Irezumi, Tebori e Yakuza: l’antica arte del tatuaggio in Giappone.

In un tempo in cui le mode nascono con la stessa velocità con cui poi tramontano, solo alcuni si soffermano sulla genesi di fenomeni destinati, spesso, a lasciare poche tracce di sé nel ricordo comune.

Io stesso, grande appassionato di tatuaggi, mi sono dovuto fermare a pensare a quale potesse essere l’inizio di questa fantastica arte che in Giappone, come vedremo, ha avuto una crescita diversa dal resto del mondo.
La prima apparizione dei tatuaggi in occidente viene fatta coincidere generalmente con la figura del Capitano James Cook, che, nel 1744, di ritorno dal suo viaggio nell’Oceano Pacifico, portò con sé un indigeno il cui corpo era completamente ricoperto di tatuaggi; la sua vista generò le reazioni più disparate nella popolazione presente al suo arrivo, un po’ come accadeva fino a qualche anno fa quando davanti ai nostri occhi compariva la pelle di un uomo o di una donna, solcato da linee più o meno discrete di inchiostro. Di li a poco però, molti iniziarono a farsi tatuare, chi per semplice spirito di emulazione, chi per sincera ammirazione di quei motivi così affascinanti impressi sulla pelle, dando il via a quella che oggi è una vera e propria moda.

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Come ebbe inizio invece, e come si sviluppò l’arte del tatuaggio, in Oriente, e sopratutto in Giappone?

Diverse sono le testimonianze dell’origine dei tatuaggi in tutto il mondo, alcune celate in tempi remoti e con nature diverse; ad esempio, mentre nelle tribù indigene al tatuaggio venivano riconosciuti generalmente poteri religiosi e di protezione dal male, nel lontano Oriente la sua funzione (e quindi la sua evoluzione) fu completamente diversa.

La prima testimonianza scritta sui tatuaggi giapponesi è una cronaca cinese del 300 d.C. che riporta l’uso del tatuaggio presso gli indigeni giapponesi, mentre bisogna attendere l’800 d.C. per ritrovare reperti scritti di origine giapponese: vi si legge che in Giappone il tatuaggio veniva utilizzato a scopo punitivo, marchiando con il termine “cane” la fronte di coloro i quali si macchiavano di reati, e con righe e croci sulle braccia i colpevoli appartenenti alle caste minori.

Solo molto più tardi si inizia a parlare di tatuaggi giapponesi con finalità decorative, per imprimere preghiere buddhiste o pegni d’amore. Questo tatuaggio venne chiamato Hori-bari e nel 1700 il governo ne vietò l’uso presso le caste inferiori.

È solo nel periodo Edo (1603-1868) che il tatuaggio in Giappone ha il suo vero sviluppo per come lo conosciamo al giorno d’oggi. L’Irezumi (che significa “inserire inchiostro”) cioè il tatuaggio giapponese come giunge ai nostri giorni, si sviluppò proprio in quel periodo, andando a formare quello che è ancora oggi il canone codificato ed immutabile tramandato dai maestri. Non è però chiaro a quando risalga la moda dei tatuaggi full body, come se fosse un kimono dipinto sulla pelle (pratica che ad oggi richiede 5 anni e 100.000 euro), che ancora oggi costituiscono il tratto più distintivo dell’Irezumi.

L’inizio della grande diffusione del tatuaggio in Giappone si ha però con la pubblicazione del romanzo Suikoden, che narra le gesta di un gruppo di fuorilegge che combattevano la dinastia cinese Sung per difendere la popolazione. I capi di questa banda di fuorilegge erano descritti con il corpo ricoperto di tatuaggi ed immagini, e gli artisti più importanti dell’epoca fecero a gara per creare le rappresentazioni più sgargianti e suggestive, esagerando ed esaltando i loro tatuaggi. Ben presto il popolo si immedesimò nei protagonisti del romanzo, ed iniziarono a tatuarsi riproducendo gli stessi motivi descritti nella novella.

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Così mercanti, operai, commercianti, tutti fecero ricorso all’arte dei tatuaggi, come anche gli Yakuza (letteralmente “mano vincente nel gioco”), giocatori d’azzardo che più tardi avrebbero formato l’organizzazione criminale conosciuta oggi con lo stesso nome.

Alcuni dei simboli ancora oggi usati nell’Irezumi rappresentano le carte usate nell’Hana-Fuda, il gioco d’azzardo degli Yakuza.

Con la diffusione delle immagini del Suikoden nelle stampe Ukyio-e, il tatuaggio in Giappone scopre il suo massimo splendore, con i più grandi incisori dell’epoca che diventarono tatuatori con il nome di Hori-Shi (maestri incisori che diventarono “maestri tatuatori”).

I tatuaggi giapponesi vengono tradizionalmente eseguiti sulla schiena: una tela bianca sulla quale il maestro tatuatore trova molto spazio per eseguire la sua opera d’arte. Samurai, dragoni, carpe e altri soggetti della tradizione. Questi tatuaggi sono figurativi, non astratti, e vedono moltissimi colori e sfumature.

Per quanto riguarda l’iconografia classica del tatuaggio nipponico infatti, molteplici sono i temi utilizzati come soggetti, ognuno con uno specifico significato.

Uno di quelli comunemente riconosciuto come appartenente alla cultura giapponese è il dragone: ritenuti dalla cultura occidentale animali potenti, feroci e malvagi, nella tradizione nipponica sono invece animali millenari che portano, con loro, saggezza.

Altro elemento riconoscibile come appartenente alla tradizione del paese del Sol Levante è la carpa, simbolo di coraggio, predisposizione a fare grandi cose, e porta con sé una leggenda cinese che ne giustifica il significato: si narra che una carpa riuscì a risalire la cascata situata sul “Dragon Gate” superando ostacoli e spiriti malvagi; gli dèi, impressionati da tanto coraggio, decisero di trasformarla in un drago.

Altro animale ricorrente nei tatuaggi giapponesi è la tigre, simbolo di forza, coraggio longevità. La tigre è uno dei quattro animali sacri (insieme a tartaruga, fenice e drago), e rappresenta il Nord e il controllo dei venti, particolarmente importante per un popolo che si affida al mare come principale mezzo di sostentamento.

Ma non ci sono solo animali tra gli elementi più riconoscibili dei tatuaggi giapponesi.

Troviamo ad esempio gli Oni (o Demoni Cornuti), spiriti maligni dipinti con un paio di corna, che vivono in gruppo, al quale appartengono divinità come quella del vento o del tuono. Questi spiriti vengono tatuati perché possono diventare dei protettori benevolenti, protettori ammirati da figure monastiche molto popolari nella cultura giapponese più tradizionale.

Altro elemento in contrasto con quella che è la nostra cultura è la Namakubi, la testa mozzata: elemento particolarmente macabro che tuttavia può simboleggiare la volontà di accettare il proprio fato con onore, accettazione che è alla base della cultura samurai.

Concludiamo proprio con il Samurai: la parola deriva dal giapponese “sabarau” che significa “servire”, ed è il simbolo di forza, coraggio, onore nobiltà d’animo.

Dopo un periodo di difficoltà coincidente con l’avvento dell’occidentalizzazione dell’Oriente da parte dell’America, negli anni ’70 il tatuaggio giapponese viene riconosciuto come lo stile più artistico ed elegante per esprimere l’arte del tatuaggio.

Nonostante molti in Occidente cerchino di replicare l’Irezumi, l’assenza di testi che illustrino i “canoni” dei tatuaggi giapponesi, rende impossibile tale pratica a chi non è stato un allievo di uno dei maestri Hori, gli unici depositari della tecnica peculiare utilizzata in Giappone ancora oggi.

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La tecnica peculiare dei tatuaggi giapponesi si chiama Tebori, che significa approssimativamente “scolpire a mano”. In effetti questi disegni danno una forte sensazione di tridimensionalità. È molto diversa dalle tecniche occidentali: tanto per cominciare, questi tatuaggi vengono eseguiti a mano, non con macchine automatiche. Ecco perché non è facile trovare in Italia un tatuatore in grado di eseguirli, malgrado ci sia qualche fortunato che nella propria carriera ha avuto la fortuna (o meglio l’immenso onore) di conoscere ed affiancare esperti maestri tatuatori giapponesi, imparando da loro i segreti del Tebori.

La tecnica Tebori si esegue con una cannuccia di bambù (oggi si usano anche materiali sterilizzabili) alla cui estremità sono fissati degli aghi.  Il maestro tatuatore esegue dei movimenti ritmici con i quali penetra la pelle con questi aghi. Il procedimento è più doloroso e richiede un tempo maggiore di guarigione, ma alla fine si possiede un vero pezzo d’arte sulla propria pelle.

A discapito della sua storia millenaria però, al giorno d’oggi i tatuaggi sono tutt’altro che ben visti nella società giapponese. In posti come piscine pubbliche e palestre, ma soprattutto nei bagni termali, è estremamente comune trovare cartelli di divieto d’accesso indirizzati alle persone tatuate.
Non importa se il tatuaggio è piccolo e si vede a malapena, il marchio inciso sul corpo impedirà comunque l’accesso ad una lunga serie di luoghi.

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Ma quali sono le ragioni della messa al bando dei tatuaggi?

Presumibilmente l’associazione che ancora viene fatta del tatuaggio con la Yakuza, o semplicemente con le sue radici storiche di marchio dei criminali, eppure ancora oggi sfoggiare un tatuaggio in Giappone, nonostante proprio il paese del Sol Levate sia riconosciuto come quello la cui arte nel tatuare non conosce eguali, può rappresentare un problema di difficile superamento.

Nonostante questo, tuttavia, esiste un momento della vita sociale in Giappone in cui non solo il tatuaggio viene accettato in pubblico, ma viene quasi celebrato.

È la ricorrenza shintoista chiamata Sanja Festival, che si tiene a Tokyo durante il terzo weekend di maggio, nata per onorare i tre pescatori che eressero il tempio Sensoji dopo aver pescato nel fiume una statua dorata del Buddha. Grandi cortei accompagnano per le strade festanti il passaggio dei tre divini altari: le statue, del peso di circa una tonnellata ciascuna, vengono agitate e scosse per intensificarne il potere propiziatorio e trasmettere alla comunità energia e forza.

I cortei sono un fiume di costumi sfarzosi, tra danzatrici alate, geishe e uomini tatuati in fundoshi (perizoma tradizionale giapponese), e rappresentano l’unico momento in cui i tatuaggi possono essere mostrati in pubblico.

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Special Thanks

“Colgo l’occasione per ringraziare Diatomea e i suoi gestori per la possibilità che mi hanno concesso di pubblicare articoli su quella che per me è una grandissima passione, il Giappone e la sua immensa e vastissima cultura, e soprattutto ringrazio la donna che mi dà ogni giorno lo stimolo per scrivere qualcosa di nuovo, interessante, pieno di passione, come la vita che proprio lei mi ha donato, e che mi dona ogni giorno rendendola meritevole di essere vissuta e scoperta, guardandola da prospettive nuove ed emozionanti”

Elio Caretta


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Yokai, Oni, Yurei: suggestione, superstizione o religione?

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Spesso, guardando al paese del Sol Levante, non possiamo fare a meno di riconoscere quanta originalità (e a volte stravaganza) ci sia in molte sfaccettature della cultura nipponica.

Manga, letteratura, riferimenti cinematografici più o meno
palesi e facilmente individuabili, citazioni di divinità che ai nostri occhi
paiono assurde ed anacronistiche.

Già, perché dovete sapere che il Giappone viene definito come “il Paese con otto milioni di divinità”, divinità che risiedono un po’ ovunque e che agli occhi di noi Occidentali appaiono ben poco divine.

Centinaia sono gli esempi che potrei fare per dimostrarvi quanto spesso, davanti ai miei occhi di appassionato (e vi garantisco che ora che ve ne parlerò vi accorgerete di quanto spesso sono passati anche davanti a voi!) , ho visto passare rimandi e citazioni a questa che è un’ altra particolarità della cultura nipponica, che spesso mi ha “costretto” ad andare a ricercare la genesi di questa o quella citazione.

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Non dimenticherò mai quando, durante la visione de “La principessa Mononoke”, del Maestro Hayao Miyazaki, vidi per la prima volta sullo schermo i divertentissimi kodama, rappresentazione degli spiriti della foresta. Ne rimasi così affascinato che, una volta tornato a casa, corsi a sfogliare un bellissimo libro illustrato, “L’enciclopedia dei mostri giapponesi” di Shigeru Mizuki, per saperne di più!! Da quel giorno, ogni volta che mi capita di cogliere quello che credo essere un rimando a qualche spirito o divinità, in qualche film o fumetto, corro a cercare conferme, e spesso le trovo con facilità!!

Vi ricordate Samara, l’inquietante bambina di “The ring”? E se vi dicessi che il suo aspetto è stato deciso citando i tratti distintivi degli “yurei” giapponesi? Non mi credete?!

Ok, andiamo con ordine, magari vi farò cambiare idea… 

La parola giapponese che viene usata, sopratutto nello shintoismo per indicare qualsiasi entità dotata di una particolare forza è kami. Ad esempio in quasi tutti i templi shintoisti si possono trovare un albero maestoso o una roccia dalle forme inusuali adornati con gli shimegawa, corde che delimitano la zona sacra in cui abita il kami. Possiamo ben dire che in Giappone, ogni cosa è un kami, viva e dotata di energia spirituale; gli uomini non sono i padroni incontrastati della Terra: la dividono con altre entità, con cui è necessario che mantengano rapporti di equilibrata convivenza.

In un Paese come il Giappone, tormentato da terremoti e dagli incendi, gli uomini hanno imparato a celebrare riti per chiedere scusa alla Terra, e a pacificare gli spiriti della stessa prima di gettare le fondamenta di una nuova costruzione. L’universo delle entità e delle creature mistiche (mutuate dalle filosofie buddista e shintoista) che popola l’immaginario collettivo nipponico è assai popolato e variopinto. Queste entità possono essere suddivise principalmente in quattro categorie: yokai, bakemono, oni e yurei.

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Sono definite yokai tutte quelle creature che vanno al di là della comprensione umana; creature inquietanti, apparizioni, che però non sono necessariamente malevole anzi, esistono yokai pacifici che scelgono di non interagire con la sfera umana.

Gli yokai sono mostri dotati di poteri straordinari, divini, generalmente con una fisionomia umanoide, anche se non è raro individuare yokai con fattezze di animali, o di oggetti, o addirittura dotati di forme astratte indescrivibili; spesso possiedono la dote di mutare il proprio aspetto a loro piacimento: in questo caso gli yokai prendono il nome di bakemono (obake, una forma più rispettosa per definire la stessa entità).

Il bakemono è qualcosa che ha cambiato il proprio stato, la propria natura; per i giapponesi è fondamentale mantenere l’ordine prestabilito delle cose e così vedono come una calamità ogni anomalia rispetto alla consuetudine. Credenza diffusa è quella secondo cui ogni animale che raggiunga una innaturale anzianità acquisti poteri magici sovrannaturali: quello di mutare la propria forma, appunto, e quello di ingannare gli uomini con visioni. Gli obake presentano alcuni tratti distintivi: un particolare colore della pelliccia, la dimensione eccezionale, e la presenza di più code (spesso nei gatti e nelle volpi).

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Esistono numerosissimi tipi di yokai; tra i più conosciuti troviamo i kappa, considerati divinità acquatiche minori, simili a tartarughe semi umane fornite di becco, nati anticamente per spaventare i bambini così che non si avvicinassero a luoghi vicini ad acque profonde, narrando che i kappa fossero in grado di trascinare chiunque a fondo verso morte certa.

Vengono chiamati tengu le creature umanoidi con il naso lungo, il volto cremisi e le ali da uccello; si narra che fossero oppositori sovrannaturali del buddismo, e che uccidessero i monaci afferrandoli con le zampe artigliate e lasciandoli cadere nel vuoto. Oggi possono essere considerati sia amici che nemici dell’uomo; nel primo caso sono protettori dei monti e delle foreste, mentre quelli malvagi si dice che siano il prodotto della reincarnazione delle anime di chi ha vissuto la propria vita con arroganza.

Tra gli yokai che hanno forma animale, troviamo i kitsune, bakemono dall’aspetto di volpe in grado di assumere l’aspetto di donne dalla bellezza stupefacente. In passato erano ritenute creature ingannatrici, mentre oggi sono ritenute creature sagge e formidabili guardiani.

Così come per ogni essere umano, le credenze shintoiste attribuiscono un’identità a tutti gli oggetti. Quando questi oggetti raggiungono il centesimo anno di età, si crede che questi oggetti acquisiscano un’anima, diventando vivi e coscienti; questi oggetti prendono il nome di tsukumogami, e il loro nome vuol dire proprio oggetto divino.

Gli oni sono ciò che più si avvicina alla concezione occidentale dei demoni: antropomorfi, grandi, muscolosi e dotati di corna. Le loro mani spesso hanno solo tre dita, artigliate, e hanno una bocca smisuratamente ampia e dotata di denti aguzzi; alcuni risiedono nell’Inferno buddista e tormentano i dannati nei modi più atroci. Le origini degli oni sono state a lungo dibattute da antropologi e studiosi delle religioni, da cui sono scaturite teorie differenti: sia che abbiano radici nella dottrina dello yin e dello yang, sia che si possano riconoscere nelle semidivinità infernali shintoiste, agli oni sono ascrivibili caratteristiche ben precise: antropofagia, potere di trasformarsi, la capacità di emettere luce e, nonostante sembri in completa antitesi con quanto detto fin ora, la capacità di portare fortuna.

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Anche se spesso vengono associati agli obake, si parla invece di  yurei quando si vogliono indicare gli spettri dei defunti incapaci, per qualche ragione, di raggiungere l’aldilà.

La classica rappresentazione degli  yurei giapponesi si presenta con lunghi capelli neri,scompigliati, una veste bianca da cui non spuntano gambe, un triangolo di carta sulla fronte, e in perenne compagnia di due fuochi fatui (hitodama).

La genesi degli  yurei è riconoscita dallo shintoismo nel reikon: ogni essere umano, nella cultura giapponese, possiede uno spirito, un anima (chiamata reikon, appunto).

Al momento della morte, il reikon lascia il corpo e
resta in attesa del funerale prima di potersi riunire ai propri antenati
nell’aldilà.

Se le cerimonie vengono svolte nel modo appropriato, il reikon del defunto diviene protettore della famiglia, e torna a farle visita durante la festa obon,ogni anno ad agosto, quando i vivi porgono ai defunti i propri ringraziamenti.

In caso invece di morti improvvise, o violente, o in caso di riti funebri non celebrati nel modo corretto (o anche in caso di spiriti trattenuti nel modo dei vivi da emozioni troppo forti), il reikon diviene uno yurei e riesce ad entrare in contatto con il mondo fisico.

Lo yurei può in alcuni casi infestare un oggetto, un luogo, una persona, e l’unico modo per scacciarlo e rimandarlo nel luogo che gli è consono è celebrare i riti funebri o risolvere i conflitti emotivi che lo tengono legato al mondo fisico, anche se esistono forme di esorcismo in grado di ottemperare a tale compito.

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Approfondire fin nel dettaglio questo mondo ancestrale, che spesso viene preso in prestito da manga, cinema, letteratura, videogiochi (possiamo citare i famosi Pokemon, piuttosto che le creature create ad arte dal maestro Hayao Miyazaki, il gigantesco Godzilla, o i giganti antropofagi di Attack on Titans, ad esempio) è compito arduo, se non addirittura impossibile. Se però quanto fin qui esposto ha catturato la vostra attenzione, consiglio vivissimo è quello di tentare la lettura di un testo, “La paura in Giappone” di Marta Berzieri, che ha studiato il fenomeno dei mostri nella loro terra d’origine, tramite interviste e ricerche. Un viaggio condotto in modo magistrale e degno di nota, attraverso le creature e le entità che costellano le credenze religiose nipponiche, il teatro kabuki, cercando di svelare retroscena di una cultura secolare che nasconde ben più di semplici mostri inventati per spaventare i bambini. 




Karate: storia di una disciplina in continua evoluzione. Prima Parte

“Non bisogna dimenticare che il karate comincia con il saluto,
e termina con il saluto”

Okaerinasai, amici miei!

Dopo aver fatto, nei precedenti articoli, un giro panoramico di quelle che possono essere alcune delle note di colore maggiormente interessanti riguardo la cultura nipponica, quest’oggi mi trovo ad iniziare con voi il viaggio in quello che è stato, ormai 27 anni fa, il punto d’origine della mia passione per il Giappone e la sua cultura: il karate!

Mi avvicinai a questa disciplina quando, a solo 6 anni, ero un bambino timido e introverso, e non avevo idea di come quell’incontro avrebbe cambiato irrimediabilmente la vita per tutti gli anni a venire, portandomi a scoprire un mondo così vasto che ancora oggi non finisce di stupirmi! Anni fatti di sacrifici, di sudore, di infortuni, di delusioni, di lezioni più o meno difficili da imparare … anni di grandi scoperte, su me stesso, su quanto la disciplina e l’autodeterminazione possano essere fonte inesauribile di forza, impegno, costanza.

Per questo motivo, la ragione che mi spinge a scrivere questo pezzo va anche oltre: nell’ultimo periodo troppo spesso sedicenti “maestri” di questa nobile arte sono finiti al centro di terribili fatti di cronaca; il mio proposito è accendere una luce mediatica diversa sul karate. Come merita. Per rendere però questo articolo il più interessante possibile per voi che lo state leggendo, mi limiterò ad illustrarvi quelli che sono i punti salienti della storia centenaria di questa disciplina, che, come avremo modo di vedere insieme, passo dopo passo, nasconde in sé molto più di quanto si possa immaginare. Ci soffermeremo poi sui personaggi di maggior influenza nella storia del karate, scoprendo come abbiano portato fino a noi secoli di studio e apprendimento, seppur con motivazioni personali diverse.

Ma andiamo con ordine…

Come molto spesso accade, quando si approfondisce la cultura giapponese, non abbiamo a nostra disposizione fonti certe che ci possano aiutare a ricostruire con precisione assoluta la storia del karate fin dalla sua nascita.

Le origini del karate sono antichissime e la sua nascita viene localizzata ad Okinawa, la più grande delle isole Ryukyu, all’incirca nel XV secolo.

L’isola, a sud-est del Giappone, si trovava sotto la dominazione cinese; il governo dell’epoca, per prevenire eventuali rivolte popolari, impose alla gente comune il divieto di possedere armi.

Gli abitanti di Okinawa, di conseguenza, iniziarono a perfezionare antiche tecniche di combattimento a mani nude (“tode” , letteralmente “mano cinese”), arricchendole con elementi provenienti da arti marziali cinesi. Si narra infatti, che le radici del karate siano da ricercare nell’arte da combattimento chao-lin, originaria dell’omonimo tempio, e legata, come molte altre scuole, a pratiche religiose buddiste o taoiste: racconti, di cui però non si hanno riprove certe, parlano infatti di monaci buddisti abituati a un duro allenamento fisico, che avesse però anche finalità marziali, dato che erano soliti subire aggressioni da parte di briganti.

Fu proprio dalla Cina, quindi, che partì l’influenza dell’arte da combattimento verso Okinawa, dove la pratica della lotta a mani nude continuò anche nel XVII secolo, quando l’isola venne conquistata da un signore feudale giapponese che mantenne in vigore il divieto dell’uso delle armi, estendendolo anche agli utensili di uso comune, come i falcetti, che vennero requisiti alla popolazione e stipati all’interno delle mura del castello.

Tuttavia, il karate non era ancora praticato da tutti, ma era invece retaggio della nobiltà che si allenava segretamente e che arrivò a fare del karate una manifestazione simbolica del proprio rango. Nonostante la mobilità sociale intervenuta tra il XVII e il XVIII secolo, e la conseguente penetrazione dell’arte dei nobili in altre fasce sociali, fino a prima del XIX secolo il karate rimase sconosciuto alla maggioranza della popolazione e molti segreti rimasero tali. Per avere la prima riprova pubblica dei benefici della pratica del karate, bisognerà attendere la dinastia Meiji (1868-1912), quando, con l’inaugurazione del sistema d’istruzione ufficiale e della coscrizione militare, i medici, addetti alle prove di idoneità fisica, notarono e segnalarono la prestanza dei praticanti di Karate.

Il primo ad iniziare la divulgazione della disciplina del karate fu Anko Itosu (1830-1915) che iniziò a insegnarlo per la prima volta nel 1901 in una scuola elementare e, successivamente, nel 1902 la sua pratica fu introdotta nelle ore scolastiche di educazione fisica.

Dopo di lui, nel 1906 Gichin Funakoshi (fondatore dello stile Shotokan), allievo di Itosu, ebbe il merito di fare, con altri maestri, la prima esibizione pubblica a Okinawa, ma solo molto più tardi, nel 1922, anche a Tokyo, anno in cui pubblicò anche il suo primo libro sul Karate: “Karate-do Kyohan.
Grandissimo merito del Maestro fu la sua grande attività divulgativa, soprattutto nelle università.

Tuttavia fu difficile insegnare Karate secondo il vecchio modello di Okinawa, per via dei meccanismi che si stavano iniziando ad innescare intorno al karate. In Giappone si era sul punto di allontanare le arti marziali dalla tradizione, per entrare in una visione più consumistica della loro fruizione, sperando in una maggiore diffusione e quindi in vantaggi economici derivanti dal maggior numero di praticanti che si sarebbe raggiunto. Il Karate come Via poteva difficilmente sopravvivere, perché c’era bisogno dell’aspetto sportivo, della competizione e di stimoli esterni. Funakoshi era contrario a questa mentalità, perché prevedeva che il Karate, come sport agonistico, avrebbe perso i propri valori di contenuto e cercò quindi di controllare gli inevitabili cambiamenti per dirigerli verso una direzione positiva, in linea con il suo storico assunto per cui il Karate è Via di sincerità. Perciò non acconsentì all’agonismo, ma cercò un sistema d’insegnamento che permettesse un accesso al Karate possibile anche in futuro, ma che fosse limitato, in modo che la sua pratica non degenerasse in mero sforzo stilistico.

Ciononostante dal 1957, sotto l’abile regia del Maestro Masatoshi Nakayama (1913-1987) il Karate divenne una disciplina sportiva e agonistica diffusa in tutto il mondo.
Negli anni ‘60 approdò anche in Italia grazie al Maestro Hiroshi Shirai che, con la propria Federazione (FIKTA), resta ancora oggi il massimo divulgatore del Karate Tradizionale di stile Shotokan.

Negli anni successivi, lo sviluppo della componente agonistica del karate subì una accelerazione notevole, conclusasi nel 2016 con la votazione che consentirà al karate di entrare a far parte, per la prima volta, delle discipline olimpiche nei giochi olimpici di Tokyo 2020.

E qui la voglia di illustrarvi cosa potreste trovarvi ad ammirare con i vostri occhi (ammesso che non conosciate già questa disciplina) divampa in modo quasi incontrollabile:  kata, bunkai, kumite, sentendo parlare di yuko, geri, ippon…quante cose avrei da dirvi ancora!

Però finirei con il dilungarmi eccessivamente e allora…preferisco rimandare tutto alla prossima puntata, in cui ci soffermeremo su quelle che saranno le specialità a disposizione degli atleti che si affronteranno a Tokyo nel 2020, e parleremo in modo approfondito di cosa sia oggi il karate agonistico.

Per ora, ma solo per ora, konnichiwa!


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Sushi, non chiamatelo solo un piatto!

Quanti di noi, quando sentono la parola sushi, pensano al piatto tipico della cultura giapponese? Ebbene, quanto sto per “rivelarvi” sarà di certo una sorpresa!

Il sushi non è nato in Giappone, per quanto una volta giunto lì gli eventi storici abbiano generato modifiche importanti a questo “piatto”, adeguandolo sempre di più ai gusti di chi lo consumava e portandolo ad essere come oggi lo conosciamo.

Altro mito da sfatare è quello che riguarda il suo nome: sushi, in realtà, non significa affatto pesce crudo, come molti credono in modo erroneo (quello è il “sashimi”), bensì “dal sapore acido”! Il motivo risiede nelle origini di quello che, nel IV secolo, venne importato in Giappone dalla Cina e dalla Corea come metodo di conservazione: il pesce, eviscerato e salato, veniva posto nel riso cotto e pressato. La fermentazione del riso creava così un ambiente acido (da cui appunto deriva il nome sushi) in cui il pesce poteva essere conservato per mesi, stoccato e trasportato con facilità; al momento della consumazione del pesce, il riso veniva originariamente eliminato; fu proprio relativa al riso la prima modifica apportata dai giapponesi alla tecnica originale giunta da Cina e Corea: i giapponesi preferivano consumare il pesce con il riso, e, così, nel periodo Muromachi (1336-1573) si giunse al namanare. Ebbe così inizio un processo di mutamento di quello che era nato come un semplice metodo di conservazione del pesce ma che stava invece diventando un piatto sempre più apprezzato nel paese del Sol Levante. Il sapore acidulo del riso, consumato assieme al pesce, divenne sempre più gradito, tanto che i giapponesi iniziarono ad abbreviare i tempi di attesa sostituendo la fermentazione del riso con l’aggiunta di aceto dopo la bollitura.

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Nacque così nel periodo Edo (1603-1867) l’haya-zushi (non si tratta di un refuso: quando viene usato come sostantivo, la parola sushi diventa zushi) , letteralmente “sushi veloce” nel quale al riso e al pesce venivano aggiunte verdure e uova.

Per giungere a quello che è paragonabile al sushi moderno bisognerà attendere il 1800, quando il sushi iniziò ad essere venduto sulle bancarelle di Tokyo, con l’aggiunta del celeberrimo wasabi (altra nota di colore: il wasabi veniva generalmente usato non come condimento, ma per coprire il sapore non proprio piacevole del pesce poco fresco!). In assenza dei moderni metodi di promozione dei ristoranti, unico indice di qualità e bontà del sushi servito sui banchi era, udite udite, il grado di pulizia della tenda bianca della bancarella stessa; il motivo? Una tenda più “sporca” indicava il passaggio di un maggior numero di avventori, e quindi un prodotto di migliore qualità!

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Fu solo dopo la seconda guerra mondiale che il sushi iniziò a lasciare le bancarelle divenendo dapprima un piatto di lusso, per poi tornare, grazie all’invenzione del kaiten-zushi da parte di Shiraishi (sistema “rubato” da lui stesso durante una visita al birrificio Asahi) ad essere un piatto accessibile a tutti: si tratta del famoso nastro girevole intorno al quale siedono gli avventori, liberi di prendere le proprie consumazioni da soli; in questo modo vennero ridotti i costi per gli addetti al servizio, e, di conseguenza, i prezzi del sushi stesso per i consumatori!

È poi negli anni ’80, con il boom economico e l’inizio della diffusione della cultura giapponese in Occidente, che il sushi viene conosciuto a livello mondiale, grazie ai sushi bar e ai ristoranti negli Stati Uniti, in Europa e nel resto del mondo.

Quella del sushi è una vera e propria arte in cui ogni dettaglio è studiato per esaltare sapori, ingredienti, combinazioni, al massimo delle possibilità. È un’arte studiata per essere gustata prima con gli occhi, e poi con il gusto, e, come tale, porta con sé delle regole. Anzi, un vero e proprio galateo per gustare il sushi. Ad esempio il galateo del sushi prevede che vengano utilizzate le bacchette per prendere il boccone intero, senza dividerlo o infilzarlo; in caso di difficoltà nell’uso delle bacchette è ampiamente concesso l’uso delle mani per mangiare.

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Mettendo un po’ di voglia a chi sta leggendo di assaggiare (o provare per la prima volta) un po’ di sushi, illustriamo qualche tipo di preparazione: una di queste è il nigiri-zushi, cioè la preparazione fatta con il riso pressato, il wasabi e una fettina di pesce crudo, che può prevedere tonno (maguro), gamberi (ebi), capasanta (motategai) ed altri tipi di pesce; altra preparazione è quella chiamata maki-zushi o nori maki-zushi in cui il rotolo di riso è avvolto in un pezzo di alga con l’aggiunta di uno (hosomaki) o più ingredienti (futomaki). L’alga può essere inserita all’interno del rotolo (uromaki), lasciando il riso all’esterno; inoltre l’alga può contenere, al suo interno, riso ed altri ingredienti formando un cono da mangiare a morsi (temaki).

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Esempio vivente di come l’arte millenaria del sushi sia molto più che una semplice preparazione gastronomica, è rappresentata da Jiro Ono, anziano shokunin giapponese specializzato nel sushi. Ha ricevuto nel 2008 3 stelle Michelin, divenendo il cuoco più anziano insignito di tale onorificenza.

Se questo articolo ha catturato la vostra attenzione il mio invito più grande è quello di andare ad approfondire la storia di Jiro e del suo Sukiyabashi nel tentativo di comprendere quello che è da sempre il suo personalissimo mantra, che lo ha portato, e potrebbe verosimilmente farlo con ognuno di noi, a vette e traguardi altissimi:

Dovete innamorarvi del vostro lavoro”.

Al prossimo articolo!

Konnichiwa!!


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SHODO

Con l’avvento dei moderni mezzi di comunicazione, una pratica come quella della scrittura manuale ha perso sempre di più la sua importanza, ad appannaggio di metodi più comodi e meno “obsoleti”.

E’ straordinario, invece, il significato intrinseco che la pratica della scrittura assume in oriente, in particolar modo in Giappone, dove la stessa prende il nome di “shod?”, letteralmente “la via della scrittura

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Il termine “shod?” infatti è composto dai termini sho che significa scrittura, e d?, termine che indica la pratica di un’arte, un impegno costante che può condurre, tramite un perfezionamento tecnico, ad un vero e proprio affinamento interiore dell’individuo che “percorre la via”.

Importante notare che il carattere “d?” viene utilizzato anche per indicare il “tao”, cioè il processo di mutamento proprio della filosofia taoista; inoltre lo stesso venne applicato, a partire dal XIX secolo, a numerose arti tradizionali in conseguenza degli influssi che ebbe in particolare il buddismo sulla loro pratica, intesa sempre come percorso di crescita interiore (jud?, kend?, kyud?).

Tornando allo “shod?”, bisogna, in via preliminare, chiarire la convinzione di chi pratica tale arte, che la stessa sia in grado di permettere e favorire l’espressione degli stati d’animo, l’affinamento della sensibilità, nonché il perfezionamento di se stessi.

Ma come è possibile questo?

I segni che il calligrafo appone su carta con il proprio pennello possono essere decisi o incerti, veloci o lenti, sottili o spessi, ma in tutti sarà sempre presente la forza che viene chiamata “ki”, l’energia vitale. Quando si scrive un carattere si tende a trasmettere la relazione che si instaura tra il “ki” del calligrafo e il “ki” che il carattere possiede; è come dire quindi, che l’istantaneità della calligrafia permette di registrare un ritratto del “cuore” del calligrafo.

La pratica dello “shod?” richiede, come è ovvio che sia trovandosi davanti a una vera e propria “arte”, il rispetto di precisi schemi e dettami, che partono, ad esempio, dalla posizione assunta dal calligrafo arrivando fino alla scelta del testo da scrivere.

Durante la scrittura la posizione del corpo assume un importanza fondamentale, dato che da questa dipende la completa partecipazione del corpo all’esecuzione della stessa; ad esempio nella posizione seduta di scrittura, il foglio deve essere posizionato ad una altezza ben precisa, corrispondente a un punto di poco al di sotto dell’ombelico, in modo da evitare al calligrafo di dover sollevare eccessivamente il braccio che non deve appoggiare al piano di scrittura; inoltre il busto deve essere in posizione eretta, senza però essere rigido, in modo da favorire durante tutta la scrittura, una regolare respirazione.

L’esecuzione delle varie parti di un carattere devono seguire un preciso ordine compositivo, che è in buona parte determinato da motivi pratici legati al percorso che deve seguire il pennello durante l’esecuzione.

È quindi chiaro come uno dei segreti fondamentali per l’apprendimento della calligrafia sia l’arte di maneggiare il pennello con dimestichezza e maestria: questo è infatti parte del sapere che si eredita dai propri maestri, e che verrà poi, a propria volta, tramandato ai propri allievi.

Ovvio immaginare che l’apprendimento di tale arte non sia mera conoscenza intellettuale, ma che sia frutto di una attenta e laboriosa pratica, costituita da gesti e movimenti precisi.

Il primo ed essenziale esercizio con cui un principiante si confronta è la copiatura, necessaria per apprendere la tecnica e prendere coscienza delle proprie caratteristiche, oltre che per riuscire a entrare nel ritmo esecutivo del modello, per coglierne lo spirito e riprodurlo senza perdersi nell’imitazione dell’originale. L’esercizio di copiatura (“rinsho”) si differenzia in livelli progressivi di apprendimento, (“keirin” – copia esatta di tratti e spazi; “hairin” – copia a memoria, cercando d rispettare la forma esteriore del carattere; “irin” – copia che tende a rispettare più le caratteristiche stilistiche che la forma esteriore), a cui fa seguito uno stadio più avanzato, “h?sh?”, il quale prevede l’applicazione di uno stile con caratteri diversi da quelli del modello proposto al principiante.

Ma cosa si scrive in calligrafia? Come si sceglie il “soggetto” da eseguire su carta?

Generalmente si sceglie una singola parola, un aforisma, una preghiera; la cosa che conta maggiormente è la trasmissione dell’emozione del calligrafo, l’interpretazione che egli stesso dà a ciò che sta riportando e riproducendo su carta, traducendo formalmente il senso più profondo del testo scelto.

Il calligrafo, per la propria opera, ha a disposizione quelli che vengono comunemente indicati come i “quattro tesori” del calligrafo, dato che il loro impiego è indispensabile.

Come già accennato il primo dei quattro tesori non può che essere il pennello (bi); ne esistono invero numerose varietà, che vanno a rispondere alle numerose esigenze diverse che il calligrafo può incontrare (dalla forma di scrittura prescelta, alle dimensioni del carattere da eseguire, etc). Le caratteristiche di questo strumento variano in base alla forma dello stesso, ai materiali di cui è composto e alle sue dimensioni; una importanza particolare è attribuita alle setole di cui sono composti i pennelli, riassumibili in setole rigide (“k?g?”), setole morbide (“nang?”) e setole miste (“keng?”).

La caratteristica che differenzia maggiormente i pennelli utilizzati nello “shod?” da quelli utilizzati in occidente, è il modo in cui le setole vengono disposte a formare la punta del pennello: le stesse sono organizzate in cerchi concentrici di peli di lunghezza differente, disposti attorno a un nucleo centrale che funge da serbatoio d’inchiostro; in questo modo il calligrafo ha la possibilità di scrivere più caratteri senza dover ricorrere continuamente all’assorbimento di nuovo inchiostro.

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L’inchiostro (“mo” o “sumi”) si presenta in forma solida, pressato in barrette, ed è quasi esclusivamente nero, nonostante la colorazione possa presentare diverse tonalità e riflessi in base alla purezza e alla raffinazione della materia prima colorante. La sua preparazione per l’applicazione avviene sciogliendolo tramite lo strofinamento nell’acqua che viene versata nel calamaio (“yan” o “suzuri”); i più antichi calamai consistevano in piatti di bronzo, spesso sostenuti da tre piedini e dotati di un coperchio.

In seguito, venne utilizzato il bronzo come materiale per la creazione dei calamai, fino a giungere all’uso della pietra, come materia prima più adatta allo scopo. La forma generalmente è caratterizzata da una parte del piatto incavata in modo più marcato che funge da serbatoio, e da una più rialzata che serve per strofinare la barretta d’inchiostro.

Menzione fondamentale è quella dovuta alla carta (“kami”), la quale viene considerata non un supporto amorfo su cui il calligrafo stende l’inchiostro, ma un elemento importante con cui egli deve imparare a “dialogare”; è una materia che si potrebbe quasi definire viva, dotata di caratteristiche peculiari dalla quale dipende la scelta dell’inchiostro più adatto per conseguire il risultato desiderato; nella filosofia della contrapposizione tra lo “Yin” e lo “Yang”, del vuoto e del pieno, occorre tener presente che la carta costituisce tutto lo spazio non occupato dall’inchiostro, formando con esso l’unicità di ciò che si sta creando.

Anche se in calligrafia viene generalmente utilizzata carta “bianca”, ne esistono tipologie colorate con tinte naturali, o anche che vedono nella loro “trama” l’inclusione di elementi vegetali come foglie e fiori secchi, o addirittura minerali (come l’oro), che vengono utilizzate in occasioni particolari. Le tecniche di produzione di questi particolari tipi di carta vengono gelosamente custodite dagli artigiani che le eseguono, e i loro prezzi raggiungono a volte cifre molto considerevoli.

Al giorno d’oggi, la “washi” viene prodotta utilizzando le fibre di corteccia di diversi alberi, come ad esempio il gelso k?zo, il ganpi, il mayumi, il mitsumata, oppure con fibre di canapa asa o fibre di riso;ovviamente la carta utilizzata per gli esercizio di calligrafia è quella di fattura industriale, prodotta con legno di importazione proveniente da Canada e Siberia, questo perché il suo prezzo è ovviamente molto inferiore a quello della “washi” artigianale, così come la sua qualità.

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IL FIORE DI CILIEGIO – SAKURA

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Fin dai due secoli antecedenti l’anno Mille in Giappone viene celebrata una ricorrenza che ha come unico protagonista il fiore di ciliegio o Sakura; stiamo parlando della festa chiamata “Hanami”, che tradotto letteralmente dal giapponese significa “osservare i fiori”, ricorrenza che viene festeggiata, a seconda della fioritura dei ciliegi in base alle zone del paese, intorno al mese di Aprile; ancora oggi l’Hanami è una tale passione che il servizio meteo giapponese si impegna ogni anno per prevedere con accuratezza quando avverrà la fioritura, permettendo alla popolazione di prepararsi ai festeggiamenti.

In realtà, il senso intrinseco di questa ricorrenza è molto più profondo, e affonda le sue radici in uno spiritualismo che è proprio della cultura giapponese: l’Hanami è infatti celebrata come la rinascita della natura espressa al meglio dai fiori di ciliegio, ma anche della presa di coscienza della loro caducità; il fiore di ciliegio infatti fiorisce in breve tempo e altrettanto velocemente lascia l’albero per riconciliarsi al suolo, spingendo i giapponesi a riflettere sul valore effimero della vita.

Il Sakura, nella lingua giapponese, richiama nella sua simbologia l’intera filosofia giapponese legata alla cultura della pazienza, del rispetto della natura e della pace interiore.

L’Hanami non è però una celebrazione dai toni tristi (vista appunto l’osservazione della caduta dei fiori) ma un momento di grande festa per i giapponesi.

Questi ne approfittano infatti per fare dei pic nic con amici e parenti sedendosi sotto gli alberi di ciliegio e stendendo sotto di essi una coperta di plastica azzurra volta a raccogliere i fiori caduti.

La natura dei festeggiamenti è presto spiegata.

Aprile, è infatti un momento molto importante soprattutto per i giovani, perché la fine della scuola simboleggia per molti l’entrata nel mondo adulto quindi l’inizio di una nuova vita.

Il fiore di ciliegio è inoltre segno di ricchezza e buon auspicio: nell’antica tradizione giapponese rappresentava infatti l’abbondante raccolto del riso nei mesi a seguire la primavera. Le feste per l’Hanami più suggestive sono quelle notturne che prendono il nome di Yozakura (“ciliegio di notte”),dove i ciliegi sono adornati con le caratteristiche lanterne di carta che creano uno spettacolo ancora più indimenticabile per chi si ferma ad osservarlo.

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Numerosissime sono le varietà di fiori di ciliegio presenti su tutto il territorio giapponese, i quali variano per numero di petali oltre che per colore; la varietà più conosciuta, chiamata Somei Yoshino, si distingue per i 5 petali caratteristici dei più comuni fiori di ciliegio.
In Giappone così come in molti altri paesi dell’estremo Oriente è possibile trovare alcune varietà con un numero molto alto di petali, si può arrivare infatti anche a venti o più. Le varietà di fiori di ciliegio offrono infatti una morfologia spesso differente rispetto alle tipologie più comuni.

Questo è sicuramente stato un fattore di interesse per le varie religioni orientali, tanto che la bellezza caratteristica del fiore in questione ha reso possibile il riconoscimento di varie teorie spirituali legate al Sakura. Il fiore a 5 petali richiama con molta probabilità il Buddihismo e la divisione dei cinque orienti, o punti cardinali se si vogliono chiamare con una dicitura più occidentale. Secondo questa attribuzione, i quattro punti cardinali e il centro costituirebbero i cinque spazi vitali o punti di riferimento nella cultura buddhista giapponese. Cinque sono anche gli elementi sacri ossia vuoto, aria, terra, fuoco e acqua.

Mitologia, religione e spiritualità si uniscono in un unico simbolo rappresentato dai petali del Sakura. Questo sembra infatti convogliare in esso e nella sua perfezione l’intera filosofia e la storia di una delle popolazioni più antiche del pianeta. Per questo motivo il Sakura è un fiore nazionale di estremo pregio, pur non essendo riconosciuto il fiore ufficiale del Giappone.

Il Sakura però riveste un ruolo importante anche in quella che è la simbologia legata al mondo della guerra: la tradizione militare giapponese vanta una lunghissima storia che va ricercata nell’antico mito dei samurai, e proprio nella cultura dei samurai, il Sakura è elemento presente e ricorrente. Il Sakura, nella sua perfezione e tenacia non può che venire associato anche all’ambito guerriero giapponese. Il perfetto cavaliere ligio al Bushid? (letteralmente “la via del guerriero”), deve possedere tutte le caratteristiche che il Sakura esalta nella sua estrema armonia. Questo deve infatti mostrare estrema lealtà mantenendo tuttavia uno spirito puro come i fiori di ciliegio.

Deve inoltre essere onesto e coraggioso, mostrando lo stesso coraggio che il Sakura manifesta al momento in cui è tempo di abbandonare l’albero per lasciarsi trasportare dal vento fino al suolo. Il samurai deve infatti avere piena consapevolezza delle proprie capacità e del suo destino, tanto da sacrificare la propria vita quando è necessario, al fine di proteggere il suo popolo e l’ideale per cui ha combattuto con coraggio.

La perfezione dei cinque petali del Sakura deve essere vista dal samurai come un modello a cui tendere, un esempio a cui aspirare nei momenti difficili del suo cammino. Il distacco dall’albero, visto come il distacco dalla materialità della vita, deve considerarsi come atto sacro di dedizione al principio che ha determinato i propri voti.

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Questa simbologia non è da considerare solo in relazione all’antica tradizione guerriera, ma ritroviamo la riproduzione del fiore di ciliegio anche sulle bombe ohka usate dai giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale durante l’attacco alle navi americane. I Kamikaze stessi usavano il fiore di ciliegio come simbolo per rappresentare il proprio destino durante le varie battaglie. La loro missione suicida è infatti consacrata dal Sakura come gesto di grandezza morale e sacrificio estremo. La morte in questo caso non rappresenta la fine della propria esistenza ma l’inizio della propria consacrazione spirituale verso un cammino di rinascita ed elevazione interiore, che è impossibile raggiungere conducendo la sola vita terrena.

Numerosi templi giapponesi contengono infatti fiori di ciliegio. Molti di essi vengono posti nei luoghi sacri dedicati a commemorare le vittime di guerre o i combattenti stessi di importanti battaglie nazionali. In questo caso il Sakura è sia segno di omaggio nei confronti della loro lealtà e del loro coraggio ed elemento di buon auspicio in vista della loro vita al di là della morte.

Ma l’Hanami non è più una prerogativa solamente giapponese. È infatti diventata un’usanza anche in molti altri Paesi lontani dalla culla orientale di questa celebrazione. D’altra parte il ciliegio è un albero estremamente versatile, e le persone si radunano in occasione della sua fioritura anche inItalia (Roma, Lago dell’Eur), in Finlandia (Helsinki, Roihuvuori Cherry Tree Park), in Danimarca (Copenaghen, giardino botanico), in Spagna (Valle del Jerte in Estremadura) e in diversi Stati degli USA, soprattutto a Brooklyn (giardino botanico) e Washington D.C. (lago Tidal Basin), oltre a molte località del Sud-Est asiatico; nello specifico i ciliegi dell’Eur di Roma e quelli di Washington DC sono stati in gran parte donati dal Giappone all’Italia e agli Stati Uniti durante il secolo scorso, come segno di pace fra nazioni.

Il Sakura è anche usato come sfondo di indimenticabili scene in molti film, come Cherry Blossoms, Mulan, film di animazione della Disney e 5 cm per Second, film di animazione giapponese.
Se ne parla anche in diversi manga e libri, uno fra tutti Autostop con Buddha.

E per finire, una nota poetica.

Pablo Neruda conosceva bene l’incanto della fioritura dei Sakura e in uno dei suoi versi dice:

“Voglio fare con te quello che la primavera fa ai ciliegi”.


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