Dal “gelo” sovietico.

Era una rilassante giornata di settembre a Ischia. Isola che avevo preso l’abitudine di frequentare ogni anno, per dedicarmi a un totale relax dopo un anno lavorativo. Ma ahimè, nella fretta dei preparativi, non avevo portato con me nulla da leggere. Ok!  Senza perdermi d’animo, vado nell’unica e abbastanza scarna libreria vicina all’albergo. Osservo, guardo, memorizzo una serie di titoli ma nulla attirava la mia attenzione. Poi eccolo, la copertina lasciava poco spazio all’attrattiva e forse, proprio quello, attirò la mia curiosità. Non conoscevo l’autrice e accolsi la scommessa. Inutile dire che è uno dei miei romanzi preferiti. Quelli che non si dimenticano, che ti entrano dentro, quelli che il mio fidanzato (ora mio marito) è stato single per tutta la restante vacanza! Parlo di Il Cavaliere d’inverno” di Paullina Simons, scrittrice russa, ambientato nell’Unione Sovietica durante l’assedio di Leningrado.

Mi ritrovai immersa in un implacabile inverno, dove l’assedio nazista stringe la città in una morsa, riducendola allo stremo. Mi immedesimai in uno spaccato di vita di una famiglia sotto persecuzione, nel 1941, in una Leningrado comunista. Tra le poche parole pronunciate a mio marito in quella settimana, annovero: “Amore, ad Aprile andiamo a San Pietroburgo!”. Conoscendomi, si arrese alle circostanze.

Aprile è arrivato e, con ancora nel cuore le emozioni della lettura, mi accingo a prendere l’aereo diretto a Mosca, dove avrei soggiornato pochi giorni, per poi dirigermi a San Pietroburgo. Mi ricordo ancora quelle emozioni durante il volo. Avrei respirato la stessa aria di Anna Karenina, avrei visitato i luoghi di cui tanto avevo letto dei Romanov, l’ex famiglia imperiale sterminata nella rivoluzione di ottobre del 1917. Ero curiosa di conoscere questo grande popolo che ha avuto un significativo ruolo nella sconfitta del Terzo Reich e che ha osato sfidare la potenza degli Stati Uniti d’America. Il mio cuore era gonfio, direi tronfio, di una spasmodica necessità di immergermi nella fierezza e determinazione di una grande nazione.

L’impatto mentre mi dirigevo verso Mosca fu subito assai deludente. I primi palazzi incontrati furono i Kommunalki (appartamenti in comune). La coabitazione di estranei nello stesso appartamento è un fenomeno unico e tipicamente russo. Nell’osservarli un velo di tristezza mi avvolse. Arrivammo all’albergo che avevo scelto con novizia di aspettativa.  Il Grand Victoria, ex ministero comunista trasformato appunto in un hotel a 5 stelle. A parte gli enormi spazi, un odore strano aleggiava e tutto era vecchio e fatiscente. Ho pensato … cominciamo bene! Ok Barbara non perderti d’animo. Domani Mosca ti aspetta!

Il giorno è arrivato. Pronta per la giornata comincio il tour. Ogni angolo era pieno di militari, ogni metro che percorrevo era un riferimento alla due guerre mondiali. I parchi e le piazze erano zeppe di cannoni, carri armati, simboli comunisti e di pietre commemorative.

cannone

Il mio stato d’animo era abbastanza provato. Pensai … ma qualcuno li ha informati che la guerra è finita? Non parliamo poi dello spirito di accoglienza che ho trovato … rasente allo zero! Per porvi un esempio, un tassista tenne il finestrino aperto per tutto il tragitto (e vi assicuro che ad aprile a Mosca le temperature non sono propriamente estive). Beh caro, tu sarai pure russo ma noi romani ne abbiamo fatta di storia. Quindi, mantenendo il sorriso (aiutata dall’istantaneo congelamento facciale) pagai e salutai educatamente. Ed eccola davanti a me la Piazza Rossa.

Piazza Rossa

Respirai a pieni polmoni e cominciai a camminare pensando alle persone che l’avevano popolata in preda a uno spirito nazionalistico di tutto rispetto. A colpo d’occhio subito sono stata attirata dalla coloratissima cattedrale di San Basilio, una splendida testimonianza delle tante chiese ortodosse che abbelliscono la città.  

San Basilio

Anche qui, partecipando a una funzione, io e mia madre ci siamo ritrovate zuppe di acqua a seguito della benedizione con uno scopettino di saggina. Inutile dirvi che ormai avevo la sicurezza di tornare a casa con una polmonite fulminante.

Mi dirigo poi al Mausoleo di Lenin.

Ed anche qui non manca la locale calorosa accoglienza. Prima di entrare siamo stati controllati da poliziotti armati, così ligi che mancava mi togliessi anche i vestiti. Poi con fare arrogante ci indicarono un cartello “tenere un contegno rispettoso mentre si è all’interno del sepolcro, non scattare fotografie o effettuare videoriprese, non parlare, fumare, tenere le mani in tasca, indossare cappelli o guanti” (menomale avevo il cappuccio del k-way). Ho pensato: “va beh, dài, almeno puoi camminare eretta”. Si entra in un passaggio buio e angusto, con una scalinata stretta, dove a ogni scalino ai lati c’era un militare. Erano così immobili da sembrare di cera, tanto che nel mentre mia madre mi sussurrava qualcosa uno di loro fece “SHHH!” e ci partì un urlo terrificato. Ok calma, procediamo. Massimo rispetto per questo rivoluzionario politico che non immagini però essere nella realtà un uomo tanto minuto ed esile. Dopo queste non proprie rosee premesse decidiamo di andarci a svagare al GUM, imponente palazzo che occupa tutto un lato della Piazza Rossa difronte al Cremlino.

GUM

È un centro commerciale dove sono presenti molte marche di lusso e della moda. Come sempre l’aspetto fatiscente dei luoghi non manca e anche qui i russi danno una sana “botta di vitalità”. Ad ogni dieci metri, più o meno, al primo piano c’erano enormi teche con le foto dei dispersi nelle guerre mondiali mentre, giusto per dare leggerezza, al secondo piano quelli dei deceduti nelle diverse battaglie. Bene! Ma l’ottimismo non manca … Il giorno successivo, raggiante e curiosa mi dirigo al Cremlino.

Bello a livello architettonico, peccato che non ci abbiano fatti entrare. Menomale che all’esterno c’era la famosa campana dello zar, commissionata dalla sovrana Anna, nipote di Pietro il Grande. Almeno un senso lo abbiamo dato.  Ma non demordo. Ora è il momento di andare a sbirciare i vari spettacoli al teatro Bolshoi. A parte lo sporco, trascurato, ai limiti dell’abbandono, non c’era traccia di nulla. Chiediamo: chiuso non si sa fino a quando. Ed ecco che le mie immagini delle talentuose e flessuose ballerine russe scemano miseramente.

Mai arrendersi! Ora si gioca duro. Prossima tappa Museum of Cosmonautics, alla scoperta dei più importanti successi sovietici nell’esplorazione spaziale. Il tutto gettato alla rinfusa, sporco, pieno di polvere e cavolo … mettetecela una luce in più, così tanto per riuscire a vedere oltre le ombre dei vari oggetti. Anche il veicolo Sojuz, facente parte del programma russo Luna, è lì gettato in un angolo, abbellito da un inguardabile pupazzo raffigurante un astronauta tenuto da un fil di ferro.

Sojuz

Ho pensato … e che cavolo anche gli anni dell’esplorazione lunare sono andati a farsi benedire! Addio ai sogni di gloria della cagnolina Laika e al primo uomo a volare nello spazio Jurij Alekseevi? Gagarin.

Ed arriviamo all’esperienza più terrificante della mia vita. Prendere un Tupolev “bara volante”, con 100 incidenti e 3100 morti, come testimonianza della sicurezza della compagnia aerea (informazioni acquisite dopo).

Tupolev

Beh le cappelliere, non dotate di sportelli, hanno fatto sì che al momento del decollo ci sia stata la fluttuazione di ogni sorta di bagaglio che, una volta presa quota, ha generato la riconsegna tra i vari passeggeri delle rispettive borse e valigie. Almeno un po’ di spirito di comunità l’ho provato finalmente! Ci mancava il segno di pace e potevamo morire felici!

Ed eccoci arrivati a San Pietroburgo.

Osservare il Mar Baltico, camminare nei canali costeggiati da sontuosi palazzi. Osservare, dai suggestivi ponti, il fiume Neva, rendendo la città sinuosa ed elegante. Il campo di Marte, uno stupendo giardino che costeggia il fiume. Per poi arrivare a lui … l’Hermitage … il Palazzo d’inverno, edificio che faceva parte della reggia imperiale che per due secoli ospitò la famiglia degli zar Romanov.

Finalmente! Mi sono figurata la famiglia reale, ho scorso Anna Karenina che faceva parte dell’alta società di San Pietroburgo, ho intravisto Tatiana ed Alexander de Il cavaliere d’inverno e, perché no, non sono mancati i protagonisti di Guerra e Pace, sempre del mio adorato Tolstoj. Il cerchio finalmente si è chiuso. Missione compiuta! Ciò che si prova al suo interno è una magia che appartiene a ognuno di noi, nel privato, nel viaggio temporale che si vive. Tutto si anima, gli occhi si saziano e l’immaginazione viaggia senza frontiere, senza appartenenza. Le collezioni di arte, all’interno, scalfiscono tutte le differenze … si diventa il tutto nel tutto.





Impressioni dalla Birmania

Ci sono quei viaggi inaspettati e non programmati verso mete non considerate. Era il 2007 e, come di consuetudine, per aprile, ero alla ricerca di qualche buona offerta. Quell’anno avevo scelto la Thailandia di cui tanti racconti avevo ascoltato. Mi sono imbattuta in un’agenzia locale, che, lessi poi, organizzava anche tour per la Birmania. Qualcosa è scattato e mi accordai di ricevere un programma per questo paese tra i più poveri e meno sviluppati del pianeta, piegato da decenni di embarghi internazionali ed isolamento economico e sociale. Solo la mia testardaggine mi ha permesso di partire dopo lungaggini burocratiche, richiesta del visto, in un paese militare dove poco era lasciato al caso per entrare nel loro “mondo”. Eh già, perché un mondo a sé ho trovato dove tutto era alieno da quello a cui ero “assuefatta”. Non sto qui a parlare dei siti che ho visitato in venti giorni, per questo basta farsi un giro dei vari pacchetti su internet.  Ma ciò che mi ha sconvolto sono state le lacrime mentre ero in aereo per tornare a Roma.

Essere assorbita da quella umanità, bontà, gentilezza e genuinità. Guardare negli occhi quelle persone, ai limiti dell’indigenza, ma serene, pacate e curiose. Essere continuamente avvicinata da quel calore umano, ricevendo da tutti carezze e benedizioni. Quei bambini con i loro sorrisi sdentati ma con quegli occhi già adulti.

Barbara con i bambini

A ogni passo respiravo una strana sensazione di sacralità. Nei profumi, nei paesaggi cheti, silenziosi, con un fascino mistico. Dove tutto sembrava immobile e allo stesso tempo pregno di un viaggio interiore che purifica e rasserena. Tante volte mi son ritrovata seduta in qualche tempietto buddista a respirare, osservare e immagazzinare quanto più possibile quell’ “ossigeno” così sano e giusto.

Buddha
Donne giraffa Myanmar.

Il tempo si ferma. Tutto si svolge in tempi vitali in cui di tutto si gode, dove tutto si “riumanizza”. Dal pilota che si presenta in infradito e giacca di pelle. Nell’attesa degli aerei (ben 12 ne ho presi), dove si partiva quando a vista qualcuno decideva e dava l’ok. Dove se pioveva ok, valigie per terra, una sigaretta con i militari aereoportuali.

Sparita la frenesia, il legame con l’orologio un ricordo lontano. Internet vietato e linee  telefoniche mobili praticamente inesistenti. Ci si avvaleva di lunghe chiacchierate di storie di vita, di speranze di questa popolazione attratta dal nostro benessere, dalla nostra conoscenza, ma allo stesso tempo fieri e custodi fedeli del loro Paese con una storia difficile.

Relax

Passeggiare nei vari mercati, un’esperienza unica. Cibi tutti da scoprire (alcuni sinceramente non ce l’ho fatta, come i molto comuni lombrichi vivi da sgranocchiare per un veloce snack).

Lombrichi.

Colpisce la lavorazione antica di ogni cosa. Tutto quello che ho acquistato era preparato lì per lì, da artigiani e tessitori. Passavano le ore nell’osservare i vari procedimenti, metodici, lenti ma precisi, dei variegati prodotti, anche gastronomici.

Una tessitrice.

Le lunghe passeggiate silenziose al ciglio dei tanti canali di cui è composto il paesaggio.

I canali birmani.

Eh i fiori. Miriadi di fiori con i quali abbellivano ogni luogo sacro. Osservare quelle spose “bambine” emozionate e così dolci addobbate a festa per l’occasione. E gli sposi che avevo denominato “gli sbarbati”, ragazzetti giovani e pieni di vita, tronfi però della conquista e della nuova vita che si accingevano a iniziare.

Interminabili e scomodissimi spostamenti in macchina, con il naso perennemente rivolto al finestrino dove scorrevano tanti paesaggi, foreste, paludi. E sorridere del continuo strombazzare, perché sì, i birmani sono chiassosi quando guidano!

In viaggio.

La fatica è stata tanta ma avevo sempre modo di rifocillarmi di un po’ di forza. Anche il più sperduto dei residence era da mozzare il fiato per la cura dei particolari, della vegetazione e ruscelletti da cui erano caratterizzati.

Il ricordo indelebile del mio arrivo a Yangoon.

Yangoon
Una ragazza a Yangoon.
Templi a Yangoon.
Interno di un tempio ad Yangoon.

Dopo una soddisfacente colazione, zaino in spalla e occhiali da sole, pronti a proteggermi dal sole cocente, mi sento inondare di acqua. Acqua buttata a secchiate da tutti, ridevano, sghignazzavano che ridevano, sghignazzavano. Un momento di sconcerto e, non vi nego, celato di paura. Forse che i turisti erano così odiati in questa metropoli?  Tra gli scrosci e schizzi riesco a fermare dei ragazzi che tirandomi la maglietta da dietro mi avevano inondato la schiena … “ehi ma che succede“? Fortunatamente con un loro inglese molto approssimativo capisco … è il Capodanno Birmano.  Chiamo la mia guida, che ancora dovevo incontrare e, mi spiega, che per loro è la festa della liberazione, la più importante, il momento in cui si lava via, ci si purifica dei peccati dell’anno passato. E ho pensato … cari amici birmani anche questa volta non mi avete delusa. Con tutta l’acqua che ho ricevuto il paradiso è assicurato!!! La guida che una volta arrivata al luogo dell’incontro mi abbraccia e mi fa “sorpresa!”.

Potrei continuare all’infinito… Ognuno di noi dovrebbe percorrere questo viaggio ritrovando cosa sia la vita reale nelle sue piccole cose. Provare per credere! Quello che spero è che tutto ciò che vi ho raccontato sia rimasto intatto all’inevitabile apertura del Paese. Quindi due consigli mi sento di darvi: armatevi di forza di volontà e cercate di andare nei luoghi rurali, anche se scomodi da raggiungere. E andate per Aprile per vivere il fantastico Capodanno!

Buon viaggio!

Sulla strada, i bambini.

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