Una storia di Natale

C’era una volta una mamma che amava lavorare a maglia la lana. Amava talmente tanto farlo che negli anni poteva vantarsi di avere una degna collezione di gomitoli, quasi un armadio intero, con i quali confezionava coperte, vestiti, maglioni, sciarpe, scarpette, giochi, ma principalmente i gomitoli la aiutavano a tenere distratto il dolore costante del suo corpo, che un giorno, all’ improvviso, prevalse e la porto via con sé.

C’era una volta una mamma, che aveva una figlia, che aveva ricevuto in dono la semplicità di vedere le cose solo con l’amore e la purezza gentile dell’animo. Una figlia così venne accolta un giorno come ospite in una casa di cura di un paese di Roma nord, insieme ad altre persone gentili e generose come lei. La mamma, che andava ogni giorno a trovarla, notando le mani laboriose degli ospiti ricordò quante mani di mamme lavoratrici aveva visto nella vita ed ebbe un’idea.

C’era una volta un figlio, che non aveva ancora liberato l’armadio dei gomitoli di lana della mamma che non c’era più, e non voleva farlo per il troppo dolore che aveva. Un giorno venne a conoscenza dell’idea della signora per la casa di cura, prese le scatole di lana nell’armadio e il coraggio, inscatolò il dolore, le caricò in macchina e le portò alla signora che aveva avuto l’idea. “Questa lana è per tua figlia che occuperà il tempo grazie a mia mamma” e chiuse così in un modo diverso la storia.

Un giorno, anzi, tre giorni fa, suonò il telefono in casa del figlio “ho una cosa per te, esci “.

Sorpreso il figlio uscì e davanti a lui emozionata la signora della lana aveva un regalo.

Le signore gentili ed ospiti del centro con le loro mani avevano confezionato con la lana della mamma, tantissimi oggetti, vestitini, scarpettine, maglioncini, uno più bello dell’ altro, tanto da decidere di venderli per ricavare soldi per la casa di accoglienza.

“È stata chiesta un’offerta per questo oggetto ed io l’ho comprato per darlo a te” disse la signora.

“Questo è il regalo della tua mamma da lassù, buon Natale “.

Questa è una favola di natale, ma è vera, ed è capitata a noi. 

Ringraziamo per questo la signora Anna e la casa di accoglienza di Campagnano di Roma, che hanno regalato, così facendo, tanto, davvero tanto amore.


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Manca

Ho fatto il pieno di centri commerciali questo inverno.

Ogni venerdì scappavo da casa, chiudevo lo studio, montavo in macchina con la mia borsetta nera piccola, leggera, le scarpe da ginnastica e il pantalone comodo per camminare.

Guidavo con gli occhi chiusi lungo un pezzo del raccordo anulare, saltando buche, svincoli e scie di tir, sapendo cosa fare. Scivolavo sotto i parcheggi di Ikea, dritta, a destra e poi a sinistra, accanto al nastro trasportatore. Spegnevo il motore e lentamente mi riappropriavo del mio tempo condensato in un pomeriggio di inizio weekend.

Un respiro lungo e mi immergevo nella folla anonima e chiassosa.
Sì lo so. La maggior parte di voi cerca la cima di una montagna per liberarsi dalla fatica.
Anch’io quando i centri commerciali si svuotavano e il bisogno di ossigeno si trasformava in desiderio di azzurro e di fiori non di plastica. Ma prima, ho preferito immergermi nell’anonimato di una folla che mi nascondeva.

Vi ho toccato, sfiorato, sorriso.
Vi ho osservato seduta su una panchina, mentre ordinavo polpette vegetariane, mi collegavo al WiFi di Ikea e mi isolavo con gli auricolari alle orecchie.
Come facevi, mi chiedevate.
Era semplice: il rumore dell’umanità che mi scorreva accanto, era ciò che mi serviva per collocarmi nel mondo. Una sorta di misura di riferimento per quando mi disorientavo.

Annusavo il profumo dei banchi dei negozi che conoscevo, mi guardavo attraverso le vetrine e gli specchi degli ascensori, accorgendomi di quella ruga spuntata all’improvviso o del mio rossore sul viso.
Ho mantenuto il rito del venerdì pomeriggio per tutto questo inverno, spegnendo il cellulare, non rispondendo a nessuno, guardando l’orologio solo quando sentivo che mi facevano male i piedi e la piccola borsa nera cominciava a pesare. Allora mi rendevo conto di aver camminato per ore, tra negozi, nei bar, nei ristoranti, ferma a guardare l’ultimo modello di SUV esposto sotto la scala mobile interna con dentro una super modella in costume. Avevo bisogno del mio spazio, me lo prendevo così, respirando persone e immergendomi in voi che non sapevate chi ero.

Ho ridisegnato così le mie idee, delineando confini che nessuno vedeva, sfiorando mani che non avrei mai più sentito. Era un modo per sentirmi appartenente a questo modello di società che ci è stato imposto, senza il quale ora sono persa.

Ho pensato in questi giorni a tutte le volte che ho immaginato una guerra nucleare: le sensazioni immaginate erano identiche a quelle provate in questi giorni.
Ci è stato sottratto il tempo, il tempo di abituarci a tutto questo. Siamo andati a dormire e il  giorno dopo era tutto cambiato, come l’effetto di una bomba nucleare lanciata sul nord Italia, i cui effetti si stanno propagando ora, allargandosi sempre di più.

Sembra già passato un anno e invece solo un mese.
Non ho più i miei bagni di folla, né la possibilità di sedermi per terra in una piazza gremita. Ho il ricordo nitido di quel primo weekend con la dichiarazione di zona rossa per la Lombardia – il lancio della bomba – e noi a Bologna, tra i carri di carnevale e le sfilate creative di cui ho un video e che ora mi vergogno anche solo a pubblicare, e che riguardo per calmare l’attacco di panico che arriva subdolo di notte. L’ultima settimana di saldi, le cene nei locali affollati e un bicchiere di vino rosso in compagnia. La musica, il rumore, le urla dei bambini, sembrano ricordi lontani. Sono smarrita perché abituata a vivere di quello che mi veniva presentato come normale appendice dell’esistenza. Come i miei stupidi venerdì pomeriggio rubati per non pensare e per giocare ad essere altro, oltre le regole societarie che mi hanno costruito e fatto diventare quella che sembro.

Eppure ci sono stati giorni felici che sembrano così lontani da non meritarci un sorriso.





Poter tornare.

L’architetto Stefano Boeri ricostruirà la mia Castello. Non sembra vero.

Il 18 dicembre 2019 è stato firmato il protocollo per l’affidamento di incarico dei piani attuativi per la ricostruzione di Castelsantangelo sul Nera, cancellata dal sisma del 2016.

Io non lo so quanto l’importanza di questa giornata  vi sia realmente arrivata. So che per la maggior parte di voi la cosa potrà essere sembrata come l’ennesimo passaggio di consegne, un noioso discutere tra esperti, tra tecnici della ricostruzione, qualcosa che non interesserà le vostre case. Perché il pensiero comune, giustificabile e comprensibile, rimane comunque quello di poter ricostruire la propria abitazione, dove era, con le stesse pietre, gli stessi difetti, i medesimi muri incurvati dal tempo, le travi tarlate, la macchia sulla parete, il quadro storto e, tutto il resto, non ha importanza.
Eppure le cose non stanno così. Chi ancora rimane attaccato a questo pensiero, non fa altro che prolungare un dolore, quello del lutto, senza darsi la possibilità di poter rinascere.
È il momento di elaborare quel lutto, di rendersi conto che abbiamo avuto la sfortuna o la fortuna di essere in un momento storico di cambiamento, perché così va la vita e credere che tutto ciò che ci è arrivato sin qui è ciò che è sempre stato nei secoli, è un’illusione. La storia ce lo insegna, ce lo insegnano le chiese di Castello, i suoi vicoli, che il decorrere dei secoli ha cambiato, spesso a causa dei terremoti del passato, in altri casi per le guerre o gli errori di costruzione.
Le architetture cambiano, cambiano le strade, le case, le piazze intorno a noi, e anche se ( e ne conosco qualcuno a me molto vicino) ci saranno persone che non torneranno più finché le cose non verranno rimesse a posto così come erano prima, con tutto il rispetto per quel dolore, essere realisti è quanto di meglio possiamo augurarci per il futuro di questo territorio tutto e per noi tutti.
Io ho rinunciato a rivedere quella casa dove sono cresciuta da quel giorno di ottobre e mai ho creduto di poterla rivedere così come l’ho vissuta. Ho sofferto più per l’incomprensibile gestione della cosa pubblica che per l’idea di non poter arrivare a compiere l’obiettivo. Da tecnico, nonostante i tanti creativi voli pindarici, ho l’abitudine di non perdere di vista l’obiettivo. Sto imparando che questo, sempre, oltre il mio lavoro, è l’unico modo per salvarsi.
Ho faticato emotivamente e continuerò ad essere stanca – ormai lo so – per i giri in tondo che fanno perdere di vista quell’obiettivo, che deve essere chiaro per tutti, deve essere quello di trovare il modo di ricostruire Castelsantangelo e frazioni in un modo sicuro, certo, privo di fragilità che lo rendono ora, vulnerabile e invivibile.

Ho
un’immagine chiara da tempo ormai ed è quella di avere in mano tanti mattoncini
Lego, accatastati, mescolati: non dobbiamo buttarli via, dobbiamo trovare il
modo di ricostruire in modo che quei mattoncini insieme reggano bene. 

Non so dove ci porterà la giornata di oggi, dopo aver consegnato Castello nelle mani di chi ha probabilmente l’obiettività di poter guardare oltre, dritti all’obiettivo che la burocrazia, l’incompetenza e la superbia, ci stanno facendo perdere di vista.
A me è rimasta questa speranza, non mi interessa più riavere quella casa, voglio poter tornare, lì, oltre quelle quattro vecchie mura.





Senza radici.

Come questo telo verde, mangiato dal tempo, tenta ancora di riparare ciò che non esiste più, così ci si sente oggi, nella lotta disperata a voler proteggere ciò che è sepolto sotto uno strato di macerie consolidato da un anno.
Due anni di lacrime, abbracci, urla, discussioni, tentativi di spiegare, solidarietà, disincanto, amori nati, amori spenti. Due anni di fatica, con il ritmo del cuore sempre accelerato, con sulle spalle il peso di sentirsi protagonisti di un’epoca che ha il compito di ricostruire ciò che molti non potranno rivedere. Un compito che spetterebbe a chi oggi ha ancora la voglia di calare teli verdi intatti, ma che di fatto non desta interesse potendo scegliere tra il rimanere a guardare il proprio orticello o arrabattarsi a coprire con i brandelli di ciò che si ha a disposizione, le ferite sanguinanti di una terra messa da parte.
Siamo noi uomini che distruggiamo, con il nostro pensiero per niente costruttivo. Con i nostri interessi calati nel bisogno di riempire quei vuoti che il terremoto ha scoperchiato. Tutti arroccati nelle nostre posizioni, visibilmente infastiditi da questi fari puntati da chi non si arrende e non vuole spegnere la luce. -“Sarebbe quasi meglio essere dimenticati”- sembra essere il pensiero tra le righe, che a guardare bene, l’inizio della neve forse, calerà quel silenzio che attendevamo.
Un silenzio pilotato, cercato. Quel silenzio che porta alla morte di una terra agonizzante. Ciò che ci si aspettava e che gli anziani avevano già da tempo verbalizzato, forse privi di disincanto, calati nella realtà di quella che è questa generazione, arresa, spenta, proiettata al presente e mai al futuro, diligentemente incasellata in un buchetto stretto, in attesa che siano altri ad allargarlo, a costruire intorno, ma mai se stessi. Che è più facile forse stare a guardare, arresi, alla disfatta di ciò che era, mentre i ricordi svaniscono e si disintegrano, come questo telo verde dopo due anni di illusioni.

Ogni giorno, dal 30 ottobre 2016, mi sveglio nel cuore della notte e guardo passare davanti a me immagini di persone che non ci sono più camminare lungo le vie del paese. Quel paese, il mio, che ora non c’è più.
Le vedo adesso, camminare lì, nel mio paese senza vita, camminare sulle macerie, poggiare le mani sui muri sgretolati, alzare lo sguardo sul campanile la cui campana non suona più.

Ora il mio paese è il loro. Anime che viaggiano in non-luoghi. Siamo andati via noi vivi e sono tornati loro per non abbandonare il paese morto.

Vedo mio nonno appoggiato al bastone leggere il giornale seduto sulle scalette fuori della porta.

Vedo mia nonna nell’angolo tra il campanile e l’abside della chiesa. Quello è il suo punto preferito. Il posto migliore di tutto il paese, all’ombra, con le spalle protette dal muro.

Vedo mia suocera, seduta nel giardino sotto il grande pino, che fa l’uncinetto e osserva le persone passare. Mi guarda e mi sorride e mi porge il caffè.

Vedo Benedetto, in cima alla salita, prendere il sole a dorso nudo e cacciare noi bambini con fare brusco.

Mi giro e c’è AnnaRosa vestita di nero, con il fazzoletto in testa, seduta sul muretto, lo sguardo furbo e limpido . Vedo sua nuora Renata, sbracciarsi per il caldo, nonostante la neve, ha sempre caldo lei.

Lungo la strada sterrata, non so perché la vedo come prima che la asfaltassero, incontro Pio il pastore, con il cappello calato sugli occhi e la faccia che ride. Incontro gli occhi dolci di Mariano, quelli buoni di Peppe e Silvana.

Arrivo davanti la mia casa, e vedo quel giorno di agosto del ’98 quando incontrai mio marito, quell’istante  in cui mi innamorai per sempre di lui, davanti la mia casa, che ora, non esiste più.

Entro in casa. Si percorre un corridoio rosa su cui si affacciano due camere da letto, dove dormivamo noi bambini. Il portone d’ingresso è verde con un sopra luce di vetro ad arco. Sopra ci appoggio la chiave per entrare, una lunga chiave di ferro. Ci sono due nicchie sul muro coperte con tendine a fiori, dietro ci sono delle bottiglie. Le camere da letto sono una azzurra e una rosa. Hanno una finestra per uno con appese delle tendine di merletto fatte da mia nonna paterna, che io non ho mai conosciuto. Il soffitto è di legno e i travetti sono stati colorati come le pareti. C’è odore di polvere e di casa chiusa e a terra ci sono degli insetti morti non sopravvissuti all’inverno.

Mi lascio il corridoio alle spalle e arrivo in soggiorno.

C’è un camino all’angolo, sulla cappa è stato dipinto un paesaggio con il carboncino da un pittore amico dei miei zii. A destra una credenza celeste. Dentro ci sono le tazze per la colazione. Una rossa e una blu, a pois. Ogni mattina quelle tazze sono riempite di latte appena munto, non pastorizzato, con un forte odore, e a me viene da vomitare. Ogni mattina.

C’è un tavolo verde lungo in mezzo alla stanza: intorno al tavolo mangiano tutti i miei zii andati via, Silvio, Aldo, Gigi, Santina. Mi guardano, smettono di mangiare e sorridono.

Io mi siedo sul divano marrone di finta pelle. Ci passo l’estate a leggere Topolino. A sinistra c’è un mobile da pranzo con la vetrina scorrevole, dentro ci sono delle tazzine con il piattino e il filo d’oro. Sotto, nella credenza senza i vetri, ci sono i biscotti grandi da inzuppare nel latte, il pane senza sale fresco, la Nutella per la merenda e il ciauscolo per la cena. Apro gli sportelli spesso, perché dentro c’è un forte odore di buono. Lo sento, ora, perfettamente. È buono. Mi rassicura.

Questa casa non c’è più dal 30 ottobre.

 

Questa terra è morta e con lei, una parte di me.

 

Sono una pianta a cui hanno tagliato le radici.

 

I nostri bambini non hanno potuto correre lungo queste vie, guardando le montagne e scottandosi con il sole. Non hanno giocato fuori della porta verde, sui due grandi massi bianchi di calcare, dove per intero pomeriggi si inventavano giochi lunghi e pieni di fantasia.

Non hanno immerso le manine nell’acqua gelata della fontana. Non c’è più acqua ora. Le sorgenti si sono prosciugate , il fiume ha cambiato il cammino.

Viviamo un presente senza radici.

Mi sveglio nel cuore della notte sentendo il letto tremare, immaginando nuove scosse, inesistenti in realtà.

Poi chiudo gli occhi e ripercorro le vie del mio paese che non é più.

 

“Il terremoto è un naufragio in terra. Le case diventano imbarcazioni scosse tra le onde e sbattute sugli scogli. Si perde tutto, si conserva la vita, lacera, attonita che conta gli scomparsi sul fondo delle macerie.

Si abita un suolo chiamato per errore terraferma. È terra scossa da singhiozzi abissali. Questi di stanotte sono partiti da oltre quattromila metri di profondità. Qualche giorno fa stavo agli antipodi, oltre quattromila metri sopra il mare. Quel monte delle Alpi non è un meteorite piovuto dal cielo, ma il risultato di spinte e sollevamenti scatenati dal fondo del Mediterraneo. Forze gigantesche hanno modellato il nostro suolo con sconvolgimenti.
Si abita una terra precaria, ogni generazione cresce ascoltando storie di terremoti. Così, con le narrazioni, i vivi smaltiscono le perdite. Le macerie si spostano, si abita di nuovo lentamente, ma al loro posto restano le voci, le parole degli scaraventati all’aperto, a tetti scoperchiati. Ricordano, ammoniscono a non insuperbirsi di nessun possesso.
Arriva cieco di notte il terremoto e sconvolge i piccoli paesi. Ma i mezzi di soccorso sono di stanza nei grandi centri. Fosse un’invasione, quale generale accentrerebbe le sue forze lontano dai confini? Per il protettor civile questo ragionamento non vale. Ogni volta deve spostare le sue truppe con lento riflesso di reazione. Ai naufraghi nelle prime ore serve il conforto al cuore di un qualunque segnale di pubblica prontezza. Invece arriva prima un parente, un volontario, un giornalista. Il terremoto è anche un’invasione, contro la quale avere riserve piccole e pronte sparpagliate ovunque.
Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie. La frase di guerra di cent’anni fa del soldato Ungaretti Giuseppe racconta il sentimento di stare attaccati all’ albero della vita con un solo piccolo punto di congiunzione”.

Erri De Luca

26-30 ottobre 2016
26-30 ottobre 2018


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