Una rosa di tromboni per quel Rosa di Marcello

Di questa storia, con difficoltà, cercherò di essere un semplice cronista.

Marcello Rosa nasce il 16 giugno del 1935 ad Abbazia, città al tempo italiana passata poi alla Jugoslavia e dal 1991 alla Croazia.

Marcello scopre il trombone grazie a dei ruggenti glissati (tipici del modo di suonare “alla vecchia” – ? -) che ascoltò da ragazzino in disco di jazz regalatogli dalla madre. Amore a prima vista, o meglio a primo ascolto.

Da quel giorno di molti anni fa la sua vita si sviluppa in un vortice di esperienze musicali, e non, a dir poco strabilianti.

Chi lo conosce e frequenta la sua casa rimane ogni volta ammaliato dalle centinaia di testimonianze di una vita fuori dal comune. Dalle foto con Duke Ellington e Salvador Dalì, alle infinite locandine di concerti con i nomi più illustri del mondo del jazz fino alle sue stesse composizioni artistico – figurative, moderne ed eclettiche, che testimoniano la frequentazione del liceo artistico e un passato da grafico.

Qualcuno più grande di me potrà ricordare Marcello nei programmi radio – televisivi della RAI di una volta – “Quando in televisione si potevano fare cose di qualità!”, per citare un altro grande come Gianni Minà.

Comunque tanto per intenderci e per chiudere questa piccola ouverture caleidoscopica della vita dell’artista, Marcello è quel trombone inimitabile che risponde a tono e con stile al clarinetto di Baldo Maestri nel celebre tema di Amapola arrangiato da Ennio Morricone per il film C’era una volta in America.

Nel periodo del grande boom economico durante il quale l’Italia poteva rimostrare le sue sfaccettature migliori, dove c’erano opportunità e dove la parola orchestra era ancora contemplata in un fantomatico vocabolario culturale, Marcello rifiutò più volte il posto da orchestrale per rincorrere il suo sogno. Un sogno fatto di tempi in levare, schiocchi di dita, locali fumosi e grandi festival. Un sogno rincorso costantemente col trombone in spalla rinchiuso in una di quelle custodie in pelle scura semplici, calde ed eleganti che in tutto si distaccano da quelle orripilanti opzioni odierne e figlie del petrolio in carbonio, fibra di vetro o qualche tipo di plastica.

Dopo queste riduttive ma dovute presentazioni arriviamo ad oggi, in questo periodo sfortunato, ma che ha visto realizzarsi una sorta di piccolo miracolo.

Proprio nell’anno del suo ottantacinquesimo genetliaco Marcello ha realizzato uno dei suoi sogni di più vecchia data e magnificente fattura.

Per chi ama il jazz, e soprattutto il trombone, sono di sicuro indispensabili gli ascolti dei grandi Jay Jay Johnson, Kai Winding, Urbie Green, Bill Watrous ed altri insieme a grandi gruppi di energetici tromboni. Così, sulla scia dei suoi colleghi ed amici americani, è nato il suo ultimo lavoro discografico intitolato The World on a slide.

Questo lavoro, prodotto dall’etichetta romana AlfaMusic, è una vera e propria testimonianza di amicizia da parte di diciotto trombonisti – oltre allo stesso Rosa – tra i più quotati d’Europa. Alle registrazioni hanno preso parte solisti di jazz come Andrea Andreoli, Massimo Morganti, Mario Corvini e Roberto Rossi nomi che sono preceduti dalla loro chiara fama. Pur essendo un disco di jazz hanno contribuito importanti musicisti dell’ambiente della musica classica come Andrea Conti, Diego Di Mario, Devid Ceste, Vincent Lepape, Matteo De Luca, Gianfranco Marchesi e Luigino Leonardi che con i loro suoni impreziosiscono le compagini orchestrali più importanti d’Italia e d’Europa. Non bastando Marcello ha dato l’opportunità a molti giovani di prender parte a questa meravigliosa avventura. Oltre al sottoscritto, Giovanni Dominicis, Gabriele Sapora, Francesco Piersanti, Elisabetta Mattei, Stefano Coccia e Federico Proietti sono la rosa di nuovi trombonisti che hanno donato tutto il loro entusiasmo per la realizzazione del sogno di Marcello.
 La ritmica non poteva anch’essa essere da meno e così vede tra le sue file Paolo Tombolesi al pianoforte, Roy Panebianco e Luca Berardi alle chitarre, Marco Siniscalco al contrabbasso e basso elettrico, Cristiano Micalizzi alla batteria e Filippo La Porta alle percussioni.

Il disco conta sedici tracce che vedono duellare flotte di trombonisti in battaglie musicali su ritmi funky e latini, swinganti blues che che incappano in melodie leggere, semplici e geniali, testimonianza che il buon Pop ancora resiste.

Marcello è così. In lui convivono sacro e profano, genialità e semplicità, pacatezza ed esuberanza, popolo ed aristocrazia. Una persona che non si vergogna di essere umana mettendo da parte il falso e borghese politically correct che lascia credere che tutto – o niente – possa essere detto riuscendo ad insegnare il valore reale della democrazia attraverso la “violenta vitalità” delle note che scorrono nei suo pentagrammi.

Fantasticando un po’ lo si potrebbe definire un musicista che fa della musica moderna il proprio romanticismo usandola come profonda espressione del suo stato d’essere riuscendo, oltretutto, a trovare in essa l’eterno rifugio di amori, delusioni, gioie ed incertezze.

Insomma Marcello ripone la sua stessa vita in quell’andamento sincopato, energico e rilassato, che, con dolce ed ingenua presunzione, scivola leggero senza tempo, con ritmo, proprio come la coulisse del suo trombone.

Se per caso, passeggiando per la capitale nel quartiere Prati, vi capita di incontrare un uomo elegante di nobile statura e bella presenza, quello è Marcello Rosa. Senza timore chiedetegli qualcosa sul jazz e aprirete la porta della conoscenza sensibile ad un immobile infinito in continua evoluzione. A me è successo così.





LETTERA DI UN RAGAZZO PIÙ BAMBINO CHE UOMO

Caro Pier Paolo,

oggi è una domenica di fine di ottobre, una di quelle giornate magnifiche dove l’ultimo caldo stiepidisce il sangue e l’aria frizzantina rasserena le gote. Nella campagne che riesco a vedere dalla finestra della mia stanza tutti sono concentrati nella raccolta delle olive. Tutti intenti a rincorrere il succo più prezioso della terra, quell’olio che ora più che mai odora di speranza.

Ho scritto le prime righe di questa lettera più volte nella tremenda paura di essere inappropriato e nella speranza di non far diventare queste timide parole soltanto un tremendo elogio a te. Mi sentirei fuori luogo.

Mi perdonerai innanzitutto se ho deciso di darti del tu, ma non è solo una decisione. È piuttosto l’unica maniera con la quale riuscirei a parlarti. Probabilmente se ci fossimo conosciuti un senso di riserbo misto a riverenza mi avrebbe portato a non riuscire a dire nulla di più sensato che un salve o un buongiorno. Ma quello che sto scrivendo oggi è un messaggio al fratello maggiore che non ho, ad un maestro sensibile, intransigente e gentile.

Sai, la stanza della casa dei nonni che tutt’ora mi attrae e nella quale ancora mi sento un bambinetto, è lo studio di mio nonno, un po’ per il pianoforte un po’ per la folta libreria che ne arricchisce il perimetro.

Passare ore là dentro a sfogliare vecchi libri e suonare il piano rimane tutt’oggi un divertimento puro. Ma questa è un’altra storia.

Ero poco più che ragazzino, avrò avuto più o meno una decina d’anni, e, di nascosto, perché mi era stato vietato, riuscii a trovare Ragazzi di vita in una libreria della riviera romagnola, uno di quei posti che senti tuo, che senti complice e che infatti, quando ne ho l’occasione, frequento ancora con tenera gioia. Uscito di lì, con il libro in mano, respirando profondamente l’aria dell’Adriatico e camminando tra lo sferragliare di biciclette e i rumori assordanti delle sale giochi, tutto per me era diventato un piccolo universo dinamicamente immobile. Mi sentivo di aver trasgredito ad una regola ma sapevo che era la cosa giusta. Mi sentivo felice e grande. Avevo una storia che parlava di ragazzi e inconsciamente mi sentivo uomo. I giorni successivi al misfatto me li ricordo come una continua scoperta: il bagno nel Tevere, la rondinella, il neofascismo, le parolacce, i frosci, i furti, i morti.

Sono passati ormai anni dal nostro primo incontro in quella libreria alla rotonda sul porto canale di Cesenatico. Ti ho frequentato tramite i tuoi scritti e i tuoi film e con loro sono cresciuto. Mi hai insegnato quanto sia importante e bello proteggere un feto indifeso e trattarlo come vita. Mi hai insegnato ad osservare tutti i particolari e le sfumature delle esistenze. Mi hai insegnato che non c’è mai fine all’interpretazione del mondo. Mi hai insegnato ad essere serio e a dare il giusto valore all’impegno. Mi hai insegnato a non aver paura di avere un cuore. Mi hai insegnato il valore più profondo del comunismo. Mi hai aiutato a capire da quale parte voglio stare. Mi hai insegnato che credere significa dopo tutto cercare. So che potrebbe non piacerti, ma conoscerti mi ha fatto sperare nell’uomo. Mi hai aiutato a capire perché la profondità si nasconde nella superficie. Mi hai spiegato, senza saperlo, quanto una somma data non porti necessariamente allo stesso risultato. E tutto questo è arrivato sottovoce ma rumorosissimo. Come il silenzio che separa la fine della Messa da Requiem di Verdi dall’applauso del pubblico, opprimente ma liberatorio.

A volte ti ho detestato perché non ti capivo, perché quello che volevi esprimere mi risultava incomprensibile, quasi vomitevole. Ma poi mi fermavo a rileggere e nel profondo delle tue parole si nascondeva limpido il sentimento d’amore di un cuore tradito, oltraggiato ed offeso.

Forse è tutta una mia fantasia. Forse il problema sono io. Lo ammetto. È quella parte di me che ogni giorno si riscopre bambina. È quel non cedere mai il sogno alla realtà senza per questo diventare illusi. È quel cercare la poesia nelle persone che mi circondano. È quel circondarmi di umili.

Odio vederti oggi idolatrato. Non sopporto di vederti trasformato in un santino. Chissà cosa stai pensando del tuo Ninetto che gareggia tra le stelle in piste da ballo deludenti. Mi piacerebbe vedere l’espressione di quel volto scavato e profondo come un paesaggio del carso interpretare il presente.

Spesso mi chiedo come avresti reagito ad un mondo che non lascia più spazio alla pietas. Quali sarebbero state le parole pronunciate in difesa di qualcuno o contro qualcosa. Spesso sento la necessità di sentirti parlare, da lontano, in un’assemblea, nel bel mezzo di una folla calda e attenta. Spesso nei momenti di rabbia avrei bisogno del tuo esempio di uomo mite ma energico mosso da desiderio e compassione dove, parafrasando Fabrizio De André, la pietà non lascia posto al rancore. Tu che riuscivi a parlare di politica invocando le lucciole. Che con eleganza di poeta ed agilità di calciatore hai combattuto dolcemente chi non ti capiva e, senza scrupoli, ti giudicava.

Questa mattina prima di iniziare a scrivere ho fatto una passeggiata ad Ostia in quel luogo che risuona ancora delle tue urla. Proprio davanti al monumento che il comune di Roma ha eretto in tua memoria ho provato un sentimento di ceca ed esausta rabbia.

Il cielo è limpido perché l’aria delle mattine soleggiate di ottobre accompagna lontano con gentilezza le nuvole autunnali concedendo spazio agli ultimi timidi istanti di una estate ormai passata.

Poi un brivido. Fulminea e potente come un lampo la sensazione dell’aria salina nelle narici come quel giorno di tanti anni fa sul mare della Romagna. Ho i brividi della commozione e dentro me corrono impazziti sentimenti roboanti ed eterogenei. In un istante magico e secolare si materializza in me ancora una volta quell’infinito immutabile e reattivo. Ora come allora trovo un luogo complice. Ora come allora cammino consapevole. Ora come allora insieme a te. Ora, in questo preciso istante, percepisco il valore dell’esistenza di me ragazzo, vicino all’essere uomo che non riesce a perdere gli occhi del bambino che è stato.





Una realtà fantastica

Roma. Via Trionfale, ore 6:22 di un solito venerdì.
A quest’ora la timida luce candida e dorata del primo sole penetra dalle vetrate che circondano il mercato dei fiori di via Trionfale regalando uno spettacolo celestiale. Per quei pochi minuti che l’angolazione del sole permette alla luce di entrare il tempo sembra come fermarsi: gli sguardi affranti e stremati dalla nottata si distendono, le voci sembrano di colpo assumere un tono conventuale, i movimenti frenetici di soldi e fiori sembrano per un momento rallentare fino all’inverosimile.
Il mercato dei fiori è un posto magico. È talmente magico che sono convinto in fondo rappresenti la realtà.
I venditori di fiori, al sorgere del sole, hanno già finito una giornata di lavoro e sono quasi pronti per ripartire. La maggior parte di loro sono uomini. Alcuni di loro – quelli che attirano di più la mia attenzione –  hanno un aspetto mascolino, un po’ rude ai limiti a volte del selvaggio che contrasta però con un’intima delicatezza ed una spontanea gentilezza. Si riesce a scoprire questa genuina qualità solo oltrepassando il limite di quegli occhi duri e spesso dolcemente caparbi. Li caratterizza poi un’educazione non formalmente borghese quanto più profondamente primordiale, direi violenta, che non riesce a non vedere l’essere nell’uomo. Lì non esiste tolleranza.
Al mercato non ci si sente mai privi di un solare buongiorno e di uno speranzoso arrivederci.
Del mercato ti puoi fidare.
Mani – o meglio mano – rovinate ma robuste maneggiano graziosi fiori con la delicatezza di un neonato che pian piano scopre il prossimo e cerca un contatto timoroso e meravigliato – cito: “A signo’, so’ fiori mica so’ prosciutti!

Astromelie, lisianthus, lilium…sono alcuni nomi dei fiori più venduti. L’incessante scorrere di parole nel più stretto dialetto di una borgata romana o nel vorticoso accento di un rione napoletano intramezzate da nomi di fiori pronunciati con sì tanto scrupolo fa credere per qualche istante di essere o in un giardino botanico o in una sala accademica, contribuendo, ancora di più, ad alimentare quel tanto di metafisico che Le Marché aux fleurs di Prati incoscientemente possiede.
Tutto quel flusso di umana materialità – intrinsecamente di stampo marxista – verrà messo a servizio, per la maggior parte, delle basiliche romane, delle chiese di quartiere o di paese e dei camposanti. L’umano a servizio dell’ultraterreno, la morte che si fa vita.
Le decine di suore – immancabilmente chiamate sorelle – che frequentano il mercato alla ricerca del miglior modo di abbellire il convento, passivamente e senza pretese subiscono l’amorevole rispetto di una vecchia insegnante o di una dolce e saggia nonnina.
Di colpo mi giro e mi si mostra un quadro terreno e miracoloso – essendo io figlio del mio tempo –  allo stesso tempo. Una cliente con un vestito leggermente più corto del solito – di sicuro per quel posto –  esibisce, timida ma fiera, i resti di una gioventù evidentemente generosa, una vera e propria, seppur matura, Venere italica. Gambe affusolate che terminano in piedi ben curati ma visibilmente affaticati, un fondoschiena maturo ma con la tenera pretesa di mostrare ancora il suo lato più giovanile, schiena diritta e saggia, spronata ad essere gagliarda e leggermente scoperta dal lato sinistro, capelli biondi e sempre mossi. Dietro di lei decine di uomini diciamo incuriositi. La situazione che in ambienti più compromessi e avari, considerati più “alti”, avrebbe suscitato una scellerata ovazione in clima da stadio, al mercato dei fiori si trasforma in una timida e sentimentale reazione da branco liceale. Succede così che la donna, intenta a farsi osservare, gratifica il suo io, in fondo forse represso, senza sentirsi deturpata però della propria dignità. Nel pieno rispetto di carne e spirito viene apprezzata, desiderata, magari raggiunta ma mai vilmente comprata.
In quel posto che oserei definire un Purgatorio – non nel senso dantesco di stato di mezzo ma come realtà attuale dove regnano fragilità e speranza – trovo la mia religione. Passati quei pannelli di plastica, tra grida, sigarette, sorrisi, briscole, scurrilità sento la mia Chiesa. Una Chiesa intesa comunità fatta di uomini, come uomo era Cristo, animati da flatus humanitatis.

Nulla si sa, tutto si immagina recitava Fellini. Questa mia folle visione è la giusta piccola dose di sogno che mi sprona giornalmente ad essere migliore.
Come il Cosimo di Calvino trovo in quel posto il mio albero, il mio esistere e il mio resistere. Il mercato dei fiori è emblema di tutti quei luoghi che restano baluardi di umanità proprio come gli alberi del barone di Ombrosa. Forse tutto questo è fuori dal tempo e dallo spazio, forse il mercato dei fiori, così come l’ho descritto, è solo un posto remoto di una ingenua immaginazione. Ma non è la realtà il posto dove si annidano emozioni fantastiche e sensazioni irreali? Non è il presente quel luogo che, ereditando il passato, volge verso un futuro sempre incerto? Non è forse la realtà la più grande celebrazione della fantasia?

 

 





Nuovo Cinema Paradiso

In un’era dove la globalizzazione ed il consumismo hanno appiattito, e continuano ad appiattire, l’uomo e le sue emozioni, livellando verso il basso e tendendo sempre di più ad uno stato di mediocrità ed apatia, tutti si sentono maestri. Ognuno di noi crede di saper dare la risposta a qualsiasi perché. Ognuno di noi si sente padrone imperturbabile della propria vita (e troppo spesso anche di quella degli altri). Si cerca di dare un senso alla morte dopo morti e spesso sfuggiamo dal dare un senso alla vita.
Il perché della tristezza che accompagna questo sgattaiolare di dita sopra la tastiera di un computer non lo conosco, forse posso immaginarlo. Non riesco a dare un nome alla sensazione che mi tiene intrappolato tra un pianto infantile e una serenità senile e che caratterizza questo momento, la cui colonna sonora non poteva che essere la musica di Nuovo Cinema Paradiso (uno di quei pochi film che non è riuscito a farmi trattenere le lacrime).
Proprio ieri sera, in una serata di anomala pacatezza romana,  passavo sotto la casa del Maestro Ennio Morricone – e Maestro stavolta sì con la emme maiuscola – e come sempre fantasticavo nel pensare ad un improbabile e fortuito incontro o ad un ipotetico campanello con scritto: E. Morricone.
Pier Paolo Pasolini (che per alcuni dei suoi film collaborò con Morricone) nel 1974 affermava che la cultura di una nazione è la media delle culture delle classi sociali che la compongono. Omettendo il concetto di contemporaneità legato al tempo presente e dando per vero ciò che Pasolini ci ha insegnato, potremmo quindi affermare che la cultura di una nazione – o la cultura in generale, perché mi sembra riduttivo relegare la cultura in confini nazionali – è la media delle culture delle classi sociali che sopravvivono nella storia; nessuno si stupisce del fatto che la cultura italiana si fregi del Salvator Mundi di Leonardo, delle Quattro Stagioni di Vivaldi come delle canzoni di Fabrizio De André, dei film di Fellini o dei fumetti di Manara.
Ennio Morricone, proprio come i grandi, ha fatto cultura accomunando tutti, abbattendo i concetti aristotelici di tempo e spazio, tendendo verso l’umano infinito. Il mondo si è sempre sentito amato dalla sua musica. Attuando una sorta di transustanziazione, il Maestro è riuscito a tracciare i limiti dell’irreale mettendo a disposizione di tutti un patrimonio infinito di emozioni.
Elencare tutte le opere che negli anni hanno portato Morricone al successo è impossibile e sarebbe, a mio avviso, un’operazione senza alcun senso se non quello di voler redigere un mero elenco dal sapore di epitaffio. Una carriera da artigiano della musica all’insegna della passione e del costante impegno. Questo, come era solito affermare, è stato il segreto del suo successo; successo che lo ha visto impegnato nella nota musica per il cinema ma anche nella meno conosciuta musica avanguardista.  Le sue composizioni rivelano oltre al genio, un legame fortissimo tra il sentimento e la sacralità, la stessa che ci dicono non averlo mai abbandonato fino a questa mattina.
Allontanandosi dall’aspetto artistico, Morricone è stato testimone, ed esempio, di grande amore in una società che vede sempre più separazioni e sempre meno unioni. Il rapporto quasi simbiotico, molto intimo e privato, anche se per forza di cose spesso pubblico, con la moglie Maria ha toccato il mondo ingentilendolo. Come scordarci delle lacrime di quell’Oscar? Ho sempre tradotto ed interpretato quegli istanti come una sorta di baluardo del sentimento di umanità in un mondo, quello dello spettacolo, che troppo spesso vive di fatue apparenze e falsi miti. La voce rotta… le lacrime… l’amore.
La Musica di Morricone per me racchiude tutto questo, tutta la sua esperienza come essere umano proprio come per Salvatore il Nuovo Cinema Paradiso (titolo di questo piccolo intervento ovviamente ripreso dall’omonimo film di Giuseppe Tornatore) rappresentava il passato, il presente e, perché no, anche il futuro legando questi concetti in una sorta di triunvirato metafisico.
Il mondo ha avuto il privilegio di aver conosciuto Ennio Morricone. Sarebbe stupido non prenderlo come esempio.

 

Il suono della tua voce
coglie nell’aria
un invisibile tempo
immobilizzandolo
in un attimo eterno.
Quell’eco è entrata in me
frantumando i cristalli fragili
del mio sospeso presente
…senza ritorno.
Dovrò cercare futuro
inseguendo quel suono
io stesso disperata eco
a ritrovarmi.

 Ennio Morricone, poesia dedicata alla moglie Maria




Ciao, Ezio

Ho pensato e scritto l’inizio di queste poche righe più di una volta.

Ezio Bosso da oggi suonerà in maniera ancora dirompente, il suono del suo silenzio sarà frastornante.

Quel silenzio che tanto caratterizza la musica – o l’arte in generale, di un quadro parla anche il suo silenzio – e che è parte integrante ed attiva della vita, da oggi sarà ancora più rumoroso.

Talento del contrabbasso, compositore, direttore d’orchestra e pianista. Questi sono stati, fra tanti, i suoi “ruoli” nel mondo della musica ma, sebbene non sia semplice trovare in una persona generalmente tutte queste caratteristiche, il suo talento più grande è stato di sicuro l’entusiasmante e travolgente attaccamento alla vita con le sue gioie e, ahimè, i suoi dolori.

Claudio Abbado è stato uno dei suoi maestri e mentori, come spesso ricordava nei suoi interventi, non solo per l’importanza del ruolo musicale che ricopriva, ma anche, e soprattutto, perché avevano più di qualcosa che li accomunava. Tutti e due avevano una devozione totale per la musica ed entrambi hanno trovato in essa la cura metafisica ai dolori che, fino all’ultimo, li hanno accompagnati nel loro cammino terreno. Per loro la musica aveva una funzione di aggregazione sociale e purificatrice dello spirito. La musica è spirito. Musica come trascendenza che abbatte la porta dei sensi e che ci insegna a trasformare i problemi in opportunità come affermava lui stesso qualche anno fa davanti all’assemblea del parlamento europeo.

Al di là delle critiche spesso mosse alla sua figura mediatica, Bosso si è fatto, con la sua vita, portatore del bello e di un messaggio d’amore.

Quei movimenti del corpo isterici, nevrotici, quasi spiritati ma dolcemente umani ricordavano le note del clarinetto di Tony Scott o ancor meglio del trombone di Frank Rosolino. Aveva convertito energia negativa in energia positiva. Aveva trovato l’intima chiave. Si muoveva nella vita come un pianista in preda ad un raptus emotivo e davanti alla tastiera o all’orchestra intera tutto si fermava e di colpo, come un neonato che guarda incredulo la sconfinatezza del cielo, iniziava la musica.

Fui invitato a suonare un concerto da lui diretto ma per ragioni personali fui costretto a rifiutare quella proposta. La cosa mi dispiacque molto perché la sua figura mi ha spesso incuriosito. Avrei voluto sentirlo parlare, vederlo ragionare, ascoltare il suo silenzio, la sua musica e respirare la sua atmosfera. Invece no. Sono qui a scrivere di lui che per così poco avevo avvicinato e che oramai rimarrà soltanto un non ricordo passato e un esempio futuro.

Cito Paolo Fresu che scrive oggi il commento a mio avviso più emozionante e spiritualmente terreno per omaggiare un amico: “Fortunato ad averti conosciuto sempre uguale e sempre diverso”.

Oggi Ezio bosso ha salutato per l’ultima volta il suo pubblico.

Restano le sue parole. Resta la voglia di vita. Resta la sua musica.

 





Cajkovskij, musica oltre confine

Tutto incomincia per me il 23 febbraio di qualche anno fa. Mi trovavo in Estonia, precisamente ad Haapsalu, una cittadina affacciata sul mare nell’Estonia occidentale. In quel giorno in Estonia si festeggia l’indipendenza dalla Russia ottenuta nel 1918. Mi ricordo che dopo un delizioso pranzo che prevedeva pesce gatto su un letto di sugo molto speziato e una sorta di purea di patate (immancabili) l’atto digestivo venne consumato durante una passeggiata sulle rive del mare ghiacciato che circonda la cittadina – una parentesi curiosa: in Estonia, e nei paesi limitrofi, il clima spesso non molto delicato, costringe il Mar Baltico (più precisamente il golfo di Finlandia) ad una enorme distesa di ghiaccio e niente più, sulla quale in pieno inverno viene aperta un’autostrada (percorribile solo di giorno e costantemente monitorata) che collega l’Estonia con la Finlandia. Tornando alla passeggiata i miei amici (una meravigliosa coppia di musicisti, uno ungherese e un’italiana. Sembra una barzelletta!) invitarono me e la mia ragazza a sederci su una panchina che guardava il mare. Senza saperlo eravamo seduti a guardare quella enorme distesa di ghiaccio sulla panchina di Cajkovskij…

Petr Il’ic Cajkovskij (Votkinsk, 7 maggio 1840 – San Pietroburgo 6 novembre 1893) è ricordato e riconosciuto come uno dei più noti (per alcuni il più noto) compositori russi del postromanticismo.
Nato da una famiglia borghese e benestante (padre ingegnere minerario e madre marchesa d’Assier, nata in Francia e trapiantata in Russia) il giovane Cajkovskij venne indirizzato agli studi da magistrato finiti i quali ottenne un mediocre impiego al ministero della giustizia che abbandonò nel 1862 per dedicarsi anima e corpo allo studio della musica nel primo conservatorio russo di Pietroburgo. Qui studiò composizione con N. I. Saremba e orchestrazione con A. Rubinstein.
Forse sulle orme dell’ormai più che defunto Beethoven (morto a Vienna nel 1827), il giovane russo compose Ode alla gioia su testo dell’omonima poesia di Schiller per l’occasione tradotta in russo.
Negli anni successivi, dopo essersi adattato al lavoro di copista per racimolare soldi, venne assunto come professore di composizione nel neonato conservatorio di Mosca. Qui compose i suoi primi capolavori come Il lago dei cigni (balletto), I concerto per pianoforte, le sue prime tre sinfonie, alcune opere ed altre composizioni passate alla storia come minori.
Nel 1875 conobbe Camille Saint–Seans e l’anno successivo, durante un viaggio in Europa, frequentò altri compositori europei senza però riuscire ad incontrare il tanto desiderato Richard Wagner.
Al ritorno dal viaggio europeo Cajkovskij venne a contatto con Nadezda von Meck (da poco vedova del marito Georg, costruttore e proprietario delle prime due linee ferroviarie russe) che presto si trasformò nella sua mecenate – contrattarono una pensione annua di circa 6.000 rubli senza nessun altro tipo di sovvenzionamento. Sotto la sua ala di sicurezza, quantomeno economica, il compositore scrisse alcuni dei suoi più grandi capolavori come la IV sinfonia, Francesca da Rimini e Eugenio Onegin.
L’anno successivo (1877), precisamente il 18 luglio, prese in sposa Antonina Miljukova. La relazione fu un tale disastro che dopo tre mesi il giovane tentò il suicidio. Venne tratto in salvo dai suoi amici che lo obbligarono ad una residenza tra la Svizzera e l’Italia dove pian piano poté ritrovare la serenità e lo spirito creativo, quel tanto che gli bastò per scrivere il famosissimo Concerto per violino e l’opera, meno nota, La pulzella d’Orléans. Da qui in avanti la sua vita fu ricca di successi: 1891 inaugurazione della Carnegie Hall di New york, 1893 diploma di dottore in musica all’università di Cambridge, sempre nel 1893, il 28 ottobre, diresse a Pietroburgo la prima esecuzione della VI sinfonia, La patetica. La storia ci dice che il giorno dopo si ammalò di colera per morire il successivo 6 novembre.
Anche se forse al pubblico dei nostri giorni può sembrare assurdo, Cajkovskij non fu da tutti considerato il grande compositore russo come noi lo conosciamo. Negli stessi anni in cui il nostro compositore operava era sempre più forte l’esigenza di dare una sorta di nazionalità alla musica. Questo non accadeva soltanto in Russia bensì contemporaneamente compositori inglesi, spagnoli, scandinavi ed est-europei rivendicavano la propria esistenza nei parametri della loro musica popolare. Questi gruppi cercavano di lottare contro l’universale egemonia del patrimonio musicale italo – franco – tedesco. Nascevano così le cosiddette scuole nazionali. Nella Russia di Cajkovskij si formò il mogucaja kucka (gruppetto possente) più noto in Occidente come “Gruppo dei Cinque” formato da Milij Alekseevic Balakirev (1837 – 1910), Cezar’Antonovic Kjui (1835 – 1918),  Modest Petrovic Musorgskij (1939 – 1881), Nikolaj Andreevic Rimskij – Korsakov (1844 – 1908) e Aleksandr Porfirievic Borodin (1833 – 1887). Il sodalizio, che in totale durò circa un decennio, aveva il compito di difendere e di promuovere la musica russa il suo folklore e la sua popolarità, non nel moderno senso della parola POP ma nel senso di musica popolare. I Cinque erano inspirati da Michail Ivanovic Glinka (1804 – 1857), probabilmente il primo compositore russo a rivolgere la sua attenzione al patrimonio folclorico nazionale e che inaugurò la tradizione del “dilettantismo” mirando alla formazione dei musicisti lontano dai centri accademici. Come poteva Cajkovskij, amante  della musica europea (va specificato che il suo maestro di composizione al conservatorio di Pietroburgo era un musicista di nazionalità tedesca impiantato in Russia) e accademico di chiara fama non essere uno dei primi bersagli? Ciò che non riusciva a spiegarsi neanche lo stesso compositore era come non si potesse essere nazionalisti amando comunque altre culture  – gli si può dare torto? D’altronde la musica non nasce e rappresenta proprio lo scambio tra diverse etnie e culture?

Io sono russo, russo fino al midollo delle ossa” scrisse in una lettera al fratello Modest. Un passo di una lettera indirizzata alla signora von Meck recita: “Perché dunque un semplice paesaggio russo, una passeggiata attraverso i campi, la foresta o la steppa, la sera, mi toccano al punto da costringermi a stendermi al suolo, lasciandomi pervadere da un torpore, da uno slancio d’amore per la natura, da questa atmosfera inebriante, di una inesprimibile dolcezza, che mi avvolge e che viene dalla foresta, dalla steppa, dal ruscello, dal villaggio lontano, dall’umile chiesa di campagna; in una parola da tutto ciò che costituisce il modesto ornamento del mio paese natale?”.

Un altro aspetto molto rilevante dello stile compositivo dell’autore, ma tutto sommato una caratteristica che non può prescindere dall’essere intrinseca nella vita stessa di Cajkovskij, è la credenza nel fato. Quel fato che tanto opprimeva i compositori romantici a cominciare da Beethoven (è noto come nella V sinfonia è il “fato che bussa alla porta” in quell’incipit oggi blasonato ma ancora travolgente) e che è stato spirito vitale nella ricerca compositiva di tutto il panorama musicale romantico. Cajkovskij, al quale storici e musicologi attribuiscono una ipersensibilità che lo porta a provare emozioni forti di fronte a elementi più disparati della vita quotidiana, vede nella sua musica (nelle sue ultime tre sinfonie è ancor più evidente, pensiamo solo alla Pastorale) sempre una lotta dell’uomo col divino nella quale è sempre l’uomo e la visione terrena a perdere.

L’essere accusato di non essere abbastanza russo sarà per lui un elemento di amarezza. D’altronde probabilmente fu lui il “più russo tra i russi”. E questo non è un mero e semplice luogo comune di chi scrive e probabilmente di chi leggerà ma è un giudizio basato su ciò che Glinka stesso mise in primo luogo nella ricerca e nel concepimento della musica russa. Cito testualmente la traduzione di una sua affermazione: “Vorrei unire con i legami legittimi del matrimonio il canto popolare russo e la buona vecchia fuga della tradizione occidentale”. Probabilmente l’errore del gruppo dei cinque fu quello di rinchiudere in regole burocraticamente fisse un pensiero che tutto sommato non rispettava in pieno neanche gli insegnamenti del loro venerato maestro. Volendo fare un parallelismo con ad esempio la politica non sono poi cosi rari esempi di pensieri nazionalistici o patriottici che hanno portato a creare piccole élites le quali, credendo di avere in pugno la verità assoluta, hanno umiliato il genere umano riducendo donne e uomini a carne da macello. Ma la storia, come la storia della musica, è fatta di uomini.
Le opere prima citate non costituiscono che una minuscola parte di tutto il patrimonio compositivo lasciatoci da Caikovskij che si snoda tra opere,  sei sinfonie (il musicologo russo Bogatyriov trovò degli appunti musicali che secondo la sua visione avrebbero composto la VII sinfonia), balletti e, seppur meno nota del resto, molta musica da camera (soprattutto dedicata al pianoforte).

Cajkovskij va forse considerato,
su un piano europeo, il padre della sinfonia postromantica che vedrà con Gustav
Mahler e Dimitri Shostacovich la sua più grande evoluzione. 

… sappiamo che, con lo sguardo volto a quel mare, Cajkovskij ultimò, fra tante, la VI sinfonia, la Pastorale, quella che egli stesso definì come il suo requiem. Una sinfonia (ne consiglio vivamente l’ascolto) che termina in un clima dolce e tetro allo stesso tempo, come è il clima in una gelida ma assolata giornata estone, tentando di cristallizzare la realtà e di imporre all’ascoltatore un silenzio interiore volto alla ricerca della propria fatale intimità. Non possiamo sapere cosa Cajkovskij provò guardando il mare, ma di sicuro possiamo sentirlo.





Il Concertone

Il Concertone si, perché di concertone in Italia ce n’è o ce ne era uno solo: il concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma.

Il concerto dei concerti. Il concerto delle emozioni. Il concerto dei lavoratori. Il concerto della speranza.
L’altra sera mentre la televisione trasmetteva il concerto ho provato, come tutti gli anni del resto, un intimo brivido. Beatrice mi ha chiesto di raccontarlo.

Iniziai a frequentare il concertone nei primi anni del liceo insieme ad una bella combriccola di amici.
Se chiudo gli occhi e torno a quei giorni mi viene la pelle d’oca e a stento riesco a trattenere le emozioni. Emozioni ancora di ragazzo, di un ragazzo che in quel concerto vedeva uno dei rari momenti di totale libertà ma soprattutto che vedeva in quel pomeriggio di ruggente musica e sana follia la sua Woodstock.
Ci si radunava alla stazione del treno. Dopo circa un’ora si arrivava alla stazione di scalo per noi della provincia. Si correva sotto nella metro A. Già li si cominciava a respirare un clima di giovanile e sacra rivolta. Fermata San Giovanni. Correndo verso scale con le quali si emergeva sulla strada si cominciava a sentire la ressa, la musica, la vita. Di corsa verso gli archi delle Mura Aureliane (ora so come si chiamano, all’epoca pensavo solo al rock e alla rivoluzione). Passata la Porta di San Giovanni eccolo li: il Concertone.
Il programma ogni anno era il paradiso degli artisti che ci rappresentavano: Elio e le storie tese (personalmente non li ho mai amati, ma Dio santo che razza di talenti), Bandabardò, Modena City Ramblers con la loro immancabile versione di Bella Ciao, Enzo Avitabile, Afterhours, Sud Sound System, Piero Pelù e tantissimi altri.

Un ricordo che non riesco davvero a cancellare dal cuore: ero adolescente e mi ricordo una piazza notturna e un Caparezza che, esaltato e stravagante, stava facendo ballare tutta la piazza. Quell’anno eravamo migliaia e migliaia (sono andato a ricontrollare e la stampa disse 500.000). Tocca alla famosissima Vengo dalla Luna e la piazza comincia a saltare all’unisono tutta in uno spirito vitale, quasi demoniaco, sicuramente metafisico. Tutti con le braccia verso il cielo come a cercare di afferrare la Luna tra le mani. Faccio una pausa di qualche secondo da quella danza sfrenata (la mia pigrizia mi ha sempre caratterizzato e contraddistinto). La terra si muoveva, tutto sotto i piedi tremava. Ricordo ancora il clima tiepido e gentile di quella notte e ricordo quella sensazione di dolce e pauroso stupore. Il Concertone per tutti noi era come uno zio. Un uomo gentile che ti accoglieva nel suo giardino. Li noi adolescenti eravamo liberi di bere qualche birra, di fumare quelle sigarette che ti facevano sentire grande (un simpatico cartello che ogni anno in qualche modo spuntava fuori recitava: “QUI FUMO”, con una freccia verso il basso) e di conoscere ragazze; spesso i più audaci si lanciavano in tanto rapide quanto vorticose effusioni d’amore con ragazze perse prima ancora d’averle conosciute. Tutti al sicuro sotto lo sguardo quasi paterno del Concertone.

Pian piano questo amore ha perso forza ed attraversare quella gigante porta biancastra non ha avuto più quella funzione magica di stargate. È qualche anno che ho smesso di frequentare il Concertone. Ricordo benissimo la sensazione di tristezza e rammarico di quando ho cominciato a percepire che il tanto atteso concerto del primo maggio stava cambiando volto e stava perdendo quel fascino corsaro.
Sono anni che quel palco sembra ospitare non più un messaggio, non più un emozione, non più il Concertone ma soltanto un concerto.

All’Italia bastava già il Festival di Sanremo per capire le tendenze musicali delle etichette e del mercato discografico. Non serviva trasformare il Concertone in una versione sinistroide e radical chic del Festival che vede, esibizione dopo esibizione, solo un fluire di ardenti scalatori di successo. Oltretutto spesso mostrando la faccia più brutta della musica: una musica fatta di arrivo e non di viaggio, di voci rauche e che, strillando, annoiano senza neanche riuscire a dare un senso alle parole. Stonature “con vista panoramica” che fanno riflettere. Si riflettere. Sapete quanto è duro il percorso di formazione e di selezione di un musicista professionista che tenta tutti i giorni di tirare avanti guadagnando i suoi buoni cinquanta euro nel club? Sapete quanti sbagli vengono perdonati a un ragazzo che dopo magari mesi di studio si presenta ad un provino? Nessuno.

Poi per fortuna poi ci sono sempre i grandi artisti come Tosca, Britti, Zucchero e altri che continuano ad alimentare il sogno.

L’edizione di questo anno per ovvi motivi è stata “giocata a porte chiuse”. Credo che la perdita più grande non sia stato il pubblico ma il popolo. Proprio così. I migliaia di piedi che calpestavano l’erba di Piazza San Giovanni erano i piedi del popolo, magma ormonale costituito di tante “micro etnie”: dal “tipo di Prati” col casco in mano ed il maglioncino sulle spalle al “pischello de borgata” che magari poteva approfittare solo di quell’occasione per fruire di un concerto durante tutto l’anno. Il Concertone non ha pubblico.
Il Concertone è popolo.

Al concertone sventolavano fiere bandiere rosse e arcobaleno, spesso nel più totale stato poetico dell’incoscienza, ma talune volte già sorrette con braccia formate dai sinceri ideali di fraternità e comunismo (come comunione) ispirati da Karl Marx e Gesù Cristo. Il Concertone non era così odiosamente moderato e politically correct. Giovani e meno giovani si sentivano per un pomeriggio in spirito comunione. Qualcuno comunista. Non di sinistra. Quel senso di adolescenziale totalitarismo sentimentale e politico univa una piazza eterogenea. Lì trovai il senso più alto della democrazia.
Personalmente ho ed avrò bisogno di credere, anche quando non potrò più neanche pensare di frequentare la piazza,  che il Concertone sia ancora lì. Che sia nel cuore dei romani e dei ragazzi di provincia che a affrontando il caldo, la pioggia, non di rado le forze dell’ordine e spesso le famiglie forse troppo apprensive si radunavano in quella piazza tra sacro e profano, vecchio e nuovo.
Di concerti ne è pieno il mondo. Ridateci il Concertone.





SEID UMSCHLUNGEN, MILLIONEN! (ABBRACCIATEVI MOLTITUDINI!)

Forse nei momenti difficili, forse da sempre o forse solo negli ultimi mesi, aleggia tra noi europei un altro grande virus oltre al neo arrivato Covid-19: quello della diffidenza che, infima e sottile, lavorando da mediano, alimenta sempre più un clima di avversione nel nostro vecchio continente.

Per cercare di crearmi un’idea leggermente più strutturata della questione “Europa” sono voluto partire da lontano, analizzando il termine stesso. Nella mitologia “Europa”, figlia di Agenore e Telefessa, nipote di Poseidone e Libia, venne rapita da Zeus tramutatosi in toro; dalla loro unione una volta giunti a Creta nacquero Minosse, re di Creta, e Radamanto. Altresì, l’analisi etimologica della parola non ci dà troppi chiarimenti e lascia libera l’interpretazione. La tesi più accreditata è che si fondi sul termine ereb con il quale i Fenici usavano indicare tutti i paesi ad occidente della Siria; quella che dà, invece, il via a questa mia riflessione è un’altra. Riprendendo tra le mani il vecchio e marmoreo GI, il vocabolario di greco, un po’ malconcio – non tanto per il grande uso che ne feci quanto perché, ahimè, negli anni del liceo fungeva da rialzino per qualsiasi cosa non arrivasse all’altezza desiderata – ho avviato una ricerca sul significato dei termini che compongono la parola “Europa”. Questa risulta essere formata dall’unione di due vocaboli: eurus traducibile con l’aggettivo italiano “ampio” e ops, che sta per “voce”, “linguaggio”, o ancor meglio, e se vogliamo ancor più poetico, “sguardo”. Ecco qui, che unendo le due traduzioni “Europa” assume il significato di “ampio sguardo”.

Da qui nasce questo breve saggio, che ha la velleità di puntare il faro sui valori propri racchiusi nel significato di “Europa”, allontanandosi invece dall’interesse politico ed economico che la potenza europea rappresenta.

Già, quindi, nella parola “Europa” è contenuto il significato più nobile, quel significato che i suoi Fondatori avevano in mente, forse dimenticato e che varrebbe la pena di riscoprire e riavvalorare. “Europa” come “ampio sguardo”, che fonda le sue radici non sul suo valore economico e politico, ma su un valore di tipo culturale, mettendo in primo piano una visione “sacra” e  “divinizzata” di essere umano e di intelletto, basata sui valori delle antiche società elleniche.

Franz Josef Muller, membro della Rosa Bianca, movimento cristiano di resistenza tedesca al nazismo, in un intervento tenuto a Belluno il 5 febbraio 1996 dice:

Vorrei dire, rapportandomi alla realtà attuale, che se si persegue soltanto un’Europa dell’economia, dell’efficienza economica, questa non è l’Europa che noi della resistenza, e altri ancora, volevamo. Se l’Europa non farà riferimento alla sua cultura, alla sua storia spirituale non sarà un’Europa in grado di lasciare un’eredità buona e utile per gli uomini.”

È forse un caso che l’inno dell’Unione Europea, il tanto noto Inno alla Gioia composto da Ludvig van Beethoven sul testo dell’Ode alla Gioia di Friedrich Schiller, sia inserito in uno dei più grandi capolavori della storia della musica? Ci si può forse interrogare anche sull’assonanza simbolica di questa scelta dato che la IX sinfonia di Beethoven, dal quale ultimo movimento è tratto il nostro inno, è considerata come uno degli elementi più innovatori e rivoluzionari nell’evoluzione della composizione musicale?

Mi sento di dire che probabilmente sì, l’idea d’Europa come “ampio sguardo”, rassicurante e futurista, tutt’oggi, è rivoluzionaria.

Una grande oasi sognata da grandi uomini, molti dei quali italiani come Nilde Iotti e Alcide De Gasperi, fondata su un sentimento di pace ed unione. Un grande “continente contenitore” di etnie, usi e costumi, che miscela Oriente e Occidente avvicinando climi e paesaggi, sapori e sguardi, melodie e ritmi. Potremmo allargare la visuale citando Gandhi in una delle sue frasi passata alla storia: “L’umanità intera appartiene a un’unica grande famiglia”; ma il discorso si perderebbe in meandri dell’anima che solo il cuore, e non di certo la mia penna, potrebbe interpretare.

Lungi dall’intento di queste poche righe alludere al fatto che non debbano esistere confini geografico-politici, sarebbe troppo utopico e forse banale. Le differenze, insite tra i tanti popoli del continente europeo – tra qualsiasi nazione o anche tra qualsiasi uomo –, formano il nostro patrimonio e rappresentano la nostra forza. Magari nel futuro non esisterà più questo grande paese chiamato Europa e ritorneremo a una politica, nel senso alto del termine, che conta piccoli stati (si fa per dire) ognuno facente capo solo ed esclusivamente a sé stesso.

Quello che è certo, è che i confini e ancor più le barriere non devono esistere tra gli esseri umani. Le tensioni e gli odi politici hanno già troppe volte plasmato noi, uomini liberi, provocando ferite umane e sociali che la storia ancora ci rammenta. La politica e i governanti cambiano, noi, il popolo nella sua entità fisica e metafisica, no.

Sophie Scholl, insieme a suo fratello Hans, fu anch’ella membro della Rosa Bianca. Come tanti altri militanti frequentarono il ginnasio classico della città di Ulm, nella Germania meridionale.

Quella scuola non aderì mai alle idee del nazional-socialismo. Lì i giovani, tramite lo studio dell’arte, della letteratura e della filosofia (soprattutto con l’analisi dei testi dei filosofi greci come Socrate e Platone) ebbero subito modo di interpretare malato il sistema “umanamente imperialistico” alla base   dell’ideologia nazista – e tutto sommato anche del prodotto contemporaneo ed amico made in Italy. È proprio su queste idee che si formavano le coscienze di tanti “partigiani” tedeschi che vedevano nella cooperazione dei popoli europei e nella formazione di una grande coscienza europea il futuro dell’intero continente.  Sophie, prima di essere ghigliottinata, fu torturata per quattro giorni consecutivi, dal 18 al 21 febbraio del 1943. Prima di morire un agente della Gestapo le domandò: “Signorina Scholl, non si rammarica, non trova spaventoso e non si sente colpevole di aver diffuso questi scritti e aiutato la Resistenza, mentre i nostri soldati combattevano a Stalingrado? Non prova dispiacere per questo?”. Lei rispose: “No, al contrario! Credo di aver fatto la miglior cosa per il mio popolo e per tutti gli uomini. Non mi pento di nulla e mi assumo la pena!”.  Aveva appena 22 anni.


Seid umschlungen, Millionen!
Diesen Kuß der ganzen Welt!
Brüder, über’m Sternenzelt
Muß ein lieber Vater wohnen.

Abbracciatevi, moltitudini!
Questo bacio vada al mondo intero!
Fratelli, sopra il cielo stellate deve abitare un padre affettuoso.