogliamo porci il problema, che una nuova costruzione modifica sempre la realtà in cui questa viene inserita, crea nuove relazioni e sta lì e ci rimarrà per molto tempo indipendentemente dal suo valore estetico. Una volta realizzata lì rimane, nel bene o nel male!

Ma quello che stava sviluppando Stefania Vannini andava oltre i limiti dei suoi compiti istituzionali. Aveva elaborato un articolato programma di relazioni complesse tra il museo e le persone di tutti i generi con una particolare attenzione a quelle che avrebbero potuto avere più difficoltà a relazionarcisi o che non avrebbero potuto entrarci con la consapevolezza delle persone cosiddette normali.

Il progetto era stato avviato in collaborazione con il Centro di Salute mentale di via Palestro, oggi ASL Roma 1, e coinvolgeva un gruppo di pazienti insieme a un gruppo di persone in pensione del quartiere Flaminio che avevano risposto alla proposta del museo di fare, in occasioni speciali, da mediatori culturali sulle opere della collezione permanente (selezionati grazie alla collaborazione con la parrocchia di Santa Croce al Flaminio e la Biblioteca Flaminia di via Fracassini).

Quando ci ha accolto, nella sala con le colonne in ghisa una parte dell’edificio della vecchia caserma integrato nel nuovo progetto con l’ingresso direttamente su via Guido Reni dal quale noi eravamo entrati, attualmente occupata dalla caffetteria e bookshop, ci ha raccontato perché anche noi eravamo lì e che cosa fossero quei cartoncini bianchi che erano a disposizione di noi visitatori privilegiati.

Era il risultato del progetto di familiarizzazione con la costruzione che stava portando avanti con le persone che frequentavano il CIM di via Palestro ai quali era stato chiesto, dopo aver visitato il museo, di fissare le loro sensazioni scrivendo e disegnando appunto su quei cartoncini.

Frasi scritte per il progetto “Se navigando uso la bussola”… a cura del Dipartimento Educazione del MAXXI e del Dipartimento di Salute Mentale ASL RMA 

Disegno realizzato per il progetto “Se navigando uso la bussola”… a cura del Dipartimento Educazione del MAXXI e del Dipartimento di Salute Mentale ASL RMA

Disegno realizzato per il progetto “Se navigando uso la bussola”… a cura del Dipartimento Educazione del MAXXI e del Dipartimento di Salute Mentale ASL RMA

Al contrario di quello che poi mi è successo in seguito nel visitare altre mostre, in quel momento, all’interno senza barriere e vincoli di percorsi preorganizzati, non si perdeva affatto l’orientamento, bastava andare e ci si orientava facilmente, anche se in parte eravamo stati guidati, ma tutto scorreva. Forse come nel pensiero progettuale di Zaha Hadid. 

Disegno realizzato per il progetto “Se navigando uso la bussola”… a cura del Dipartimento Educazione del MAXXI e del Dipartimento di Salute Mentale ASL RMA

Prima del MAXXI l’unico edificio che avevo visitato di Zaha Hadid era la Stazione dei Vigili del Fuoco al Vitra Museum, opera del 1993, a Weil am Rheim, in Germania, che come struttura dedicata a tale funzione mi era sembrata improponibile se la si guardava con l’occhio del funzionalismo, ma nel parco di Weil am Rheim l’utilità degli edifici è un elemento trascurabile e Zaha Hadid non ha mai fatto mistero del fatto che non è il funzionalismo il suo primo pensiero nel progettare.

Ma un museo dovrebbe avere altre caratteristiche, la funzionalità in questo caso dipende molto dal fatto che si possa o meno utilizzare per lo scopo per cui è nato, è sicuramente un polo che attrae, anche il suo spazio esterno pur essendo utilizzato solo nelle ore di apertura, purtroppo, è uno spazio che i cittadini del quartiere sentono come proprio e lo vivono anche con bambini ed è frequentato a tutte le ore del giorno.

Di contro il museo è sicuramento un oggetto costoso dal punto di vista della manutenzione e questo forse è dovuto anche al tipo di materiali usati nella costruzione sia interna che esterna, ma qualche volta si può anche mettere in conto che con la cultura non sempre i conti tornano!


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