NON DIRMI CHE HAI PAURA.

Cari amici e lettori di Diatomea, questa non è una recensione, anche se  vi parlerò di un libro.
Un libro necessario per capire il nostro tempo e ritornare ad essere umani, un libro che vi aiuterà a comprendere quanta sofferenza si nasconde in quelle persone di colore che sempre più numerose attraversano le nostre strade, e ci intimoriscono, ci imbarazzano … io stessa abbasso lo sguardo, come se non volessi vedere, eppure, credetemi, io vorrei che ci fosse una soluzione a questo problema, perché questi uomini queste donne questi bambini, contro la loro volontà, sono diventati un problema da risolvere.
Giuseppe Catozzella, Goodwill ambassador per l’ONU, ha scritto “NON DIRMI CHE HAI PAURA” finalista del premio Strega 2014, ed è inutile sottolineare che il libro è scritto bene, che è appassionante e drammatico come le storie che più mi affascinano e rubano il tempo alla vita vera.
Questo libro è stato scritto per “il dovere di raccontare”come l’autore stesso afferma, ed io sono qui adesso nel mio vortice di emozioni con lo stesso intento: raccontarvi la storia di Samia.
Samia Yusuf Omar è morta nel mar Mediterraneo il 2 aprile 2012, mentre tentava di raggiungere le funi lanciate da una imbarcazione italiana.

Siamo a Mogadiscio, in Somalia, dove una sanguinosa guerra etnica imperversa da tanti anni.
Sotto l’integralismo islamico di Al-Shabaab, in questo cielo  di polvere da sparo e sopra questa terra di attentati con spargimenti di sangue, vive Samia con la sua famiglia in una baracca di fango.
È una bambina Samia, che passa le sue giornate con Alì,  il suo vicino di casa e unico compagno di giochi.
Questa amicizia che li lega è commovente, la guerra a loro sembra non sfiorarli, crescono insieme condividendo la passione per la corsa, immaginateli che corrono in mezzo alle bombe, lei con il Burqua che la fa sudare e che le sbatte sulle gambe da gazzella esili e scattanti, lui con lo sguardo ancora di un bambino che non ha paura, che la incita e le fa credere che i sogni possono avverarsi.

Della guerra a me e Alì non è mai importato niente. Si sparassero pure per strada, non ci riguardava. Perché la gente non poteva toglierci l’unica cosa importante: quello che lui era per me e io per lui“.

Ma la vita per questi 2 bambini si fa sempre più difficile.
Samia e Alì potevano guardare il mare solo da lontano perché la spiaggia è il luogo dove più facilmente si diventa bersaglio dei cecchini, ecco perché Samia non ha mai imparato a nuotare.
Alì causa la guerra e un senso di inadeguatezza abbandona il sogno di correre ma rimane vicino alla sua amica autoproclamandosi suo allenatore, perché lei corre veloce in tutta la sua magrezza, e capisce che proprio il suo corpo esile è il suo punto di forza.
E allora, ignorando il coprifuoco, vola di notte libera dal Burqa in pantaloncini e maglietta e corre sempre più veloce per le strade di Mogadiscio, a soli 10 anni vince la sua prima  gara in città diventando la ragazza più veloce della Somalia e a 17 si qualifica per le olimpiadi di Pechino del 2008.

Ero la più bassa, la più magra, la più piccola…indossavo la maglietta bianca che profumava di sapone alla cenere… Ero arrivata ultima…e sono stata sommersa dai giornalisti di tutto il mondo. La ragazzina di diciassette anni, magra come un chiodo, che viene da un paese in guerra, senza un campo e senza un allenatore, che si batte con tutte le sue forze“.

Samia arriva ultima, ci sono documenti video che la ritraggono alla partenza, con la sua maglietta bianca troppo grande, le gambe lunghe ed esili e la sua fascia di spugna regalatale dall’amatissimo padre; vicino a lei donne con muscoli pulsanti e una preparazione alimentare e atletica che Samia non ha avuto la possibilità di avere. Al suo arrivo al traguardo però succede che le persone la applaudono e si alzano in piedi e l’applauso sembra non finire mai … i giornalisti corrono tutti da lei e lei promette di vincere le prossime Olimpiadi.
Torna a Mogadiscio, riprende a correre impegnandosi con più determinazione  ma comprende che da sola, senza un allenatore, non può vincere le Olimpiadi di Londra del 2012.
Samia Yusuf Omar diventa il simbolo di tutte le donne musulmane.
Con l’aiuto di una giornalista parte per Addis Abeba dove la attende un grande allenatore. Ma dal suo paese ancora devastato dalla guerra i documenti non arrivano e lei, ancora una volta, può correre solo di notte perché è una clandestina.
E allora decide di partire verso l’Italia. Sola, intraprende un viaggio di ottomila chilometri, l’odissea dei migranti dall’Etiopia al Sudan e, attraverso il Sahara, alla Libia, per arrivare via mare in Italia.

Il viaggio è una cosa che tutti noi abbiamo in testa fin da quando siamo nati. Ognuno ha parenti o amici che l’hanno fatto… È come una creatura mitologica che può portare alla salvezza o alla morte con la stessa facilità“.

Le ultime ottanta pagine del romanzo raccontano l’odissea del viaggio di Samia, senza risparmiarci nulla.
Il viaggio è fame, sete, caldo, sudore, vomito, diarrea, di corpi che vogliono solo sopravvivere sempre e comunque. E leggendo ci si chiede come tutto questo sia possibile, come facciano milioni di uomini a resistere per dare un volto alla speranza.
I trafficanti di uomini sono senza scrupoli, Samia viaggia su jeep colme all’inverosimile di persone attraversando il deserto, capita di cadere durante la traversata e la jeep non si ferma perché poi non sarebbe più stata in grado di ripartire per via della sabbia, lei resiste.
Viaggia in container roventi su camion, e ad ogni fermata paga per la prossima tappa.
Chi non ha più soldi viene lasciato al suo destino, e le donne diventano schiave sessuali.
Samia paga.

Loro lo sapevano, hanno imparato a capire quando un uomo si trasforma in un bisognoso di rifugio. Lo leggono negli occhi. È una cosa che si vede… È l’odore dell’animale sottomesso. Lì per la prima volta siamo stati chiamati animali“.

Il deserto, la strada, anche la prigione… Samia supera tutto questo e resiste, sono le parole della nipotina a farle coraggio “arriva presto zia, non far venire i mostri, non dirmi che hai paura”.
Con la sua fascia di spugna e una busta di plastica con dentro la foto del suo mito, l’atleta somalo MooFarah , Samia si prepara ad affrontare l’insidia più grande : il mare Mediterraneo.
In mare si infrange il sogno di questa ragazza somala a soli 20 anni, proprio quel mare che lei ha sempre temuto fin da bambina .
Samia non sa nuotare e non riesce ad aggrapparsi alla fune di salvataggio dell’imbarcazione italiana a poche miglia dal porto di Lampedusa.
Muoiono 7 persone, e lei è una di queste.

Ho letto questo romanzo anni fa, e da allora non ho fatto altro che pensare a quanto la vita a volte sia ingiusta. Non credo al detto “siamo tutti sotto lo stesso cielo”, c’è chi è più fortunato, è la selezione che ancora mi sfugge.





PASTORALE AMERICANA. Un romanzo che richiede coraggio.

Ahimè, Phillip Roth ci ha lasciato quest’anno (22 Maggio 2018) ed è stata la sua scomparsa a risvegliare in me la voglia di avere di nuovo a che fare con Nathan Zuckerman, suo alter ego, e di perdermi di nuovo nella sua scrittura precisa e affilata.
Con tutto il coraggio che lo richiede, ho comprato Pastorale Americana e ho iniziato a leggerlo, carica di aspettative sul muretto antistante la libreria. Parliamo di un premio Pulitzer per la narrativa, non potevo continuare ad ignorarlo, ma ho aspettato la giusta concentrazione.

Roth non è uno scrittore che alleggerisce l’animo, talvolta è spietato nell’indagare le frustrazioni e le debolezze umane che albergano dentro di noi ben nascoste, e, in passato, questo autore mi ha scatenato sensazioni di profondo disagio e di cinismo crudele, pur amandolo molto per lo stile e la concretezza dei suoi romanzi, una sorta di fascino del mostro.

Nathan Zuckerman  in  Pastorale Americana  racconta la nascita, la vita e la morte di un uomo, Seymour Levov, soprannominato “lo svedese”, per via della sua bella capigliatura bionda, gli occhi blu e l’aspetto nordico, lanciato come un missile verso il successo, il sogno americano, in un periodo storico delicatissimo dell’America moderna che vuole apparire gloriosa e onesta ma che nasconde il tragico conflitto in Vietnam, i disordini razziali e un sistema imperialista in cui un’intera generazione brucia dalla voglia di smascherare il suo vero volto. La vita dello “svedese” è perfetta, una moglie cattolica di origini irlandesi, ex miss reginetta di bellezza, un’azienda di guanti ereditata dal padre ebreo con affari in crescita  e una bella casa immersa nella natura delle zone rurali del New Jersey. Il principale problema di questa famiglia modello, in perfetto stile americano medio-borghese, sembra essere il fatto che Merry (unica figlia di Seymour) balbetta, ma è solo l’inizio di una catastrofe, non preannunciata, improvvisa, come una miccia che inizia un percorso prima di arrivare all’esplosione. Ormai sedicenne, Merry diventa sempre più ribelle e politicizzata e si unisce all’organizzazione politica di estrema sinistra dei Weathermen. La “vita pastorale” di Levov viene distrutta quando la ragazza, ormai fuori controllo, compie un attentato dinamitardo contro un ufficio postale, uccidendo una persona e dandosi poi alla fuga. Attraverso una scrittura priva di pietismi e ridondanze assistiamo, pagina dopo pagina, alla distruzione totale di questo uomo-mito e di un intero paese.

Leggendo la critica letteraria  ho notato che spesso questo libro è stato accostato all’Ulisse di Joyce, che più volte ho tentato di comprendere nella sua profondità ma con scarsi risultati, forse perché io stessa sono in un continuo flusso di coscienza inarrestabile. Contrariamente ai nomi illustri e senza presunzione alcuna io ho pensato a Steinbeck e al suo famosissimo Furore perché ho sentito la stesso accanimento della sorte sui protagonisti e sul sogno di una società giusta.
In Pastorale Americana Roth è abile nel descrivere i personaggi attraverso piccoli dettagli e dialoghi brevi, sondando il loro lato oscuro con una psicologia profonda che diventa quasi insopportabile… ognuno mette in atto un’opera di distruzione, una famiglia perfetta impegnata nel proprio disfacimento. Lo Svedese, impassibile, assiste sconcertato, mettendo in discussione tutte le sue certezze, cercando inutilmente le proprie responsabilità di marito e soprattutto di padre, ma diventa quasi inconsistente in balìa degli eventi, non può modificare il corso delle cose: improvvisamente si rende conto che niente è in suo potere. La sua dolce bimba Merry diventa una terrorista, la sua amata Dawn lo tradisce con l’architetto, il suo sogno americano si spegne e si chiede se ci sia mai stato… tutto il resto è terribilmente reale, tragico, come una Bomba che esplode, l’apoteosi della catastrofe e l’inizio del declino.

Chiudendo il voluminoso tomo sono caduta nello sconforto… uno stato di prostrazione durato giorni. Come non scorgere in ognuno dei personaggi aspetti che riguardano noi stessi e la nostra esistenza? Come si fa a distaccarsi dalla storia che diventa anche un po’ la nostra dopo quasi 500 pagine di genio assoluto della narrativa statunitense? Io ho divorato quasi ferocemente la parte finale, covando dentro me stessa una speranza di bene che trionfa sul male, e invece il libro non finisce in nessun modo, rimane incerto sulle sorti di tutti, ridotte in pezzi e non ricomponibili tra loro. Potrebbe sembrare un’opera incompiuta, ma in realtà non ci sono spiegazioni umanamente accettabili sul significato della vita. Perché Pastorale Americana parla della vita e come dice lo stesso autore La vita è solo un breve periodo di tempo nel quale siamo vividoveTu ti nascondi. Non scegli mai.

Con mio immenso stupore l’attore scozzese Ewan McGregor, al suo esordio da regista, mette un punto esclamativo alla fine di questa storia. Nel film, in cui lui stesso interpreta lo svedese, stravolge il finale riconducendo Merry, la figlia adorata, sulla sua lapide, come a voler riconoscere lo sforzo di tutta la sua vita ad essere felice. Le recensioni di autorevoli testate non sono state clementi con il bel McGregor, definendo la trasposizione cinematografica di Pastorale Americana “molliccia” e incapace di rappresentare al meglio la scrittura allegorica di Roth, ma, del resto, come non cadere nel cliché che il film non sarà mai come il libro! Io sono con Ewan e la sua visione romantica, e credo che ogni regista sia libero di scegliere come interpretare tutta la storia, perfino stravolgendone il finale e concentrandosi sul rapporto padre-figlia, piuttosto che sul contesto sociale.

Il film mi è piaciuto, è stato come ricevere una carezza dopo uno schiaffo violento in pieno viso. Philip Roth si può amare o odiare, non ci sono le mezze misure. In fondo ero preparata, avendo letto buona parte della sua produzione narrativa, ma Pastorale Americana ha avuto un forte impatto su di me, ecco perché mi ritrovo qui a scrivere e ad esortarvi a leggerlo, anche se può sembrare il contrario.

Siate coraggiosi e maneggiatelo con cautela, potrebbe esplodervi tra le mani!


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