I videogiochi nell’era moderna, tra allarmismo e disinformazione

Da qualche tempo ormai ciclicamente leggo e sento in tv su quanto i videogiochi siano dannosi per le persone, in special modo bambini e/o ragazzi.

Parlo di allarmismo a ragion veduta, poiché vedendo il tenore dei servizi passati alla tv non posso fare a meno di pensare a quanto (non) siano stati sufficientemente pensati e documentati a riguardo.

C’è poi un discorso del tutto italiano, specie in alcune aree del nostro Paese, in cui per ragioni prettamente culturali i videogiochi vengono demonizzati e le persone che ne fanno uso categorizzate come “persone senza scopo nella vita”: retroterra culturali nei quali servizi del genere hanno una presa maggiore.

Ancora ricordo quando (avevo circa 11-12 anni) uscì la prima console che rivoluzionò il mercato dei videogiochi, la Nintendo 8 bit. All’epoca ricordo che la comprò mia cugina, e quando la vidi la desiderai al punto che iniziai a mettermi i soldini da parte per comprarla anche io. Quando i miei genitori lo seppero liquidarono la cosa con un laconico “per giocare no, al massimo ti compriamo un pc così impari a usarlo”.

E così fecero. Ad oggi ne comprendo le motivazioni, ma provateci voi a dirlo ad una bambina di 10 anni che smania appresso a Super Mario e ci fa ben poco con le motivazioni genitoriali se queste ostacolano la realizzazione di quel desiderio (e devo dire che a tal proposito mi sono poi rifatta circa 20 anni dopo!).

In alcuni tessuti sociali italiani il videogioco è “tempo buttato”, “ci giocano solo i bambini” (se è un adulto a giocare) ma anche “devi crescere, non puoi giocare tutto il tempo” se è un bambino a farlo (un po’ schizofrenico come ragionamento ma soprassediamo). Insomma, comunque vogliamo metterla, videogiocare è disdicevole a qualsiasi età.

In altri casi hai famiglie che utilizzano i videogiochi come “calmanti” per i figli, anestetizzandoli per giornate intere, che poi si lamentano se scoprono che i figli svuotano il conto in banca degli ignari genitori con microtransazioni su alcuni giochi, dato che oggi vanno molto di moda i cosiddetti “acquisti in-app” anche all’interno del mercato videoludico. Qua vien da sé che il problema principale, piuttosto che il figlio che svuota la carta, è del perché un ragazzino venga lasciato così senza controllo.

Da qualunque parte io cominci a valutare la questione mi balza sempre agli occhi il fatto che il videogioco sia diventato uno specchietto per allodole, laddove videogiocatori, parenti e/o società vogliono de-responsabilizzarsi di qualcosa. E’ un po’ come dire che mentre ti indico la luna tu continui a guardare la mia mano.

Il videogame è un simbolo. Un tramite, attraverso il quale si ricercano e trovano conforto, piacere, sollievo e in ultimo anche svago. E’ un tramite che può favorire relazioni, a volte sane, a volte no (ma questo chiaramente non è colpa del videogioco, bensì dei problemi delle persone).

Si fa riferimento ai videogiochi come istigatori di violenza o cause di una reclusione sociale, ma non si guarda mai il fenomeno al completo.

Non vorrei dilungarmi da un punto di vista psicopatologico sui coinvolgimenti dei videogiochi: è sufficiente dire che se una persona decide di restare chiusa in casa bisogna chiedersi perché, da cosa fugge, e in cosa il videogioco diventa un porto sicuro; se un bambino passa il tempo a videogiocare e mostra comportamenti insoliti bisogna chiedersi come si presentano i rapporti all’interno della sua famiglia, e cosa il bimbo scarica attraverso il gioco.

Da un punto di vista analitico transazionale, il videogioco rappresenta una forma di gratificazione di cui il Bambino (inteso come Stato dell’Io) ha bisogno. Parlo di Bambino nel qui-ed-ora, per cui contestualizzato in ogni momento e età della persona. In pratica ogni persona, se mostra inclinazioni per videogame o in generale per attività che implicano un’attività di gioco o divertimento, deve avere la possibilità di darsi il permesso di poterlo fare. Paradossalmente questo aspetto permette di comprendere quanto una persona sia equilibrata, e allo stesso tempo utilizzare (in un setting terapeutico) il videogioco stesso come strumento educativo. Una persona equilibrata, in grado di darsi permessi, protezione e potenza sa gestire il suo tempo sulla base delle attività quotidiane, sia lavorative che di svago. Per cui sa quando può concedersi qualche ora di divertimento o quando non è il caso. Questo perché dentro di sé lo stato dell’Io Adulto ha il pieno controllo esecutivo, e Genitore e Bambino lavorano di comune accordo gestendo tempo e spazio in maniera produttiva e funzionale. 

Di contro, una persona con l’Adulto contaminato può trovare giovamento, all’interno della terapia, dall’imparare a usare i videogame (simbolicamente parlando) per comprendere i propri Stati dell’Io e individuarne le disfunzioni, imparando a mettere ordine nella propria vita dandosi tempi scanditi da piaceri e frustrazioni. In pratica decontaminare l’Adulto e fornire nuove istruzioni (o modifiche delle vecchie istruzioni) al Bambino e al Genitore.

Come in tutte le cose “est modus in rebus”, per cui, invece di gridare “al lupo” tutte le volte, sarebbe più sensato chiedersi cosa impedisce di trovare quella misura; ma oggi si sa, il sensazionalismo va per la maggiore, per cui informarsi adeguatamente non porta mai grossi risultati rispetto alle notizie che arrivano direttamente al Bambino, o come viene più comunemente definito, “pancia”.






Strumenti in psicoterapia: la Fototerapia come linguaggio alternativo

La psicoterapia è relazione (nello specifico una relazione di cura), e come tale può usufruire, per dispiegarsi e mantenersi, di diverse modalità di comunicazione.

La particolarità della relazione terapeutica è quella di avere uno “scheletro” ben definito, dato da una cornice teorica di riferimento precisa, e da linee guida tecniche da cui a volte è difficile prescindere. Accanto a questi elementi più o meno stabili vi è una variabile determinata dal canale comunicativo utilizzato che diventa peculiare e tratto distintivo di quel rapporto specifico e che, in un altro rapporto, può invece avere poco o nessun senso. Tutto ciò è reso possibile dal fatto che ogni persona ha un canale comunicativo prediletto (scelta formatasi a seguito delle esperienze nella prima infanzia) attraverso cui i significati vengono compresi e ricordati; il cliente ci mostra, nella relazione terapeutica, quel canale invitandoci ad utilizzarlo per entrare in sintonia, capire ed essere capiti. Personalizzare la comunicazione con ogni specifica persona vorrà dire renderla più efficace utilizzando taluni strumenti e simboli al posto di altri.

La bontà di un terapeuta risiede, tra le altre cose, nella sua continua ricerca e disponibilità a padroneggiare nuove forme comunicative che possano ad esempio agevolare percorsi terapeutici “difficoltosi” o che hanno bisogno di trovare un nuovo linguaggio per comunicare nuove difficoltà.

Una di queste forme di comunicazione è la fotografia, che può essere usata in qualità di facilitatore della comunicazione. La fotografia è memoria, simbolo, desiderio e necessità. Come oggetto transizionale essa porta con sé ricordi, emozioni, significati molte volte più complessi e completi di quanto le parole riescano ad esprimere. Attraverso la fotografia un luogo o momento congelato nel tempo prende vita, dando l’impressione a chi osserva di trovarsi di fronte ad una testimonianza oggettiva della realtà, dimenticando che essa non è altro che una sua costruzione simbolica avvalorata dall’esperienza soggettiva di chi la sceglie.

In terapia capita a volte (molto più spesso di quanto uno possa immaginare) che il linguaggio verbale possa non bastare più. Qualcosa si è rotto in un punto così profondo e così in là nel tempo, quando ancora la nostra capacità comunicativa non era basata su ciò che diciamo, ma era costituita sostanzialmente da ciò che viviamo e sentiamo (nel qui-ed-ora del momento), ciò che siamo nel corpo. Ecco che allora molti significati non trovano espressione nella parola ma in simboli pre – verbali nascosti ad esempio in una foto.

In questi momenti e in questi casi per me, in qualità di terapeuta, la fotografia rappresenta quasi una nuova relazione, per molti aspetti più intima e sicuramente diversa. Entrare in punta di piedi nella vita di una persona attraverso le parole si trasforma in un coinvolgimento totalizzante fatto di corpi, luci, ombre e sfocature, momenti congelati nel tempo, espressioni, emozioni e posture che risuonano sia nella persona che ce le mostra per un motivo specifico, squisitamente personale, sia dentro di noi, in ciò che magari di diverso possiamo osservare e che può diventare una chiave di lettura mai esplorata prima di questo momento.

L’esplorazione dell’inconscio attraverso immagini e fotografie crea un’esperienza emotivamente molto forte poiché la narrazione di una storia cede il passo alla drammaticità del momento con tutta la sua carica emotiva intatta che si rovescia nel qui-ed-ora. Momenti congelati nella persona stessa, non solo nelle foto amate / odiate; attraverso esse riusciamo a mettere nuovamente insieme i pezzi di qualcosa che si agita al di sotto della coscienza.

Nella mia esperienza come terapeuta l’uso delle fotografie è limitato (con diverse variabili) a poche situazioni, in cui ad esempio si è reso necessario dare voce a qualcosa che non conosceva parole. Ancora adesso, nel ripensare ad alcuni di quei momenti mi commuovo nell’entrare in contatto con l’impatto di quelle emozioni autentiche così vivide e travolgenti.

Non credo sia necessario sottolineare il fatto che in terapia ciò che viene analizzato di una foto, o di una immagine generica, non è l’aspetto stilistico e artistico quanto ciò che rappresenta per la persona stessa e i legami che essa stabilisce con il subconscio di questa; paradossalmente una foto “brutta” può essere scelta e acquisire significato proprio per questo motivo.

Concludendo, lavorare con le fotografie ha per me una duplice valenza: superare il velo delicato e sottile della narrazione, entrare in contatto diretto con la vita inconscia della persona e portare il legame terapeutico ad una intimità maggiore (o forse questa ne è la causa più che una conseguenza);costruire una tolleranza emotiva maggiore del solito (da parte del terapeuta), in quanto il contatto immediato con certi tipi di contenuti non schermati dalla narrazione necessita di una capacità di stare con se stessi, le proprie e le altrui emozioni più forte e reattiva del solito. Questo è il motivo per cui è uno strumento molto utile e al contempo molto delicato da utilizzare e padroneggiare.





La relazione nel setting terapeutico: collusione e consapevolezza del terapeuta

In psicoterapia un aspetto che viene quasi completamente ignorato dal pensiero comune riguarda l’esistenza di un “doppio livello” di comunicazione e, di conseguenza, l’esigenza di portare avanti il lavoro su due fronti da parte del terapeuta.

L’aspetto più conosciuto, quanto meno da alcuni, riguarda il lavoro teorico. Intervenire sulle problematiche psicologiche richiede una conoscenza teorica e metodologica, una cornice di riferimento (nel mio caso l’Analisi Transazionale) attraverso la quale leggere e filtrare la sintomatologia presentata dal paziente e favorire quindi tecniche di intervento. Questa cornice la si ottiene ovviamente attraverso la formazione offerta dalle scuole di psicoterapia, scuole quadriennali in cui si impara ad essere terapeuti.

L’altro livello, nascosto e a mio avviso molto più importante del primo, riguarda l’esistenza di quello che Freud nella sua Psicoanalisi aveva definito Transfert (con il relativo Controtransfert). Questi concetti sono strettamente legati a quello di collusione in terapia e al suo opposto, la consapevolezza di sé da parte del terapeuta.

Per Transfert, in maniera molto sintetica e schematica, si intende la proiezione da parte del paziente sul terapeuta delle proprie aspettative nei confronti di una figura parentale: in pratica egli ricerca nel terapeuta ciò che si aspetta di ricevere dal genitore che ha determinato il suo modello di attaccamento. Frasi del tipo: “Non pensare male di me per quello che ti sto dicendo” o “Dottoré oggi la vedo pensierosa, posso aiutarla in qualcosa?” possono dare al terapeuta indizi molto importanti su copione di vita e modelli genitoriali della persona che ha davanti.

Riuscire a cogliere questi indizi è possibile solamente mantenendosi il più neutrale possibile, lasciando che la persona ci interpreti e ci immagini secondo la sua esperienza di vita. Il problema è che spesso restare lucidi davanti ad esternazioni che solo in apparenza sono rivolte a noi è faticoso (quando si è consapevoli) se non addirittura impossibile in caso di non consapevolezza. Questo perché i copioni di vita non esistono solo per i pazienti ma anche per i terapeuti, rientrando ahimè anch’essi nella categoria degli esseri umani!

Un terapeuta con un copione da “Salvatore” potrebbe ad esempio colludere con un paziente dal copione di “Vittima” rendendo impossibile la terapia (copioni di vita e giochi psicologici verranno analizzati in un articolo a parte). Un paziente quindi desideroso di aiuto che invade il tempo e lo spazio del terapeuta attraverso continue telefonate e messaggi può essere difficile da contenere per un terapeuta desideroso di aiutare incondizionatamente, a maggior ragione se non si rende conto dei propri punti deboli. Questi “errori” da parte del terapeuta e l’insieme delle reazioni emotive di questo nei confronti del paziente vengono definite “Controtransfert”. Attraverso queste reazioni emotive il terapeuta si “aggancia” al paziente creando insieme giochi psicologici: situazioni chiaramente dannose in terapia.

Tornando all’esempio di sopra un terapeuta nella posizione di “Salvatore” entrerà nel gioco proposto dal paziente cercando di risolvere o una sua necessità di salvataggio o farsi perdonare colpe arcaiche o ricevere un riconoscimento a lungo sognato. Non è possibile lasciare che ciò accada: è necessario ripulire l’esperienza del paziente fornendo una nuova alternativa che generi un finale più funzionale rispetto a quelli messi in atto finora, e motivo per cui egli giunge da noi.

Evitare la collusione con il paziente è possibile grazie alla consapevolezza di sé. Il percorso formativo di un terapeuta pretende (a seconda della scuola) il sottoporsi ad un percorso di psicoterapia obbligatoria avente lo scopo di individuare e lavorare sui propri “anelli deboli” per permetterci poi, come professionisti, di individuarli e riconoscerli (quindi intervenire adeguatamente) durante il nostro lavoro come terapeuti; è chiaro inoltre che il vantaggio di una terapia personale come essere umano (indipendentemente quindi dall’essere terapeuti) non ha bisogno di essere evidenziato.

Il doppio lavoro di cui parlavo all’inizio si traduce quindi nella creazione di una cornice teorica delle problematiche del paziente da una parte, e del continuo monitoraggio di sé e delle proprie reazioni emotive a quello che costui ci dice dall’altra parte, sia per massimizzare la possibilità di cogliere indizi sulla persona sia per preservare quest’ultima dall’essere il nostro “vomitatoio” temporaneo di un qualcosa che riguarda la nostra vita e la nostra persona.

Vien da sé che maturare esperienza come terapeuti, fare una terapia personale e stare continuamente sotto supervisione tra colleghi rende più semplice questo compito che, specialmente agli inizi della propria carriera, non è semplice per niente.

Ho sempre pensato al mio lavoro come una condizione della mia esistenza, non come un’attività che svolgo. Io Sono una psicoterapeuta, non Faccio la psicoterapeuta. Perché questo lavoro non richiede solo una formazione, un modellamento dei propri schemi mentali, ma anche un cambiamento nella propria essenza, necessario per porsi nella maniera più neutra ed efficace possibile davanti alla molteplicità della natura umana che ogni giorno siamo chiamati a conoscere.





La quarantena ai tempi del COVID–19: osservazioni e riflessioni su uno stile di vita

Uomini siamo Elias, uomini fragili come canne, pensaci bene.
Al di sopra di noi c’è una forza che non possiamo vincere.

 (G. Deledda, Elias Portolu, 1903)

Ho sempre trovato malinconica e veritiera la metafora delle canne al vento illustrata nei romanzi di Grazia Deledda. Negli anni la vita mi ha mostrato continuamente il mio stato di fragilità rispetto agli eventi ma ha anche mostrato una soluzione, nascosta forse perché invisa a molti, ma sempre attuabile: arrendersi al vento per piegarsi e adattarsi alla direzione in cui soffia.

Se Deledda ha voluto concentrarsi sulla fragilità del nostro stato io preferisco concentrarmi, nella vita e in questo scritto, sulla nostra capacità di adattarci agli eventi, caratteristica degli esseri umani e delle specie viventi.

Quando mi è stato chiesto di scrivere questo articolo ho pensato inizialmente di scrivere sulla paura (e l’assenza di essa) che in questo periodo attanaglia (giustamente) i nostri cuori e condiziona le nostre azioni; poi però ho visto che in rete si trova già abbastanza materiale senza necessariamente aggiungere il mio contributo. E così, senza neanche tanto sforzo da parte mia nel trovare qualcosa da osservare, il mio sguardo si è posato su un fenomeno che in questi ultimi giorni sta emergendo sempre più prepotentemente: le persone che non rispettano la quarantena.

Senza
entrare nel merito delle azioni di ognuno, il filo conduttore che ho visto
legare molti di questi casi è (le virgolette sono d’obbligo) “l’impossibilità”
di restare a casa oltre un certo periodo.

Questo mi ricollega ad una frase che ho detto a una persona esattamente una settimana prima che cominciasse la quarantena: “devi imparare a tollerare la frustrazione del non poter uscire, perché se non ci pensi da sola potrebbe pensarci la vita al posto tuo e potrebbe non avere la clemenza che vorresti”. È inutile che vi dica che una settimana dopo, a quarantena cominciata, questa persona mi ha detto, con un risolino a metà tra il divertito e il preoccupato: “Giusti’ me l’hai tirata?”.

La
frustrazione, questa sconosciuta. O meglio: la frustrazione è una cosa brutta,
perciò va evitata.

In
realtà questa cosa brutta è il motore dell’essere umano, sia come singolo
individuo che come specie, e fa parte del processo di adattamento, quella cosa
strana per cui tutte le specie viventi continuano a esistere nel tempo mutando
continuamente (e non mi parlate di dinosauri perché è evidente che non si sono
adattati bene!).

Osservate le reazioni dei bambini quando viene loro impedito di ottenere l’oggetto a lungo bramato: alcuni si disperano, si buttano per terra, strillano, picchiano chiunque e qualsiasi cosa abbiano attorno (pure loro stessi), a volte anche per delle ore; alcuni invece, specie i più grandi, accettano più o meno di buon grado l’imposizione e trovano un modo alternativo di consolarsi e gratificarsi.

Quello che vedete in pratica non sono altro che prove tecniche di tolleranza alla frustrazione. In terapia un buon 60% di persone che arriva al mio studio ha necessità di lavorare sulla propria tolleranza alla frustrazione, e la prima cosa che tutti (o quasi) mi chiedono è: “ma scusa non si può levare?” Ebbene si, levare: perché purtroppo viviamo in un mondo che giorno dopo giorno ci insegna a centrarci sempre più su noi stessi e ci spinge, edonisticamente, a concentrarci su ciò che ci piace rifuggendo tutto ciò che ci provoca dispiacere.

Solo
che tutto questo non è reale. Questa non è vita. La vita è anche dolore, morte,
tristezza, paura, costrizione.

Mamma mia Giusti’ come sei pessimista!!”. No, sono realista.

Questo
non significa che me li devo andare a cercare gratuitamente, sia chiaro (e
fortunatamente il nostro istinto di sopravvivenza ci viene incontro); ma non
abbiamo neanche bisogno di farlo perché tanto saranno loro a cercare noi prima
o poi.

E quando arrivano che faccio Giusti’?” … “Stacce”.

Un
concetto così complesso e articolato ridotto ad una sola parola. Vedere gli
sguardi increduli delle persone a questa parola non ha prezzo. Siamo talmente
abituati a scansare ogni stimolo disturbante o negativo che ci si palesa
davanti da non saper affrontare quelli che non hanno intenzione di schiodare
quando lo diciamo noi. Ecco quindi che molte persone chiuse in casa possono
“uscire di testa” nel non poter fare quello che vogliono, quello che hanno
sempre fatto e che li fa stare bene. Perché l’unico modo che conoscono di
reagire è quello di aggirare l’ostacolo, creandosi e creando agli altri più
problemi di quelli avuti in partenza.

Tempo
fa vidi in rete un video bellissimo e molto commovente di un bambino che si
disperava per qualcosa e un adulto dietro di lui che, in silenzio, lo lasciava
fare, mantenendo attorno a lui uno spazio sicuro onde evitare che potesse farsi
male senza tuttavia impedire lo sfogo di queste emozioni. Con il passare del
tempo il bambino ha iniziato a calmarsi e a cercare conforto tra le braccia
dell’adulto, introiettando quella consolazione per poi imparare a consolarsi da
solo da adulto.

Imparare
a tollerare la frustrazione vuol dire imparare a consolarci per una perdita,
non fare finta che quella perdita non sia mai avvenuta, e non è una cosa
semplice. Ecco perché è una cosa che si dovrebbe imparare da bambini: è una
lezione di vita, un bagaglio per muoversi nel mondo. Non è una sconfitta, come
molti erroneamente pensano, per un motivo molto semplice: non puoi vincere
sulla vita. Puoi solo adattarti al suo soffio come fanno le canne al vento, per
ritrovare la tua strada, che nel frattempo si è modificata, per quanto tempo la
vita stessa te lo concederà.





Fame dell’Essere: una prospettiva Analitico – Transazionale sui disturbi dell’alimentazione.

Nella mia esperienza come terapeuta analista transazionale con clienti affetti da disturbi alimentari ho riscontrato scarsa consapevolezza su quanto complesse siano queste patologie e, soprattutto, quanto coinvolgano la vita di interi nuclei familiari.

Non ho la pretesa di esaurire l’argomento in questo spazio; vorrei bensì utilizzarlo per far luce su alcuni aspetti semplici ma fondamentali che caratterizzano questa gamma di disturbi, che hanno radici forti nell’esistenza stessa dell’essere umano e nel suo riconoscimento in quanto tale.

I disordini alimentari nascono come una modalità distorta di preservarsi e salvarsi da un male più grande, quello del non esistere e non essere riconosciuti nella propria originalità e unicità; attraverso questa distorsione la persona trova un luogo (il corpo) dove spostare il peso della propria sofferenza, continuando così a esistere e affermarsi. Nonostante l’intelligenza e la creatività spiccata, queste persone non hanno trovato altra soluzione per salvare la propria mente oltre quello di sacrificare il proprio corpo.

Ciò è valido per tutte le varianti del disturbo, dall’Anoressia Nervosa alla Bulimia Nervosa al Binge Eating Disorder.

L’infanzia delle persone candidate a sviluppare un disturbo alimentare è spesso caratterizzata da famiglie molto presenti che danno più importanza nell’educazione della prole al Fare, dimenticandosi del loro Essere. Ogni essere umano ha bisogno di riconoscimento in ciò che fa ma soprattutto per ciò che è. Queste variabili determinano un senso di esistenza, intesa come riconoscimento soggettivo del proprio esser-ci, essere-in-relazione, identificarsi. Io esisto in quanto (ad esempio) tu riconosci (e mi attribuisci) il mio essere simpatico, oppure esisto in quanto sono stato bravo nello svolgere il mio compito correttamente a scuola, perché tu mi dici che il compito che ho svolto valeva un bel voto.

In queste famiglie l’Essere del figlio viene sacrificato in favore dell’eccellenza, del saper fare, dell’essere il migliore. Ci si preoccupa dell’agire dei figli, del loro valore in quello che fanno, ma poco del sapere come essi sono stati durante quell’esperienza, o semplicemente di chiedere “come stai?”.

Il figlio cresce sperimentando un senso di inadeguatezza e fallimento nel non accontentare i genitori nelle loro richieste, in quanto le uniche carezze (nel significato Berniano di unità di riconoscimento sociale) positive arrivano attraverso le sue performances. Intuito ciò col passare del tempo il giovane tenderà a concentrarsi sulle richieste genitoriali di valore e eccellenza, onde evitare la delusione parentale: asseconderà così durante la crescita le abilità del fare e del pensare a scapito di una parte di sé sentita e vissuta emozionalmente con sede (specie nei primi anni di vita) nel corpo, poco o nulla valorizzata dalla famiglia e conseguentemente dal figlio stesso.

In questo modo comincia a delinearsi un primo nucleo scollato di Sé, una scissione tra la sfera cognitiva (mente) e quella emotiva (binomio corpo – emotività).

In chiave analitico – transazionale questo scollamento si mostra nel Bambino Interno non ascoltato (sfera emotiva) e nell’Adulto “Normativo” che determina l’agire dell’individuo (sfera cognitiva).

In pratica la modalità comunicativa dei genitori – tipo di un soggetto predisposto allo sviluppo di disordini alimentari stabilisce, in ordine di importanza: “prima vediamo come ti comporti fuori e cosa mostri, poi (forse) vedrò come ti senti (dentro)”. Di conseguenza il figlio tenderà a utilizzare come guida nella propria vita questa priorità, poiché la riconoscerà come unica possibile (dal momento in cui la famiglia non ne ha mostrato altre da poter essere prese come confronto per lo sviluppo di alternative durante la crescita).

Prendiamo ad esempio lo sport nei bambini e valutiamo due reazioni genitoriali tipiche. Possiamo ritrovare il genitore contento della partita del figlio ma anche preoccupato di sapere come si è sentito nell’avere sbagliato un rigore, prendendosi cura della sua delusione e tristezza per aver magari compromesso il risultato per la propria squadra; oppure possiamo trovare il genitore attento alle prestazioni del proprio figlio premiando risultati e rimarcando le responsabilità di questo negli obiettivi mancati, considerandolo poco dedito all’allenamento senza considerare le esigenze del suo corpo in formazione, quali ad esempio necessità di riposo o di espressività non controllata che fanno parte di uno sviluppo psico-fisico sano ed equilibrato.

Il corpo è quindi visto in questo caso solamente come un mezzo, un tramite attraverso cui raggiungere risultati. Non si considera invece che, dalla nascita in poi, il corpo è la sede del primo Sé e come tale si esprime e ha esigenze proprie. Non avendo ancora una padronanza di linguaggio (totale o parziale a seconda dell’età) è attraverso il corpo che il bambino prima e l’adolescente poi esprime se stesso.

I primi anni di vita dello sviluppo sono infatti responsabili della crescita armonica del corpo che, mentre il nostro cervello si prepara a consolidare la leadership in futuro, esprime il nostro sentire molto prima della comparsa del linguaggio così come lo conosciamo. Il linguaggio corporeo diventa parte integrante della nostra memoria e esperienza, inscritto nella nostra postura, fonte di ispirazione negli anni a venire.

Nel momento in cui qualcosa si interrompe in questo passaggio delicato si inizia a preparare un terreno fertile per l’insorgenza di un disturbo alimentare in futuro. Da qui lo scollamento del binomio mente – corpo, che col passare del tempo vedrà tracciata una linea di separazione sempre più netta.

Se le proprie emozioni tendono a contrastare le necessità Genitoriali, al fine di evitare l’esclusione o la non accettazione il bambino tenderà a costruire atteggiamenti compiacenti scegliendoli accuratamente sulla base dei risultati portati e seppellendo le proprie emozioni, quelle autentiche, nel corpo. Ecco creato un primo Copione di Vita (un piano di vita basato su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli avvenimenti successivi e che culmina in una scelta definitiva), nel quale vado bene se compiaccio (faccio quello che loro mi chiedono, mente – fuori), mentre quello che sono non va bene (sono sbagliato a essere come sono, corpo – dentro).

Come premesso, questo è uno dei tanti meccanismi che sottendono l’insorgenza dei disturbi alimentari. Ho scelto consapevolmente di concentrarmi su questo aspetto per un motivo: è molto semplice infatti trovare famiglie con queste caratteristiche. Senza farne un discorso di colpa o responsabilità per il passato (poiché anche i genitori hanno un passato e trasmettono ai figli ciò che a loro volta hanno appreso), è loro dovere considerarla come responsabilità verso il presente. Non solo per garantire ai figli una crescita serena che possa esprimere al meglio il loro potenziale di crescita e favorire lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, ma anche per i genitori stessi: liberarsi da aspettative di eccellenza e ri-focalizzarsi su una relazione basata sul vedersi per ciò che si è può favorire lo sviluppo di rapporti interpersonali sani, felici e forti.