Ho appena appreso della morte dell’Architetto Paolo Portoghesi e immediatamente il mio pensiero è andato agli anni dal 1981 al 1985, quando in qualità di collaboratore della MEFIT Consulting Engineers mi trovai a collaborare con l’Ing. Vittorio Gigliotti, Fondatore della MEFIT, e con l’Arch. Paolo Portoghesi, Progettista e responsabile del Settore Architettura. Naturalmente, anche se da semplice collaboratore/disegnatore, ero spesso a contatto con l’arch. Portoghesi, anche per l’importanza dei due progetti in quel momento in corso: il nuovo aeroporto di Kartoum in Sudan e la Moschea e Centro Islamico di Roma. Devo ammettere che per me, essendo alle prime armi in tutti i sensi, oltre al piacere di poter lavorare ed imparare “il mestiere” c’era anche l’orgoglio di dare il mio piccolo contributo in due progetti assolutamente importanti, ma soprattutto, progetti già in via di costruzione come poi è avvenuto. Ma il ricordo più simpatico avuto con lui è stato quando andai a casa sua per portargli il libro che avevo scritto e sapere cosa ne pensava. Lui con molta naturalezza però mi portò nel retro della sua casa dove c’era uno spazio ampio all’aperto dove allevava Asini.Quella, mi fece capire, era la sua passione nascosta, di cui effettivamente, almeno io, non ero a conoscenza. A quel punto mi disse di lasciargli il libro sul tavolo perché lo avrebbe guardato con calma. Cosa che feci dopo averlo salutato e ringraziato cordialmente. Non ho mai saputo se aveva mai dato uno sguardo al mio libro e non ho mai avuto il coraggio di chiederlo. Ho preferito restare tra “color che son sospesi”.
Paolo Portoghesi – Aula Università di Architettura a Valle Giulia, RomaLa Moschea, interno – Roma
Un piccolo Ricordo/Omaggio ad un Maestro scomparso da poco. Vittorio Gregotti
Nel mese di Luglio del 2017 ho avuto il piacere di conoscere il giornalista Francesco Erbani (la Repubblica), in occasione di alcuni incontri sulle problematiche che pone, all’interno della città, un edificio come quello di Corviale.
Un giornalista, sempre molto attento e consapevole dell’importanza dell’architettura all’interno dello sviluppo e della crescita delle città, in quanto direttamente legata alla qualità della nostra vita, che intervistava Vittorio Gregotti, uno dei più importanti architetti italiani.
C’era anche un motivo che rendeva particolare quell’intervista, perché la “Gregotti Associati”, fondata nel 1974, con lavori in Italia e nel mondo, si apprestava a chiudere.
Il motivo non era solo anagrafico, per i 90 anni di Vittorio Gregotti, ma anche perché:
” L’architettura non interessa più a nessuno”.
Come disse il Maestro, persino sorridendo, nel salotto della sua casa milanese, per nascondere la cocente delusione e ponendosi una evidente e tormentata domanda:
“Ma cosa sta succedendo nel nostro mondo?” Una società immobiliare decide se, con i soldi dell’Arabia Saudita, investire a Berlino, a Shanghai o a Milano, a seconda delle convenienze. Stabilisce il costo economico, compie un’analisi di mercato, fissa le destinazioni. E alla fine arriva l’architetto, a volte “à la mode”, al quale si chiede di confezionare l’immagine”.E a chi insisteva che il nostro futuro sarebbe stato la tecnologia, si contrapponeva la dialettica con il passato, con i luoghi in cui si realizzava un’architettura. Ciò che preesisteva non andava ignorato, anche nel caso in cui il nuovo fosse un’eccezione. Ma oramai anche “il postmodern” è un’ideologia tramontata, che ha avuto però effetti significativi. Si è interpretato in modo ingenuo il rapporto con la storia, non ponendosi nei suoi confronti in termini dialettici, ma adottandone lo stile. E l’involucro è stato considerato indipendente dalla funzione di un edificio.
«Guardi ! Questo è il Centro di ricerca progettato a Las Vegas da Frank Gehry
Gehry è un mio amico, ma ha superato ogni limite nel rapporto fra contenuto e contenitore. «Il suo fine è la trovata, la calligrafia, senza rapporto con la funzione.
Queste sono architetture popolari, d’altronde se non fossero popolari non potrebbero esistere. Contengono un messaggio pubblicitario.
Anche nel Seicento le facciate barocche delle chiese lo contenevano, ma si riferiva ad un universo spirituale. Qui è la moda a dettare le prescrizioni».
– Ma le viene rinfacciato il quartiere Zen a Palermo: c’è chi ne invoca la demolizione.
«Lo Zen avrebbe dovuto essere diverso da quel che è stato, una parte di città e non una periferia. Palermo ha il centro storico, le espansioni otto-novecentesche e poi doveva esserci lo Zen, con residenze, zone commerciali, teatri, impianti sportivi.
Doveva possedereun’autonomia di vita che non si è realizzata». «Io non sono per demolire lo Zen o Corviale. Sono per demolire il concetto di periferia, non basta il rammendo.
– Ci siamo illusi in quegli anni di poterlo realizzare?
È vero, ci siamo illusi di costruire quartieri mescolati socialmente, dotati delle attrezzature che ne facevano, appunto, parti di città e non luoghi ai margini.
Rispondevamo a un’emergenza abitativa.
Ma se noi ci siamo illusi, quello che contemporaneamente si costruiva o quello che è venuto dopo cos’è stato se non la coincidenza fra interessi speculativi e l’annullamento di ogni ideale progettuale?
Corviale ha un’idea, che andava realizzata. Non è solo un tema d’architettura».
– Le piace la Nuvola di Fuksas?
«Assolutamente no».
– Come guarda ai futuri architetti?
«Mi preoccupa il loro disorientamento.
Vengono spinti a coltivare una pura professionalità, a saper corrispondere alle esigenze del committente, oppure ad avere una formazione figurativa stravagante e capace di essere attraente. È pericoloso l’abbandono del disegno a mano.
Con il computer si è precisi, è vero, ma non si arriva all’essenza delle cose.
I materiali dell’architettura non sono solo il cemento o il vetro.
Sono anche i bisogni, le speranze e la conoscenza storica».
Vittorio Gregotti purtroppo ci ha lasciato nel 2020.
Dall’ intervista di Francesco Erbani a Vittorio Gregotti nel mese di Luglio del 2017.
Immagine di copertina: Vittorio Gregotti (Photo by Leonardo Cendamo/Getty Images)
Liberamente tratto dal Libro: Will Alsop – “more noise” A cura di Alessandra Orlandoni – Tom Porter
“Beatles o Rolling Stones ?” – “Pelè o Maradona?”
Circa 2 anni fa nel 2019, alla Casa dell’architettura di Roma, Sede dell’Ordine degli Architetti, fu inaugurata una mostra delle opere (architetture, pitture, plastici e video) di Will Alsop con “Lectio Magistralis” dell’eclettico e visionario architetto britannico introdotta da Fuksas (intervento irrilevante e di circostanza) e con presentazione del primo libro su Alsop scritto a quattro mani dall’architetta e critica Alessandra Orlandoni e dall’Accademico dell’Università di Oxford Tom Porter, prematuramente scomparso l’anno scorso.
Per chi come me appartiene alla stessa generazione di Alsop, questo “splendido settantenne” ha rappresentato da sempre l’eccezione che conferma la regola che l’architettura è arte ma non può essere solo arte, soprattutto perché sarebbe riduttivo pensarla tale, per la grande valenza sociale e l’importanza che ha nel determinare la qualità della nostra vita. Per questo motivo Porter nella sua introduzione paragona Alsop ad un artista del Rinascimento, periodo storico in cui le qualità di architetto, pittore e scultore erano spesso possedute dalla stessa persona prima che, dal successivo periodo Barocco, cominciasse la separazione tra arte e architettura.
Per Porter,Alsop “…incarna una nuova e singolare specie di architetto, la cui inclinazione professionale è chiudere la breccia tra arte ed architettura, condensando scultura, pittura e progettazione di edifici in un singolo gesto”. Tutto ciò trova conferma nelle stesse parole di Alsop: “…more noise non si occupa di edifici ma piuttosto del pensiero che sottende l’architettura e dell’atmosfera da essi generata – l’effetto che gli edifici hanno sull’ambiente, sulla vita delle persone e la percezione che queste hanno dell’ambiente fisico che le circonda. …Non credo nell’architettura pura. Preferisco un’architettura “corrotta”, che non si ferma al progetto ma dialoga con il contesto. Che invita ed incoraggia l’intervento di artisti, o anche solo di chi ci abita. L’architettura non è solo risolvere problemi tecnici. Nei miei edifici vedo persone felici, che li amano e li usano.
Se succede, vuol dire che quello che ho fatto è giusto”.
Forse basterebbero queste poche frasi per capire che Alsop era un predestinato, un architetto ed un artista che con le sue opere avrebbe fatto parlare di sé, “…in positivo o in negativo non ha importanza purché non si cada nell’indifferenza”, come ama ripetere. E lo si poteva prevedere già nel 1977 quando a soli 23 anni, ancora studente dell’Architectural Association di Londra, non avendo i requisiti per partecipare al concorso internazionale per il “Centre Georges Pompidou”, a Parigi, deve chiedere al suo tutor, Dennis Crompton, di iscriversi in sua vece, utilizzando il suo progetto, che aveva elaborato da solo, con il quale si aggiudica il II premio dietro i vincitori Piano & Rogers, ma battendo lo Studio Foster & Partners relegati al III posto.
“…un progetto che era pura anti-architettura, per ribadire l’idea che l’architettura moderna era un totale disastro, proponendo che il museo non fosse affatto un edificio, ma un grande spazio verde aperto e modellato come l’ondulato paesaggio parigino, comprensivo di due colline e una valle sotto le quali i servizi del Centro sarebbero stati interrati”.
Coinvolgente e straordinariamente efficace quando descrive la “genesi” di un progetto.
“…Tutto comincia sempre da un foglio di carta bianco, non è forse così?…Il niente è il punto di partenza del progettare. L’inizio è sempre la tabula rasa che si infrange nell’istante in cui un’idea è trasferita dalla mente a una qualsiasi forma esterna…una parola, qualche riga di prosa, uno scarabocchio, uno schizzo o un’immagine, un diagramma”.
Peckham Library (Londra)
Per Alsop nella progettazione architettonica il diagramma concettuale, quale descrizione del processo mentale, è fondamentale ed i disegni sono addirittura oggetto di collezionismo e di mostre prestigiose, giocando un ruolo fondamentale nelle presentazioni di architettura, specialmente per la comunicazione dei concetti generatori al pubblico. Ad avvalorare questa tesi di Alsop, Tom Porter ricorda che: “…Charles Moore usava, come Picasso, scarabocchiare gli spunti progettuali su un tovagliolo mentre mangiava; che “…in una conferenza ad Oxford, negli anni “80”, chiese a Niemeyer se era vero che avesse schizzato le prime forme degli edifici di Brasilia sul retro di una busta o era una leggenda”, ricevendo come risposta un “No, non è corretto. Ho fatto lo schizzo sul retro di un pacchetto di sigarette”, ed infine che “…Louis Kahn definiva questi segni iniziali, questi gesti che si tende a considerare casuali ed accidentali “il seme progettuale”, perché in realtà sono le prime manifestazioni di un’idea progettuale in embrione e possono essere addirittura profetiche e rappresentare l’essenza di un’architettura.
Altro aspetto fondamentale per Alsop è il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini e della gente comune nelle scelte progettuali. Consultare il pubblico oggi è diventato di moda. Ma la maggior parte delle consultazioni pubbliche riguarda mere questioni astratte e processi burocratici – azioni insignificanti.
Goldsmith College (Londra)
“…Viviamo in una società costellata da studi di fattibilità che non danno alcun risultato…Fate sedere le persone e chiedete loro di mostrarvi come vedono un edificio, lavorate con loro, sviluppate le idee, mostrate loro le vostre. La progettazione è un processo esplorativo, come la pittura. I concetti emergono lavorando – non si deve arrivare con idee preconcette riguardo il risultato del progetto”.
A sinistra: Blackfriars bridge (Londra); a destra: Chips (Manchester)
Anche in questi processi Alsop dimostra di essere un innovatore, per quanto riguarda la comunicazione, al passo con i tempi, come testimonia il bellissimo video realizzato per la riqualificazione e la rigenerazione urbana di un “pezzo” della città di Bradford.
Alla fine della sua lezione che, tanto per non smentirsi, aveva aperto chiedendo un bicchiere di vino rosso. Una lezione condita purtroppo dalla solita carrellata di progetti realizzati e non, con poche spiegazioni ed una “vagonata” di immagini a cui nemmeno lui è riuscito a rinunciare, e che resta l’unico neo forse di un pomeriggio molto “cool”. Mi sono avvicinato per farmi firmare il suo libro e mentre ci ringraziavamo a vicenda i nostri occhi per qualche secondo si sono incrociati. Occhi che pur non essendo grandi colpiscono e scrutano con uno sguardo di “dolce follia” e accompagnano un corpo che dichiara apertamente oltre all’età che Alsop nella sua vita, come si suol dire, non si è fatto mancare nulla. Quindi senza proferire parola e con un solo sguardo in quel momento Alsop ha risposto alle mie domande iniziali che per noi “ragazzi dell’altro secolo” costituivano il nostro “tormentone”. “Beatles o Rolling Stones? – Pelè o Maradona? Lui è sicuramente per i Rolling Stones e per Maradona, ma da uomo/artista/architetto eclettico e curioso apprezza ed anche tanto i Beatles e Pelè perché, aldilà dei gusti e delle inclinazioni personali, si è di fronte a persone non comuni che nel loro “mestiere” hanno scritto la storia della musica rock e del calcio, siamo di fronte a dei veri “fuoriclasse”… come lui.
Will Alsop
… ma Trilussa lo aveva scoperto già cento anni fa
La formazione dell’attuale “Governo Draghi” è stata, a mio parere, l’ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse ancora bisogno, di quanto sia difficile, almeno per una buona parte del ceto politico, resistere al richiamo delle Sirene di un facile arricchimento, non solo di natura strettamente monetaria. Perché il tutto è sempre originato da incarichi politici spesso dovuti ad una facile operazione di trasformismo. Situazioni che poi vengono ammantate da incredibili e a volte ridicole giustificazioni di natura politica senza capo né coda, che quasi mai riescono a nobilitare scelte che sono di potere e di soddisfacimento di ambizioni soprattutto a titolo personale. Infatti come accennato sopra basta aver seguito la formazione dell’ultimo Governo in carica da qualche settimana, per comprendere che neanche una persona con autorità e carisma, come sempre è stato dipinto Mario Draghi, sia riuscito a sottrarsi al cosiddetto “mercato delle vacche”. Come purtroppo viene oramai definito quello che dovrebbe essere una normale assegnazione di incarichi politici, secondo competenze e capacità. Senza spartizioni che invece derivano ancora dal famoso “manuale Cencelli”, di rito democristiano se non ricordo male.
Dove gli incarichi erano direttamente proporzionali al peso politico di ogni partito, e/o addirittura in base al peso politico delle correnti esistenti all’interno dello stesso partito.
Detto questo è stato veramente sorprendente scoprire che, più di 100 anni fa, un grande poeta dialettale come Trilussa riusciva, con pochi versi, a dipingere con leggerezza, ma anche a dissacrare con grande ironia, quella che noi oggi chiamiamo appartenenza politica. Un’appartenenza che, già allora, evidentemente, mostrava tutta la sua fragilità quando veniva messa di fronte ad una scelta dove, dall’altra parte, c’era un miglioramento, soprattutto a titolo personale, sia dal punto di vista politico che da quello economico. In ogni caso, la cosa più triste, a mio modo di vedere, che mi sembra del tutto evidente, è che in questo breve ritratto, il Poeta non salva proprio nessuno.
LA POLITICA – (1915)
Ner modo de pensa’ c’è un gran divario:
mi’ padre è democratico cristiano,
e, siccome è impiegato ar Vaticano,
tutte le sere recita er rosario;
de tre fratelli, Giggi ch’è er più anziano
è socialista rivoluzzionario;
io invece so’ monarchico, ar contrario
de Ludovico ch’è repubbricano.
Prima de cena liticamo spesso
pe’ via de ‘sti principi benedetti:
chi vo’ qua, chi vo’ là… pare un congresso!
Famo l’ira de Dio! Ma appena mamma
ce dice che so’ cotti li spaghetti
semo tutti d’accordo ner programma
Carlo Alberto Salustri / TRILUSSA – (1871 – 1950)
SIAMO RIMASTI SENZA PAROLE !!!
Purtroppo non è una battuta, ma è la pura verità.
Perché è proprio quello che mi è accaduto dopo aver letto su D di Repubblica, di un po’ di tempo fa, la risposta data da Umberto Galimberti che da sempre ha uno spazio per rispondere ai lettori del giornale, ad una persona che gli poneva questo quesito:
“Troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano ad esprimersi oralmente”. Questa è una frase di un documento che 600 Docenti universitari, Accademici della Crusca, Storici, Filosofi, Sociologi ed Economisti, già nel 2017 hanno inviato al Governo ed al Parlamento per denunciare il problema.
“…..Che vergogna sentirsi dire che commettiamo errori appena tollerabili in terza elementare. Facciamo fatica ad esprimerci, non leggiamo, non sappiamo riassumere un testo, e in molti pensano che saper scrivere sia ormai inutile in un mondo in cui a contare non sono più le parole, ma le immagini. Anche se è il linguaggio verbale che ci distingue dagli animali, e ci rende idonei ad elaborare un pensiero complesso e ad esprimerlo a parole”.
Infatti Galimberti risponde che: “nel 1976 il linguista Tullio De Mauro aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale. Il risultato fu circa 1.600 parole.
Lo stesso sondaggio ripetuto 20 anni dopo nel 1996, disse che i ginnasiali ne conoscevano circa 600 / 700 di parole.Se lo dovessimo ripetere oggi credo che non si andrebbe oltre le 300 parole. È un problema? Galimberti risponde che è un grosso problema.
“Perché come aveva evidenziato Heidegger, noi riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo. Perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare. Quindi la conclusione di Galimberti è che quello che sta avvenendo forse è dovuto al fatto che negli ultimi trent’anni siamo passati ad una fase dove le cose che sappiamo, dalle più elementari alle più complesse, non le dobbiamo necessariamente al fatto di averle lette da qualche parte. Ma le abbiamo solo viste in televisione, al cinema, sullo schermo di un computer, oppure sentite dalla viva voce di qualcuno, dalla radio o da un amplificatore inserito nelle nostre orecchie e collegato ad un walkman.
Ma la cosa, a mio modesto parere, è ancora più grave se si pensa per esempio al mezzo più comunicativo che oggi si usa anche a livello istituzionale perché è diventato in assoluto quello più popolare, più immediato, ma soprattutto più veloce, cioè FACEBOOK.
Quindi è tutta la comunicazione in generale che ha subìto un ridimensionamento imposto dalla velocità con cui deve viaggiare, purtroppo, anche a livello professionale e delle Istituzioni. Un virus, per fortuna non letale come il Covid, ma che ha contagiato quasi tutta la sfera della comunicazione. Basta guardare e soprattutto sentire le conduttrici e/o i conduttori di programmi televisivi, alcuni anche di grande successo. Oramai parlano come fossero delle mitragliatrici e spesso ti accorgi in alcuni passaggi ed in alcuni atteggiamenti che sono molto più preoccupati del tempo impiegato per trattare alcuni argomenti, che del contenuto degli argomenti stessi. Un atteggiamento inaccettabile a mio parere, specialmente quando si tratta di argomenti importanti e/o delicati che non possono essere mortificati da una comunicazione frettolosa e poco comprensibile.
Ma tutto questo naturalmente ha come al solito al centro il denaro e basta. In un programma televisivo più inserti pubblicitari inserisci e più guadagni. Quindi i contenuti del programma devono subire dei ridimensionamenti o addirittura dei tagli, affinché vi siano degli adeguati spazi pubblicitari. E chi se ne frega se poi il programma diventa uno “SPEZZATINO”, per alcuni versi e soprattutto per molti spettatori, poco comprensibile.
Così iniziava “L’anno che verrà”, una delle più belle canzoni di un grande e mai dimenticato artista come LucioDalla. Lui apparteneva alla generazione precedente alla mia, quella degli anni ’40, quella definita post-guerra. Infatti un’altra delle sue canzoni più famose aveva proprio come titolo la sua data di nascita “4 Marzo 1943″. Fu proprio quella generazione che cominciò ad esprimere un nuovo modo di fare musica modificando radicalmente la cosiddetta “canzone all’italiana”, che per decenni era stata quasi una scuola, diventata famosa nel mondo anche per i suoi principali stereotipi come cuore, sole e amore. Infatti il cambiamento che stava avvenendo non riguardava solo la musica, ma soprattutto i testi delle canzoni, sulla scia di quanto stava succedendo nel mondo, in particolare in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America, dove oltre all’amore che naturalmente non poteva mancare, cominciarono ad essere presenti, in queste canzoni, testi che affrontavano tematiche dai contenuti di carattere politico e sociale, quelle che poi verranno chiamate le canzonidiprotesta. Una vera e propria rivoluzione alla quale anche l’Italia, la patria del bel canto, non ebbe nessuna possibilità di sottrarsi.
Una rivoluzione, come già detto, che rivolse le sue attenzioni di cambiamento prima soprattutto alla musica. Ma da un certo momento in poi, i testi e gli argomenti, specialmente quelli di natura socio-politica, presero il sopravvento. E fu così che il potente mix di musica e testi ebbe la forza di spingere ed accompagnare, sia i ragazzi degli anni ’40 che quelli degli anni ’50, nel coltivare quel terreno che diventò immediatamente fertile, ma, purtroppo, con uno sviluppo assolutamente imprevedibile. Perché su quel terreno si poggiarono le basi di quella che fu la vera rivoluzione sotto vari aspetti. A partire soprattutto da quello politico, che poi culminò e diede la stura a tutto quello che, in seguito, entrò a far parte, nel bene e nel male, della rivolta del “68” e degli anni che seguirono, poi catalogati come “gli anni di piombo”.
Questo “cappello” è servito per parlare, alla fine, di un articolo che mi ha molto colpito, di AngelaLantosca, editorialista della rivista ACQUA&SAPONE. In questo articolo del 20 Marzo intitolato proprio “Caro amico ti scrivo…” la Lantosca, che ci ha permesso di riprenderne una parte importante, si pone e credo soprattutto ponga, ai suoi lettori, una serie di interrogativi su quello che credo sia da considerare oggi senza alcun dubbio la rivoluzione degli anni 2000 e cioè l’avvento dei Social. Una rivoluzione che ha cambiato profondamente le nostre vite, ma sulla quale già ci si interroga per quello che è diventato oggi il mondo dei social e soprattutto del suo utilizzo.
…Che bisogno c’è di avviare conversazioni on line, quando potreste chiamare la persona amica? … Perché condividere stati d’animo su questioni personali nei commenti pubblici sotto una foto? … Perché pensate sia necessario dire a tutti che siete in ospedale, quando potreste comunicarlo in privato alle persone della vostra vita? (che si presuppone già lo sappiano e vi siano accanto) … Perché invece di fare pochi chilometri e raggiungere chi volete bene, preferite un comodo like da casa sotto una foto magari anche ritoccata?
… Sembra un paradosso, ma da una parte i social hanno aperto le nostre case, non prevedendo più il privato, o meglio mostrando un privato taroccato da una fittizia rappresentazione esteriore. Dall’altra hanno come alzato dei muri rispetto ai rapporti reali, spingendoci a non fare più ciò che fino a qualche anno fa ci sembrava naturale:
– chiamare le persone della nostra vita, – sentire la voce, – organizzare un incontro, – fare di tutto per intercettarsi lungo le strade. I social apparentemente abbattono i confini, ma nella realtà alzano muri. Non sarebbe meglio tornare ad incontrarsi nel mondo reale?
Angela Lantosca
Cara Angela, sono perfettamente d’accordo con lei.
Anche perché proprio questo profluvio esagerato di comunicazione attraverso le parole, ma soprattutto le immagini, che spesso non hanno nessuna giustificazione, ha scatenato, per fortuna in una, credo e spero, minoranza di persone, i peggiori istinti provocatori ed in qualche caso anche diffamatori. Cosa che forse potevamo in qualche modo immaginare, ma non a questi livelli. È come se questo mezzo di comunicazione che avrebbe dovuto funzionare principalmente da filtro, sotto tutti gli aspetti, ad un certo punto, invece, abbia annullato quasi del tutto i cosiddetti freni inibitori che prima, in qualche modo, riuscivano a contenere le nostre esagerazioni emotive e sopratutto quelle verbali. Lo dico da persona matura, che non frequenta i social e che non ha mai avuto un profilo, né su Facebook, né su nessun altro social, e sinceramente devo anche ammettere di non averne mai sentito il bisogno, per una mia libera scelta. Invece qualcuno mi ha detto che se non sono sui social allora non esisto. E questo è proprio il tipico esempio di quanto “peso” abbia assunto per alcuni la presenza sui social.
Anche perché non credo proprio che oggi manchino i mezzi per comunicare, a cominciare dagli stessi telefonini con i quali, oltre che per entrare su Facebook, si possono inviare lo stesso messaggi, foto e video. Ma forse proprio qui sta la differenza, secondo il mio modesto parere. Perché il messaggio, o la foto tramite telefonino, per certi aspetti hanno un sapore più democratico, in quanto la comunicazione è principalmente basata su uno scambio, prima di tutto quasi immediato, che possiamo considerare paritario, di informazioni, ma anche di foto e video, che hanno nella maggior parte un carattere più generalista, di varia intensità e contenuto. E poi, proprio per la sua natura di strumento veloce e sintetico, non ti permette di essere prolisso e/o troppo loquace. Al contrario dei social come Facebook o Instagram che sia, che sono strumenti tarati principalmente sugli aspetti e sulle virtù personali che vengono solleticate purtroppo proprio dalla “Moneta dei Like” distribuiti da chi ci segue ed apprezza quello che facciamo e/o diciamo. Una moneta diretta perciò non a riempire le nostre tasche, a parte quelle di alcuni/e cosiddette INFLUENCER, di cui, ho scoperto che, in una classifica a livello nazionale, nei primi 15 posti, 11 sono occupati (purtroppo o per fortuna non saprei dire) dalle donne. Quindi i Like servono soprattutto ad alimentare le aspettative di visibilità e di gradimento della comunicazione e/o delle performance sia dialettiche che comportamentali, direttamente collegate al numero più o meno sufficiente di questa moneta. Sarò probabilmente un “matusa”, come si diceva ai miei tempi, per indicare qualcuno che era vecchio, non tanto anagraficamente, ma perché non era al passo con i tempi e con quello che stava avvenendo allora. Ma l’uso spesso distorto che si fa di questo strumento, lo trovo, da matusa naturalmente, quasi un’aberrazione capace infatti, troppe volte, magari forse anche inconsapevolmente, di trasformare dei pacifici e normali Dottor Jekyll in tanti piccoli Mister Hyde.
IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI
Domani saranno 40 gli anni trascorsi da quella terribile strage alla Stazione Centrale di Bologna che, alle ore 10 e 25 del 2 Agosto 1980, sconvolse l’Italia intera e non solo. “La strage di Bologna, è stato, tra i tanti, forse il più grave atto terroristico avvenuto in Italia, dopo quello del 12 Dicembre 1970, a Milano, alla Banca dell’Agricoltura, in Piazza Fontana. Esecutori materiali furono alcuni militanti di estrema destra appartenenti ai N.A.R., (Nuclei Armati Rivoluzionari), tra cui Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Gli ipotetici mandanti sono tuttora sconosciuti, ma furono rilevati collegamenti con la criminalità organizzata e i servizi segreti deviati. Nell’attentato morirono 85 persone ed oltre 200 rimasero ferite.”
Il ricordo della strage di Bologna mi è tornato in mente, quasi in maniera automatica, nel rivedere il quadro che Renato Guttuso dipinse proprio dopo quella strage. Guttuso, rifacendosi ad un dipinto di fine 700 del pittore spagnolo Francisco Goya, volle riproporre, con la sua pittura forte e piena di pathos, dove il colore è un protagonista assoluto, l’immagine di quella creatura mostruosa, dispensatrice di violenza e di morte, che si annida in ognuno di noi e che è sempre pronta ad esplodere tutte le volte che la ragione si addormenta.
La strage di Bologna fu uno degli ultimi attentati che accompagnarono il nostro Paese verso la chiusura definitiva di quella pagina tragica della nostra storia, oramai catalogata come gli anni di piombo che, dal 1964 al 1982, segnarono profondamente l’Italia con quella che fu poi definita la strategia della tensione.
Una serie di attentati e di stragi, di matrice prevalentemente di destra, alle quali non furono estranei gli apparati dello stato ed i Servizi segreti deviati, come dimostrarono poi le sentenze di vari processi.
Un programma di strategia eversiva, come si legge nei rapporti informativi di Guido Giannettini, giornalista fascista e agente del SID (Servizio segreto militare), con la decisione presa da ambienti politici ed economici italiani, appoggiati anche da ambienti stranieri, tra cui quelli americani, per procedere alla sostituzione del centrosinistra in Italia con una formula sostanzialmente centrista da attuare anche con gruppetti isolati di neofascisti, pronti a mettere bombe, finanziati da gruppi industriali del Nord Italia. ”Gli 11 anni di stragi: il filo nero, le bombe e i fantasmi di Moro”. (Gianni Barbaceto / Il Fatto Quotidiano, 9 Marzo 2020).
Una di queste stragi, che avvenne solo due anni prima di quella alla stazione di Bologna fu appunto, nel Marzo del 1978, il rapimento el’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta, da parte delle Brigate Rosse. Quell’attentato scrisse anche la parola fine, come si evince dai documenti di cui sopra citati,su quel tentativo di formare un nuovo governo, fuori dai soliti schemi tradizionali, che aveva preso poi il nome di Compromesso storico. Era stato Enrico Berlinguer, Segretario del Partito Comunista Italiano, che proprio per fronteggiare la gravissima situazione creata dall’attività terroristica di quelle frange estreme, soprattutto a destra, legate a movimenti ed organizzazioni extraparlamentari, nel 1977 formulò una delle proposte più imprevedibili, ma di grande spessore politico-strategico, di tutta la storia del nostro Paese.
Alla Democrazia Cristiana del Presidente Moro, che guidava l’Italia con governi di centro-sinistra, grazie al sostegno del Partito Socialista di Craxi e degli altri partiti minori (Repubblicano, Social/Democratico e Liberale), Berlinguer propose un governo disolidarietà nazionale con l’appoggio esterno del PCI. Naturalmente né a Berlinguer e né tanto meno a Moro (due “Giganti” per come ci appaiono oggi di fronte, purtroppo, alla miseria del personale politico odierno) passava per la testa di fondere i due più grandi partiti, non solo numericamente, del dopoguerra. Le due più importanti correnti di pensiero politico presenti allora nel nostro paese, quella cattolica e quella comunista, per dare vita al cosiddetto partito della nazione. Un mostro appunto, a mio modesto parere. Un mostro che invece poi conquistò alcuni fuoriclasse come per esempio Rutelli e Veltroni tanto per fare qualche nome. Ma bisogna dire che purtroppo ce ne erano tanti in giro in quel periodo storico, che erano entusiasti di quella che, ironicamente, mi permetto di chiamare “la soluzione finale”. Infatti sappiamo tutti come è andata a finire, dalla Margherita al PD fino a tutto quello che la storia più o meno recente ci ha raccontato. In ogni caso, facendo ammenda di qualche imprecisione che la mia non più giovane memoria potrebbe avermi suggerito, da qualsiasi punto la si voglia guardare questa storia, rimane il fatto che da un potenziale consenso intorno al 60% che portavano in dote insieme la DC ed il PCI, dopo “l’abbraccio mortale” e le varie composizioni e scomposizioni, siamo alla fine approdati al PD, cioè il Partito Democratico, che a stento oggi riesce a superare il 20% dei consensi. “La montagna aveva partorito il topolino”. Forse sarebbe bastato rivedersi qualche film di Peppone e don Camillo (interpretati da due grandi attori come Gino Cervi e Fernandel) personaggi usciti dalla penna di Guareschi, per capire le intenzioni di Moro e di Berlinguer. Che erano semplicemente la cultura comunista e quella cattolico-democristiana, che da sole detenevano la maggioranza del consenso degli italiani, che potevano e dovevano cercare, pur restando ognuno a casa propria, dei punti di contatto e di collaborazione. Soprattutto per fare fronte a una emergenza così spaventosa come il terrorismo e cercare di portare il Paese fuori da quella orrenda palude. Ma per amore di verità bisogna ricordare che vi furono anche altre cause, oltre all’assassinio di Moro, che contribuirono, e non poco, a dare il colpo di grazia al compromesso storico. Prima di tutto le resistenze interne ai due grandi partiti messe in atto dall’ala più radicale e di sinistra all’interno del PCI e da quella più conservatrice e di destra, capitanata da Andreotti, all’interno della DC.“…secondo me, il compromesso storico è il frutto di una profonda confusione ideologica, culturale, programmatica, storica. E, all’atto pratico, risulterebbe la somma di due guai: il clericalismo e il collettivismo comunista” (Giulio Andreotti). Ma non bisogna dimenticare nemmeno l’ostentata contrarietà del PSI di Craxi che, con l’arrivo del PCI nell’area di governo, avrebbe visto notevolmente ridimensionato il suo ruolo di leader incontrastato del centro sinistra, in quanto “ago della bilancia” di qualsiasi Governo. Infatti lo scampato pericolo del compromesso storico diede poi immediatamente la stura a quel “meraviglioso decennio” degli anni “80” dominato dal Craxismo, dagli Yuppies e dalla “Milano da bere” che prepararono magnificamente il terreno al “ventennio berlusconiano”. Favorito anche dal disfacimento totale di quasi tutti i partiti dell’arco costituzionale sotto i colpi dell’inchiesta Mani pulite dei Magistrati della Procura di Milano Davigo, Bocassini e Di Pietro, guidata da Francesco Saverio Borrelli. Questo “revival storico”, oltretutto abbastanza sommario, spero sia servito, come i maestri di giornalismo ci insegnano, a distinguere i fatti dalle opinioni e quindi dopo aver per sommi capi raccontato gli avvenimenti, la mia domanda, a cui ancora oggi non so dare nessuna risposta, è la seguente: ma se non ci fosse stato l’assassinio di Aldo Moro, noi oggi saremmo lo stesso in questa condizione? Purtroppo con i se e con i ma non si fa la storia. Infatti chi avrebbe mai immaginato che sarebbe potuto arrivare al potere, dopo quasi 40 anni, una persona come Matteo Salvini? Il cosiddetto cazzaro verde, come lo ha soprannominato magistralmente Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano. Grazie ad un consistente sostegno di una parte del popolo italiano, quella che da sempre si è fregiata di essere la più produttiva con più del 60% dell’intero PIL nazionale. Quella del Centro-Nord, definita “superiore”, proprio qualche giorno fa da uno come Vittorio Feltri, che passa per essere anche un bravo giornalista. Superiore rispetto a noi meridionali che siamo naturalmente …in molti casi inferiori. Roba da non credere!!! Del resto come dargli torto se noi del Sud siamo conosciuti, anche per colpa nostra, per essere soprattutto gli abitanti della terra della “ndrangheta”?
Ma solo in pochi ricordano però come rispettabilissimi imprenditori lombardi non hanno fatto tanto gli schizzinosi con i capitali delle mafie, come stabilito dalla magistratura nel processo “Crimine Infinito”. E penso che non abbia nemmeno senso ricordare ad un ignorante come Feltri i filosofi Parmenide e Zenone e la Scuola Eleatica, o laScuola Medica Salernitana, prima e più importante Scuola Medica d’Europa del Medioevo. Senza dimenticare il napoletano di adozione Enrico De Nicola Primo Presidente della Repubblica Italiana. Infatti questa parte di italiani superiori rispetto a noi fannulloni meridionali si danno sempre un gran da fare perché è nella loro natura e non possono farne a meno di avere come si suol dire …le mani in pasta!!! Così che dopo averci regalato, prima un certo Benito Mussolini, poi Berlusconi e Bossi e quindi Forza Italia e la Lega, grazie sempre alla liquefazione del centro-sinistra, oggi ci deliziano con il cazzaro verde, che sembra una creatura, per certi aspetti quasi un po’ mostruosa, proprio come quella descritta all’inizio e presente nel quadro di Guttuso. Infatti, nel periodo estivo frequentava alcune spiagge, soprattutto quella di Milano Marittima, e per dimostrare che lui era uno di loro si faceva riprendere con la panza di fuori, in perfetto stile balneare, dispensando selfie e foto a gogò, da riversare immediatamente su tutti i mezzi di comunicazione, ma sopratutto sui social. Pose, dichiarazioni e atteggiamenti, assolutamente spontanei come il personaggio richiede, giusto per rimarcare, ma non ce ne sarebbe stato affatto bisogno, le dovute distanze e sottolineare la sua diversità sia dal cosiddetto popolo radical/chic con la puzza sotto il naso del PD, che dai “ragazzini tutto fumo e niente arrosto” dei 5 Stelle. Un Ministro degli Interni, tra l’altro, che non provava un benché minimo senso di vergogna, tanta era la sua sicurezza (altrimenti che Ministro degli Interni sarebbe stato) di essere al posto giusto e nel momento giusto. E per solleticare il basso ventre di alcuni suoi tifosi pseudo religiosi e/o credenti, ma soprattutto fanatici e quindi più pericolosi, mostrava e baciava continuamente e con calcolata ostentazione, un Rosario con Crocifisso. Quasi come un novello Costantino prima della battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio, quando, così ci racconta la leggenda, gli apparve nel cielo di Roma una croce splendente, con la scritta “in hoc vinces”/ con questo segno vincerai. Una cosa che credo neanche la parte più clericale e conservatrice della vecchia Democrazia Cristiana avrebbe mai preso in considerazione. Per fortuna quelle condizioni, specialmente di salute mentale, con l’avvento del Governo Conte e l’accordo 5Stelle/PD, per il momento sembrano che si siano un po’ assopite anche se, per dirla tutta, non credo proprio che siamo messi molto bene. Ma almeno abbiamo finito, finalmente, di considerare questo signore come un “Fenomeno da baraccone”. O come un qualcosa di passeggero, ripetendo che:“…non è possibile che la maggioranza degli italiani possa continuare a dare fiducia ad una persona come Matteo Salvini !!!”. Sono film che in parte abbiamo già visto e per i quali abbiamo già dato. Quindi è sempre il caso almeno di preoccuparsi, prima che sia troppo tardi. Non siamo certo al grido disperato e garibaldino “Qui si fa l’Italia o si muore” ma, anche se solo metaforicamente, qualche volta, forse ci siamo andati molto vicini.
La Qualità del Progetto è un valore
Sembra che in molti, compresi noi progettisti, lo abbiano però dimenticato.
Infatti, la logica che oggi purtroppo guida molte operazioni speculative legate alle trasformazioni urbanistiche del territorio, possiamo dire che è sempre la stessa. Prima si certifica l’impossibilità di recuperare e riqualificare quartieri, in particolare quelli delle tante disastrate e dimenticate periferie italiane che, qualche anno fa, si erano meritate anche l’attenzione dell’architetto Renzo Piano con un progetto/programma denominato e poi diventato famoso come “il rammendo delle periferie”. Poi naturalmente, dopo i primi mesi di entusiasmo e di annunci con roboanti casse di risonanze per la comunicazione, non sappiamo più che fine ha fatto questo programma. Mentre continua a succedere tranquillamente tutto quello che è sempre successo. In poche parole si giustifica una inattuabile operazione di recupero con il pretesto dei costi eccessivi, non sempre reali, per poi sostenere, invece, una più remunerativa e completa demolizione e ricostruzione o la realizzazione di nuovi insediamenti “compensativi”, in altri luoghi da urbanizzare. Una logica che permette al potere politico di chiamare al capezzale del territorio ammalato, i medici delle grandi società di costruzione, che poi sono quasi sempre i proprietari di questi terreni. Soluzioni che, noi pensiamo, non abbiano più nessuna ragion d’essere di fronte ai disastri odierni compiuti dal potere economico-finanziario che spesso si immola al dogma neoliberista della crescita infinita. Queste soluzioni non possono più trovare giustificazioni dal punto di vista urbanistico ed architettonico perché in un nuovomodellodi sviluppo o in una nuova idea di città non dovrebbe essere più consentito disattendere le aspettative di qualità della vita di quelle persone che, come tutti, hanno il Diritto di vivere degnamente i luoghi e gli spazi delle nostre città, al di là della loro collocazione sul territorio. In nome di quei sacrosanti diritti, alcuni sanciti anche dalla nostra Costituzione, ma soprattutto di quelli che potremmo chiamare Diritti per vivere degnamente la propria vita.
Diritto ad una Sostenibilità Ambientale.
Diritto ad un Risparmio energetico con l’uso delle Energie Rinnovabili.
Diritto ad una Riqualificazione di territori e strutture dismesse o abbandonate.
Diritto ad una Qualità diffusa dell’Architettura.
Diritto ad una migliore qualità della vita.
Inoltre siamo fermamente convinti che questo grande processo di rinnovamento, prima di tutto culturale, debba per forza coinvolgere il Progettista (Architetto, Ingegnere, Urbanista) che da sempre, con o senza complicità, ha avuto il compito di rappresentare, attraverso l’architettura, il “potere dominante”, sia esso politico, finanziario che religioso, come la storia ci ha testimoniato. Ma purtroppo oggi le sorti di interi Paesi dipendono invece dal PIL e dall’ammontare del Debito Pubblico, Grecia docet, per cui prima o poi potrebbe toccare anche noi come Comunità europea, in questo momento alle prese per esempio con il Corona Virus e con tutto quello che comporterà. Quindi possiamo affermare che non c’è più nessun aspetto (culturale, etico, sociale e soprattutto politico) in grado di contenere o condizionare il potere economico-finanziario. L’unico capace, nonostante la crisi in cui ci ha fatto precipitare, di orientare scelte di natura architettonica ed urbanistica. Ecco perché diventa assolutamente necessario parlare di “qualità della Progettazione” per cercare di combattere “l’ingiustizia distributiva” che affligge le nostre città. Ecco perché, facendo appello ad una assunzione di responsabilità connaturata alla sua figura, il Progettista rimane l’ultimo “baluardo” che, con la bontà e la qualità del progetto, può porre un argine a questa deriva. Anche per recuperare, all’interno di qualsiasi percorso progettuale, quel ruolo di protagonista che spesso, con la sua complicità, gli è stato cancellato dalla Committenza Pubblica-Politica-Affaristica, prima e da quella Privata-Economico-Finanziaria adesso.
1996 L’Incontro con un maestro
L’Arch. Giorgio Mirabelli con il Maestro Umberto Mastroianni
L’Amministrazione che in quegli anni governava Roma, guidata dal Sindaco Francesco Rutelli, promuove un Concorso Internazionale di Architettura denominato “Le Piazze di quartiere”, più conosciuto come “Le cento Piazze”, che si propone, appunto, di recuperare un numero importante di piazze ben definite e conosciute, ma anche alcuni spazi e luoghi molto diversi e meno noti, all’interno dell’area metropolitana di Roma. Luoghi da riqualificare e da riportare verso quell’idea di spazio pubblico più o meno attrezzato e quindi di Piazza, come spazio deputato all’incontro e ad un uso collettivo e condiviso dei cittadini.
Proprio qualche settimana fa l’Ordine degli Architetti di Roma ha ricordato con un incontro quel Concorso, con la presentazione anche di un libro realizzato dalla Casa Editrice dell’Ordine, con tutti i progetti vincitori, curato dallo stesso Ordine di Roma. Erano presenti, naturalmente, l’ex Sindaco Rutelli ed il suo ex Assessore all’Urbanistica Cecchini. C’era anche l’ex Presidente dell’Ordine di Roma Schiattarella e l’attuale Assessore all’urbanistica di Roma Montuori, in una sala più o meno numerosa tra ex partecipanti come noi e di vincitori di quel Concorso, in un clima di revival anche un po’ nostalgico, da “amarcord” e pacche sulle spalle, condito da un generoso buffet finale, che non guasta mai, ed è sempre garanzia di partecipazione.
Nonostante tutto devo ammettere di avere un bellissimo ricordo di quel Concorso, pur non avendo ricevuto nessun premio o riconoscimento. Perché partecipammo con un gruppo alla cui guida, in qualità di capogruppo, c’era l’amico Arch. Francesco Mazza e composto oltre che dal sottoscritto, dagli Architetti Lucilla Brignola, Giorgio Datseris e dal giovane collaboratore Emiliano Del Frate. Per quanto riguarda la figura di Consulente artistico richiesta nel Bando, il Capogruppo Mazza mette a segno quello che in tutti i sensi possiamo chiamare un vero “colpo da maestro”. Attraverso una sua amicizia riesce ad avere un appuntamento con Umberto Mastroianni, uno dei più grandi scultori ed artisti italiani del Novecento.
Nato a Fontana Liri, provincia di Frosinone, dopo aver girato e vissuto in varie parti d’Italia e dell’Europa, alla bellissima età di 86 anni, viveva a Marino nel Casino di caccia della famiglia Colonna che era diventata la sua casa ed il suo laboratorio. Artista dotato di grande personalità, ma anche di sottile ironia, si divertiva spesso a dire che lui era più conosciuto per essere lo zio di Marcello Mastroianni uno dei più famosi attori italiani. Cosa del tutto vera, ma sapeva benissimo di essere diventato famoso e di essere un punto di riferimento nella storia dell’arte italiana e non solo, perché, come scrisse Maurizio Calvesi nel 1993, su un inserto del giornale Il Messaggero di Roma, tutto dedicato a lui:
“Umberto Mastroianni nella forma astratta ha espresso una poderosa forza plastica, tipica della grande scultura di tutti i tempi. La sua forza non è affatto indegna dello stesso ricordo di Michelangelo, a cui si può persino ricondurre, idealmente, il contrasto di “finito” e “non finito”, che Mastroianni ha reinventato negli anni dell’Informale. Il celebre “non finito” di Michelangelo altro non è che il drammatico affiorare della materia allo stato grezzo, in alcune parti della scultura, mentre altre si presentano compiutamente modellate. Mastroianni alterna a lucide forme astratte, geometricamente definite come piani che riflettono la luce, zone matericamente informali, scabrose e intrise d’ombra, in una grandiosa evocazione di processi genetici e formativi, di quasi vulcanica irruenza”.
Dopo i convenevoli di rito e relative presentazioni, spieghiamo al Maestro quale era la nostra idea di riqualificazione dello spazio che avevamo scelto e che si trovava in una zona periferica di Roma tra Via Palmiro Togliatti e la via Casilina con attacco diretto a Viale dei Romanisti, nella zona di Torre Spaccata. Uno spazio ampio e mostriamo al Maestro, anche con un certo timore, una prima idea di sistemazione di questo spazio/piazza. Un’area in parte pavimentata che veniva divisa in due zone, con destinazioni e funzioni diverse, rompendo il disegno regolare di tutto quello spazio, la cui parte centrale diventava il punto d’incontro più importante di tutta l’area.
A questo punto Mastroianni si alza e ci invita a seguirlo.
Attraversiamo una parte della casa per poi uscire all’aperto in un giardino posto sul retro. Un’area che nello stesso tempo fungeva da laboratorio all’aperto ma, soprattutto, da museo all’aperto, dove erano custodite delle opere, quasi tutte in metallo, insieme a frammenti e parti di sculture, sempre in ferro, in fase di elaborazione. Per qualche secondo rimanemmo in silenzio, colpiti da questa esposizione a cielo aperto, in quanto alcune sculture, quasi tutte in ferro, erano già completate, ma altre erano in fase di elaborazione con pezzi sparsi all’interno di questo giardino all’aperto rigoglioso e verde. Un contrasto quello tra la vitalità del verde e delle piante del giardino e le forme, alcune imponenti, delle sculture in metallo.
Un contrasto solo apparente perché mentre ci avvicinavamo alle sculture sembrava quasi che quelle forme prendessero vita rispondendo alla nostra curiosità ed al nostro stupore.
Arch. Giorgio Mirabelli davanti alla scultura del Maestro Umberto Mastroianni
A questo punto Mastroianni si avvicina ad una scultura, la cui forma astratta, da lontano, non so per quale motivo mi aveva fatto pensare ad un cavallo, anche se non c’era niente che poteva avvalorare questa ipotesi.
“Ecco” disse Mastroianni “questa è l’ opera giusta per stare al centrodi quello spazio da voi disegnato, capace di calamitare tuttele forze positive dell’intera Piazzae poi di rimandarle con forza verso l’esterno.La scultura si chiama “FURIA SELVAGGIA.Se vincerete il Concorso come vi auguro, non vi preoccupate che un accordo con l’Amministrazione di Roma lo troveremo.”
Rientrati in casa, in preda ad una più che giustificata euforia, poco dopo ci siamo salutati con il Maestro, ringraziandolo per averci concesso l’onore di partecipare al concorso in qualità di Consulente artistico, ma soprattutto per averci dato addirittura la disponibilità di inserire nel nostro progetto una sua scultura scelta personalmente da lui.
Ma il Maestro volle ringraziarci a modo suo, regalando ad ognuno di noi una copia-stampa di un suo dipinto firmata personalmente da lui in quel momento. Non potevamo chiedere di più.
Copia-stampa di un dipinto del Maestro Umberto Mastroianni
Solamente a titolo di cronaca e per esaudire la comprensibile curiosità di chi avrà avuto la pazienza di leggere questo pezzo:
Non abbiamo vinto il Concorso, né ricevuto alcun riconoscimento.
Umberto Mastroianni ci ha lasciato due anni dopo alla bellissima età di 88 anni.
La scultura “Furia selvaggia” dopo la morte del Maestro è stata donata dagli eredi del grande artista, all’Università di Salerno.
Comincio a dubitare che questo metodo della ripetizione alla fine porti un qualche giovamento.
Mi sembra che così non è stato almeno negli ultimi anni dove, addirittura, ho l’impressione che ci sia stato un peggioramento specialmente su alcuni atteggiamenti e comportamenti che sembrano sedimentati nel modo di vivere la nostra attività di architetti e progettisti.
Argomenti e fatti che avvengono e poi si ripetono e che noi accettiamo con la rassegnazione di chi pensa, appunto, che oramai non c’è più alcuna speranza.
Per esempio: il matematico Piergiorgio Odifreddi, nell’Agosto del 2009, intervistò per “la Repubblica”, una figura importante del panorama architettonico contemporaneo come Peter Eisenman, guru del decostruttivismo.
In quella intervista alla domanda: Come e cosa rispondere alle critiche che gli erano state rivolte da chi abitava nella House VI da lui progettata?
Eisenman rispose: L’idea era di mettere in dubbio il concetto che il piano orizzontale debba per forza essere il fondamento di una casa. In quel progetto l’elemento pervasivo è diagonale, il che rende la casa più topologica che euclidea: naturalmente, se si continua a guardarla con occhio euclideo, non sembra avere alcun senso. Mentre dal punto di vista topologico la casa è perfettamente simmetrica, solo che l’asse di simmetria non è né orizzontale e né verticale, ma obliquo.
Una risposta che, scusandomi per l’irriverente ironia, la si potrebbe paragonare alla Supercazzola di Tognazziana memoria.
Anche perché, alla successiva domanda di Odifreddi – Se lui vivrebbe mai in una casa simile?
Eisenman rispose: Io no! Non vivrei in nessuna delle case che progetto. Io posso parlare del progetto, ma non della reazione della gente: non realizzo le mie opere preoccupandomi di cosa ne dirà il pubblico, così come Joyce non scriveva Finnegans’ Wake preoccupandosi delle reazioni dei lettori.
Solo uno sprovveduto potrebbe immaginare che Eisenman non sapesse la differenza tra un’architettura ed un libro. Ma le sue risposte evidenziarono l’autoreferenzialità presente allora come oggi, a vari livelli, nella nostra professione in generale, ma in maniera preoccupante in molti di coloro che, a torto o a ragione, sono riconosciuti e si pongono come punto di riferimento nell’architettura contemporanea.
Con tutto il rispetto, credo che il compito dell’architetto rientri in una “dimensione” diversa. Aldo Rossi, che stranamente era uno degli architetti più stimati da Eisenman, “…distingueva sempre le raffinate esercitazioni sintattiche dal prodotto artisticamente finito…Se si fa dell’arte per l’arte si potrà anche dare forma a cose supreme, ma resteranno legate allo stretto ambito degli intenditori in una ingiusta implosione egoistica”.
Nello stesso periodo, siamo sempre tra il 2009 ed il 2010, in occasione dei primi 10 anni di vita della Tate Modern Gallery reinventata dagli architetti Herzog e de Meuron in una ex centrale elettrica sulle rive del Tamigi, Alain de Botton uno scrittore svizzero, sempre molto attento e consapevole dell’importanza del valore delle opere di architettura all’interno delle città, non solo dal punto di vista tecnico-artistico, ma anche, se non soprattutto, da quello sociale, in un articolo sul Daily Telegraph scriveva: La società britannica affronta ancora diversi problemi sociali, dal vandalismo al degrado dei mezzi d’informazione e del sistema politico, ma non per questo dobbiamo rinunciare a progettare edifici che propongono ideali alternativi. Al contrario questi problemi sottolineano il bisogno di un’architettura ispirata, proprio come la Tate Modern Gallery, che rappresenta uno strumento di difesa contro la corruzione e la scarsa immaginazione. Al di là della sua funzionalità, l’architettura contemporanea dovrebbe spingere i cittadini che si riconoscono nelle sue qualità a migliorare la realtà. L’edificio della Tate è un faro che indica doti dimenticate nella vita di tutti i giorni: la progettualità, la riflessione, la calma, la gentilezza e il coraggio. Si esce dal museo con la sensazione di aver ritrovato, anche se solo per poco tempo, qualità essenziali dell’essere umano.
Anche in Italia ci sarebbe piaciuto leggere, almeno qualche volta, o che si parlasse sui mass media di architettura come ne ha parlato Alain de Botton. Tanto più che le occasioni non sono mancate per farlo. Solo a Roma negli ultimi 15/20 anni abbiamo inaugurato il MAXXI di Zaha Hadid, il MACRO di Odile Decq, l’AUDITORIUM di Renzo Piano, la contestatissima ARA PACIS di Meier e di recente il nuovo Centro Congressi LA NUVOLA di Fuksas. Probabilmente nessuna di queste opere forse meriterebbe delle considerazioni così profonde dal punto di vista ideale, architettonico e soprattutto da quello sociale, come quelle pronunciate da de Botton per l’edificio della Tate Gallery.
Questo per uno spostamento della percezione che si ha oggi e che si è diffusa, specialmente negli ultimi anni, sulle opere di architettura e che vede l’attenzione incentrata principalmente sull’aspetto esteriore, sui volumi e sui materiali usati. Rispetto a quello che i grandi maestri da Bruno Zevi a Wright per non parlare di Gropius e di Mies Van de Rohe, hanno sempre considerato il vero “cuore” dell’architettura e cioè gli spazi, sia quelli esterni con i quali misurarsi e dialogare, sia quelli interni, i vuoti e tutto quello che è vivibile e fruibile di una costruzione. Ma se fosse veramente così, allora noi architetti e progettisti in generale forse qualche domanda ce la dovremmo fare e qualche risposta dovremmo pure provare a darla, proprio come dice il “nottambulo” Marzullo nelle sue recensioni letterarie/cinematografiche:“si faccia una domanda e si dia una risposta”.
Penso veramente che sia arrivato il momento, per i progettisti in generale, ma per noi architetti in particolare, di cominciare a cambiare rotta, magari volando un po’ più in basso e vicino alla terra. Forse dovremmo finirla di parlarci addosso e, troppo spesso, solo tra di noi, attraverso riviste e libri che oramai non compra più nessuno, anche perché oggi si trova tutto on line. Oppure in Convegni e mostre dove il senso reale dell’architettura non si riesce a cogliere dietro una sequenza di sole immagini che ti lascia sconcertato.
Sembra che la fotografia, prodotto importantissimo dal punto di vista divulgativo, artistico e della conoscenza, sia diventata, purtroppo, l’unico mezzo capace di narrare e far comprendere un’opera di architettura. Ma non è così come testimoniato purtroppo dall’uso e dall’abuso di questo straordinario strumento che è la macchina fotografica, soprattutto sui social e non solo.
Come qualcuno con evidente e notevole lungimiranza aveva denunciato già un po’ di anni fa: “…Purtroppo, oggi, sia nelle riviste specializzate che nelle pubblicazioni riguardanti i grandi temi dell’architettura e dell’ambiente, i testi vengono di solito supportati e corredati da bellissime immagini fotografiche, raramente da disegni, tanto meno originali, attraverso i quali sia possibile effettuare una “lettura grafica” approfondita dell’organismo architettonico, per meglio comprendere il concetto di luogo, di funzione, di spazialità, di realizzabilità, in unica parola di architettura, intesa come costruzione fruibile dall’uomo, che rispetti i vincoli estetici, funzionali e costruttivi”. Il Disegno della Palazzina Romana, C.Mezzetti, Ed. Kappa, 2007.
Forse proprio noi architetti dovremmo provare ad uscire da questo recinto, in cui ci siamo rinchiusi, per comunicare alla gente comune, ma soprattutto alle nuove generazioni, quelli che sono i valori ed il significato dell’architettura. Valori che attengono anche, se non soprattutto, alla sfera delle istanze etiche e sociali ed a quella della responsabilità e non solo al raggiungimento di visioni estetiche, spesso effimere, che non bastano a migliorare la qualità della vita delle nostre città.
Il punto di riferimento per i giovani che vogliono abbracciare la nostra disciplina non può essere l’architetto “artista” che declina ogni responsabilità perché “…il problema è politico: i politici devono combattere l’ingiustizia distributiva che affligge le città” (Fuksas, 2008).
Oppure l’architetto “ideologico” e pieno di sé che afferma “io lo Zen di Palermo lo rifarei così com’è” (Purini, 2007).
In un bellissimo articolo sul «Giornale dell’Architettura» (Marzo 2009) Zvi Hecker scriveva: “…Ossessionata soltanto dalla massima visibilità, l’architettura si è affidata alla visione “dell’architetto artista”, tenuto a rendere conto solo delle proprie ispirazioni e desideri;…Senza più bisogno di seguire le regole della logica, la coerenza e la chiarezza dei piani, l’architetto architetto è presto diventato irrilevante sul vero cuore dell’architettura: soluzioni per housing, pianificazione urbana, integrazione degli emarginati sociali, temi che sono stati la base del Movimento Moderno”.
Certo che la Pianificazione del territorio spetti soprattutto alla politica, ma questa oramai con prassi consolidata decide tutto da sola con i grandi proprietari terrieri e con i grandi costruttori che, quasi sempre, sono la stessa persona.
La storia dello Stadio della Roma a Tor di Valle, che con alterne vicende anche giudiziarie, dura da circa 5 anni, è l’esempio forse più calzante che si possa citare. È stata emarginata ed in qualche caso esautorata la figura dell’urbanista che aveva il compito di ricercare la sintesi e l’equilibrio tra i due soggetti primari, senza dimenticare i problemi legati allo sviluppo della città e del territorio.
Il caso sempre di Roma e del suo PRG mi sembra emblematico. Il nuovo Piano Regolatore Generale, redatto nel 2000 dal Prof. Giuseppe Campos Venuti, ed approvato definitivamente dopo lunga gestazione nel 2009, nasce già vecchio.
Quelle che dovevano essere le Nuove centralità urbane, vengono trasformate in agglomerati urbani come “Bufalotta-Porta di Roma” e “Ponte di Nona-Roma-Est” e nascono, già in deroga all’appena nato PRG con i famosi Veltroniani Accordi di programma, intorno a dei grossi Centri commerciali (i cosidetti “non luoghi” come li ha definiti l’antropologo Marc Augé) che oramai dettano le nuove linee di sviluppo delle città. Spariscono tutte le altre attività e diventano “brani di territorio” di sole residenze che dovranno aspettare anni per essere chiamati Quartieri vista l’assenza totale o quasi di infrastrutture e servizi e dove la qualità della vita è pessima.
Ma noi (architetti, ingegneri, urbanisti) con queste trasformazioni che, naturalmente, non riguardano solo Roma, non abbiamo nulla a che fare? Non abbiamo alcuna responsabilità? È solo colpa della politica e dei grandi costruttori? Ma alla fine qualcuno li firmerà questi progetti? Nella patria del “tengo famiglia”, come bravi soldatini siamo uso ad obbedir tacendo?
Foto copertina tratta da https://www.moma.org/collection/works/82748