L’AFFLATO DEL MONDO

Fa molto freddo ad Aktau stamattina. Non va bene così, il freddo mi mal dispone, mi innervosisce. Il consueto, strisciante stato ansioso che mi tormenta sempre all’arrivo ed in partenza da un luogo sconosciuto, si amplifica. Sebbene circondato dai miei compagni di ventura, dai rappresentanti in Kazakistan dell’agenzia che ha organizzato il viaggio, dai due driver e dalla giovane guida kazaka dalla perfetta parlata inglese, mi sento solo in mezzo al nulla. Il meccanismo si deve mettere in moto, lo so. Troverò lentamente conforto nel concretizzarsi delle aspettative, nel rivelarsi di tutte le meraviglie, nel mantenimento delle promesse. Per ora, comunque, sto seduto sul sedile posteriore di questo enorme 4X4 a guardare, muto, una sconfinata distesa di tubi gialli e neri che traportano il gas e l’acqua. Nessun essere umano in vista. Cavalli e cammelli si aggirano tra piccoli agglomerati di edifici diroccati o in via di costruzione. Facile per me pensare ancora una volta a Bruce Chatwin  quando si chiedeva: che ci faccio qui? Questo sarà un tour fotografico selvaggio, ricordo a me stesso. Campeggio estremo per cinque giorni direttamente nei luoghi di shooting. Solo così sarà possibile cogliere le meraviglie paesaggistiche dell’immensa distesa di roccia calcarea e sale che risponde al nome di Mangystau.

Photo ©Alberto Manno

Il contatto diretto con la natura dunque, senza mediazioni, senza il confortante retropensiero che sia una cosa solo temporanea, che a breve, dopo lo shooting,  si rientrerà a casa o in albergo e che si verrà riaccolti presto nel consesso umano.  Stavolta non c’è tregua. Stavolta mi metto davvero alla prova.

In realtà è previsto un approccio graduale alla formula into the wild, attraverso una fermata di un giorno presso un campo di iurte, le grandi tende rivestite di tappeti di lana spessa, a forma di zuccotto  (la mia passione per i dolci riaffiora in maniera incontenibile…), temporaneo rifugio stanziale nel moto perenne di molti popoli nomadi orientali. Dovrei sfruttare questo momento, penso, cogliendo al volo l’unica occasione che avremo di conoscere un po’ più a fondo queste genti, prima di immergerci nel meraviglioso nulla. È solo un pensiero fugace, però. Lo scarso tempo a disposizione, una barriera linguistica insormontabile e la mia abituale ritrosia nei confronti del contatto umano estemporaneo, mi impediranno di affrontare qualunque indagine sociologica, anche la più superficiale. D’altronde, quando si parte per un viaggio bisogna avere le idee chiare, sapere cosa si vuole vedere, quali esperienze si vogliono vivere, con chi o cosa ci si vuole confrontare, e io ho già deciso: il mio nume tutelare durante questi cinque giorni di avventura sarà Ansel Adams e non Claude Lévi-Strauss. Ora dunque, le mie priorità sono altre, una buona dormita, innanzitutto, prima dell’inizio dell’avventura al chiarore dell’alba di domani.

Ma in questo inizio di domani no c’è alcun chiarore. Il cielo resta buio a lungo perché carico di nuvole. Montiamo comunque in macchina ancora assonnati e scettici sulla possibilità di una buona riuscita dello shooting. Temiamo l’unico vero nemico del fotografo paesaggista: la pioggia. E la pioggia arriva, inesorabile, appena abbiamo raggiunto la posizione. Neanche il tempo di aprire il cavalletto e di montarvi sopra la fotocamera. È dunque tutto subito chiaro:  l’immagine del primo landmark di questi luoghi, l’Airakty Valley (Valle dei Castelli), che evoca il profilo di torri, bastioni, mura di cinta e colonnati, rimarrà solo nel nostro sguardo e nella nostra mente, a gratificare certamente il turista, ma non il fotografo che è in noi.

Certo, sono deluso come lo sono gli altri, ma quel paesaggio, anche se avessi potuto ritrarlo al meglio, non sarebbe stato veramente mio. Tra tutte le mete che ci attendono, la mia è quella di domani. Lo so da quando ho ricevuto il depliant di Riccardo che illustrava il tour, anche senza vedere alcuna immagine sul web e senza ascoltarne alcuna descrizione da qualcuno che ci è già stato. Il semplice suono delle parole che lo descrivono è bastato per ammaliarmi ed attirarmi ad esso, come le Sirene per Ulisse: il Lago Salato di Tuzbair.

Photo ©Alberto Manno

Tra quel luogo ed il fotografo che è in me ci sarà un rapporto intenso. Io lo lusingherò ritraendolo inginocchiato, accartocciato o sdraiato sulla sua superficie bianca e polverosa, come pure dalle alture circostanti con il potentissimo 800 ml catadriottico prestatomi dal mio amico Francesco, che autore fotografico lo è veramente; il lago mi ricompenserà regalandomi le fotografie che voglio fare, le mie fotografie, per le quali si potrà dire vedendole, brutte o belle che siano,  queste foto le ha fatte Alberto. La riconoscibilità autoriale di una produzione del cuore  e della mente. Il premio più ambito per la paziente fatica dell’artista, vero o presunto tale che sia. Quando, all’alba del mattino del secondo giorno di viaggio, mi ritrovo con i compagni di ventura sull’altura che domina il lago, sono emozionato e carico di aspettative. Con l’occhio nel mirino della fotocamera ammiro e ritraggo il multiforme spettacolo: il miraggio delle montagne blu all’orizzonte che si riflettono sulla superficie del lago resa iridescente da un sottile strato di acqua piovana residua;

Photo ©Alberto Manno

il rincorrersi di onde di luce e lame di terra che intersecano le concrezioni saline;

l’andirivieni della spuma che adagia le frange di un tappeto di seta bianco sulla sabbia dorata.

Photo ©Alberto Manno

Non so se questo è ciò che realmente ho di fronte a me, ma poco mi interessa. Questo è il mio paesaggio, come rimarrà impresso sul sensore della fotocamera dopo che l’immagine avrà compiuto il suo fulmineo viaggio dagli occhi al cuore, passando per  il cervello. Il frutto di un processo di astrazione, che trasfigura in un attimo la realtà oggettiva per renderla invece, spero, più vera del reale. Al tramonto, vado via da questo luogo portandolo con me. Sgancio la fotocamera dal cavalletto, la metto nello zaino e mi avvolgo lo smisurato manto bianco scintillante intorno alle spalle. D’ora in poi sarà la mia coperta di Linus e nessuno potrà mai portarmela via.

Al ritorno al campo non faccio che aggirarmi con sempre maggiore curiosità e sconcerto intorno alla mia tenda igloo. Come si possa dormire in questi strani loculi di tela era, è e resterà per me un mistero. Un mistero doloroso. Si, dalle 23 alla 5 del mattino successivo ho recitato un silenzioso rosario di imprecazioni e maledizioni mentre mi avvoltolavo in un groviglio di materassini, cuscini gonfiabili, zaini, valige, sacchi a pelo, sacchi-lenzuolo  vestiti sporchi, vestiti puliti, bottiglie d’acqua e oggetti vari, circondato dagli ululati di un vento impetuoso che mi sbatteva il telo della tenda contro il viso e cercando di ignorare le proteste della mia colonna vertebrale seviziata dalla micidiale accoppiata materassino-cuscino gonfiabile, che si rivelerà sempre più un perverso strumento di tortura. All’alba, esco a fatica dalla tenda in una nebulosa di incertezza, precarietà e dolore. L’imponente figura di Andrea si avvicina. Nella mano nasconde un piccolo, morbido cuscino imbottito, la soluzione per i miei dolori di schiena. Non l’ho sentito dire “òhi òhi” e la punta del suo indice non si è illuminata come una lampadina, ma improvvisamente e magicamente  mi sento confortato, rasserenato e pronto a ricominciare l’avventura, come un bambino che ha conosciuto un nuovo amico.

Mentre ci dirigiamo verso la prossima meta, il Maestro Riccardo non sta più nella pelle. Ci stiamo avvicinando al paesaggio che ha suscitato la sua meraviglia quando è venuto qui la prima volta l’anno scorso. Quando ci arriviamo, il nostro autista Igor fa un ampio gesto con il braccio guardandosi intorno e dice compiaciuto: “Bozhira!”.

Photo ©Alberto Manno

Condividiamo tutti lo stupore e la felicità di Riccardo nell’ammirare lo spettacolo che si apre davanti a noi. Lunghi silenzi intervallano le poche parole che ci scambiamo mentre ci muoviamo lentamente per individuare il nostro punto di ripresa ideale. Ognuno di noi è chiuso in una bolla di sottile inquietudine e vertigine inebriante, nella consapevolezza che fotografare questo luogo ci farà intraprendere un fulmineo viaggio dell’anima, dalla notte dei tempi al XXI secolo. Mentre inquadro il massiccio roccioso che domina la valle, il mio personale cortocircuito spazio-temporale mi proietta improvvisamente nella struttura d’acciaio di un hangar alla periferia di Milano. Sto contemplando I Sette Palazzi Celesti di Kiefer, la più potente rappresentazione artistica contemporanea dell’anelito dell’uomo al divino che abbia mai potuto ammirare.

Photo ©Alberto Manno

Un battito di ciglia, e la macchina del tempo su cui sto viaggiando mi riporta a Bozhira, e attraverso il mio 300 mm rivedo le enormi ed ardite torri di cemento e piombo dell’artista tedesco: esistevano già, dunque, migliaia di anni prima che lui le concepisse e realizzasse; sono antiche, millenarie, fatte di calcare e sale e ora sono di fronte a me. Scorrono sullo schermo LCD della mia fotocamera le immagini con cui ho tentato di descrivere l’inizio e la fine del vertiginoso viaggio nel tempo. Quello che balza agli occhi non è tanto la solidità rocciosa di un passato che è diventato presente senza alcuna mutazione, ma l’assenza dell’uomo, inteso come figura umana e parte integrante del paesaggio.

Photo ©Alberto Manno

Non è una novità, questa. Nelle mie foto le persone non ci sono mai, se non per caso o per distrazione, perché non so ritrarre emozioni e sentimenti attraverso l’immagine e l’espressione di un volto. Ma qui, a Bozhirà, sarebbe stato superfluo. Qui, solo apparentemente non c’è nessuno tranne noi sette. In realtà, è come se tutti gli esseri umani, passati, presenti e futuri, fossero seduti sul ciglio di quest’altura, mano nella mano, protagonisti e spettatori della storia del mondo. Far parte di questa enorme folla, di questa lunga storia, mi conforta: si, voglio più bene al mondo, dopo Bozhirà.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright 




MISERIA E NOBILTA’*

Via Riscatto. È questo il nome di un viottolo che costeggia la Cattedrale di Matera. L’ho notato subito, il primo giorno che sono arrivato: striscia lungo il fianco sinistro dell’edificio, dalla parte opposta di Piazza Duomo, fino ad affacciarsi sul meraviglioso belvedere che domina il Sasso Barisano.

© Alberto Manno

Via Riscatto, cioè percorso di liberazione, strada per la rinascita, viatico di redenzione. Curioso che un nome così altisonante e denso di significato sia stato dato ad una piccola stradina della Civita, la parte della città che giace tra i due Sassi e li sorveglia dall’alto. Ma poi, riscatto da chi? Da quale condizione morale, economica o sociale? E, soprattutto, riscatto di chi? Di un singolo, di una città e della comunità che la abita, o di un popolo intero?  Per capirlo, ho dovuto aspettare il giorno successivo, quando sono andato a visitare la Casa Grotta. Durante questo viaggio mi aspettavo di avvertire costantemente ed unicamente quel misto di stupore ed ammirazione che si prova di fronte allo spettacolo della bellezza in tutte le forme in cui si manifesta. Entrando in questo minuscolo antro, gli unici sentimenti che provo sono un’infinita tristezza ed una profonda commozione. Più guardo gli oggetti che riempiono questa grotta buia e angusta scavata nel tufo e più penso, con sconcerto, alle persone che vi hanno abitato, alle sofferenze che hanno sopportato, a tutto quello che la miseria ha loro sottratto. Non c’è nulla di pittoresco o caratteristico in questo luogo. È la testimonianza di come il degrado fisico e morale possa portare alla perdita della speranza e all’accettazione di un’ineluttabile condizione di sofferenza. La Casa Grotta è uno struggente museo della rimembranza, con tutto il suo valore di monito per questa e per le generazioni a venire, affinché quello che è accaduto non si verifichi più. Era dunque da questo che bisognava riscattarsi, dalla miseria materiale e spirituale, e questo ha fatto il popolo di Matera, in poco più di sessant’anni. Lo ha fatto per se stesso e per tutti noi, con le proprie forze e con l’aiuto di una riforma coraggiosa ed illuminata, la “Legge Speciale per lo sfollamento dei Sassi”, portata avanti dai vertici della politica italiana nazionale e locale nei primi anni cinquanta. Il viottolo da cui sono scaturite queste riflessioni, con il suo nome altisonante e fortemente evocativo, nel suo serpeggiare per pochi metri di fianco alla cattedrale, non dà certamente l’idea del tempo e della fatica che sono stati necessari per ottenere il riscatto delle genti di Matera. Me ne rendo conto riflettendo sulle date e sui traguardi raggiunti: sessantasette anni, dal 1952 al 2019, da vergogna d’Italia, come fu definita da Togliatti, a Patrimonio Mondiale dell’Umanità fino a Capitale Europea della Cultura 2019. Di questo vertiginoso upgrading materiale, spirituale e culturale trovo parecchie testimonianze nel mio girovagare tra i Sassi, insieme a turisti provenienti da ogni dove. Un’altra grotta, per esempio, un’altra casa, ma questa volta riqualificata e rimodellata dalla mano sapiente di architetti locali sotto la spinta di realtà culturali illuminate, che l’hanno fatta risorgere dall’antico stato di fatiscente testimonianza di un triste passato a luogo dove si celebra il presente più entusiasmante. Chi si immaginava, entrando con un gruppo di congressisti multietnici nella Casa Cava, di ritrovarsi nell’unico centro culturale ipogeo del mondo, dove gradinate di legno e vetro, sapientemente utilizzato per lasciar intravedere il passato, portano ad un palcoscenico anch’esso trasparente, davanti al quale si apre una platea di sedute avveniristiche, su cui occhieggiano schermi al plasma incastrati sulle pareti di tufo

© Alberto Manno

Una confortante, gratificante e inaspettata realtà che lascio a malincuore agli indaffarati congressisti immersi nel loro dibattito solo dopo aver scattato, o meglio rubato come un navigato street photographer, molte immagini con la mia fotocamera.

Eh, già, la fotografia, la mia passione. Desidero ardentemente soddisfarla anche durante questo viaggio a Matera. Reflex in mano e zaino fotografico in spalla cercando la mia immagine della città. Il compito è arduo: Matera è un landmark fotografico per dilettanti e professionisti. È stata fotografata in tutte le condizioni climatiche, di giorno come di notte, all’alba ed al tramonto, in ogni suo angolo o recesso e secondo le più varie chiavi interpretative. Ma questo spicchio di mondo, dove l’identità ancestrale si mescola sapientemente con la modernità, mi affascina, sento che devo celebrarlo anch’io con i miei scatti, e non mi intimidisce la consapevolezza che molti anni fa lo abbiano già fatto i padrini della Magnum Photos. Quei grandi maestri, con le loro immagini hanno svelato al mondo la miseria e la desolazione che regnavano in questi luoghi fino ai primi anni cinquanta, io, con le mie voglio sentirmi partecipe della rinascita.

I Sassi nascono dal tufo, sono scavati nel tufo, emergono dal tufo.

© Alberto Manno

Un paesaggio fatto di bianchi e grigi mai troppo definiti, senza forti contrasti, e mi rendo presto conto che ritrarlo a colori non ne esalta il fascino. Dunque, per la prima volta nella mia carriera di fotoamatore appassionato, decido di lanciarmi nell’elitario mondo del bianco e nero. L’intreccio dei tetti, l’incrocio dei muri sgretolati, i vicoli angusti raggiunti percorrendo gradinate impervie, tutto è stretto, ravvicinato, quasi asfissiante.

Un’architettura di pieni che si incastrano in altri pieni, perché i vuoti, gli antri scavati nel tufo e ora garbatamente e spesso elegantemente riadattati al viver moderno, sono celati allo sguardo, chiusi da portoni o inferiate, forse anche, penso io, ad occultare con non sopita vergogna la loro triste passata esistenza.

© Alberto Manno

Non c’è scampo, la luce perpendicolare non potrà mai esaltare quest’architettura. I grigi diventeranno bianchi sfavillanti e neri luminosi solo all’alba o al tramonto: beh, ovviamente, scelgo il tramonto, ma per tutto il giorno, in realtà, si protrae questa faticosa ma inebriante shooting session. All’inizio rifuggo dalle panoramiche, determinato a non cedere alla tentazione dell’immagine cartolina, e mi concentro sui particolari, sui dettagli: piccoli edifici che si aprono, come minuscoli anfiteatri, su slarghi appena accennati di angusti viottoli di pietra; le chiese rupestri, con i loro interni riccamente arredati dalla semplice nudità del tufo in cui sono state scavate; le facciate delle case, che nel  loro sovrapporsi prospettico evocano l’intersecarsi dei quadrati e delle linee delle opere di Mondrian, solo private del gioco dei colori primari.

© Alberto Manno
© Alberto Manno

Non è facile far percepire il fascino di questo paesaggio riprendendolo dall’interno, scendendo negli ipogei, nelle grotte e nei cortili degli antichi palazzi secenteschi al cui interno, inaspettato premio al mio ossessivo girovagare, si rivelano alla mia ammirazione i tesori della scultura contemporanea del MUSMA° o le opere dei fotografi professionisti celebrate nella mostra del World Press Photo 2019.

© Alberto Manno

Via via che passano le ore e poi i giorni, questo addentrarsi sempre più spinto all’interno dei Sassi mi provoca una sensazione fastidiosa di esaurimento, di claustrofobia, e mi convinco che devo uscire fuori da questi vicoli, per cercare una prospettiva più ampia. Ripercorro allora in salita le impervie stradine fino a raggiungere le gradinate e gli spiazzi più alti dei Sassi, o i magnifici belvedere che li dominano, e da lì lascio spaziare lo sguardo e poi scatto. Spero di poter immortalare sul sensore, e quindi per sempre nel mio ricordo, quel misto di stupore ed ammirazione che tanto mi aspettavo di provare fin dall’inizio di questo viaggio di fronte allo spettacolo della bellezza, che ora si manifesta di fronte a me in tutta la sua potenza.  Mi sento tuttavia un po’ in imbarazzo quando mi rendo conto che questa sequenza di scatti ritrarrà proprio quella Matera da cartolina da cui mi ero riproposto di rifuggire.

© Alberto Manno

Ma alla puntuale verifica di ogni singolo fotogramma sul piccolo schermo LCD della reflex, routinaria consuetudine di ogni fotografo che si rispetti, cresce in me la consapevolezza, o forse la presunzione, di aver capito, di aver trovato la chiave interpretativa giusta: per ritrarre un luogo come questo bisogna abbandonare ogni desiderio di stupire, perché lo stupore nasce dalla semplice constatazione. Le inquadrature ardite, l’esaltazione del dettaglio, la trasformazione dell’immagine concreata in astratta, che hanno sempre caratterizzato il mio modo di ritrarre il paesaggio, questa volta rischiano di rivelarsi inefficaci nell’obiettivo di esaltare il fascino di questo luogo. Fotografiamo tutti Matera come un presepe perché Matera “è” un presepe. Un presepe vivente però, salvato dall’oblio grazie alla saggezza e alla lungimiranza di alcuni ed alla forza e al coraggio di molti.  E questo a cui penso stanotte affacciato al belvedere, dopo l’ultimo scatto al presepe che si illumina della luce di mille piccole lampadine.

© Alberto Manno

Chissà chi avrà attaccato la spina e premuto l’interruttore…


*Resoconto di un viaggio fatto un anno fa, quando la maggior parte di noi pandemia non sapeva neanche cosa significasse.

°Museo della Scultura Contemporanea Matera


Tutte le immagini sono coperte da copyright © Alberto Manno




OTTANTA METRI SOTTO IL LIVELLO DEL MARE AI CONFINI DEL MONDO.

Roy’s Cafe © Alberto Manno

Ho ricevuto un messaggio da Riccardo qualche tempo fa. Conteneva l’immagine sbiadita della copertina di un’edizione paperback di On the Road. Il sottotitolo recitava: ricordi. La sensazione del déjà vu è stata immediata: dove ho già visto questa foto che ritrae il Roy’s Cafe sulla ROUTE 66? Ma sì, l’ho scattata io durante lo Scenic Landscape Photo Workshop nella Death Valley della scorsa primavera.

È come se il mio maestro di fotografia, con l’aiuto di Jack Kerouac, mi avesse svegliato dal letargo dicendomi “Ehi, ma ti sei reso conto di dove ti ho portato qualche mese fa?” Si Riccardo, lo so bene dove mi hai portato, dove sono arrivato, il limite che ho toccato. Da Roma al confine del mondo, dalla realtà al mito. Abbiamo attraversato, ammirato e fotografato il “nulla” più solido, colorato e potentemente reale che si possa immaginare, attraversato spazi immensi, ammirato la neve sulle montagne da sterminate distese di sale poste ad ottantasei metri sotto il livello del mare, on the road ma anche off the road a bordo di quattro Truck Campers, in una sorta di parentesi atemporale. L’informativa sul viaggio era stata, come sempre, molto chiara e quindi sapevo a cosa andavo incontro. Mi aspettava un’immersione nella natura selvaggia molto più intensa e in una realtà logistica molto più precaria rispetto a quanto avessi mai vissuto in passato.

Il prologo dell’arrivo a Los Angeles dunque, non poteva che costituire un antefatto, un preambolo allo svolgimento della storia. Città incomprensibile Los Angeles, soprattutto ad una visione così fugace come è stata la mia, limitata al tragitto dall’aeroporto all’hotel, ma spesso, mi dicono, indecifrabile anche per chi ci ha vissuto per lunghi periodi ma non ci è nato. Un’immensa distesa di strade, luci ed agglomerati di edifici. Non ho visto altro. Uno spazio indefinibile che ho preferito non considerare. Non ero lì per esplorare il Sunset Boulevard o passeggiare tra i pattinatori palestrati di Venice Beach. Il viaggio per me inizia la mattina successiva con il trasferimento in una delle tante cittadine dei sobborghi per ritirare i Truck Campers, curiosi ibridi tra mezzo di trasporto e casa, che hanno lasciato vagamente perplesso ed inquieto chi, come me, annovera come unica esperienza di campeggio due giorni in roulotte nei pressi di Maratea all’età di tredici anni circa, e di quel soggiorno non ha un entusiasmante ricordo. Per fortuna il mio compagno di equipaggio è Stefano e la sua allegria e il suo entusiasmo per l’impresa presto contagiano anche me e vogliamo solo partire: check mezzi, check equipaggiamento, check walkie-talkie per comunicazioni di servizio (evviva, nella Death Valley non c’è copertura per i cellulari!) e si accendono i motori. Siamo ben consci che il fascino di ogni meta raggiunta sarà amplificato dalla fatica fatta per conquistarla.

Tanto per iniziare, bisogna percorrere quattrocentoventi chilometri da Los Angeles per arrivare a Furnace Creek, il luogo da cui tutti cominciano, dove ancora puoi pensare di essere in un territorio che ti appartiene, che puoi descrivere. Già qui, comunque, in questo desolante campeggio pseudo-organizzato, inizio ad essere pervaso da una strana irrequietezza, perché sento che a breve mi addentrerò in una realtà indecifrabile, attraversando un luogo-non luogo al di là delle Colonne d’Ercole. Per il momento però sono ancora sulla terra ed il primo paesaggio che mi si para davanti agli occhi è inaspettato, affascinate ma ancora comprensibile: una distesa di sabbia e dune, le Mesquite Flat Sand Dunes, appunto.

Mesquite Flat Sand Dunes © Alberto Manno

Il riverito maestro Riccardo sa dove portarmi a fotografare per farmi entusiasmare. Impazzisco ad entrare con il mio 300 mm nell’indolente susseguirsi delle onde di sabbia dorata, sforzandomi di esaltare nell’inquadratura l’intersecarsi di ombre e luci, inseguendo l’idea di trasformare con le mie foto il concreto in astratto, così che gli elementi nella natura si trasformino ai miei occhi, e quindi sul sensore della mia fotocamera, in macchie, figure, pennellate di colore. Questo è il mio modo di fotografare, così interpreto la fotografia di paesaggio. Solo così nello scatto vedo rappresentata la mia emozione e mi sento appagato. Il grande vantaggio che hanno i fotografi, non importa se dilettanti o professionisti, nei confronti degli altri viaggiatori secondo me è proprio questo: possono immortalare la loro sorpresa, congelare in eterno la meraviglia, fermare l’attimo e inorgoglirsi del possedere un’immagine che ricorderà loro per sempre l’emozione provata. Questo soprattutto se la foto è buona e, purtroppo, almeno nel mio caso, non è la regola. Ma Riccardo è stato ed è un bravo maestro e la passione è forte in me. Per questo continuo il mio apprendistato fotografico con entusiasmo durante questi pellegrinaggi attraverso luoghi fantastici, sopportando con serenità il continuo richiamo alle ferree regole della buona tecnica fotografica.

Ma quanto si deve essere bravi per raffigurare con efficacia il mito? Questa domanda mi frulla in testa dall’inizio di questo viaggio, perché so che una delle mete che mi attende è un landmark per chi è stato giovane negli anni ‘70 o ha amato il cinema e la cultura che quegli anni hanno raffigurato e descritto: Zabrinskie Point. Quando uscì il film di Michelangelo Antonioni, io ero un ragazzino di sei anni appena trasferitosi da Potenza nella capitale e, come tale, poca contezza potevo avere del clima di cambiamento sociale e culturale di cui i giovani di allora si facevano interpreti. Dunque, la visita a Zabrinskie Point non sarebbe stato per me un flash back verso esperienze vissute o atmosfere già assaporate, ma il film di Antonioni l’ho visto e la potenza evocativa di alcune sequenze me la porto dentro. L’immagine di quella specie di altipiano dalle mille fenditure rocciose su cui decine di corpi di giovani si abbracciano nella celebrazione dell’amore libero in una scena che tanto clamore ha suscitato all’epoca della sua proiezione sugli schermi, è entrata nel mio immaginario.

Zabrinskie Point dawn © Alberto Manno

Tuttavia, quando arriviamo, l’alba è appena sorta e l’immagine del deserto riarso, polveroso e abbagliante nella luce del sole allo Zenith in cui si celebra la storia d’amore onirica tra i due giovani protagonisti del film non è quella che ho davanti ai miei occhi. Piuttosto, il rosso del cielo sovrastante le rocce che lentamente si manifestano nelle loro mille tonalità di bianco, giallo, ocra e marrone, mi suggeriscono una confortante idea di concretezza. Così è fatto il mondo, penso. Il mondo vero, da cui veniamo e su cui ci muoviamo, non quello che ci abbiamo costruito sopra nel corso dei secoli nel segno del progresso della nostra civiltà, vero o presunto che sia. All’intensificarsi della luce del giorno che nasce, l’agglomerato roccioso che ho davanti agli occhi sembra però perdere via via la sua immutabile solidità, per assomigliare sempre di più ad un enorme creme caramel. Ma chi mi conosce lo sa, io sono molto goloso, e quindi in questo meraviglioso budino mi ci tuffo dentro senza indugi con la mia fotocamera, per fissare indelebilmente il ricordo di questa incursione in un paesaggio la cui bellezza è amplificata dall’evocazione di un clima storico e culturale che, nel bene e nel male, è stato cruciale nell’evoluzione della nostra società.

Zabrinskie Point © Alberto Manno

Le emozioni della giornata non finiscono con questo affascinante flashback negli anni ’70 tra gli scenografici calanchi di borace e lava di Zabrinskie Point. Nel pomeriggio è prevista la visita ad un altro luogo delle meraviglie, la contemplazione di un nuovo incredibile panorama, dell’ennesimo inaspettato scenario. Per conquistare la meta dobbiamo continuare a scendere, sempre di più ed ancora di più, fino a raggiungere il luogo più profondo degli Stati Uniti. Ad ottantasei metri sotto il livello del mare si trova infatti il Badwater Basin, la terza tappa del nostro pellegrinaggio nell’altrove, il primo impatto con qualcosa di inaspettato, con un paesaggio indecifrabile. Incamminarsi zaino in spalla e cavalletto in mano su questa immensa pianura di sale, divisa in grandi zolle che costituiscono un ordinato mosaico, mi è più che mai necessario per stabilire delle coordinate che guidino il mio sguardo, per identificare o almeno ipotizzare la presenza di un confine. La vastità infinita mi affascina ma mi mette a disagio come fotografo. Io ho bisogno di creare una cornice, di rinchiudere quello che voglio ritrarre in una composizione ordinata. Attendo il declino della luce pomeridiana concentrandomi nel tentativo di individuare un punto di ripresa efficace. Le ombre calano con lentezza inesorabile sulle montagne che circondano questa vastità bianca, luccicante e polverosa che vista da lontano sembra un lago ghiacciato, finché la luce quasi scompare. Scattare ora è quasi proibitivo, ma sento che questo è il momento giusto. Il palcoscenico delle zolle azzurre si distende verso il fondale delle montagne blu che si ergono in lontananza. Il paesaggio sottomarino sconcertante ed alieno ora mi accoglie. Questo luogo adesso è anche mio e, sereno, premo il pulsante di scatto. Quando mi siedo al posto del passeggero nel Truck Camper non ho molta voglia di parlare. Sono sopraffatto dall’emozione, stanco anche fisicamente. Non riesco a staccare il pensiero da quell’immensa distesa di sale, dalla scacchiera infinita di caselle bianche e bianche su cui le uniche pedine che si muovevano eravamo noi sette ed altri tre o quattro turisti, felici e sconcertati come noi. Mi convinco che questo spicchio di mondo così diverso da tutto ciò che si possa definire terreno non appartiene agli esseri umani e sorrido tra me e me al pensiero che, appena allontanatici con i nostri traballanti mezzi di trasporto, re e regine, alfieri e cavalli e torri e pedoni provenienti da un pianeta sconosciuto, nascosto nel cielo blu notte che ho fotografato, piomberanno sulla scacchiera di sale per combattere un’epica battaglia in nome della libertà e della giustizia, attestando così il loro dominio su questi luoghi.

Ma se gli alieni giocano a scacchi nel Badwater Basin, il luogo dove si svolgono le partite del loro campionato di calcio è un altro, è a centociquantasei chilometri di distanza e si chiama Racetrack playa. È un’immensa spianata di fango secco perfettamente liscia, divisa in piccole zolle dalle fenditure formatesi ad opera del sole, circondata da tribune di rocce. Impegnato nel tentativo di esplorarla in lungo e in largo, senza peraltro riuscire a raggiungerne il confine tanto è vasta, cantando a squarciagola in un impeto di libertà che mai ho provato prima e di cui nessuno mai potrà raccontare, visto che non c’è nessuno tranne i miei colleghi d’avventura che neanche vedo più tanto sono distanti, all’inizio non le noto. Ma poi, volgendo lo sguardo sul tappeto di fango su cui sto camminando, mi imbatto in piccole rocce, sassi perlopiù, poste a distanza variabile le une dalle altre in un ordine che non sembra casuale, ciascuna ferma al termine di una piccola scia scavata nel terreno. Queste pietre si sono spostate: come? Cosa o chi ha provocato il movimento? Un cartello spiega il mistero: in caso di pioggia abbondante, la playa può trasformarsi in un lago poco profondo. Con il gelo della notte l’acqua si trasforma in ghiaccio, che avvolge anche i sassi che vi si trovano sparsi. Il calore del sole scioglie il ghiaccio lasciandone solo un velo intorno ai sassi che, quindi, spinti dal vento impetuoso, pattinano sul terreno spostandosi anche per molti metri, lasciando lunghe e stupefacenti scie dietro di essi. Sarà, ma mentre ammiro questo luogo, incredibile nella sua perfetta proporzione tra spazi orizzontali e verticali, con le piccole rocce sapientemente collocate quasi a decorare la vasta pianura, sono sempre più convinto che sia un’arena, creata per accogliere i giocatori e gli spettatori provenienti dal mondo fantastico e sconosciuto a cui appartiene. Appena conclusa la shooting session mi metto quindi comodo sul Grandstand, l’enorme roccia che altro non è se non la tribuna d’onore dello stadio, perché tra poco, ne sono certo, una di quelle piccole rocce diventerà il pallone che si disputeranno in un’esilarante partita di calcio gli animali fantastici arrivati direttamente dall’isola di Naboombu; io però, dopo averli ammirati, andrò via a bordo di un Truck Camper e non su un letto che vola dopo aver fatto fare al pomo d’ottone della testiera un quarto di giro a sinistra.

Al confine del mondo ci arriviamo l’ultimo giorno. L’ultima meta del tour, quella più agognata, suggestiva e misteriosa. E la più lontana e difficile da raggiungere: circa duecento chilometri di strada impervia e sterrata, che nell’ultimo tratto si trasforma in un viottolo di sabbia e sassi a stento praticabile dai Truck Camper. Il paesaggio è stupefacente ed inquietante ancora prima di arrivare alla meta. Ai due lati della strada, le catene montuose che la circondano hanno caratteristiche totalmente differenti, tanto che sembrano appartenere a luoghi diversi, geograficamente incompatibili. Sulla sinistra, colori caldi, vegetazione e rocce che variano dal viola al verde, dall’aspetto rassicurante; sulla destra, montagne nere, striate di bianco dai resti della neve, avvolte in una nuvola di vento e sabbia. Lo Yin e lo Yang. La notte ed il giorno. L’Inferno ed il Paradiso.

To Eureka Yin © Alberto Manno
To Eureka Yang © Alberto Manno
Eureka Land © Alberto Manno

Rimaniamo in questo strano limbo per almeno tre ore ad attendere che la tempesta di sabbia che ci ha colto all’improvviso si plachi quel tanto che ci consenta di proseguire fino alla nostra meta. Perché i vortici di vento sabbioso partono proprio da lì, dal luogo che dobbiamo raggiungere, dalla madre di tutte le dune, la più alta di tutta l’America del Nord, quella il cui nome non potrebbe essere più evocativo di un obiettivo raggiunto, di un esperienza conclusa: Eureka Dunes.

La parola Eureka si usa per esprimere gioia per aver trovato una cosa cercata o la soluzione di una questione o di un problema. Proprio questo è il significato che questo luogo ha per me. Inizio ad esplorarlo alla luce calante del tramonto, quando le onde di sabbia prendono i colori delle ombre e i marroni si alternano ai blu. Ma l’emozione più forte la provo il mattino successivo. È molto presto, il sole è appena sorto. Ancora una volta mi ritrovo solo, zaino in spalla e cavalletto in mano. Bisogna salire, scalare la duna ed entrare nelle onde di sabbia, sinuose, morbide e lisce come seta perché le poche impronte lasciate dai nostri predecessori il giorno prima sono state spazzate dal vento notturno. Quando il mio punto di osservazione diventa sufficientemente alto, mi rendo conto che questa non è una duna, è un’isola galleggiante su un mare di sabbia, terra e sale e circondata da montagne di oltre quattromila metri d’altezza, tanto da rendere questo paesaggio incomprensibile e paradossale. La salita è lenta e faticosa, le pause per fotografare con gli occhi e poi con la fotocamera continue e profondamente appaganti. Mi sento come sulla vetta dell’Everest, anche se la vetta della duna non riesco a raggiungerla, data la scarsa forma fisica. Ma rimanere lì, seduto sulla sabbia tiepida a guardare e pensare mi apre la mente e mi mette in sintonia con il mondo passato, presente e futuro.

Ogni pensiero negativo se ne va. Mi sento improvvisamente e inaspettatamente ottimista sul mio destino: Eureka! Ho trovato me stesso!


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright ©Alberto Manno




IL MAGICO WEEK END DELLE PAROLE SCRITTE

Sono circondato da parole, parole e parole, proprio come se fossi io l’Alberto che duetta con la grande Mina. Ma le parole che io sento non sono cantate, ma piuttosto pronunciate, recitate, amplificate e distorte dai microfoni e, soprattutto, lette dalle pagine di un libro. Si, qui a Torino, al Salone del Libro, la protagonista assoluta è la parola scritta.

È un festival di idee ed emozioni messe su carta, affidate allo strumento di cultura per antonomasia: il libro. Sono molti anni che frequento il Salone e chiedendomi la ragione di questo annuale peregrinare in terra sabauda nel mese delle rose, non so trovare altra risposta se non che “mi fa bene”. La sensazione di benessere a cui faccio riferimento non nasce solo dalla certezza dell’arricchimento culturale che me ne verrà, dalla possibilità di approfondire i grandi temi della nostra vita quotidiana a tu per tu con grandi esponenti dell’intellighenzia culturale italiana e mondiale o dal parlare e sentir parlare dei grandi capolavori della letteratura come dei nuovi libri, direttamente da chi quei libri li ha scritti o che allo studio di quei capolavori ha dedicato una vita intera. No, già questo basterebbe, ma non è solo questo. La piacevole sensazione che mi invade ogni anno quando varco la soglia del Lingotto, nasce dall’atto stesso, cioè dal semplice partecipare, dal sentirmi parte di un meccanismo virtuoso, una piccolissima ma indispensabile rotella che contribuisce a far muovere l’ingranaggio del progresso della nostra società. Il progresso vero intendo, la reale crescita di un popolo, che nasce dalla diffusione della scolarizzazione, dell’istruzione e della cultura nel senso più ampio del termine ed è premessa indispensabile per il progresso economico e materiale.

È una sensazione rigenerante e bellissima aggirarsi tra gli stand degli editori o nelle sale convegno a pieno titolo, perché consci di essere la ruota intorno a cui tutto gira. Io sono “il lettore”, mi dico, quello che i libri li compra e poi li legge e li giudica, colui che giustifica l’esistenza e la sussistenza dell’evento stesso, ed ho quindi una grande responsabilità. Certo, sono qui per divertirmi, ma non per perdere tempo. E come me molti, tantissimi altri. Centoquarantottomilatrentaquattro quest’anno, per essere precisi. E moltissimi sono stati i ragazzi ed i bambini. Si, questo evento è concepito per i giovani, dedicato ai giovani e sostenuto in larga parte dal loro impegno. Questo, io credo, è il punto di forza dell’iniziativa: mantenere vivo il contatto tra il libro e le giovani generazioni, ribadirne il ruolo primario ed insostituibile come strumento di comunicazione del sapere, anche e soprattutto tra chi, come i ragazzi, è quotidianamente tentato di utilizzare altri strumenti di informazione e conoscenza più immediati ed accattivanti. Non c’è guerra però. Non c’è astio, né demonizzazione o rifiuto del progresso. Quello del Salone di Torino è solo un potente richiamo al potere ed al fascino della lettura. Un invito ad un approccio alla conoscenza più lento, approfondito e meditato. Ed a giudicare dai volti dei giovani che ho visto impegnati nelle varie attività, dal volontariato all’organizzazione dei gruppi di lavoro, come pure degli insegnanti alla guida delle molte scolaresche che si incontravano nei corridoi dei padiglioni, è stato un invito accolto di buon grado.

Per godere al massimo di questa meravigliosa esperienza, bisogna però avere doti di grande pazienza e resistenza fisica (lunghe file per assistere agli eventi, le voci di relatori che si sovrappongono le une alle altre e si mischiano a quelle del pubblico generando un intollerabile frastuono di fondo, difficoltà a procurarsi un misero panino nei punti ristoro presi d’assalto dalla folla all’ora dei pasti, file interminabili ai bagni etc…etc…). Personalmente, anche quest’anno, ho resistito solo per tre giorni e sono andato via desiderando ardentemente il ritiro in un eremo francescano dove regnasse il silenzio.

Tuttavia, pur in un lasso di tempo così breve ed in un’atmosfera così caotica, ci sono stati molti momenti indimenticabili. Come l’incontro con il figlio di Jerome Salinger, uno dei più grandi e misteriosi maestri della letteratura americana che con il suo capolavoro ha contribuito a formare le coscienze di più di una generazione di giovani di tutto il mondo. È stato bellissimo introdursi nella dimensione privata di questo artista, senza pruderie o desiderio di scoprire chissà quale segreto, così come farebbe, appunto, un figlio che vuole solo rendere omaggio ad un padre che ha molto amato. La presunta misantropia, le accuse di essersi colpevolmente isolato dal mondo, di aver interrotto la pubblicazione dei suoi capolavori per un presunto atteggiamento di superiorità nei confronti del pubblico che lo aveva osannato, si sono sciolte al calore del racconto di questo padre famoso a cui bastava guardare il figlio negli occhi per un attimo, per leggergli dentro e capire tutto di lui; di quest’uomo che anche al culmine del successo e della notorietà rimaneva autentico e buono, dedito ad aiutare tutti quelli che glielo chiedevano; di questo autore che non ha mai smesso di scrivere ma solo di pubblicare e, comunque, non ha mai espresso l’intenzione di tenere per sé i suoi scritti. Quindi, il messaggio confortante per tutti noi che abbiamo amato le sue opere è stato che tra qualche anno saranno pubblicati degli inediti. E noi non vediamo l’ora.

Momenti indimenticabili per me sono stati anche quelli in cui ho ascoltato chi i libri li ama, li studia e dedica la vita a farci conoscere la magia che si racchiude in essi. Ho compiuto così meravigliosi viaggi, per esempio nel mondo di Hermann Melville, di cui ho capito molto di più in quell’ora dedicata alla presentazione del volume che raccoglie molte delle sue poesie che non dopo due mesi di faticosa lettura di Moby Dick, o in quello dei libri animati, che ho appreso con gioia e stupore non essere solo strumenti di svago ormai desueti per bambini riflessivi, giudiziosi ma che non amano giocare a pallone o non hanno a disposizione una play station ma, piuttosto, vere e proprie opere d’arte grafica e portentosi strumenti di conoscenza e divulgazione scientifica fin dai primi secoli del secondo millennio, come peraltro ampiamente illustrato nelle due mostre contemporanee, a Roma e Torino, di cui l’incontro al salone ha fatto da presentazione. E che il curatore del progetto sia stato un professore universitario di Lettere mio grande amico, è stato ulteriore motivo di immenso piacere e legittimo orgoglio: complimenti Gianfranco, sei stato bravissimo. Eh già, la mia passione per i libri è sicuramente alimentata dal mio rapporto di amicizia fraterna con persone che i libri, non solo li studiano, come Gianfranco, ma che li scrivono proprio, e con grande successo, come Mauro. Quest’anno mi sono incontrato fugacemente con lui più volte nel corso dei miei tre giorni al Salone, in occasione della presentazione del suo libro o della sua partecipazione alle molte iniziative in cui è stato coinvolto, alle quali ho puntualmente assistito. Ma i momenti più belli sono stati quelli in cui ci siamo ritrovati tra gli stand, andando a zonzo senza una motivazione particolare e chiacchierando delle grandi come delle piccole cose, come fanno gli amici. Nel suo ultimo romanzo, Mauro ha parlato di sé anche attraverso la celebrazione dell’amicizia, ed ho così provato sulla mia pelle l’inebriante e sconcertante sensazione del passaggio dalla vita vera a quella descritta nelle pagine di un romanzo. Sono diventato improvvisamente, bontà sua, persona/personaggio, e questo duplice ruolo mi ha sconcertato e ancora mi sconcerta, come lui sa bene. Tuttavia, ho potuto constatare direttamente come la scrittura si nutra dell’esperienza dell’io, come lui mi ha detto più volte, ed io aggiungo che la lettura è un impegno che trova motivazione nel tentativo di far propria quell’esperienza, perché possa in qualche modo arricchirci. È proprio questo il motivo per cui abbiamo sempre più bisogno di scrittori onesti, capaci ed ispirati, libri illuminanti, avvincenti e provocatori e festival, come quello di Torino, che li celebrano: perché la scrittura si nutre dell’esperienza di chi scrive e nutre quella di chi legge: un circolo virtuoso che ci può molto aiutare a comprendere sempre meglio noi stessi e la vita che viviamo. E niente paura se, chiudendo il libro, avremo deciso di iniziarne una nuova.





I sette pilastri della saggezza reloaded.

Aeroporto Internazionale Queen Alia di Amman, Giordania. Sono arrivato ma non sono ancora giunto. È un avvicinamento a tappe, lo so. Sognare ma anche soffrire per raggiungere la meta agognata. Come al solito, però, non riesco a gestire l’ansia. Non sopporto il prologo allo spettacolo, lo scorrere dei titoli di testa. Ora in aeroporto e in un batter di ciglia su un dromedario bianco a scorrazzare sulle orme del colonnello Lawrence: no, questo è solo sognare, rassegniamoci, dunque, a soffrire. Prima tappa del percorso di avvicinamento un bruttissimo albergone alla periferia della città dove trionfa il kitsch e l’innegabile cortesia del personale tenta di supplire a piccole ma evidenti défaillances di professionalità, che contribuiscono al consolidarsi di una serpeggiante e disturbante atmosfera di incompiuto, approssimativo, sfavillante solo in superficie: sono ancora molto lontano da dove voglio essere. La mattina dopo continua la tortura. Mi sembra addirittura di allontanarmi ancora di più dal sogno, trovandomi in mezzo ad una caotica cittadina in cui la chiesa greco-ortodossa intitolata a San Giorgio custodisce i resti di un pavimento a mosaico di epoca bizantina che rappresenta in modo mirabile la prima mappa geografica del medio oriente. Non posso non subire il fascino di un rimando così potente alle origini della nostra storia e delle religioni ebraica, cristiana e musulmana, ma l’impressione è che tanto valore storico non sia associato ad un eguale valore artistico. A me questi mosaici non piacciono granché, ed il pensiero corre subito a quelli di Piazza Armerina, una delle tante meraviglie del nostro passato di incomparabile bellezza, stile ed eleganza ignorate dai più nel nostro paese, che ricordo molto più raffinati, meglio conservati ed enormi, se paragonati alle poche tessere che costituiscono il mosaico che sto ammirando sotto, o meglio, davanti ai miei piedi. Ma questa è tutt’altra storia e pensarci non fa che acuire il mio sotterraneo disappunto, la strisciante sensazione di star perdendo tempo, l’angoscia che monta dentro di me per non aver raggiunto ancora la meta e non saper come fare per abbreviare l’attesa. E l’attesa non si abbrevia, si prolunga. Ecco il colpo di grazia definitivo. La meta religioso-turistica per eccellenza. Il pellegrinaggio mordi e fuggi al Monte Nebo, dove Mosè ebbe la visione della Terra Promessa, morì e fu sepolto in un luogo sconosciuto nei dintorni. Al contrario di Mosè io qui la mia terra promessa non la vedo ma sono sicuro di spegnermi definitivamente come lui, qui ed adesso, seppellito dal peso di questo struggimento. Mentre seguo passivamente il gruppo scattando brutte foto dell’ennesima spianata di mosaici all’interno della basilica, come un Bruce Chatwin senza moleskine e senza fascino anglosassone mi domando: che ci faccio qui? Va bene, ora basta. Risalgo in minivan con gli altri e mi impongo serenità, certo che non ci saranno più ostacoli. E il minivan finalmente va, procede tra terre asfaltate e sterrate e al calar del sole la meta è raggiunta. Tutto diventa vero. Mi crogiolo al calore intimo che un misto di soddisfazione e serenità mi regala, calore che supera di gran lunga la calura esterna: si apre davanti a me il Wadi Rum.

Il primo appuntamento come al solito è all’alba. Io sono un fotografo, non un turista. Certo, apprendista fotografo, ma senz’altro non un semplice backpacker. Io qui, ancora una volta sotto la guida del prode e valente Riccardo, ideatore e tour-leader degli ScenicLandscapePhotoWorkshop, sono venuto per imparare a fotografare “l’infinito”, come dice lui. E io di lui mi fido. Franco Fontana, il più grande di tutti per me, non ha mai fatto mistero della sua scarsa propensione a fotografare alla pur splendida luce dell’alba. Vista la difficoltà con cui mi sono svegliato alle 4 del mattino, mi sento sempre più vicino al grande maestro, ma comunque tonico, concentrato e certo che proverò grandi emozioni. Le mie certezze non crollano nonostante il freddo pungente della notte desertica e la sofferenza del mio fondoschiena, continuamente sollecitato dagli sbalzi sulle panche esterne del pick up che si fa largo tra la sabbia e le rocce del Wadi Rum, che per il momento scorgo appena. Eh già, perché il pick up è il dromedario dell’epoca moderna. Il deserto del Wadi Rum, nel 2018, non è più la terra dei Beduini, affascinante popolo nomade che dal deserto ha saputo trarre la propria fonte di sussistenza attraversandolo in lungo e in largo a dorso di dromedario. O meglio, i Beduini ci sono ancora, ma sono perfettamente integrati nella macchina acchiappaturisti, come oggi è ridotto questo deserto millenario, e animano le tante attività ricreative ammantate di uno sbiadito alone di “autenticità” che si offrono al turista estasiato: tour sulle orme di Lawrence, concerti di esasperante musica araba, cerimonie del tè nel deserto, ecc. Quindi, pick up, jeep e SUV tanti, dromedari pochi e spelacchiati, tanto da sembrarmi loro fuori contesto, una reminiscenza posticcia di una realtà che non esiste più. Al sorgere del sole comincia lo spettacolo, anche se la luce non è eccezionale. Una velatura di nubi stratificate rende l’orizzonte lattiginoso, polveroso, piatto. Non mi scoraggio. Mi dedico soprattutto ad osservare, capire, interpretare. Questo è il valore aggiunto di questi workshops fotografici. Il fotografo paesaggista professionista cerca di farti vivere la meraviglia del suo mestiere. Ti spinge innanzitutto a conoscere il paesaggio che vuoi ritrarre, camminandoci dentro, girando lo sguardo a 360° gradi, inquadrando prima con gli occhi e poi con la fotocamera. E tu capisci che una buona shooting session può nascere solo dopo questo processo di immersione nella realtà che ti circonda e ti affascina. Nella luce lattiginosa di questa prima alba nel Wadi Rum, mi incammino dunque lentamente, zaino in spalla e cavalletto in mano. In questo luogo maestoso, solido di rocce così imponenti da formare, susseguendosi le une alle altre, piccole catene montuose, vivo l’estraniante sensazione di essere contemporaneamente al centro della terra e su un altro pianeta, radicato nel presente, immerso nel passato e proiettato nel futuro. Sì, la caratteristica più sconvolgente di questo luogo è l’immutabilità. Ne sono convinto anche quando lo sguardo mi cade sugli emblemi della modernità che rendono oggi facile a chiunque, anche agli apprendisti fotografi, violentare con la propria presenza futile e passeggera questo immenso regno dell’eterno, dove tutto è cominciato e, forse, tutto finirà. Le automobili, al posto dei dromedari, i campi tendati con aria condizionata al posto dei ripari di fortuna dei Bedu e le bottiglie di plastica a mischiarsi con i sassi e ad insozzare la sabbia millenaria, non riescono minimamente ad indebolire la confortante serenità che l’immensa distesa di rocce e sabbia genera nel mio animo. Con l’irrompere della luce del sole, ora un po’ più vicino allo zenit, si squarcia la velatura caliginosa che ne aveva accompagnato il manifestarsi. Le rocce diventano color dell’oro, la sabbia si tinge delle mille sfumature del rosa, del bianco e del grigio.

Ogni cosa è illuminata. Jonathan Safran Foer è venuto nel deserto del Wadi Rum per ispirarsi? Non credo, ma sarebbe stato felice, penso, di constatare qui, come in nessun altro luogo, la manifestazione inequivocabile, fisica, tangibile della sua intuizione: il presente delle nostre vite è illuminato dalla luce del passato. E cosa c’è di più fisico, di più tangibile, concreto e, allo stesso tempo, evocativo dei Sette Pilastri della Saggezza? Sì, esistono davvero. Non sono solo il titolo di un romanzo o di un film. Non sono stati creati in cartapesta dalla maestranze di Hollywood. Eccoli di fronte a me in tutta la loro maestosità e precisione architettonica. Sembrano infatti costruiti. Sette guglie di una cattedrale neolitica. Il santuario, il luogo sacro dove è custodito lo spirito del Wadi Rum.

È tutto qui, in questo momento: passato-presente-futuro con me stesso nel mezzo, anch’io parte di questo paesaggio millenario insieme a rocce grandi, piccole e minuscole, vortici di sabbia, e sparuti cespugli.

La figura grande circondata da mille piccoli oggetti come in un disegno di Pericoli, cartone animato con la potenza descrittiva del più crudo dei reportage, incrocio tra sogno e realtà.

E mentre guardo, fotografo. Con calma, con accuratezza, cercando di includere il mondo in un mirino. E magicamente, con l’ultimo scatto, nel mio mondo entra una mongolfiera, che sorvola indolente le rocce e la sabbia e mi aiuta a salutare con un sorriso l’alba che se ne va.

Ma non c’è tregua per il fotografo professionista. E nemmeno per chi aspira ad esserlo. Alba-Tramonto: questo è il binomio che scandisce il tempo. Si può scattare solo all’alba ed al tramonto. Si cerca la luce dell’alba e del tramonto. Tutto quello che conta succede all’alba ed al tramonto. Si riesce a sognare solo all’alba ed al tramonto. E se il Wadi Rum all’alba è lo spettacolo della luce che colora il mondo, al tramonto è il regno della solitudine e del silenzio assoluti. Me ne accorgo all’improvviso. Circondato da tanta maestosità, sono solo. Mi sono distaccato lentamente ma inesorabilmente dagli altri. È una solitudine che non rattrista, che appaga, che permette di concentrarsi sul sé per entrare ancora più in contatto con gli altri. Tutto intorno a me è molto più solido e compatto rispetto a stamattina. Metri e metri di sabbia uniformemente arancioni. Grossi massi simili a dolmen che sembrano piovuti lì dal passato più remoto e non siano più stati spostati, e probabilmente e così.

Non c’è un alito di vento. L’aria si rinfresca mentre il sole cala lentamente e le ombre delle rocce si allungano sulla sabbia, che ormai è ocra. Vorrei rimanere qui fermo, seduto, per sempre. Per un attimo mi immagino ad una piccola scrivania, uno scratch book sul piano di legno ed un tronchetto di grafite in mano, a disegnare un paesaggio che mi include mentre disegno, come negli immaginifici gorghi surrealisti di Magritte. Ma l’arancione quasi marziano della sabbia e delle rocce mi suggerisce di stare all’erta per non essere investito dai mostruosi insetti-elefanti di Dalì o da Matt Damon, che si dirige lentamente alla guida del suo router verso il Cratere Schiapparelli, da dove lascerà Marte per ricongiungersi ai suoi compagni di missione.

E penso, solo per un attimo, che qui vorrei sempre ritornare, come ha scritto Sven Lindqvist, a proposito del deserto del Sahara, da lui attraversato sulle tracce dei grandi esploratori del passato. Qui vivrei, lui scrive, senza essere disturbato dalle complicazioni umane, senza amore ma anche senza dolore. Il pensiero è fugace. Il delirio onirico presto si estingue, risolto dall’ineffabile guida bedu che richiama la mia attenzione sulla possibile presenza di serpenti in quella zona del deserto, e mi invita a riavvicinarmi al pick up per sorbire il profumatissimo tè che ha avuto l’onore ed il piacere di preparare per il manipolo di intrepidi apprendisti fotografi. Con malcelata ansia, ritorno velocemente sui miei passi e raggiungo il focolare su cui l’acqua per il tè bolle in un maxi-teiera, che sicuramente sarà stata maneggiata anche da Lawrence d’Arabia in una pausa delle sue scorribande nel Wadi Rum a dorso di dromedario per sostenere la causa della rivolta araba. Ed ora, nella calma del tramonto inoltrato, il silenzio interrotto solo dalle chiacchiere divertite e sommesse del gruppo davanti alla teiera fumante, mi sento improvvisamene vicino al grande condottiero: anch’io, come lui,  ho compiuto un’impresa e ho vinto una sfida, non contro l’oppressore ottomano ma contro me stesso. E chissà se anche lui, seduto al focolare a prendere il tè con il principe Faysal dopo la conquista di Aqaba, sarà stato felice come me.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono soggette a copyright 
© Alberto Manno.




WHITE SANDS

È buio quando montiamo in macchina.

Le quattro del mattino e non dormo. Tutti i sensi attivati, pronti a recepire anche la minima sollecitazione. Sono tutto occhi, naso, orecchie. Il gusto di limone del chewing gum che sto masticando si amplifica nel mio cervello creando l’illusione di una passeggiata in una limonaia nel golfo di Sorrento. Le mani poggiano sul sedile del VAN e riesco a percepirne ogni increspatura della finta pelle, ogni granello di polvere lasciata dai miei vestiti il giorno prima. Devo stare attento. Nulla deve andare sprecato. Ogni momento deve essere un attimo, ogni sensazione un’emozione. Tutto deve essere vissuto fino in fondo e poi congelato nell’ippocampo in modo da ricordarlo per sempre il più fedelmente possibile.

Per me questo non è un workshop fotografico, come recita il titolo di questo viaggio verso il “New Mexico”, è il mio stargate, il tunnel magico, la porta per entrare nella bolla spazio temporale che ho sempre sognato di abitare, quel meraviglioso mondo alieno che risponde al nome di White Sands Desert, New Mexico, USA. Ricordo perfettamente il momento in cui, per la prima volta, quasi trent’anni fa, si è materializzato davanti ai miei occhi il deserto bianco. Sul mio schermo TV, Mickey Rourke e Samuel L. Jackson ci affondano i piedi fino alle caviglie, inseguendosi e prendendosi a pistolettate in un thriller di terz’ordine giustamente finito presto nel dimenticatoio. Attendo che il bene trionfi – i cattivi muoiono o vanno sempre in prigione nei film hollywoodiani di terz’ordine degli anni ‘90 – finisco la vaschetta di gelato e poi vado a dormire ma… che posto è quello?

Cos’è quell’abbacinante distesa di bianco?

Una sconcertante manifestazione della natura o un’immensa distesa artificiale, risultato di una qualche attività umana?

Un deserto non rosa, non grigio, non dorato, senza cammelli o tuareg?

Ma che deserto è?

©Alberto Manno

Non so rispondere a queste domande e purtroppo navigare, per me e per tutti nel 1992, significa ancora solamente andar per mare. Mi limito a guardare ed a sognare incollato al televisore con la vaschetta di gelato vuota in mano ed il cucchiaino in bocca. Andare in quell’oceano bianco, affondarci i piedi fino alla caviglie, immergersi nelle sue dune e, soprattutto, immortalarlo nel mio ricordo con le foto, tante, mille, infinite. Mi sembra solo un sogno, un bellissimo sogno che non so neanche come provare a realizzare. Nel 1992.

Ma nel 2018 ecco che tutto si concretizza in un attimo: Scenic Landscape Photo Workshop – New Mexico – 12-18 maggio. Modulo di iscrizione compilato e firmato in mezz’ora, ogni esitazione cancellata, ogni dubbio spazzato via. D’altronde, alla storia che gli dèi quando ci vogliono punire esaudiscono i nostri desideri non ci ho mai creduto, con buona pace di Karen Blixen/Maryl Streep.

Ed infatti, mentre sono qui, seduto sul sedile di terza fila di questo mostruoso VAN che ci conduce verso la meta agognata, mi sento l’uomo più felice del mondo.

Scruto il cielo nero per intercettare il minimo biancore che annunci il manifestarsi dell’alba e l’inizio della magia ma arriviamo a destinazione che è ancora buio. Tutto calcolato, per prenderci i tempi giusti, senza fretta. Un programma studiato nei minimi particolari da Riccardo, il nostro tour leader nonché fotografo paesaggista ispirato, perché si ripeta il magico rituale da lui seguito più volte in passato, per il piacere suo e di altri fortunati come noi. Nell’attesa, nel freddo intenso della notte, penso alle questioni tecniche. Ripasso mentalmente tutti gli insegnamenti che Riccardo mi ha elargito durante i due corsi di fotografia amatoriale che ho seguito, ormai tanti anni fa. Ho quasi il terrore di sbagliare, di fare brutte foto a causa di errori di esposizione e bilanciamento del bianco, o nella gestione dell’insidiosa accoppiata tempo di esposizione/apertura del diaframma.

Il tempo di bere un tiepido caffè, zaino in spalla e cavalletto in mano e si parte per le dune.

Bisogna arrivare nella posizione ideale, alla giusta altezza. Attenzione che qui ci si perde facilmente, rimaniamo compatti, avvertite quando vi spostate da soli. E chi ti molla, anche perché l’allievo attento ama stare accanto al proprio maestro, la vicinanza fisica gli dà conforto, rafforza la sua convinzione che potrà fare un buon lavoro. I piedi affondano nella sabbia/non sabbia, fredda perché è gesso ed il gesso non assorbe il calore del sole. Si, è tutto fresco intorno, fresco e chiaro, lentamente, sempre più chiaro. Siamo sulla cresta della duna prescelta, la fotocamera saldamente agganciata sul cavalletto, il tele per entrare dentro al paesaggio, luce diurna, 400 ISO perché all’inizio è solo chiarore… e tutto comincia.

Non è affatto bianco e l’accetto senza delusione. Anzi, godo della vertigine della scoperta, della sensazione dell’inaspettato che cresce in me di minuto in minuto, anzi di secondo in secondo.
Perché il sole sorge, la luce si diffonde lentamente ma inesorabilmente e si infrange sulle dune trasformando il bianco in azzurro, l’azzurro in blu che a sua volta si alterna all’oro ed all’argento.

©Alberto Manno

©Alberto Manno

Cambio inquadratura girando il totem “macchina-cavalletto” e, all’improvviso, il gesso da bianco e puro diventa nero come la notte fonda e si erge in enormi muraglie che si intersecano con canyons d’argento, la cui superficie sembra la maglia metallica della cotta dei cavalieri medioevali.

© Alberto Manno

Quasi non riesco a star dietro con le inquadrature a questi repentini cambiamenti di luce, ombra e colori. L’emozione è sempre più forte e si tramuta presto in una sensazione quasi spiacevole, una sorta di frenesia, di angoscia di non poter registrare, ricordare, memorizzare, la paura che tutto svanisca troppo presto, che lo stargate si attivi improvvisamente in senso inverso e io sia trasportato di nuovo nel mondo reale non avendo visto abbastanza.

Allora capisco che mi devo fermare. Un respiro profondo, lo sguardo, ammirato, all’infinito che mi circonda. Mi pervade una sensazione di totale, profonda e consapevole serenità. Solo io ed altre nove persone nel mondo, non un alito di vento, il sole tiepido che mi riscalda dolcemente. La consapevolezza che un’esperienza fantastica si è conclusa. In queste tre ore ho visto e fotografato ogni cosa e provato ogni emozione con l’intensità che volevo, che mi aspettavo. 

© Alberto Manno

Adesso, a passeggio tra le dune che il sole sempre più alto nel cielo tinge “semplicemente” di tutte le sfumature del bianco e del grigio, tra battute e scherzi con i compagni di ventura, mi unisco al coro di ringraziamenti a Riccardo per averci portato nel luogo magico e cerco di riflettere, di capire meglio dove sono e cosa ho visto.

Il 16 luglio del 1945, al confine nord del White Sands Desert, si verifica un’enorme esplosione provocata dall’uomo: è il progetto “Trinity”, il primo test atomico, il test di prova per le prossime devastazioni di Hiroshima e Nagasaky. Dunque, il meraviglioso mondo alieno, il misterioso paesaggio che potrebbe appartenere sia alla terra sia alla luna, il paradiso di gesso bianco che si tramuta alla luce dell’alba in un abbacinante caleidoscopio di colori, è anche il luogo in cui è stato testato lo strumento di morte programmata per antonomasia, che ha concretizzato la sconcertante determinazione di porre fine all’orrore della guerra tra i popoli grazie alla cancellazione fulminea di una parte di questi.

Dove ho già visto descritta questa apparentemente inconcepibile convivenza di bellezza ed orrore? L’estraniante contemporanea sensazione di serenità e disperazione?

Lo stargate si rimette in moto e con un fulmineo flasback torno indietro nel tempo e nello spazio e sono al Museo dell’Ara Pacis due anni fa, di fronte allo struggente ritratto di una bambina con il volto devastato dagli effetti della bomba atomica di Hiroshima, gli occhi velati, privi di vita, che sembra sorridere. Lo sfondo, una tenda o una parete dipinta, è un susseguirsi di onde che sfumano in tutte le gradazioni del grigio fino al nero, la grana della stampa fotografica che le fa sembrare come fatte di sabbia. Onde di grigio e di nero, sabbia, serenità, orrore, gioia e tristezza, Hiroshima, tutto nel capolavoro del gigante della fotografia giapponese Domon Ken.

Ora, tutte le emozioni vissute mentre il sole sorgeva sul White Sand Desert, mi appaiono come un meraviglioso déjà vu e questo mi conforta, mi fa sentire vivo.

Sto forse capendo cosa abbia veramente significato per me questo viaggio: un grande artista che non ho mai conosciuto, morto da un pezzo, mi ha fatto vivere una grande emozione attraverso la sua arte fotografica, emozione che credevo unica ed irripetibile; due anni dopo, un viaggio in un luogo dove meraviglia ed orrore si fondono ed un apparecchio fotografico amatoriale, mi hanno permesso di riviverla.

Probabilmente ha ragione Primo Levi quando ci dice che la felicità perfetta è impossibile da raggiungere in quanto la condizione umana è nemica di ogni infinito; io comunque, l’infinito credo di averlo visto ed alla felicità perfetta ci sono andato vicino. E mi basta così.