L’ISTINTO DELLA CACCIA

Molti nell’ambiente si chiedevano perché Lupo, ormai al vertice della carriera, accettasse di occuparsi della sicurezza di vertici internazionali in città di provincia o di sopraintendere alla scorta della portavoce Onu per i profughi. Marchette gratuite sussurravano per i corridoi.

     «Nostra Signora dei diseredati è più sexy di tutti loro» lui rispondeva piccato ai mestatori. E poi, nel mestiere, nulla è routine: bisogna essere sempre pronti a rimestare la cacca. A perderci l’abitudine si finisce per credere solo a intercettazioni e satelliti e a non capire più quanto accade intorno. Com’era capitato a certi soloni della spiocrazia rimasti in mutande dopo l’abbattimento delle le Twin Towers.

     In compagnia di questi pensieri, Lupo camminava nella notte palermitana, lungo l’itinerario che, il giorno dopo, le macchine blindate delle delegazioni avrebbero percorso a tutta velocità verso una passerella di buone intenzioni mascherata da meeting. Lasciando alle spalle il barocco di piazza Vigliena con le statue delle sante protettrici la città, si diresse in Questura attraverso un vicolo illuminato a chiazze dalla luce dei lampioni. L’edificio era semideserto, gli uffici silenziosi.

   Gli consegnarono un cifrato urgente. Inserì nel personal il codice di decodificazione e il testo in chiaro apparve sullo schermo. Tutto annullato: arrivo dei boiardi, conferenza, cene, shopping delle signore. Quell’estate era stata attraversata da avvenimenti così imprevedibili e sconvolgenti – la pandemia, l’Afghanistan – da far perdere la trebisonda ai Servizi di tutto il mondo: nessuno standard di sicurezza era più certo e, per allontanare i rischi, il convegno era sospeso.

   Non ebbe il tempo di accendere una sigaretta e già il questore lo chiamava sulla linea protetta.

     «È una decisione che dobbiamo accettare» esordì, ma Lupo capì quanto fosse sollevato: niente più preoccupazioni e nessuna responsabilità se qualcosa fosse andata storta.

     «Ho convocato una riunione con Carabinieri, Polizia e Finanza. Per fare il punto» proseguì. Lui non dipendeva dal questore e non era obbligato a presenziare allo scontro tra clan rivali, decisi a contendersi la carcassa dell’operazione. Sacrificandosi però al ‘moloch’ del coordinamento interforze grugnì un assenso infastidito e si rassegnò a partecipare.

     Uscì dal suo ufficio e raggiunse il cortile, ingombro d’auto e di uomini.

    ‘Un movimento inutile, cucinato per i telegiornali’ pensò: bisognava mostrare di essere sempre pronti e di saper reagire e il questore era un esperto in questi giochi di prestigio.

     Lanciò un’occhiata interrogativa a Candido, un funzionario delle volanti.

     «La vecchia fabbrica occupata dell’Arenella. Andiamo a vedere chi c’è dentro» quello rispose alla domanda muta e per Lupo il richiamo dell’azione fu più forte di tutto, decise in un bit: sarebbe andato con gli uomini e affanculo le gelosie d’apparato.

     La volante raggiunse una grande area in rovina. A Lupo ricordò, non fosse stato per lo sciabordio del mare oltre le facciate sbrecciate degli edifici, la desolazione di certi luoghi del suo apprendistato da spia in Medio Oriente.

   L’azione fu rapida e decisa: pochi ordini secchi, uno scalpiccio di anfibi, la luce improvvisa delle fotoelettriche e dalla guazza notturna si materializzò un’umanità sgomenta e intirizzita. Africani, slavi, arabi, da abbandonare alla voracità di giornali e televisioni. Osservando la scena Lupo si ritrovò in preda ad un disagio di cui non riusciva a capire l’origine; per distrarsene si rifugiò, attratto dal riflesso d’un vetro, dentro un magazzino. All’interno la sua attenzione fu calamitata da una sacca abbandonata vicina a un’intercapedine. Travolto da una preoccupazione inspiegabile, infilò a caso il braccio nello spazio buio tra il cartongesso, ravanò un paio di secondi fino ad afferrare qualcosa di solido e freddo e la tirò fuori con forza per ritrovarsi tra le mani l’ingombro scuro di un pc. Si chinò allora con la stessa frenesia con cui aveva afferrato il computer sulla sacca, l’aprì, ne disseppellì dal fondo una carta d’imbarco Air Malta. Il suo istinto accese segnali d’allarme: qualcuno, sorpreso dall’irruzione, era fuggito senza portar via nulla. Lo sbirro dentro di lui, protesto, scalciò, lo agitò, scatenò diffidenza e sospetto.

    «Qualcuno tra loro potrà spiegarci» Candido lo rassicurò ascoltandolo distratto e indicandogli il raccolto umano di quella sera, in attesa, con la pazienza degli sconfitti, di essere identificato.

     «La sezione telematica potrà aiutarti, ma vorranno essere autorizzati dal magistrato» concluse, mentre Lupo scopriva, nonostante la pena per quell’umanità disperata, di non riuscire ad affievolire la sordina dall’allarme dei pensieri.

     Candido aveva ragione: senza autorizzazioni avrebbe annaspato come uno scarafaggio nell’ovatta e allora afferrò il cellulare criptato, digitò un numero protetto. Urlò con tutti quelli con cui venne a contatto, fino a mettere il pepe in culo al funzionario di turno al soglio della papessa al vertice della Spiolandia nazionale: facessero pure tutti i loro ricatti, ma gli dessero i mandati necessari.  E i mandarini segreti, per una volta, non lo ignorarono: nello squillo del telefono che, nel silenzio aurorale dell’appartamento, svegliò il magistrato competente, c’era tutta la loro determinazione: la richiesta all’onorevole signor giudice era ineludibile. Nell’interesse nazionale. E dal suo studio, dentro un palazzo difeso da soldati armati, l’eccellentissimo dottore, coi succhi gastrici in tumulto per la colazione mancata, rilasciò i permessi, accrescendo il livore verso le conventicole occulte. Ma non sbagliassero un accento: Forte Boccea era lì ad aspettarli, tutti e lui poteva mandarceli.

   Lupo si predispose alla caccia, un solo pensiero nella mente: prendere quell’ombra al più presto.

   Il nominativo sulla carta d’imbarco non era sconosciuto al data base dell’amministrativa. La stessa persona che aveva volato su Malta aveva chiesto un permesso per uno spettacolo in un centro multietnico. Lupo disponeva di un indirizzo e un nome. Danesi Renata. Mentre rifletteva su questa traccia, labile come la scia di una cometa, Candido entrò soddisfatto nell’ufficio: uno dei fermati per evitare una gita fino al confine, ricordava tutto: la sacca era di Rahim, arabo, silenzioso, forastico, sempre al computer portatile. Piaceva alle donne e aveva molte fidanzate. Ascoltandolo Lupo intuì di essersi imbattuto in una di quelle sottilissime ragnatele che la vita di ognuno secerne nel suo scorrere.

   «Andiamo da questa dama di carità» disse al collega, mostrandogli il rapporto.

    La mezza luna di mare della Cala, incuneata nella città vecchia, rifletteva la luce incerta delle sei del mattino: l’ora delle irruzioni e degli interrogatori.

    Sulle scale, dalla volta a botte, la voglia di abbandonarsi al sonno lo avvolse improvvisa. Soltanto la disciplina lo spinse avanti. Si aggrappò al corrimano di ferro, proseguì. 

   Lei aprì, stordita dal sonno. Mora, languida e giunonica. Un pareo annodato al seno. Ispirava confidenza e intimità. Lupo, nel trovarsela di fronte, avvertì il rimpianto per la tenerezza che solo una donna innamorata può concedere a cui, da tempo, aveva rinunciato. Ma il cacciatore segreto non poteva cedere alle suggestioni e allora eccolo ad ammannirle la copertura: un controllo sull’attività dei centri di accoglienza.

   «Lei, signora, ha firmato quella richiesta ed è stata a Malta per conto della Caritas».

   «Ho lavorato con loro, è vero. Ma non sono mai stata a Malta». 

   «E il biglietto aereo, col suo nome, nella sacca di Rahim?»

   «Non so spiegarlo. È un parassita quello. Una delusione: sempre in casa a giocare con internet. Ma non è questo a rodermi, sono furiosa perché è andato via con una tossica che dicono mi somigli». E Lupo ad incalzarla, a chiederle delle carte di credito, della nuova donna di Rahim, del passaporto.

   «Perso mesi fa, ho la denuncia. La tossica abita in vicolo delle Giovenche, al 14. Le carte di credito? Nel settimanile. Non le porto con me. Mi addebitano le spese sul conto. Non controllo mai».

   Nella concitazione il nodo del pareo le si era allentato e Lupo fu rapito dall’ansare dei suoi seni. Desiderò tuffare il viso tra quei solchi, aspirare l’odore il suo odore e mandare al diavolo tutto. Ma era in battuta e non poteva permettersi fantasie. Arginò la carica del testosterone, si costrinse ad andar via.

   In macchina, sulla frequenza coperta, chiese un controllo su Renata. Perché va bene l’ormone, ma la regola aurea del mestiere è diffidare, diffidare sempre. Per sopravvivere. Candido lo guardò interrogativo.

«Ha avuto una storia con Rahim. Dice di non sapere perché il suo nome è su quel biglietto. Lui l’ha lasciata. Andiamo dall’altra, adesso».

   Anche lì scale ripide e strette, da poveracci però.

   Fu come avere di fronte Renata, solo più magra e male in arnese. Negli occhi venuzze rossastre. Anche lei stranita, non dall’indolenza eccitante dell’altra, ma dal tossivo dell’ultimo veleno assunto.    

    Dall’appartamento emergeva il tanfo di sigarette fumate la sera prima, di residui di cibo dimenticati in piatti non lavati.

   «Rita d’Andò mi chiamo. Rahim? Non lo vedo da tempo. Era cameriere in un pub dell’Olivella. Come trovo i soldi per vivere? Quando non ho la ‘scimmia’ faccio la cameriera ad ore. Altrimenti rubo».

   Lupo capì come Rita sapesse per esperienza di non potersi sottrarre alle sua domande: aveva imparato a riconoscerli gli sbirri. Da lei avrebbe potuto ricavare soltanto mezze verità. Per un attimo fu come se riuscisse a leggerle nei pensieri: ‘guarda la mia scheda in questura, stronzo. Rahim stava con me, perché era stufo di quella fichetta profumata. È uno spacciatore, e allora? Con lui è stato come vincere la lotteria. Non dovevo sbattermi per la roba: lui l’aveva sempre, tutta quella che volevo. E adesso arrivi tu, a rovinare tutto. Ma non ti dirò nulla, proprio no’. Nel negare, negare ogni cosa gesticolava e gesticolava. Lupo  fissò una rosa tatuata sul polso della ragazza e capì come quell’ostilità fosse il massimo che potesse, per il momento, ottenere.

   ‘Una sorveglianza h24 e poi aspettare un passo falso’ pensò dirigendosi verso la civetta. Era la condanna del suo lavoro: aspettare.

   «Quelli della telematica vogliono vederci» Candido quasi gli gridò quando Lupo fu dentro l’abitacolo «hanno novità, sembrano molto eccitati». Lupo rimuginava tra sé, mentre la macchina, penetrando a fatica vicoli diroccati, lo depositava in questura.

     Nel loculo asettico delle riunioni riservate lo schieramento era al completo. Un tecnocrate dei carabinieri, tirato a lucido almeno quanto gli alamari della sua divisa, dispensò la propria onniscienza. I tecnici dell’Arma erano risaliti ai server e mappato i siti frequentati dal pc rinvenuto. Il risultato era allarmante: siti uzbechi, iraniani, ceceni, tutti sulla manipolazione e l’uso del VX 7220.

     «È un veleno potentissimo. Sei ml ed è un’ecatombe» chiosò soddisfatto per la propria esibizione.

     Sul versante della segnalata Danesi, rinviava al video registrato al gate Air Malta, disse, mentre su uno schermo alla parete scorsero le immagini di un banco aeroportuale: in un’ampia sahariana, occhiali scuri e foulard con le cocche annodate, ecco Renata al check. Mostrare passaporto e biglietto, andare oltre. Le riprese zoommavano solo di fronte. Se, nel campo lungo, la sensazione di Lupo era quella di osservare Renata, nel dettaglio, avvertiva però un’allarmante distonia tra la figura proiettata e la memoria delle ultime ore. Mai minimizzare una sensazione: è spesso l’autobus per la verità. E allora a puttane la correttezza. «Vai indietro. Ferma il fotogramma» urlò col cuore così gonfio da impedirgli di parlare «ecco, adesso. Guardate. Posa il passaporto sul banco. Le mani. Non è Renata, non è lei. Guardate! Ha lo stesso tatuaggio di Rita».

     I partecipanti lo guardavano perplessi ma Lupo, in preda a un lungo flash intuitivo, era in lacrimae rerum: in pochi secondi i fili dentro di lui, con crescente stupore per l’enormità intravista, si annodarono.

   «Non è lei. La donna dell’aeroporto è tatuata. Rahim ha sfruttato la somiglianza tra le due» spiegò a Candido, dentro la volante lanciata in emergenza «ha usato il passaporto della Danesi. Ma ha mandato Rita a Malta e adesso ha il Vx».

     Questa volta le scale non gli pesarono, l’adrenalina dell’azione allontanava stanchezza e fame. Candido era con lui. Era diventata un’operazione di polizia, senza copertura. E erano ‘i regolari’ ad avere le mani in pasta con arresti e perquisizioni. Bussarono con forza alla porta di Rita.

   Quando lei aprì, col cervello nelle brume della dipendenza, Candido le afferrò i polsi e la trascinò dentro, costringendola su una poltrona. Rita lo guardò catatonica ricominciò con la litania dei non so. Con un sibilo la mano di Candido la colpì in volto; gridandole le domande cominciò a sbatterla contro lo schienale tenendola per i polsi. Lei si agitava cercando di sfuggire alla presa. Lupo aspettò cinicamente mentre Candido tempestava: il solito teatrino del buono e del cattivo. Quando nello sguardo nero vino di lei baluginò un’angoscia più fonda, la praticaccia gli assicurò che era il momento di intervenire. Allontanò Candido con un gesto imperioso del braccio e si accosciò di fronte a Rita; le spiegò paterno di come fosse ormai dentro una storia più pericolosa di quelle di droga a cui era abituata, ma di poterne ancora uscire. Bastava dicesse cosa aveva fatto per Rahim a Malta e dove potevano trovarlo. Negli occhi di Rita la paura si alternava all’ostinazione dei né so né voglio.

   «Perché dovrei aiutarvi? Se per quelli come voi sono sempre stata merda» lei rispose. Non c’era sfida nelle sue parole, piuttosto il desiderio di far capire quanto fosse stata dura la sua vita. Un singulto la scuoteva rimandando a Lupo un pozzo di prepotenze subite. Guidato dall’istinto le regalò, lieve, una carezza dal palmo pieno. Rita chinò il viso e la sua guancia aderì al concavo della mano e in quel momento Lupo capì che non avrebbe più opposto resistenza.

   Rita cominciò a parlare in un sussurro. I due uomini, immobili e silenziosi, si sforzarono di afferrare il senso di quel bisbiglio. Era andata per Rahim a Malta e nella toilette dell’aeroporto, un’orientale le aveva consegnato una fiala di un liquido trasparente, lei l’aveva nascosta dentro la sua vagina e al rientro gliela aveva consegnata. Per questo adesso lui le dava tutta la droga di cui aveva bisogno. Lo chiamava al cellulare: tre squilli e poi andava dal pusher a ritirare la dose.

   «E adesso smettete di tormentarmi, non so dove sia».   

   Era sincera. Lupo lo avvertiva a pelle, così come avvertiva di essere di nuovo alla ruota, a girare in tondo. Adesso sapeva, ma non gli serviva a nulla. Rahim aveva il Vx e fermarlo non sarebbe stato né facile né rapido. Ma l’istinto della caccia, affinato da anni di mestiere, non permise alla delusione di prendere il sopravvento. «Col numero del cellulare ed uno scanner potremmo intercettarlo» concordò con Candido.

   Ordini secchi con la radio alla volante e una scatoletta di plastica, infiocchettata dalla coda colorata dei collegamenti, si materializzò nella stanza.

Monocorde un bip elettronico emerse dagli amplificatori, una, due, tre volte; poi, filtrato dallo scanner, un dialogo tra voci robotiche si diffuse nella stanza. Un uomo e una donna. Lui parlava un italiano senza accenti. Non era la sua lingua madre.

«Oggi ho servito migliaia di cheeseburger» diceva l’uomo.

«Ti vedrò alla fine del turno?» la donna chiese.

Non ascoltarono la risposta perché la frequenza rotolò via tra sfrigolii elettronici. Lupo cercò lo sguardo di Rita. Un assenso muto. Era la voce di Rahim. La caccia era finita. Lo avevano stanato. «Da Mc Donald’s» Candido disse.

     Per anni aveva servito il loro benessere, nascondendo il rancore verso il loro vivere dimentico e le loro donne sfacciate e sole. Era ora che saldassero il conto. Al termine del turno avrebbe versato il veleno nel foro di sfiato della macchina delle bibite. A ogni bicchiere servito, il Vx si sarebbe nebulizzato con la stessa casualità che condannava chi nasceva dalla parte sbagliata del mondo, mentre lui, Rahim, dal terminal dei bus oltre la piazza, sarebbe partito verso una nuova clandestinità. Di nuovo in sonno, in attesa di tornare ad essere il loro virus nascosto. E inshallah a tutti.

     Sulla strada principale, Lupo piombò in una spirale di caos: l’ora di punta a Palermo. Dentro l’immoto serpentone del traffico e i clacson delle auto. Impossibile proseguire in macchina. Ed allora corri, vecchia spia, corri. Supera la facciata del Massimo, i chioschi liberty, guada la piena delle automobili bloccate ai semafori, attraversa il portico dell’Unicredit diventato ormai un souk stanziale. Col sangue a pulsarti nelle tempie, penetra la folla dello shopping, svolta sulla piazza, corri fino al negozio dall’insegna rossa e gialla. C’è Rahim dentro, a servire patatine e morte.

   Lupo lo riconobbe, con intuitiva preveggenza. Gli andò incontro. La preda, con sinantropica illuminazione, si voltò, vide il cacciatore, capì. Cercò rapido la fiala nella tasca della salopette, per frantumarla e respirare – lui con gli altri, non gli importava ormai – il veleno. Ma la caccia, conducendolo verso la sua personale ‘Armageddon’, aveva acuito i riflessi di Lupo. Senza esitare gli si lanciò contro, veloce e compatto. Quello s’inarcò all’indietro trascinandolo sul pavimento. Lupo gli fu addosso con tutto il suo peso. Rahim lo colpì con una ginocchiata ai testicoli, resa più devastante dalla rabbia. Lupo gemette per il dolore, il pensiero alla fiala. Nel suo cervello flash di luce bianca. Insopportabili. Per un attimo allentò la presa. Rahim riuscì a ruotare su un fianco e a liberarsi. Le mani di Lupo annasparono nel tentativo di trattenerlo, ricavando soltanto la frustrante sensazione tattile della tela dei pantaloni di lui sgusciare via.

   Dall’abisso nel quale precipitavano i suoi sensi, Lupo riuscì a recuperare, insieme alla paura di fallire, brandelli delle sue ultime forze e a catapultarsi, urlante, fuori dal locale. Lo sguardo sulla preda in fuga.

   Rahim corse attraverso i portici di cemento con Lupo a tre, quattro metri, travolse tavolini da caffè e botteghe di cartone dei vu cumprà. Poi con uno scarto oltre la barriera dei motorini posteggiati, zigzagò tra le macchine del viale gonfio di traffico.

   Da una via contigua al tempietto neoclassico una Smart argento bordeggiò la curva e s’incuneò nel flusso continuo del traffico. La figura messimpiegata alla guida, era interessata più alla conversazione al cellulare che alla strada. Per Marilena, proprietaria di quell’architettura tricotica, la telefonata era importante: risolveva la serata, se in discoteca o apericena, se gonna con spacco o mise casual chic. La vetturetta, gonfia di questi pensieri, si incastrò nel vuoto lasciato da due auto, frenando un attimo dopo che il parafango colpisse la rotula di Rahim, voltatosi a controllare il suo inseguitore. Rahim, ombra nera sul parabrezza, perse l’equilibrio e cadde riverso sulla schiena. Lupo gli fu addosso, lo colpì, col tacco della scarpa, al polso della mano in cui stringeva la fiala. Avvertì insieme l’urlo di dolore di lui e il rumore dell’osso che si spezzava.

   Si chinò sulla preda, s’impossessò della boccetta. Intatta.

   Il profilo di due piccoli seni urlanti fu l’ultima cosa che percepì, prima di correre via il più lontano possibile.

   Nascosto dietro una macchina, in posizione fetale, a proteggere col corpo il contenitore del VX, gli giunse, da distanze siderali, la voce di Candido. Si permise allora il lusso di svenire. Pensassero gli altri al residuale. La caccia, per lui, era finita.  

   XXXXXXI manipolatori digerirono i fatti, servendoli ai media come una banale lite tra bande nel salotto buono della città. Candido e il prefetto ebbero, anche se non tra squilli di tromba, il loro momento di gloria. In Lupo, un ovattato stato di grazia era subentrato all’ansia e alla tensione.

   Seduto su di un divano giallo, dalla spalliera di piume, si lasciava trasportare desideri finora sedati dall’emergenza e osservava divertito il disordine gioioso e irresponsabile dell’appartamento.

   Soltanto per rassicurarla, s’era detto telefonandole e mentendo a se stesso. Lei compiaciuta gli aveva regalato una risata di gola, confidenziale e profonda, che lo aveva confuso fin dentro il midollo. Con stupore, il navigato uomo d’ombra, s’era visto gigionare, fissare per la cena, arrivare in anticipo.

   «Dovrai aspettare. Devo cambiarmi» gli aveva detto lasciandolo solo, a fumare per una lunga insopportabile ora. Poi Renata, boccolegiante nella permanente dai toni ramati, rientrò nella stanza e lo stupito combattente segreto, riempì gli occhi e l’animo di compiacimento per il sorriso e il corpo florido di lei, senza domandarsi chi fosse, in quel momento, la preda.

 

 





DELLA PACE DOMESTICA

La tata aveva il giorno di libertà e lei era stata costretta a sterilizzare i poppatoi. Avvertiva ancora l’odore acuto del disinfettante. Per distrarsene aveva deciso di smaltarsi le unghie dei piedi. Seduta sul divano, china sulle gambe stese sul tavolino, attingeva lo smalto da una boccetta a forma di lacrima. Stendeva quel rosso con metodo, dal basso verso l’alto, preoccupata di non formare grumi.

     L’appartamento, in un momento di tregua insperato, era silenzioso, come non accadeva da tempo. Poi un rumore di serratura: lui era tornato. Oltre la soglia, si era poggiato col gomito al pilastro della scala interna e l’aveva osservata in silenzio.

‘Stai calma,’ si era detta ‘stai calma’ e si era costretta a guardare la stanza intorno a lei: i libri, allineati in ordine decrescente d’altezza, nella libreria; la confezione di Seroxat, aperta sul mobile, accanto a un bicchiere vuoto; le cornici d’argento, disposte in modo da poter essere viste entrando, con le foto di loro due sorridenti. Era stato lui a imporre quelle scelte nell’arredamento; lei le aveva sempre subite.

     Non era riuscita a calmarsi, anzi sconforto e confusione, se possibile, erano cresciuti. Lo sguardo di lui, fisso sui suoi piedi nudi, la metteva in soggezione e le appannava il cervello. Con pudore li aveva seppelliti sotto un cuscino del divano, lo smalto, ancora fresco, l’aveva macchiato con uno sfregio rubino, simile a una ferita. 

«Non possiamo continuare così» lui aveva detto. 

«Sei tu che hai deciso di tradirmi».

Era stata in silenzio per tutto il giorno, da stupirsi del suono della propria voce.

«È la tua immaginazione».

«Se non è così perché sparisci e mi lasci sempre più sola?»

«Io lavoro».

«Non puoi lavorare venti ore al giorno. I sabati. Le domeniche».

«Se non lo facessi non avresti questa casa, la bambinaia, le carte di credito».

«Puoi riprenderti tutto e darlo a quelle che ti porti a letto».

«Non vado a letto con nessuna».

«Non mentire. Torna dalla tua segretaria o dalle sciampiste che ti fanno l’occhietto».

«È assurda questa gelosia».

«Quando è stata l’ultima volta che abbiamo fatto l’amore?»

«Non lo so. Sei sempre piena di astio. Da quando è nato Sergio, pensi solo a lui. Sei così sciatta».

«Sto tutta la giornata appresso al bambino. Non ho il tempo per fare la mantide. Inventa altre scuse per giustificare i tuoi tradimenti».

«Ottavia, non puoi essere convinta di questo. È solo la depressione post parto», lui aveva detto e le si era avvicinato.

Ottavia, gli occhi sgranati, si era alzata, gli aveva opposto in avanti le mani rabbrividendo per il contatto dei piedi nudi col parquet.

Erano rimasti a fronteggiarsi in silenzio, ciascuno ai confini dello spazio vitale dell’altro e lei aveva percepito l’odore della sua acqua di colonia: sapeva di fiori morti.

     Aveva passato una mano tra i capelli e gridato con astio a quell’effluvio: «Hai detto che eri a Milano per lavoro, l’altra settimana. Ma nella valigia ho trovato una ricevuta dell’Hotel delle Terme di Sciacca e, tra le tue mutande sporche, un capello biondo. Basta bugie. Torna dalle tue puttane».

«Avessi detto che andavo in una clinica del benessere per stare lontano dall’atmosfera di questa casa, avresti montato un casino dei tuoi. Non so di chi sia quel capello, se c’è veramente» lui aveva risposto, il viso di pallido, trasformato in una smorfia rugosa.

Poi, senza voltarle le spalle, aveva fatto due passi indietro, urtando lo spigolo del cassettone, quello di noce scuro comprato insieme in Umbria, perdendo quasi l’equilibrio. Si era mantenuto in piedi aggrappandosi con la sinistra al bordo del mobile, mentre afferrava con la destra, tra i sopramobili disposti sulla superficie lucida, un taglia carte d’avorio. L’aveva guardata, spostando lo sguardo, d’un azzurro avverso, da quell’oggetto acuminato a lei per uno, due, lunghissimi secondi, poi, tenendolo per le estremità, lo aveva spezzato e la casa si era riempita dell’eco di quel gesto.  Aveva gettato sul pavimento i pezzi d’osso e era uscito.

Il tonfo della porta richiusa si era fuso col pianto di un neonato.

Ottavia allora aveva portato le mani alle orecchie, scuotendo più volte, a destra e a sinistra, la testa.

‘Arrivo’ aveva pensato ‘mamma sta arrivando’.

     Su, in camera da letto, si era chinata sulla culla del figlio, lo aveva rigirato su un fianco e accennato una ninna finché non si fu riaddormentato. Ottavia, allora, gli aveva rimboccato le coperte, non serrandole ai lati: temeva sempre potesse soffocare.

     Era tornata in salotto, scendendo rapida le scale, tolto dalla parete un quadro, armeggiato con i pomelli della cassaforte. Il ticchettio dentato degli ingranaggi si confondeva con il tonfo accelerato del suo cuore. Aveva tuffato la mano nel buio, oltre lo sportello corazzato aperto ed estratto un balenare d’acciaio.

Si era precipitata al balcone, il pugno serrato intorno al calcio della pistola. Dall’alto aveva individuato la sagoma di lui, ferma a parlare con una donna. E era stato come se fosse di un’altra il braccio che, sollevandosi fino all’altezza dello sguardo, aveva puntato il naso metallico dell’arma sulla schiena di lui e sparato. Intorno alla figura del marito subito si era alzati sbuffi di bitume, neri come un’eruzione, lui si era voltato in direzione degli spari, l’aveva vista ritta dietro la ringhiera e con un grido si era nascosto, rotolando su se stesso, dietro un cassonetto, insieme all’altra donna. Ottavia aveva fissato inebetita la scena, poi senza un pensiero era rientrata in casa. Poggiandosi al corrimano aveva risalito turbata i gradini verso la zona notte, della casa, accompagnata dalla percezione crescente, di urla e sirene a graffiarle l’udito. Un baluginio di luce bianca e azzurra l’aveva avvolta roteando sui muri.

     Il piccolo non si era svegliato. Soltanto dopo che Ottavia si era chiusa con lui in bagno, Sergio aveva cominciato a lamentarsi con piccoli gorgoglii musicali. Ottavia avvertiva i battiti del cuore aumentare: da adesso tutto sarebbe cambiato.

Sergio si agitava e piangeva. Lei aveva poggiato le spalle alla parete e puntellandosi con i piedi cominciato a scivolare verso il pavimento, fino a trovarcisi seduta.

Nella mano destra stringeva la pistola, col braccio sinistro sorreggeva il peso del bambino. Le dita nude dei piedi inquadravano la parte inferiore del lavabo: una convessità oscena e paurosa.

Sergio continuava a piangere, lei lo cullava ondeggiando avanti e indietro col busto. Quando Sergio aveva smesso di piangere tutto era di nuovo in silenzio. Qualunque cosa potesse accaderle, non aveva più importanza. In quel momento le andava bene così: finalmente senza di lui.

Soltanto aveva freddo; molto. La mano destra, stretta sul calcio, le tremava e la canna della pistola picchiettava sul pavimento. Era come ipnotizzata da quel suono tondo e continuo.

A scuoterla, inaspettato, lo squillo del telefono.

‘Purché non svegli Sergio’ aveva pensato precipitandosi in corridoio e passato istintivamente la pistola sulla sinistra, cercando di tenerla lontana dal corpo del figlio. Questo gesto la portò a pensare che era inutile rispondere perché il bimbo era con lei, al sicuro. Ma era troppo tardi: stringeva già il portatile nella destra.

«Non riattacchi. Mi ascolti, per favore» una voce d’uomo diceva.     

«Ho già parlato con troppi dottori. No».

«Non sono medico. C’è il suo accanto a me. Se non vuole parlargli, possiamo farlo noi due. Il bambino è con lei? Mi dica almeno questo».

«Dorme. Chi sei e perché mi telefoni?»

«Mi chiamo Lupo, sono un ufficiale dei carabinieri, voglio aiutarla».   

A quelle parole, sbigottita, aveva rivisto se stessa sparare e il marito che si rivoltava sul selciato come una frittata.

Sergio si agitava nel sonno. Un rivolo di saliva gli scivolava dalla bocca, fino alla guancia. Ottavia aveva cercato di asciugarlo con il polso della camicetta e nel farlo aveva pressato un tasto del ricevitore e la comunicazione si era interrotta in un bit metallico. Era di nuovo sola. Non ebbe il tempo di arrendersi a una crisi di pianto, perché il telefono risquillò disperato.

«Capisco come ti senti» aveva ascoltato Lupo.

«Cosa ne sai. Stai mentendo; come lui».

«Sono stato malato anch’io, come te. A volte desideravo avere un tumore. Almeno sarebbe finita».

«Nessuno può capire come ci si sente» gli aveva risposto, poi continuò con veemenza: «E quelli che credi più vicini, quando trovi il coraggio di parlare, dopo un po’ non ti ascoltano più. Faceva così anche lui».

«Calmati, adesso calmati» la voce di Lupo la esortava dal ricevitore e per Ottavia fu come se ne avesse conosciuto il timbro da sempre.

«Gli facevo paura con la mia malattia, ma non aveva il coraggio di lasciarmi».

«Sei confusa e stanca. Fatti aiutare».

«Ho solo freddo» aveva risposto, mente avvertiva le ginocchia flettersi. Si era poggiata ancora una volta al muro e il freddo della parete si aggiunse a quello che provato e, ancora una volta, i pensieri e le immagini delle ultime ore l’avevano assalita. Il cuore a mille. Soltanto la voce di Lupo le impediva di sentirsi ancora più disperata e sola; la immaginava, quella voce, partire da un luogo lontano, trasformarsi in impulsi, imbucarsi dentro fasci di cavi e raggiungerla.

Sergio dormiva, ma Ottavia avvertiva il braccio su cui era steso intorpidirsi. Ebbe paura di non riuscire a reggerlo e lo strinse più forte; il piccolo aveva riaperto gli occhi azzurro liquido e cominciato a piangere.

‘Lupo non può non sentirlo’ aveva pensato.

«Penserete a lui?» Ottavia aveva chiesto alla voce.

«Stai sicura».

«Cosa vuoi che faccia».

«Sono dietro la porta, fammi entrare. Non devi avere paura».

‘No,no,no’ Ottavia pensava scendendo  verso il salone dentro una vertigine di confusione. Più di una volta ebbe la certezza di non farcela, ma ogni volta aveva trovato la forza di poggiare il piede nudo su uno scalino, poi su un altro e su un altro ancora.

«Ottavia, ci sei? Ci sei? Per piacere, ci sei?» la voce implorava dal ricevitore, mentre lei lottava con l’equilibrio, la fatica, i contorcimenti di Sergio e il peso della pistola.

Sull’ultimo gradino, prima del parquet del salone, si era fermata. Tutto intorno a lei tremolava. Gambe e occhi le dolevano per lo sforzo.

«Non ci riesco. Non ce la faccio a aprire la porta» aveva bisbigliato dentro il cordless.

«Stai calma: va benissimo così. Sei molto coraggiosa» Lupo disse «ho un passepartout. Entro io. Stai calma».

Poi aveva percepito un graffiare metallico intorno alla serratura e il ruotare dei cardini. La porta blindata si era scostata quel tanto da permettere a un uomo di entrare. E Ottavia lo aveva visto: appesantito e scuro di capelli. Infagottato dentro un giubbotto blu.

«Ottavia» l’aveva chiamata, come se anche lui la conoscesse da sempre, almeno il suo malessere, lei aveva pensato. E mentre Lupo le si avvicinava, con le braccia in avanti e le mani rivolte verso l’alto, non si era chiesta se quel gesto era un modo per non mostrarle ostilità o per offrirle un abbraccio: si era sforzata di recuperare le sue ultime forze e gli era andata incontro. Quando gli fu vicinissima aveva poggiato la fronte sulla sua spalla.

Lupo, senza gesti bruschi, le aveva sorretto il braccio su cui Sergio si agitava e soltanto allora Ottavia lasciò cadere la pistola sul pavimento; aveva affondato il viso nella tela del giubbotto di lui e pianto a dirotto.




Il punto d’incontro di due rette parallele

    Era in piedi, le spalle alla parete, al riparo. Guardò oltre la finestra: lo scirocco soffiava sulla campagna, i muretti a secco, le masserie, i filari di vite; tutto si confondeva in un’aurea da miraggio. Al centro del cortile vide una macchina ferma sotto l’ombra del grande ulivo e si confortò: ormai un cordone di sicurezza circondava l’agriturismo: non erano più in pericolo.

     «Mi stordisce questo posto, comandante Lupo» lei disse «dopo quello che abbiamo passato».

    Alle spalle di Lupo il condizionatore combatteva monocorde la battaglia contro la calura. Nella stanza un tavolo, due sedie, un fornello su cui gorgogliava una moka, due tazze di porcellana; anche se la fuga era finita i suoi sensi, però, rimanevano vigili: avvertì espandersi l’odore del caffè e sul filo di quell’aroma, i ricordi del loro recente passato si ripresentarono non invitati.

    E fu di nuovo a Tel Aviv, al tavolino di un bar, ad aspettare.

    Il suo mestiere era fatto d’attese e paura: dell’attesa di un segnale che confermasse la riuscita di un’operazione; della paura per la propria vita, per quella degli altri; per la missione sempre sul punto di abortire. Ma poi eccola arrivare; sedere, senza guardarlo, a un altro tavolo, giocare con gli occhiali da sole, ordinare un caffè e scacciare, con la sua presenza, ansia e tensione. 

    In Lupo la certezza di portare avanti l’operazione e il sollievo di rivederla si sovrapponevano. Perché, anche se disciplina e mestiere gli impedivano di ammetterlo, lei era diventata importante quanto la riuscita della missione. E adesso era lì, a tre metri; al collo i grani di una collana di corallo. Un codice: confermava l’invio, nell’ufficio import-export usato dal Servizio come base operativa, di un pony express. Chi nota un fattorino nell’atrio di un grattacielo commerciale? Avrebbe consegnato una busta con dentro un foglio fitto di numeri e conti bancari. Un altro tassello al tradimento di lei.

    Lupo avrebbe voluto parlarle, rassicurarla e rassicurarsi, ma erano in pubblico, costretti dalla copertura. Per tutti lui era un organizzatore culturale e lei la frequentatrice, poco assidua, di conferenze e mostre: tra loro doveva apparire soltanto una cordialità distaccata e formale. Lei, perfetta nella parte, gli dedicò un sorriso accennato e un saluto col capo. Poi si alzò passandogli vicino. Lo sguardo di Lupo la seguì fino alla Mercedes, guidata da un arabo robusto, con cui andò via.

    Come sempre si scoprì turbato da lei e desiderò smettesse il doppio gioco, sempre più pericoloso, e si salvasse. Era stata per Lupo, fino ad un anno prima, soltanto una figura sullo sfondo della caccia a Saled Katami, il padre/padrone di un’organizzazione travestita da austera finanziaria internazionale, ma sempre pronta a sostenere con uomini e mezzi il terrorismo internazionale. Un’appariscente bellezza dai capelli ramati e dal corpo florido; arrivava alle mostre, con l’aria barocca delle donne mediorientali laiche e abbienti quando indossano abiti occidentali, scortata a distanza dall’autista arabo. Tutti la accoglievano e la corteggiavano, perché era il giocattolo personale di Katami. 

     A Lupo appariva lontana dal quel mondo e mai avrebbe pensato potesse rivelarsi l’anello debole della catena. Invece un giorno era arrivata in Istituto, col pretesto di iscriversi a un corso di cucina e gli aveva consegnato un foglietto.   

     «Ho copiato questi numeri dal pc di Saled. Non so. Forse possono esserti utili» gli aveva detto; a Lupo erano bastati pochi secondi per rendersi conto: quel foglietto manoscritto con numeri satellitari, e-mail e nomi di società, era la prima crepa alle difese di Katami. Aspettava quel momento da anni, ma non aveva avvertito nessun senso di trionfo, si era sorpreso, anzi, a fare i conti con la paura per il coinvolgimento di lei. Per arginare la deriva dei pensieri si era rifugiato nell’ortodossia del mestiere. Brusco aveva intascato il biglietto, sforzandosi di non pensare. Si era limitato a guardare le rughe d’espressione ai lati degli occhi di lei e a pensare che mai si sarebbe perdonato, se le fosse capitato qualcosa.

     Lei ne aveva retto lo sguardo e indicato un poster promozionale.

     «Ho imparato la lingua dalle suore. Sono cresciuta in istituto, sai. Ora voglio vederlo di persona il tuo paese» aveva detto, Facendo tintinnare i braccialetti al polso.

    «Ci andrai, quando sarà finita. È un impegno».

    Per mesi le sue informazioni avevano dato lavoro agli analisti e guidato l’azione del Servizio. Almeno fino a quando Lupo non l’aveva vista, sulla terrazza di un locale sul Mediterraneo, pallida in viso, portare a tracolla una borsa gialla. Un segnale concordato di pericolo. Mi sospettano e ho paura, diceva quel codice. Lupo aveva avvertito lo stomaco accartocciarsi e compreso: l’unica soluzione era la fuga. Via da Tel Aviv. Verso casa.

    In poche ore – secoli al suo senso d’urgenza – la finestra di fuga venne ristudiata, ricontrollata, attivata.

     La mattina dopo Lupo fu di fronte una palazzina grigia, pregando perché quel giorno lei rispettasse il consueto appuntamento dal parrucchiere. Quando l’aveva vista scendere dalla Mercedes seguita dall’autista e da un altro giannizzero aveva dato il via agli uomini, con rabbia e sollievo. Nel ricordo l’azione gli sembrava essersi svolta come al rallentatore, sovrastata dal battito anomalo del suo cuore; per entrare nel negozio occorreva attraversare un atrio: avevano agito lì e sorpreso i due mastini. Lui stesso aveva colpito, con un calzino pieno di monete, l’autista alla nuca, sferrandogli poi un calcio ai testicoli.

    Era salita sulla loro macchina muta, pallida e stupita. Lui le si era seduto accanto.

    «Hai paura?» le aveva chiesto, mentre le palme del lungomare scorrevano dal finestrino. Lei aveva intrecciato le dita delle mani, s’era addossata allo schienale, socchiuso gli occhi e ispirato forte, senza rispondergli.

        Insieme l’agente e la sua fonte, nascosti nella stiva di una petroliera Eni, avevano raggiunto Malta. Da lì, con un catamarano di linea, Pozzallo, mischiati alla torma dei frequentatori del casinò.

A Ibla, di fronte al duomo di San Giorgio, come due escursionisti qualunque tra gente qualunque. Seguendo una procedura mandata a memoria da sempre, Lupo era entrato nell’ufficio turistico della piazza e chiesto informazioni su un particolare arredo del castello di Donnafugata. Gli avevano consegnarono una busta; all’interno vi aveva trovato il cartoncino pubblicitario di un agriturismo, la casa sicura scelta per loro, e le chiavi di una macchina. Doveva portarla là e ricominciare ad attendere, come sempre aveva fatto in tutta la sua vita di spia. Succube di un riflesso pavloviano aveva percorso il basolato al braccio di lei e raggiunto un’utilitaria posteggiata appena oltre la zona pedonale.

    In macchina, assecondando i tornanti della collina, tra camion e station wagon di gitanti, non avevano parlato; assorbiti ciascuno dal sollievo che sembrava spingere avanti la vecchia Uno.

 Lo sfrigolio della moka allontanò quei ricordi. Il caffè era pronto. Lo versò nelle tazze. Lei era in piedi e lo guardava intensa.

    «Perché stai così lontano da me?» chiese.

    «Per non spaventarti».

    «Sei sempre così premuroso?»

    «È una regola: mai turbare una fonte».

    Lei prese la tazza, vi soffiò sopra. Lupo rivisse nella memoria tutte le volte in cui, durante gli appostamenti, l’aveva vista compiere quel gesto: nei night o seduta ai tavolini di un caffè. Con lo sguardo di chi non vuole essere carina lei bevve un lungo sorso e lui non poté trattenersi dal guardarle le labbra: una stilla di caffè si distribuiva a delta tra i solchi che le percorrevano quando assumeva quell’espressione dura.

    S’era cambiata d’abito e Lupo scoprì di avere di nuovo di fronte la donna di sempre e non più, come durante la fuga, il suo clone infagottato. 

     La fissò come fosse la prima volta: la giacca del tailleur le conteneva con difficoltà le forme, affondò lo sguardo nel solco dei suoi seni e avvertì un desiderio d’intimità e tenerezza, ma era in azione e non poteva permettersi fantasie. Arginò la carica del testosterone e si costrinse a guardare altrove.

    «Sono abituata a questi sguardi e a quello che viene dopo» lei disse.

     Lo sguardo di Lupo si posò sulla forma delle labbra di lei stampate dal rossetto sul bordo della tazzina. ‘Non sei più quella che ho sorvegliato per tante notti’ pensò ‘non è indelebile il tuo rossetto. Non avresti usato cosmetici di cattiva qualità prima’.

    «Perché hai scelto noi per tradire Katami?» le chiese d’istinto. Teneva la tazza di caffè tra le mani e il tepore lo confortava.

     «Sei stato tu» lei rispose sparandogli addosso gli occhi nero vino «vivevo con Saled e non m’importava da dove venisse il suo denaro. Poi sei arrivato tu e ho cominciato a chiedermi se fosse giusto continuare a non vedere. Ho seguito te».

    «Hai tradito Katami perché avevi già deciso a farlo» Lupo rispose d’impulso, maledicendo ancora una volta se stesso: mai disilludere una fonte. Ma con lei in quella stanza, scopriva di non essere più in grado di difendersi.

    «Mi confondi, comandante Lupo» lei riprese, come se comprendesse i pensieri di lui «mi parli e m’innamoro di te. Poi segui i tuoi pensieri e diventi un’altra persona e anche di questa m’innamoro. Ma tu non smetti e cambi di nuovo. Sei così con tutte le tue donne?»

    «Tu non sei una delle mie donne, signorina Schiraz».

    «Perché mi hai portata qui allora, perché mi hai salvato la vita?»

    «Perché i Servizi di mezzo mondo vogliono usare le tue informazioni contro Kaled, perché Forza 17 vuole ucciderti, il Mossad interrogarti prima che questo accada e  anche noi vogliamo la nostra parte e perché questo non è un gioco tra gentiluomini. Vuoi altri perché?»

    Lupo finì il caffè. Ne avvertì il gusto amaro precipitargli in gola e per un attimo s’illuse di avere ristabilito i ruoli: lui il controllore, lei la fonte da proteggere e sfruttare. Solo questo, niente di più. 

    «Cosa c’entra questo con noi due» Schiraz gli rispose, scrollò le spalle, proseguì:

«Ho avuto paura quando Saled mi ha scoperta e quando mi avete portato via. Ma adesso è finita. Sono stata povera. Non sai le violenze ho sopportate per uscirne. Non erano gentiluomini neanche quelli con cui andavo a letto. Ho sopportato e sono sopravvissuta. Ci riuscirò anche questa volta» disse con decisione.

    Lupo guardò dentro la tazza: alcune linee marrone, simili a lacrime, convergevano verso il fondo mischiandosi tra loro.

     ‘Come nella vita’ pensò ‘ciascuno per la sua strada ma tutti attratti da uno stesso centro di gravità’. E forse quella stanza era il loro.

    Fu sul punto di chiederglielo, ma Schiraz lo prevenne: «La mia vita è cambiata e da adesso voglio essere io a scegliere».

   Poi gli s’avvicinò e Lupo scoprì di volere attraversare la distanza tra loro, qualunque fosse. Si abbracciarono e in quel gesto, transitò tutta la loro vita passata, le paure, le ansie e i sentimenti che li avevano condotti tra quelle mura. Ma nessuno dei due, per quanto lo desiderasse, riuscì a liberarsi della soma trascinata fin lì.

    «È stata una cosa da fidanzati» le disse nella penombra.

    «È stata solo la passione tra due adulti. Non ha senso una storia tra noi» Shiraz disse.

    L’agente dentro di lui non poté darle torto. Non aveva parole. Quanto accaduto tra loro era soltanto un altro conto pagato alla vita: l’intersecarsi di due esistenze subito allontanate. La guardò negli occhi in silenzio.

     Poi gli squilli del telefono interno, annunciarono l’arrivo degli inquisitori.

        Erano in tre, guidati da una donna: giovane e sottile, non un filo di trucco. Indossava un pantalone minimal chic, da kapò; parlò per tutti: da quel momento, sottolineò, la testimone – così chiamo Schiraz – era sotto la loro tutela. Lupo comprese di essere  superfluo: l’operazione passava ai ‘regolari’. Gli era sempre stato difficile sopportarli, ma anche loro non sbavavano per gli ‘amici’. Interessi di bottega nel naturale ordine delle cose. Non dissimulò un ghigno di disgusto.

    Schiraz li guardava tutti come se nulla potesse più importale.

    «Sarai sola da adesso. Bada a te» Lupo le disse

    «Saprò guardarmi» lei gli sorrise.

    «Ne sono certo, signorina Schiraz» Lupo rispose e uscì; continenti interi ormai li separavano.

    Guidò nell’afa verso le luci di Modica.

     Doveva ancora officiare l’ultima liturgia della missione: il rapporto a Ulisse.  

    Camminò a piedi lungo la strada principale, a metà del viale giunse al portone di un edificio appena restaurato, all’altezza del suo sguardo la targa d’ottone di un ristorante; all’interno non più di sei tavoli imbanditi, su ciascuno una candela accesa.

    Ulisse era a un tavolo d’angolo. Gli sedette di fronte.

    «Ho ordinato per due» disse a Lupo e poi, come a concludere un discorso pensato tra sé: «È stato un buon lavoro».  

     Servirono una mousse decorata da chicchi caffè tostati, a Lupo ricordarono i capezzoli di Schiraz.

    «Voglio continuare ad occuparmene» disse, mentre Ulisse penetrava la gelatina col cucchiaio.

    Ulisse strinse le labbra, le arricciò, scosse il capo.

    «Sei troppo coinvolto» disse.

    «Lascerò il Servizio, altrimenti».

    «Puoi farlo, ma non la riavrai per questo. Incastrerà Katami e noi la nasconderemo. Sono le regole. Dovrai accettarle».

    «Andrò via lo stesso. Sono troppo stanco».

    «Hai solo bisogno di tempo».

    La parte razionale di lui, condivideva le ragioni di Ulisse: se avesse lasciato, col tempo avrebbe cominciato a odiare Schiraz: il loro era stato soltanto l’incontro casuale di due parallele.

    Lupo avrebbe voluto urlare, rovesciare il tavolo in terra, ma: «Non sarà una cosa breve, lo capisci» si limitò a dire.

    «Abbiamo tutto il tempo del mondo» Ulisse gli rispose, pagò il conto, andò via.

    Lupo si preparò a passare la notte in città. Il Servizio gli aveva prenotato un albergo affacciato sui vicoli.  Dette al portiere documenti falsi e un nome d’arte. Una prassi di sicurezza ripetuta da sempre in automatico, ma questa volta nel farlo avvertì una solitudine indicibile.

     Una volta in camera, uscì sul balcone a fumare. La brace della sigaretta tremava davanti ai suoi occhi. Non riuscì a resistere e fu di nuovo sulla strada.

    Camminò a testa bassa per il corso, attratto dall’insegna luminosa dell’unico bar ancora aperto. All’interno pochi avventori silenziosi. Nessuno si meravigliò del suo ingresso, né lo guardò con curiosità: l’ora tarda e l’aria pesta facevano di lui un membro d’elezione del club. Un giovane biondo reggeva in mano un bicchiere con all’interno un liquore rubino. Scuoteva la testa, sussurrava a se stesso. Lupo, senza capire perché, gli si sentì sodale.

‘Non c’è età per perdere la partita della vita’ pensò. Accese una sigaretta, ne seguì con lo sguardo il consumarsi. Tutto era immobile. Acquistò il giornale locale da un extracomunitario. Lo spiegò sul tavolo: la crisi economica avanzava, ma il governo annunciava provvedimenti; una nuova sopraelevata avrebbe decongestionato il traffico in città. La banalità di quelle informazioni lo sconvolse e comprese come il mondo andasse avanti lo stesso, indifferente alle disperazioni di ognuno. Vide su una pagina interna del giornale, di spalla a molte colonne, la foto in bianco e nero di una donna. Non ebbe bisogno della didascalia per riconoscere la donna a cui aveva consegnato Schiraz. A lei, magistrato in trincea si dovevano, raccontava l’articolo, gli arresti di alcuni esponenti mafiosi. Da domani sfruttando le informazioni di Schiraz, sarebbe diventata un eroe, pensò. Ma tutto questo aveva una vita autonoma, ormai. Non serviva combattere: le cose andavano avanti lo stesso.

    Guardò il ragazzo biondo a pochi passi da lui: aveva le lacrime agli occhi e lui, in quelle lacrime, misurò tutta la propria impotenza. Avrebbe voluto andargli vicino, consolarlo per la sua pena, qualunque fosse. Ma ormai sapeva: non ci sarebbe riuscito. Tutto sarebbe andato come doveva e quel dolore era inutile.

    Rimase seduto e ordinò un espresso, lo condì con molto zucchero: l’unica dolcezza che poteva permettersi ormai.

 




DELIRIO D’ONNIPOTENZA

      “Ich bin ein berliner” «Sono berlinese» così JFKennedy gli aveva gridato contro da un palco a ridosso del muro, la porta di Brandeburgo sullo sfondo; Jacqueline accanto a lui, aggrappata al manico della Dior. Con questa foto in bianco e nero fissata a calce nella memoria, per tutte le volte in cui l’avevo guardata sui libri, percorrevo, giovane promessa del management pubblico nazionale, il corridoio verso il volo. Berlino ovest, esclave dell’Occidente, non eccitava i colleghi, che avevano attivato tutte le raccomandazioni possibili per ottenere destinazioni migliori; per questo ci mandavano me, orgoglio di una madre sarta e di un padre commesso.  

     Nel 1980 verso Berlino volavano soltanto le compagnie aeree dei vincitori la seconda guerra. Lasciatomi alle spalle i sorrisi delle hostess Alitalia, fettucciate Trussardi – eravamo il quinto paese industriale del mondo e così dovevamo presentarci – mi ritrovai prigioniero del trattamento spartano della neo privatizzata British Airways e di due addette cloni della Thacher. Ma non m’importava: volavo sull’unico corridoio aereo d’avvicinamento all’Est. Lo stesso del ponte aereo del ’49. Ero dentro la Storia. Oltre il finestrino scorreva la cortina di ferro: un’oscurità percorsa da luci giallastre.

     A Tegel, appena sbarcato, si materializzò una valchiria bionda, interessata a sapere se il viaggio di herr Doktor era stato piacevole. E, accidenti, ero io herr Doktor. Si, lo era stato e herr Doktor al momento era in overdose da testosterone e lei ne era la causa. Ai controlli di frontiera, Shengen era ancora sul grembo di Giove, il fremito orgoglioso dei glutei della fraulein mi introdusse nel miracolo della mia nuova vita: il passaporto diplomatico mi esentava da dogane e burocrazia. Superai al volo i mortali in coda per ritrovarmi poco dopo in una bolla di privilegi, per me inimmaginabili soltanto poco tempo prima quando, sorretto dagli zabaioni di mammà, deperivo sulla tesi di diritto internazionale. In un mondo di stipendi in dollari, di uffici direzionali, di stilografiche per siglare documenti e di segretarie che pensavano a tutto. Anche al ritiro delle camicie in lavanderia, guardandoti come un semidio. Quell’Eldorado stava al 185 di Kunfusterdamm: l’Istituto Italiano del Commercio Estero. Tra una konditorei, con in vetrina enormi fette di torta, e Kaiser William Churche, detta da me, neoberlinese, la “chiesa vecchia”.

     Il mio arrivo confortò il Direttore: poteva, affidandomeli, affrancarsi dai lavori marginali e concentrarsi sugli inciuci per essere trasferito. Io scrivevo tabelle e relazioni o facevo la ruota a signore, infagottate in tailleur rosso Valentino e in pelliccioni di volpe, al seguito dei politici nostrani in visita pontificale. Tutte volevano fossi io a guidarle perché giovane, educato e sempre in grado di indicare, durante lo shopping, dove far pipì. Questo però, soltanto dopo aver prenotato per i consorti un tavolo al “Bel Amì” o al “Cupido”.

     Erano anni formidabili. Vendevamo di tutto: dalle scarpe fuori moda, ai corpetti elasticizzati per donna, li chiamavano “body” cambiano significato a una parola inglese e sbigottendo gli anglosassoni.  Eravamo i cinesi d’Europa.

     Io ero entusiasta e super eccitato per tutto questo. Credevo potesse continuare sempre così.

    All’incrocio tra Ku’damm e ZooBahnof, su un’altana, un agente della Statd Polizei dirigeva il traffico. Come nei libri di Le Carrè.

     Nonostante il personale miracolo economico avevo preso casa in una zona periferica popolata da immigrati, lontana dalle luci e dai negozi del centro: TurkenStrasse, vicino check point Charlie e Postdammer Platz sfregiata dal Muro. Potevo vederlo il Muro dalle mie finestre: una landa popolata da cavalli di frisia, camminamenti, torrette e dall’uggiolare dei cani, delimitata da due barriere di cemento. Lo attraversavo spesso, orgoglioso del passaporto blue della Repubblica. Sorridevo al marine di turno a Charlie e ascoltavo il gutturale accento dei “vopos” e una volta oltrepassata la terra di nessuno, le postazioni militari e il filo spinato, precipitavo in luoghi più sorprendenti di quelli che lasciavo: facciate diroccate mi venivamo incontro ammorbate dall’odore ubiquo di cavoli bolliti e margarina cubana; ancora persistente nel ricordo. Anche il faccione di Lenin, nel giardino dell’ambasciata sovietica, ne sembrava disgustato.

     Da “loro” il privilegio mi veniva dal denaro, dai vestiti, dalle scarpe italiane, dalle sigarette di marca. Al Praha caffe, ad Alexander Platz, cercavo con l’immaginazione, agenti segreti a tramare tra i tavolini di formica incontravo però soltanto ragazze, felici di venire a cena con me per consolarmi poi dalla solitudine. Davanti gli “intershop”, i negozi speciali con merci di importazione, dove avevo accesso grazie al passaporto diplomatico della cara Repubblica, alcuni passanti mi chiedevano spesso di acquistare per loro prodotti occidentali. Io guardavo le desolate vetrine del socialismo reale ed entravo. Ne uscivo con in mano il Graal: confezioni industriali di shampoo o saponi, da consegnare agli interessati dentro androni scuri. Tutto questo mi piaceva. Una volta, per due pacchetti di MS, ho potuto visitare da solo il Pergamon Museum: sono salito sull’altare di Pergamo e ho toccato la porta di Babilonia. Chi era, mi chiedevo, tra i miei amici, anche tra quelli iscritti fin dalla nascita all’ordine notarile a poterselo permettere?

    Sotto gli alberi di Unter den Linten, verso Alexander Platz, non camminavo: lievitavo. Mi sentivo felice e invincibile. Sarebbe stato bello se tutto fosse durato all’infinito.

    A metà di un Aprile ogni giorno più tiepido il direttore entrò nel mio ufficio, accennò l’inizio un discorso, cercò tra le tasche qualcosa che non aveva, piantò lì, avvolse l’aria con l’indice come a rimandare, uscì; poi, durante una pausa pranzo a base di curry wrust sulla piazza del Ka.De.We. mi confidò il proprio dramma in tutti i suoi aspetti umani: l’Istituto era stato delegato ad assistere tre suore, studentesse dall’Università pontificia, durante la loro permanenza in città,  in arrivo proprio negli stessi giorni in cui herr Direktor aveva un appuntamento irrinunciabile a Roma col proprio “politico raccomandante” a cui chiedere la sede di Londra e, per quanto ci avesse provato, non era riuscito a rinviare l’arrivo delle monache perché la Direzione generale non voleva scontentare il Vaticano.

     «Posso seguirle io. Ho imparato da lei» dissi con sicurezza.

     «Credevo non te la saresti sentita» rispose.

     «Ho portato in giro così tanta gente su e giù per Ku-damm, perché dovrei preoccuparmi per delle monache?» risposi. Non c’erano limiti alle mie capacità, pensavo.

     Il Direttore assenti, sorrise quasi paterno, pagò in contanti senza addebitare il costo all’ufficio.

     Partì di lì a poco, ventiquattrore in resta, lasciandomi signore incontrastato dell’Eden: controllavo il lavoro degli altri, concedevo le ferie agli impiegati, eccitato dal potere. Mi sentivo invincibile e invulnerabile. Non dimenticavo le monache, però. Mi sarei impegnato allo spasimo con loro per dimostrare a tutti di cosa ero capace.

    Il giorno del loro avvento le attesi in aeroporto; azzimato e profumato come credevo dovesse presentarsi un dirigente del mio livello. Le vidi arrivare lungo il corridoio degli arrivi: tre coni neri dal passo sostenuto, con le gonne ampie e le tese laterali delle cuffie fluttuanti come ali bianche d’uccelli. Un naif vivente, sullo sfondo della pianura prussiana appena oltre le vetrate.

     Ordinaria amministrazione, avevo pensato e, senza dubbi né timori, avviai la liturgia: tra monumenti, chiese e visite ad associazioni di ricamatrici emigrate, tutto si procedeva al meglio. Le venerande ospiti si comportavano come in gita premio e assimilavano soddisfatte. Io, ogni giorno di più, avevo la certezza di riuscire a dominare tutto. Tra loro non c’era una leader, solo una più curiosa delle altre: un giorno, mentre indicavo le macerie del Reichstag appena oltre la porta di Brandeburgo, in una botta di trasgressione, mi chiese di andare di là. A vedere.

     Non c’erano limiti alle mie capacità, né al trattamento a cinque stelle che le suore dovevano ricevere, perché testimoniassero al mondo le mie capacità. Potevo tutto e le avrei accontentate.

     Vaticano e “l’altra parte”, si parlavano soltanto tramite la struttura diplomatica svizzera e non era facile per noi, paese Nato, ottenere visti temporanei per l’ingresso a est. Ma per me non era un problema: esibendo la mia migliore aria da bravo ragazzo corteggiai la moglie del console elvetico: come avrebbe potuto negarmi di intercedere sul marito perché ottenessi i visti?  Herr Seitz, il marito, era contrario, ma non resistette all’assedio coniugale. Le suore ebbero i pass.

Io non sarei andato con loro avevo già perso troppo tempo dietro quei gonnelloni, pensavo. Avevo tutto sotto controllo.

      Per un insondabile mistero della diplomazia soltanto le persone di nazionalità turca potevano transitare liberamente tra i due mondi e il mestiere più praticato tra i turchi di Berlino era quello del taxista; erano anche i meno cari e io stavo nel budget. Mi rivolsi allora a Mohammed, un baffuto immigrato, di cui a volte ci servivamo per incarichi di fiducia e insieme andammo a prendere le suore al loro albergo. Il taxista guidando silenzioso assorbì il tono autoritario delle mie istruzioni sul percorso da seguire dall’altra parte. Le suore aspettavano nella hall, in completi pantalone grigi che anticipavano di anni il “minimal” chic di Armani. Consegnai a una di loro un piccolo registratore a cassette – allora il meglio della tecnologia, oggi soltanto un oggetto di modernariato –  bastava, arrivate dall’altra parte, pressare il pulsante di avvio e una voce attoriale avrebbe descritto i singoli monumenti. Andai con loro in macchina fino a Charlie e restai sul marciapiedi anche dopo che il taxi attraversò la frontiera.

     A casa mi assopii in un sonno di compiaciuto nirvana. Poi lo squillo del telefono riempì la stanza, graffiandomi l’udito. Risposi, i sensi avvolti dal torpore. Era herr Seitz. Parlava un tedesco gutturale senza pause che, per quanti sforzi facessi proprio non capivo, lo sentivo senza ascoltarlo, mentre nella nebbia della mia mente si facevano strada le parole Mohammed, taxi, suore e io pian piano recuperai le coordinate di me stesso; fu un risveglio violento; come se il cielo mi fosse caduto sulla testa. Il tassista una volta dall’altra parte aveva perso l’orientamento ritrovandosi lui, le monache e il taxi al centro delle prove della parata del 1° Maggio, la Volkspolizai li aveva fermati, avevano sequestrato il registratore a cassetta, convinti fosse una prova dell’attività spionistica delle suore.

     Il console parlava e nel mio cervello i pensieri si scontravano tra loro restituendomi panico.

     Presi un taxi al volo e gridai all’autista di fare di correre e correre. Ku’damm scorreva veloce dal finestrino: non era più la strada principale del paese delle meraviglie, ma solo un buio pieno di puttane.

    Nello studio di herr Seitz era accesa soltanto la lampada da tavolo, la luce si rifletteva sul ripiano di vetro della scrivania; non riuscivo a guardarlo negli occhi. Lo ascoltavo parlare al telefono, ora autoritario, ora rispettoso e non capivo il suo tedesco. Stavo in piedi di fronte a lui aspettando e quell’attesa non era misurabile col tempo, ma con la stretta d’ansia che provavo allo stomaco. Poi da dietro le sue spalle il bip di un fax in arrivo. Il console poggiò le mani sull’orlo della scrivania, con una spinta all’indietro avvicinò la poltrona alla macchina, ne strappò un foglio, lo lesse. Si alzò guardandomi con occhi grigi. Andava oltre il muro a prenderle, mi comunicò.

Feci per seguirlo, ma herr Seitz mi congedò. E fu come leggere i suoi pensieri: “Kaine. Kaine. Non è affare per ragazzini.”

     Passai la notte in attesa, fumando. Ero affranto; e deluso per il mio fallimento; e terrorizzato per le conseguenze del mio pressapochismo: come da protocollo avrei dovuto essere con loro su quel taxi, invece di abbandonarle al caso. E, di colpo, seppi di non essere mai stato un semidio dell’Olimpo, ma soltanto un ragazzino così assorbito da se stesso da non sapere distinguere tra fantasie e realtà; solo e perso dentro una città sconosciuta e ostile  

     Rividi le suore l’indomani in ufficio, in buona forma ed eccitate per quanto accaduto. Avevano avuto paura, certamente, ma a ripensarci adesso, che tutto era finito, si erano divertite; adesso avevano anche argomenti, avendola vissuta, per testimoniare la barbarie di “quegli altri”. Erano lì per salutarmi, il console aveva programmato il loro ritorno per quello stesso giorno, via Zurigo. Nonostante il sollievo, ero infastidito dalla loro presenza: prove viventi, come erano, della mia sconfitta. Con la forza del pensiero le spinsi fuori dall’Istituto.

   Herr Seitz, quando chiamai per ringraziarlo, fu paterno ma brusco: aveva altro da fare, quella storia per lui, era finita.

 Evitando gli sguardi dei colleghi, aspettai, barricato in ufficio, il ritorno del Direttore e le reazione della Direzione Generale.

     I giorni passarono pieni della solita burocrazia e quando, il Direttore tornò era allegro e disteso; come se le suore non fossero mai esistite e nulla fosse accaduto. Ma non era così per me: avevo il cuore sulle montagne russe, evitavo di guardarlo negli occhi.

     «Sei troppo agitato» mi chiese «cosa ti succede?»

     Sforzandomi di non balbettare affrontai l’argomento, scusandomi e scusandomi.

    Alle mie parole la sua allegria si moltiplicò, facendomi sentire ridicolo. Mi poggiò una mano sulla spalla, rise ancora.

     «Non hai di preoccuparti; le monache non ci riguardano più: se ne occupano gli Esteri, come avrebbero dovuto fare dall’inizio. Scrivi una relazione e dimentica. E in Direzione sono soddisfatti per come hai affrontato l’emergenza e attivato gli svizzeri»

  Tirò su col naso, passò una mano tra i capelli e, con aria complice, mi confidò di essere in partenza per Londra. Al Ministero gli aveva garantito il trasferimento. E questo, in parte, era anche merito mio che lo avevo sostituito. La smettessi di pensare alle monache e gli dicessi, invece, in che modo poteva ricambiare il favore.

     «Mi conceda un mese di ferie. Voglio tornare da mia madre» risposi.                    

 

 




Il punto d’incontro di due rette parallele

Era in piedi, le spalle alla parete, al riparo. Guardò oltre la finestra: lo scirocco soffiava sulla campagna, i muretti a secco, le masserie, i filari di vite; tutto si confondeva in un’aurea da miraggio. Al centro del cortile vide una macchina ferma sotto l’ombra del grande ulivo e si confortò: ormai un cordone di sicurezza circondava l’agriturismo: non erano più in pericolo.

     «Mi stordisce questo posto, comandante Lupo» lei disse «dopo quello che abbiamo passato».

Alle spalle di Lupo il condizionatore combatteva monocorde la battaglia contro la calura. Nella stanza un tavolo, due sedie, un fornello su cui gorgogliava una moka, due tazze di porcellana; anche se la fuga era finita i suoi sensi, però, rimanevano vigili: avvertì espandersi l’odore del caffè e sul filo di quell’aroma, i ricordi del loro recente passato si ripresentarono non invitati.

E fu di nuovo a Tel Aviv, al tavolino di un bar, ad aspettare.

Il suo mestiere era fatto d’attese e paura: dell’attesa di un segnale che confermasse la riuscita di un’operazione; della paura per la propria vita, per quella degli altri; per la missione sempre sul punto di abortire. Ma poi eccola arrivare; sedere, senza guardarlo, a un altro tavolo, giocare con gli occhiali da sole, ordinare un caffè e scacciare, con la sua presenza, ansia e tensione. 

    In Lupo la certezza di portare avanti l’operazione e il sollievo di rivederla si sovrapponevano. Perché, anche se disciplina e mestiere gli impedivano di ammetterlo, lei era diventata importante quanto la riuscita della missione. E adesso era lì, a tre metri; al collo i grani di una collana di corallo. Un codice: confermava l’invio, nell’ufficio import-export usato dal Servizio come base operativa, di un pony express. Chi nota un fattorino nell’atrio di un grattacielo commerciale? Avrebbe consegnato una busta con dentro un foglio fitto di numeri e conti bancari. Un altro tassello al tradimento di lei.

Lupo avrebbe voluto parlarle, rassicurarla e rassicurarsi, ma erano in pubblico, costretti dalla copertura. Per tutti lui era un organizzatore culturale e lei la frequentatrice, poco assidua, di conferenze e mostre: tra loro doveva apparire soltanto una cordialità distaccata e formale. Lei, perfetta nella parte, gli dedicò un sorriso accennato e un saluto col capo. Poi si alzò passandogli vicino. Lo sguardo di Lupo la seguì fino alla Mercedes, guidata da un arabo robusto, con cui andò via.

Come sempre si scoprì turbato da lei e desiderò smettesse il doppio gioco, sempre più pericoloso, e si salvasse. Era stata per Lupo, fino ad un anno prima, soltanto una figura sullo sfondo della caccia a Saled Katami, il padre/padrone di un’organizzazione travestita da austera finanziaria internazionale, ma sempre pronta a sostenere con uomini e mezzi il terrorismo internazionale. Un’appariscente bellezza dai capelli ramati e dal corpo florido; arrivava alle mostre, con l’aria barocca delle donne mediorientali laiche e abbienti quando indossano abiti occidentali, scortata a distanza dall’autista arabo. Tutti la accoglievano e la corteggiavano, perché era il giocattolo personale di Katami. 

 A Lupo appariva lontana dal quel mondo e mai avrebbe pensato potesse rivelarsi l’anello debole della catena. Invece un giorno era arrivata in Istituto, col pretesto di iscriversi a un corso di cucina e gli aveva consegnato un foglietto.   

     «Ho copiato questi numeri dal pc di Saled. Non so. Forse possono esserti utili» gli aveva detto; a Lupo erano bastati pochi secondi per rendersi conto: quel foglietto manoscritto con numeri satellitari, e-mail e nomi di società, era la prima crepa alle difese di Katami. Aspettava quel momento da anni, ma non aveva avvertito nessun senso di trionfo, si era sorpreso, anzi, a fare i conti con la paura per il coinvolgimento di lei. Per arginare la deriva dei pensieri si era rifugiato nell’ortodossia del mestiere. Brusco aveva intascato il biglietto, sforzandosi di non pensare. Si era limitato a guardare le rughe d’espressione ai lati degli occhi di lei e a pensare che mai si sarebbe perdonato, se le fosse capitato qualcosa.

Lei ne aveva retto lo sguardo e indicato un poster promozionale.

     «Ho imparato la lingua dalle suore. Sono cresciuta in istituto, sai. Ora voglio vederlo di persona il tuo paese» aveva detto, Facendo tintinnare i braccialetti al polso.

    «Ci andrai, quando sarà finita. È un impegno».

Per mesi le sue informazioni avevano dato lavoro agli analisti e guidato l’azione del Servizio. Almeno fino a quando Lupo non l’aveva vista, sulla terrazza di un locale sul Mediterraneo, pallida in viso, portare a tracolla una borsa gialla. Un segnale concordato di pericolo. Mi sospettano e ho paura, diceva quel codice. Lupo aveva avvertito lo stomaco accartocciarsi e compreso: l’unica soluzione era la fuga. Via da Tel Aviv. Verso casa.

In poche ore – secoli al suo senso d’urgenza – la finestra di fuga venne ristudiata, ricontrollata, attivata.

La mattina dopo Lupo fu di fronte una palazzina grigia, pregando perché quel giorno lei rispettasse il consueto appuntamento dal parrucchiere. Quando l’aveva vista scendere dalla Mercedes seguita dall’autista e da un altro giannizzero aveva dato il via agli uomini, con rabbia e sollievo. Nel ricordo l’azione gli sembrava essersi svolta come al rallentatore, sovrastata dal battito anomalo del suo cuore; per entrare nel negozio occorreva attraversare un atrio: avevano agito lì e sorpreso i due mastini. Lui stesso aveva colpito, con un calzino pieno di monete, l’autista alla nuca, sferrandogli poi un calcio ai testicoli.

Era salita sulla loro macchina muta, pallida e stupita. Lui le si era seduto accanto.

    «Hai paura?» le aveva chiesto, mentre le palme del lungomare scorrevano dal finestrino. Lei aveva intrecciato le dita delle mani, s’era addossata allo schienale, socchiuso gli occhi e ispirato forte, senza rispondergli.

Insieme l’agente e la sua fonte, nascosti nella stiva di una petroliera Eni, avevano raggiunto Malta. Da lì, con un catamarano di linea, Pozzallo, mischiati alla torma dei frequentatori del casinò.

A Ibla, di fronte al duomo di San Giorgio, come due escursionisti qualunque tra gente qualunque. Seguendo una procedura mandata a memoria da sempre, Lupo era entrato nell’ufficio turistico della piazza e chiesto informazioni su un particolare arredo del castello di Donnafugata. Gli avevano consegnarono una busta; all’interno vi aveva trovato il cartoncino pubblicitario di un agriturismo, la casa sicura scelta per loro, e le chiavi di una macchina. Doveva portarla là e ricominciare ad attendere, come sempre aveva fatto in tutta la sua vita di spia. Succube di un riflesso pavloviano aveva percorso il basolato al braccio di lei e raggiunto un’utilitaria posteggiata appena oltre la zona pedonale.

In macchina, assecondando i tornanti della collina, tra camion e station wagon di gitanti, non avevano parlato; assorbiti ciascuno dal sollievo che sembrava spingere avanti la vecchia Uno.

Lo sfrigolìo della moka allontanò quei ricordi. Il caffè era pronto. Lo versò nelle tazze. Lei era in piedi e lo guardava intensa.

    «Perché stai così lontano da me?» chiese.

    «Per non spaventarti».

    «Sei sempre così premuroso?»

    «È una regola: mai turbare una fonte».

Lei prese la tazza, vi soffiò sopra. Lupo rivisse nella memoria tutte le volte in cui, durante gli appostamenti, l’aveva vista compiere quel gesto: nei night o seduta ai tavolini di un caffè. Con lo sguardo di chi non vuole essere carina lei bevve un lungo sorso e lui non poté trattenersi dal guardarle le labbra: una stilla di caffè si distribuiva a delta tra i solchi che le percorrevano quando assumeva quell’espressione dura.

S’era cambiata d’abito e Lupo scoprì di avere di nuovo di fronte la donna di sempre e non più, come durante la fuga, il suo clone infagottato. 

La fissò come fosse la prima volta: la giacca del tailleur le conteneva con difficoltà le forme, affondò lo sguardo nel solco dei suoi seni e avvertì un desiderio d’intimità e tenerezza, ma era in azione e non poteva permettersi fantasie. Arginò la carica del testosterone e si costrinse a guardare altrove.

    «Sono abituata a questi sguardi e a quello che viene dopo» lei disse.

Lo sguardo di Lupo si posò sulla forma delle labbra di lei stampate dal rossetto sul bordo della tazzina. ‘Non sei più quella che ho sorvegliato per tante notti’ pensò ‘non è indelebile il tuo rossetto. Non avresti usato cosmetici di cattiva qualità prima’.

    «Perché hai scelto noi per tradire Katami?» le chiese d’istinto. Teneva la tazza di caffè tra le mani e il tepore lo confortava.

     «Sei stato tu» lei rispose sparandogli addosso gli occhi nero vino «vivevo con Saled e non m’importava da dove venisse il suo denaro. Poi sei arrivato tu e ho cominciato a chiedermi se fosse giusto continuare a non vedere. Ho seguito te».

    «Hai tradito Katami perché avevi già deciso a farlo» Lupo rispose d’impulso, maledicendo ancora una volta se stesso: mai disilludere una fonte. Ma con lei in quella stanza, scopriva di non essere più in grado di difendersi.

    «Mi confondi, comandante Lupo» lei riprese, come se comprendesse i pensieri di lui «mi parli e m’innamoro di te. Poi segui i tuoi pensieri e diventi un’altra persona e anche di questa m’innamoro. Ma tu non smetti e cambi di nuovo. Sei così con tutte le tue donne?»

    «Tu non sei una delle mie donne, signorina Schiraz».

    «Perché mi hai portata qui allora, perché mi hai salvato la vita?»

    «Perché i Servizi di mezzo mondo vogliono usare le tue informazioni contro Kaled, perché Forza 17 vuole ucciderti, il Mossad interrogarti prima che questo accada e  anche noi vogliamo la nostra parte e perché questo non è un gioco tra gentiluomini. Vuoi altri perché?»

Lupo finì il caffè. Ne avvertì il gusto amaro precipitargli in gola e per un attimo s’illuse di avere ristabilito i ruoli: lui il controllore, lei la fonte da proteggere e sfruttare. Solo questo, niente di più. 

    «Cosa c’entra questo con noi due» Schiraz gli rispose, scrollò le spalle, proseguì:

«Ho avuto paura quando Saled mi ha scoperta e quando mi avete portato via. Ma adesso è finita. Sono stata povera. Non sai le violenze che ho sopportato per uscirne. Non erano gentiluomini neanche quelli con cui andavo a letto. Ho sopportato e sono sopravvissuta. Ci riuscirò anche questa volta» disse con decisione.

Lupo guardò dentro la tazza: alcune linee marrone, simili a lacrime, convergevano verso il fondo mischiandosi tra loro.

     ‘Come nella vita’ pensò ‘ciascuno per la sua strada ma tutti attratti da uno stesso centro di gravità’. E forse quella stanza era il loro.

Fu sul punto di chiederglielo, ma Schiraz lo prevenne: «La mia vita è cambiata e da adesso voglio essere io a scegliere».

Poi gli s’avvicinò e Lupo scoprì di volere attraversare la distanza tra loro, qualunque fosse. Si abbracciarono e in quel gesto, transitò tutta la loro vita passata, le paure, le ansie e i sentimenti che li avevano condotti tra quelle mura. Ma nessuno dei due, per quanto lo desiderasse, riuscì a liberarsi della soma trascinata fin lì.

   «È stata una cosa da fidanzati» le disse nella penombra.

    «È stata solo la passione tra due adulti. Non ha senso una storia tra noi» Shiraz disse.

L’agente dentro di lui non poté darle torto. Non aveva parole. Quanto accaduto tra loro era soltanto un altro conto pagato alla vita: l’intersecarsi di due esistenze subito allontanate. La guardò negli occhi in silenzio.

Poi gli squilli del telefono interno, annunciarono l’arrivo degli inquisitori.

Erano in tre, guidati da una donna: giovane e sottile, non un filo di trucco. Indossava un pantalone minimal chic, da kapò; parlò per tutti: da quel momento, sottolineò, la testimone – così chiamo Schiraz – era sotto la loro tutela. Lupo comprese di essere  superfluo: l’operazione passava ai ‘regolari’. Gli era sempre stato difficile sopportarli, ma anche loro non sbavavano per gli ‘amici’. Interessi di bottega nel naturale ordine delle cose. Non dissimulò un ghigno di disgusto.

Schiraz li guardava tutti come se nulla potesse più importale.

    «Sarai sola da adesso. Bada a te» Lupo le disse

    «Saprò guardarmi» lei gli sorrise.

    «Ne sono certo, signorina Schiraz» Lupo rispose e uscì; continenti interi ormai li separavano.

Guidò nell’afa verso le luci di Modica.

Doveva ancora officiare l’ultima liturgia della missione: il rapporto a Ulisse. 

Camminò a piedi lungo la strada principale, a metà del viale giunse al portone di un edificio appena restaurato, all’altezza del suo sguardo la targa d’ottone di un ristorante; all’interno non più di sei tavoli imbanditi, su ciascuno una candela accesa.

Ulisse era a un tavolo d’angolo. Gli sedette di fronte.

    «Ho ordinato per due» disse a Lupo e poi, come a concludere un discorso pensato tra sé: «È stato un buon lavoro».  

     Servirono una mousse decorata da chicchi caffè tostati, a Lupo ricordarono i capezzoli di Schiraz.

    «Voglio continuare ad occuparmene» disse, mentre Ulisse penetrava la gelatina col cucchiaio.

Ulisse strinse le labbra, le arricciò, scosse il capo.

    «Sei troppo coinvolto» disse.

    «Lascerò il Servizio, altrimenti».

    «Puoi farlo, ma non la riavrai per questo. Incastrerà Katami e noi la nasconderemo. Sono le regole. Dovrai accettarle».

    «Andrò via lo stesso. Sono troppo stanco».

    «Hai solo bisogno di tempo».

La parte razionale di lui, condivideva le ragioni di Ulisse: se avesse lasciato, col tempo avrebbe cominciato a odiare Schiraz: il loro era stato soltanto l’incontro casuale di due parallele.

Lupo avrebbe voluto urlare, rovesciare il tavolo in terra, ma: «Non sarà una cosa breve, lo capisci» si limitò a dire.

    «Abbiamo tutto il tempo del mondo» Ulisse gli rispose, pagò il conto, andò via.

Lupo si preparò a passare la notte in città. Il Servizio gli aveva prenotato un albergo affacciato sui vicoli.  Dette al portiere documenti falsi e un nome d’arte. Una prassi di sicurezza ripetuta da sempre in automatico, ma questa volta nel farlo avvertì una solitudine indicibile.

Una volta in camera, uscì sul balcone a fumare. La brace della sigaretta tremava davanti ai suoi occhi. Non riuscì a resistere e fu di nuovo sulla strada.

Camminò a testa bassa per il corso, attratto dall’insegna luminosa dell’unico bar ancora aperto. All’interno pochi avventori silenziosi. Nessuno si meravigliò del suo ingresso, né lo guardò con curiosità: l’ora tarda e l’aria pesta facevano di lui un membro d’elezione del club. Un giovane biondo reggeva in mano un bicchiere con all’interno un liquore rubino. Scuoteva la testa, sussurrava a se stesso. Lupo, senza capire perché, gli si sentì sodale.

‘Non c’è età per perdere la partita della vita’ pensò. Accese una sigaretta, ne seguì con lo sguardo il consumarsi. Tutto era immobile. Acquistò il giornale locale da un extracomunitario. Lo spiegò sul tavolo: la crisi economica avanzava, ma il governo annunciava provvedimenti; una nuova sopraelevata avrebbe decongestionato il traffico in città. La banalità di quelle informazioni lo sconvolse e comprese come il mondo andasse avanti lo stesso, indifferente alle disperazioni di ognuno. Vide su una pagina interna del giornale, di spalla a molte colonne, la foto in bianco e nero di una donna. Non ebbe bisogno della didascalia per riconoscere la donna a cui aveva consegnato Schiraz. A lei, magistrato in trincea si dovevano, raccontava l’articolo, gli arresti di alcuni esponenti mafiosi. Da domani sfruttando le informazioni di Schiraz, sarebbe diventata un eroe, pensò. Ma tutto questo aveva una vita autonoma, ormai. Non serviva combattere: le cose andavano avanti lo stesso.

Guardò il ragazzo biondo a pochi passi da lui: aveva le lacrime agli occhi e lui, in quelle lacrime, misurò tutta la propria impotenza. Avrebbe voluto andargli vicino, consolarlo per la sua pena, qualunque fosse. Ma ormai sapeva: non ci sarebbe riuscito. Tutto sarebbe andato come doveva e quel dolore era inutile.

Rimase seduto e ordinò un espresso, lo condì con molto zucchero: l’unica dolcezza che poteva permettersi ormai.

 





Chiluzzo

per Mathilde

Era una biondina dal bel seno e dalla pelle bianchissima; senz’altro straniera.
     Aveva in affitto un appartamento, ricavato all’interno delle antiche mura della città, con un balconcino stretto e lungo a non più di un metro e mezzo al di sopra del banco di marmo su cui Chiluzzo tagliava ogni giorno tranci di pesce spada, svuotava calamari, apriva con un coltello acuminato ostriche e ricci da servire ai turisti del “molto, molto pittoresco” ristorante in cui lavorava.
     Era stata subito adottata dalla gente della piazza. Soltanto all’inizio, appena arrivata, due malacarne l’avevano seguita intenzionati a scipparla, ma era bastato il fremito della “panza” del “signò” Ciro a farli allontanare.
     Quando “l’inglisa”, come da subito avevano cominciato a chiamarla, indossando un cappello di paglia e un caffetano azzurro, traversava piazza Kalsa diretta al mare, a visitare un monumento o chissà dove, tutti la guardavano: i venditori ambulanti, gli sfasciacarrozze, gli sfaccendati seduti ad ascoltare alla radio canzoni neomelodiche, le donne dietro i banchetti delle sigarette di contrabbando e anche Chiluzzo s’imbambolava a osservarla e smetteva di impilare i cartoni di birra sul carrellino.
     Il movimento dell’orlo del caffetano gli ricordava quello delle onde del mare e lo calmava: perché in lui, da sempre, o almeno da quando era in grado di ricordare, covava una rabbia contro tutto e tutti: per il proprio aspetto, troppo basso e peloso; per il suo lavoro in nero, per quel continuo squamare pesci che altri avrebbero mangiato. Era come avere un gatto aggrappato allo stomaco. A volte era più feroce degli altri giorni e lui doveva sforzarsi per non aggredire qualcuno, così, senza motivo. Riusciva a calmarsi solo quando strappava il grumo sanguinolento delle interiora dai pesci sul banco e le gettava ai gatti in attesa o quando guardava “l’inglisa”.
     Una mattina gli era passata così vicina da essere riuscito ad avvertire il suo profumo. Più di una volta guardandola camminare, inebetito e stupito al tempo stesso, aveva rischiato di far cadere le cassette di birra dal carrellino. E Ninì, il principale, lo aveva richiamato.
     «Unnè cosa tua. Pensa a travagghiari1»
     Lui aveva continuato a sollevare le casse, indifferente, perché, si consolava, aveva un altro posto, solo suo, per guardarla indisturbato.
     La sera quando l’alogena era accesa sul bancone da lavoro la luce lambiva la strada da cui sarebbe tornata; bastava aspettare e alzare ogni tanto lo guardo verso il balconcino.
     Una volta era anche venuta a cena al ristorante, ma non era stato come lui aveva immaginato.
     Era arrivata in compagnia di un ragazzo dalla camicia firmata e le scarpe lucide. Chiluzzo lo aveva odiato con tutte le proprie forze e ancora di più. Aveva odiato anche se stesso, per quel suo lavoro da niente che gli impediva di uscire da dietro il bancone e saltare addosso a quel fighetto. Anche se i due erano molto vicini, non riusciva a distinguere il profumo di lei, coperto da quello della colonia dell’altro, costata, lo sapeva, almeno quanto il suo guadagno di una settimana di lavoro.
     Si era vendicato, però: quando il ragazzo aveva ordinato di gamberoni glieli aveva serviti senza togliere il tratto scuro dell’intestino. Mangiasse anche la cacca: lo meritava.
     L’inglisa invece gli aveva dato soddisfazione: alla fine della cena, dopo aver bevuto con calma il limoncello della casa si era alzata, aveva rivolto poche parole al suo accompagnatore, lo aveva salutato con un cenno rapido della mano ed era andata via.
     Chiluzzo l’aveva seguita con lo sguardo fino a quando l’aveva vista girare l’angolo, mentre, il ragazzo guardava “imparpagliato” la punta dei propri mocassini, pagava il conto. Lui, invece, aveva aspettato che la luce dell’appartamento sopra la sua testa si accendesse e solo allora si era concesso un sorriso.
     Non avrebbe saputo dire, ma forse quella sera era stato felice.

     La serata era torrida.
     Le finestre delle case, anche di quella sul banco del pesce, erano spalancate.
     Chiluzzo raccolse con le dita della mano uno sbuffo d’acqua dalla bacinella accanto a lui, la spruzzò sui pesci del bancone, guardò verso l’alto. Senza nessuno sforzo, se non quello di alzarsi sulle punte delle scarpacce da lavoro, la vide passare e ripassare dietro le imposte aperte, sedere sul divano giallo, alzarsi, andare nell’altra stanza, tornare, con la stessa leggerezza di quando traversava la piazza.
     La spiò attento, gli occhi spalancati.  
     Poi l’inglisa chiuse le tende e a lui non rimase altro che osservare la sagoma di lei muoversi nella controluce.
     Alla fibrillazione si sostituì la delusione e Chiluzzo ricominciò, stizzito, a sventrare pesci e ad aprire frutti di mare, ma quella era una sera d’afa, scirocco e sorprese, perché, cinque minuti dopo, l’inglisa riaprì le tende e si affacciò, sporgendosi verso il filo di metallo usato per stendere la biancheria.
    Per Chiluzzo fu un’apparizione: se avesse alzato il braccio avrebbe potuto toccarle le mani. La guardò ancora e ancora: aveva i piedi scalzi e indossava qualcosa di bianco, lungo appena oltre il ginocchio. Sembrava, pensò, uno di quei dolci d’albume preparati da sua nonna quando lui era bambino. Più che un ricordo era una sensazione, come sentirsi dentro un silenzio simile a quello dei corridoi delle elementari quando, durante le ore di lezione, lo allontanavano dall’aula; un estraniarsi ovattato che però sparì quando un alito di vento caldo mosse le foglie degli alberi e un cameriere batté sul banco per sollecitare la spigola alla brace da servire. Lui tolse in automatico il grosso pesce dalla griglia, lo dispose sul piatto di portata, continuò a guardare verso il balconcino.
     L’inglisa scosse oltre la ringhiera qualcosa di azzurro che si distese nell’aria con uno schiocco. Chiluzzo riconobbe il caffetano: lo aveva lavato e lo stendeva ad asciugare. Lo aveva appena ripiegato sul filo di metallo, quando una raffica di scirocco lo agitò, lo gonfiò, lo fece volare prima che lei potesse fissarlo con le mollette.
     Chiluzzo lo vide fluttuare nell’aria, cadere e scivolare all’interno dello spazio tra il banco frigo e il muschio delle mura.
     L’inglisa arrivò subito dopo: girò l’angolo e andò, quasi di corsa, verso il banco. Cercò con lo sguardo in direzione del punto in cui sarebbe dovuto essere il caffetano, non lo trovò, si voltò confusa verso Chiluzzo. Sulla lunga maglietta bianca aveva stampato il volto colorato di Minnie, non era più scalza, ma indossava delle infradito di cuoio.
     A Chiluzzo sembrò una di quelle modella della pubblicità. Non ebbe esitazioni: afferrò il coltellaccio più lungo, si distese sul ripiano del banco frigo, ficcò la mano col coltello nella fessura, armeggiò nello scuro fino a quando arpionò il caffetano e lo tirò fuori. Con quel pezzo di stoffa pendente dal coltello si sentì un eroe. Saltò giù, tolse il caffetano dalla punta della lama, lo ripiegò al meglio, lo porse all’inglisa.
     «Grazie» lei gli disse.
     Fece per parlargli ancora, si bloccò a inseguire un pensiero, indicò se stessa.
     «Marianne» proseguì.
     Chiluzzo era confuso, incapace di pensare.
     «Michele. Micheluzzo» riuscì però a dirle.
     «Grazie allora Michele» lei continuò.
     Chiluzzo si confuse ancora di più; anche se all’esterno sembrava calmo dentro di lui tremava e tremava: mai fino ad allora l’altra gli aveva parlato e gli era stata così vicina.
     «Sei inglese?» trovò il coraggio di chiederle per prolungare quel momento.
     «Francese» lei rispose «di La Rochelle».
     Chiluzzo aveva una vaga idea di quanto fosse lontana la Francia da piazza Kalsa, figurarsi sapere dove fosse La Rochelle; ma, in quel momento, fu certo di sapere su Marianne qualcosa di sconosciuto agli altri del quartiere e seppe, anche, che avrebbe conservato nel proprio ricordo quel momento di confidenza, come un attimo di intimità condivisa.
    Nella sua percezione fu come vivere sospeso all’interno di un lungo momento sognante, ma, nella realtà, tutto durò pochissimo: il tempo che Marianne impiegò a posargli la mano sull’avambraccio, a ritirarla.
     «Grazie ancora Michele» disse poi, prima di andare via.
     Chiluzzo rimase imbambolato, il coltellaccio in mano. Strusciò piano la lama del coltello sul palmo, come ad affilarlo.
     «Pensa a travagghiari. Un t’annappiari. Un tinnipao infortunio2» Ninì gli urlò.
     Lui allora tornò al bancone, aprì il ventre di un grosso capone steso sul marmo, ne tirò fuori le viscere, le buttò in terra, lo decapitò con una mannaia e con colpi ripetuti e violenti lo ridusse a tranci.


  1. “Non è per te. Pensa a lavorare” 
  2. “Pensa a lavorare. Non ti pago se ti infortuni”

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina © Elio Carreca




Effetto Bambi

per Alessia           

«Bois ton apéró, s’il te plait, et oublie ça»1 disse  M. Maulassienne guardando il comandante della Gendarmerie del villaggio; lo stesso che, appena arrivata, mi aveva convocata in caserma “de tout urgence”2.

C’ero andata intimorita: cosa mai potevano volere da una spaesata au pair3 da poco in paese.

Nonostante le indicazioni di M.me ero stata costretta a entrare in un bistrot a chiedere informazioni. La caserma era l’edificio più brutto e grigio del corso principale. Dopo aver detto al militare all’ingresso il mio nome, ero stata fatta entrare in una sala con una fila di sedie di plastica alla parete. Mi ero seduta composta, i palmi delle mani sulle ginocchia, chiedendomi quali reati, senza essermene resa conto, avessi commesso in terra di Francia. Avevo atteso e atteso, sempre più a disagio, poi un gendarme aveva aperto la porta della stanza e mi aveva fatto segno di seguirlo fino a un ufficio dalle grandi vetrate.

Le commandant era seduto dietro la scrivania sotto la finestra; senza alzarsi aveva cominciato a parlarmi. Un francese veloce e senza pause. Per quanto mi sforzassi di capire ne ero incapace, étonné4 da quel diluvio di parole privo, almeno per me, di significato; poi, con un gesto tutto siciliano, avevo mosso i palmi aperti delle mani dall’alto verso il basso, come a comprimere l’aria: “se vuoi che ti capisca calmati. Ferma le macchine”.

E il disagio per avere compiuto quel movimento per i
miei canoni così scortese, si era fuso all’ansia.

La comunicazione gestuale, però, aveva funzionato, perché il Comandante aveva cominciato a parlarmi scandendo le parole, come stesse rivolgendosi a una deficiente, ma anche se adesso riuscivo a cogliere il senso del discorso, ero, se possibile, ancora più stupita: M. Maulassienne, aveva spiegato, era un ingegnere della Edf5 con incarichi delicati e segreti, per questo la Gendarmerie lo tutelava a un “niveau un”6 di sicurezza. Si era interrotto un attimo, come a valutare quanto aveva detto, poi aveva scrollato le spalle e continuato: le informazioni su di me erano ottime e non dovevo preoccuparmi.

Non avevo avuto il tempo di chiedergli chi mi avesse dossierato e di cosa avrei dovuto preoccuparmi, perché si era girato col busto e indicato, alla sua destra, un manifesto dai bordi rossi, su cui erano stampate una mezza dozzina di facce.

«Ils sont terroristes7» aveva detto indicandoli, ma la mia attenzione non era stata attratta da quei volti barbuti e truci, quanto dalla foto di un uomo dagli occhi spiritati e le sopracciglia foltissime, stampato su un affiche più piccolo, appeso con delle puntine alla bacheca di legno sulla sinistra della scrivania.

Non ero riuscita a trattenermi e: «Je l’ai vu au bistrot aujourd’hui. Il a acheté de la nourriture»8 gli avevo quasi urlato.

Il Comandante mi aveva guardato dubbioso, aveva mormorato qualcosa su un evaso dal carcere dipartimentale, poi aveva afferrato la radio trasmittente sulla scrivania, pronunciato frasi smozzicate e, sul crepitìo della comunicazione, aveva atteso. E io con lui, fino a quando da quel quadrato di plastica stretto tra le sue manone, era emerso un flusso di parole. Lui allora, dopo aver muggito dentro il microfono una salva di “bon…bon…bon”, si era alzato dalla scrivania e mi si era avvicinato. Sovrastandomi con tutta la sua mole agli steroidi, mi aveva guardata fisso, la mascella quadrata a meno di cinque centimetri dal mio sguardo.

In quel momento, con un sussulto di preveggenza, avevo capito quali fossero i suoi pensieri: era irritato per aver dato retta a una ragazzina dall’aria indifesa e forse un po’ ignorante.

Al bistrot nessuno aveva visto entrare o uscire l’evaso, mi aveva ruggito contro. Mi ero certamente sbagliata.

Io l’avevo ascoltato sforzandomi – retaggi della mia educazione di stampo orientale – di non contraddirlo, ma, sapevo, di non essere né ignorante né indifesa. Parlavo quattro lingue: lo spagnolo appreso dai genitori filippini, l’italiano, perché in Italia ero nata e cresciuta, l’inglese e il tedesco, acquisite con un master universitario; ed era difficile mi sbagliassi nel riconoscere le persone, perché possedevo un “gyrus fusiforme”, la funzione del cervello in grado di riconoscere i volti delle persone, molto al di sopra della media; potevo anche sembrargli indifesa, ma era solo il mio aspetto esteriore, perché, grazie agli anni di allenamenti e alle gare col gruppo sportivo dell’università, ero cintura nera di taekwondo.

Non gli avevo detto nulla di tutto questo, limitandomi a sorridergli mentre, quasi mi ordinava, di non provocare più falsi allarmi, e di seguire alla lettera le sue istruzioni.

E io, tre ore fa, avevo fatto proprio come mi aveva ordinato: nonostante fossi sicura di avere rivisto l’evaso alla fermata del bus, nella radura vicina al bosco, avevo composto il 112, solo quando guardando oltre la vetrata del salone, lo avevo sorpreso fermo sul limitare del bosco, ad appena tre metri dalla recinzione e dal prato della villa.

La Gendarmerie era arrivata a sirene spiegate e aveva cercato tra la vegetazione e i casolari senza trovare nessuna traccia del fuggiasco. Il comandante aveva chiamato M. Maulassienne al cellulare e adesso erano tutti e due davanti a me e mi guardavano con aria di rimprovero.

«Forse avrai visto un faon9 » Maulassienne continuò paterno, forse per reazione alla mia espressione stupita alla battuta sull’aperitivo.

Il comandante però non interpretò in questo modo il mio sguardo perplesso.

«Un bambi» spiegò con aria paternalistica, ancora una volta quasi parlasse a una deficiente e non era il solo, perché proprio questo pensiero o altri non dissimili, leggevo nell’incrociarsi degli sguardi dei due.

Trattenni le lacrime di rabbia, ma non la deriva dei pensieri: quei due, sia il saccente che l’ammasso di muscoli, non avevano idea di quello che dicevano, fuorviati dal mio aspetto minuto: l’evaso io lo avevo visto a uno sputo dalla villa e non era certamente un cerbiatto inoffensivo, anche perché, nonostante le apparenze, quegli animali sono tra i più pericolosi e aggressivi.

Leggessero Konrad Lorenz invece di pontificare.

Di nuovo, ma questa volta con maggiore difficolta nel contenermi, venni frenata dalla mia educazione.

Voltai loro le spalle, uscii dalla stanza.

M. è fuori città per quel suo segretissimo lavoro, M.me è uscita con le amiche; ha mandato un messaggio: non occorre cucinare stasera, penserà lei a portare quell’ammasso spugnoso sovraccarico di improvabili condimenti che qui chiamano pizza. Io devo soltanto andare a prendere les enfants a l’école10.

Ci vado con la macchina; percorro la maledetta rond point11 – le ho sempre odiate le rotatorie sia quando guidavo a casa sia adesso: una gran fatica per cogliere l’attimo in cui immetterti nel traffico e uno stress infinito per non imboccare l’uscita sbagliata – percorro un pezzo di statale arrivo davanti la scuola.

Les enfants salgono in macchina sovraeccitati: Armand e Jule per avere giocato da titolari nelle rispettiva squadre in una partita del campionato studentesco, Mazzarine, la più piccola, per avere, insieme alla sua classe, fatto il bagno nel laghetto del parco scolastico. La ascolto assertiva, ma non riesco a scacciare il ricordo di quanto quell’acqua mi fosse sembrata viscida e appiccicosa, quando, per assecondarla, mi ci ero bagnata anch’io.

Arriviamo a casa, finalmente.

Prima di aprire la porta a vetri della villa guardo il cancelletto d’accesso al prato e mi sembra di vedere un mucchietto di ghiaia sulla destra: come se qualcuno aprendo il cancello l’avesse spostata. Non ricordo di essere stata io; forse M.me. Non mi preoccupo.

Entriamo in casa e un refolo d’aria mi sfiora la guancia, proviene, penso, dall’infisso della porta finestra della cucina non ancora riparato. Questa volta però non ha il solito odore del bosco, ma un che di acidulo e di sudore leggero. Sono i ragazzi, mi convinco, non si saranno lavati affondo dopo lo sport. Non mi preoccupo.

Adesso devo aiutarli a disfare le cartelle, preparare la merenda e aspettare il rientro di M.me.

Mando Mazzarine in bagno perché si prepari per la doccia, io la aiuterò non appena avrò verificato quali compiti hanno assegnato ai suoi fratelli.

Sono nella stanza dei ragazzi, ho avuto soltanto il tempo di sganciare le cinture elastiche dei loro zaini, quando sento Mazzarine gridare e piangere. Mi precipito in corridoio, l’odore acido di sudore è più acuto, entro nella stanza della bambina e vedo l’evaso. Tiene stretta Mazzarine cingendola col braccio all’altezza delle spalle, appena sotto il suo mento.

Lo guardo immobile, bloccata nei pensieri.

Mazzarine vedendomi smette di gridare, scalcia, abbassa la testa, gli morde la mano, riesce a liberarsi, corre verso di me.

È un attimo: il bruto mi guarda, porta il busto in avanti per afferrare di nuovo la bambina, perché ha deciso che non sono un pericolo, al più un cerbiatto spaurito. Ma i cerbiatti, nonostante l’aspetto, sono animali in grado di difendersi: soprattutto se hanno praticato il taekwondo per anni.

Faccio un passo in avanti, distendo la gamba sinistra e il mio tae lo colpisce ai testicoli, lui si piega sulle ginocchia, io porto in avanti il gomito e lo colpisco in controtempo al pomo d’Adamo. L’intruso cade bocconi sul pavimento, respira a fatica, gli sono sopra, ho ancora in mano le fettucce elastiche degli zaini e gliene passo una intorno alla gola, la tendo fino a fare un nodo intorno ai suoi polsi, con l’altra gli lego stretti i talloni. Non può più muoversi, adesso, si strozzerebbe da solo.

Sono esausta, ma devo ancora fare qualcosa. Prendo il cellulare, mi avvicino a distanza di sicurezza al viso stupito dell’evaso, lo fotografo, e, prima di chiamare ancora una volta il 112, mando la foto al comandante.

Chissà se, anche questa volta, mi consiglierà di prendere un aperitivo.

Abbraccio forte Mazzarine; rido sguaiata.     


Note:
1) «Bevi il tuo aperitivo e non preoccuparti»
2) «con la massima urgenza»
3) ragazza alla pari 
4) stupita
5) Ente energetico francese
6) «livello uno»
7) «Sono terroristi»
8) «L’ho visto al bistrot. Ha comprato del cibo»
9) cerbiatto
10) i ragazzi a scuola
11) rotatoria stradale

Foto copertina © Ciso