Piladina

Quando mia madre si accorse di essere incinta le venne un gran mal di pancia e nacqui improvvisa e inattesa, nel 1951, con le macerie della guerra ancora accantonate agli angoli delle strade. Mio padre Pilade stava giocando al pallone e fece gol. Per premio mi chiamarono come lui, Piladina. E da lì cominciò il mio calvario.

Nessuno
voleva chiamarmi per nome per paura di dire una parolaccia. Mi chiamavano con
un fischio o con battito di mani, innescando in me una totale disorganizzazione
mentale. NON SAPEVO CHI ERO.

Passai
i primi 6 anni della mia tenera esistenza a domandarmi e a domandare “CHI
SONO, CHI SONO
”? Ma nessuno sapeva dirmi altro che Piladina, ma non mi  bastava.

A sei
anni andai a scuola. La maestra si chiamava Maestra Zeri ed era molto esigente.
Io ero sorda a causa delle adenoidi che si erano infiltrate nelle tube
d’Eustachio e non capivo cosa mi diceva la Maestra Zeri, che mi cacciò
all’ultimo banco fino alla fine delle scuole.

Alle
medie mi fecero operare e così cominciai a capire quello che mi dicevano, ma
era meglio se restavo sorda.  A sedici
anni e 3 mesi mi fidanzai con Egisto e ricevetti il mio primo bacio sensuale.
Il secondo non arrivò mai. Fu così che al raggiungimento della maggiore età,
che all’epoca si verificava a ventuno anni, decisi di lasciarlo per Agamennone
che aveva trentasette anni e un’insaziabile voglia di sesso.

Decisi
di essere sua, ma lui non seppe che farsene di me e mi vendette a suo cugino
Achille per 30 dollari.  Achille era un
buon uomo, mi trattava bene, mi dava da mangiare: pranzo e cena, qualche volta
anche colazione; merenda mai.  Arrivai ai
ventitre anni senza sapere cosa volesse dire “merenda”. Ne sentivo parlare alla
radio e mi venne un desiderio incontrollabile di avere questa esperienza. Era
divenuta un’ossessione e la mia disorganizzazione mentale lievitava come un panettone.
Un mattino piovoso Achille si recò a pescare anguille e io, presa da un raptus
feroce, fuggii nascondendomi nel portabagagli di un furgone DHL.

Fu allora che iniziai a vedere il mondo. Arrivai in un paese mentre stava calando la notte. Sembrava deserto, non un’anima viva per strada, non un rumore, un suono, un miagolìo. Niente. Le case erano però tutte molto illuminate, con le finestre spalancate e un’infinità di persone che davano l’impressione di divertirsi molto. Dai movimenti delle loro labbra pareva che parlassero, ridessero, forse qualcuno cantava. All’angolo di una villa un uomo stava addirittura strangolando una donna e questa sembrava proprio che stesse gridando. Ma tutto si svolgeva come in un film muto, con l’unica differenza che nei film muti c’era un sottofondo musicale.

Scesi
dal furgone DHL incuriosita e timorosa, ma d’altra parte non avevo mai visto
niente del mondo e ragionai che forse era un paese dalla sonorità sommersa.
Iniziai ad avventurarmi per le stradine di quella che doveva essere una zona
residenziale, senza mai perdere di vista il furgone che ormai era il mio unico
rifugio. Avevo fame, in un bidone trovai una cotoletta quasi nuova e la
mangiai, ben consapevole che non era una merenda: era gustosa. Con la coda
dell’occhio vidi l’autista DHL che si stava dirigendo verso il mezzo. Di corsa,
col boccone ancora in bocca, mi tuffai letteralmente nel furgone che partì
dolcemente. Adesso il finestrino era libero dai pacchi, per cui riuscivo a
vedere l’esterno e a leggere le scritte sulle insegne. Erano belle, colorate,
allegre, una diceva Bar, un’altra gialla e grandissima Mc Donald’s.
L’ultima,quella prima di infilarsi in autostrada, era verde con una scritta
bianca fosforescente: Arrivederci! Tornate presto a New York. Mi addormentai
felice. Il mio primo viaggio lo avevo fatto in America, come avevo sempre
sognato. Ma nel cuore della notte mi svegliai di soprassalto. Un dubbio feroce
si era insinuato nella mia mente durante la fase REM. Come era possibile che
New York fosse immersa NEL SILENZIO? Le risposte erano solo due. O avevo
sognato tutto, o ero tornata sorda.

Ero troppo stanca ed emozionata per svegliarmi del tutto e ragionare, quindi tornai nel magico mondo dei sogni. Non ricordo quanto tempo passò prima che una voce dolce, quella dell’autista del furgone, mi riportasse nel mondo reale. “ Piladina, svegliati. È l’ora della terapia. Svegliati da brava”. Non capivo a cosa si riferisse. Aprii gli occhi e lo vidi davanti a me, al capezzale di un letto. Un letto? Mi ero addormentata nel portabagagli di un furgone. Cosa ci facevo in un letto? La disorganizzazione mentale che ben conoscevo si impadronì nuovamente di me. “ Perché sei vestito così? Sembri un dottore”, farfugliai confusa. “Piladina, io sono un dottore, il tuo dottore. Il tuo psichiatra che ti conosce da tanto tempo. Ricordi?” Sicuramente mi stava imbrogliando. Lui era l’uomo DHL. Però era gentile, sorridente, quasi rassicurante mentre la signorina che gli stava accanto mi porgeva una manciata di pillole. Anche lei mi sorrideva e mi guardava come se mi volesse bene. “ Dov’è il furgone?” domandai.” “ Al suo posto, stai tranquilla. Ora prendi la terapia, vedrai che poi starai meglio”.

Lui continuava a sorridere e a un certo punto mi fece una carezza; capii allora che potevo fidarmi di lui anche se si era mascherato da dottore e presi d’un fiato tutte quelle pastiglie, poi gli sorrisi e richiusi gli occhi. Dopo qualche tempo mi risvegliai nel furgone. Mi guardai intorno rassicurata e felice: stavamo entrando a Tokyo.





SCOOP

Sensazionale! Scoperta la verità sulla morte di John Fitzgerald Kennedy.

Sensazionale! Scoperta la verità sulla morte di John Fitzgerald Kennedy.

Interessante ipotesi di una nota psichiatra che a cinquant’anni dalla morte di John Fitzgerald Kennedy rivela al mondo le confidenze che lo stesso Presidente le fece in sede di analisi. 
La dottoressa ebbe una relazione professionale ed erotica col presidente pochi anni prima della sua morte, e oggi rivela a “Di tutto e di più” gli sconcertanti retroscena che  sono emersi con quello che è considerato l’assassinio del secolo scorso.

“Conobbi Kennedy a un party, ero molto giovane, molto entusiasta del mio lavoro di analista psicosomatista e, grazie ad alcune pubblicazioni internazionali, piuttosto conosciuta negli ambiti universitari  di tutto il mondo”.

Così inizia l’intervista con la dottoressa Lucy Mc Milan che vive in Italia dalla morte del presidente, probabilmente per motivi di sicurezza.

“Scoprimmo di essere nati entrambi il 29 maggio e questo creò immediatamente una sorta di complicità. Parlammo tutta la sera di mille cose e, prima di lasciarci, mi chiese di potere entrare in analisi da me per un problema molto serio di colite ulcerosa.
Presi tempo per decidere: è vero che per me era un paziente sconosciuto, ma pur sempre il presidente degli Stati Uniti.
Dopo un mese gli fissai un appuntamento nel mio studio a Philadelphia.
Era un caso veramente grave. Suo padre lo odiava e amava in modo patologico il primogenito Joe , morto in guerra, non perdonando a  John l’affronto di essere vivo.
Fino da piccoli era solito ripetergli “ricordati Jack, qualunque cosa tu faccia, Joe la farà meglio di te”

John odiava suo padre di rimando, ma essendo un mite sfogava la sua rabbia attraverso il teatro del suo corpo. Aveva orribili dolori addominali  con scariche di muco, sangue e lacrime.
Non aveva il coraggio di dirlo a nessuno. Suo padre ne sarebbe stato contrariato e sua madre non vi avrebbe posto attenzione.
Il problema si cronicizzò e venne alla luce dopo la morte in guerra di Joe.
Il vecchio Joseph non riusciva a darsi pace di aver perso il figlio prediletto, il figlio che avrebbe dovuto diventare il presidente degli Stati Uniti.
Non riusciva ad accettare che una stupida guerra lo avesse privato di colui che era candidato a rappresentare il trionfo della sua famiglia.
A questo punto decise di puntare su John, pur non stimandolo, pur considerandolo uno sciocco poeta che badava più alle femmine che alla famiglia. Lo convocò e lo informò che l’onore del casato si trasferiva nelle sue mani.

Fu a questo punto che John gli confessò di essere malato, di avere delle terribili somatizzazioni a livello intestinale.

“Sciocchezze” sentenziò il vecchio “Non c’è nulla che il denaro non possa risolvere, nulla tranne la morte dell’unico figlio che mi somigliava”

“Sarò degno di lui signore”

“Non lo sarai mai! ma domani ti farò visitare dai migliori medici dello Stato. Sarai un presidente sano, anche se incapace”.

Iniziò così il calvario di John. Disponendo di un buon patrimonio, fu visitato dai migliori luminari degli States, che lo usarono come cavia per sperimentare il cortisone.
La colite ulcerosa migliorò, ma le dosi massive del farmaco provocarono disastrosi effetti collaterali.
L’osteoporosi lo dilaniava, ebbe dolorosissimi crolli vertebrali, venduti alla stampa come “esiti delle ferite di guerra” in realtà mai avute, ma che avevano un fantastico effetto mediatico.

Il padre continuava a disprezzare questo figlio anche una volta eletto Presidente degli Stati Uniti d’America e gli riservò un sorriso beffardo.
John fu il presidente che tutti conosciamo e rimpiangiamo, ma ancora il vecchio Joseph non lo considerava degno del fratello.
Il cortisone dal canto suo continuava i suoi deleteri effetti collaterali.
Una ingravescente insufficienza surrenalica conferiva al presidente un aspetto perennemente abbronzato. La stampa di allora affermava che il presidente era un uomo molto sportivo e il suo colorito lo confermava. In realtà si trattava del Morbo di Addison che colpisce chi soffre di grave insufficienza surrenalica.
Il verdetto medico fu chiaro e spietato: “Signor Presidente, le restano pochi anni di vita, non arriverà a compiere 50 anni”.

Fu allora che John maturò l’idea di passare alla storia. Finalmente suo padre sarebbe stato fiero di lui; finalmente i Kennedy sarebbero passati alla storia grazie lui.
Aiutato dalla CIA individuò un disgraziato, un tale Lee H. Oswald. Si incontrarono segretamente e strinsero un accordo.
Il Presidente degli Stati Uniti d’America si impegnava a fornirgli un passaporto nuovo,  un’ingente somma di denaro a patto che lui, Lee H. Oswald lo uccidesse durante la campagna elettorale, quando e dove avesse voluto.
Oswald, troppo disperato per fare domande, accettò.
Quella sera JFK tornò a casa soddisfatto. Sapeva che nessun personaggio entra nella storia a causa della morte provocata dal Morbo di Addison, nemmeno il presidente degli Stati Uniti.
Ma lui John Fitzgerald Kennedy sarebbe stato celebrato come un fulgido astro, un mito nei secoli dei secoli, perché lo status di presidente assassinato lo avrebbe reso più grande agli occhi di suo padre e di suo fratello Joe.


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