Cile, 11 settembre 1973. Il golpe contro Unidad Popular

Salvador Allende e Pablo Neruda

Sembra che il presidente l’avesse detto più volte negli ultimi mesi: «Non mi faranno prendere l’aereo in pigiama e non chiederò asilo a un’ambasciata». L’avvertimento era serio. Salvador Allende – una vita coerente di militante e mille giorni al governo del Cile lo testimoniavano – doveva essere preso in parola: con lui non ci sarebbe stata la fuga precipitosa, magari in abbigliamento sommario, ma non senza un bagaglio di dollari e gioielli, che puntualmente concludeva la carriera dei dittatori sudamericani. E in un discorso del dicembre 1971 il presidente era stato ancora più netto: «Ve lo dico, compagni, con assoluta tranquillità: non ho stoffa di apostolo, né di messia. Non ho vocazione al martirio. Sono un combattente sociale che svolge il compito che il popolo gli ha dato. Ma lo intendano quelli che vorrebbero far tornare indietro la storia e tradire la volontà maggioritaria del Cile: senza avere vocazione di martire, non farò un passo indietro. Che questo sia ben chiaro. Lascerò il palazzo presidenziale quando avrò compiuto il mandato del popolo. Che lo sentano, che lo sappiano, che resti bene stampato in mente: difenderò questa rivoluzione cilena e difenderò il governo popolare perché questo è il mandato che il popolo mi ha affidato. Non ho alternative. Solo crivellandomi di pallottole potranno impedire la mia volontà di realizzare il programma del popolo».

L’avvertimento era molto serio. I comandanti golpisti delle forze armate, guidati dal generale Augusto Pinochet, lo sapevano e non lo avevano sottovalutato. Si sarebbero mossi durante l’assenza del presidente dal paese per un viaggio in Algeria programmato da tempo. L’azione sarebbe stata rapida e senza rischi. Le perquisizioni sistematiche nelle fabbriche avevano permesso di saggiare il grado della possibile reazione dei militanti di sinistra, di smantellare le loro modeste misure difensive e di constatare l’assenza di un’organizzazione che potesse opporre una risposta armata consistente.

Per quanto riguardava quest’ultimo aspetto, del resto, si era trattato solo di una conferma. Nella visione di Allende e degli uomini della coalizione di Unidad Popular (socialisti, comunisti, cattolici di sinistra e radicali), la via democratica era una scelta ideologica e strategica. Ma anche una necessità imposta dalla valutazione realistica dei rapporti di forza. Le elezioni per la presidenza della Repubblica del settembre 1970 erano state vinte con il 36,3 per cento dei voti e il candidato della destra era stato battuto soltanto di 39 mila schede. Dunque era stato necessario un ballottaggio nel Congresso e Allende lo aveva vinto, entrando in carica il 4 novembre, grazie al voto in suo favore della Democrazia cristiana, dopo un confronto aperto tra quel partito e le sinistre e un impegno al rispetto del quadro costituzionale. Insomma in Unidad Popular c’era la consapevolezza che, come avrebbe detto Allende, il popolo aveva «conquistato il governo, non il potere» e che solo nel quadro della legalità e della «via pacifica» la grande speranza cilena sarebbe rimasta aperta.

Tutta la scommessa si giocava sull’utilizzazione della legittimità del governo (e quindi sul suo mantenersi rigorosamente nell’ambito della legalità), facendo affidamento sulle componenti democratiche e leali delle forze armate, per contenere e reprimere la sovversione dei gruppi di estrema destra e neutralizzare le velleità golpiste, per impedire la saldatura tra militari e opposizione politica e sociale, per assicurarsi, in caso di inevitabilità dello scontro duro, l’allineamento di almeno una parte dei militari in difesa delle istituzioni. Non bisognava farsi illusioni: in assenza di un consistente settore rivoluzionario nell’esercito, ogni tentativo di forzare la situazione, scavalcando i limiti del quadro costituzionale, avrebbe visto le forze armate schierarsi compatte, senza defezioni, contro il governo. E in assenza di un’organizzazione armata, e ben strutturata, del proletariato – che non poteva essere creata senza ricorrere all’illegalità – l’esito di uno scontro frontale sarebbe stato tragico. Non c’erano, dunque, reali alternative insurrezionali: se la sinistra avesse cambiato tattica avrebbe messo immediatamente a repentaglio la propria esistenza.

Manovrata con abilità e determinazione da Allende, anche contro le incomprensioni di alcuni settori di Unidad Popular e qualche velleità di fuga in avanti, la strategia dell’uso rivoluzionario della legalità aveva funzionato per più di due anni. Anche se il «compagno presidente» era socialista e marxista, amico di Cuba e personalmente di Fidel Castro (accolto in Cile, nel novembre 1971, per una lunga visita), e anche se il suo programma non era quello tradizionale dei vecchi fronti popolari, ma puntava apertamente alla transizione al socialismo. «Il nostro», avrebbe detto Allende nel 1973, «è un processo rivoluzionario che avanzerà fino a trasformarsi naturalmente in una rivoluzione. Vogliamo ottenere questo risultato attraverso il pluralismo, la democrazia, la libertà». «A Salvador Allende, che per altre vie persegue la stessa cosa», aveva scritto Che Guevara su una copia del suo La guerra di guerriglia, dedicandola «con affetto» al socialista cileno.

Trame, complotti e attentati terroristici, incoraggiati e finanziati immediatamente, senza attendere di vedere all’opera il nuovo governo, anzi prima ancora che entrasse in carica, dalle centrali nordamericane di potenti multinazionali e certamente concordati e pianificati con la Cia e approvati dal Dipartimento di Stato e dal presidente Richard Nixon, non avevano impedito a quella strategia di garantire la tenuta del quadro di fondo. E dunque, pur tra difficoltà crescenti, era stato possibile, con un governo che non aveva la maggioranza nel paese e nel Congresso, utilizzando abilmente gli strumenti consentiti dalla Costituzione, avviare trasformazioni strutturali profonde e stimolare la crescita del movimento popolare e di classe, premesse concrete dell’avvio del programma della transizione. Nazionalizzazioni e altre forme di controllo statale: miniere di rame, strappate alla proprietà di grandi aziende americane, banche e assicurazioni, energia elettrica, trasporti e telecomunicazioni, industria siderurgica e altri settori strategici. Riforma agraria: espropriazione delle grandi proprietà e distribuzione dei terreni nazionalizzati ai contadini. E ancora: incrementi salariali e delle pensioni, rafforzamento delle tutele sindacali e delle forme di rappresentanza dei lavoratori nelle imprese, salario minimo, riduzione del costo degli affitti, calmiere dei prezzi dei generi essenziali, lavori pubblici, edilizia popolare, provvedimenti sull’istruzione e campagna di alfabetizzazione, gratuità della formazione universitaria, distribuzione giornaliera di latte ai bambini e di alimenti ai poveri.

Ma contemporaneamente l’opposizione si era fatta sempre più dura, mentre la complessa azione di destabilizzazione messa a punto a Washington si era sviluppata con continuità e su fronti diversi, puntando all’isolamento e allo strangolamento del Cile, spingendo il paese sull’orlo della guerra civile. Un governo che, per la prima volta nella storia, aveva l’obiettivo del socialismo per una via pacifica, senza passare per lo scontro armato, era una minaccia nella fase delicata che stava attraversando l’America Latina e un esempio pericoloso per i paesi con una forte presenza delle sinistre. Come la Francia e l’Italia: «Spaghetti in salsa cilena», avrebbe scritto in un titolo preoccupato il New York Times. L’offensiva sostenuta da Washington non escludeva il ricorso alla sedizione e prevedeva solidi legami con i quadri delle forze armate, in buona parte formati nei corsi di addestramento alla controrivoluzione gestiti dagli Stati Uniti, ma intanto aveva preferito puntare al tracollo spontaneo dell’esperienza allendista. A questo scopo aveva manovrato implacabilmente le leve disponibili nei mercati finanziari e nei centri nevralgici dell’economia mondiale, sbarrando al Cile l’accesso ai crediti, impedendo la ristrutturazione del pesante debito estero, gettando sul mercato le riserve strategiche di rame, per spingere al ribasso il prezzo di un minerale che rappresentava il 70 per cento delle esportazioni cilene.

Nel dicembre 1972, in un discorso alle Nazioni Unite, Allende aveva denunciato l’ostilità e l’aggressività dell’imperialismo, dei monopoli nordamericani e delle multinazionali e aveva assicurato di essere determinato a resistere e a impedire il ritorno al saccheggio delle risorse del paese. Ma nel 1973 la crisi era precipitata. Un’inflazione dell’uno per cento al giorno, la fuga dei capitali, il sabotaggio economico, il blocco di molte attività, le serrate e il mercato nero stavano gettando il paese, irrimediabilmente spaccato in due, nel caos. Il governo, assediato dall’ostruzionismo degli altri poteri dello Stato, era ormai alla paralisi, costretto alla difensiva. Con un apparato di sicurezza che scivolava dalla passività all’aperta insubordinazione, non aveva strumenti per reprimere efficacemente i movimenti insurrezionali e i segnali della sedizione. La classe operaia si era venuta a trovare in un progressivo isolamento. Il paese viveva secondo i ritmi imposti dalla destra, che nel caos si muoveva a suo agio, giocando tutte le sue carte. L’attacco padronale e delle potenti corporazioni del ceto medio era diventato un dato permanente e ormai assumeva i tratti di un’insurrezione della borghesia, alla quale facevano da sponda la guerriglia parlamentare condotta dalle opposizioni, la campagna dei mezzi di comunicazione, largamente controllati dalla destra, e l’azione del terrorismo, diffuso nelle città e nelle campagne, e delle squadracce stabilmente installate nelle piazze. In quel clima rischiavano di esplodere le tensioni nella coalizione di governo, sottoposta alla pressione esterna del Mir (Movimento della sinistra rivoluzionaria) e a quella interna di chi, nel Partito socialista e in organizzazioni minori, riteneva ormai inevitabile lo scontro e opponeva alla linea del presidente, dei comunisti e dei socialisti allendisti, la necessità di un’accelerazione decisa del processo rivoluzionario.

Ma, nonostante tutto, Allende teneva, pur riducendo sempre più la sua azione alla manovra tattica, tesa a guadagnare tempo, e continuava a cercare ostinatamente, ma senza cedimenti, le vie del dialogo. In marzo le elezioni non si erano tradotte nell’atteso plebiscito contro Unidad Popular, anzi avevano fatto registrare una forte avanzata dell’alleanza delle sinistre (arrivata a superare il 44 per cento dei voti) che aveva cancellato le ultime illusioni di rovesciare il governo con gli strumenti istituzionali. Ormai a destra non c’era più scelta. Tutte le soluzioni alternative si erano rivelate inadeguate. E non c’era più tempo: il prezzo del rame era in aumento, mentre diminuivano le capacità di manovra sulle quotazioni del minerale e stavano esaurendo le scorte speculative accumulate prima della nazionalizzazione delle miniere cilene. Il 1974 avrebbe potuto rappresentare per il Cile un anno di ripresa economica e, per Allende e il suo governo, un anno di rilancio.

Dunque il golpe, subito. Anche se non si poteva contare sull’assenza del presidente, costretto a rinunciare al viaggio in Algeria. Per neutralizzarne il prestigio e la popolarità bisognava allora prevedere un’azione esemplare, di annientamento, un intervento duro e massiccio, tale da diffondere il terrore e scoraggiare ogni velleità di resistenza: la manifestazione possente organizzata dal sindacato unitario il 4 settembre, per festeggiare l’anniversario della vittoria di Allende, aveva dato la misura della forza del movimento popolare.

Le premesse per agire, dunque, c’erano tutte e il piano sedizioso era ormai entrato nella fase operativa. In giugno si era svolta la prova generale, con un tentativo golpista represso dai militari lealisti. In agosto c’era stata la resa dei conti con questi ultimi, liquidati da una purga rapida e silenziosa all’interno delle forze armate. Completavano il quadro il terreno preparato dai terroristi (500 attentati tra luglio e agosto), la copertura politica (e il consenso all’azione) fornita dalla maggioranza parlamentare, che accusava il presidente di attentato alla Costituzione, i ceti medi in rivolta, la paralisi completa della vita pubblica, il malcontento diffuso per la mancanza di generi essenziali.

«No alla sedizione», manifesto di Unidad Popular (giugno 1973)

Il 9 settembre Allende annunciò ai collaboratori e ai vertici militari l’intenzione di indire un referendum, perché fosse il paese a dirimere il conflitto con il Parlamento e a decidere sui problemi economici su cui non era possibile raggiungere l’accordo, e di proporre elezioni generali per un’assemblea costituente, destinata ad adeguare alla nuova realtà il regime istituzionale. Lo avrebbe annunciato l’11, con un messaggio alla nazione. Era l’ultima carta da giocare per tentare di forzare la Democrazia cristiana a riaprire il dialogo: un pericolo che i golpisti non potevano correre. Quello stesso 9 settembre l’ambasciatore americano fece un viaggio lampo a Washington. Il 10, alla vigilia dell’azione, era nuovamente al suo posto a Santiago.

L’11 settembre, poco dopo le 6 del mattino, una telefonata informò il presidente che il golpe era in atto. La marina stava occupando Valparaíso, il principale porto del paese, distante poco più di cento chilometri dalla capitale. Al largo incrociavano quattro unità da guerra americane. Un’ora dopo Allende arrivò alla Moneda, il palazzo presidenziale. Due tentativi inutili di mettersi in contatto con i vertici militari gli avevano rivelato che questa volta i massimi livelli delle forze armate agivano compatti. Intorno alle 8 Allende parlò alla radio: «Mi rivolgo soprattutto ai lavoratori. Che raggiungano i loro posti di lavoro, che accorrano alle fabbriche, che mantengano calma e serenità […] In ogni caso io sono qui, nel palazzo del governo, e resterò qui, difendendo il governo che rappresento per volontà del popolo. Ciò che desidero, essenzialmente, è che i lavoratori stiano attenti, vigili e che evitino le provocazioni». Un quarto d’ora dopo il presidente tornò a parlare alla radio: «Abbiate la sicurezza che il presidente resterà nella Moneda, difendendo il governo dei lavoratori. Abbiate la certezza che farò rispettare la volontà del popolo che mi ha dato l’incarico di governare fino al 4 novembre 1976 […] Le forze leali rispettando il giuramento fatto alle autorità, insieme ai lavoratori organizzati, schiacceranno il golpe fascista che minaccia la patria».

Il generale Augusto Pinochet tra i membri della giunta golpista (settembre 1973)

Ma le forze leali non c’erano. Il primo comunicato dei golpisti fu trasmesso verso le 8,40: «Tenuto conto della gravissima crisi economica, sociale e morale che distrugge il paese, dell’incapacità del governo a prendere misure per mettere fine allo sviluppo del caos, della costante crescita di gruppi paramilitari organizzati e sostenuti da Unidad Popular, che conduce il Cile a un’inevitabile guerra civile, le forze armate e i carabinieri dichiarano che: 1) il presidente della Repubblica deve rimettere immediatamente la sua alta carica alle forze armate e ai carabinieri; 2) le forze armate e i carabinieri sono uniti per assumere la missione storica di combattere per la liberazione della patria dal giogo marxista e per il ristabilimento dell’ordine e della legge costituzionale». Radio, televisioni e stampa controllate dalla sinistra dovevano sospendere subito ogni attività, i cittadini di Santiago dovevano restare in casa. L’ultimatum fu intimato al presidente per telefono, da un ammiraglio: dimissioni immediate, in cambio dell’incolumità e del salvacondotto per la libera uscita dal paese, con un aereo già pronto al decollo. Ebbe una risposta sprezzante. Poco dopo Allende tornò a parlare «ai compagni che mi ascoltano»: «La situazione è critica. Siamo di fronte a un colpo di stato, al quale partecipa la maggioranza delle forze armate […] Se mi assassinerete, il popolo seguirà la sua rotta, continuerà il suo cammino […] Il processo sociale non sparirà perché è sparito un dirigente. Potrà rallentarsi, potrà prolungarsi, ma alla fine non potrà essere fermato […] Rimarrò qui alla Moneda anche a costo della mia vita».

Il reparto di carabinieri che presidiava il palazzo si ritirò: era il segnale dell’attacco imminente. Sparatorie nelle strade, applausi dalle finestre dei quartieri ricchi e borghesi. Poco dopo le 9, mentre i soldati e i carri armati prendevano posizione di fronte al palazzo, in collegamento con l’unica radio libera ancora in funzione, Allende rivolse l’ultimo saluto ai cileni. Non fu un appello alla mobilitazione e alla resistenza. Al contrario, espresse la preoccupazione di evitare inutili tragedie al proletariato, insieme alla lucida coscienza con la quale il presidente era pronto ad affrontare il sacrificio estremo: «È possibile che facciano tacere la radio, e allora vi saluto per sempre […] È possibile che ci distruggano. Ma sappiate che siamo qui per dimostrare che ci sono uomini che sanno mantenere gli impegni che hanno assunto […] Forse questa è l’ultima occasione in cui posso rivolgermi a voi […] Solo questo mi resta da dire ai lavoratori: non mi arrenderò. Trovandomi in questa tappa della storia, pagherò con la vita la lealtà verso il popolo […] Mi rivolgo agli uomini del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a quelli che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo è presente da tempo, con gli attentati terroristici che hanno fatto saltare i ponti, interrotto le ferrovie, distrutto oleodotti e gasdotti, nel silenzio di chi aveva l’obbligo di intervenire. La storia li giudicherà. Radio Magallanes sarà certamente ridotta al silenzio e la mia voce tranquilla non vi giungerà più. Non importa. Continuerete a sentirla. Sarò sempre con voi. E almeno lascerò il ricordo di un uomo degno, leale di fronte alla lealtà dei lavoratori. Il popolo deve difendersi, ma non sacrificarsi. Il popolo non deve farsi schiacciare e annientare, ma non deve lasciarsi umiliare […] Queste sono le mie ultime parole, sono certo che il mio sacrificio non sarà inutile. Sono certo che almeno sarà una lezione morale contro la slealtà, la viltà e il tradimento».

Ormai il tempo era scaduto. Poco prima delle 10 l’ultimatum finale: «Il palazzo della Moneda dovrà essere evacuato entro le ore 11. In caso contrario sarà attaccato dalle forze aeree». I carri armati aprirono il fuoco e i soldati sferrarono l’attacco. I difensori del palazzo – qualche decina tra addetti alla sicurezza del presidente, funzionari, ministri e militanti, tutti scarsamente armati – risposero sparando dalle finestre. Anche Allende partecipò allo scontro con un mitra. Un’ora dopo gli spari cessarono. Carri e soldati si ritirarono dalla piazza. Era evidente che si preparava l’incursione dei cacciabombardieri che stavano già sfrecciando a bassa quota sui tetti di Santiago. Allende ne approfittò per costringere le donne e gli uomini disarmati ad abbandonare il palazzo.

A mezzogiorno gli aerei si lanciarono a volo radente sulla Moneda e la centrarono ripetutamente. A ogni colpo grida di esultanza, «come allo stadio quando viene segnato un goal», avrebbe raccontato un militante di Unidad Popular che aveva assistito, sgomento, all’attacco. I carri e i soldati avanzarono di nuovo e sfondarono l’ingresso principale del palazzo. Ci volle ancora più di un’ora perché le truppe riuscissero a occupare il pianterreno del palazzo in fiamme e erano le due del pomeriggio quando arrivarono al primo piano e irruppero nell’ufficio dove era asserragliato il presidente. Alcuni testimoni dicono che Allende fu ferito nella sparatoria, cadde e fu giustiziato da un generale con un colpo a bruciapelo. Secondo altre versioni si sarebbe suicidato. Il corpo fu portato via in fretta e sepolto senza funerale, in una tomba anonima, alla sola presenza della moglie.

Nelle prime ore del pomeriggio la giunta aveva in pugno il paese. Seduto a un tavolo tra i generali golpisti, gelido, Pinochet lesse una dichiarazione: «Le forze armate e i carabinieri hanno agito oggi al solo scopo patriottico di far uscire il paese dal caos in cui lo stava precipitando il governo marxista di Salvador Allende. La giunta manterrà il potere giudiziario […] Le Camere sono sospese fino a nuovo ordine». La sera la televisione trasmise programmi leggeri, comunicati militari e elenchi di ricercati. Ci sarebbe voluto ancora qualche giorno per stroncare le sacche della resistenza operaia nelle fabbriche e nelle borgate popolari e per travolgere i tentativi di difesa degli studenti e dei professori barricati nell’università. E intanto era iniziata la normalizzazione: esecuzioni sommarie e torture, perquisizioni e retate, rastrellamenti e campi di deportazione nel gelido estremo sud del paese. Per le strade roghi di libri. L’obitorio e le fosse comuni pieni di cadaveri. Gli stadi utilizzati come centri di detenzione. Nelle case della buona borghesia di Santiago si festeggiò e si brindò. Dalle finestre imbandierate si gettavano fiori sui reparti che presidiavano gli incroci.

Lo stadio di Santiago trasformato in centro di detenzione (settembre 1973)

Il 16 settembre nello stadio di Santiago, tra migliaia di rastrellati in attesa di conoscere la loro sorte, c’era anche Victor Jara, poeta e militante comunista, musicista di punta della Nueva Canción Chilena, fiorita negli anni di Allende, autore del testo di Venceremos, inno di Unidad Popular. Era stato preso, con altri compagni, nell’università. Gli fracassarono le mani, lo finirono a colpi di pistola e gettarono il suo cadavere in un corridoio. Poi ordinarono la distruzione delle matrici dei suoi dischi.

Nei giorni successivi al colpo di stato Pablo Neruda, duramente provato e in attesa di espatriare, dovette assistere alle irruzioni nella sua casa e alle perquisizioni delle squadracce militari. Le sue precarie condizioni di salute impedirono l’arresto. Il 22 settembre, ricoverato in una clinica di Santiago, scrisse i suoi ultimi versi, una violenta invettiva contro I Satrapi che avevano agito «fino a oggi. Fino a questo amaro / mese di settembre, / dell’anno 1973 […] iene voraci / della nostra storia, roditori / delle bandiere conquistate / con tanto sangue e tanto fuoco, / impantanati nei loro orticelli, / predatori infernali / satrapi mille volte venduti / e traditori eccitati / dai lupi di New York, / macchine affamate di sofferenze, / macchiate dal sacrificio / dei loro popoli martirizzati, / mercanti prostitute / del pane e dell’aria d’America, / fogne, boia, branco / di cacicchi di lupanare / senza altra legge che la tortura / e la fame frustrata del popolo». Il giorno dopo il poeta si spense. Era gravemente ammalato, ma non in fin di vita. C’è chi sostiene con certezza che sia stato ucciso con un’iniezione da un sicario, per ordine di Pinochet.

Sul Cile era calata di colpo la cappa pesante di una dittatura reazionaria, feroce e ottusa, una cappa destinata a essere stracciata soltanto nel 1988, con un referendum che avrebbe sancito il ritorno alla democrazia. E oggi di Allende resta la memoria di un’esperienza appassionata e spezzata. E resta il messaggio ostinato di speranza che aveva voluto lasciare nel suo addio: «Ho la certezza che il seme piantato nella coscienza di migliaia di cileni non potrà essere estirpato per sempre. Hanno la forza, possono ridurci in schiavitù, ma non è con il crimine e con la violenza che si fermano i processi sociali. La storia è nostra, è il popolo che la fa […] Altri uomini supereranno questo momento buio e amaro, in cui il tradimento pretende d’imporsi. Sappiate che presto o tardi si apriranno di nuovo grandi strade per le quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore».


Le immagini che illustrano questo articolo sono tratte dall’archivio fotografico di Alessandro Piccioni (https://www.immaginidellastoria.it/)





Violenza sulle donne. 1906: cronache dagli Stati Uniti

L’anno è il 1906 e il giornale è L’Illustrazione Italiana, settimanale ad ampia diffusione, edito a Milano da Treves che, con le sue belle tavole in xilografia e fotografia, si ispira a modelli inglesi e francesi (The Illustrated London News e L’Illustration). Tra le notizie varie, di attualità e di costume, della rubrica Corriere, curata dal giornalista Alfredo Comandini (si firma Spectator), nelle prime pagine del n. 10 dell’11 marzo, si affaccia una questione che in Italia, in quel primo Novecento, trova qualche spazio nelle aule dei tribunali, ma viene ignorata dalla carta stampata: «La cronaca quotidiana torna a rimpinzarsi di brutti delitti coniugali. Di preferenza sono mariti che ammazzano le mogli. Noto, per l’onore del gentil sesso, anche una moglie che accoltella ferocemente il marito».
Una coincidenza casuale: siamo alla vigilia dell’8 marzo (la rubrica è datata 7), ma la Giornata della donna ancora non c’è. La proposta sarà lanciata tra qualche anno, nel 1910, dal congresso internazionale delle donne socialiste, su iniziativa delle delegate americane, ripresa da Clara Zetkin, dirigente della sinistra socialdemocratica tedesca. E passerà ancora molto tempo prima che l’appuntamento si stabilizzi ovunque all’8 marzo.
«A tutti questi dannati nel cerchione della disperazione coniugale, dedico, fresca fresca, una paginetta di curiosità americane», scrive Spectator, che – con qualche sgradevole scivolata di cattivo gusto (ma siamo nel 1906 e il suo pubblico è la buona, medio-alta borghesia, che certo non brilla per progressismo) – apre uno spiraglio sul trattamento dei casi di violenza sulle donne negli Stati Uniti. La prima «curiosità americana» viene dal Congresso: «La Camera dei rappresentanti in Washington, ha respinto quindici giorni [or] sono, quasi all’unanimità, un progetto di legge di Adams, deputato della Pensilvania [sic], tendente ad assoggettare alla pena della frusta qualunque uomo risultasse responsabile di percosse inferte ad una donna». «Va notato che Adams è scapolo», commenta Spectator, certo di strappare ai lettori un sorriso di complicità, mentre «la maggioranza dei deputati al Congresso nord-americano è di ammogliati, e si capisce che la legge sia stata respinta».
«Ma non bisogna credere che i mariti, agli Stati Uniti, possano impunemente applicare il proverbio: “Chi batte ama”», continua il pezzo, introducendo la seconda «curiosità». «In certi Stati della Confederazione esistono leggi durissime a tutela esclusiva dell’incolumità personale delle mogli. Se debbo credere al World, un ricco gioielliere dello Stato di Alabama è stato condannato or ora a 75 dollari di multa [al valore attuale si dovrebbe trattare, più o meno, di 1700 euro] per avere bastonato troppo spietatamente la propria metà». Poi Spectator completa la notizia, senza evitare una battuta che ritiene spiritosa: «Una lezione a certe mogli può ben valere 75 dollari; ma il ricco gioielliere è stato condannato, per giunta, a due mesi di lavori forzati; ed i suoi concittadini hanno la soddisfazione di vederlo ogni mattina, in mezzo a forzati negri, spazzare le strade e spingere la carretta dell’immondizie trascinando ai piedi una catena più fastidiosa della catena coniugale».
Due parole, infine, sul deputato della Pennsylvania Robert Adams, che avrebbe voluto mettere mano alla frusta. Esponente del Partito repubblicano (ai suoi tempi su posizioni liberal-progressiste: era ancora il «partito di Lincoln»), era stato eletto alla Camera dei rappresentanti nel 1893, dopo un passato di politico locale e una breve esperienza diplomatica in Brasile. La proposta registrata negli atti parlamentari, frutto evidentemente di uno scatto di indignazione e con ogni probabilità soltanto provocatoria, sembra essere l’unico passaggio significativo di una biografia politica non particolarmente brillante. Certamente fu l’ultimo: pochi mesi dopo, a 57 anni, Adams si suicidò, sparandosi un colpo di pistola, travolto da sfortunate speculazioni finanziarie.

 





La tratta atlantica. Appunti per una storia dello schiavismo in età moderna

Le isole dello zucchero

Con il problema della scarsità della manodopera i conquistatori dell’America si trovarono a fare i conti molto presto. Nei primi anni le braccia da lavoro non mancavano. Gli indiani facevano parte del bottino e Cristoforo Colombo aveva provato a venderne qualche centinaio in Spagna. Senza successo. Del resto, con la conquista del Messico e del Perù e l’avvio della rapina delle risorse del continente, le stive delle navi venivano caricate di merci più preziose. Gli indiani potevano essere utilizzati sul posto, anche se faticavano ad adattarsi allo sfruttamento spietato imposto dagli spagnoli. Di fatto divennero schiavi, anche se si negava che lo fossero. Poi cominciò il crollo demografico provocato dalle violenze dei conquistadores e dalle malattie introdotte dagli europei e il sistema del lavoro forzato si inceppò. Il problema poteva essere risolto importando schiavi africani. Si trattava di ampliare un esperimento che era in corso dalla metà del Quattrocento, con ottimi risultati.

Tutto era cominciato nelle isole al largo delle coste marocchine, prime colonie dell’Europa moderna, avamposti dell’espansione che avrebbe coperto il pianeta di imperi sconfinati. Nella disabitata Madera, occupata nel 1419, i coloni portoghesi avevano introdotto con successo la coltivazione della canna da zucchero, un prodotto prezioso, venduto in Europa a caro prezzo. L’esperienza era stata imitata dagli spagnoli quando, nel corso del secolo, avevano conquistato le Canarie, liquidando con la violenza la resistenza della popolazione indigena. Ma la produzione dello zucchero – tra preparazione dei terreni, coltivazione, taglio, trasporto e macinazione della canna –  richiedeva grandi quantità di manodopera e l’Europa, che ancora non si era ripresa dalla grave crisi demografica in cui era stata precipitata dalle epidemie e dalle carestie, non poteva garantirle. I coloni avevano provveduto importando uomini dall’Africa.

Non si era trattato di reinventare una figura giuridica e sociale dimenticata. La schiavitù, sopravvissuta alla fine del mondo antico, non era mai scomparsa. Negli anni quaranta del Quattrocento, quando i portoghesi avevano cominciato a razziare uomini sulle coste africane, poi a comprarli, gli schiavi erano una delle voci del traffico commerciale (anche italiano). Slavi e musulmani in Europa, cristiani e africani nel mondo islamico, erano una merce come un’altra, trattata su mercati specializzati. Tuttavia non avevano più un ruolo centrale nell’organizzazione produttiva. Sostituita dalla servitù della gleba, divenuta marginale nella vita economica, la schiavitù era un fenomeno non trascurabile, ma circoscritto ad ambiti secondari, come il lavoro domestico. Con un’eccezione importante, costituita dagli insediamenti coloniali italiani nel Levante: in quelle piantagioni, in quegli stabilimenti e in quelle miniere era utilizzata ampiamente. La canna da zucchero a Madera e nelle Canarie aveva stimolato la ripresa di quella esperienza.

Il fatto nuovo era costituito dal quadro in cui si inseriva il vecchio modello dello schiavismo: non si trattava dell’ultimo guizzo dell’economia coloniale medioevale, priva di prospettive di espansione, ma del primo passo della nuova economia coloniale atlantica, un settore destinato a sviluppi impressionanti e a un ruolo decisivo nella crescita della società emersa dalla crisi del Trecento. Fu questo contesto a creare le condizioni perché la schiavitù uscisse dalla sua marginalità, per tornare nel cuore dei meccanismi produttivi. L’economia della schiavitù – e l’efficiente organizzazione che doveva permetterne il funzionamento – si rivelò dunque quello che era: non un aspetto della feroce avidità di un pugno di avventurieri, ma il vero volto dell’economia delle piantagioni.

Un triangolo sull’Atlantico

All’inizio del Cinquecento gli schiavi neri erano già nelle isole americane, soprattutto a Hispaniola (Haiti), dove la popolazione indigena stava scomparendo. Si trattava di piccoli quantitativi, spediti non direttamente dall’Africa ma dalla Spagna. Poi gli arrivi divennero consistenti. Nel 1518 sbarcò nelle Indie Occidentali il primo carico della tratta organizzata. Era scattato l’asiento de negros, la licenza esclusiva di trasporto e vendita, con cui la corona regolamentava il traffico degli schiavi diretto alle colonie, attribuendone il monopolio – in cambio di una tassa su ogni africano sbarcato – e mettendo fuori legge chi praticava quel commercio senza autorizzazione.

Di fatto la tratta finì subito nelle mani dei portoghesi, che avevano avviato un regolare traffico di uomini dall’Africa dal 1448 e che nei decenni successivi avevano consolidato il loro controllo sul litorale atlantico del continente, lungo il quale le loro navi stavano scendendo, alla ricerca della rotta per l’Asia. Una delle prime basi della tratta era stata l’isola di Arguin, a nord del Senegal: sarebbe diventata un centro di raccolta capace di garantire carichi di mille schiavi all’anno. Nel 1481 i portoghesi avevano messo piede sul continente, ottenendo da un re della Costa d’Oro (Ghana) l’autorizzazione a costruire un forte su una penisola che avevano chiamato Elmina.

Il contingente di importazione nelle colonie spagnole, fissato dall’asiento, venne progressivamente elevato. La coltivazione della canna da zucchero si stava estendendo nelle Antille e gli effetti della crisi demografica americana rendevano necessario accelerare la sostituzione della manodopera indigena. Intorno alla metà del Cinquecento gli schiavi sbarcavano nell’America spagnola al ritmo di duemila all’anno. Poi toccò alle regioni colonizzate del Brasile, dove pure era arrivata la canna da zucchero, seguita dalle coltivazioni di caffè e cacao, e dove sarebbe stata avviata un’intensa attività mineraria. E qui il rifornimento era un affare tutto dei portoghesi, che stavano completando la catena degli scali sulla costa africana e dunque controllavano le rotte per le loro colonie brasiliane. Prima della fine del Cinquecento almeno duecentomila schiavi avevano raggiunto l’America.

Schiavi al lavoro in un impianto brasiliano per la produzione dello zucchero (incisione della fine del sec. XVII)

Il monopolio di Lisbona sulla tratta e sul commercio africano non era però destinato a durare a lungo. Venne scosso già nel Cinquecento dalle imprese dei negrieri clandestini, dei pirati e dei contrabbandieri, poi fu definitivamente spezzato. Gli schiavi nelle piantagioni mettevano al mondo pochi figli. Dunque bisognava procedere a rifornimenti regolari, per rinnovare la popolazione nera. E intanto le coltivazioni continuavano a estendersi e la domanda di schiavi cresceva. La tratta era ormai un affare colossale e il Portogallo, con le sue deboli strutture economiche, politiche e militari, non era in grado di gestirlo.

Il colpo decisivo venne quando, nel Seicento, Inghilterra, Olanda e Francia insediarono proprie colonie nelle isole americane. Erano nazioni in ascesa, che disponevano di solide strutture economiche e commerciali e di flotte potenti. Non avevano bisogno di intermediari. E furono i navigatori inglesi a impostare il traffico negriero secondo un modello triangolare, che garantiva i massimi profitti: esportazione in Africa di acquavite, tabacco, armi da fuoco e merci varie (utensili, lame, barre di ferro e di ottone, pezze di tessuto, vetri colorati, specchi), carico di schiavi per le colonie, scambio in America con i prodotti pregiati delle piantagioni, destinati all’Europa. Insomma le navi viaggiavano sempre a stive piene: ogni lato del triangolo disegnato tra i tre continenti dava profitti elevati. Il commercio triangolare divenne la regola. Più tardi, con la specializzazione dei traffici, si sarebbe smembrato in rami autonomi: vascelli negrieri dall’Europa all’Africa e all’America, flotte mercantili per l’esportazione nelle colonie delle merci europee e l’importazione dei prodotti coloniali.

Piano di carico di un vascello negriero. Le tavole, diffuse dal movimento antischiavista inglese tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento per denunciare gli orrori della tratta, furono disegnate tenendo conto della regolamentazione introdotta nel 1788 dal Parlamento britannico per limitare il carico e l’affollamento degli schiavi sulla base della stazza delle navi. Dunque documentano condizioni di trasporto ritenute accettabili e comunque migliori rispetto al passato

Pezze d’India

Nella prima metà del Seicento furono sbarcati in America più di cinquecentomila schiavi. Alle rotte verso le Antille, l’America spagnola e il Brasile si aggiunse una direttrice settentrionale, verso le colonie nordamericane. Qui erano la coltivazione del tabacco e, più tardi, quelle del riso e del cotone, a richiedere grandi quantitativi di manodopera. L’organizzazione schiavista del lavoro si estese gradatamente nella parte meridionale dei territori colonizzati dagli inglesi. Nella seconda metà del Seicento gli schiavi erano presenti in tutte le colonie del nuovo mondo.

Mentre cresceva l’interesse inglese per la tratta, stimolato anche dai nuovi insediamenti nelle Antille e soprattutto dalla colonizzazione di Barbados, su cui venne presto introdotta la coltivazione della canna, aumentò la pressione degli olandesi, che strapparono ai portoghesi alcune importanti basi africane. Verso la fine del secolo furono però gli inglesi a imporsi nei traffici atlantici e il loro primato non fu più intaccato, nemmeno quando aumentò la presenza dei francesi, anche loro spinti dalle piantagioni americane: erano entrati nelle Antille nella prima metà del secolo e più recentemente avevano consolidato l’insediamento di Saint-Domingue, nella parte occidentale di Hispaniola. Attestati alle foci del Senegal, i francesi presero il controllo di quel tratto della costa africana, occupando anche le isole di Gorée e di Arguin i due più importanti centri di appoggio dei negrieri sul litorale nordoccidentale. E poi c’erano i contrabbandieri, che continuavano a trafficare con l’Africa al di fuori di ogni controllo.

La tratta si riforniva lungo le coste, dal Senegal al golfo di Guinea e all’Angola. Al centro del sistema c’erano il Niger e il tratto del litorale che prese il nome di «Costa degli Schiavi». Qualche contingente di neri arrivava anche dalla costa orientale del continente, dove convergevano i flussi della tratta araba, diretta verso il medio oriente, un traffico che investiva tutta l’immensa area compresa tra il Mediterraneo e l’Oceano Indiano e che spostava il suo raggio d’azione in un sud sempre più profondo.

Le navi si appoggiavano agli scali, dove risiedevano gli agenti delle compagnie europee. Le razzie della prima fase, pericolose e poco produttive, avevano lasciato il posto a sistemi più efficienti. I negrieri non si avventuravano al di là delle isole e della fascia costiera. La caccia all’uomo veniva delegata ai mediatori indigeni. Con i regni che controllavano le regioni affacciate sull’Atlantico erano stati stabiliti regolari rapporti di scambio: mercanzie varie contro uomini, oro e avorio. Altrove gli europei facevano leva sulle tradizionali ostilità tribali, si intromettevano nei conflitti tra i villaggi, magari li provocavano o li riaccendevano, offrivano fucili e chiedevano in cambio il bottino di prigionieri.

Con l’estendersi della tratta le comunità della costa vennero a trovarsi in uno stato di guerra permanente con quelle dell’interno e il risultato fu uno sconvolgimento civile e sociale. La tratta divenne la principale risorsa di regni, tribù e villaggi. La corruzione, il disordine e il terrore dilagarono. Stati e istituzioni, organizzazioni sociali, sistemi economici e culture complesse scivolarono verso il caos. Degradarono le città della costa, che spesso erano state fiorenti e più popolose di molte capitali europee. Vennero abbandonate e dimenticate tecniche e pratiche agricole. Nell’area vastissima e fertile compresa tra il Sahara, il golfo di Guinea e la foresta equatoriale, una delle più densamente abitate del mondo alla fine del Quattrocento, la popolazione cominciò a diminuire.

Ai centri di raccolta gli schiavi venivano portati come capi di bestiame. Scendevano verso il mare con lunghe marce, o seguendo il corso dei fiumi, stipati a bordo di piroghe. Gli uomini aggiogati a travi, le donne legate con cinghie, con i bambini appesi al collo. Ogni tentativo di fuga e ogni rallentamento della marcia venivano puniti duramente, anche con la morte. Chi non ce la faceva veniva abbandonato.

Sulla costa, ammassati in recinti, gli schiavi venivano offerti ai mercanti. Le contrattazioni erano laboriose. Bisognava di volta in volta trovare un accordo sul rapporto di scambio tra il valore dei capi offerti e quello delle merci portate dall’Europa. Spesso l’unità di misura era la «pezza» di stoffa: tanti fucili, tanti metri di tela, tanti galloni di acquavite, tante collane di vetro equivalevano a una «pezza», tante «pezze» a uno schiavo. E gli schiavi, nel gergo dei negrieri come nel linguaggio dell’asiento, erano niente altro che piezas de India, «pezze d’India», cioè le pezze di cotone indiano con cui venivano barattati.

Vendita di schiavi in un mercato di Rio de Janeiro, 1858

Raggiunto l’accordo, il medico di bordo della nave procedeva a un esame, scartando vecchi, malati e invalidi. Gli schiavi selezionati venivano marchiati con il contrassegno della compagnia. Poi l’attesa dell’imbarco. Drammatica, anche se i negrieri cercavano di abbreviarla: gli utili dipendevano in gran parte dalla rapidità con la quale riuscivano a completare il carico e a fare vela per l’America, perché le precarie condizioni in cui gli schiavi venivano tenuti provocavano una mortalità elevata.

Saliti a bordo, incatenati a coppie, gli uomini venivano fatti scendere nelle stive. Là sotto, ammassati in un unico locale, o distribuiti su soppalchi, se la nave era grande, dovevano conquistare il loro pezzo di tavolato. Non potevano sdraiarsi, né alzarsi. Dovevano restare seduti, immobili, schiacciati da soffitti alti poche decine di centimetri. Le donne e i bambini, sistemati in reparti separati, disponevano di spazi ancora più angusti, ma generalmente venivano rinchiusi soltanto di notte. L’igiene era inesistente, l’aria irrespirabile. Si diceva che il lezzo delle navi negriere si avvertisse a cinque miglia di distanza. Di giorno, quando le condizioni del mare lo permettevano, gli schiavi venivano fatti uscire sul ponte e costretti a sgranchirsi danzando, mentre si pulivano sommariamente i locali chiusi.

Gli schiavi sul ponte di una nave negriera catturata sulla costa di Cuba nel 1860, quando la tratta era ormai fuori legge. L’articolo pubblicato con l’incisione (ricavata da un dagherrotipo), precisa il numero degli africani liberati: circa 500, per l’80 per cento ragazzi di 10-16 anni. Un centinaio i morti nel corso della traversata

Nel buio di quelle stive orrende il sentimento più diffuso era la voglia di farla finita. Il viaggio era interminabile, il destino ignoto, i giorni segnati da disperazione, terrore, catene, sporcizia, malattie, alimentazione forzata e frustate. L’unica speranza era una morte rapida, magari il suicidio. E la morte accompagnava tutta la traversata. L’asiento concesso nel 1592, prevedeva il 25 per cento di perdite. Una quota ritenuta accettabile anche un secolo dopo. Branchi di squali seguivano la scia delle navi, in attesa dei cadaveri gettati fuori bordo.

Quando la nave giungeva a destinazione gli schiavi in condizioni precarie venivano inviati in campi speciali, per recuperare le forze e riacquistare il loro valore commerciale. Gli altri venivano messi subito in vendita. Spesso i mercanti compravano all’ingrosso, per rivendere al dettaglio nelle città dell’interno.

Il trattamento degli schiavi in una piantagione della colonia olandese del Surinam, c. 1774

Poi le piantagioni e una nuova selezione: il 20-30 per cento degli schiavi non sopravviveva oltre i primi tre-quattro anni. Il lavoro cominciava all’alba, veniva sospeso brevemente un paio di volte per mangiare e proseguiva fino al buio. La notte in capanne, con il pavimento in terra battuta. Per letto un giaciglio di paglia. L’aria solo dalla porta. Promiscuità e sporcizia. Le condizioni non erano ovunque le stesse, ma in generale si trattava di una vita fatta di fatica, denutrizione, soprusi, abusi sessuali, umiliazioni, punizioni severe e torture, fino alle amputazioni e alla morte. E ferri ai piedi e alle mani, blocchi di legno da trascinare, per impedire i tentativi di fuga, museruole di lamiera per evitare che venissero mangiati i prodotti dei campi. Lo schiavo era soltanto un’unità di lavoro. Tutti i mezzi erano leciti per piegarlo, se osava alzare la testa.

Il movimento antischiavista

Nel Seicento i negrieri avevano portato in America più di un milione e mezzo di schiavi. Trecentocinquantamila erano morti durante il viaggio. Nel Settecento, soprattutto dalla metà del secolo, la tratta toccò cifre impressionanti. In Europa il consumo di zucchero si stava diffondendo anche tra le classi popolari: la domanda sollecitava l’aumento della produzione e quindi del volume della tratta. Uno stimolo ulteriore veniva dalla richiesta crescente delle colonie nordamericane. In quelle regioni, intorno al 1775, gli schiavi erano già mezzo milione. Nel corso del secolo furono sbarcati cinque milioni e seicentomila africani. Un milione i morti durante la traversata.

Ormai tutte le nazioni europee che avevano insediamenti coloniali in America disponevano di basi africane e di flotte negriere. Nel golfo di Guinea trafficavano anche danesi e prussiani. La tratta, in una prima fase controllata da compagnie statali, era largamente liberalizzata. Sembra che tra il 1783 e il 1793 le centocinquanta navi negriere di Liverpool abbiano imbarcato trecentomila africani e altrettanti, in tre anni, intorno al 1800.

La tratta e il commercio dei prodotti dell’organizzazione schiavistica del lavoro avevano stimolato lo sviluppo delle marine mercantili, delle banche e delle compagnie di assicurazioni, producevano ricchi profitti, fornivano nuovi mercati alle industrie. In Inghilterra, in Olanda e in Francia erano settori specializzati, gestiti da grandi compagnie. Re e duchi, principi e magistrati, banchieri e notai facevano a gara per collocare il loro denaro presso i grandi mercanti, ottenendo interessi fissi, o per acquistare partecipazioni nelle compagnie commerciali. Imitati da una folla di oscuri borghesi, che investivano i risparmi nelle società che gestivano le imprese dei negrieri e i traffici atlantici. Gli utili ricavati dalla tratta e dal commercio coloniale costituivano una voce importante della formazione dei capitali che stavano lanciando una nuova economia e una nuova società, destinata a far approdare l’Inghilterra, e poi l’Europa, all’età delle macchine e delle fabbriche. In Africa, depauperata dalla tratta atlantica e da quella araba di milioni di abitanti, per lo più giovani, tra deportati, morti nel corso delle razzie, prima dell’imbarco e durante la traversata, le civiltà tribali si erano dissolte.

In questa situazione drammatica il quadro si mise in movimento. Da un lato cominciarono a farsi frequenti le notizie di agitazioni e rivolte delle genti nere d’America e di comunità di schiavi fuggiti dalle piantagioni, avvertite come una minaccia dai coloni. Dall’altro si sentirono le prime voci di dissenso, frutto di una cultura diversa da quella che aveva approvato, o tollerato, lo schiavismo. Tra gli illuministi francesi cresceva la convinzione che fosse una macchia sulla civiltà europea.

Rivolta a bordo di una nave negriera, 1839

Comunque i primi provvedimenti non furono varati in Europa, ma nel Nordamerica, nel corso della rivoluzione: strideva la contraddizione tra la condizione servile e i principi in nome dei quali era stato ingaggiato lo scontro con gli inglesi. Tuttavia il problema dell’emancipazione degli schiavi fu accantonato e l’attacco fu sferrato contro la tratta, senza farlo seguire da misure tali da impedirla realmente. Il primo provvedimento fu approvato nel 1774 dal congresso di Filadelfia, nel quadro dell’abolizione del monopolio inglese del traffico con le colonie: tra le merci boicottate furono compresi gli schiavi. Nel corso del decennio successivo alla proclamazione dell’indipendenza tutti gli Stati del nord proibirono la tratta o le imposero restrizioni. Comunque un buon numero di navi americane continuò a importare neri nelle Antille e nel sud della federazione.

La questione dell’emancipazione era più delicata. Nel nord – dove lo schiavismo serviva solo a fornire cuochi e camerieri alle famiglie benestanti – fu risolta facilmente, nell’ultimo ventennio del Settecento e nei primi anni dell’Ottocento, con provvedimenti di abolizione, o di graduale liberazione. Nel 1804 la schiavitù era scomparsa, o stava scomparendo, in tutti gli Stati settentrionali. Nel sud, invece, i piantatori non si ponevano nemmeno il problema e i liberali ritenevano l’emancipazione pericolosa perché, con un numero di schiavi tanto elevato, avrebbe scosso tutto il sistema economico e sociale.

Tra il 1787 e il 1788 il movimento antischiavista emerse contemporaneamente, e con forza, in Inghilterra e in Francia. L’offensiva abolizionista inglese era guidata da Thomas Clarkson e William Wilberforce. Il primo si impegnò in un’intensa campagna di denuncia degli orrori della tratta, e cominciò a fare presa sull’opinione pubblica. Il secondo lo affiancò con un’efficace azione parlamentare. In Francia gli antischiavisti si raccolsero nella «Società degli amici dei neri». Poi ci fu la rivoluzione. Gli abolizionisti erano ben rappresentati nella nuova classe dirigente francese, tuttavia non riuscirono a imporre tra gli impegni urgenti quello di una rapida pronuncia sulla schiavitù.

Sull’opposta sponda dell’Atlantico, l’altra leva di rivoluzionari, uscita dalla guerra di liberazione delle colonie inglesi, continuava a subire i condizionamenti degli interessi dei piantatori. La questione della schiavitù venne ignorata dalla Costituzione del 1787. La Convenzione federale decise di accantonarla per un ventennio, lasciando impregiudicata la situazione: l’economia di metà del paese strutturata sul sistema delle piantagioni, più di cinquecentomila schiavi, decine di migliaia di nuovi arrivi all’anno, garantiti da un traffico che era ripreso a pieno ritmo. Né c’erano segnali che la tendenza si invertisse spontaneamente. Nel 1793, in Georgia, Elias Whitney inventò la macchina sgranatrice. Consentiva di separare con rapidità le fibre di cotone dai semi, un’operazione che, effettuata a mano, era lenta e laboriosa. Con quella macchina il ciclo produttivo veniva notevolmente accelerato e la quantità di fiocchi che uno schiavo era in grado di lavorare diventava molto elevata. La coltivazione del cotone – materia prima essenziale della rivoluzione industriale inglese – divenne estremamente redditizia: un incentivo all’espansione delle piantagioni e

all’utilizzazione massiccia del lavoro degli schiavi.

«Siate liberi e cittadini»: la speranza dell’abolizione immediata dello schiavismo nell’incisione del frontespizio di un’opera pubblicata in Francia nel 1789

I giacobini neri

La frattura del sistema si verificò più a sud. Cominciò con una rivolta nella parte occidentale di Hispaniola, Saint-Domingue, una colonia che forniva due terzi del commercio internazionale francese, centro della produzione mondiale dello zucchero e massimo mercato degli schiavi. Da anni una serie di agitazioni faceva traballare il potere dei piantatori. Si intrecciavano la protesta dei creoli, liberi ma privi di diritti civili, e la serpeggiante furia degli schiavi neri, tenuti in condizioni di lavoro e di vita disumane.

Arrivarono le notizie della Bastiglia e dei fatti di Parigi e i creoli tentarono la spallata finale: coccarde rosse della rivoluzione sanculotta, la milizia trasformata in guardia nazionale. Una rapida repressione, qualche timida apertura e conferma della schiavitù. Nelle terre d’oltremare l’utopia della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza non superava la resistenza del pugno di schiavisti che controllava le colonie. E allora arrivò il momento della resa dei conti.

Nell’agosto 1791 l’insurrezione nera investì con furia le piantagioni, devastando e uccidendo. Parigi, impaurita, estese ai creoli e ai neri liberi i diritti civili e inviò un corpo di spedizione. Gli schiavi persero l’alleanza dei creoli, ma la rivolta divenne guerra di liberazione e trovò un capo: Toussaint Louverture, schiavo liberato, figlio di un capotribù africano, autodidatta. Era un autentico rivoluzionario, favorevole a una lotta determinata, contrario alle devastazioni selvagge. Era, si sarebbe detto in Europa, il capo dei «giacobini neri».

Giacobini neri – Toussaint Louverture in un’incisione pubblicata nel 1802

Toussaint organizzò i suoi uomini in esercito, si alleò con altri capi guerriglieri, sconfisse più volte i francesi, respinse le proposte degli spagnoli, che speravano di estendere il loro dominio dalla parte orientale a tutta l’isola. Rigettò in mare gli inglesi che, dalla Giamaica, avevano tentato l’invasione per conquistare una nuova colonia e mettere fine a un movimento che minacciava di contagiare tutto l’arcipelago.

Intanto in Francia maturava un quadro nuovo. Con la dittatura rivoluzionaria dei giacobini la questione della schiavitù, imposta dalla rivolta di Saint-Domingue, veniva finalmente affrontata. Nel 1793 la Convenzione dette un colpo alla tratta, eliminando i primi statali alle navi negriere. Era una decisione importante, anche se era stata preceduta da un atto danese del 1792, che aveva stabilito il divieto della tratta dal 1803. A Saint-Domingue il commissario francese proclamò l’abolizione immediata della schiavitù. Il 4 febbraio 1794 la Convenzione estese la decisione a tutti i possedimenti francesi.

Alla fine di quel 1794, caduto Robespierre, lo sbarco di un nuovo corpo di spedizione segnò la ripresa della lotta. Negli anni successivi si sarebbero ripetuti i tentativi francesi di riprendere il controllo della colonia. Ormai, comunque, due risultati erano stati raggiunti. Da un lato la legge giacobina che aveva abolito la schiavitù, confermata nella Costituzione francese del 1795 e ripresa dalle carte costituzionali di molte «repubbliche sorelle»: un precedente importante, insieme al decreto danese e ai provvedimenti varati nel Nordamerica, che segnava un nuovo punto di partenza per il movimento abolizionista. Dall’altro la nascita della prima repubblica nera della storia. Toussaint non avrebbe visto la sua proclamazione. Catturato e deportato in Francia, sarebbe morto in esilio, mentre i suoi compagni riprendevano a combattere, preparando le condizioni dell’indipendenza definitiva, che avrebbe dato alla nuova nazione il nome indigeno di Haiti (1804).

Dalla proibizione della tratta all’abolizione della schiavitù

Nel 1802 Napoleone revocò la soppressione della schiavitù. I neri e le piantagioni erano moneta sonante: non si poteva rinunciare ad essi in nome di principi astratti e ormai tramontati. Le violenze in corso nella colonia fornivano poi un argomento per giustificare la decisione napoleonica e in Francia c’era chi le rinfacciava agli abolizionisti: i neri erano immaturi per la libertà, la loro liberazione scatenava istinti selvaggi.

Erano le stesse obiezioni dei fautori inglesi della schiavitù. Nel 1793, quando era sembrato che il movimento abolizionista fosse a un passo dalla vittoria, era stata proprio la rivolta a Saint-Domingue a spaventare i parlamentari, nonostante gli schiavisti fossero ormai in minoranza nella società della rivoluzione industriale, che preferiva il lavoro salariato a quello servile. E poi l’abolizione giacobina aveva impresso sull’antischiavismo un segno di radicalismo rivoluzionario tutt’altro che gradito ai conservatori. In realtà, al di là delle ideologie, erano in gioco grandi interessi. Sembrava assurdo che si dovesse abolire lo schiavismo quando la tratta produceva guadagni mai raggiunti, quando la rovina delle piantagioni francesi faceva crollare l’offerta e impennare il prezzo dello zucchero, mentre i nordamericani stavano ampliando l’area della colonizzazione e delle piantagioni e si poteva prevedere un’espansione della domanda di schiavi.

Si dovette attendere qualche anno, ma il risultato fu ancora più rilevante di quello che gli abolizionisti avevano sperato, perché il movimento aveva fatto breccia anche negli Stati Uniti. Nel 1806 il Parlamento britannico approvò a schiacciante maggioranza una risoluzione che invitava il governo a prendere «misure efficaci per l’abolizione del commercio africano degli schiavi». Il 2 marzo 1807 un decreto del presidente americano Thomas Jefferson proibì la tratta dal primo gennaio 1808. Tre settimane dopo anche Londra approvò una legge che metteva al bando il traffico degli schiavi, proibendolo alle navi, ai sudditi e ai porti del regno. Poi la tratta fu dichiarata reato anche se praticata da stranieri, la costa africana fu pattugliata per impedirla e venne avviata un’intensa azione diplomatica, fatta di pressioni e trattati bilaterali, perché fosse vietata anche dalle altre nazioni. Nel giro di pochi anni l’Inghilterra si era trasformata da massima trafficante di schiavi nel paese guida di una crociata contro i negrieri.

Il risultato era importante, ma la partita decisiva era ancora da giocare. Intanto occorreva che tutti gli Stati approvassero leggi contro la tratta e prevedessero strumenti di repressione. Ma ciò non era sufficiente. Il problema centrale era costituito dal permanere in aree molto vaste delle Americhe di sistemi produttivi interamente fondati sulla schiavitù. Finché questo nodo non fosse stato sciolto il problema sarebbe rimasto aperto e la tratta, spostandosi sul terreno della clandestinità, avrebbe mantenuto ampie dimensioni.

La fine della schiavitù nei territori britannici arrivò soltanto nel 1833, con un atto – in vigore dal 1834 – che contemporaneamente avviò un processo di graduale emancipazione dei neri liberati. Un altro passo fu compiuto con la seconda abolizione della schiavitù nelle colonie francesi (1848). Ma si dovette attendere l’emancipazione dei neri degli Stati Uniti, con la vittoria nordista nella guerra di secessione (1865), e la fine dello schiavismo a Cuba e in Brasile (1886 e 1888) per interrompere il circuito tra schiavitù e economia delle piantagioni. Ed è solo alla fine del secolo che fu stroncato, a fatica, il ramo della tratta controllato dagli arabi. L’Africa era in ginocchio e ormai preda della spartizione coloniale.

Non si sa esattamente quali siano state le reali dimensioni della tratta. Non si sa quanti milioni di africani, nei quattrocento anni dello schiavismo moderno, siano stati strappati dai loro villaggi per essere portati, come bestie, al di là dell’Atlantico. Un calcolo prudente ipotizza dieci o undici. Non si sa quanti uomini siano stati uccisi durante le incursioni dei razziatori, quanti siano morti lungo le marce di trasferimento, o prima dell’imbarco, o durante la traversata. Certamente altri milioni. Fu una tragedia immane, che investì drammaticamente, in vario modo, la storia di tre continenti e lasciò segni profondi, dal sottosviluppo al razzismo. Un punto è certo: non si trattò di un incidente di percorso nel quadro di un’evoluzione verso il progresso altrimenti tranquilla e lineare. Al contrario: tratta e schiavitù sono state, con il colonialismo, l’altra faccia dei meccanismi della crescita sociale ed economica dell’Europa

Abraham Lincoln proclama l’emancipazione degli schiavi nel corso della guerra di secessione americana (1863)

Tutte le immagini che illustrano questo articolo sono tratte dall’archivio fotografico di Alessandro Piccioni (https://www.immaginidellastoria.it/)




Uno spettro asiatico sull’Italia 1835-37: cronaca della prima epidemia di colera

Per quattro secoli il terrore della peste aveva attanagliato
le popolazioni europee poi, alla metà del Settecento, improvvisamente e
misteriosamente, quel morbo che le aveva flagellate a ondate ricorrenti era
scomparso. Aveva ancora infuriato a sud-est, nell’Impero ottomano, appena al di
là dei confini del continente, ma non li aveva superati. All’inizio degli anni
trenta dell’Ottocento la minaccia sembrava svanita. Fu allora che il nuovo
spettro si affacciò dalla Russia e allungò un’ombra nera sull’Europa, iniziando
una marcia implacabile. La nuova peste era il colera, un’infezione acuta,
letale e molto contagiosa, dalla sintomatologia impressionante e disgustosa,
che dietro di sé lasciava devastazione e strage. I batteri si moltiplicavano
nelle acque inquinate da liquami e immondizia, contaminavano gli alimenti, si
trasmettevano anche per contatto con stracci, biancheria e indumenti infetti e
si rivelavano micidiali. Un decorso violento: diarrea e vomito, disidratazione
rapida, crampi e collasso, mentre la pelle si raggrinziva e assumeva un
colorito nero o bluastro. L’infezione uccideva in poche ore, al massimo in un
paio di giorni, tra atroci sofferenze, più del 50 per cento, fino al 60-70 per
cento, dei malati e il tasso di letalità diventava altissimo tra i più deboli:
bambini e vecchi. La grande paura, che la gente si era illusa di aver
dimenticato, riemerse dal profondo della memoria collettiva e tornò a
diffondersi a macchia d’olio. E si trattava solo della prima di una serie di
ondate epidemiche che avrebbero attraversato l’Europa nel corso del secolo.

Tutto era cominciato nel 1817, quando il morbo si era messo
in movimento dalla valle del Gange, dove era endemico da tempo immemorabile,
seguendo le imprese commerciali e militari degli inglesi. Era dilagato in tutta
l’India poi, lungo le antiche vie del commercio, le piste delle carovane e gli
itinerari degli eserciti, si era propagato lentamente verso l’estremo oriente
e, attraverso la Persia e l’Asia centrale, verso la Russia. E intanto, con le
navi, aveva raggiunto l’Arabia e la costa africana, era passato in Mesopotamia,
poi in Siria e in Anatolia. Nel 1830, varcati gli Urali, il «terribile flagello
indiano» raggiunse Mosca e iniziò la sua avanzata nell’Europa settentrionale,
un’avanzata micidiale e sempre più veloce. La gente ora si spostava più che nel
passato: lo consentivano i miglioramenti della rete stradale e dei mezzi di
trasporto. E ciò metteva in crisi e faceva cedere il dispositivo delle misure
anticontagio messo a punto nel corso dei secoli, quando il sistema delle
comunicazioni era ben più arretrato.

E poi c’erano gli spostamenti degli eserciti. Il colera era
entrato in Europa con le truppe zariste che tornavano da operazioni in Armenia
e in Persia. E furono i russi, impegnati nel 1831 nella repressione
dell’insurrezione polacca, a introdurlo a Varsavia. Da Varsavia l’epidemia
dilagò rapidamente, incontrando territori densamente popolati, mentre dal medio
oriente si avvicinava anche ai Balcani. Inesorabile: gli ostacoli con i quali i
governi tentavano disperatamente di frenarla si rivelarono fragili e vennero
superati uno dopo l’altro. Dopo aver fatto una strage in Austria e Ungheria,
tra il 1831 e il 1832 il «morbo devastatore» investì i paesi baltici e la
Germania, raggiunse la Gran Bretagna, l’Irlanda, il Belgio, l’Olanda e la
Francia. «Tutti fuggono da Parigi per il colera», scrisse Niccolò Paganini
nell’aprile 1832 dalla capitale francese, dove in sei mesi si contarono almeno
diciottomila morti: vennero scavate grandi fosse comuni e per il trasporto
delle salme, senza bare perché i falegnami erano insufficienti, furono
requisiti omnibus, fiacre, carri, carretti e carriole. Poi l’infezione superò
l’Atlantico, con gli emigranti irlandesi, e investì l’America
centro-settentrionale.

A sinistra: Il colera stringe la Francia in un abbraccio mortale (litografia, 1832);
a destra: Il colera a Parigi  (litografia, 1832)

Nel 1833 comparve in Portogallo e in Spagna, rifluita da oltre oceano su bastimenti infetti, o importata da una nave da guerra inglese, e questa volta toccò all’Europa meridionale, risparmiata dal primo passaggio, quando – nel 1832 – in una lettera da Firenze, Giacomo Leopardi aveva raccontato alla sorella di una commissione medica di ritorno da Parigi: «Ci promette la venuta del morbo in Italia: predizione di cui ridono i medici di qui». Alla fine del 1834 il colera era in Provenza. Nel luglio 1835 dilagò lungo la costa e arrivò al confine con l’Italia, superò il cordone sanitario e l’interruzione delle comunicazioni con la Francia, raggiunse Nizza e penetrò in Piemonte. In agosto investì Genova e, via mare, passò in Toscana. In autunno arrivò nel Veneto, portato sul Po da una barca carica di panni usati. Dalla primavera del 1836 serpeggiò in Lombardia, facendo strage soprattutto a Brescia, e in Emilia, smentendo l’illusione che il Po l’avrebbe fermato. Poi toccò alle Marche e sbarcò sulle coste della Puglia, con i contrabbandieri, che riuscivano a violare il severo cordone marittimo istituito dal governo borbonico. Con l’epidemia che avanzava dalla Puglia la sorte di Napoli era segnata. «E ci voleva pure il colera!», scrisse Francesco De Sanctis nelle memorie della sua giovinezza. «Questo ignoto e sinistro morbo, dopo di avere spaventato mezza Europa, piombò sopra Napoli come un flagello». Fra ottobre e dicembre falciò quasi seimila persone.

L’impatto era pesante soprattutto nelle città, dove il morbo
trovava un ambiente recettivo, che favoriva la rapidità della sua diffusione e
moltiplicava la gravità della strage: uno stato diffuso di sottoalimentazione e
una serie di pesanti carenze strutturali, dal disastroso degrado igienico e
sanitario dei centri urbani e delle abitazioni al dissesto degli impianti di
approvvigionamento idrico, dalle fognature fatiscenti agli scarichi a cielo
aperto di letame, liquami e immondizie, al sistema diffuso dei pozzi neri. La
malattia aggrediva i quartieri poveri e poi si estendeva ovunque. «Portò in
Ancona strage funesta tanto nella sudicia capanna del meschino marinaio e del
facchino cencioso, quanto nell’agiata casa del ricco mercatante e nel superbo
palagio del nobile profumato», scrisse un testimone, l’abate Francesco Borioni.

I medici erano disarmati e consapevoli della loro impotenza.
Il «morbo distruggitore» era giunto troppo in anticipo sulle conoscenze
scientifiche: la medicina ignorava quali fossero l’agente patogeno e i modi
della sua diffusione. Si discuteva se la malattia si trasmettesse per contagio,
da individuo a individuo, o dagli effluvi e miasmi che infettavano l’aria. E
intanto, mentre le due ipotesi si confrontavano vivacemente, tra rivalità e
gelosie, si moriva. «Fu la stessa cosa tra noi annunziar colera o morte»,
avrebbe riconosciuto un medico napoletano. «Il male veniva allora con tanto
impeto che brevissimo tempo lasciava in vita chiunque ne fosse preso».

L’abbigliamento di protezione e i preparati disponibili per bloccare l’attacco del colera (stampa satirica pubblicata a Norimberga)

«I medici sono costretti a fare tentativi diversi senza un risultato sicuro, poiché il male non si conosce», scrisse da Torino al figlio, nel settembre 1835, Costanza Alfieri di Sostegno, cognata di Massimo d’Azeglio. «Tutti i rimedi sembrano buoni e ne provano ora uno ora un altro con la speranza di riuscire. Il colera intanto ammazza». «I disgraziati continuano a morire rapidamente e quando sembrano migliorare subito si manifestano nuovi sintomi e soccombono». Identica la testimonianza di Borioni: «I metodi di cura erano dubbiosi, perché i medici givano a tentone, né sapevano a qual partito appigliarsi per raffrenare e reprimere un morbo, la cui natura ed indole non conoscevano. Quindi alcuni furono curati col caldo, altri col freddo; questi coi vomitivi, quelli colle sanguisughe». Si provavano rimedi stravaganti, infusi e decotti vari, talvolta nocivi. A Milano fu teorizzata una cura di stricnina e sambuco. A Brescia si giurò sull’efficacia di pillole a base di zinco. Si tentava la prevenzione con la «magnesia». Si praticavano clisteri di olio di lino, olio comune, decotto di malva e acqua di riso, massaggi di canfora o di trementina, stracci o mattoni caldi sui piedi, bagni in acqua tiepida. Si applicavano panni gelati al basso ventre, sanguisughe alle tempie e dietro le orecchie. Si somministravano purganti o si vietavano severamente. Si davano pezzetti di ghiaccio, neve, acqua a volontà, da bere a piccoli sorsi, pane tritato, tuorli d’uovo. L’antidoto «anticolera», spedito da Costanza al figlio, era stato preparato «mischiando malvasia di Sardegna, teriaca, rabarbaro ed assenzio»: la dose era un bicchierino ogni mattina a digiuno. «Attento all’aria cattiva», raccomandava Costanza, «attento ai cibi». E ancora: «Ti consiglio l’acqua di camomilla, che nel colera di Parigi fu distribuita a fiumi». A Napoli, d’ordine del ministro degli interni, si sperimentava vino con polveri di frutti di platano A Roma un medico insisteva su un preparato miracoloso per la prevenzione e la cura, a base di aglio macerato nell’aceto: doveva essere assunto per bocca e strofinato sulla pelle. Ma c’era anche chi riteneva pericoloso abitare in vie poco soleggiate, o vicino ai campanili, perché il suono delle campane era dannoso. E chi cercava nessi tra esplodere del contagio, dati astronomici o fenomeni atmosferici. Si disse che il passaggio della cometa di Halley, nell’aprile 1836, aveva provocato malefici influssi e lo sviluppo di germi ignoti. E ci fu chi pubblicò l’immagine (orribile e fantasiosa) di un minuscolo insetto, dalle «forme strane e singolari», catturato da un medico ad Ancona e studiato al microscopio, assicurando che si trattava del «drago cholerico». Insomma un clima favorevole ai ciarlatani, che spacciavano a caro prezzo intrugli e preparati miracolosi.

Il «drago cholerico» in un’immagine diffusa nell’autunno 1836

Per i resto i medici suggerivano regole di precauzione:
evitare cibi pesanti, mangiare e bere vino con moderazione, non prendere
freddo, non sudare, tenere il ventre «netto e obbediente», respirare aria pura,
evitare gli eccessi, specie quelli sessuali. «Vuolsi da i più contraria la
venere; i savii dicono non nocevole, se pochissima», informava un medico
pisano. «Gli impenitenti sono i primi a soccombere», confermava Costanza
d’Azeglio: «Un giovanotto era tornato a casa la sera e aveva trovato chiuso il
portone. Cominciò a bussare, impaziente, ma tardavano ad aprirgli. Il suo
portone sventuratamente era accanto a quello di una casa di piacere. “Tanto
meglio, se non si decidono ad aprirmi – disse allora il giovanotto – Dormirò
nella casa vicina, se non posso dormire nella mia”. E infilò subito l’altro
portone. Ma si era appena disteso sul letto, con due di quelle donne da
strapazzo, che rimase come fulminato. Il colera lo aveva abbattuto».

Ad Ancona, riferì Borioni, «fu affisso in tutti i canti della
città» un «regolamento per ben condur vita nel tempo del flagello», redatto su
incarico della commissione sanitaria. Il morbo era «terribile» e «menava
strage», ma «non doveva sgomentare gli animi di tutti, perché non era poi tanto
potente da ghermir quelli che si fossero guardati dal cadervi sotto». Queste le
regole, «da osservarsi da tutti coloro che amavano la loro salvezza» (e che
potevano permettersi di applicarle): «La nettezza scrupolosa delle case, la
politezza della persona, cibi leggeri e salubri, uso di carni salutifere e
specialmente di carne di pollo, il cioccolatte nella mattina, la bevanda di the
o camomilla nella sera, la buona giornaliera digestione, l’esatta e regolare
traspirazione della pelle, la fuga dalla soverchia fatica, il lavarsi
coll’acqua tiepida ed aceto, le fregagioni secche con panni di lana o collo
scoperto, il tenersi ben guardato con maglie di lana o di seta la carne, i
profumi dentro le case, e specialmente in sull’imbrunir della sera, e la
tranquillità dello spirito».

Qualcuno, invece di prescrivere banalità e rimedi fantasiosi,
si preoccupò di consigliare misure minime di igiene e prevenzione: «Ho creduto
opportuno dovere raccomandare», scriveva in un rapporto il medico provinciale
di Venezia, «che le materie emesse dagli ammalati anziché gettarle nei letamai
vengano tosto dalla camera dell’infermo asportate e sepolte, che le biancherie
usate dagli ammalati venghino espurgate e lavate con forte ranno; che sia
osservata la massima nettezza negli abitati, che venghino aspersi i pavimenti
con una soluzione di cloruro di calce per neutralizzare i perniciosi effluvii
degli ammalati».

Le autorità erano impreparate. Provavano a negare il
pericolo, minimizzavano. Poi, all’avvicinarsi del contagio, mettevano in atto
le misure di contenimento sperimentate ai tempi della peste: cordoni sanitari
armati, chiusura delle frontiere, interruzione delle comunicazioni, sospensione
di fiere e mercati, isolamento delle località infette, quarantene, lazzaretti,
emarginazione e espulsione di mendicanti, vagabondi e lavoratori stagionali. E
quelle misure, anziché dare sicurezza, diffondevano il panico, così come i falò
su cui si bruciava lo zolfo o si bolliva la pece, che avrebbero dovuto
allontanare i miasmi, e le salve di cannonate, che avrebbero dovuto disperdere
l’aria «crassa e pesante», o i tardivi (e poco rispettati) interventi di igiene
ambientale e di disinfestazione disposti dalle commissioni sanitarie nei
quartieri più degradati. Chi poteva fuggiva, abbandonando tutto. Ecco l’esodo
dei forestieri da Ancona, nel 1836, nel racconto di Borioni: «In un attimo
cocchi, carra e carrette in movimento; e un pregare strettamente d’essere
portati altrove ed in qualunque luogo, purché fuori dell’influenza di questo
cielo maligno; e un rifiutarsi villano del cocchiere avaro, che non si piegava
alle istanze se non di quelli che più oro gli davano». Ed ecco la Napoli che
vide De Sanctis: «I più agiati fuggivano alle loro ville; la plebe squallida e
sudicia faceva spavento; nessuno osava accostarsi; l’uno fuggiva l’altro. La
vita pubblica fu sospesa; le scuole, le botteghe erano deserte».

Ovunque si bloccavano i traffici commerciali e con l’epidemia
avanzava rapida anche l’ombra della miseria. E della fame, nella morsa tra
carenza di approvvigionamenti, accaparramenti e speculazione sui prezzi, che
gli interventi governativi di assistenza non riuscivano a spezzare. Chi non
poteva fuggire si affidava a Dio: voti, riti, incensi, suppliche, esposizioni
di reliquie e di immagini miracolose, processioni. A Genova, raccontò Costanza
d’Azeglio, «nel vento e la pioggia si è svolta una processione di penitenza che
invocava la fine del colera, invece ha moltiplicato il numero dei malati». E in
quella «straziata» città «le furie epidemiche […] abbattevano centinaia di
persone al giorno». Ad Ancona, scrisse Borioni, «tutta quanta la popolazione di
borgo Pio a piedi scalzi con un’accesa candela in mano si portava alla
cattedrale per implorare […] la cessazione del tremendo flagello […] Oltre un
migliaio di persone, e la più parte donne, si vedevano o coi loro bambini in
braccio o coi fanciulli condotti a mano […] Giunsero in chiesa, e appena
prostrati davanti l’altare di Nostra Signora ruppero tutti in un grido […] e
quinci un levar di mani, un pianger di donne, uno strider di fanciulli, un
singhiozzar d’uomini». E «quelli dell’altro borgo imitavano questi il giorno
appresso», mentre «i borgheggiani di porta della Farina non s’appagavano della
solenne gita alla cattedrale; ma due giorni dopo portavano in devota
processione per le loro contrade un’immagine di Nostra Signora».

I medici talvolta erano introvabili, fuggiti anche loro in
campagna. Quelli in circolazione si presentavano alle visite domiciliari
coperti da una cappa nera di tela cerata, cappuccio con fori per gli occhi,
stivali e guanti e spesso si fermavano sulla soglia della stanza del malato,
pretendendo di visitarlo a distanza. Negli ospedali il personale era
insufficiente. Per affrontare l’emergenza, in Piemonte, un vescovo propose di
reclutare le prostitute e la prova ebbe successo: «Le prostitute si sono dimostrate
le infermiere più attente e più devote». Ma la gente diffidava di medici,
lazzaretti e ospedali, molti rifiutavano l’assistenza, i più poveri venivano
ricoverati a forza. «Il lazzaretto continua a riscuotere una generale
ripugnanza, perché i malati non guariscono che rare volte e la colpa sembra del
lazzaretto: ormai sono tutti convinti che vi si entra per non uscirne più e non
c’è modo di dissuaderli», riferì Costanza d’Azeglio. Non solo: «La gente grida
che scortichiamo i malati, che li uccidiamo noi sulla graticola: quanto meno li
avveleniamo per spacciarli senza tanta fatica e più presto». Correvano voci
agghiaccianti, che le autorità non riuscivano a soffocare, nemmeno con severi
provvedimenti. Non c’erano dubbi: ricchi, nobili e governi pagavano per
ammazzare i poveri. Arsenico invece che medicine. Delle «scemenze» che si
dicevano a Torino scrisse Costanza: «Il marchese di Rorà avrebbe dato seimila
franchi per ottenere uno sterminio di poveri. Il marchese di Barolo pagherebbe
venti franchi ai medici per ogni malato che riescono a uccidere e il Re
duecento», mentre un prete aveva tentato di entrare con la forza nel lazzaretto
per vedere con i suoi occhi gli ammalati ammazzati con il veleno. «La cuoca di
casa Bandissé, non appena si è sentita il colera non ha più voluto vedere i
suoi padroni per la paura di essere uccisa con il veleno». E si diceva che ci
fosse chi lo spargeva quel veleno, inquinando l’acqua e gli alimenti.
Nell’agosto 1835 un proclama del comandante della piazza di Genova, equiparando
al reato di omicidio le aggressioni ai presunti avvelenatori e la propagazione
di notizie false, assicurava che il governo poteva «garantire che alcuna
malignità umana non concorre immediatamente, né per alcun mezzo» a diffondere
il colera. Ad Ancona, scrisse Borioni, «alcuni […] spacciavano essere i medici
la cagione vera della malattia» e «altri più furiosi dicevano essere la
malattia opera del governo, dei preti, e dei frati, i quali avvelenavano le
pubbliche acque».

Nelle regioni del sud non bastò un editto che minacciava
frusta e prigione a chi «ardisca dire che chi muore è stato avvelenato» (ma
anche a chi «avesse ardito gittare per terra oggetti sospetti di veleno») a
frenare la ventata di panico e di violenza irrazionale. Ne scrisse Luigi Settembrini:
«Il popolo, che vede in un subito morire e non sa come e perché, crede sempre
che sia veleno, e ne accagiona i nemici, se ne ha, o quelli che egli odia. Il
nostro popolo credette che fosse veleno e che il Governo lo facesse spargere,
mandandone le casse agl’Intendenti, e questi lo dividessero fra i loro cagnotti
i quali lo gittavano nelle acque». «E avvennero fatti terribili». Nessun
dubbio: il colera era veleno. Qua e là tornò la caccia agli untori. Si diceva
che agivano bande di avvelenatori prezzolati, le fontane pubbliche venivano
presidiate da sentinelle armate, si verificarono violenze e disordini,
contenuti a stento dalla gendarmeria, aggressioni, linciaggi, esecuzioni
sommarie. A Catanzaro, avrebbe raccontato Settembrini, «tutti i cittadini si
armarono, si messero a guardia delle porte della città, e a drappelli andavano
girando pel contado». «Trovandomi inerme in mezzo a tanti che volevano fare a
schioppettate col cholera, io mi provai una volta a dire: amici miei, smettete
questa idea del veleno, ché nessun governo, per tristo che sia, ha mai
avvelenato i popoli. Ella è peste, è malattia […] c’è qualcosa in aria che
cagiona questo e l’aria non si può avvelenare […] Mi risposero inviperiti […]
Erano uomini di senno, e parlavano come matti […] credevano che era veleno e se
dicevi di no ti credevano avvelenatore». Era successo in tutta Europa. In
Polonia e in Russia erano stati distrutti ospedali e erano stati uccisi
infermieri e medici. A Parigi si erano verificati tumulti violenti. A Madrid la
folla aveva fatto irruzione in alcuni conventi, massacrando decine di frati,
accusati di nascondere veleni.

Nell’aprile 1837, dopo alcuni mesi di tregua, l’epidemia si
accese di nuovo, violentissima, a Napoli e in sette mesi uccise altre
quattordicimila persone. «Non mancavano le processioni, le esposizioni di Santi
e di Madonne, le invocazioni e le preghiere e le penitenze; ma la paura del
contagio raffreddava lo zelo religioso» (De Sanctis). I morti venivano sepolti
in silenzio, senza accompagnamento, di notte, per evitare l’ulteriore
diffondersi del terrore. Lasciando Napoli, De Sanctis attraversò quartieri
devastati: «Giunto in quei vicoli stretti e puzzolenti […] cominciò un via vai
di carri funebri, con preci sommesse […] che mi fece capire cos’era il colera
[…] L’infezione era un fetore acre, che veniva da cessi, da orinatoi, da
spazzature, da cenci, da uomini vivi e da uomini morti».

Una vittima del colera (litografia inglese, 1832)

Tra giugno e agosto la malattia passò in Calabria, si diffuse in Abruzzo e in Basilicata, entrò in Sicilia e fu una strage. Catania (quasi seimila morti) e Siracusa furono devastate. A Palermo, bloccata dai cordoni armati istituiti dai paesi circostanti, in quattro mesi il colera colpì un terzo della popolazione e fece ventisettemila morti. I pavimenti dei sei ospedali erano ingombri di pagliericci. «In un letto due o tre appestati», avrebbe raccontato il giornalista e scrittore Vincenzo Linares, «sotto al letto appestati giacevano uno vicino all’altro, uno sopra all’altro».Tutta l’isola fu sconvolta, si diffusero ovunque le voci sui complotti degli avvelenatori, su trame oscure ordite dal governo di Napoli, da agenti stranieri, da sette segrete, per infettare la Sicilia. A Palermo le raccolse Linares: «In tutto era veleno: chi lo temeva nelle pagnotte, chi nelle carni, chi ne’ medicamenti, altri perfino lo sospettava nell’ostia consacrata». Ignorato il decreto reale che, per garantire l’ordine pubblico, assegnava alle commissioni militari la competenza sui reati di «spargimento di sostanze velenose, ovvero di vociferazioni che si sparga veleno». Si scatenarono disordini rabbiosi e selvagge esplosioni di ferocia. Certo non si giunse agli episodi raccapriccianti (atti di cannibalismo e bambini arrostiti allo spiedo) raccontati in una lettera ripresa in agosto dalla «Gazzetta privilegiata di Venezia», ma ci furono gravi tumulti, saccheggi e sommosse di bande armate, talvolta intrecciate a cospirazioni antiborboniche. E furono decine i presunti avvelenatori seviziati e massacrati. «La paura diventò furore», scrisse Settembrini. «In Siracusa, in Catania, in Cosenza, in Civita di Penne furono moti simultanei. Feroce in Siracusa, dove il popolo, venuto in un pazzo furore, uccise tutta la famiglia di un giocoliere di cavalli credendo portasse veleno, uccise l’Intendente che tentava di impedire quell’eccidio e dichiarò decaduto dal trono un re che avvelenava i suoi popoli. In Catania non fu versato sangue ma rovesciato il governo». Dalle città la rivolta dilagò nei piccoli centri delle campagne, stroncata da spietate rappresaglie e condanne a morte. Siracusa, sconvolta dalla violenza popolare per più di venti giorni, tra luglio e agosto, e rea di «atti ferini e selvaggi» fu privata della dignità di capoluogo.

Frontespizi di due pubblicazioni edite a Palermo alla vigilia dell’epidemia

Mancava Roma. Tutti sapevano che non c’era speranza e che la
malattia sarebbe arrivata. Solo qualcuno si diceva certo che la città santa
sarebbe stata risparmiata dalla speciale protezione divina. Ma intanto si era
provveduto ad accelerare l’apertura del nuovo cimitero suburbano del Verano e,
nel settembre 1836, era stata istituita «una commissione straordinaria di
pubblica incolumità per provvedere ai possibili bisogni all’occasione che vi si
manifestasse il cholera asiatico». In quello stesso mese «L’Album» aveva
tentato ancora di tranquillizzare i lettori: «Non avvi dubbio alcuno che la
temperanza ed un corrispondente metodo di vita siano i più sicuri ed efficaci
mezzi per prevenire i terribili effetti» della malattia «e di tutti i rimedi,
coi quali i pubblici fogli volevano che ci avessimo a premunire da questo
novello nemico giurato della umanità regalatoci dall’oriente […] se ne
raccomanda uno principalmente […] il coraggio, uno dei più efficaci medicinali,
del quale sta a noi il fare uso contro i patimenti». Ma la commissione
sanitaria evidentemente non aveva ritenuto sufficiente l’invito alla temperanza
e al coraggio e, dopo aver impartito le prime disposizioni organizzative e di
prevenzione per fronteggiare la minaccia, aveva imposto al confine meridionale
un cordone sanitario rigoroso. Nel gennaio 1837 un editto aveva limitato le
feste del carnevale.

La protezione divina non ci fu. In luglio l’infezione entrò
nel Lazio, forse introdotta dai lavoratori stagionali. In agosto dilagò nella
capitale. E fu un disastro. Anche qui le disposizioni sull’isolamento e la cura
dei malati ebbero scarso effetto. In compenso si tennero messe solenni e
processioni imponenti, poi sospese con una notificazione del cardinale vicario,
«poiché giudicansi perniciose le riunioni e gli affollamenti in tempo di
malattia contagiosa sviluppata», e sostituite dall’esposizione alla pubblica
venerazione, nelle chiese più importanti della città, di una miriade di
reliquie – dalle teste degli apostoli Pietro e Paolo al braccio di san Rocco –
che assicuravano l’indulgenza plenaria. E intanto – nonostante un editto contro
le «inique menzogne dei veleni» – vicino al Campidoglio veniva massacrato uno
straniero, indicato come avvelenatore, e si accendeva un tumulto, con episodi
di saccheggio, contro il ghetto ebraico.

Lungo i cordoni sanitari dello Stato pontificio erano in funzione forni per la disinfezione della posta. Le lettere venivano afferrate con le pinze, deposte nella gabbia e esposte a vapori di zolfo. Il timbro riprodotto a destra attestava la disinfezione esterna. Per la disinfezione completa (timbro: «Netta fuori e dentro») venivano praticati sulle lettere alcuni tagli prima di esporle al trattamento (Museo storico della comunicazione, Roma)

Uno scrittore oggi dimenticato, Bonaventura Fidanza, attribuì
al protagonista di un volumetto pubblicato nel 1838 il racconto di una scena
atroce alla quale una sera aveva assistito: «Un sordo fragorio che veniva dalla
tacita via mi scuote […] era il carro funereo, che guidato da due becchini con
in mano una squallida face, ed un crocefisso velato a bruno recava al
campo-santo i corpi ammonticchiati di estinti, caduti nel giorno sotto i colpi
del morbo dominatore». Seguendo a distanza il convoglio, giunto al cimitero,
«dove per lungo solco si divide il terreno, veggo starsi il carro scoperchiato
[…] Piovevano in quella vasta fossa umani cadaveri scagliativi dai becchini
alla rinfusa e sconciamente. Rispetto non aveasi né al pudore delle vergini, né
alla canizie veneranda dei vecchi, né al decoro delle matrone».

«Un contagio distruttore e quasi paralizzatore della umana
società», scrisse in una lettera, in settembre, Giuseppe Gioachino Belli. «Qui
tutto crolla, e quel che non crolla trema […] Una solitudine, una mestizia, uno
squallore, per tutte le vie, per tutte le case, in tutte le facce». Negli anni
precedenti il poeta aveva dedicato una serie di sonetti alla malattia in
arrivo, raccolti sotto il titolo Er còllera mòribbus, che deformava in
romanesco il nome scientifico – cholera morbus – che le era stato
attribuito. E in un verso aveva spiegato «che mmòribbus siggnifica se
more
».

L’epidemia cominciò a declinare in settembre e si spense in
ottobre. I morti furono migliaia, qualcuno ipotizza diecimila, su
centocinquantamila abitanti. Si celebrarono solenni Te Deum di
ringraziamento, ma per chiudere la tragedia si aspettò qualche mese.
Nell’aprile 1838 ebbe grande successo una lotteria per raccogliere fondi da
destinare agli orfani del colera: grande partecipazione di popolo
all’estrazione dei numeri vincenti, a Villa Borghese, notevole la cifra
raccolta.

La contabilità complessiva dei due anni e mezzo in cui il
morbo aveva percorso la penisola fu catastrofica: quasi centocinquantamila le
vittime.